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Sindacati sul piede di guerra: «Non fate shopping proprio oggi»

IL PRIMO Maggio fiorentino si è aperto stanotte con la Notte Rossa. Nella sede della Cgil di Borgo de’ Greci si è dato il via alle celebrazioni della Festa dei lavoratori con aperitivo serale e dj set, visite guidate nel palazzo della Camera del lavoro, una performance teatrale e, a mezzanotte, il brindisi al Primo Maggio. Durante la serata sono state raccolte firme per la Carta dei diritti, il nuovo Statuto dei lavoratori promosso dalla Cgil. «Anche quest’anno il Comune ha scelto di organizzare la Notte Bianca il 30 aprile, alla vigilia del Primo Maggio: e anche quest’anno – commenta Massimiliano Bianchi, segretario generale della Filcams Cgil di Firenze – noi ribadiamo che un’altra data sarebbe stata preferibile, per dare modo a tutti di festeggiare la Festa del lavoro e i valori che rappresenta. Noi lo faremo, visto che abbiamo indetto lo sciopero per i lavoratori nel commercio: perché per noi la festa non si vende». Oggi Infatti a Firenze, come in tutta la Toscana, Cgil, Cisl e Uil di categoria hanno proclamato lo sciopero, quest’anno ancora più sentito visto che per la prima volta sarà aperto Carrefour, a Firenze e nel resto della regione. Previste altre aperture, in centro e in catene presenti anche in periferia, come Obi e Conad. CHIUSE invece Coop, Esselunga, Ikea e i Gigli. I sindacati hanno fatto appello ai consumatori, perché non facciano shopping proprio oggi, rispettando la Festa dei lavoratori, che sarà celebrata anche in provincia di Firenze, dove sono previsti cortei e manifestazioni. I cortei si svolgeranno a Pontassieve, con comizio conclusivo del segretario Uil di Firenze, Michele Panzieri, a Sesto Fiorentino, dove saranno deposte corone ai caduti e conclusioni alle 11.30 affidate a Renato Santini, segretario della Cisl Toscana, a Fiesole, dove si esibirà il Coro del Novecento, e a Borgo San Lorenzo. I segretari generali fiorentini saranno invece impegnati altrove: la segretaria della Cgil, Paola Galgani, sarà a Fucecchio, a Prato il segretario della Cisl di Firenze e Prato, Roberto Pistonina, mentre la segretaria della Uil di Firenze, Francesca Cantini, parteciperà alla manifestazione nazionale che quest’anno si svolge a Genova. Monica Pieraccini

Pasquetta di lavoro e scoppia la guerra tra il sindacato rosso e il colosso rosso della grande distribuzione; da una parte la Cgil, dall`altra la Coop che vuol tenere aperto l`ipermercato nel centro commerciale Le Terrazze alla Spezia, nel giorno di Pasquetta. Una decisione a cui si è opposto il sindacato, pronto allo sciopero.
«E grave – afferma Luca Comiti, segretario Filcams Cgíl della Spezia – che l`azienda abbia deciso
unilateralmente l`apertura, il giorno di Pasquetta. Per questo è stato proclamato uno sciopero per l`intero turno di lavoro: invitiamo i lavoratori di tutti gli ipermercati a partecipare al presidio di solidarietà che si terrà davanti all`ipermercato». Pronta la replica di Coop: «Il lavoro festivo assicura anche all`occupazione un contributo ormai determinante: nel 2013 abbiamo retribuito oltre 2oomíla ore cli lavoro in giornate festive, pagate sino al doppio. Si tratta di lavoro aggiuntivo per oltre io° persone a tempo pieno, di cui il 3o% nella provincia spezzina. Voler ridurre questa opportunità, in piena recessione, è una azione pericolosa e contraria alla necessità dí salvaguardare occupazione e reddito. Abbiamo cercato di trovare un accordo, offrendo condizioni migliorative, ma il sindacato ha posto il veto. Sorprende che non ci siano analoghe iniziative verso i nostri principali concorrenti, pressoché tutti aperti in questa e in altre festività prossime».

Una coda di auto lunga più di un chilometro, il parcheggio di 18 mila metri quadrati al collasso e 2 mila persone che aspettano l`apertura dei cancelli. L`evento che, domenica 24 novembre, ha mandato in tilt Mestre è l`apertura di una nuova ala della galleria commerciale Auchan. Secondo la proprietà, a fine giornata i visitatori sono stati 45 mila, il doppio degli spettatori del derby calcistico del giorno prima. Eppure, osservando la gente che esce dalle porte scorrevoli, di carrelli colmi se ne vedono pochi. La maggior parte dei clienti gironzola qualche ora ma paga solo un caffè o uno spritz. La nuova liturgia della domenica pomeriggio è possibile grazie all`articolo 31 del decreto Salva Italia approvato nel gennaio 2012 dal governo Monti. La norma è quella sulla liberalizzazione del commercio, che ha sottratto la disciplina degli orari degli esercizi commerciali agli enti locali e ha reso possibili aperture domenicali, notturne e durante i festivi.
Appena entrato in vigore il Salva Italia, alcune catene hanno lanciato campagne di assunzioni destinate agli studenti. In cambio del lavoro domenicale offrivano compensi tra i 300 e i 400 euro al mese, quanto basta per pagare l`affitto di una stanza in una grande città. A distanza di quasi due anni, complice la crisi, il meccanismo sembra essersi bloccato. Sandro Brazzo, direttore di un supermercato del gruppo Rossetto del centro commerciale Il Faro a Rovigo, mostra quattro faldoni che sembrano scoppiare: "Sono i curricula che ho ricevuto nel 2013. Assessori, sindaci, parroci: quasi ogni giorno qualcuno chiama per propormi una persona". Il supermercato gestito da Brazzo non ha però assunto nessuno per fare fronte alla dilatazione degli orari. "In compenso, si fanno più ore di straordinario e, su 62 commessi, 60 hanno dato la loro disponibilità a lavorare la domenica". Federdistribuzione, l`associazione dei big del settore fuorché Coop e Conad, parla di appena 2500 nuove assunzioni in due anni, più della metà part-time.
Il lavoro à meno pagato di quanto sembra Cristiano è stato assunto da una Coop di Modena per lavorare nei week-end: dalle 20 alle 24 il venerdì e il sabato, dalle 15.30 alle 20 la domenica. La paga è generosa: 600 euro al mese per dodici ore di lavoro la settimana. Eppure dice: "Vorrei cercare un lavoro da abbinare a questo: qualcosa con un orario d`ufficio. In teoria sarebbe compatibile, ma il supermercato mi chiede di essere sempre disponibile per eventuali urgenze. Una volta non ho risposto a una chiamata e me lo rinfacciano ancora. Quindi, di avere anche un lavoro `normale`, non se ne parla". Il contratto nazionale prevede un 30 per cento di indennità per chi lavora la domenica, una percentuale che a Mediaworld arriva al 90 per cento, alla Coop al 100. Ma c`è anche chi non percepisce nessun compenso aggiuntivo. Una commessa di un punto vendita Sisley racconta: "Lavoro la domenica e riposo un giorno durante la settimana, ma in busta paga scrivono il contrario per non pagare il salario extra". Anche gli accordi di secondo livello che riconoscono le indennità più generose sono a rischio. Il segretario nazionale di Filcams Cgil, Maria Grazia Gabrielli, spiega:"Le aziende vogliono ammortizzare i costi e stanno cercando, in sede di rinnovo contrattuale, di pagare le domeniche come un giorno qualsiasi".
Sugli effetti del Salva Italia il fronte datoriale è diviso: le associazioni della grande distribuzione difendono a spada tratta le liberalizzazioni, i piccoli negozianti sono sulle barricate. "I costi sono cresciuti del 18 per cento, il fatturato del 6. Per tenere aperto la domenica ho dovuto assumere una persona per il week- end: ho un piccolo negozio e ammortizzare lo stipendio in più è un problema", spiega Davide, titolare di una rivendita di tendaggi per la casa in un grande centro commerciale del Polesine. Confimprese, l`associazione che raggruppa 96 grandi reti di franchising, ammette che i costi per il personale sono aumentati dal 6 al 30 per cento. Una forbice ampia, in cui le dimensioni del negozio sono inversamente proporzionali alla crescita dei costi: per i più piccoli lo sforzo è maggiore. Anche questo, insieme alla congiuntura economica, aiuta a spiegare la crisi del piccolo commercio: 36 mila esercizi in meno e 65 mila posti di lavoro persi dall`entrata in vigore del Salva Italia, secondo Confesercenti. La grande distribuzione invece è compatta a favore delle aperture domenicali: "È il secondo giorno della settimana per incassi dietro al sabato: mediamente vale il 23 per cento del fatturato", spiega il presidente di Confimprese Mario Resca. Eppure, secondo i dati Confimprese Lab – Istituto Niels en, negli ultimi undici mesi il fatturato dei supermercati è sceso del 3,64 per cento. "Ma – spiega Resca – senza le liberalizzazioni questo dato sarebbe stato peggiore e le ricadute sull`occupazione pesanti". Marcello Cestaro, proprietario di circa 150 supermercati, ha provato a rinunciare alle aperture festive. A maggio la sua Unicomm ha lanciato "Operazione buona domenica", che prometteva di tenere chiusi i punti vendita l`ultimo giorno della settimana. "I nostri collaboratori devono poter trascorrere tempo con le famiglie", scriveva l`azienda. Ma a settembre i supermercati di Cestaro hanno riaperto sette giorni su sette. "Gli altri distributori si sono avvantaggiati della nostra scelta", si è giustificata l`azienda. Se per i supermercati è un problema di concorrenza, per i negozi dei centri commerciali l`apertura domenicale è un obbligo. "Il supermercato è come un condominio: chi ha più metri quadrati decide anche per gli altri. E per chi non si adegua sono previste multe", spiega Luca Zani, proprietario di una tabaccheria del centro commerciale GrandEmilia a Modena.
La rivolta di parroci e comitati benedetti da Francesco Piccoli esercenti e commessi si sono organizzati in comitati locali poi riunitisi sotto lo slogan Domenica No Grazie. Nati in Toscana, oggi i gruppi più attivi sono in Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Puglia. I sostenitori dei vari gruppi nati sul territorio sono circa 15 mila, in contatto tra loro via Facebook. Forse perché il settore tradizionalmente è poco sindacalizzato, agli scioperi preferiscono i flash mob. Secondo un sondaggio di Federdistribuzione, la maggior parte degli italiani non è però d`accordo con la loro crociata: il 65 per cento è favorevole alle liberalizzazioni e anche la metà di chi si dice contrario non rinuncia a fare la spesa la domenica. Nel 1995 un referendum sulla liberalizzazione delle aperture dei negozi era stato bocciato dal 62 per cento degli italiani. I comitati continuano a organizzare mobilitazioni, dalla giornata dei parenti ai flash mob delle commesse in mutande. Il colpo grosso però l`hanno fatto grazie a un bambino di 7 anni che, per lamentarsi del fatto che i genitori la domenica lavorano, ha scritto addirittura al Vaticano. E Papa Francesco gli ha risposto. Secondo i comitati, il pontefice avrebbe addirittura promesso ai genitori del bimbo di "intercedere presso il governo". Prima di Bergoglio altri importanti prelati, il patriarca di Venezia in testa, si erano schierati con i comitati e Confesercenti e la stessa Cei ha dato il proprio supporto. "Fare la spesa la domenica non è peccato, è miseria umana", attacca il responsabile pastorale per gli stili di vita, don Gianni Fazzini. Quando Confesercenti e i comitati hanno cominciato a raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare che tornasse a disciplinare le aperture festive, decine di parroci hanno concesso il sagrato della loro chiesa per i banchetti. Le firme raccolte sono state 150 mila e il disegno di legge è in discussione alla commissione Attività produttive della Camera.
La proposta di Confcommercio prevede che tornino a essere gli enti locali a decidere quando e come i negozi possono aprire. Anche il Movimento 5 Stelle ha presentato un suo disegno di legge ancora più restrittivo: massimo dodici aperture domenicali durante l`anno. Il Pd ha presentato una fumosa bozza di riforma dell`articolo 31, nonostante due anni fa avesse votato compatto l`approvazione della norma sulle liberalizzazioni. Anche gli enti locali danno battaglia: subito dopo il Salva Italia, sette regioni (dal Veneto di Zaia alla Toscana di Enrico Rossi, passando per la Lombardia al tempo ancora guidata da Formigoni) hanno presentato ricorso alla Corte costituzionale. Nonostante la Consulta abbia dato loro torto, gli altri enti locali, Comuni in testa, hanno continuato ad approvare decine di ordinanze che limitano gli orari di apertura, provocando altrettanti ricorsi al Tar da parte dei supermercati. Tra convinzione e convenienza, il fronte di chi si oppone ai negozi sempre aperti continua a crescere: Anci, vescovi, grillini, Lega Nord e Cobas. Eppure la domenica al centro commerciale si fatica a trovare parcheggio.

Il 31 dicembre scade il contratto nazionale terziario, distribuzione e servizi. La liberalizzazione delle aperture nei giorni festivi al centro del dibattito.
Parla Maria Grazia Gabrielli, responsabile nazionale Filcams-Cgil.

Aperture domenicali e nei giorni festivi? No, grazie. Netta e perentoria la posizione di Filcams – Cgil, alla vigilia di ridiscutere il Contratto collettivo nazionale del terziario, della distribuzione e dei servizi, in scadenza il 31 dicembre 2013.Trattativa che si preannuncia intricata, perché molti sono i nodi da sciogliere e tra questi proprio quello relativo alle aperture domenicali e nei giorni festivi, "liberalizzate" dall`articolo 31 del decreto "Salva Italia", emanato nel dicembre 2011, dal Governo Monti. Tema controverso, che sembra essere tra i motivi di qualche tensione in Federdistribuzione da cui, lo scorso 8 novembre, è uscita Aires (Associazione Italiana Retailer Elettrodomestici Specializzati); che ha aderito a Confcommercio. "Siamo ai nastri di partenza, ma il clima è complicato",
conferma Maria Grazia Gabrielli, responsabile nazionale Filcams-Cgil per il CCNL del terziario, della distribuzione e dei servizi. "Gd e piccole medie imprese sono accomunate da una situazione economica non facile, legata al generale calo dei consumi. E la frammentazione della parte datoriale, dopo l`uscita da Confcommercio di Federdistribuzione (datata 23 dicembre 2011, ndr), di poco successiva alla liberalizzazione, non aiuta certo il confronto".

Quindi quello delle aperture domenicali è il tema più spinoso?
Indubbiamente la discussione sull`orario monopolizza una fetta consistente del confronto. Anche perché esistono visioni differenti in Federdistribuzione e Confcommercio. Come suggerisce la diversa reazione alla notizia delle liberalizzazioni.
Cioè?
Federdistribuzione ha salutato con grande soddisfazione questa nuova possibilità, pur con la consapevolezza che le aperture possono essere costose e non sono una soluzione tout court. Confcommercio si è mostrata decisamente più prudente, anche perché espressione di un mondo di Pmi, non di rado a conduzione famigliare, per cui le aperture festive possono rappresentare una spesa proibitiva.
E all`interno di Federdistribuzione?
Anche al suo interno non sembra esserci una singola linea comune, perché alcune sigle sono più attente ai costi per mantenere aperti i negozi tutte le domeniche.
Quali sigle ad esempio?
Diciamo che la liberalizzazione è strategica nel modello organizzativo dei gruppi della grande distribuzione organizzata. In un certo senso un dibattito tra grandi e piccoli… Si sostiene che la liberalizzazione sia sinonimo di libertà di mercato. In realtà una Pmi e una catena della Gd partono da posizioni molto diverse, per cui diventa difficile che sulle aperture si assista a una dinamica concorrenziale equa.
I sindacati sono comunque fermamente contrari?
C`è contrarietà netta per quanto riguarda le aperture domenicali fisse. Dopo quasi due anni dall`avvio delle liberalizzazioni, non abbiamo assistito a reali benefici. Per quanto riguarda l`occupazione questa possibilità non si è tradotta in nuove assunzioni, ma al massimo nel mantenimento degli organici esistenti. Il rischio è quello che, proprio a causa delle liberalizzazioni, i lavoratori si trovino di fronte a condizioni peggiorative.
Ad esempio?
Ad esempio, un lavoratore della distribuzione che ha firmato un contratto tre anni fa, in cui si rendeva disponibile a lavorare la domenica, contava sul fatto che le aperture festive erano limitate e regolamentate a seconda della normativa regionale. Ora con la libertà concessa alle aziende di aprire tutte le domeniche, si trova nella condizione di dover garantire costantemente la propria presenza, nella piena discrezionalità dell`azienda.
È una situazione diffusa?
Le differenze contrattuali da azienda ad azienda, cambiano spesso in modo sostanziale. Non nego che spesso si ha la sensazione di muoversi in una giungla.
L`alternativa quale potrebbe essere?
Sosteniamo da tempo la possibilità di una regolamentazione delle aperture che non significa chiudere tutte le domeniche, ma trovare soluzioni più equilibrate, che salvaguardino le esigenze di tutti. Anche perché non ci troviamo di fronte a un servizio di pubblica utilità, per cui è indispensabile tenere aperto. Qualche sperimentazione, in questo senso, era già stata attuata, con buoni risultati.
E sul tema dei costi?
Abbattere i costi del lavoro nelle aperture domenicali, per le catene distributive significa operare con impianto a pieno regime. Nella contrattazione terremo fermo ìl punto che l`apertura domenicale non deve essere a costo zero per le aziende.
Eppure le liberalizzazioni vengono viste come una soluzione moderna. Un po` come avviene in tutta Europa… In Europa, in realtà, il quadro è molto variegato: liberalizzazione assoluta in alcuni paesi e altri in cui la domenica negozi rimangono chiusi e, talvolta, il sabato si lavora fino alle 18. Ad esempio in alcune zone della Germania e dell`Olanda. Dobbiamo quindi guardare a un modello europeo che si richiami alla libertà di concorrenza reale, non alla rincorsa spasmodica alla liberalizzazione selvaggia, che non rientra nel quadro unitario europeo. A prescindere dal Contratto nazionale, i rapporti tra sindacati e le aziende della distribuzione sembrano sempre molto tesi.
Come mai?
Non c`è un`unica ragione, ovviamente. Siamo di fronte ad un settore che affronta una forte crisi, soprattutto per quel che riguarda il formato iper. La politica delle ampie metrature, dopo l`exploit degli scorsi anni, incontra notevoli difficoltà e fatica, proprio a causa delle proprie dimensioni, ad adattarsi al mutato contesto economico. Dal 2008 il crollo del reddito del consumatore ha reso più aspra la "competizione da costo" e lo scontro commerciale sui prezzi e, di conseguenza, più difficile la sopravvivenza dei grandi punti vendita.
Quali sono le conseguenze per i lavoratori?
In tempi di crisi, soprattutto occupazionale, alle aziende sembra legittimo spingere sulla leva della flessibilità e della contrazione dei costi. Dapprima in modo transitorio, poi con proposte contrattuali che la rendano definitiva. Una strategia che risulta peggiorativa per le condizioni di lavoro. E che porta naturalmente a misurarsi, anche in modo duro, con le istanze sindacali.

Forse Papa Francesco non lo sa, ma venerdì pomeriggio, a Milano, si è parlato molto di lui in via Albricci, dove erano riuniti i vertici nazionali di Federdistribuzione. Dopo il decreto Salva Italia del gennaio 2012, che ha reso del tutto libere le aperture domenicali nel commercio, sono nati movimenti e iniziative legali contro il lavoro sette giorni su sette, come quella promossa tra gli altri dalla Cei e da Confesercenti, Libera la domenica. E la telefonata del Pontefice a un commesso di Venezia che insieme alla moglie milita nel movimento "Domenica No Grazie" (il loro bambino si era lamentato di non poter mai passare i giorni festivi con mamma e papà) non è passata inosservata ai big di ipermercati e centri commerciali. «Il nostro consociato veneto coinvolto nella vicenda ha ricordato di aver invitato quei genitori a portare il figlio al lavoro con loro, perché già da tempo le fasce orarie e i giorni di apertura sono pensati per rispettare i diritti di tutti», dice Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Federazione. Che aggiunge: «Grazie al decreto Salva Italia del gennaio 2012,1a grande distribuzione ha firmato 4200 assunzioni a tempo determinato, perlopiù rivolte a giovani, e pagato circa 400 milioni. Ci dicano se è poco, in un momento come questo». I dati sul risultato in termini di consumi dei negozi aperti la domenica sono controversi: da un lato ci sonoi grandi operatori, per i quali soltanto grazie alla formula sette giorni su sette si è potuto recuperare quasi un due per cento sulle vendite, che altrimenti sarebbero scese ben oltre il -2,2 del 2012. Dall`altro ci sono quelli di associazioni come Confcommercio e Confesercenti, che sventolano altri numeri: oltre centomila piccoli esercizi, anche nel 2012, hanno abbassato la saracinesca in Italia: «Le aperture selvagge non fanno che aumentare il divario tra grandi e piccoli, ci vogliono accordi locali in territori omogenei, come le città metropolitane», dice Stefano Papini, presidente di Confesercenti a Torino. Aggiunge Elisabetta Mesturino della Filcams-Cgil: «Da quando il decreto è in vigore, abbiamo cercato di sensibilizzare i consumatori, perché senza di loro non vi sarebbe ragione di tenere aperto e di creare un esercito di "schiavi della domenica"». Ma i flash mob di commesse in mutande e le proteste di chi vorrebbe restare a casa non sembrano così popolari, se è vero che il 39 per cento di chi compra la domenica ha ormai inserito la spesa festiva tra le sue abitudini, come dice la ricerca che Federdistribuzione ha affidato a Ipsos, e un`altra (mai pubblicata) secondo la quale anche i più giovani tra i dettaglianti (cioè tra quei picco- li negozi che sarebbero schiacciati dalla liberalizzazione) vorrebbe lavorare la domenica. E mentre colossi del beauty come Sephora si battono per tenere alzate le saracinesche fino a mezzanotte, a partire da Parigi (è a quell`ora che i grandi clienti arabi preferiscono fare i loro acquisti), i dati dicono che chi compra abbigliamento sportivo, arredi perla casao cibo di qualità (come da Decathlon, Ikea o Eataly) lo fa la domenica, in tutta tranquillità, e in modo aggiuntivo rispetto al suo normalebudget di spesa. Ora la decima commissione pàrlamentare della Camera sta esaminando proposte di legge che vogliono restituire il potere alle Regioni, o quanto meno abbassare il numero di domeniche di lavoro, in un`estenuante trattativa che va da 16a 32. Ma Cobolli Gigli avverte: «Confidiamo che non si vorrà cambiare una legge che funziona. In caso contrario, faremo sentire la nostra voce».

«Domenica sempre aperto? Ma anche no!». Esercenti, sindacati, Conferenza episcopale, gran parte delle forze parlamentari (Movimento 5 stelle incluso), ministri come Zanonato. Si allarga il fronte sociale e politico che chiede di fermare la liberalizzazione degli orari dei punti vendita. Ieri mattina la Confesercenti ha portato alla Camera le 150 mila firme raccolte in soli due mesi a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare. Si chiede di fare marcia indietro rispetto al decreto Salvaltalia di Montiana memoria e di ripristinare una concertazione sul territorio che regoli le aperture domenicali, ridando alle Regioni la competenza che spetta loro in materia di commercio: «Un equilibrio che consenta di aprire le domeniche in cui serve realmente e sia economicamente vantaggioso per tutti». Ad un anno e mezzo dal provvedimento contenuto nel primo decreto del governo Monti, i risultati sono assai deludenti. Se il premier si era venduto la liberalizzazione (la più ampia in Europa, simile solo all`Inghilterra) su tutto il territorio nazionale degli orari degli esercizi commerciali come un toccasana per la crescita, il rendiconto del 2012 è allarmante: se il Pil è crollato (-2,4%) anche per altre ragioni, sono stati chiusi ben 326mi1a imprese al dettaglio con un saldo negativo di 92.662 esercizi, i consumi delle famiglie sono calati del 4,3% per un totale di 40 miliardi. E il 2013 è partito sulla stessa tendenza: saldo negativo di 5 mila negozi. La sintesi la fa il presidente di Confesercenti Marco Venturi: «Le aperture domenicali generalizzate non hanno aumentato i consumi e hanno favorito solo la grande distribuzione. Qui i lavoratori possono tornare, nei piccoli esercizi commerciali invece no e i lavoratori hanno invece diritto ad un riposo settimanale. Per tutte queste ragioni, assieme alla Cei e in particolare a monsignor Bregantini, a Cgil, Cisl e Uil abbiamo raccolto le firme per chiedere di tornare alla legislazione precedente». A firmare, prima di diventare ministro, è stato anche l`ex sindaco di Padova Flavio Zanonato. «La sua adesione è importante – continua Venturi – cercheremo di coinvolgerlo così come faremo con il presidente del Consiglio Letta». «Auspichiamo che da parte del governo ci sia una sensibilità diversa rispetto al Salvaltalia – gli ha fatto eco il direttore generale Mauro Bussoni – aprire di più non fa aumentare i consumi, è antieconomico per gli esercenti, salvo nelle zone turistiche, e in più l`Italia ha una organizzazione sociali non preparata». «È una proposta di legge importante – ha commentato Franco Martini segretario generale della Filcams Cgil – . Da due anni combattiamo per una migliore regolamentazione del settore che soddisfi le esigenze delle imprese e tuteli il diritto al riposo dei lavoratori». Il consenso politico va dal Pd alla Lega, al M5s. «Abbiamo già presentato un proposta di legge che raccoglie queste istanze e prevede aperture con un meccanismo di rotazione per 12-13 festività l`anno“, ha spiegato il cittadino emiliano Michele Dell`Orco.

Uno sciopero indetto per il 25 aprile eper il Primo maggio, le festività laiche più importanti di tutto il calendario, dovrebbe essere una contraddizione in termini. Invece, quella dei lavoratori del commercio, sarà l`ennesima protesta di una battaglia sindacale – condotta unitariamente da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil – che dura ormai da più di un anno. Da quando, cioè, il governo Monti ha autorizzato con il decreto salva-Italia la totale liberalizzazione delle aperture dei negozi. Aprendo così un fronte di scontro non solo con i dipendenti del settore, ma anche con i piccoli esercenti che nel provvedimento vedono un`ulteriore causa di soffocamento rispetto alla grande distribuzione.

FESTIVITÀ IN PROTESTA
Dopo aver incrociato le braccia in molte realtà locali nelle giornate di Pasquae Pasquetta, gli addetti del commercio si mobiliteranno nuovamente oggi e mercoledì prossimo. Per difendere anche il valore storico, civile eculturale di queste festività, che non può essere sacrificato a ragioni economiche, di cui peraltro risulta difficile in questo momento di recessione vedere i benefici. «La festa non si vende, si vive» è lo slogan che accompagnerà le tante manifestazioni previste in Umbria, a Perugia e Terni, in Toscana, in Abruzzo, in Veneto, ma anche a Milano, Bologna, Ferrara, Piacenza, Modena e Lecco. Tanto più che, a oltre dodici mesi dall`entrata in vigore della deregolamentazione, il bilancio è tutt`altro che positivo: «In questo periodo» afferma la Filcams Cgil, «la profonda innovazione con cui veniva promossa e accolta da molte parti la norma sulle liberalizzazioni, ha mostrato il suo vero volto e le sue contraddizioni: le liberalizzazioni non hanno creato occupazione aggiuntiva nel settore, non hanno creato ulteriore ricchezza per le aziende, né recupero di produttività e redditività». Anzi, i dati ufficiali parlano della chiusura di migliaia di esercizi commerciali nel 2012 e nel primo trimestre 2013.E, certamente, le liberalizzazioni «non hanno prodotto miglioramenti per le condizioni di reddito e di vitadelle lavoratrici e lavoratori», che hanno subito pesantemente i colpi della crisi economica. «Nell`ultimo periodo» continua la Filcams, «si sono persi centinaia di posti di lavoro e continua il ricorso agli ammortizzatori sociali». In compenso, la deregolamentazione ha «espanso il tempo ed invaso ogni spazio», domeniche e festività comprese, così peggiorando le condizioni di vita degli addetti del comparto, con nuove e continue riorganizzazioni dei turni di lavoro e con la normalizzazione di aperture da 365 giorni all`anno.

Milano – Il corteo del 25 Aprile? Un`occasione anche per il commercio. Dopo essere partita da porta Venezia alle 14.3o, la manifestazione della Liberazione quest`anno passerà lungo un corso Vittorio Emanuele con le saracinesche in gran parte alzate. All`Anpi, l`associazione dei partigiani che promuove i festeggiamenti, non l`hanno presa bene. «La possibilità di festeggiare dovrebbe essere data a tutti», chiede Roberto Cenati, presidente Anpi Milano. Quella tra Anpi e negozi non è l`unica polemica. C`è anche uno scambio di stoccate all`interno dello stesso mondo del commercio.
Federdistribuzione, associazione che rappresenta super e ipermercati, con il suo presidente Giovanni Cobolli Gigli si è schierata in modo netto per l`apertura dei negozi. «Quando non ci sarà più la crisi allora potremo pensare di chiudere qualche giorno l`anno», ha detto nei giorni scorsi Cobolli. Un pensiero molto vicino a quello di Mario Resca, presidente di Confimprese: «In tempi di crisi e di cassa integrazione i negozi devono restare aperti anche nelle feste comandate. I posti di lavoro si salvano anche così».
Sia Federdistribuzione che Confimprese rappresentano punti vendita di grossa taglia. Tirata in ballo da Cobolli Gigli («Le rappresentanze del piccolo commercio dovrebbero spiegare ai propri associati che tenere aperto è l`unica strada»), Confcommercio risponde. «La normativa lombarda era già molto flessibile valuta Gianroberto Costa, segretario generale di Confcommercio Milano -. Ora ci chiediamo: la liberalizzazione non serviva ad aumentare redditività e consumi? Guardando la situazione delle imprese della grande distribuzione e le ore di cassa integrazione, non si direbbe. Gli altri Paesi hanno scelto, per affrontare la crisi, di ridurre gli orari: così si diminuiscono i costi fissi, e quindi si possono abbassare anche i prezzi». Dal canto suo la Filcams Cgil guidata a Milano da Graziella Carneri conferma lo sciopero per il 25 Aprile e il Primo maggio: «Tenere aperto in queste due giornate non salva i consumi». Che i negozi siano aperti o chiusi, domani il corteo della Liberazione arriverà in piazza del Duomo dove parleranno il presidente Anpi, Carlo Smuraglia, e la presidente della Camera Laura Boldrini. Saranno presenti (ma non interverranno dal palco) il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e i presidenti di Provincia e Regione, Guido Podestà e Roberto Maroni.

Una sconfitta quasi totale a Pasqua, ma una vittoria a Pasquetta: la due giorni di aperture festive di supermercati, negozi e centri commerciali consegna un risultato a due facce. I pochissimi supermercati rimasti aperti la mattina di domenica sono stati visitati da rari clienti, alla ricerca più che altro dell`ingrediente dell`ultimo minuto, scordato durante la spesa del giorno prima. Ieri però, complice la giornata di tempo incerto, chi ha deciso di rimanere aperto è stato preso d`assalto. L`Auchan di Mestre su tutti. «Quello di Pasquetta è un risultato incredibile e inaspettato – dichiara la direzione – Abbiamo aperto alle 10 e abbiamo registrato il pienone fin da subito. Rispetto allo stesso lunedì dello scorso anno abbiamo chiuso con il 20% di presenze in più». Alle 19 c`era ancora coda ai parcheggi. Grande affluenza anche al Panorama di Marghera. I commessi raccontano che all`apertura c`era già gente fuori in coda che aspettava. Affluenza consistente anche al Veneto Designer Outlet di Noventa di Piave, che ieri ha sfiorato le 20mila presenze, con qualche rallentamento del traffico in serata. A Padova il centro si è ben presto popolato per una Pasquetta in città all`insegna del passeggio e delle visite ai negozi. Non solo e catene come Rinascente, Coin e Ovs, hanno alzato le serrande ma anche tanti negozi. Un`apertura a macchia di leopardo, soprattutto nella zona del liston. Hanno voluto rispettare le festività pasquali i due grandi marchi low cost della moda: lo svedese H&M e lo spagnolo Zara. In ordine sparso anche i centri commerciali: serrande su al Centro Giotto, abbassate al Brentelle e all`Ipercity. A Treviso mattina di Pasquetta con gran parte dei supermercati aperti: spese spesso limitate, ma flusso di clienti cospicuo e costante. In qualche momento si forma anche un po` di coda alle casse. Ne hanno approfittato i turisti, ma anche i cittadini. Con poche remore per le polemiche sul lavoro domenicale: «E perché mai? – chiede Franco Barbon – Ci sono tante categorie che lavorano le festività: negli ospedali, ma anche bar, ristoranti, tassisti, edicole, che non mi sembrano servizi essenziali». «Il fatto che anche quest`anno alcuni esercizi siano rimasti aperti rafforza la nostra iniziativa», commenta il coordinatore di Confesercenti Veneto Maurizio Franceschi, riferendosi alla campagna "libera la domenica" lanciata dall`associazione con l`appoggio della conferenza piscopale italiana. «Chiudiamo il 15 aprile – spiega Franceschi – Servivano 50mila firme, ne abbiamo raccolte 25mila solo in Veneto. È andata molto bene. Adesso ricorderemo ai parlamentari veneti l`impegno preso con noi prima delle elezioni: portare avanti questa iniziativa. La liberalizzazione degli orari attualmente in vigore in Italia non ha paragone in nessun`altra nazione dell`Unione europea. Le multinazionali aprono sì e no otto domeniche all`anno, quando va bene, nei loro Paesi d`origine. Dovrebbero imparare a rispettare le festività dei Paesi che li ospitano». I sindacati guardano già alle prossime date cruciali. Lo annuncia Adriano Filice, Filcams Cgil: «Le iniziative messe in atto nei giorni scorsi hanno avuto un forte riscontro da parte di tanti cittadini e di molte forze politiche. Adesso noi sindacati studieremo delle iniziative unitarie da adottare in vista del 25 aprile e primo maggio».

Domani la raccoltafinne per riconquistare il giorno in famiglia

Restituire la domenica alle famiglie. Questo l`obiettivo della raccolta firme promossa da Confesercenti e Federstrade, e appoggiata della Conferenza episcopale italiana. L`iniziativa «Libera la domenica» mira ad abolire la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali, introdotta dal decreto Salva Italia. Perché il lavoro di domenica, come ha ricordato l`arcivescovo di Campobasso-Boiano Giancarlo Bregantini (che presiede la Commissione Cei per i problemi sociali, la giustizia e la pace), «si traduce nella triste domanda di tanti bambini: mamma, ma neanche oggi stai con me?». È per questo che domani, sui sagrati di molte parrocchie in tutta Italia, si raccoglieranno le firme per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare che restituisca alle Regioni la potestà di disciplinare i calendari di apertura in base alle esigenze di ciascun territorio. Una richiesta spinta da motivazioni etiche e sociali (ridare dignità al lavoro e unità alle famiglie), ma anche economiche. Pronta l`adesione di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, oltre ad alcune Regioni come Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana. Le domeniche aperte, ha sottolineato il presidente di Confesercenti Marco Venturi, «non hanno incentivato i consumi, hanno favorito la grande distribuzione trasferendo verso di essa quote di mercato degli esercizi piccoli e medi e hanno messo in ginocchio un settore già fortemente minacciato dalla crisi». L`obiettivo dell`iniziativa non è quello di vietare aperture festive e domenicali ma di renderle compatibili con effettive esigenze di imprenditori e consumatori. Parlano i numeri: alla fine dell`anno i consumi delle famiglie saranno calati del 2,2% e, stando al monitoraggio realizzato da Regione Veneto e Unioncamere Veneto, per il 70% degli operatori della grande distribuzione la crescita dei costi non sarà compensata da un aumento delle vendite.
Non è una tragedia, « lo so, ci sono problemi più grandi. Ma provate a immaginare di non passare una
giornata tutti insieme nella vostra casa, con la vostra famiglia, da sette anni, agosto escluso. Non si muore, certo, ma si sta male». Ersilia fa parte, suo malgrado, di quell`universo rutilante e un po` paradossale dei "centri commerciali", quei colossi spersonalizzati "aperti tutte le domeniche" – come è scritto a lettere cubitali sulle facciate dei mostri architettonici, nelle grigie pianure che costeggiano le autostrade -. Anche lei, come tutti i fortunati mortali che hanno un posto fisso e temono di perderlo per una lamentela di troppo, dice e non dice, «se i capi leggono…». Da tre anni lavora tra i bancali e le casse in un Carrefour lungo la tangenziale di Milano. Poco distante gareggiano in gigantismo l`Ikea e Decathlon, tutti orgogliosamente "aperti la domenica". Bene (bene?) per le famiglie che, accantonate le passeggiate nei parchi della città o lo stupore di una notte stellata in pieno giorno al Planetario, portano i loro bambini a trascorrere la domenica sotto cieli molto più gelidi, punteggiati soltanto dai neon. «Magari non comprano niente – sostiene Ersilia, che la domenica mattina quando è di turno esce senza svegliare il marito e le due bambine – ma molte famiglie vengono lì per pranzare, perché nei bar o nelle tavole calde all`interno costa meno che cucinare a casa». Dopo c`è solo l`imbarazzo della scelta, tra gli articoli di elettronica per lui, la moda per lei, i negozi di giocattoli per la prole. E poco importa se la crisi impone il risparmio, «alla fine qualcosa spendi sempre. Certo però è una tristezza». Lo è per quei bambini che a sera, finita la scorpacciata di "second life", faticano a rientrare nel mondo vero, sono stanchi, nervosi, a tutto pensano meno che ai compiti per il lunedì. «C`è qualcosa che non va in tutto questo – insiste Ersilia – e non solo per noi dipendenti, costretti a lavorare proprio quando il marito è a casa, ma anche per quei ragazzini, che non riconoscono più un animale da cortile o una pianta di zucchine. Mio marito e le bambine la domenica vanno dai nonni e li aiutano nell`orto… Ma spesso io non ci sono e gli anni passano». In viale Padova a Milano il bar gestito dai cinesi non si concede pause. Il mondo si è capovolto da quando, mesi fa, i vecchi proprietari sardi hanno dovuto vendere e i nuovi padroni, venuti dal lontano Oriente con una valigia di soldi più che di sogni, li hanno assunti. Umberto e Franca, 65 e 61 anni, avevano sempre fatto riposo la domenica, ma ora devono stare alle regole altrui. «Alla nostra età è ben triste. Nostro figlio con la moglie e il bambino vivono in Liguria e nel fine settimana andavamo a trovarli – raccontano i due coniugi -, ora non sarà possibile fino a febbraio, quando avremo qualche domenica libera. Staremo insieme a Natale, ma non è la stessa cosa, senza continuità non vedi il tuo nipotino crescere e ti perdi le cose belle della vita. Si dirà che non basta la domenica a cambiare le cose, ma invece è così, lo tocchiamo con mano noi: da ferragosto non ci siamo più visti». Il lavoro domenicale, invece, è «indispensabile» per Liliana, 35 anni, single e una figlia di 15. Liliana lavora nel reparto macelleria di un`Esselunga nel Varesotto, naturalmente aperto tutte le domeniche, «ma solo al mattino». Per lei, che accudisce il padre malato di tumore e devepagare la badante, sono straordinari che la aiutano a reggere le spese, ma anche l`ostacolo per tentare di rifarsi una vita normale: «Quando gli altri sono a casa, io lavoro. Impossibile anche stare accanto a mia figlia». Ancora Esselunga ma a Milano, in viale Zara. Qualche malumore, perché «tra poco, a dicembre, faremo le
domeniche anche qui, ma a noi va bene: in viale Jenner e in via Suzzani le fanno tutto l`anno e per tutto il giorno», raccontano due ragazzi in camice azzurro. Gallarate (Varese), struttura di accoglienza per anziani e disabili. Carla Boninsegna è psicomotricista e di lei la domenica c`è sempre bisogno, «ma anche il sabato fino alle 18. Capisco che non per tutti questo è un problema, ma per me andare a Messa è fondamentale e io non posso farlo. Come si risolve un`esigenza che è esistenziale, legata a un discorso di fede? Qualcuno ha mai pensato a questo aspetto?».

Susanna Tamaro.
Domenica prossima, nelle piazze italiane, avverrà una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti e Federstrade. L’obiettivo è l’abolizione della liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali, rimandando alle Regioni la possibilità di decidere in base alle esigenze locali. Il decreto salva Italia introdotto un anno fa non ha prodotto, infatti, i benefici sperati. Secondo il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, 80.000 imprese sono destinate a chiudere con una perdita di più di 200.000 posti di lavoro. A dar retta agli studi di settore, solo il 3,12 della popolazione ha fatto acquisti la domenica ed è chiaro che solo i grandi centri commerciali possono reggere un simile impegno a scapito delle imprese più piccole e dei negozi familiari.

Accanto a questa iniziativa, si affianca la protesta dei lavoratori del commercio che hanno dato via al gruppo «Domenica, no grazie!». È un movimento nato dal basso, in Toscana, che si sta diffondendo in tutta Italia. Contrariamente a quello che si potrebbe supporre, infatti, queste aperture domenicali non portano vantaggi economici per i lavoratori, come emerge dalle molte testimonianze riportate nel loro sito. Lavorano di più con una paga, in proporzione, minore del dovuto. Naturalmente, esistono delle categorie che, a rotazione, operano anche la domenica: le forze dell’ordine, gli infermieri, i medici, i pompieri, i vigili del fuoco — tutte le realtà che sono necessarie al funzionamento della società. Non credo però che queste funzioni possano venire omologate a quello dello shopping festivo. Shopping che, in questi tempi di profonda crisi, si trasforma soprattutto in un frustante looking.

Queste proteste ci spingono a riflettere su cosa sia davvero la domenica, che senso abbia — o meglio aveva — questa interruzione del tempo che tutte le civiltà riconoscono come fondamentale e necessario per l’essere umano. Se ritorno alla mia infanzia e penso alle domeniche — quelle degli anni Sessanta in città — la prima sensazione che mi viene in mente è la noia. Non appartenendo a una famiglia religiosa, non c’era neppure il rito della messa; il tempo scorreva lentissimo e gli unici diversivi in cui noi bambini potevamo sperare era un pranzo dai nonni o un eventuale cinema nella rumorosissima sala di quartiere. Domenica voleva dire stare sdraiati sul pavimento a guardare il soffitto, aggrapparsi a un fumetto o a qualche gioco tra fratelli. La televisione era ancora assente dalle nostre vite o, anche se c’era, rimaneva spenta in salotto. Domenica dunque era soprattutto silenzio, rotto, nel pomeriggio, dall’ossessivo gracchiare delle radio dei vicini che trasmettevano le cronache delle partite.

Negli anni 80, quando già vivevo a Roma, passavo spesso le domeniche con Alberto Moravia. Andavamo in giro in macchina per la città, parlando del nostro argomento preferito: gli animali. Succedeva soprattutto d’inverno, quando le giornate erano grigie e corte. Ad un certo punto, lui sospirava rumorosamente, dicendo: «Je m’ennuis» ed io pronta rispondevo: «Moi aussi». Ma quella noia non era che un primo stato d’animo di quella improvvisa diversificazione del tempo perché, sotto la noia, covava in realtà il tizzone ardente dell’inquietudine. Quando penso al nostro mondo, un mondo che non si ferma mai, che vuole costringerci a non fermarci mai, penso a un mondo in cui non c’è più spazio per l’inquietudine costruttiva. E che cos’è l’inquietudine se non la spinta a muoversi, a cercare, a interrogarsi, ad andare sempre avanti, senza accettare passivamente il presente? Senza questa dilatazione infinita di tempi morti non si sarebbe mai sviluppata l’arte e neppure la scienza perché l’immaginazione — che sta alla base di entrambi i processi — esiste e si sviluppa soltanto nel momento in cui irrompe una diversa concezione del tempo.

È sempre noia quella che spinge folle di persone a invadere i centri commerciali, la domenica. La noia e l’imbarazzo di avere un tempo interno che ormai si è incapaci di gestire. Ma questo tipo di noia è sterile, perché, anziché aprirsi all’inquietudine e dunque alle domande, trova un immediato anestetico nella compulsione dell’acquisto. Una compulsione che non è molto diversa dal supplizio di Tantalo: appena si riesce a tacitare la paura del vuoto con un nuovo oggetto, subito ne compare un altro davanti ai nostri occhi, altrettanto urgente e allettante, in un moto di perpetua frustrazione. Alla base della disperazione attuale — questa disperazione cupa, distruttiva, che prende sempre più spesso il volto della depressione, dei pensieri ossessivi e degli attacchi di panico — c’è il totale smarrimento del senso della diversità temporale. Se il nostro tempo, il tempo della nostra vita, è solo quello del consumo, del possesso, dell’essere continuamente distratti da cose che ci chiamano fuori e che ci definiscono attraverso l’avere, quando la vita a un tratto irrompe con dimensioni diverse — quella della malattia, dell’imprevisto, della morte — rimaniamo preda di un addolorato stupore. Non sappiamo più come affrontare questi eventi perché abbiamo smarrito la capacità di riflettere sul senso e sulla complessità della nostra vita.

Nel nostro Paese, ossessionato dall’antagonismo clericale/anticlericale dovuto alla presenza della Chiesa, si tende a pensare che il rispetto del giorno di riposo sia un anacronistico piegarsi alle esigenze delle gerarchie vaticane, come se la domenica fosse esclusivamente un tributo dovuto ai preti. Che tragico errore! La domenica non è per i preti, ma più semplicemente lo spazio in cui l’uomo può realizzare il suo radicamento. Non a caso, nella laicissima Olanda, come in Francia, in Belgio, in Germania, in Spagna, i negozi restano rigorosamente chiusi la domenica. Sanno bene, infatti, questi Paesi non confessionali che il giorno di riposo è un’occasione per stare insieme, per creare relazioni, per costruirle. È il momento, per i genitori, di fare qualcosa con i figli, per gli amici, di stare insieme, per tutti noi, il tempo da dedicare a quelle piccole cose che fanno la nostra vita ricca e unica e che negli altri giorni non abbiamo mai il tempo di fare. Il tempo sospeso del non acquisto ci apre all’incontro con l’Altro. L’Altro da noi e l’Altro in noi. E solo quest’apertura sull’altro è in grado di dare un respiro diverso ai nostri giorni.

Ricordo che negli anni 80, quando ero in Israele, avevo organizzato una gita con degli amici per andare a vedere dei grifoni sulle alture del Golan. Siamo partiti di venerdì pomeriggio ma ahimè sul raccordo di Haifa, vicino alle grandi raffinerie, la nostra scassata macchina ci ha abbandonato. Forse anche lei aveva deciso di rispettare il sabato. Così abbiamo passato una notte e un giorno accampati sotto i piloni di cemento mangiando scatolette, parlando della vita e della morte e aspettando il successivo tramonto. Proprio lì, in quel luogo poco idilliaco, mi sono venute in mente le parole — che poi ho messo in Per voce sola — con le quali un nonno aveva spiegato a un bambino il significato del sabato. «Il sabato è importante perché vedi tutto con occhi doppi, vedi le cose come appaiono e come sono in realtà». Non è di questi occhi forse che abbiamo bisogno? Far tornare la domenica un giorno di silenzio, di riposo della mente e del corpo, di possibilità di stare insieme non sarebbe forse un importante segno per invertire la rotta, rimettendo la ricchezza dell’umano alla base della nostra civiltà?

CAMPOBASSO. Continua la mobilitazione in vista dell`iniziativa che domenica 25 novembre vedrà nelle piazze e davanti alle chiese i banchetti per la raccolta di firme contro l`apertura domenicale di negozi e ipermercati. Promossa dalle associazioni Federstrade, Commercio Attivo, Confesercenti e dai sindacati di categoria (Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs), ha raccolto anche l`adesione della Cei. Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della conferenza episcopale e arcivescovo di CampobassoBoiano, ha ribadito, nel corso di una conferenza stampa, che «l`apertura domenicale deve essere l`eccezione, non la regola» e sottolineato anche che in molti Paesi i negozi la domenica restano chiusi. L`obiettivo principale della raccolta di firme è l`abrogazione della legge che lo scorso anno ha liberalizzato gli orari di apertura degli esercizi commerciali. «E non è una battaglia per la Messa», ha tenuto a precisare Bregantini in risposta alle critiche di chi vorrebbe poter fare la spesa sempre, senza tener conto che dietro banconi e casse e nei magazzini ci sono padri e madri che vorrebbero passare la domenica in famiglia, come è giusto che sia. L`arcivescovo ha poi elencato i motivi principali a sostegno della battaglia contro l`ingiusta legge: le persone hanno innanzitutto bisogno di riposo; una mamma che deve lavorare, inoltre, non può stare con i figli nell`unico giorno in cui sono a casa; infine, la liberalizzazione non ha dato benefici e i negozi sono sempre in difficoltà. «Per questi tre motivi ha concluso Bregantini – chiediamo un ripensamento della legge. Non chiediamo che i negozi siano sempre chiusi, ma che vengano regolamentati. La competenza torni a livello locale, in modo che la decisione sulle aperture venga presa solo di fronte a necessità concrete». Dal canto loro i promotori dell`iniziativa puntano a raccogliere «50mila adesioni» e hanno annunciato la pubblicazione imminente di un libro con centinaia di testimonianze di persone, commercianti e commesse che spiegano le loro ragioni a sostegno della domenica libera.

Boicottaggi, volantini e “liste bianche” dei negozi che rispettano la festa

PADOVA, parrocchia del Buon Pastore, quartiere Arcella, zona difficile. In canonica Rita, catechista con grinta, fotocopia i “moduli di boicottaggio” da far firmare ai parrocchiani, domenica prossima, all’uscita da messa. C’è scritto: «Mi impegno a non andare a fare la spesa di domenica, per non sostenere con i miei consumi l’apertura dei centri commerciali nei giorni festivi». Scusa Rita, e se mi manca il burro? «Bussa alla porta del vicino. Così magari ti fai anche un amico».
La sfida è partita. Un’intera diocesi, una delle più grandi d’Italia e forse la più solida, quella di Padova, la città del Santo, si mette in marcia contro il furto del giorno del Signore. Con la benedizione del vescovo Antonio Mattiazzo. E senza timore di usare quella parola così forte: boicottaggio. Sette mesi di campagna all’insegna delle «tre R: Relazioni, Riposo, Risorto», tutte le parrocchie e le associazioni mobi-litate.
Non è più la solita predica. Fin dal Vaticano Secondo la protesta della Chiesa contro il lavoro domenicale non necessario è severa, non c’è Papa che non l’abbia ribadita dal più alto soglio, ma questa volta si passa dalle parole anche illustri ai fatti, minuti e probabilmente efficaci. La raccolta di impegni individuali firmati di boicottaggio è solo il primo. Poi le parrocchie compileranno “liste bianche” di negozi che rispettano la festa, le affiggeranno sui sagrati, le pubblicheranno nei bollettini, le contrassegneranno con adesivi da esporre in vetrina invitando i fedeli a fare spesa solo lì. Poi le cattedrali della fede beffeggeranno le cattedrali dei consumo esponendo sulla facciata lo striscione polemico: “Questa chiesa è aperta anche alla domenica”. Poi i giornali diocesani, con un certo sacrificio economico, rifiuteranno inserzioni pubblicitarie di negozi che non rispettano il riposo domenicale. «La cosa più difficile sarà convincere il rettore del santuario di Sant’Antonio a chiudere il negozio di souvenir alla domenica, ma se non diamo noi il buon esempio… », sorride padre Adriano Sella sulla soglia della cappellina di san Giuseppe Lavoratore, in piena zona industriale.
Ex missionario in Brasile, tornato in Veneto perché «ormai la terra di missione è qui», direttore della “Commissione diocesana per i nuovo stili di vita”, padre Adriano è l’uomo che ha ideato e coordina la mite ma decisa offensiva. «Non è una crociata contro i supermercati. È la riscoperta del valore del tempo del riposo, della famiglia, delle relazioni umane. La domenica non è l’ultimo giorno del weekend, e non è neanche soltanto il giorno del Signore, anche noi, Chiesa, dobbiamo evitare di riempirla di riti e cerimonie. Il giorno senza lavoro è una necessità primordiale, antropologica dell’uomo, non solo un comandamento del credente. Il riposo infrasettimanale non compensa nulla, perché ciascuno ha un giorno diverso e non ci si incontra più: mentre la domenica è della comunità,
è di tutti ed è assieme», spiega mentre guida sulle strade della provincia a distribuire il vedemecum di 24 pagine con le istruzioni dettagliate per la campagna e a incoraggiare le sue truppe disarmate.
Nell’anno 304 ad Abitène, oggi in Tunisia, 304 cristiani affrontarono il martirio al grido di «senza domenica non possiamo vivere!». Ai boicottatori dello shopping, padre Adriano chiede molto meno sacrificio ma più fantasia. E la trova. A Due Carrare Caterina, responsabile del patronato di San Giorgio, ha coinvolto l’amica professoressa Anna Chiara, e domenica si porta tutto il paese a passeggio tra le sconosciute memorie storiche della zona, l’abbazia di Santo Stefano, il ponte romano, la villa veneziana: «La gente scappa nei centri commerciali perché ha paura del vuoto della domenica. Bisogna offrire alternative ». A Cazzago Gianni Simonato, tecnico informatico, sta ridipingendo il vecchio circolo Acli: «Offriremo il caffè dopo la messa, per continuare a stare insieme », come si fa in certe chiese anglicane. In sala biliardi un monitor sempre acceso pubblicizza il boicottaggio. Qui la minaccia è seria, si chiama Veneto City, progetto di megacentro commerciale in piena campagna, «già adesso la domenica il paese si svuota, vanno tutti a Padova o a Mestre a fare spese, figuriamoci dopo». A Maserà, nella sua curiosa chiesa-pagoda, don Francesco Fabris è preoccupato: «Vengono le mamme commesse di negozio a chiedermi aiuto, “fate qualcosa voi, il sindacato ha già firmato l’accordo per il lavoro domenicale”, cosa posso fare per queste persone?». Il 4 marzo scorso a Padova le commesse sfilarono per strada con il codice a barre appuntato sui grembiuli per dire “la domenica non ha prezzo”. Bene, don Francesco farà qualcosa: domenica 18 metterà una tenda davanti alla chiesa per pubblicizzare il boicottaggio. Antonio fa il cassiere in un ipermercato di un grosso centro della provincia, «tre domeniche al mese obbligatorie, sto per sposarmi, penso ai miei figli: potrò stare con loro solo un giorno al mese?», allora ha organizzato un boicottaggio privato e controllato: ha imposto a parenti e amici di non farsi vedere da lui in negozio alla domenica, «qualcuno poi passa lo stesso, arrossisce e mi chiede scusa… «.
Battaglia difficile, Rita la catechista lo sa. «Vanno a fare shopping perché così anche la domenica possono evitare di parlare con altri esseri umani: parlano solo con le scatolette di pomodoro». Don Vlastio, il suo parroco, cerca di contenerla un po’: «Non dobbiamo colpevolizzare nessuno… ». Ma a sorpresa, la campagna che sta per partire conta già un convertito eccellente, nientemeno che il comandante del campo avverso, il presidente dell’Ascom di Padova Fernando Zilio, lui che per un anno ha bisticciato sui giornali locali con il vescovo proprio per le aperture domenicali, ma che si è ricreduto quando, con le liberalizzazioni del governo Monti, ha visto la potenza di fuoco delle grandi catene dell’“aperto ogni domenica!” abbattersi disastrosamente sul fatturato dei suoi “piccoli”, i negozi a conduzione familiare: «Aveva ragione monsignor Mattiazzo, ha visto più avanti di me. Qualche negozio nei centri storici, per il turismo, può anche aprire alla domenica, ma questo sistema non è giusto, e forse non rende neppure». Padre Adriano si attende molti altri folgorati sulla via dello shopping.

BOLOGNA. In migliaia hanno aderito alla protesta per dire no all`apertura indiscriminata di negozi, supermercati e centri commerciali in occasione della festa di Ognissanti. In Emilia Romagna,Veneto e Toscana le adesioni numericamente più significative. Ma anche in altre regioni le lavoratrici e i lavoratori del commercio hanno fatto sentire la loro voce. Banchetti, volantinaggi e manifestazioni. Sono state tante le iniziative per contestare l`abuso delle aperture illimitate nel commercio. La Filcams Cgil ormai da qualche anno sta portando avanti una battaglia contro la totale liberalizzazione degli orari e delle aperture commerciali. Il decreto Salva Italia, che ha eliminato qualsiasi restrizione, e la continua ricerca di incremento dei guadagni, hanno dato il via ha una totale deregolamentazione del settore, che non aiuta ne a migliorare i consumi, crollati a causa della minor disponibilità economica dei cittadini, ne contribuisce ad aumentare l`occupazione, come qualcuno cerca di sostenere; ma aumenta i costi per le imprese e aggrava le condizioni di vita e lavoro dei dipendenti del commercio. Come evidenziato dai dati Istat diffusi mercoledì, in cui è compreso anche il settore del commercio, continua ad aumentare il numero dei disoccupati, ma soprattutto diminuiscono gli occupati. «La deregolamentazione non è la soluzione alla crisi dei consumi e il continuo calo lo sta dimostrando», sostiene in un comunicato la Filcams Cgil. «Tra l`altro, al contrario di chi ipotizzava nuove assunzioni e incassi record, non è stato rilevato nessun aumento dell`occupazione e dei consumi; mentre le aziende anche per far fronte ai costi di gestione dovuti dalle aperture, hanno disdetto i contratti integrativi aziendali, nel tentativo, in alcuni casi, di ridurre le spese e le maggiorazioni al lavoro domenicale». Le proteste di lavoratrici e lavoratori del commercio non si fermeranno: «E indispensabile l`intervento delle istituzioni e di tutte le parti sociali coinvolte per definire una programmazione e pianificazione delle aperture domenicali e festive».

Negozi aperti il giorno di Ognissanti? No grazie. Sindacati e associazioni di categoria si schierano compatti contro le aperture, previste per oggi, dei centri commerciali. Ad alzare le barricate sono i rappresentanti dei lavoratori, che hanno organizzato delle iniziative di protesta in alcuni centri per lo shopping. LA PROTESTA. «Alla liberalizzazione delle aperture domenicali e festive senza regole non c`è fine: perché insistere a voler aprire anche in occasione delle festività religiose e laiche?», si legge nel volantino che verrà distribuito dai sindacati. «Le nuove disposizioni non hanno portato maggiore ccupazione, procurando anzi disagi sui turni di lavoro e peggiorando le condizioni di vita dei dipendenti. Tenere aperto il primo novembre non significa generare più consumi, perché stiamo vivendo in un momento di crisi». Floriano Zanoni di Filcams Cgil, Andrea Sabaini di Fisascat Cisl e Cesare Ierulli di Uiltucs Uil chiedono ai consumatori, alle istituzioni, alle forze politiche e alla comunità religiosa di alzare la voce, esprimendo la propria contrarietà: «Inoltre, invitiamo la grande distribuzione a fermarsi per riflettere, aprendo dei tavoli provinciali per una più responsabile programmazione delle aperture». A MACCHIA DI LEOPARDO. Se peri centri commerciali la sorte oggi è già segnata, spetterà invece al singolo commerciante decidere se tenere alzate le serrande della propria bottega in centro. «Ci saranno aperture a macchia di leopardo, come avvienela domenica, ma la nostra posizione è chiara», spiega Fabrizio Tonini, direttore di Confesercenti. «Noi siamo d`accordo con le organizzazioni sindacali: questa regolamentazione è un far west, che rischia di schiacciarei più deboli, mentre il mercato necessita di nuove norme e ben definite. Le aperture domenicali non aumentano i consumi, semplicemente li redistribuiscono». Sulla stessa lunghezza d`onda Nicola Baldo, vicepresidente di Confcommercio. «Il provvedimento sulle liberalizzazioni ha permesso di tenere aperti i negozi 365 giorni all`anno: noi lo dobbiamo rispettare, ma non ci piace e stiamo facendo il possibile per combatterlo», sostiene Baldo. DIRITTO AL RIPOSO. «I responsabili delle attività commerciali devono avere la possibilità di riposare, e così anche i dipendenti, altrimenti si rischia di non avere più una vita familiare serena. È vero che siamo in un momento di forte crisi, ma non è certo questo il modo per far aumentare i consumi: l`unica soluzione è rimettere i soldi nelle tasche dei consumatori».

Firenze – SCIOPERO per l`intera giornata del 1° novembre. Sciopero per dare la facoltà di restare liberamente a casa a quelle commesse e quei commessi che per contratto sono obbligati a lavorare nei giorni di festa, basta che il negozio decida di restare aperto. Sciopero perché finalmente chi lavora d`abitudine la domenica possa godersi una festa in pace con figli, famiglia, amici: che non è la stess a co sa di recuperare il riposo in un qualsiasi altro giorno della settimana. Così sostengono i sindacati concordi. Lafermatainfatti è stata dichiarata da tutti, dalle segreterie regionali diFilcams Cgil, Fisascat Cisl e Ultucs Uil. Servirà, spiegano, sia a tutelare i commessi che a rafforzare, allargandola all`intera Toscana, la protesta partita inizialmente dalle medesime sigle sindacali di Firenze. Ma lo sciopero di giovedì prossimo non è destinato a restare senza seguito. Sarà il primo atto della riapertura dellalunga e mai sopita battaglia dei sindacati dei commessi sulle aperture domenicali e festive, quella che chiamano «una sciagurata e inutile liberalizzazione che sta portando i lavoratori del commercio all`esasperazione. Senza peraltro far salire né fatturati, né vendite, né occupazione», come dice la segretaria Filcams Cgil fiorentina, Barbara Orlandi.
I SINDACATI adesso proclamano lo sciopero. Poi, però, chiedono aRegione, Province e Comuni di riaprire la discussione con loro e con le associazioni del commercio «per ristabilire regole e calendari di apertura». Cosìnonva, dicono. Erano già sul sentiero di guerra a causa dei tagli fatti alle feste comandate per cui ormai nei centri storici e turistici i negozi restano aperti sempre, tranne Natale, Santo Stefano e primo dell`anno. «Ma già per il 2012 circolano voci di una possibile apertura anche il 26 dicembre e, se così fosse, ovviamente saremmo obbligati a dichiarare di nuovo sciopero», spiega Orlandi. Ma, dopo la protesta per le feste «scippate«, il colpo di grazia lo ha dato la liberalizzazione domenicale del governo. Ora, dopo mesi di esperienza, i sindacati riprendono a ribellarsi come già avevano fatto all`inizio. «Tutti aperti e tutti chiusi dentro» è lo slogan sindacale di Ognissanti. E` una risposta polemica a chi vorrebbe, il 1° novembre, aprire i negozi e chiuderci dentro i commessi. Lo sciopero li farà uscire: «Oltretutto lavorerebbero a vuoto: chi entra nei negozi nei giorni di festa curiosa manon compra». I sindacati attendevano con impazienza il prossimo 7 novembre quando la Corte Costituzionale avrebbe dovuto pronunciarsi sul ricorso della Regione contro la liberalizzazione del governo. Ma la seduta è stata rimandata. Dunque non si può aspettare, è il ragionamento, bisogna agire anche senza sentenza. Perché comunque, ragionano i sindacati del commercio, le istituzioni locali possono e devono riprendere in mano la faccenda, devono rivendicare il loro ruolo di istituzioni cui competono le materie del commercio: «Per trovare insieme a noi e le associazioni di categoria un accordo in cui si regoli e si programmino gli orari e le aperture». La deregulation attuale, invece, non serve. «Perché – spiega Orlandi è una giungla della competizione. Ci sono commesse e commessi che lavorano anche tutte e domeniche dell`anno e per soli 15 euro di maggiorazione. E soprattutto vengono avvertiti il giorno prima, non sanno mai come programmare la propria vita. E` una situazione intollerabile». Oltre che inutile, sostengono Cgil, Cisl e Uil: «L`ultimo anno di eterne aperture ci consegna un bilancio senza aumenti di vendite e di fatturati. La grande distribuzione non ha aumentato l`occupazione come inizialmente si era detto e i piccolinegozi stentano a tenere il passo con orari imposti da una sfrenata concorrenza».

Renato Rocca Docente di Marketing all`Università Cattolica di Milano <<Sicuramente ci sono alcune esigenze particolari da parte dei clienti che, per esempio, vogliono andare a fare la spesa dopo cena, magari per poi avere libero il fine settimana. Da questo punto di vista c`è già stata un`estensione degli orari, soprattutto nelle grandi catene commerciali. In linea generale», afferma Renato Fiocca, docente di Marketing all`Università Cattolica di Milano, «è giusto che l`offerta si adegui alla domanda e non ci vedo nulla di male se anche da noi qualche punto vendita, come avviene già in molte città all`estero, tenta l`esperimento dell`apertura notturna». «Tuttavia», spiega, «la grande distribuzione potrebbe usare un po` più di fantasia per venire incontro alle esigenze dei propri clienti e soddisfarne le aspettative. L`apertura anche la domenica e nei festivi o 24 ore su 24 non è certo la più originale. Per esempio», prosegue, «ìn pochissimi negozi italiani, a parte qualche eccezione, ci sono asili nido attrezzati per accogliere i bimbi piccoli mentre i genitori fanno la spesa. Sarebbe una soluzione che faciliterebbe molto le famiglie. Quanto al problema della sicurezza dei lavoratori, avanzato in questo caso da alcuni sindacati, bisogna ricordare che già oggi molte persone lavorano nei negozi delle stazioni ferroviarie che chiudono a mezzanotte e riaprono alle cinque.
Di fatto, lavorano di notte. Oppure», conclude, «basti pensare a chi lavora nel pronto soccorso degli ospedali o nelle stazioni di servizio in autostrada».

« Da tempo, ormai, sugli orari la grande distribuzione ha forzato la mano. Adesso», afferma Graziella Carneri, segretario generale della Filcams Cgil, «il decreto "Salva Italia" varato dal Governo consente di stare aperti sette giorni su sette, mentre in passato c`erano dei paletti. Qualche catena ha prolungato gli orari serali. Il Carrefour Express di piazza Principessa Clotilde a Milano ha deciso di stare aperto tutta la
notte con due persone che coprono la fascia oraria fino a mezzanotte e altre due che lavorano fino al mattino. Occorre precisare che noi non abbiamo fatto nessun accordo con l`azienda che ci ha comunicato la decisione presa». «In ogni caso», spiega Carneri, «sono assolutamente contraria perché non credo affatto che ci sia l`esigenza da parte dei cittadini di fare la spesa alle due di notte. Si tratta
più che altro di un cambiamento di costume. I lavoratori del settore commercio, peraltro, sono quelli che più di tutti, anche con contratti part-time, si sono resi disponibili in questi anni alla massima flessibilità per venire incontro alle esigenze dei clienti e alle aperture straordinarie decise dalle aziende. il lavoro notturno è una questione da maneggiare con cura. Va bene dove c`è un`effettiva necessità, come
ospedali o aziende che hanno un ciclo continuo di produzione. In tutti gli altri casi è meglio andare molto cauti e utilizzarlo solo dove e quando serve».

Nella prima Festa dei Lavoratori in cui tutti i negozi potranno aprire, ovviamente se lo vorranno, si moltiplicano gli appelli a non alzare le serrande. Lo fa ad esempio Valter Giammaria, presidente di Confesercenti: «Chiediamo ai nostri associati di chiudere i negozi, perché non è vero che più si sta aperti e più si incassa. C`è la crisi. Noi siamo per il rispetto delle festività religiose e civili ed è assurdo che siamo gli unici in Europa a stare aperti 365 giorni all`anno. Vorremmo che a Roma e in Italia si ritornasse alle buone regole». Giovanna Marchese Bellaroto, responsabile di Cna commercio, sostiene che le aperture liberalizzate costringeranno i negozianti a sottrarre tempo alla famiglia e preannuncia un ricorso all`Autorità sulla concorrenza. Giuseppe Roscioli, presidente di Confcommercio, afferma
che la liberalizzazione degli orari «va solo a favore delle grandi strutture». Dai sindacati la Filcams Cgil conferma la sua contrarietà all`apertura e preannuncia proteste in molte città, Roma compresa.
Consumatori: sì allo shopping. In attesa di vedere oggi quanti negozi e supermercati decideranno di aprire (nei centri commerciali ci sono posizioni differenti), il Codacons si schiera invece a favore delle aperture nei giorni festivi. Dice Carlo Rienzi: «In base alle nostre stime, il 90 per cento dei cittadini si dice d`accordo sul mantenere gli esercizi aperti, e la metà di questi non esclude di poter effettuare shopping e qualche acquisto. La verità è che in un momento di forte crisi come quello attuale, con i piccoli negozi che fanno fatica ad arrivare a fine mese, occasioni come queste sono più che ghiotte. Le famiglie nei giorni di festa escono, girano per le strade, consumano fuori casa e fanno quegli acquisti che nei giorni feriali vengono solitamente rimandati». Vademecum dei trasporti. Per quanto riguarda l`analisi degli altri servizi assicurati nella giornata di oggi, una parte importante va dedicata ai trasporti, anche alla luce delle chiusura al traffico dell`area di San Giovanni per il concertone.

Negozi aperti o chiusi di domenica? Facile dire: è un problema per le grandi città e per quelle con una vocazione turistica. Nel 1900 la popolazione urbana del mondo rappresentava il 10% del totale e nei cinque continenti, contava circa 150 milioni di cittadini. Da tre anni, nelle città del pianeta abitano il 50% degli esseri umani e, secondo stime attendibili, si tratta di circa 5 miliardi di anime. Attualmente, 22 città superano gli 11 milioni di abitanti. Tra dieci anni, Tokyo e Bombay supereranno i 27 milioni. Già oggi, come in un prossimo futuro, chi vorrà testimoniare e annunciare Cristo non potrà dispensarsi da alcuna forma di “modernità” perché antistorico e, quindi, antievangelico. E il bello dell’antropologia sociale è proprio questo, prevedere i cambiamenti materiali delle culture da piccoli segni che ne anticipano le crisi strutturali.
Per dirla meglio: per la secolarizzazione della società italiana ha fatto più il cattolico Andreotti quando a metà anni Settanta sfoltì il numero delle feste religiose (per motivi di finanza pubblica: anche allora, la crisi economica motivava tutto) riconosciute dallo Stato, ottenendo anche il silenzio del Papa (che tacque, si disse in giorni agitati dal terrorismo, “pro bono pacis”) che i tanti laiconi che in quegli anni (la citazione è di Longanesi) cercavano la rivoluzione e trovavano il benessere.

Fa dunque sorridere il silenzio dei bravi cattolici che, nel segreto della fiera delle carriere di Todi, sembrano aver perso la parola a favore di un incantamento economicistico che sta facendo a pezzi anche la domenica degli italiani, un residuo pezzetto ancora intatto dell’identità del popolo: la forbice dei nostri connazionali che, ogni settimana, osservano il precetto festivo varia tra i sette-dodici milioni. Una delle dispute tra Gesù e i farisei riguarda proprio lo shabbat, giorno sacro degli ebrei e che i cristiani, agli inizi del secondo secolo, sostituirono con la domenica. Lo shabbat era regolato da norme talvolta infrante da Gesù e dai suoi discepoli. I farisei infatti rimproverano severamente a Gesù di fare guarigioni proprio durante il giorno sacro. Noi conosciamo la sua risposta da Luca 6,7:«Domando a voi: è lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?». In un’altra occasione i farisei fanno osservare al Signore come, avendo insieme ai suoi discepoli sradicato spighe di grano per nutrirsene, avessero violato la legge dell’astensione dal lavoro nel giorno festivo. E questa volta è Marco 2, 27-28 a consegnarci la risposta di Gesù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è il signore anche del sabato». Qui Gesù lascia intendere il grande enigma della sua identità profonda: si presenta come più grande di Mosè, colui al quale Dio aveva rivelato la legge, ma spiega anche qualcosa di molto attuale nella nostra società multiculturale.
Egli proveniva dalla Galilea dove la sua famiglia ebrea viveva in un contesto fortemente abitato da non ebrei, e dove era dunque facile rinchiudersi nel proprio particolarismo. Eppure, secondo il Cristo, i regolamenti religiosi non devono ostacolare la gioia del vivere ma, al contrario, sostenerla e guidarla verso una giusta relazione con Dio e con i fratelli. Come ricordato anche dai vescovi italiani, l’interpretazione della legge religiosa dovrebbe essere interiore, personale e responsabile e non un’obbedienza servile fatta di paure e scrupoli. La domenica non va sacrificata all’imperante legalismo economicistico, «altrimenti si perde di identità e coesione: non solo la famiglia non ha più tempo per sé, ma la società non diventa più efficiente e produttiva, ma meno coesa, più agitata e nevrotica», così il giorno di Pasqua, nella sua omelia, il cardinale Bagnasco ha detto ai suoi fedeli genovesi, riferendosi a chi vorrebbe trasformare la domenica in giorno di lavoro ordinario, quindi anche al manipolo di devoti del governo, ed ha così continuato: «come cristiani, non possiamo fare a meno della domenica, giorno del Risorto…in questo santo giorno l’uomo si riposa dal lavoro, la famiglia si ritrova con tempi distesi, i cristiani partecipano alla liturgia eucaristica, la società cresce».
Le parole che nelle esortazioni vescovili ricorrono sono “lavoro” (quindi diritti del lavoratore), “famiglia” (quindi politiche a sostegno), “partecipazione” (dunque libertà di realizzarsi non solo come cittadino ma anche come credente, sportivo, turista…), e “crescita sociale” (quindi interscambio tra individui e gruppi diversi). Facile gridare “valori non negoziabili” quando si contano i numeri dei ginecologi obiettori di coscienza e quello dei farmacisti che non vendono medicine condannate all’ostracismo. Ma quando si tratta di tutelare la vita quotidiana e ordinaria, chi grida?

Milano – L´eco dei tamburi che arriva dal corteo incuriosisce le commesse: e loro, con discrezione, si affacciano dagli ingressi delle boutique del lusso. Voglia di essere alla manifestazione? Domanda imbarazzante. Molte glissano, solo qualcuna osa: «Certo che sì, ma con i tempi che corrono devi pensare a conservarti il posto di lavoro».
In centro e nel quadrilatero della moda, ma anche in corso Vittorio Emanuele e nelle strade più commerciali di Milano, i negozi sono quasi tutti aperti. L´appello del sindaco a tenere la saracinesca abbassata per celebrare la Liberazione, sostenuto anche da Confcommercio, è caduto per lo più nel vuoto. Pisapia stesso l´ha presa con filosofia: «Tanti negozi aperti? Non mi sembra proprio. Speriamo comunque che, percentuali a parte, col tempo si possa trovare una convergenza». In centro ha prevalso la logica del business: «Le boutique vanno aperte per accogliere gli stranieri» ricorda Guglielmo Miani, presidente dell´Associazione di via Montenapo. La strada del lusso ha fatto il pieno di negozi aperti, ma il bar Cova ha dato forfait: mentre il corteo attraversava il centro, niente tè con pasticcini nel salotto buono di Milano. Grande afflusso di gente nelle boutique ma in realtà pochi sacchetti griffati all´uscita, il vero termometro dello shopping.
Diverso il panorama in corso Vittorio Emanuele, dove Cgil, Cisl e Uil distribuivano volantini per boicottare gli acquisti. Un´operazione sostenuta anche dal segretario generale Susanna Camusso, che ha fatto un rapido blitz fuori dal corteo per dare il suo sostegno. E la segretaria di Filcams-Cgil, Graziella Carneri, commenta: «Non tutti hanno raccolto l´appello ma il dibattito, che è culturale prima che commerciale, è aperto». Paolo Croce, autotrasportatore di 55 anni con un volantino in mano, semplifica a modo suo: «Qui vogliamo fare gli americani con i negozi aperti tutto l´anno, ma siamo in Italia. E il 25 aprile va celebrato con i negozi chiusi». Un appello rimasto inascoltato anche in corso Buenos Aires: clima da sabato pomeriggio, praticamente tutte le serrande alzate. «Chiudere significa dirottare la gente fuori città, verso il Fiordaliso e il Vulcano» dice Gabriel Meghnagi, presidente di AscoBaires. E Salvatore Ricotta, 22 anni, che insieme al fratello gestisce un negozio di calzature, sottolinea: «Questa è una festa importante, ma noi dobbiamo affrontare spese per sostenere l´azienda. Un giorno in più o in meno incide sul fatturato». E Laura, 28 anni, che si gode lo shopping con la madre, aggiunge: «Le festività in Italia, tutte, ormai sono poco sentite». Non la pensano così Paola e Valentina, precarie: «Meglio chiudere, anche per rispetto dei commessi». Molti dei quali, però, sono lì proprio per ricevere compensi maggiorati.
Fuori dai distretti del grande shopping, però, si va subito sottotono. Come in corso Vercelli e in Magenta: a parte Coin, Stefanel e Benetton, molti negozi storici non hanno aperto. Chiusa Ercolessi, la famosa rivendita di penne, così come la boutique Via Tivoli. Normale giornata di lavoro, invece, per il camiciaio Gemelli: «Noi rendiamo viva la città, è assurdo chiederci la chiusura» dice il proprietario Sergio Gemelli. Che ammette: «Le vendite sono inferiori alla media, la gente è partita per il ponte». Commesse all´opera anche nella boutique Mortarotti, ma, assicurano, «resteremo chiusi il primo maggio». Scenario simile in corso XXII Marzo. Dove uno dei pochissimi aperti è Libero Milano, abbigliamento: «Non chiudiamo mai, le festività non ci interessano. Vendiamo e l´azienda va bene».

I sindacati contrari all`apertura dei negozi per oggi e il primo maggio. Appello al Quirinale

ROMA – Aria di ponti vacanzieri, tra 25 aprile e primo maggio. Ma lo shopping di turisti e residenti è a rischio. Un conto è aprire la domenica, un altro nelle feste consolidate, in primis quella dei lavoratori, dicono gli impiegati del settore del commercio. Così da Milano a Roma, da Firenze a Venezia, incrociano oggi e martedì prossimo le braccia (e fanno abbassare le serrande) le commesse e tutti gli addetti al commercio. Almeno quelli che aderiscono alla protesta nazionale dei sindacati di categoria di Cgil, Cisl, Uil, da sempre con- trari ai turni no-stop degli addetti del settore. Oltre alla Capitale e Milano, anche Torino, Modena, Reggio Emilia, Bologna e tutte le province di Abruzzo, Veneto e Toscana, sono le principali zone dove verrà messa in atto la protesta, In molte città i sindacati hanno organizzati anche presidi, per affermare «il diritto dei lavoratori di onorare le festività e di non essere più considerati impegnati in un servizio essenziale», afferma la Filcams. Che aggiunge: «Le aperture in queste giornate di festa non danno neppure una spinta ai consumi, vista l`assenza di una concreta politica per la crescita». Alcune regioni e associazioni si sono schierate a fianco dei lavoratori, a dispetto delle recenti liberalizzazioni che sanciscono invece saracinesche sollevate per tutti, città d`arte in testa. Le aperture dei negozi per queste festività hanno addirittura motivato un appello al presidente della Repubblica, a cui si rivolge il capogruppo Pdl in Consiglio del Veneto Dario Bond perché bacchetti «la grande distribuzione che calpesta la Carta Costituzionale tenendo aperti gli ipermercati il 25 aprile e il 1 maggio». Ma contro chi vuole mettere paletti allo shopping insorge il popolo di Twitter che invoca «libertà di shopping nel giorno della Liberazione». «I sindacati invitano a boicottare i negozi e i supermercati aperti domani. E io andrò a fare la spesa», scrive uno dei promotori. «Quando il consumo diventa ribellione, vado anch`io», risponde subito un altro. Seguito davvero da tantissimi.

MILANO – Contro la fame di fatturato, poco possono gli scioperi (anche quelli unitari). E ancora meno effetto hanno gli accordi tra municipalità e parti sociali per convincere i negozi a tenere chiuso nelle feste comandate. Alla fine le saracinesche ubbidiscono solo alle esigenze di bilancio. E se c`è qualche speranza di far scontrini, tutti dietro il bancone. Questa la morale di quanto sta avvenendo a Milano. Confcommercio e Confesercenti hanno firmato un`intesa con il Comune. Primo punto: negozi chiusi il 25 Apiile, il Primo Maggio e in altre sei festività, laiche e religiose. Solo Federdistribuzione, che rappresenta i supermercati, non ha dato l`assenso. In teoria, di conseguenza, oggi dovrebbero tenere aperto solo iper e centri commerciali. Ma le dichiarazioni d`intenti dei piccoli commercianti delle principali vie intorno al Duomo lasciano presagire ben altro: tutto aperto, soprattutto in centro, dalla Galleria a corso Vittorio Emanuele. Insegne accese anche in via Montenapoleone. Il Comune di centrosinistra si sente tradito. «Se domani (oggi, ndr) i negozi non saranno chiusi, Confcommercio e Confesercenti qualche domanda dovranno pur farsela», dice l`assessore Franco D`Alfonso. «Forse hanno qualche problema con i propri associati – continua il titolare del Commercio Il tavolo per portare a termine questa intesa ha comportato un importante lavoro. Domani non avrà senso ripeterlo se i risultati sono questi». In un tribunale virtuale, onfcommercio rifiuterebbe ogni addebito. «Lo sappiamo, oggi molti negozi saranno aperti. Ma come associazione non possiamo in nessun modo impegnare i nostri iscritti a chiudere o aprire. Violeremmo le norme sulla concorrenza e saremmo sanzionati per questo», fa presente il vicepresidente nazionale, Renato Borghi. «Certo, condividiamo un protocollo che riconosce l`opportunità di tenere chiuso in alcune festività, laiche e religiose. Ma ciascuno decide in libertà, non abbiamo mai detto che i nostri associati sarebbero rimasti chiusi. O si cambia la legge o siamo impotenti». Anche à Genova e La Spezia sono state siglate intese simili a quella di Milano. E a Modena la Filcam-Cgil ha scritto a Bernardo Caprotti di Esselunga allegando una lettera di un partigiano ucciso nel 1944 a Torino dai Repubblichini. Intanto, alla lista dei territori in cui i confederali hanno dichiarato lo sciopero del commercio ieri si è aggiunta anche la provincia di Torino.

Primo 25 aprile all`insegna delle liberalizzazioni, ma il clima non è solo di festa. Agli annunci sulle celebrazioni, fra partite di calcio, gite fuori porta ed eventi ufficiali, si accavallano le dichiarazioni roventi sulla possibilità di apertura dei negozi. Dal Veneto, c`è chi- come il capogruppo Pdl Dario Bond e il presidente della commissione Statuto Carlo Alberto Tesserin si appellano «al presidente della Repubblica perché lanci un monito ai signori della Grande distribuzione che stanno per calpestare la nostra Carta Costituzionale tenendo aperti gli ipermercati anche il 25 aprile e il °maggio. È unainvoluzione pericolosa che mette a repentaglio i nostri valori civili dopo aver ipotecato anche quelli religiosi con le aperture domenicali e il giorno di Pasqua». Di fatto le serrande saranno chiuse inmolte cittàper i due giorni festivi: scioperano infatti i lavoratori del commercio in molte città, per una protesta nazionale indetta da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil. Milano, Roma, Torino, Modena, Reggio Emilia, Bologna e tutta la Regione Abruzzo,tutte le province del Veneto e della Toscana, sono i principali territori dove verrà messa in atto la protesta. In molte città sono stati organizzati presidi e manifestazioni. «A Milano, nonostante i sindacati abbiano sottoscritto con il Comune un protocollo d`intentiche individua un numero minimo di festività per le quali è prevista la non apertura dei negozi, fra le quali il 25 Aprile, la grande distribuzione ha deciso di tirare su le saracinesche anche nelgiorno della iberazione» afferma la Filcams. Nei giorni scorsiil sindaco Giuliano Pisapia si era espresso a favore della chiusura. Sciopero indetto anche a Roma, dove «le richieste di incontro dei sindacati non hanno ricevuto risposte concrete, costringendo i rappresentanti di categoria alla proclamazione del doppio sciopero per i125 aprile e per il Primo Maggio». Astensione dal lavoro proclamata a Torino, Parma, Forlì e Cesena, mentre Reggio Emilia ha già indetto altre giornate di sciopero per ile giugno, il 15 agosto e 25e 26 dicembre per «consentire alle lavoratrici e ai lavoratori di poter, in maniera sobria, festeggiare da soli, con la propria famiglia o con chi più gli aggrada, dalla Festa della Liberazione al Santo Natale.» «Le lavoratrici e i lavoratori del commercio – afferma il sindacato -hanno il diritto di onorare tali festività, e di non essere più considerati impegnati in un servizio essenziale». Inoltre, le aperture commerciali in queste giornate di festa «non danno neppure – sostengono i sindacati – una spinta ai consumi, vista l`assenza di una concreta politica destinata alla crescita».

Volantinaggio di Cgil, Cisl e Uil. I precari veneti: l`importante è il lavoro

MILANO – Il mondo del commercio, grande distribuzione in prima linea, si prepara ad alzare le saracinesche il 25 Aprile e il Primo maggio. Senza se e senza ma, forte della liberalizzazione del settore voluta dal governo Monti, in vigore ormai da gennaio. Il sindacato confederale risponde a muso duro.
Con scioperi unitari dichiarati in molti territori – a partire da Milano – per impedire le aperture. Nonostante la legge. Pur di raggiungere l`obiettivo, Cgil, Cisl e Uil cercano anche l`appoggio dei consumatori. I volantini distribuiti sotto la Madonnina, come in molte altre piazze italiane, invitano a boicottare le aperture dei negozi, mettendo in atto una sorta di sciopero dei consumi. «E cosa c`è di strano? – prende posizione Maria Grazia Gabrielli, della segreteria Filcams Cgil naziona- le -. L`appello ai consumatori ci pare il minimo. Sia chiaro, l`abbiamo già fatto in occasione di feste religiose come la Pasqua. Inoltre, prima di arrivare all`estrema ratio dello sciopero, abbiamo provato di tutto». Per essere più precisi, in molte città il sindacato ha tentato la via delle intese con Comuni e associazioni del commercio, nella speranza di arrivare a una chiusura condivisa e volontaria. Ma la moral suasion ha portato a poco. Anche a Milano, dove l`amministrazione di centrosinistra aveva perorato la causa dell`accordo, il risultato è parziale. Confcommercio e Confesercenti sono favorevoli a una tregua. Come, del resto, a Genova e La Spezia. Ma Federdistribuzione, che rappresenta le grandi insegne di super e iper (escluse solo Coop e Conad) non è mai stata al gioco. «Nessuna provocazione e nessuna forzatura – ha sempre detto il suo presidente, Giovanni Cobolli Gigli – semplicemente ci atteniamo al diritto-dovere di applicare una legge dello Stato». A oggi il quadro è il seguente. Lo sciopero unitario di Cgil, Cisl e Uil del commercio è stato dichiarato nel Lazio, in Abruzzo e in Toscana, nelle province emiliane di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Oltre che a-Milano, come si diceva all`inizio. A Monza e Brianza lo sciopero ha l`avvallo di Cgil e Cisl, senza la Uil. A Bologna, nel Veneto e a Lodi c`è solo la firma della Filcams Cgil.
Quali catene terranno aper- to? Sul Primo maggio i giochi non sono ancora fatti, di certo il 25 Aprile molte sfideranno lo sciopero. Esselunga si comporterà come in una domenica qualunque (una settantina di punti vendita operativi nel Nod Italia). Carrefour in Lombardia farà alzare la saracinesca a quasi tutti gli iper. La concorrenza ha convinto persino Coop a tenere aperti domani molti supermercati. Anche in piazze «difficili» come Sesto San Giovanni, Medaglia d`oro della Resistenza. In tutto questo, soprattutto in Veneto, lo sciopero viene contestato dai lavoratori precari. Il messaggio è questo: «Con un contratto a termine in scadenza non ci sentiamo di aderire alla linea del sindacato. I125 Aprile è importante. Ma non vale il lavoro».

MILANO – Sono saliti a 9.1oo i curricula arrivati all`ufficio del personale dei supermercati Pam, il gruppo che complici le liberalizzazioni – ha esteso le proprie aperture domenicali, lanciando una campagna di reclutamento di 300-400 giovani per lavorare tra casse e scaffali il settimo giorno della settimana. Qualche curriculum si è già trasformato in contratto(a tempo), come quelli di Cristina Fregonese e Daniele Zabeo, entrambi del veneziano: ventenni, tra i primi a candidarsi, studente di legge (lei) ed informatica (lui), già al lavoro da alcune domeniche, erano ieri alle casse a servire i clienti. Cristina studia legge a Ferrara e vuole diventare magistrato. «Durante la settimana faccio la pendolare – ha raccontato all`Ansa – non ho tempo per nulla se non per studiare, quindi il sabato sto con gli amici la sera, unico tempo da dedicare allo svago, ma senza fare tardi perché la domenica c`è il lavoro». Daniele, invece, frequenta una scuola serale (l`Itis Zuccante di Mestre – informatica ed elettronica). «Ho un contratto a tempo indeterminato come assistente informatico e magazziniere in un`azienda di serramenti e uno a tempo determinato al supermercato, per ora come cassiere», ha raccontato al Corriere. «Il mio obiettivo – ha continuato – è terminare gli studi e avere un lavoro d`ufficio come perito tecnico informatico, magari in banca». Nel mondo del commercio, però, non mancano i dubbi sugli effetti delle liberalizzazioni decise dal governo, con il loro risvolto domenicale. Dubbi e critiche che arrivano tanto dal versante sindacale quanto da quello dei commercianti. Cominciamo da questi ultimi, e in particolare dalla Confesercenti di Padova. Non a caso una città veneta, visto che i supermercati Pam sono molto radicali nel Nord Est. Le aperture domenicali di catene commerciali e grandi strutture di vendita, ha scritto in una nota il direttore di Confesercenti Padova Maurizio Francescon, «non stanno favorendo un aumento dei consumi: molto semplicemente stanno trasferendo ulteriori quote di mercato dalla piccola alla grande distribuzione». Qualche stima? «In questi primi tre mesi – va avanti Francescon – calcoliamo che il trasferimento di quote sia del 4%». Gli effetti? In Veneto ci potrà essere «una diminuzione di ricavi per i piccoli esercizi di 450 milioni di euro, causando la chiusura di circa 1.500 esercizi e cancellando tra piccoli imprenditori, loro familiari e commessi più di 3.00o posti di lavoro». Su posizioni simili anche la Filcams Cgil (lavoratori di commercio, turismo e servizi). «Il bilancio dei primi mesi di liberalizzazioni è impietoso», si legge in una nota, «non solo non è cresciuta l`occupazione strutturata nel settore, ma neanche l`uso della cassa integrazione ha subito una inversione di tendenza. I consumi continuano a calare». E ancora: «E` il reddito che manca alle famiglie non il servizio distributivo». Sullo stesso tasto batte la Fisascat Cisl: per il segretario nazionale (con delega al commercio) Ferruccio Fiorot, «il punto è che se non ripartono i consumi non c`è niente da fare». Al gruppo Pam prevale invece l`ottimismo. Per il direttore marketing Paolo Venturi le aperture domenicali si stanno dimostrando il potenziale «secondo» giorno di vendite della settimana. Al di là degli scontrini e del fatturato di Pam, resta ora da vedere l`effetto, nei prossimi mesi e anni, delle liberalizzazioni «domenicali» del governo sull`intera economia.


Il Pam offre 400 posti, pioggia di richieste. Assumono anche le altre catene venete

VENEZIA – A tre mesi dal lancio delle aperture domenicali firmato Monti, il Veneto traccia un primo bilancio. Ed è positivo, almeno stando ai dati resi noti dai grandi gruppi di casa nostra: fatturati cresciuti dal 10% a130% e, soprattutto, centinaia di nuovi posti di lavoro. Su questo secondo fronte, determinante in un`epoca di crisi, la parte del leone la gioca il Pam, dal 21 marzo promotore di una campagna di reclutamento studenti da impiegare nel giorno festivo che ha avuto una risposta inaspettata. «Ottomila richieste per i 132 punti vendita d`Italia, un migliaio per la trentina di negozi del Triveneto annuncia il direttore marketing Paolo Venturi -. Ne assumeremo 300/400, con contratto fino al 3o settembre, perchè siamo in attesa del pronunciamento della Consulta sulla possibilità
di continuare a tenere aperto nel giorno festivo. Lavoreranno quattro domeniche al mese, per 300/40o euro di stipendio: il riscontro sul weekend allungato è positivo, quindi dobbiamo garantire un servizio ottimale, potenziando l`organico.
Siamo orgogliosi di tanto entusiasmo: gli studenti sono spinti dal desiderio di mettere da parte qualche soldo, muovere i primi passi nel mondo del lavoro o aiutare la famiglia». Un`idea che l`assessore all`Economia, Isi Coppola, aveva bollato «da schiavisti», ma che in realtà ha portato nuove assunzioni anche nel gruppo Aspiag (gestisce il marchio Despar nel Nordest). «La nostra azienda è articolata in punti vendita di vicinato, supermercati e Interspar, superstore inseriti nei centri commerciali e interessati dalle aperture domenicali – spiega Angelo Pigatto, direttore del personale -. Poichè la liberalizzazione introdotta dal decreto Salva Italia ha migliorato del lodo il fatturato, stiamo riorganizzando l`organico: è già all`opera una ventina di persone in più. Alcune con contratto per il weekend di 16 ore, e si tratta per lo più di studenti, altre con un monte di 24 o 28 ore, comprensive di altri giorni. Per tutti è inclusa la maggiorazione del 30% sulla domenica e la formula a termine, in attesa di riscontro di tale sperimentazione. Ciò non toglie che i più meritevoli abbiano possibilità di carriera». Va detto che Aspiag, forte di 20o punti vendita nel Nordest, ha assunto altri goo dipendenti in vista di nuove aperture.
In movimento pure Alì, che conta 96 supermercati (più tre che nasceranno entro l`anno nel Padovano e uno a Treviso), un terzo dei quali coinvolto nelle aperture domenicali. «Tra sostituzioni per pensionamenti, potenziamento in vista delle prossime aperture e contratti a termine, il personale si arricchisce di ulteriori 20o unità all`anno», dice il presidente Francesco Canella. Stanno reclutando forze fresche anche il Valecenter di Marcon, il Veneto Outlet Designer di Noventa di Piave, il Centro Adriatico di Portogruaro e il GrandAffi, uno dei primi ad annunciare questa scelta. Dal 25 marzo, giorno del ritorno all`apertura festiva, la cittadella dello shopping veronese ha affiancato ai 23o commessi «storici» una trentina di new entry, destinati a salire a 4o. Altri giovani hanno trovato posto nei negozi interni alle gallerie commerciali del centro, che nel fine settimana ha visto aumentare le presenze dell`80%, grazie anche al ritorno di clienti da Trento e Bolzano. Un quadro che però non convince i sindacati. «Ma quali nuovi posti di lavoro, tutte storie», sbotta Maurizia Rizzo della Cisl. «L`iniziativa del Pam è l`ennesima scoperta dell`acqua calda insiste la Filcams Cgil – questa soluzione già da tempo è stata sperimentata dalla grande distribuzione ed è regolamentata dal punto di vista contrattuale. L`intento di offrire agli studenti un`opportunità di guadagno può apparire nobile, ma poco ha a che fare con il contributo dato dalle liberalizzazioni alla crescita dell`occupazione strutturata, che non è cresciuta».

Gli effetti delle scelte del governo. Il festivo pagato pochissimo. «Un problema di dignità, non può comandare sempre il mercato». Eccezione Unicoop Toscana

La Santa Pasqua di Resurrezione e il lunedì dell`Angelo (la prosaica pasquetta) al lavoro. Per la prima volta in Italia oggi e domani saranno aperti molti fra ipermercati, supermercati e centri commerciali con negozi annessi. La prima volta per una festività tanto importante. Il decreto liberalizzazioni del governo Monti ha dato il via libera ed oggi, a quattro mesi di distanza, ci saranno le conseguenze più visibili, discusse e contestate. L`articolo 31 del decreto del 6 dicembre, poi convertito in legge senza modifiche, prevede che «i titolari degli esercizi commerciali (esercizi di vicinato, medie e grandi strutture di vendita) e dei pubblici esercizi adibiti alla somministrazione di alimenti e bevande (bar, ristoranti ed esercizi assimilabili) potranno determinare liberamente (…) il proprio orario di apertura e chiusura e scegliere di rimanere aperti in occasione delle giornate domenicali e festive». Fino a quel giorno, la legge limitava la liberalizzazione degli orari alle località turistiche e alle città d`arte, ora invece la libertà di rimanere aperti nei giorni festivi è stata estesa a tutti i comuni del territorio nazionale.
Per la prima volta però ci saranno anche presidi e scioperi. Perché «la svolta che ci avvicina al resto d`Europa» (parola del governo) viene contestata dalla strana alleanza sindacati (Cgil in testa) e Chiesa cattolica. A Sassuolo, capitale mondiale delle piastrelle in provincia di Modena, domani mattina davanti ai supermercati Panorama ed Esselunga (la Coop rimarrà con le serrande abbassate) ci sarà un presidio unitario di Cgil, Cisl e Uil del settore commercio. Un presidio appoggiato dalla Diocesi e dai parrocci che ne parleranno nelle omelie delle messe pasquali di oggi. In Emilia la protesta è stata preparata a lungo. «Ci siamo organizzati da mesi per contrastare quel decreto, abbiamo raccolto firme, ci siamo fatti sentire e alla fine abbiamo deciso di scioperare in tutte le festività: Pasqua, Pasquetta, 25 aprile, primo maggio e 2 giugno. Al presidio davanti ai supermercati saremo in tanti e ci saranno anche parecchi esercenti e lavoratori dei negozi delle gallerie dell`ipermercato», racconta Giorgia, nome di fantasia, «per paura di ritorsioni aziendali che sono già successe». Trentatrè anni, fa la cassiera in una grande catena di supermercati. «Lavoro con contratto part time di 24 ore, sono un quarto livello e prendo in media 700 euro al mese», spiega. Per lei lavorare domani equivarrebbe a prendere «un 30 per cento in più rispetto ad una giornata normale, anche perché il contratto integrativo provinciale che prevede il 60 per cento non viene riconosciuto dalla mia, come da altre catene. Ma il problema non sono i soldi», spiega, «è la nostra dignità di lavoratori e di persone: non può essere sempre il mercato a comandare. Noi diciamo "No" e siamo in tanti», promette agguerrita.
Proprio la pianificazione della protesta e dello sciopero, però, ha dato modo all`azienda di riuscire ad aprire nonostante la mobilitazione sindacale unitaria. «Mi dicono che hanno assunto dieci lavoratori in somministrazione (interinali, ndr) per sostituirci e quindi cercheranno di aprire il supermercato.
Noi di certo non ce la prendiamo con quei lavoratori che vengono sfruttati come noi, ma con l`azienda.
La speranza poi è che la gente capisca che andare a fare la spesa a Pasquetta non è una forma di modernizzazione», chiude la finta Giorgia.
A lavorare invece oggi andrà Giovanna (altro nome di fantasia per la stessa ragione di Giorgia). Stesso lavoro, stesso umore. Vive in Veneto e lavora «nella grande distribuzione». «Non sono obbligata, ma obbligabile», spiega, «perché siamo in poche e alla fine a qualcuna tocca. E poi ti danno il contentino: tanto a Pasquetta sei a casa». La rabbia comunque è tanta: «Dover salutare i figli e il marito alle 8 del mattino e dover tornare alle 8 di sera nel giorno di Pasqua è una cosa inaccettabile». Anche i conti in tasca sono quasi in rosso: «Prenderò 15 euro in più di una giornata normale e ho contato che ne spenderò 9 fra benzina e panino, al volo, a mie spese. Sei euro in più, per sei euro rovino la Pasqua a me e alla mia famiglia: una cosa vergognosa». Giovanna poi contesta alla radice l`idea che le aperture festive creino posti di lavoro: «È una balla colossale. Da quando, ormai parecchi anni fa, tutti i sindacati tranne la Filcams Cgil hanno deciso di firmare i contratti in cui si prevedeva di lavorare la domenica, la mia catena non ha fatto un`assunzione. Siamo sempre noi che ci giostriamo su più turni. E poi tocca anche sentire la clientela che si lamenta perché durante la settimana non viene servita per mancanza di personale», si arrabbia.Giovanna ormai la chiama «una guerra personale» e l`accusa colpisce direttamente l`intero Paese. «L`Italia è ipocrita e il governo peggio: siamo un Paese dove si accetta che a Pasqua ci sia una sola farmacia aperta nel mio Comune e un medico in ospedale ogni 50 malati e allo stesso tempo si parla di modernità perché nella stessa giornata si potranno comprare le mutande al supermercato: è una vergogna!», insiste. Qualcuno in controtendenza però c`è. Tutti i punti vendita di Unicoop Firenze resteranno chiusi sia oggi, domani il 25 aprile e il primo maggio. «È una scelta coerente con quanto sosteniamo da tempo – afferma il presidente del consiglio di sorveglianza Turiddo Campaini -: tutti quanti dobbiamo contribuire ad un recupero di valori che superino una logica puramente consumistica». ?

«Senza la domenica non possiamo vivere». A dirlo furono già nel quarto secolo i martiri di Abitene ricordati da Benedetto XVI perché parlino ancora all’uomo d’oggi, Era Vanno 304: l’imperatore Diocleziano da tempo aveva proibito ai cristiani, sotto pena di morte, di possedere le Scritture e riunirsi la domenica per celebrare l’Eucaristia.
Ma nella piccola località dell’attuale Tunisia 49 persone avevano sfidato i divieti imperiali.
Arrestati e condotti a Cartagine per essere interrogati, dopo atroci torture furono uccisi.
Fino alla fine avevano ripetuto al proconsole che gliene domandava la ragione quella frase sulla quale varrebbe la pena di riflettere non solo da cristiani, ma più semplicemente da uomini e donne di un tempo in cui la domenica e la festa rischiano di perdere ogni senso perché, come ha scritto il Papa, «il mondo in cui ci troviamo, segnato spesso dal consumismo sfrenato, dall’indifferenza religiosa, da un secolarismo chiuso alla trascendenza, può apparire un deserto». Se la festa finisce e la domenica rischia di diventare un giorno come un altro (una realtà che emerge dagli approfondimenti di queste pagine) non sarà sufficiente a consolarci la possibilità di acquistare un paio di calze in ogni momento del giorno e della notte perché avremo rinunciato a quel settimo giorno che dà significato a tutti gli altri, in un continuo rimando tra tempo del lavoro, della festa e soprattutto della famiglia, i temi su cui cí invita a riflettere il prossimo VII Incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio 3 giugno). È urgente per tutti politici compresi cominciare a farlo.

Parlano una mamma e un papà costretti a lavorare anche nelle medesime domeniche. Il desiderio di stare in famiglia. Condiviso dai promotori della giornata europea "Liberate le domeniche!".

È inutile dire che oggi chi ha un lavoro non può certo lamentarsi. E lo sanno bene Giovanni e Silvia, marito e moglie pugliesi di 40 e 35 anni: «Lavoriamo da circa 15 anni nella grande distribuzione. Io sono responsabile di un punto vendita di elettrodomestici. Silvia è cassiera in un noto ipermercato». C’è stato un tempo in cui i centri commerciali prevedevano numerose aperture domenicali ma erano considerate giornate di lavoro straordinario e pagate come tali. Chi rinunciava al riposo settimanale poteva, per lo meno, aumentare sensibilmente le proprie entrate, cosa che poteva far comodo anche a Giovanni e Silvia, che sette mesi fa sono diventati genitori di Mattia: «Ma con la sua nascita, sentiamo, ancora più di prima, l’assurdità dei giorni di festa senza riposo. Mia moglie lavora una domenica sì e due no, per fortuna in paese e vicino a casa. Io, che ci metto circa 45 minuti per raggiungere il negozio, sono impegnato tutte le domeniche». Diventata mamma Silvia ha ottenuto il part-time ma, insieme, anche un nuovo contratto in cui la domenica non è più giornata di lavoro straordinario. Giovanni, che lavora a tempo pieno, la domenica ha un aumento
della paga giornaliera del 30%. «Per me resta il giorno da dedicare alla famiglia. Vorrei stare con Silvia, godermi Mattia e andare a Messa con loro. A volte, tra l’altro, lavoriamo entrambi e dobbiamo lasciare il bambino alla zia o alla nonna. Come se non bastasse gli orari al Sud prevedono, in settimana, la chiusura alle 10 di sera. In tal modo arrivo a casa poco prima delle 11 e va a finire che vedo mio figlio solo al mattino».
Per questi lavoratori si tratta di una vera e propria emergenza, tale da dar vita lo scorso 4 marzo alla giornata europea "Liberate le domeniche!" a cui hanno aderito i sindacati, oltre alle associazioni civili e religiose e ai rappresentanti delle Chiese europee. In prima fila anche Elena Maria Vanelli, componente dello staff Fiscat-Cisl nazionale: «La situazione
è drammatica: ho in mente una delegata che, durante una recente assemblea, ha preso la parola per dire che ha una sola figlia, poiché non può permettersene altre, ma la cosa che la rattrista di più è che non può vederla crescere. Sono i nonni che la guardano giocare a pallavolo tutte le domeniche quando sia lei che suo marito sono costretti a lavorare».
Dal puntuale racconto della sindacalista, che opera nella zona di Monza e Brianza, apprendiamo che i permessi per te aperture domenicali sono materia assai complessa e che per la somma di numerose regolamentazioni alcuni punti commerciali riescono a rimanere aperti tutto l’anno. «Fino a circa cinque anni fa la giornata di riposo era quella domenicale ed era riconosciuto lo straordinario a chi lavorava in quei giorni. Oggi i contratti part-time, che riguardano soprattutto le donne, prevedono la domenica lavorativa». E negli altri casi anche se il contratto nazionale dice che il lavoratore è impegnato a programmare con l’azienda il 30% delle aperture straordinarie, in realtà non è sempre così. «La liberalizzazione sta cambiando tutto. Il nostro massimo impegno è difendere almeno il limite previsto dal contratto nazionale e verificare con le aziende la sua applicazione. Lo facciamo perché crediamo nella libertà del riposo e nella libertà sociale. Tutti hanno il diritto ad avere una giornata da dedicare alla famiglia, alla religione e alla socializzazione».
In Gran Bretagna è nata Keep Sunday
Un’associazione di Chiese cristianeper difendere la domenica. Un milione di famiglie al lavoro.
per Kevin Flanagan, sindacalista cattolico, l’apertura dei negozi alla domenica, cominciata in Gran Bretagna nel 1995, a danneggiato la vita familiare di molti ed eroso l’umanità del lavoro in nome di un’economia che pensa soltanto al profitto. In più i un milione di case in Inghilterra un genitore lavora sia sabato che domenica.
«Ci sono famiglie con cui entro in contatto che si incontrano soltanto una volta ogni tre settimane, alla domenica, perché il marito o la moglie fanno i turni durante il weekend», spiega Flanagan. «A volte sono a casa durante la settimana, ma i figli sono a scuola», continua il direttore del St. Antony’s Centre di Manchester, l’unico centro del Regno Unito che diffonde la dottrina cattolica nel posto di lavoro. Quella per mantenere la domenica una giornata speciale è stata una lunga battaglia che la Chiesa cattolica e quelle cristiane stanno perdendo benché Keep Sunday ("Mantieni la domenica speciale"), l’associazione alla quale hanno dato vita nel 1995, abbia ottenuto che i negozi aprano soltanto per sei ore durante il giorno festivo.
«Si era detto allora che si trattava di una prova, in realtà ci stiamo muovendo verso una società a 24 ore», spiega Flanagan. «Per contratto molti lavoratori nel 1995 avevano il diritto di non lavorare alla domenica, mentre oggi non hanno scelta. In passato chi lavorava alla domenica veniva pagato di più o addirittura il doppio. Oggi questo non accade, benché il Regno Unito abbia uno degli orari di lavoro più lunghi tra tutti i Paesi europei. La società ne è stata trasformata perché oltre ai commercianti sono coinvolti anche altre figure legate a questo settore: gli autisti che distribuiscono le merci, gli agenti di sicurezza, la polizia e i vigili. La gente si abitua a fare la spesa alla domenica anche se non è assolutamente necessario».
Fra l’altro è di questi giorni la decisione del premier David Cameron di consentire ai negozi di aprire per 24 ore, ìn occasione delle Olimpiadi, per otto domeniche consecutive, un altro passo, secondo Flanagan, che va verso una decisione definitiva sulle 24 ore non stop di commercio contro cui si battono le Chiese cristiane. «La Chiesa cattolica è molto preoccupata di questo», continua il sindacalista. «Abbiamo bisogno di un giorno alla settimana nel quale ci riposiamo, mentre la tendenza in questo momento è che le persone trascorrano periodi sempre più lunghi sul posto di lavoro senza essere pagate. Si erode in questo modo il piacere che si trae dal nostro impiego, aumenta lo stress e inoltre la produttività diminuisce».

In Francia la regola è il riposo
I sindacati e l’opinione pubblica sono contro l’apertura generalizzata dei centri commerciali, nonostante il parere favorevole di Sarkozy.
\icolas Sarkozy all’inizio dell’attuale campagna elettorale era favorevole a un’apertura generalizzata dei centri commerciali. Poi, su pressione dell’opinione pubblica, ha fatto marcia indietro». In Francia la domenica lavorata ha vita dura, come conferma Joseph Thouvenel, il numero due della Con fédération francaise des travailleurs chrétiens, il principale sindacato di ispirazione cristiana. «Da noi la regola è il riposo domenicale, a eccezione del trasporto pubblico, della sicurezza, delle attività culturali e di quelle di ristoro. La legge consente anche, con il permesso delle municipalità, l’apertura domenicale per massimo cinque domeniche all’anno, di solito in Avvento».
L’eccezione è rappresentata da alcune zone delle aree metropolitane di Parigi, Lilla e Marsiglia, dove l’apertura domenicale è la regola. «Oggi il dibattito verte sull’apertura delle grandi superfici commerciali, in quanto i piccoli esercizi come i panettieri o i macellai hanno già il diritto per lunga tradizione di essere aperti la domenica». Tradizione
che risale addirittura al Medioevo e di cui i francesi sono gelosi: «Potrebbero anche tenere aperto la domenica pomeriggio ma tutti vogliono restare in famiglia».
La questione della domenica riposata in Francia trova ampi consensi: «Non solo il mio, che è d’ispirazione cristiana, ma anche gli altri sindacati vogliono proteggere la vita familiare domenicale. La politica? Moltissimi deputati della maggioranza di destra sono a favore e la sinistra non è da meno, anzi», conferma il sindacalista. Le motivazioni che sostengono uno spettro così ampio della vita civile francese sono diverse: «L’aumento di fatturato dev’essere subordinato alla vita familiare, associativa, personale e spirituale. L’essere umano ha una dimensione ulteriore rispetto a quella materiale e la domenica dev’essere il tempo collettivo per ricordarlo a tutti». Anche economicamente non c’è convenienza: «Il lavoro domenicale non aumenta il fatturato solo perché spalma il reddito familiare disponibile su sette giorni invece che su sei. Lo ha confermato di recente la direzione della grande catena di supermercati Leclerc, contraria alla liberalizzazione». Su questo i francesi si dividono: «I 35-50enni, con il maggior carico familiare, sono i più contrari all’apertura domenicale. Mentre chi ha più tempo, anziani e giovani, è favorevole: per loro il centro commerciale è uno svago».
In Germania pochissime deroghe
Con l’appoggio unanime delle Chiese e dei sindacati tedeschi, il riposo festivo è sacro. Fa eccezione, ma in senso ancora più restrittivo, la Baviera. Riguardo al lavoro festivo la situazione tedesca è in parte simile a quella italiana, con la differenza però che in Germania le restrizioni legali al lavoro domenicale sono più stringenti perché di norma non è consentito tenere aperto il proprio esercizio la domenica se non per particolari esigenze, come il mantenere gli altiforni in attività, o per i servizi di ristorazione». Bernhard Hauer, console generale aggiunto presso il Consolato di Germania a Milano, sembra fiero della situazione sul lavoro domenicale e festivo nel suo Paese, che si mantiene fermo alle tradizioni senza indulgere troppo alle sire ne della globalizzazione. «Per BERNHARD quanto riguarda gli esercizi commerciali, la legge tedesca ammette ben poche deroghe al riposo domenicale e situazioni come quelle che si vedono comunemente a Milano, dove molti ipermercati sono aperti anche di domenica, da noi sono quasi impossibili», aggiunge. Chi si trova in Germania nei giorni festivi, dunque, è avvertito. Dal 2006, anno della riforma federale, la decisione sugli orari di apertura degli esercizi commerciali è diventata di competenza regionale e i singoli Under possono prevederne l’apertura al massimo per quattro domeniche all’anno. Per il resto, con l’appoggio incondizionato e unanime delle Chiese e dei sindacati tedeschi, il riposo festivo è sacro.
Fa eccezione, ma in senso ancora più restrittivo, la Baviera in cui, ad esempio, come succede del resto in tutta la fascia dolomitica fino a Bolzano, la vigilia di Natale i negozi chiudono inderogabilmente alle 14. Alla faccia dei ritardatari dei regali.
Il motivo di una legislazione così restrittiva risiede in quanto prevede l’articolo 139 della Costituzione tedesca: «La domenica e gli altri giorni di riposo stabiliti dallo Stato sono da considerarsi tutelati per legge come giorni di riposo dal lavoro e di edificazione dell’anima». «Una situazione particolare riguarda Berlino», riprende Hauer, «dove l’amministrazione locale tende a essere più generosa con l’apertura domenicale». Lì la legge ha cercato di far passare l’apertura dei negozi nelle domeniche di Avvento e in molte altre occasioni. La Corte costituzionale tedesca, nel dicembre 2009, HAUER. è stata però inflessibile e ha bocciato l’iniziativa, con il plauso della Chiesa: «La sentenza rafforza una cultura di matrice cristiana del riposo domenicale.
Il ritmo di lavoro e riposo è importante per la società e per ogni singolo cittadino», si legge nel comunicato stampa della Conferenza episcopale tedesca dell’epoca. «Le grandi catene di supermercati premono per liberalizzare l’apertura nei giorni festivi ma trovano una notevole resistenza in una vasta fetta di popolazione, nei sindacati e nelle stesse Chiese e i partiti, a eccezione dei liberali, non spingono per un’ulteriore liberalizzazione», conclude il console.

Filcams, Fisascat e Uiltucs: «Deregulation senza motivo»

I lavoratori del commercio non ci stanno a fare la parte dell`agnello sacrificale. Si annuncia una Pasqua all`insegna dello sciopero per i lavoratori del commercio e della grande distribuzione organizzata, che si preparano ad incrociare le braccia non solo nella giornata di domenica, ma anche il lunedì di pasquetta, i125 aprile e l`i maggio. La levata di scudi è la risposta alla decisione di molte insegne della gdo di organizzare aperture straordinarie nelle giornate di festa. In Toscana, per esempio, Filcams Cgil-Fisascat Cisl-Uiltucs hanno indetto lo sciopero nell`intera giornata di Pasqua, per il lunedì dell`Angelo, per la festa della Liberazione e per quella dei lavoratori. «Ribadiamo la nostra contrarietà – spiegano i sindacati – alla liberalizzazione degli orari commerciali prevista dall`articolo 31 del decreto legge Salva Italia e chiediamo il rispetto del significato e del valore sociale di queste festività». In sciopero anche i lavoratori del commercio di Modena, pronti a incrociare le braccia pure il 2 giugno. «Non ci sono
ragioni per una liberalizzazione del commercio perché non è assimilabile a un servizio essenziale» spiegano le tre sigle sindacali del territorio, le quali chiedono che «la competenza torni in capo a regione e comuni, sviluppando in ogni territorio i necessari approfondimenti nei tavoli titolati». In Veneto i sindacati lanciano un appello a tutta la comunità «per impedire queste aperture e alzare la voce, affinché prevalgano i valori che fanno di questo paese una comunità con una storia di lotte e conquiste per la libertà, per la democrazia e il rispettò della religiosità». Nel Lazio i sindacati hànno inviato una lettera al presidente della Regione, Renata Polverini e al sindaco Gianni Alemanno per chiedere un intervento contro le preannunciate aperture di alcuni esercizi commerciali che «saranno contrastati, se necessario, con eventuali scioperi». Volantinaggio a Bergamo per chiedere ai cittadini e consumatori di non visitare i centri commerciali nei giorni di festa: «Vampiro dello shopping – c`è scritto sui fogli distribuiti dai
rappresentanti dei lavoratori -, non avrai il mio sangue». Il sindacato conferma contatti avviati per «chiedere con forza che i centri commerciali, per senso di responsabilità sociale e morale, chiudano in queste feste». Anche in Friuli Venezia Giulia Filcams, Fisascat e Uiltucs lanciano un appello ai consumatori, chiedendo che boicottino i negozi durante le festività. «È davvero necessario – si chiedono – andare per negozi il giorno di Pasqua o pasquetta o il Primo maggio?». A Palermo la Filcams ha invitato i commercianti, con una nota, a non penalizzare i lavoratori con le aperture festive, mentre nelle Marche le organizzazioni sindacali stanno lavorano insieme all`Anci per definire un atto di autoregolamentazione che limiti le aperture domenicali ed escluda le festività. A Milano infine il sindacato ha chiesto ufficialmente alle principali insegne della gdo della città di tenere chiusi i negozi a Pasqua, 25 aprile e Primo Maggi o.«In un contesto di deregolamentazione totale – spiegano le tre sigle cittadine – è importante trovare una mediazione socialmente sostenibile».

I sindacati proclamano una raffica di stop in tutta la Toscana. Allo studio manifestazioni a scacchiera

Contro le aperture di Pasqua, P asquetta, 2 5 aprile e 1° maggio
Firenze: ALZATA di scudi senza precedenti contro l`apertura dei negozi nei giorni festivi. Quattro giorni di sciopero nei negozi, nei centri commerciali e nei supermercati. A chiamare commesse e commessi ad astenersi dal lavoro sono i sindacati toscani del commercio (Filcams- Cgil, Fisascat-Cisl e UiltucsUil) . Lo sciopero è proclamato per Pasqua, Pasquetta, il 25 Aprile e il 1°maggio. La contrarietà alle aperture dei negozi in queste festività è rinforzata adesso dal no alla liberalizzazione degli orari dei negozi prevista dal decreto salva Italia.