Category Archives: 4 marzo 2012 Giornata Europea per le domeniche libere dal lavoro

<<Difendere Il giorno del Signore come comandato da Dio e difendere l’unità della famiglia che interessa anche ai non cristiani». Questo l’obiettivo della raccolta di firme partita la scorsa settimana dalla parrocchia di San Giovanni Evangelista che, a partire da questa domenica, dovrebbe estendersi a macchia d’olio nelle altre parrocchie cittadine. Obiettivo:. bloccare le aperture domenicali degli ipermercati e dei negozi. E una vera e propria chiamata alle armi quella che arriva dai parroci cittadini e che punta a mobilitare i fedeli E l’ultimo atto di un dibattito sulle liberalizzazioni che da settimane anima la città, Le reazioni sono state spesso negative anche da parte dei gestori stessi. La domenica è tradizionalmente considerato uno spazio liberato dal lavoro da dedicare al tempo libero e alla famiglia. E la domenica è anche il momento che i credenti :riservano per la messa, per la comunità e la catechesi dei piccoli. Non a caso 11 Vescovo di Modena Antonio Lanfranchi nella sua ultima lettera pastorale "Sei giorni lavorerai, ma il settimo giorno è In onore del Signore (I-3s 20,9) Educare al lavoro e alla festa per una vita buona" insiste sulla centralità dell’uomo, stilla difesa della sua dignità e sull’importanza del riposo festivo perché l’uomo noi sia ridotto solo ad una
macchina produttiva. A Carpi un gruppo di dipendenti dei supermercati un mese fa ha scritto una lettera aperta al vescovo perché si :impegni a "salvare la domenica". E così domenica scorsa don Dino Zanasi, parroco di San Giovanni Evangelista, vicario della sua zona, ha scritto una lettera ai vicari della città invitandoli a interessare i parroci del loro vicariato a raccogliere firme contro l’apertura degli Ipermercati la domenica, accogliendo in questo modo l’invito dei sindacati. I vicari cittadini sono quattro: don Gianni Vignocchi per il Centro Storico (9 parrocchie); don Dino Zanasi per la zona Crocetta- S. Lazzaro (9 parrocchie); Don Giorgio Bellei per la zona S. Agnese (il parrocchie); don Franco Borsari per la zona S,Faustino (13 arrocchie). E la prima volta che le parrocchie vengono invitate a mobilitarsi per una "causa civile" al servizio della persona al di sopra di strumentalizzazioni politiche.
opra vescovo Lanfranchi Don Dino nella lettera spiega nei dettagli la necessità di questa mobilitazione «Cari confratelli – scrive – in merito al problema grave dei supermercati aperti tutti i giorni festivi mi ero già sentito con don Borsari e poi con il Vescovo. La settimana scorsa il nostro arcivescovo ha ricevuto una delegazione, del dipendenti di Coop Estense e si è dimostrato disponibile ad appoggiare iniziative che hanno lo scopo di contrastare l’apertura dei suddetti supermercati. Anche nei recente consiglio pastorale diocesano ha manifestato questa disponibilità. TJna delle proposte dei sindacati è quella della raccolta firme a cui anche le parrocchie potrebbero aderire. Si sta preparando anche una manifestazione da parte dei sindacati. Sappiamo che i vari interventi dell’arcivescovo e del centro di pastorale dei lavoro non hanno avuto nessun risultato concreto. Come cristiani credo che dobbiamo sentire una duplice responsabilità: difendere il giorno del Signore come comandato da Dio e difendere l’unità della famiglia (motivazione questa condivisa anche dai non cristiani). Propongo ai vicari :Attadirli di invitare i singoli parroci a raccogliere le firme contro l’apertura dei supennercad. Nella mia parrocchia in questa domenica abbiamo raccolto oltre 200 firme: se tutte le parrocchie collaborassero potremmo anivare a parecchie migliaia eli firme ». La battaglia è cominciata.

MODENA – INVIO alcuni miei pensieri sulle aperture domenicali degli ipermercati. Mi piace sempre
leggere le motivazioni che la Coop fornisce quando deve giustificare qualche operazione commerciale. Tengono aperti la domenica alcuni centri commerciali di Modena e Ferrara e dicono che lo fanno perché così vogliono soci e consumatori. Mi ricorda tanto il caso di anni fa con il Grandemilia. La Coop dapprima dovette chiudere tre
supermercati per ottenere la metratura dell’ipermercato poi dopo un p0′ li riaprì tutti e tre e dissero che andavano incontro alle esigenze di soci e consumatori, La Coop si muove legittimamente nell’ambito dell’economia di mercato e sfrutta le opportunità che la legge le offre per fare business: fanno benissimo e al posto loro lo farei anch’io ma non vengano sempre a raccontare la tavoletta che lo fanno perché piace a soci e consumatori. Di questo passo apriranno un market sulla Ghirlandina, faranno offerte speciali a chi andrà a lire shopping nella notte di capodanno e costruiranno una piscina nel parcheggio dei Portali e immagino già quale sarà la giustificazione: «Ce lo chiedono soci e consumatori»

Milano

Graziella Carneri, sindacalista della Filcams Cgil

GRAZIELLA Carneri, della Filcams Cgil, centri commerciali e negozi sempre aperti, anche la domenica.
Va bene o no? «No, questa legge è una liberalizzazione totale, qualsiasi punto vendita può rimanere aperto 365 giorni l`anno teoricamente anche 24 ore al giorno. La norma del decreto Salva-Italia è una cosa tupida». Perché? «Favorisce come al solito i più forti che possono permettersi di rimanere aperti anche senzaguadagnare, ma peri piccoli commercianti è veramente un guaio p erché non avranno più respiro. Inoltre si è tolta ai Comuni e alle Regioni qualsiasi possibilità di intervenire diversamente». Federdistribuzione sostiene che nessuno sarà obbligato a lavorare tutte le domeniche. «La grande distribuzione ha finalmente trovato quello che cercava: far passare il lavoro straordinario delle domeniche e i festivi come ordinario. Hanno assunto molte persone solo con contratti part time, o solo per i week-end: ma così i lavoratori non vivono, e anzi si trovano esasperati dai turni nei festivi». Non esiste la rotazione sul lavoro domenicale? «Nelle favole, forse. Solo dove c`è una buona contrattazione e le domeniche sono alterne. Nella realtà stiamo combattendo per salvare i lavoratori: nelle aziende dicono che non fanno nuove assunzioni perché i consumi calano, e quindi anche i fatturati». I sindacati quindi che cosa propongono? «Chiediamo a Federdistribuzione di trovare una giusta via di mezzo, utile alle imprese ma anche ai lavoratori. E magari alla città: aperture straordinarie, ad esempio in occasione di Fiere, di eventi. Ora abbiamo davanti le feste di Pasqua, il 25 Aprile e il Primo Maggio: diano un segno di rispetto, in quei giorni tengano chiuso».

Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione

"Noi offriamo un servizio i clienti sono più contenti"

GIOVANNI Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, ha sentito la riflessione del cardinale Scola sull`importanzadelriposo festivo per poter stare con la famiglia? «Ho sentito. I valori dei quali parla il cardinale sono importanti e nessuno li nega. Ma biso gna anche considerare che i tempi sono cambiati, e anzi chiedo un incontro proprio a Scola, per spiegargli il nostro punto di vista». In che senso? «Non pretendo di convincerlo, ma le aperture domenicali sono un servizio alla clientela. I consumatori, i cittadini italiani e le famiglie sono contente delle aperture dei negozi della grande distribuzione. Perché potendo andarenei fine settimana nei centri commerciali hanno il tempo per scegliere con calma e confrontare le offerte dei prodotti». I lavoratori possono trovarsi costretti a lavorare di domenica? «Non sono obbligati. La liberalizzazionenon significa aprire 24 ore su24 tutti i giorni. Questo è il primo grosso equivoco: le aperture si possono programmare in funzione dell’ esigenze dei consumatori e si possono assumere persone per lavorare nei week-end. Poi si può chiudere in altri giorni. Ma la domenica si può anche decidere di aprire la mattina e di tenere chiuso al pomeriggio». In realtà sembra che non sempre si possa scegliere, se il centro commerciale è aperto sono costretti ad aprire anche i titolari dei piccoli negozi che ci sono all`interno.
«E loro sono ben contenti. Questa legge è nata proprio su stimolo dell`Antitrust. Le aperture festive prevedono una maggiore retribuzione e i contratti dei dipendenti tutelano i genitori con figli fino a 3 anni: a loro non può essere richiesto di lavorare la domenica».

Milano – ARRIVA anche il richiamo religioso, dopo quello laico del sindaco Giuliano Pisapia, contro la liberalizzazione totale delle aperture dei negozi prevista dal decreto Salva-Italia. El`arcivescovo diMilano Angelo Scola, rivolto ai fedeli durante una messa domenicale al Giambellino, a dire chiaramente: «Pensiamo all`importanza della famiglia e pensiamo anche al senso dellavoro, alla fatica di questi tempi, all`importanza del riposo festivo. È giusto conservare questo, che è uno è spazio di comunione, così come la festa è un luogo sociale: se in una famiglia il papà fa riposo un
giorno, la mamma un altro, il figlio un altro ancora non si attinge il riposo in senso forte». Una presa di posizione netta, anche se prevedibile, quella della Chiesa contro la possibilità che inegozi siano aperti sempre, ogni domenica e in ogni giorno festivo, su cui il Comune sta tentando di mettere degli argini, nonostante il Tar abbia già dato ragione una volta ai commercianti. «Stiamo studiando una serie di ordinanze che fissino alcuni paletti: il primo saràla tutela di dieci festività laiche e religiose, durante l`anno, giorni in cui le serrande dovranno restare abbassate. E si partirà già con il 25 Aprile e il Primo Maggio», mentre è ancora in forse il destino di Ferragosto: questo assicura l`assessore al commercio Franco D`Alfonso, che in queste settimane sta ascoltando associazioni di categoria, cittadini, sindacati dei lavoratori, mentre gli uffici comunali lavorano per scrivere ordinanze quanto più possibili a prova di ricorso.
Poco più di un mese fa, infatti, il tribunale amministrativo aveva bocciato il giro di vite alle aperture deciso dalla giunta e contro cui avevano presentato ricorso molte insegne della grande distribuzione. «Il Tar è intervenuto su un aspetto formale della precedente ordinanza, che ora stiamo modificando», assicura D`Alfonso. Che, intanto, domani porterà in giunta la delibera sulla costituzione dei nuovi Duc, i distretti urbani del commercio, uno dei "contenitori" delle regole su aperture e orari dei negozi che si incrocerà con le prossime ordinanze che terranno presente motivi di ordine pubblico e necessità sociali di ogni ambito cittadino. Difficile, se nonimpossibile, intervenire ancora per impedire l`apertura selvaggia domenicale, nonostante il richiamo di ieri del cardinale Scola e quello del giorno prima delsindaco Pisapia davanti alle Acli: «Oltre che il diritto al lavoro – aveva detto il sindaco – c`è anche il diritto al riposo, chi lo nega con una legge ingiusta compie un atto anti-demo cratico». Nell`ordinanza bocciata a febbraio, che comunque vedeva contrari i grandi magazzini e abbastanza favorevoli le piccole insegne, l`amministrazione poneva un problema anche di organizzazione della città: le aperture domenicali, festive o comunque straordinarie devono essere comunicate preventivamente al Comune almeno per garantire mezzi pubblici adeguati a una città che si muove anche in orari in cui, tradizionalmente, c`è invece meno richiesta. Un problema che, in qualche modo, verrà riproposto tra le motivazioni alla base anche delle prossime ordinanze.

La domenica va riscoperta e vissuta come giorno di Dio e dellacomunità, giorno in cui celebrare Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza», ma anche «giorno in cui vivere insieme nella gioia di una comunità aperta e pronta ad accogliere ogni persona sola o in difficoltà». Benedetto XVI, nell`omelia pronunciata domenica scorsa nel corso deLa Visita pastorale alla parrocchia romana di San Giovanni Battista de La Salle al Torrino, è tornato a parlare della centralità della domenica e, dunque, dell`importanza «dell`Eucaristia nella vita personale e comunitaria». È proprio «riuniti attorno all`Eucaristia», infatti, che «avvertiamo più facilmente come la missione di ogni comunità cristiana sia
quella di recare il messaggio dell`amore di Dio a tutti gli uomini». Parole che non sono passate inosservate nella corposa mole di dichiarazioni che hanno accompagnato, l`altro giorno, la celebrazione della Giornata uropea per le domeniche liberedal lavoro, in tantecittà del Vecchio Continente. Un evento giunto all`indomani della decisione del governo Monti di liberalizzare il commercio consentendo le aperture dei negozi anche la domenica e nei giorni festivi. E così, presidi, volantinaggi e sit in si sono svolti, per iniziativa delle federazioni sindacali Fisascat Cisl, Filcams Cgil e Uiltucs Uil, anche in Italia: da Milano a Bari, da Sassari a Brescia, e ancora a Roma, Genova, Savona, Cagliari, Bologna, Rimini, Perugia. Spesso le manifestazioni si sono tenute in grandi centri commerciali, dove molti esercenti sono stati invitati a firmare petizioni contro le liberalizzazioni. «Il Governo ha deciso di liberalizzare l`apertura dei negozi e dei centri commerciali senza discutere con nessuno – ha detto il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni-. Non è stata una scelta saggia né liberale, per un Paese come l`Italia che ha anche delle forti radici morali e culturali sul tema del lavoro domenicale. Bisogna riaprire questa partita con il governo e con gli enti locali». Dunque, secondo il numero uno della Cisl, «la liberalizzazione degli orari nel commercio è una restrizione della libertà per chi non vuole lavorare anche la domenica. F. una scelta – ha aggiunto Bonanni – che limita la libertà delle persone che lavorano». E sulla base di argomentazioni comuni – liberalizzando non aumentano i consumi, i turni diventano massacranti, si limitano la libertà di chi lavora e i costi di gestione – sono piovuti i commenti degli altri leader sindacali. Per Susanna Camusso (Cgil) «la vita non è fatta solo di consumi, anche perché o comunque aumentano le retribuzioni o i consumi non crescono». Mentre secondo il segretario confederale della Uil, Carmelo Barbagallo, il lavoro domenicale va regolato «per evitare un uso selvaggio, da parte della grande distribuzione, dell`orario di lavoro». E se anche la Confcommercio critica la "deregulation" che «non gioverà né ai consumi né al pluralismo distributivo del nostro Paese», l`Ugl chiede di avviare un confronto tra sindacati e imprese: «Il riposo della domenica – ha evidenziato il segretario generale Giovanni Centrella -non può essere compensato con il riposo in qualsiasi giorno della settimana, quindi va ripensato îl sistema, salvaguardando la libertà del datore di lavoro e del dipendente di regolarsi secondo le proprie esigenze».

 

Domenica è sempre domenica: «Un giorno che è come nessun altro. Perché libero, festivo, speciale. E che perciò va preservato dall`obbligo invadente del lavoro, del vendere e del comprare». Lo ha scritto Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. E sarebbe tutto normale per un giornale cattolico, se non fosse per l`inedita alleanza «pro domenica» con i sindacati. L`editoriale apparso sul quotidiano della Cei serviva infatti a presentare l`iniziativa in difesa della domenica che si è svolta ieri nelle piazze di 12 Paesi europei. Una «santa alleanza» di associazioni religiose e sindacati, riuniti nella. European Sunday alliance. «Nel nostro Paese – sottolineava Avvenire – i volantinaggi che saranno organizzati dalle federazioni del commercio di Cgil, Cisl e Uil in una decina di città assumono un significato particolare all`indomani del decreto Salva-Italia». Che con un provvedimento ad hoc ha stabilito che molti esercizi pubblici potranno restare aperti 24 ore su 24, e tutte le 52 domeniche di un anno. «Una norma non ancora pienamente in vigore – e sulla quale alcune Regioni hanno già annunciato ricorso alla Consulta – ma che è emblematica di una deriva culturale». Così secondo Avvenire che ha benedetto l`iniziativa europea per la quale sono scesi in campo ottanta organismi (dai sindacati alle chiese cristiane) pronti a sostenere l`European Sunday alliance, fondata a Bruxelles nel giugno 2011. In Austria l`alleanza coinvolge anche le comunità musulmana ed ebraica. Quasi a sottolineare coe il problema riguardi tutto il Vecchio Continente. E ieri Avvenire ha rilanciato il tema con un`intervista alla leader della Cgil, Susanna Camusso: «Il consumo non può essere l`unico modello di vita sociale. Per questo la domenica va preservata nel suo valore» ha spiegato al quotidiano dei Vescovi, «l`unica offerta sociale che si avanza sembra quella di passare la propria vita in un centro commerciale. Il sindacato unitariamente sta già contrastando le aperture generalizzate e devo dire che anche nel mondo della grande distribuzione non c`è stato consenso unanime al provvedimento del governo». Il rischio sarebbe quello che le domeniche vengano frammentate, rese omogenee agli altri giorni della settimana. Tema questo sul quale anche gli altri sindacati hanno fatto sentire la propria voce. Secondo la Uil il lavoro domenicale «va regolamentato», spiega Carmelo Barbagallo, «per evitare un uso selvaggio da parte della grande distribuzione». Taglia corto l`Ugl: «Il riposo della domenica – afferma Giovanni Centrella non può essere compensato con il riposo in qualsiasi giorno della settimana, quindi va ripensato il sistema, salvaguardando la libertà del datore, di laVoro e del dipendente di regolarsi secondo le proprie esigenze». Critica sulle domeniche anche Confcommercio, «questa deregulation `non gioverà né ai consumi né al pluralismo distributivo del nostro Paese. Serve quindi, un`urgente rivisitazione della normativa». Uil: va evitato un uso selvaggio, soprattutto da parte della grande distribuzione piu occupa
Se prendiamo come riferimento l`incidenza percentuale dei lavoratori domenicali occupati alineno
una volta al mese sul totale degli occupati, il settore alberghiero e quello della ristorazione presenta la
percentuale più elevata: ovvero il 64% calcolato sui tre milioni di dipendenti. Tradotto in numeri si tratta, secondo le stime della Cgìa di Mestre, di più di mezzo milione (521.757 per la precisione) di lavoratori domenicali.
I dipendenti dei negozi che lavorano almeno una domenica al mese non più di 400 mila, circa il 20% deí tre milioni di dipendenti della domenica. Scendono a circa 234 mila quelli che, invece, lavorano due o più volte in un mese. Ieri Confcommercio, l`associazione dei commercianti, ha fatto sapere di non essere d`accordo con la scelta dell`apertura degli esercizi commerciali di domenica «perché questo non gioverà né ai consumi né al pluralismo distributivo del nostro Paese».

Tra i lavoratori domenicali rientrano poi i dipendenti delle aziende di trasporto pubblico, come tram, autobus, metropolitane e ferrovie. In Italia sono oltre 250 mila compresi i dipendenti del settore telecomunicazioni (per esempio, chi lavora nei cali center) che lavorano almeno una domenica al mese.
Scendono a 175 mila quelli che lavorano per due o più domeniche al mese.
Sono quasi tre milioni, secondo le stime della Cgia di Mestre, i dipendenti italiani che all`anno hanno lavorato almeno una domenica al mese. Poco più di due milioni quelli che lo hanno fatto addirittura due o più volte in un mese. Ai tre milioni di dipendenti vanno poi aggiunti i lavoratori autonomi (artigiani, agricoltori; ambulanti, etc): circa un milione e mezzo lavora la domenica. Si arriva così ai 4,5 milioni.
In base all`incidenza percentuale di chi lavora la domenica almeno una volta al mese sul totale degli occupati (3 milioni), la Pubblica amministrazione e la difesa sono il secondo settore con più occupati (26,7% sul totale, a quota 372.975 lavoratori) alle spalle degli alberghi e dei ristoranti (64%). Ai terzo posto invece, secondo i dati elaborati dalla Cgia di Mestre, sí piazzano gli occupati nella sanità e nell`assistenza sociale (21,9% del totale).
Chi lavora di meno la domenica sono gli impiegati nel settore finanziario come analisti e broker delle Sim, i dipendenti delle banche, gli assicuratori e nel mercato delle case, gli agenti immobiliari. Sono 13.300 quelli che lavorano almeno una volta al mese, scendono sotto i 6.500 quelli che vanno in ufficio due o più volte alla domenica. Per il mondo della finanza nel week end spesso c`è meno da lavorare perché le Borse e i mercati obbligazionari restano chiusi il sabato e la domenica.

Potrà sembrare paradossale ma nel momento in cui c`è fame di lavoro ieri i sindacati italiani del commercio e un network di associazioni civili/religiose (la European Sunday Alliance) hanno indetto una giornata di iniziative pubbliche contro il lavoro domenicale e le liberalizzazioni del commercio, che pure concorrono a creare nuova occupazione. Slogan: <da domenica non ha prezzo». Gli addetti del commercio non sono i primi a lavorare di domenica, da tempo immemore altre categorie già assicurano il turno dei giorni di festa in servizi come trasporti, telefoni, giornali e via di questo passo. Da sempre questi lavoratori hanno negoziato il sacrificio richiesto con maggiorazioni salariali e riposi compensativi. Qual è dunque la novità? Nel commercio è diversa la composizione della forza lavoro, le donne impiegate nei supermercati sono un numero molto maggiore di quelle che lavorano nei trasporti. I sindacati sostengono, non senza ragione, che l`obbligo di lavorare la domenica altera un corretto profilo familiare, rende impossibile celebrare la festa insieme e quindi penalizza la coesione genitori-figli. Accanto a questa considerazione, in casa Cgil ha guadagnato campo anche un`elaborazione critica nei confronti delle
liberalizzazioni del commercio giudicate inutili. Si sostiene che l`offerta è già ricca e non c`è bisogno di prolungare le aperture alla domenica. Si aggiunge che un allungamento degli orari porta sulla strada di un consumismo esasperato e di una «società dello spreco». Ma hanno senso questi discorsi in una stagione di recessione? E accanto alla giusta difesa dei modelli familiari di coesione perché Cgil-Cisl-Uil non sviluppano una nuova cultura della contrattazione? La strada sarebbe tutto sommato semplice e potrebbe passare attraverso uno scambio tra le domeniche lavorative e il welfare aziendale. In molte aziende italiane si sono raggiunti accordi che in qualche maniera estendono tutele e bonus ai figli dei dipendenti. Perché non legarli alle liberalizzazioni? Anche la fantasia, oltre alla domenica, non ha prezzo.

Se non c`è domenica non c`è più tempo eccezionale: non c`è interruzione né rinascita, non rigenerazione né ricominciamento. Almeno così pensano gli antropologi, più preoccupati dei sindacati per l`apertura domenicale degli esercizi commerciali. L`impressione è che non basta rievocare i significati simbolici connessi al tempo festivo. Perché il valore economico di una giornata lavorativa in più li spazza via tutti. Come se il riposo o la festa fossero tempo sprecato; e siccome non c`è più da scialare, non possiamo permetterci nemmeno la calma magnificenza di una giornata trascorsa a rigirarci i pollici da mane a sera. Per non rinfocolare polemiche fuori luogo, non chiederemo se il governo in carica non sia la prosecuzione della politica di Berlusconi con altri mezzi: troppo evidenti sono le diversità.
Però questa cosa che una domenica in cui tutti insieme si porta a spasso il cane, si vede la partita, si comprano i dolci o si fa una gita fuori porta – che una domenica così, un po` diversa dagli affanni di ogni giorno – sia un lusso insostenibile sembra prolungare l`eco di quel che diceva un certo ministro del precedente dicastero, per il quale con la cultura non si mangia. La cultura è di troppo, insomma, e pure la domenica. Ma che c`entra la cultura? C`entra e come, c`entra quanto l`Estetica di Hegel. Non perché vogliamo i musei aperti anche di domenica (e questo è giusto), ma perché commentando l`esistenza «retta e serena» rappresentata nella pittura olandese rinascimentale, Hegel aveva trovato questa felice espressione: sembra di vedere la domenica della vita. Le scene popolaresche erano per lui colte, in quei dipinti, nel loro momento ideale: in letizia e schiettezza, in freschezza e serenità. E siccome i temi del lavoro e della vita contadina entravano per la prima volta nella storia della pittura, a fianco di dei ed eroi, santi ed altezze reali, il filosofo assicurava: le persone che sono così cordialmente di buon umore, in osteria o nel mezzo di una festa, «non possono essere del tutto cattive e basse». E voglio vedere: se posso posare la vanga e bermi un buon bicchiere, dopo una settimana di duro lavoro, anch`io, che sono contadino, tocco il mio momento ideale. Ora invece che con la domenica, a quanto pare, abbiamo chiuso, il momento ideale s`allontana, e pure il connesso buon umore. Il fatto è che però, riducendo la domenica a un giorno come gli altri, non si eliminano solo i circoletti rossi sul calendario (provate però a vedere che effetto fa una sfilza di numeri tutti neri, tutti uguali), ma si cancellano anche due o tre cose a cui dovremmo tenere. La prima vale per i cristiani: è il precetto di santificare le feste, di celebrare l`irruzione del tempo di Dio nel tempo degli uomini. Ma le altre due dovrebbero valere un po` per tutti, perché ne va del famoso significato antropologico, e quello non è uno scherzo, se resiste da diverse migliaia di anni. Padre Enzo Bianchi lo presentava così: c`è una qualità di vita da salvaguardare, e c`è, soprattutto, la necessità di un giorno in cui gli uomini "simultaneamente riposino per potersi incontrare".
Qualcuno penserà forse che, se non si riposa tutti insieme, la domenica si farà meno fila ai caselli autostradali: è probabile, anche se sarebbe bene tornassimo a considerare importante la qualità di vita del lavoratore, non solo quella del consumatore. Ma è dell`idea che ci si possa incontrare insieme che si sono perse le tracce. E se non si fa questione del solo tempo religioso, perché viviamo in uno Stato laico, non si tratta nemmeno del solo tempo libero, e di come andare insieme al cinema o allo stadio. Si tratta invece di un tempo collettivo che è pur`esso prezioso, legato com`è all`esistenza politica dell`uomo, alla sua dimensione costitutivamente pubblica. Certo che però se si ritiene che no, gli uomini conducono un`esistenza autentica solo nel privato, allora non si capisce proprio a che serva la domenica, e un semplice esercizietto econometrico ne potrà dimostrare tutta.

La giornata di mobilitazione delle organizzazioni di categoria contro la liberalizzazione degli orari di apertura nel settore del commercio. La Camusso: "La festività va preservata". Bonanni: "L’obbligo limita la libertà delle persone"

ROMA - "Il consumo non può essere l’unico modello di vita sociale. Per questo la domenica va preservata nel suo valore". Lo sottolinea Susanna Camusso. "I negozi aperti la domenica non aiutano i consumi ma rendono più difficile la vita dei lavoratori", è il giudizio del segretario generale della Cgil che, in occasione della giornata europea per le domeniche libere dal lavoro promossa dalla European Sunday Alliance, si è recata al centro commerciale Cinecittà 2 di Roma dove era in corso un presidio dei sindacati del commercio.

"Le liberalizzazioni del commercio con l’apertura sette giorni su sette non determinano un aumento dei consumi, ma incidono sulle condizioni materiali di vita dei lavoratori, con turni sempre più massacranti, con una sempre maggiore richiesta di flessibilità, oltre che sui costi di gestione", ha sottolineato Camusso. "Peraltro – ha aggiunto – quello dei centri commerciali è un modello di società che non ci convince, non può essere l’unico modello. C’è un problema che riguarda la vita delle persone – ha insistito – il commercio non riguarda il servizi pubblici indispensabili, la vita non è fatta solo di consumi, anche perchè o comunque aumentano le retribuzioni, o i consumi con crescono".

La leader della Cgil ha poi voluto ricordare che nel settore del commercio sono molte le donne lavoratrici, per le quali un aumento di flessibilità non fa che aumentare i problemi. "In un Paese che già sconta carenza di servizi – ha concluso – tutto si aggrava ancora di più nei giorni festivi".

Alle parole della Camusso si unisce anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: "Lasciare liberi i lavoratori del commercio di stare a casa o meno la domenica. La liberalizzazione degli orari nel commercio è una restrizione della libertà per chi non vuole lavorare anche la domenica: è una scelta che limita la libertà delle persone che lavorano. Bisogna riaprire la discussione con il Governo e con gli enti locali – sottolinea -. Si può trovare una soluzione equilibrata discutendo con i sindacati di categoria del commercio che salvaguardi gli interessi della collettività con le scelte legittime e libere dei lavoratori".

Parlando in occasione della giornata di mobilitazione indetta oggi dai sindacati di categoria per protestare contro la liberalizzazione degli orari di apertura nel settore del commercio, il leader della Cisl ricorda che "il Governo ha deciso di liberalizzare l’apertura dei negozi e dei centri commerciali senza discutere con nessuno. Non è stata una scelta saggia né liberale, per un Paese come l’Italia che ha anche delle forti radici morali e culturali sul tema del lavoro domenicale – afferma -. Bisogna riaprire questa partita. Non tutte le città sono turistiche e non tutti i quartieri nelle città turistiche hanno bisogno di avere i centri commerciali aperti la domenica. Spero che il presidente Monti, che è persona saggia e di grande equilibrio, intervenga per favorire una discussione serena e trovare un’altra soluzione sul tema dell’apertura domenicale dei negozi".

Certo, parlando della liberalizzazione totale di orari e giorni degli esercizi commerciali, è necessario parlare dei tanti aspetti economici sollevati dal provvedimento adottato dal governo Monti con il decreto salva-Italia: la sua effettiva capacità di risollevare i consumi e favorire la crescita, la possibilità
che favorisca o meno l`occupazione, e l`incidenza sugli equilibri di mercato tra grande e piccola distribuzione. Tutti aspetti su cui si concentrano le critiche mosse da regioni, enti locali, sindacati, associazioni ed imprese che stanno contrastando la norma in ogni modo, ricorsi al Tar e alla Corte Costituzionale compresi.

TEMPO LIBERO SENZA PREZZO

Ma esiste anche un altro aspetto da considerare, spesso ignorato dal dibattito tra pro e contro, ed è quello della completa mercificazione del tempo libero dei lavoratori, conseguenza inevitabile di perture dei negozi sette giorni su sette: «Il lavoro delle persone non ha solo una valenza economica, ma anche sociale, psicologica, medica e demografica. Eppure la dimensione economica è l`unica presa in considerazione, da tempo ha schiacciato tutto il resto, facendo trionfare una sorta di marxismo alla rovescia», spiega Domenico De Masi, professore di Sociologia del lavoro all`Università La Sapienza di Roma. «Tutto si è appiattito sui tempi brevi dell`economia, che prima si è mangiata i tempi lunghi della politica, ed ora rischia di essere mangiata a sua volta dai tempi brevissimi della finanza e delle agenzie di rating. Nessuno spazio, purtroppo, sembra rimanere per un nuovo umanesimo che si occupi anche degli spazi di vita delle persone, e dei lavoratori in particolare. Un nuovo umanesimo n base al quale – continua De Masi – servirà anche ridefinire lo sviluppo sostenibile del nostro paese, che non può più pensarsi in termini di più consumi e più crescita. Non in questa fase storica, con i processi di veloce sviluppo in corso dei paesi del secondo e terzo mondo». Ed è infatti con lo slogan «La domenica non ha prezzo, il tempo libero è prezioso per tutti, anche per i lavoratori e le lavoratrici del commercio» che Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno deciso di aderire oggi alla giornata europea per le domeniche libere dal lavoro promossa dalla European Sunday Alliance, una rete di organizzazioni sindacali, associazioni civili e religiose che puntano le loro attività sul rispetto dei tempi di vita e di lavoro. Su tutto il territorio nazionale, dunque, si svolgeranno iniziative per coinvolgere e sensibilizzare l`opinione pubblica, per chiedere «regole certe che rispettino le esigenze dei cittadini consumatori, ma anche i diritti dei dipendenti, per la maggior parte donne, con forti difficoltà a trovare tempi e modi per conciliare concretamente vita privata e lavorativa». Tutto questo nella convinzione che «le liberalizzazioni del commercio non creeranno nuovi posti, ma esauriranno chi già c`è con turni pesanti e richieste eccessive di flessibilità». Ed ancora, nella convinzione – comune alle associazioni datoriali di piccole e medie imprese – che i nuovi orari non aumenteranno in alcun modo le vendite, viste le difficoltà di reddito delle famiglie italiane colpite dalla crisi, e che i negozi già in difficoltà rischieranno di sparire sotto i colpi della grande distribuzione e dei centri commerciali. Per l`occasione, stamattina a Roma sarà organizzato un presidio davanti al centro commerciale Cinecittà 2 in viale Togliatti, al quale prenderà parte anche la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, con banchetti per la raccolta di firme per la petizione «Liberi dalle liberalizzazioni» e per l`offerta ai cittadini di caffè e cornetti caldi. A Milano giocolieri, trampolieri, clown e musicisti animeranno il pomeriggio di largo Cairoli, mentre a Firenze si ballerà e canterà in piazza della repubblica con la musica della Banda Bandao. Feste di piazza con presidio anche a Udine, Bari, Pisa e Genova. A Napoli, invece, sarà organizzato un volantinaggio nell`isola pedonale di via Scarlatti, dove avverrà anche un flash-mob degli artisti di strada che abitualmente sono in zona. Una grande giornata di protesta a cui hanno aderito anche i pensionati dello Spi Cgil, che per solidarietà diserteranno i centri commerciali, e l`Associazione Nazionale dei Panificatori, che a causa della liberalizzazione della produzione di pane fresco vedrebbe «svuotare il valore del prodotto e del lavoro, con ricadute sulla qualità produttiva del comparto e, a lungo termine, con il ridimensionamento del settore»?
Cgia: se sale l`Irapper le imprese stangata da 3,5 mld Nom «Se le Regioni, ormai sempre più a corto di risorse finanziarie, deciderannodi aumentare l`aliquota Irap di un punto, portandola al limite massimo del 4,82% l`aggravio fiscale sulle imprese sarà di 3,5 miliardi di euro». Lo dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi. «Lo sblocco dei tributi locali e regionali previsto per fanno di imposta 2012 dal recente decreto sulle semplificazioni fiscali – rileva – rischia di tramutarsi in una vera e propria stangata per le imprese del Centro-Nord».

L’apertura domenica dei centri commerciali ha aperto una discussione a più che in primo luogo coinvolge i lavoratori ma merita anche alcuni approfondimenti. Tra i più autorevoli quello che arriva dallaChiesa di Modena. L’ufficio diocesano per la pastorale sociale, infatti, ha diffuso nei giorni scorsi un documento che in questo fine settimana è stato consegnato anche durante le messe domenicali. La posizione espressa dalla Curia è piuttosto chiara. Si legge: «la scelta di non fare la spesa alla domenica che proponiamo a tutti e in primo luogo ai cristiani, potrebbe essere un segno di cambiamento. I centri commerciali aprono alla domenica perché la legge lo consente, ma anche perché la gente ci va». Alessandro Monzani della pastorale sociale e del lavoro della Diocesi non si nasconde sul decreto liberalizzazioni: «La valutazione che noi abbiamo fatto è critica perché ci sembra che voler uscire dalla crisi puntando tutto sulla crescita dei consumi imporrebbe una riflessione. Più che dare delle risposte è sempre meglio porre delle domande, e noi siamo partiti da questo presupposto: è indispensabile fare la messa alla domenica? Ciascuno di noi rifletta. Più che una indicazione dogmatica è un invito a pensare». «lo nella mia esperienza – spiega Monzani – ho una famiglia piccola e posso permettermi di fare la spesa durante la settimana, riesco ad organizzarmi. Il concetto di indispensabilità è squisitamente personale, ma merita approfondimenti. Per questo ci siamo interrogati.
Abbiamo anche ricevuto molte sollecitazioni sia da parte di parroci e sacerdoti, sia da parte di chi lavora nel mondo del commercio: ci chiedevano di capire e consigli. Ecco perché abbiamo scelto di pubblicare un documento a disposizione di tutte le comunità, per dare alcuni spunti di riflessione. Scambi di idee e sollecitazioni ce ne sono stati, anche con le organizzazioni sindacali ». Non manca un riferimento esplicito alle parole di monsignor Lanfranchi: «La lettera alla città dell’arcivescovo in occasione di San Geminiano ci ha proposto di seguire percorsi di vita virtuosi incentrati su poche parole chiave: stile di vita più sobrio, condivisione come stile quotidiano. Come questo si concili con le ricette per uscire dalla crisi basate sul rilancio dei costumi avulso dal terna delle risorse e soprattutto dalla loro equa distribuzione a livello mondiale, rimane un mistero e dovrebbe interrogare i credenti».