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II Colpo di scena alla Amazon di Castel San Giovanni: l’azienda ieri ha annullato l’incontro previsto nel pomeriggio con i sindacati, rinviandolo al 18 gennaio. Il faccia a faccia, convocato da tempo, aveva all’ordine del giorno la presentazione del nuovo direttore dell’hub piacentino: ma è chiaro che si sarebbe finiti a parlare anche dello sciopero del Black Friday e delle richieste dei lavoratori. Il sindacato risponde con un «ultimatum»: ci incontri entro il 6 dicembre o intensificheremo le proteste.

Amazon annulla l’incontro, il sindacato lancia un ultimatum Dopo lo sciopero salta il faccia a faccia già fissato per il «Cyber Monday»: rinvio al 18 gennaio. I lavoratori: tavolo entro 10 giorni II Un colpo di scena alza il livello della tensione alla Amazon di Castel San Giovanni nel Cyber Monday, il giorno delle vendite hi-tech: l’azienda ieri mattina ha annullato via mail l’incontro previsto nel pomeriggio con i sindacati, e lo ha rimandato al 18 gennaio. Il faccia a faccia, convocato già da tempo, aveva all’ordine del giorno la presentazione del nuovo direttore dell’enorme centro spedizioni nel piacentino: ma è chiaro che si sarebbe finiti a parlare anche dello sciopero del Black Friday e delle richieste dei lavoratori, messe a macerare dalla multinazionale statunitense ormai da un anno. Il gruppo ha spiegato di preferire che «il confronto avvenga in un contesto più sereno e sgombro da pregiudiziali». A STRETTO GIRO È arrivata però una dura replica dei sindacati, non disponibili ad accettare di buongrado il rinvio deciso unilateralmente dal colosso fondato da Jeff Bezos: Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil e Ugl Terziario definiscono la mossa di Amazon «irresponsabile, pericolosa, e tesa a elevare il livello dello scontro». Le quattro organizzazioni reagiscono quindi lanciando un «ultimatum»: chiedono «un incontro urgente da svolgersi perentoriamente entro il 6 dicembre al fine di riprendere un confronto proficuo e costruttivo nell’interesse reciproco sui temi inerenti le istanze più volte sollevate dai lavoratori». SUL PIATTO DELLA BILANCIA i sindacati mettono anche una proposta in positivo: se l’azienda accetterà la loro richiesta di incontro, sospenderanno lo stato di agitazione. Oltre allo sciopero di venerdì scorso, infatti, è già operativo il blocco degli straordinari fino al 31 dicembre: un mese clou per il gigante degli affari on line perché include le compere di Natale. «In assenza di un riscontro – conclude la nota sindacale – non ci sarà ulteriore spazio per mediazioni e sarà chiara la responsabilità di tutto quello che potrà accadere». Per l’11 dicembre è stata organizzata un’assemblea, ed è facile pensare che se la tensione rimarrà alta potrebbe essere deciso uno sciopero proprio nei giorni natalizi. FIORENZO MOLINARI, segretario della Filcams Cgil di Piacenza, lancia un ultimo «appello» al gruppo Usa: «Facciamo notare ai vertici della società di Jeff Bezos che in Italia abbiamo risolto la questione sulla democrazia rappresentativa a metà del secolo scorso. Quindi invitiamo caldamente Amazon a riaprire il tavolo di trattativa, perché chiudere ogni canale di dialogo tra azienda e lavoratori è un atteggiamento totalmente controproducente». IL SINDACALISTA CGIL conferma che nel Black Friday – giorno di picco delle vendite per Amazon – le assenze per sciopero dei dipendenti a tempo indeterminato e full time sono state «superiori al 50%». I dati più bassi comunicati dall’azienda (10%) possono essere dovuti anche al fatto che «alcuni lavoratori in sciopero sono stati segnati in riposo» e che nel conteggio sono stati inclusi gli interinali: i quali però in concreto non hanno potuto esercitare pienamente il proprio diritto di incrociare le braccia. RESTANDO AGLI INTERINALI, secondo il sindacato sarebbero stati ben 2700 al lavoro nel Black Friday, quando in genere il bacino dei precari ne include massimo 2 mila. La Filcams però per il momento non si spinge a dire che qualcuno sia stato chiamato ad hoc per sostituire gli scioperanti: solo dopo che avrà fatto un’attenta analisi non esclude l’eventualità di adire all’articolo 28 per comportamento antisindacale. IL COLOSSO USA intanto ha segnato anche ieri – in occasione del Cyber Monday – grandi performance a Wall Street, crescendo del 2%. Il 2,4% segnato nel Black Friday aveva già catapultato Jeff Bezos alla vetta dell’olimpo dei ricchi, portando la sua partecipazione alla cifra monstre di 100 miliardi di dollari. SUL SISTEMA DELLA logistica e sul tema appalti ha detto la sua ieri la Filt Cgil, in audizione alla Camera: il sindacato ha denunciato «le distorsioni rilevate negli ultimi tempi, oltre che all’azienda modenese Castelfrigo, anche negli appalti di Mondoconvenienza, del corriere Sda e di Amazon». Il sindacato invoca dunque «maggiori ispezioni contro il fenomeno delle cooperative spurie» e «un intervento sul sistema fiscale, togliendo la possibilità agli appaltatori di aggirare il versamento dell’Iva, insieme al ripristino del reato di intermediazione di manodopera». Ieri e oggi di nuovo scuole chiuse al quartiere Tamburi di Taranto per i «wind day», i giorni in cui il vento soffia forte da nord-ovest spargendo sulla città polveri pericolose dell’Ilva: dalla prima ordinanza, del 24 ottobre scorso, siamo già al quinto e sesto giorno di chiusura. I bambini saranno costretti a rimanere chiusi in casa per precauzione, secondo quanto decretato dal sindaco Rinaldo Melucci. Ma intanto molte famiglie si ribellano per i giorni di istruzione che vengono persi: «Niente scuola per i bambini, così non disturbano l’Ilva», scriveva ieri una delle mamme su Facebook. I consiglieri comunali Cinque stelle intanto hanno presentato una mozione chiedendo al sindaco di «ordinare il fermo totale delle attività industriali a ridosso del quartiere Tamburi nei wind day, dagli impianti ai nastri trasportatori che sollevano le polveri minerali spargendole su case, marciapiedi e balconi»

E’ una goccia che sta scavando nelle relazioni sindacali. La goccia si chiama algoritmo ed è già una realtà consolidata per le piattaforme digitali e la logistica. Le app nate per la consegna delle pizze e gli scanner, i cui sistemi organizzano il lavoro, sono la punta di un iceberg che si sta scoprendo. Non è più soltanto una questione aziendale di competitività e produttività, ma è un vero e proprio tema core per gli stessi sindacati. Le potenzialità dei sistemi algoritmici sono altissime e Cgil, Cisl e Uil si stanno attrezzando con aree intitolate, non a caso, industria 4.0 perchè è là che l’algoritmo sta atterrando. «L’innovazione deve fare il suo corso ma va negoziata», dicono.

È una goccia, per ora, ma sta scavando a poco a poco nei meandri delle relazioni sindacali. Senza che nessuno scienziato si offenda per la semplificazione, la goccia si chiama algoritmo. Le app nate per la consegna delle pizze e gli scanner sono solo la punta di un iceberg che a poco a poco si sta scoprendo. Le società della new economy non fanno mistero di aver mutuato dall’industria tutta una serie di metodologie di lavorazione per efficientare il processo continuamente. E proprio lì,queste metodologie, ripensate attraverso l’informatica e le nuove tecnologie, stanno ritornando. Semplificando e, aiutati da un paio di esempi (alla manifattura sarà riservato un capitolo a parte), vediamo dove si usa e come funziona quella che, in casa Cgil, definiscono la versione 4.0 del capo del personale. Prima un salto nei mondo Amazon e poi un altro in quello di Foodora. Due mondi diversi, due settori diversi che però ci aprono la porta del mondo della disintermediazione del rapporto di lavoro. E della rivoluzione silenziosa nella relazione tra azienda e sindacato. Una relazione dove le piattaforme rivendicative all’antica maniera, per le imprese, non funzionano più: Amazon non ha nemmeno preso in considerazione quella che gli era stata presentata dai sindacati per l’integrativo dei lavoratori con il contratto del commercio. Andiamo. Nel mondo di Amazon troviamo i picker e i runner, in quello di Foodora i rider. Chi sono e cosa fanno i picker e i runner, chiediamo a un manager delle operations di Amazon. Per capirlo entriamo nel polo logistico di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove attualmente sono al lavoro 1.600 lavoratori diretti e 2mila lavoratori in somministrazione che sono stati ingaggiati per il periodo tra settembre e dicembre per far fronte al picco natalizio. E lunedì mattina, sono le 8, arriva il primo camion, attracca e il suo carico viene scaricato nelle baie. E già in questo stadio che entra inazione lo scanner, un dispositivo che, tanto per intenderci, ha la forma delle comuni pistole usate nelle casse dei supermercati. Ogni addetto è praticamente associato a uno scanner che rileva il percorso della merce ma anche tutto il suo lavoro e in qualche modo lo guida nella sua esecuzione, attraverso un algoritmo che si basa su parametri definiti dall’azienda e che sono coperti dal cosiddetto segreto industriale. L’obiettivo qual è? Far sì che il lavoro sia più produttivo e svolto in economia. Ma anche secondo ritmi piuttosto serrati, certamente più dettati dal software che non dal lavoratore. E arrivata l’ora di pranzo, dunque lasciamo picker e runner, che percorrono fino a una mezza maratona a turno, ed entriamo nel mondo di Foodora e dei suoi rider. Qui una app ci consente di ordinare il nostro pranzo che ci verrà consegnato nel più breve tempo possibile. Come funziona la app? Una volta ricevuto l’ordine, inoltra la richiesta di consegna al rider più vicino al ristorante che, seguendo un percorso predefinito o che lui stesso decide, potrà consegnare il pranzo nel più breve tempo possibile. La piattaforma digitale consente l’incontro diretto tra domanda e offerta di lavoro e soprattutto svolge un compito di coordinamento tra la prestazione lavorativa e il resto dell’organizzazione. Ma chi sono i rider e quale contratto hanno? I rider, ci spiegano da Foodora, sono soprattutto giovani: la loro età media è di 24/25 anni. Sono alla ricerca di un lavoro flessibile per tempo e impegno e Foodora dà ai rider la possibilità di lavorare secondo le loro esigenze. A sua volta ha un’organizzazione molto flessibile in modo da poter modulare il lavoro in funzione della domanda. I contratti, in Italia, sono contratti di collaborazione coordinata e continuativa che contemplano anche un’assicurazione integrativa. Il compenso? 4 euro a consegna A proposito: se un rider non accetta di svolgere la consegna? Il solito algoritmo consente di individuare gli altri rider più vicini al ristorante dove ritirare il nostro pranzo e poi svolgere la consegna seguendo un percorso che sarà il rider a scegliere. Si può sapere qualcosa di più su questo algoritmo? No, c’è il segreto industriale. Come si è detto nella premessa stiamo parlando di organizzazioni diverse, ma dove la flessibilità estrema è uno dei punti di forza. Anche dal punto di vista contrattuale. Non è un caso che a Castel San Giovanni i lavoratori in somministrazione superino quelli diretti e che quelli di Foodora siano tutti collaboratori. Ma torniamo all’algoritmo. Per il sindacato sta diventando un cruccio dilagante: è evidente che le sue potenzialità sono altissime in quanto i comparti interessati non sono solo la logistica o il commercio, ma è ancora più evidente che in questa fase l’algoritmo non è negoziato e negoziabile. «L’algoritmo non può essere considerato una semplice macchina, uno strumento di lavoro. E un elemento dalle potenzialità altissime, molte anche positive, si pensi a quali prospettive può aprire nella medicina predittiva o nel monitoraggio ambientale. Ma ci possiamo vedere anche una versione critica e molto sofisticata del capo del personale, un manager digitale – spiega Alessio Gramolati della Cgil -.Un management digitale che può esercitare il controllo dei lavoratori attraverso RFID, GPS, IPcam, software e algoritmi spioni. Una sorveglianza senza frontiere che rischia di rompere il legame di fiducia tra datore di lavoro e impiegato e che ha il potere di destrutturare le relazioni sindacali e il rapporto tra azienda e lavoratore». La Cgil chiede che l’algoritmo venga condiviso con il sindacato. La Cisl ci tiene a precisare che per il momento la platea dei lavoratori interessati, in Italia, è ancora ristretta. C’è però una riflessione tra le parti sociali per evitare che si diffondano fenomeni di sfruttamento. Gigi Petteni, segretario nazionale della Cisl, dice che «intanto va precisato che non servono nuove tipologie contrattuali, visto che il panorama contrattuale italiano è già abbastanza vasto. E poi sarebbe necessario recensire tutte le piattaforme digitali che devono essere sottoposte a controllo da parte del ministero del Lavoro». Assolte queste premesse, c’è il lato politico della questione. L’algoritmo pone infatti un tema di reciprocità e di garanzia dei diritti e dei doveri, oltre che di privacy. Che sia un algoritmo a gestire tempi e metodi di lavoro, nell’era dell’impresa 4.0, non è affatto scandaloso, secondo il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: «Il punto è che questa impostazione deve essere condivisa con e dai lavoratori attraverso la contrattazione tra le parti sociali. L’innovazione tecnologica deve fare il suo corso, ma la questione va ricondotta nell’alveo delle relazioni industriali e della contrattazione aziendale. Conviene anche alle imprese: è dimostrato, infatti, che la produttività aumenta con il benessere lavorativo».

L’ALGORITMO

Che cos’e? I sistemi algoritmici vengono utilizzati dalle piattaforme digitali e da alcune organizzazioni, soprattutto nel settore della logistica, per organizzare il lavoro partendo da una formula che associa a ciascun obiettivo un peso, basato su determinati parametri aziendali e che l’azienda può modificare in base alle necessità. Il risultato è rappresentato da soluzioni che rappresentano quello che dovrebbe essere il compromesso ideale. Partendo da una base di dati della struttura e applicando il sistema si arriva a una soluzione che consente al lavoratore di svolgere la sua attività raggiungendo i livelli di produttività auspicati dall’organizzazione e anche le migliori condizioni di salute e sicurezza. Gli effetti La digitalizzazione e le piattaforme digitali hanno aperto le porte di alcune realtà imprenditoriali a migliaia di outsider che fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro con contratti non necessariamente continuativi e tantomeno subordinati. Con vantaggi tanto per i diretti interessati che possono svolgere l’attività lavorativa in base alle loro esigenze quanto per le imprese che possono rimodulare il lavoro in base alla domanda. Se la digitalizzazione ha aperto le porte del mondo del lavoro a migliaia di outsider e ha consentito una flessibilità estrema nell’organizzazione del lavoro di alcune realtà imprenditoriali, dall’altro lato ha significato anche andare incontro a maggiore discontinuità della prestazione lavorativa e alla perdita della contribuzione e delle coperture previdenziali. Una prestazione che, tra l’altro, viene governata e regolata attraverso software, basati su parametri aziendali e che il lavoratore non conosce. Informatica, tecnologia e rete consentono di misurare il lavoro secondo metodi diversi, forse più oggettivi, perché basati sui dati, ma aprono capitoli nuovi come la privacy. Il controllo diventa sui risultati di lavoro più che sulla presenza al lavoro e quindi subentrano temi come la maggiore partecipazione del lavoratore e lo stress da controllo. La nuova strumentazione chiede un nuovo approccio alla contrattazione soprattutto per la difficoltà a governare il salario e la produttività attraverso i minimi tabellari nazionali.

PRODUTTIVITÀ ACCESSIBILITÀ FLESSIBILITÀ

Impronta digitale. Assodati a uno scanner che li guida, i lavoratori la sciano traccia di ogni loro azione

 

Il Black Friday di quest’anno sarà una giornata di shopping ma anche di sciopero. I lavoratori del centro logistico Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) hanno deciso di incrociare le braccia proprio mentre – visti i mega-sconti – il colosso dell’e-commerce si aspetta un’ondata di acquisti online. A PROCLAMARE la mobilitazione sono gli addetti che passano almeno otto ore al giorno a preparare i pacchi da spedire in tutta Italia, costretti a rispettare tempi molto stretti per non inceppare la catena (i clienti “Prime ” ricevono la merce in un solo giorno). Guidati dai sindacati del commercio di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, si fermeranno dalle 6 del mattino di venerdì, per poi tornare al lavoro 24 ore dopo. Per primo, chiedono una migliore organizzazione di turni e mansioni, per salvaguardare la salute dei lavoratori. “Da noi –spiega Fiorenzo Molinari di Filcams Cgil –il lavoro è manuale e ripetitivo e il logorio ha conseguenze sull’apparato muscolo-scheletrico e incide anche sul piano psicologico”. Per i sindacati, c’è un’incidenza alta delle malattie professionali, che tra l’altro a volte portano al licenziamento di chi le contrae. Secondo il contratto collettivo nazionale, infatti, è possibile mandare a casa il lavoratore dopo 180 giorni di assenza per malattia. Difficile però tirare fuori un dato ufficiale: “I medici di base –afferma Francesca Benedetti della Fisascat Cisl – non denunciano le patologie professionali. Un po’ perché hanno paura, un po’ perché dicono che se un ragazzo ha 27 anni ed è in Amazon da solo un anno, non può essersi ammalato a causa del lavoro”. A Castel San Giovanni sono impiegate 1.800 persone a tempo indeterminato ma Amazon usa spesso lavoratori interinali per gestire i picchi di ordini, specie prima di Natale. Nei momenti di maggiore produttività si arriva anche a 4 mila. Lo sciopero di domani non dovrebbe quindi creare grossi disagi: all’azienda basterà recuperare i ritardi accumulati dalla mobilitazione chiamando, nei giorni successivi, personale dalle agenzie di somministrazione. I sindacati sperano comunque di sollevare il caso con uno sciopero simbolico proprio nel giorno del Black Friday, data con cui gli americani inaugurano lo shopping natalizio (e per Amazon vale un’intera settimana). C’È POI LA QUESTIONE economica. L’azienda – come ha ricordato in una nota di risposta alle accuse dei sindacati – applica regolarmente il contratto collettivo. Questo vuol dire, per chi per esempio è inquadrato al quarto livello, uno stipendio base di 1.590 euro lordi al mese. Le organizzazioni sindacali, però, rivendicano da oltre un anno un accordo aziendale che preveda premi di risultato. “Amazon Italia ha avuto una crescita enorme – scrivono i promotori dello sciopero –, i soldi da redistribuire ci sono. Soprattutto a fronte dei requisiti richiesti come gli straordinari obbligati e il lavoro notturno che nei picchi viene spalmato su sei giorni settimanali”.

Hanno deciso di bloccare Amazon nel giorno in cui le vendite raggiungono il picco annuale: il Black Friday degli sconti. Un venerdì, domani, che rischia di rivelarsi davvero «nero» per la multinazionale statunitense leader globale del commercio on line. I 4 mila addetti dell’enorme hub spedizioni di Castelsangiovanni nel piacentino – circa 70 mila metri quadrati, pari a 11campi di calcio – hanno avuto il coraggio di alzare la testa e rivendicano Lo sciopero arriva nel «Black Friday», il venerdì degli sconti. I dipendenti di Amazon a Piacenza chiedono un aumento. La multinazionale Usa: abbiamo già le paghe più alte del settore, garantiremo le consegne pagina 4 migliori retribuzioni, turni più sostenibili e un contratto integrativo aziendale. I 4 MILA NON SONO TUTTI dipendenti Amazon: 1800 di loro lavorano solo nei periodi di picco – dal Black Friday fino a Natale è certamente quello più intenso dell’anno – con contratti di somministrazione, attraverso agenzie interinali. Gli interni, però, hanno tutti un rapporto full time e a tempo indeterminato, il che rappresenta sicuramente una garanzia nell’Italia precaria di oggi. E questo probabilmente ha favorito l’organizzazione dello sciopero da parte di Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil e Ugl Terziario. I vantaggi contrattuali però finiscono qui: perché per il resto i lavoratori hanno parecchio da rivendicare e le assemblee che lunedì scorso hanno deciso la mobilitazione erano affollate e molto motivate. «DI ASSEMBLEE NE ABBIAMO organizzate cinque per poter intercettare tutti i lavoratori, l’ultima dalle 1 alle 2 di notte», spiega Fiorenzo Molinari, segretario generale Filcams Cgil di Piacenza. E se è vero che l’enorme hub spedizioni del piacentino è tutto composto da giovani, dall’altro lato secondo la Cgil non dobbiamo pensare a una «fabbrica 4.0», governata dai robot: «Le merci vengono movimentate quasi tutte dai lavoratori, a mano: ci si sposta condei carrelli o a piedi, ma il fattore umano è fondamentale – spiega il sindacalista Filcams- Se oggi la Fiat è davvero 4.0, visto l’alto grado di automazione delle linee, l’hub Amazon assomiglia di più a quello che era la Fiat negli anni Settanta». E così il tema dei turni, del logoramento fisico e psicologico e la necessità di riconoscere il ciclo continuo – si lavora anche di notte e nelle domeniche, salvo qualche chiusura per le festività – sono i motori fondamentali della protesta. I SINDACATI HANNO presentato già un anno fa una piattaforma per l’integrativo, e richiedono una ripartizione sostenibile dei turni, ma per ora Amazon da questo orecchio non ci sente e non ha dato risposte. «NEL CONTRATTO NAZIONALE – spiega Molinari della Filcams Cgil – il lavoro notturno è pensato come un’eccezione, in Amazon invece è diventato strutturale: il 15% di maggiorazione previsto quindi non è più adeguato e in piattaforma chiediamo il 25%. Per le domeniche rivendichiamo un 40% a fronte del 30% nazionale». «IL LOGORAMENTO FISICO, gli infortuni, lo stress anche psicologico dovuto alla ripetitività delle mansioni e ai turni disagevoli sono tipici del sistema Amazon, in tutta Europa», aggiunge Massimo Mensi, che per la Filcams Cgil nazionale partecipa all’Alleanza globale dei lavoratori Amazon. «Basti pensare – prosegue – che ogni giorno un addetto degli hub deve fare dai 17 ai 20 chilometri a piedi per movimentare le merci». «DA UN ANNO NON abbiamo risposte sull’integrativo – conclude Mensi – I rapporti sindacali sono gestiti dalla multinazionale limitandosi giusto agli obblighi normativi, quindi è arrivato il momento della protesta: mentre accresce i propri fatturati, Amazon deve capire che il lavoro dei suoi dipendenti va tutelato e valorizzato». LA MULTINAZIONALE ha replicato con una nota: «I salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l’assicurazione sanitaria privata e l’assistenza medica privata – spiega l’azienda – Ci siamo impegnati a costruire un dialogo continuo e una positiva cooperazione con tutti i dipendenti. Restiamo focalizzati nel mantenere i tempi di consegna ai clienti per il Black Friday e per le giornate successive»

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Air France risulta al primo posto per l’accessibilità alle persone disabili, Philips per rispetto dell’ambiente, Pirelli per le condizioni di lavoro, Philip Morris per la tutela delle diversità. Il bilancio dei primi due anni di Open Corporation – progetto del sindacato europeo finanziato dalla Ue – è la classifica della «sostenibilità» di 200 multinazionali. La capofila dello studio – l’italiana Filcams Cgil – ha sondato insieme a ricercatori ed esperti parametri come la trasparenza delle informazioni e dei bilanci, il rapporto con il territorio e le comunità locali, il dialogo sociale e l’applicazione dei contratti, la sicurezza dei dipendenti: in alcuni casi anche con il feedback delle stesse aziende, chiamate a collaborare e ad autovalutarsi. I dati e le relative graduatorie vengono caricati periodicamente sul sito opencorporation.org e il materiale è così a disposizione di tutti i cittadini e consumatori.
IL RANKING GENERALE – quello che unisce tutti i parametri utilizzati – premia al primo posto Unicredit, seguita da Enel e Air France-Klm. In fondo alla classifica le multinazionali emergenti negli ultimi anni, quelle della cosiddetta gig economy: oltre al colosso della grande distribuzione Lidl compaiono infatti aziende del web come Amazon, Foodora, Uber, Airbnb e Deliveroo. I 200 questionari – 131 domande per 516 informazioni – sono stati compilati in una prima fase dallo stesso sindacato con i dati disponibili e accessibili e tutti, e poi rigirati alle multinazionali perché potessero rispondere a propria volta. Ma per il momento le imprese che hanno aderito sono soltanto sedici.
«C’È UNA GRANDE difficoltà anche solo nell’entrare in contatto con le grandi corporation – spiega Gabriele Guglielmi, che per la Filcams Cgil coordina il progetto-Abbiamo scritto centinaia di lettere cartacee e email, ma poi ti rispondono in poche. Noi continueremo ad affinare il ranking anche nei prossimi anni, grazie a due nuovi progetti europei, e speriamo che sempre più multinazionali ci rispondano: il nostro sogno è che siano le stesse aziende un giorno a bussarci alla porta e a chiedere di essere valutate».
ALLA PRESENTAZIONE delle graduatorie, nella sede della Confederazione europea dei sindacati di Bruxelles, erano presenti tre multinazionali – Enel, Adecco (settima in classifica generale) e Autogrill – che hanno detto la loro sul ranking. Per Cristina Cofacci, Risorse umane e relazioni industriali di Enel (risultata prima per dialogo sociale), «tenuto conto che si tratta di un indice sindacale, è importante partecipare per confermare un profilo di azienda sostenibile e che si relaziona con i soggetti collettivi». Autogrill, decima nella classifica generale, spiega che «è già il secondo anno che compiliamo il questionario e partecipare ci permette anche un confronto con le altre imprese, ci fa capire in che direzione vanno nei diversi parametri del ranking; inoltre, grazie a queste classifiche, abbiamo modo di capire anno per anno se ci sono stati miglioramenti o peggioramenti, e dove ci sono margini di miglioramento possiamo attivarci».
CHIARAMENTE MOLTI problemi restano aperti nelle valutazioni: le multinazionali adottano ad esempio diversi comportamenti a seconda dei paesi in cui operano. È così che dove sono in vigore legislazioni più restrittive sull’ambiente, o sul lavoro e l’applicazione dei contratti, sarà più facile ottenere risultati più alti, mentre i voti precipitano dove le maglie sono più larghe e l’agibilità dei sindacati e dell’associazionismo è più complicata.
L’INCLUSIVITÀ risulta così uno dei parametri più preziosi: non solo il dialogo con il sindacato, la firma di accordi e contratti, ma anche la capacità delle aziende di rendere accessibili i propri ambienti e servizi ai disabili, o a chi ha differenti abitudini alimentari o intolleranze, a chi professa una religione o ha un diverso orientamento sessuale. Adibire le mense aziendali per non escludere nessuno, organizzare i consumi nell’ottica del risparmio e del rispetto ambientale – dalle scelte sulla carta alla selezione delle lampadine a basso consumo – la tutela delle differenze di genere e delle persone Lgbti, sono tutti elementi che entrano nel ranking sindacale di Open corporation e che permettono ogni anno di affinarne le classifiche.

Un accordo arrivato dopo settimane di tira e molla e che porta alle battute finali la crisi di uno dei maggiori discount d’Italia che, da mesi, boccheggia tra scaffali vuoti, rifornimenti esigui, frigoriferi spenti e reparti scomparsi: due giorni fa è stato raggiunto al ministero del Lavoro tra i sindacati e l’azienda Dico spa (titolare della catena di supermercati Dico e Tuodi) per il ricorso alla Cigs, la Cassa integrazione guadagni straordinaria. L’AZIENDA, che la settimana scorsa aveva respinto qualsiasi tipo di conciliazione, ha accettato di anticipare i pagamenti ai dipendenti che rischiano il posto di lavoro: almeno, non dovranno aspettare gli oltre 60 giorni che di solito impiega l’Inps per erogare il contributo. La cassa integrazione riguarda, in varie declinazioni, gli oltre 1.800 lavoratori della catena di supermercati TuoDì, di cui 640 sono i dipendenti degli oltre 120 punti vendita temporaneamente chiusi. “Il prossimo step – spiegano dalla Filcams Cgil – sarà l’incontro che ci sarà al ministero dello Sviluppo Economico il 19 settembre, quando dovrebbero illustrare il piano di risanamento della società: il ricorso alla cassa integrazione è solo una delle misure di un piano più amplio”. Un dietro front improvviso: giovedì scorso, durante il primo incontro tra i sindacati e gli avvocati della società sembrava non esserci spazio per conciliare. Il commissario giudiziale, infatti, non aveva dato l’autorizzazione al pagamento anticipato della cassa integrazione. Poi il cambiamento, probabilmente dovuto al fatto che il ricorso all’ammortizzatore sociale sia necessario per affrontare il secondo step: l’accordo con i fornitori per la riduzione del debito che potrebbe permettergli, come previsto dal concordato preventivo in continuità richiesto un mese fa, di arrivare a pagare finanche solo il 10 per cento di quanto dovuto. L’azienda è infatti in pessime condizioni finanziarie: avrebbe accumulato un debito lordo di 450 milioni, di cui circa oltre 200 verso le banche, 225 verso fornitori e 29 verso l’erario. ACQUISITA da Tuo Spa nel 2013, la Dico Spa apparteneva a quelle che al tempo erano definite le sette sorelle delle cooperative di consumo (Coop Estense, Unicoop Tirreno, Coop Liguria, Coop Consumatori Nordest, Coop Lombardia, Coop Adriatica, e Novacoop sette Coop). L’idea era di trasformarla in una catena di discount e operare con l’insegna TuoDì. Dopo poco, però, sull’acquisizione nasce un contenzioso: l’accusa dell’acquirente è che l’azienda fosse in una situazione economico finanziaria peggiore rispetto alla realtà prospettatagli quando è stato firmato il closing del contratto. E proprio da questa situazione sarebbero derivati gli squilibri e le carenze finanziarie. LA CATENA, però, va in affanno praticamente subito: già pochi mesi dopo l’acquisizione vengono chiusi 65 punti vendita e richieste diecine di Cigs. Negli anni, si susseguono dismissioni dei punti vendita “meno performanti” e di alcuni depositi. Nell’ultimo biennio, i dipendenti passano da 2.165 a 1.891. Fino a luglio, quando viene chiesto al Tribunale di Roma un concordato preventivo con un risanamento che dovrebbe consentire un risparmio di quasi 50 milioni l’anno. La Dico, sospende l’attività di 120 punti vendita, lascia a casa a zero ore circa 640 dipendenti, accorda il pagamento a 60 giorni con i fornitori, diminuisce gli sconti sugli scaffali e ricorre alla Cigs che, dovrebbe avere un’incidenza positiva pari al 30 per cento. Il sospetto, tra gli Rsu, è che il ricorso alla cassa integrazione sia strumentale e diretto solo a ottenere una consistente riduzione dei debiti con i fornitori che, per diversi rapporti societari e non, sarebbero ben disposti nei confronti della famiglia Faranda e quindi propensi ad accordare uno sconto (previsto dal concordato). Punto su cui si discuterà nell’incontro del 19 al ministero e su cui si gioca il futuro di 2mila dipendenti.

Chi compra una borsa Carpisa può vincere uno stage di lavoro… e l’azienda finisce nella bufera. Il marchio che vende pelletteria, borse, valigie e accessori è diventato bersaglio di una valanga di critiche e prese in giro sul web per aver lanciato nei giorni scorsi una campagna marketing nella quale propone a chi acquista una borsa di partecipare ad un concorso per uno stage di un mese nell’ufficio marketing dell’azienda. A farsi sentire sono stati anche i sindacati della Filcams Cgil, secondo cui si tratta di «un concorso svilente ed irrispettoso per i tanti giovani che studiano, si impegnano e aspirano ad un lavoro nel settore del marketing e della comunicazione». La risposta dell’azienda non si è fatta attendere e con una nota Carpisa si è scusata per «la superficialità con la quale è stato affrontato un tema così delicato come quello del lavoro». Carpisa che oggi conta oltre 700 dipendenti e 400 negozi solo in Italia, si legge inoltre nella nota, «garantisce che l’impegno in favore dei giovani sarà ancora più forte, al di là di qualunque interpretazione del messaggio dato. Già oggi i collaboratori con meno di 29 anni rappresentano oltre il 40% del totale dell’azienda».

Iniziativa di mobilitazione mondiale con sit in, volantinaggi, flash mob per chiedere aumenti salariali, maggiore sicurezza, contratti chiari e garanzie. E per la prima volta incrociano le bracce nei McDonald’s inglesi

ROMA - Globale per eccellenza, l’industria del fast food è forse una delle meno sindacalizzate. O meglio, anche là dove i sindacati sono presenti, orari, turni e salari sono sempre stati così flessibili che a governali è spesso solo l’azienda. Dal 2014 però i lavoratori si sono uniti, complice una campagna internazionale che ha denunciato come vive, lavora e viene pagato chi prepara e serve hamburger e cibo da strada. Giovani e meno giovani che operano in un settore dove comandano una decina di multinazionali, ma anche di aziende nazionali, che macinano utili in tutti gli angoli del mondo.

Oggi è la loro giornata. Ci saranno flash mob, volantinaggio e proteste in tutto il mondo. Una campagna internazionale che coinvolge i sindacati nazionali affiliati alla Iuf (Associazione internazionale dei Sindacati del settore ristorazione, alberghi, catering), cui aderisce la Filcams-Cgil.

La Iuf, proprio perché lavora a livello internazionale, si occupa di formare un sindacato là dove non c’è (nei Paesi meno avanzati), di far crescere i salari in rapporto al lavoro svolto e soprattutto di incidere là dove è l’azienda a gestire i contratti in modo unilatelare. Ben lontana da situazioni di sfruttamento che continuano indisturbate nei fast food dei Paesi orientali dove McDonald’s o Starbuck sono sbarcati da tempo, anche in Italia la situazione non è delle migliori.

“Il contratto collettivo nazionale è scaduto da più di quattro anni e Fipe Confcommercio, fino a oggi, ha sempre vincolato l’eventuale raggiungimento di un accordo a un netto taglio del costo del lavoro da ottenere peggiorando le condizioni normative e salariali di quel milione di addetti che operano nel settore ristorativo”, denuncia la Filcam Cgil. Dunque la battaglia continua, anche perché altrove qualcosa sì è mosso.

Nel Regno Unito, McDonald’s deve fronteggiare il primo sciopero della sua storia imprendotoriale nel Paese. Quaranta persone hanno incrociato le bracce in due ristoranti, a Cambridge e a Crayford lamentando – tra gli altri problemi – anche forme di molestie sul posto di lavoro. Bersaglio della mobilitazione sono i contratti “a zero ore” che non danno alcuna garanzia al lavoratore. In un mese, l’azienda può anche tenerlo in panchina senza che sia impiegato per un solo minuto.

La protesta inglese viene sostenuta dal sindacato della ristorazione (Bfawu), ma anche dal Partito Laburista di Jeremy Corbyn, che considera del tutto fondate le richieste di aumenti salariali. Un portavoce di McDonald’s ribatte che l’azienda ha concesso tre aumenti salariali dall’aprile del 2016 a oggi aumentando la retribuzione oraria media del 15 per cento. La società sostiene anche che solo 14 persone hanno effettivamente scioperato, cifra “infinitesimale” rispetto agli 85 mila impiegati nel Regno Unito.

In Germania, intanto, anche il sindacato Ngg è in conflitto con i datori di lavoro sulla giusta remunerazione e sul salario per i lavoratori dei fast food. Iin Indonesia, invece, Fspm è impegnato a far rispettare i diritti fondamentali per i lavoratori della catena dei fast food locali di Champ Resto. In Nuova Zelanda, Unite Union ha vinto un accordo con McDonald’s che prevede aumenti salariali rispetto al salario minimo orario. I membri dell’Iuf saranno mobilitati in tutto il mondo: le proteste che sostengono le rivendicazioni dei lavoratori dei fast food sono organizzati in Italia, Indonesia, Regno Unito, Germania e in altri paesi.

Negli Stati Uniti è invece previsto uno sciopero nazionale per la campagna “FightFor15″, combatti per 15 dollari di salario garantito. Da tempo sui social circola l’hashtag #FastFoodGlobal. Lo scorso anno i dipendenti dei fast-food sono scesi in piazza in più di 300 città nel mondo e hanno coinvolto nella lotta magazzinieri, autotrasportatori e decine di migliaia di lavoratori. Picchetti e flash mob hanno bloccato diverse città e numerosi punti vendita della ristorazione veloce. Uno sciopero globale. Partito dagli Usa ha contagiato Cambogia, India, Bangladesh, Pakistan, Giappone, Messico, Argentina, Brasile e altri paesi si sono uniti alla lotta partita anni fa dagli Usa.

Indonesia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Italia e molti altri Paesi del mondo: i dipendenti delle più importanti catene alimentari incrociano le braccia in occasione della Giornata internazionale a loro dedicata. “Protestiamo contro scarso numero di ore, salari non adeguati, part-time forzato e l’utilizzo sempre più importante dei voucher” spiega a ilfattoquotidiano.it Luca De Zolt, della segreteria nazionale Filcams Cgil

Contratti nazionali scaduti e mai rinnovati, salari bassi e, in alcuni casi, senza diritti. I lavoratori dei fast food tornano a riunirsi in occasione della Giornata internazionale a loro dedicata, il 4 settembre. Una protesta a suon di presidi e volantinaggi all’esterno dei ristoranti fast food di moltissime catene in Italia, Indonesia, Regno Unito, Germania e in molti altri Paesi. Negli Stati Uniti d’America è previsto uno sciopero nazionale per la campagna “FightFor15” (quella per i 15 dollari l’ora di salario minimo garantito) con azioni in tutte le principali città della Confederazione. In Italia la Filcams Cgil (affiliata all’International Union of Food) ha organizzato una protesta all’esterno dei fast food delle principali catene. “Protestiamo contro scarso numero di ore, salari non adeguati, part-time forzato e l’utilizzo sempre più importante dei voucher, tutti fattori che fanno aumentare il livello di precarietà” spiega a ilfattoquotidiano.it Luca De Zolt, della segreteria nazionale Filcams Cgil. A Milano, in programma dalle 9.30 un flash mob nel piazzale antistante la Camera del Lavoro Cgil e, contemporaneamente, a Roma, si farà volantinaggio alla Stazione Termini. Ma sono diversi i Paesi che parteciperanno alla mobilitazione.

Tra questi anche la Germania, dove è passato alla storia lo scandalo che ha travolto Burger King nel maggio del 2014, quando i giornalisti della trasmissione “Team Wallraff – Reporter Undercover” trasmisero sul canale RTL un servizio sulle condizioni igieniche e lavorative di alcuni Burger King in Germania. Furono intervistati dipendenti che dicevano di non essere pagati né per le ore di straordinario, né per le ferie. E il giornalista investigativo Günter Wallraff ha raccontato di aver condotto la stessa indagine anni prima anche per McDonald’s e che solo tempo dopo si ottenne un miglioramento di diritti e delle condizioni di lavoro dei dipendenti. Di fatto nel 2014 la sede centrale di Burger King annunciò provvedimenti contro la società Yi-Ko, che dall’anno prima gestiva una novantina delle circa 700 filiali di Burger King in Germania.

I PRIMI EFFETTI DELLA CAMPAGNA INTERNAZIONALE – Proprio da quell’anno i lavoratori dei fast food di tutto il mondo hanno unito le forze in una crescente campagna internazionale. Sono coinvolti i sindacati nazionali affiliati a Iuf (l’associazione internazionale dei sindacati dei settori ristorazione, alberghi, catering e agricoltura), che si occupano di questioni quali il diritto di aderire o di formare un sindacato, il pagamento di salari bassi e inadeguati al lavoro svolto, ma anche i contratti applicati unilateralmente senza orari minimi garantiti e occupazione precaria. Ma già da qualche anno prima, ogni anno, i dipendentidelle più famose catene di fast food negli Usa scendono in piazza per scioperare. È accaduto a novembre 2012 e nel dicembre 2013quando in cento città americane incrociarono le braccia i dipendenti di aziende come McDonald’s, Burger King, KentuckyFried Chicken, Pizza Hut. A guidare la lotta due associazioni:Fast Food Forward e Flight for 15, un nome che fa riferimento ai 15 dollari l’ora di salario minimo garantito. Obiettivo raggiunto ad oggi solo in alcuni Stati.

In questi anni qualcosa in alcuni Paesi si è già mosso. “Recentemente – spiega la Filcams Cgil nazionale – nel Regno Unito, una lunga campagna del sindacato Bfawu (The Bakers and Allied Food Workers Union) contro i ‘contratti a zero ore’ ha portato McDonald’s a stipulare contratti fissi con un numero minimo di ore garantite”. In Germania, il sindacato Ngg è tuttora in conflitto con i datori di lavoro sulla giusta remunerazione e sul salario per i lavoratori dei fast food. “In Indonesia – aggiunge il sindacato – Fspm è impegnato a far rispettare i diritti fondamentali per i lavoratori della catena dei fast food locali di Champ Resto, mentre in Nuova Zelanda, Unite Union ha raggiunto un accordo con McDonald’s che prevede aumenti salariali rispetto al salario minimo orario.

LA MOBILITAZIONE IN ITALIA – Proprio a sostegno di queste campagne i sindacati affiliati all’International Union of Food, in particolare quelli con iscritti del settore ristorazione, si sono organizzati per attirare l’attenzione sulle condizioni di lavoro, generalmente povere, nei fast food. “La situazione complessiva dei lavoratori italiani – spiega la Filcams Cgil – non è certo più rosea che altrove: il contratto collettivo nazionale è scaduto da più di 4 anni e Fipe Confcommercio, fino ad oggi, ha sempre vincolato l’eventuale raggiungimento di un accordo a un netto taglio del costo del lavoro da ottenere peggiorando le condizioni normative e salariali di quasi un milione di addetti che operano nel settore ristorativo”. Ad oggi in Italia i lavoratori impiegati nei fast food sono circa 20mila. La precarietà riguarda soprattutto quelli impiegati nei franchising, gli indiretti, che sono circa il 70 per cento. “Sono quelli gestiti da altre società che non sempre rispettano le regole” aggiunge De Zolt. Si lavora dalle 8 alle 24 ore a settimana, ma la media è inferiore alle 20 ore. “La retribuzione mensile del part-time 20 ore – spiega – va dai 550 ai 650 euro. In busta al lavoratore arrivano mediamente 8,5 euro all’ora, mentre con l’aumento che chiediamo si arriverebbe almeno a 9”. Non certo una rivoluzione, ma un passo necessario considerando che i minimi tabellari sono fermi al 2013.

 

Il colosso che sta cambiando il panorama Usa cresce anche in Italia, dove è accreditato di ricavi per 1,5 miliardi Cobolli Gigli: «Rischio reale, le nostre aziende stanno investendo per sopravvivere»

MILANO Il Mouse – che clicca compulsivamente l’acquisto online alle 2 di notte – o saracinesca sotto casa, per vedere, toccare, annusare e strappare un consiglio? Sembra un braccio di ferro dall’esito scontato quello che da oltre un decennio vivono Usa ed Europa alle prese con la galoppante ascesa dell’e-commerce. Negli Usa già lo hanno ribattezzato “effetto-Amazon”. Come la crisi degli immensi mail nel Midwest che solo da ottobre ha già cancellato 100mila posti di lavoro e il tasso di defaut del settore, che l’agenzia di rating americana Fitch ha aumentato, da metà giugno, al 2,9% contro l’1,8% di fine giugno. Ma quanto “pesa”, ad esempio, il valore delle vendite di Amazon in Italia? E quanto cresce l’e-commerce, sia nel nostro Paese sia in Europa? C’è davvero il rischio di un crollo di posti di lavoro? Un dato nazionale, ufficialmente, non viene fornito. Il fatturato è sempre solo quello globale (136 miliardi di dollari). Di questi, poco oltre 45 miliardi sono ottenuti da Paesi non Usa: 14,1 miliardi di dollari dalla Germania, 10,8 miliardi dal Giappone e 9,5 miliardi dal Regno Unito. Che non vendono certo solo all’interno dei propri confini, ma sono “hub” virtuali d’acquisto per altri mercati, limitrofi e non. I restanti 11 miliardi provengono, infatti, dal resto del mondo (Francia, Italia, India, Cina, Canada, etc).Tuttavia, una stima è possibile ricavarla. Incrociando il valore dell’e-commerce europeo (509 miliardi di euro secondo Ecommerce Foundation), con quello complessivo italiano (20 miliardi nel 2016 che quest’anno diverranno 23) e dando credito ad operatori del settore che attribuiscono ad Amazon una quota di mercato tra il 15-20% del consumer retail nazionale online, è ragionevole pensare che il volume di vendita in ltalia del gigante di Seattle si attesti su una cifra attorno agli 1,5 miliardi di euro. Grazie anche a investimenti, dal 2010, per 450 milioni di euro e 2mila addetti a tempo indeterminato. Complessivamente, in Italia, sul totale del retail, la quota online sembra relativamente contenuta: 5,6 %. Ma quest’anno – sempre secondo stime Polimi-Netcomm – raggiungerà il 21% nell’informatica, il 10% nell’editoria, il 7% nell’abbigliamento, il 4% nell’arredamento e lo 0,5% nel food&grocery. C’è dunque da aspettarsi un impatto massiccio sulla tenuta dei posti di lavoro anche in Europa, come in Usa?«In ltalia siamo indietro più per mancanza di offerta degli operatori economici che di domanda cliente – spiega Giuliano Noci, prorettore e ordinario di marketing al Politecnico di Milano -, ma certo andiamo nella direzione di una forte riduzione degli spazi. Sempre meno grandi iper e metrature per la Gdo. Ma sbaglia chi pensa che questo sia la morte del commercio. Già oggi il 60% degli italiani gestisce gli acquisti in prospettiva multicanale (cerca informazioni sui siti, poi se non compra online va al negozio o torna sul web per il post-vendita…)». Per Noci, però, non è semplicemente la vittoria del virtuale sul reale. «Amazon – spiega – ha cambiato il baricentro. Invece di scaffali con gli stessi prodotti per tutti, a vincere è la conoscenza del cliente. Lo conosce, lo profila, lo fidelizza, offre prodotti che lo “seducono”. Con lui interagisce e gli offre la soluzione più comoda e conveniente. Senza compromessi. Ma poi negli Usa acquista la catena di alimentari Whole Food, perché sa che, in fondo, l’essere umano non può prescindere del tutto da uno spazio fisico, dove provare emozioni (tattili, visive e olfattive), un’esperienza di evasione o intrattenimento, dove cercare servizi aggiuntivi, assistenza o iperspecializzazione». «Le preoccupazioni sono reali – sottolinea Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione -. Le nostre aziende stanno già facendo un grande sforzo per integrare il negozio “fisico” con quello “virtuale”. E ci sono anche tentativi di piccoli dettaglianti di associarsi per offrire tipologie di offerta simile facendo massa critica. In questi anni – conclude Cobolli Gigli – abbiamo quasi triplicato gli investimenti in formazione del personale di vendita, per “riconvertire” le cassiere, ad esempio, laddove si moltiplicano le casse automatiche e creare addetti sempre più specializzati». Ma la partita, da noi, è solo all’inizio. (Laura Cavestri)

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Qui non è mai domenica. Orari non stop, mini stipendi e contratti precari nei megastore lavorano 500 mila “invisibili” SONO le undici di sera, i negozi del centro commerciale hanno chiuso da un’ora, ma le insegne sono ancora illuminate. In giro non c’è nessuno, i manichini sembrano fantasmi. «Come noi davanti ai clienti», dice una commessa. «Preghiamo i gentili clienti di non parcheggiare negli spazi riservati alle auto per disabili». La voce registrata dell’annunciatrice si diffonde, gentile e surreale come il computer di 2001: Odissea nello spazio, nel vuoto del grande centro commerciale, sciorinando poi un elenco di prodotti in promozione. Sono le undici di sera, i negozi hanno chiuso da appena un’ora, ma le gallerie deserte e le scale mobili in movimento sono ancora inondate di luce. Illuminate anche le insegne dei marchi della moda low cost, delle calzature, dell’intimo, dell’elettronica, dell’abbigliamento sportivo, dell’arredamento. Dell’immancabile ipermercato. Icone di una religione dello shopping che ormai sconfina nell’integralismo: da Zara a H&M, da Auchan a Carrefour, da Ikea a Leroy Merlin, e via via tutti gli altri a presidiare ogni megastore del nostro Paese. In giro non c’è nessuno, nelle vetrine i manichini sembrano fantasmi. «Come noi commesse davanti ai clienti», ci dice Maria che in realtà non lavora qui, in questo centro commerciale affacciato sul Raccordo anulare di Roma dove sfrecciano le auto del sabato sera: fa la commessa in un altro negozio di Zara, ma non importa perché sono tutti uguali i templi del consumismo, le moderne acropoli delle città italiane. Le nuove fabbriche, a volerle declinare nelle categorie del lavoro, e non è un caso se ad Arese dove un tempo c’era l’Alfa Romeo oggi troneggia un centro commerciale. Dalla Sicilia alla Lombardia, nelle metropoli e in provincia. Dai megastore che circondano la Capitale, all’infilata di negozi di Corso Vittorio Emanuele a Milano, dove ogni mattina puoi incrociare l’esercito di commesse, commessi, fattorini, cassiere che prendono un caffè prima di attaccare. «Siamo fantasmi per i clienti e burattini per le aziende», ribadisce sconsolata Maria. Il popolo dei “senza domenica”, perso nel labirinto degli orari non stop e dei contratti: part-time, tempo determinato, tempo indeterminato, somministrazione, a chiamata, apprendistato, merchandiser promotor… Una giungla che li sta trasformando, come avverte il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, «nel nuovo sottoproletariato, specie dove si sono diffusi patologicamente i processi di esternalizzazione». Ogni tanto emergono dall’oblio dell’opinione pubblica, magari per lo sciopero contro l’apertura a Pasqua dell’outlet di Serravalle, o per le chiusure improvvise di punti vendita annunciate da aziende che continuano a macinare utili. Emergono, poi tornano ad essere i sommersi, gli invisibili del lavoro. «Tra le vecchie assunzioni c’è ancora il tempo indeterminato full-time – racconta Fabrizio Russo, segretario della Filcams Cgil – poi negli anni si è scivolati sempre di più verso il part-time involontario, il tempo determinato, l’interinale, il job on call, gli stage. C’è stata anche la stagione dei voucher nelle domeniche e nel notturno, per non parlare del lavoro indiretto delle cooperative, molte con contratti “pirata”, a cui viene affidato il servizio notturno e la logistica». Sul totale di tre milioni di addetti del commercio in Italia, quelli della Grande distribuzione organizzata sono circa mezzo milione con retribuzioni medie che, tra subordinati e indiretti e considerando appunto le mille forme contrattuali, oscillano tra i 600 e i 1300 euro, con una prevalenza di diplomati e una presenza significativa di laureati. Lavorano nelle aziende associate, in ordine sparso, a Confcommercio, Federdistribuzione, Confesercenti, Lega Coop. E già qui inizia la giungla, perché i contratti nazionali sono più di uno, con Confcommercio e Confesercenti che hanno rinnovato il loro, e Federdistribuzione ferma al 2013. «Contratti e retribuzioni diversi per lo stesso lavoro – dice Russo – una stratificazione che non tutela le assunzioni più recenti. Nel lavoro subordinato incide in particolare il part-time involontario, nell’indiretto pesano terziarizzazione, somministrato, merchandiser promoter». Federdistribuzione sottolinea che tra le proprie aziende i contratti a tempo indeterminato sono a quota 91% e Confcommercio, nel suo ambito, stima solo al 15% la quota del tempo determinato. Ma si parla, beninteso, della platea dei dipendenti diretti. Poi ci sono tutti gli altri. «Gli strumenti contrattuali realmente utilizzati dalle imprese non sono così numerosi – assicura Francesco Quattrone, direttore area lavoro di Federdistribuzione – e in molti casi si tratta di forme impiegate in momenti particolari dell’anno. D’altro canto, per la crisi dei consumi le aziende hanno trovato telai organizzativi adeguati, evitando chiusure dolorose». Part-time, lavoro domenicale e aperture nei giorni festivi sono il paradigma del lavoro nei negozi della grande distribuzione. E il part-time, su tutti, è l’emblema delle donne lavoratrici. Perché se da un lato, come spiega Yole Vernola, direttore per le politiche del lavoro di Confcommercio, ha «favorito nel nostro settore il 65% di occupazione femminile», dall’altro suona come un freno alla speranza: «Le multinazionali – sostiene Francesco lacovone, sindacalista dell’Usb – non ci dicono che il part-time non è quasi mai una libera scelta della lavoratrice, è l’unica opzione che le viene offerta per essere assunta. La possibilità di migliorare questa condizione è remota e spesso non passa attraverso il merito o l’anzianità, il risultato è un salario che viaggia sui 600-700 euro mensili». E la storia di Stefania, commessa al banco del pane in un ipermercato della periferia romana, che parla con l’impeto di chi si sente in credito con la vita: «Avevo un contratto full-time, poi alla nascita delle mie figlie, visti i turni impossibili, ho chiesto il tempo parziale. Quando sono cresciute, per tornare quantomeno al part-time a 30 ore ho dovuto fare causa. Tra i miei colleghi c’è chi ha contratti con tutte le domeniche lavorative e con turni spezzati che impediscono una vita privata normale». Più o meno lo stesso racconto di Maria: «Spesso anche chi ha il part-time deve dare la disponibilità sull’intero arco delle quattordici ore di apertura. Succede pure di lavorare consecutivamente per tredici giorni. E protestare è un rischio per chi ha un contratto a tempo determinato che va rinnovato. Così scatta una guerra tra poveri: ci si sente poco tutelati e ognuno pensa a se stesso». Una guerra tra poveri che ha anche un altro fronte: «I clienti – dice ancora Maria – considerano il nostro lavoro meno di niente e ci trattano di conseguenza». Secondo Marco Ferri, consulente di aziende e istituzioni, fondatore dell’agenzia di comunicazione Consorzio Creativi, «pensiamo di avere davanti solo un grembiule che batte sui tasti, invece quella persona conosce i meccanismi del marketing e della relazione con il pubblico». La riflessione di Ferri ingaggia ognuno di noi, almeno nel nostro ruolo di consumatori: «È una categoria di lavoratori destinata a un posto nell’antropologia postindustriale. Come sacerdoti del tempio del consumo, una religione di cui tutti dovremmo essere bigotti, altrimenti, come si dice, “l’economia non gira”. Precari e mal pagati, oltre a rivendicare una “normale” vita di sfruttamento, legittimata da un contratto a tempo indeterminato, pongono la questione di una sana richiesta di felicità personale e con i loro cari». Nel centro commerciale a due passi dal Raccordo anulare adesso si sono spente anche le luci e il parcheggio deserto, dove il vento fa mulinare una manciata di depliant, si perde nella notte. Che sarà breve. Domani mattina, domenica, di buonora il grande tempio riaprirà le porte ai suoi fedeli e ai suoi sacerdoti. Come ogni sacrosanto giorno. (Marco Patucchi)

Paolo, milanese adottato, respinto da un ristorante di Cervia Milano Sulla base del suo curriculum vitae era stato selezionato per quel lavoro di cameriere sulla riviera romagnola cui teneva moltissimo: «Nel Cv c’era la mia foto in bianco e nero – sospira ancora incredulo -. Andava tutto bene, l’assunzione era già stata concordata. Ma quando per l’ultimo passaggio formale ho inviato la carta di identità a colori, ho ricevuto sul telefono un sms allucinante. L’ho letto trenta volte con le lacrime agli occhi prima di arrendermi. Non ci volevo credere».

L’sms diceva cosi: «Mi spiace Paolo ma non posso mettere ragazzi di colore in sala, qui in Romagna sono molto indietro con la mentalità… Scusami ma non posso farti venire giù. Ciao». Scartato di colpo, per la sua pelle nera. Peraltro Paolo Grottanelli, 29 anni, è italiano a tutti gli effetti: ultimo di quattro figli, abbandonato piccolissimo a San Paolo del Brasile, ha vissuto in un orfana trofie fino ai tre anni. Poi una coppia di Milano lo ha adottato insieme ad uno dei fratelli, e gli altri due della famiglia sono stati affidati poco lontano, in Brianza.«Ho studiato all’alberghiero con il massimo dei voti, mi sono impegnato a scuola, mi rendo conto dell’opportunità – ringrazia -. Dopo il diploma ho fatto di tutto, magazziniere, aiuto cuoco. Ma la mia attività ideale è servire le persone in sala. Fare il cameriere».

Aveva quasi coronato il suo sogno, con l’impiego nell’albergo di Cervia. «Sarei stato solo uno stagionale ma se non si inizia, non si va mai avanti», afferma con grinta. La doccia fredda dell’sms non se l’aspettava proprio. «Mi tremava la mano. Volevo richiamare l’albergatore, dirgli quello che pensavo di lui e di questa violazione dei diritti umani». Non ce l’ha fatta. Si è sfogato invece con sua mamma Paola Colombini. Con lei che da sempre, per politica e impegno civile – o quasi per destino – e impegnata nella difesa dei meno forti, di quelli «che non hanno le parole per difendersi». Le e toccato mobilitarsi per suo figlio, stavolta, e ancora non si capacita. «Hanno leso la sua dignità e l’identità culturale, Paolo era pronto a partire due giorni dopo – attacca -. Stiamo ricorrendo alle vie legali con il sostegno della Filcams Cgil che ci supporta da quando è successa questa vergogna per il mercato del lavoro italiano». Il fatto risale al 18 giugno, ma il dispiacere di Paolo non è sfumato. Di buono c’è che proprio due giorni fa lo hanno preso in un bar della movida milanese. «Sono in prova – si schermisce lui -. Ma adesso vorrei essere assunto qui, visto che in Romagna non posso andare». Una sola altra volta gli era capitato di essere oggetto di discriminazione.

«Andavo in bici, mi rincorsero urlandomi insulti per il colore della mia pelle», rabbrividisce. Si dice «orgogliosamente italiano», aggiunge «ogni anno il 25 aprile scendo in piazza». Quasi dovesse dimostrare qualcosa. Giustificarsi. «Il portoghese neanche lo so, non sono mai più tornato in Brasile».

Eppure, come è naturale e giusto, è attaccato a quelle origini che sono l’inizio della sua storia: «Un giorno le vorrò conoscere. Ci manca che diventino un peso per la mia vita», si incupisce. Reazioni di condanna si levano dal mondo politico e sindacale. «È razzismo – dicono dalla Filcams-Cgil, che preferisce lasciare l’albergatore nell’anonimato. Al danno patrimoniale per avere perso la stagione lavorativa si somma l’umiliazione e la profonda ingiustizia di cui Paolo è vittima».

Solidali con lui anche le associazioni degli albergatori: «Sono triste e sbalordito – commenta il presidente Ascom Cervia Maurizio Zoli – Per me esistono solo camerieri cuochi e addetti alla reception che hanno un molo e una professionalità». 

 

Oltre i cuochi che impazzano in televisione, oltre le riviste patinate che fanno sognare piatti mirabolanti, oltre le recensioni stellate, che cosa c’è? Leonardo Lucarelli ha provato a raccontarlo nel libro «Carne trita» uscito lo scorso anno per Garzanti e che viene presentato oggi alle 18,30 al centro civico di Collebeato nell’ambito della festa della Cgil. Dal cuoco ideale al cuoco reale, un viaggio nelle cucine del bel Paese colme magari di immigrati (e non solo) in nero che fanno i lavapiatti o gli aiutanti per pochi euro l’ora, stagisti sfruttati, proprietari incapaci e persone avide. 0, al contrario, popolate da grandi appassionati geniali. Un ritratto del lavoro che esce dalle cucine e diventa istantanea della penisola. Antonio D’Orrico, dalle pagine del Corriere, l’aveva definito lo scorso anno II romanzo italiano dalle «atmosfere quasi conradiane» migliore del 2016. A discuterne con l’autore ci sarà Lucia Giorgi, la delegata Filcams Cgil di Coop Lombardia che lo scorso anno aveva partecipato alla trasmissione Masterchef. A introdurre la serata Luca Di Natale, (t.b.)

LA SENTENZA Centrale acquisti II Consiglio di Stato censura la gara sulle consulenze: vinse Ernst&Young Un altro guaio per Consip. Dopo che una serie di grosse gare, da quella sull’Fm4 per la gestione degli uffici pubblici di tutta Italia a quella sulla pulizia nelle scuole, sono finite sotto inchiesta e dopo che una settimana fa il cda ha presentato le dimissioni, un altro maxi-bando, quello sui servizi di advisory e consulenze legali, viene “bocciato” dal Consiglio di Stato per violazione dei “limiti di concorrenza”. I requisiti economici di ingresso fissati nel bando erano infatti così elevati da restringere “la platea dei concorrenti a un numero limitatissimo”, provocando un “effetto di sbarramento del mercato”. Inoltre servizi fra loro eterogenei sono stati accorpati in un “macro-lotto di ben 23 milioni di euro” anziché essere frazionati. Se li era aggiudicati Ernst & Young che li ha affidati a un unico studio legale scelto dalla stessa società multinazionale. LA CAUSA è nata dal ricorso di un avvocato specializzato in diritto civile e dei contratti pubblici, Filippo Calcioli che, difeso dal legale Gianluigi Pellegrino, ha impugnato ilbando.AlTar delLa- zio non l’aveva spuntata. Il Consiglio di Stato invece gli ha dato ragione. La sentenza, spiega lo stesso avvocato Pellegrino, ha l’effetto di annullare il maxi-bando ed “è una decisa bocciatura dell’operato di Consip riguardo al rispetto della concorrenza”. Consip, difesa dall’avvocato Alberto Bianchi che e anche presidente della fondazione renziana Open, è stata condannata anche al pagamento delle spese legali. In primo grado il Tar aveva ritenuto che Calcioli non avesse titolo per fare ricorso perché non aveva partecipato alla gara. Ma il Consiglio di Stato non ha ritenuto valida questa motivazione e, anzi, ha stabilito che il bando stesso “genera una lesione” per chi vorrebbe partecipare alla gara “ma non può farlo a causa della barriere all’ingresso”. Il bando richiedeva infatti un fatturato globale non inferiore a 20 milioni di euro; un fatturato specifico in ambito procurement di almeno tre milioni; e un fatturato per servizi legali nel diritto amministrativo non inferiore ai due milioni di euro. Un livello “patente- mente eccessivo”, sottolineano i giudici. NON A CASO hanno risposto al bando “solo tre raggruppamenti concorrenti, cui partecipano ditte preminenti – anche per associazioni e integrazioni a livelli mondiali – nei settori delle valutazioni contabili, della fiscalità, delle transazioni commerciali, della consulenza gestionale strategica”. Non solo. Le prestazioni messe a gara riguardano “attività professionali e imprenditoriali contenutisticamente diverse fra loro, eterogenee e reciprocamente autonome”. Consip, anziché dividere il bando in più lotti in funzione delle diverse tipologie, ha accorpato tutto in una gara unica da 23 milioni di euro “in danno dei principi della concorrenza”. 

Un avviso di lavoro per cercare un’estetista affisso in un centro estetico di Asti ha fatto infuriare la Cgil che ha presentato un esposto alle associazioni di categoria, alla consigliera di parità della Provincia e ad altri enti. Sul cartello c’è scritto che si cerca «Un’estetista senza problemi di famiglia, non in sovrappeso, di oltre 30 anni, senza problemi di orario, dal lunedì al venerdì orario continuato dalle 8,30 alle 19,30». Nicola De Filippis, sindacalista: «Come Cgil di Asti (Filcams), abbiamo segnalato a chi di dovere questo testo che si commenta da solo. E chiediamo che venga rimosso. Non ci stupiscono le discriminazioni verso le lavoratrici madri (o le figlie di genitori anziani). Cosa riesce ancora a stupirci è la rozzezza e la volgarità. Invitiamo le ragazze a non rispondere».

 

Autogrill prosegue la sperimentazione dell’alternanza scuola lavoro nella cornice dell’accordo sindacale, con precise garanzie su formazione, sicurezza e partecipazione. Dopo il progetto pilota del 2016 che ha coinvolto 70 studenti, quest’anno si raddoppia e 1 ragazzi saranno 150: none prevista una remunerazione per gli studenti ma una donazione alle scuole per ciascuno studente ospitato. Il gruppo applicherà lo strumento d’intesa con Filcams, Fisascat e Uiltucs con cui ha siglato un accordo che disciplina quanto previsto dalla legge 107/15 con l’obiettivo «di contribuire ad uno scambio di esperienze e culture tra imprese e istituzioni formative nonché per migliorare le competenze tecnico pratiche degli studenti, orientare le aspirazioni e potenziare le possibilità di accesso dei giovani al mondo del lavoro». Per il gruppo lo sviluppo di esperienze «può arricchire il bagaglio di competenze dei giovani che si apprestano ad entrare nel mercato del lavoro, tale da favorire la loro occupabilità una volta conseguito il titolo di studio». Entrando nel merito, verranno privilegiati i punti vendita di più facile raggiungimento, 1 ragazzi saranno affiancati da un tutor formato dall’azienda, la durata sarà di sei settimane e il periodo in alternanza sarà di 120 ore ripartite in 4 ore giornaliere. Gli studenti riceveranno la formazione sulla salute e sicurezza e saranno dotati di divisa, nonché di scarpe anti- infortunistiche. Dall’alternanza viene escluso l’orario 22-7 e la domenica. A tutti gli studenti in alternanza verrà riconosciuto un pasto giornaliero. (C.Cas.)

La battaglia della Cgil: «Fermeremo i nuovi voucher» : L’unico numero fornito dall’organizzazione è 35. Sono i gradi all’ombra a piazza San Giovanni mentre dal palco parla Susanna Camusso. E certificano la manifestazione più calda della storia sindacale. Ad ascoltarla sotto il solleone della calura romana c’è una piazza piena di chi, già per aver fatto i cortei a queste temperature, dovrebbe guadagnare l’epiteto di eroe della democrazia, specie per la sessantina di persone soccorse dal 118 a causa di svenimenti. Alla luce delle condizioni meteo la scommessa della Cgil è totalmente vinta. Piazza San Giovanni non sarà stata piena come l’ultima volta – il 25 ottobre 2014 contro il Jobs act la giornata di sole rafforzò la presenza – ma quasi. Cortei affollati e pieni di giovani che sfilano contro «lo schiaffo alla democrazia» affibbiato da governo e parlamento nel reintrodurre i voucher sotto mentite spoglie usando surrettiziamente lo strumento della manovrina correttiva che niente c’azzecca col lavoro accessorio. «Una schifezza», l’ha definita Susanna Camusso in discorso molto duro con il governo e allo stesso tempo molto aperto verso i partiti presenti in piazza a cui non ha rinfacciato l’uscita dal voto al momento della fiducia sulla manovrina. Il punto più delicato dell’intervento del segretario della Cgil è stato l’appello rivolto al Capo dello Stato a non firmare la legge. «Lo diciamo da questa piazza, avevano paura dal voto dei cittadini, di andare nel paese e tra la gente a discutere di cosa siano la precarietà e l’incertezza quotidiana del proprio lavoro e della propria situazione» ha gridato Camusso. «Hanno scelto la strada degli emendamenti blindati e dei voti di fiducia» ha continuato: hanno «cambiato nome» ai voucher, ma «non la schifezza che sono». Il 28 maggio si sarebbe dovuto svolgere il referendum abrogativo sui voucher, «poi questi sono stati cancellati per far annullare i referendum e impedire agli italiani di esprimersi». Ora la Cgil è pronta al ricorso alla Corte costituzionale e Camusso – forte di «150mila firme già raccolte» – ha fatto appello direttamente al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, perché intervenga sul punto visto che «siamo di fronte a una violazione della Costituzione». La scusa per reintrodurli è sempre la stessa: dare uno strumento alle imprese per evitare che cadano nel lavoro nero. Ma stavolta Camusso ha messo da parte il fair play e ha alzato i toni: «Il lavoro nero è reato, chiamare le cose con il loro nome fa chiarezza». «Si è persa l’idea che il lavoro è la ricchezza del paese, mentre si sono viste troppo spesso imprese arricchire se stesse. Alle tante associazioni d’impresa che ogni giorno chiedono di più domandiamo: volete il lavoro? Pagatelo e riconoscetelo». Una Cgil mai così unita e a sinistra, dunque. Con Maurizio Landini – che si unisce a Susanna Camusso alla fine di via Labicana – in procinto di entrare in segreteria confederale lasciando la Fiom: il 26 giugno sarà proprio Susanna Camusso ad annunciare il passaggio davanti al parlamentino dei metalmeccanici e il 10 luglio l’Assemblea generale della Cgil ratificherà il passaggio di Landini a Corso Italia, mentre Francesca Re David (attualmente segretario di Roma e Lazio) a meno di sorprese prenderà il suo posto alla Fiom. Il tutto lasciando aperti i giochi verso il prossimo congresso dalla Cgil a cui si arriverà con una gestione unitaria e con scadenze sfalsate per gli 8 anni di mandato massimo di Camusso che scadrebbero il 3 novembre del 2018, portando alla prospettiva di una assise ritardata rispetto alla primavera o ad una modifica dello Statuto per far coincidere i tempi di congresso ed elezione del nuovo segretario generale. La piazza rossa della Cgil prima della segretaria generale era stata rapita dall’incredibile storia di Misha, ragazzo di origine ucraina vittima di un infortunio sul lavoro mentre veniva pagato a voucher. Presentato da Michele Azzola, segretario Cgil di Roma e Lazio diventato alla bisogna efficace speaker, il racconto di Mykhaylo Nesterenko ha colpito tutti: «Ho perso tre dita sotto una pressa di una ditta meccanica in provincia di Modena, mi stavano pagando a voucher e non avevo assistenza medica, solo per questo poi mi hanno proposto un’assunzione retrodata». Con le nuove norme sulle “Prestazioni occasionali” la storia avrebbe lo stesso finale: per far valere i suoi diritti, Misha andrà davanti ad un giudice grazie all’intervento del sindacato. I due lunghi serpentoni riuniti a San Giovanni erano partiti verso le 9. La temperatura era ancora accettabile sia a piazza della Repubblica che a piazzale Ostiense. Musica, bande con fiati e tamburi rendono partecipi anche i romani al balcone. E quando il caldo inizia ad aumentare la Filcams di Genova mette invidia a tutti sorpassando con le biciclette comprate dal segretario cittadino Marco «per un progetto di energia pulita con cui ci teniamo tutti in forma andando nelle aziende e risparmiando carburante e tempo per i parcheggi». In prossimità del Colosseo una coppia di neo sposi si fa immortalare tra i manifestanti, mentre il premio per il cartello più fantasioso dovrebbe andare agli studenti medi dell’Uds e al loro battagliero: «Fiducia non ne abbiamo, è tempo di riscatto». Fra di loro anche alcuni voucheristi, naturalmente senza rispettare le norme passate e neanche le future. «Mi pagavano con un voucher per fare lo steward allo stadio di Melfi, ma era come pagarmi in nero perché era una promessa spesso neanche mantenuta». Tra i ragazzi neri usciti indenni dal ghetto di Rignano in Puglia quelli pagati a voucher sono pochi, «ma di sicuro con la nuova legge aumenteranno perché ai caporali conviene rispetto a farti un contratto e pagarti contributi, ferie e malattia. Poi se non arrivano i controlli è chiaro che possono cancellare la chiamata giornaliera entro tre giorni: e così ti tornano a pagare a nero», spiega Ives che è arrivato in Italia 5 anni fa dal Senegal. Il racconto arriva mentre dal tir arriva “Disperato, erotico, stomp” di Lucio Dalla. Colonna sonora azzeccata per il mondo del lavoro nel 2017. L’appello a Mattarella per non firmare le nuove norme: «È garante della Costituzione».

Lo storico negozio di H&M di piazza San Babila a Milano, il primo store italiano del celebre marchio di moda svedese, sta per chiudere i battenti. Insieme a quello di corso Buenos Aires, a quello di Cremona e delle Barche di Mestre a Venezia. Secondo quanto riportano fonti sindacalila scorsa settimana il gruppo ha informato i lavoratori che nell’ambito di una razionalizzazione dei punti vendita che punta a valorizzare e investire sui negozi più performanti e a chiudere quelli meno performanti, sarebbero stati chiusi quattro punti vendita e che questo avrebbe comportato 95 esuberi. Dall’azienda spiegano che «il mercato del retail è in continua evoluzione e che è necessario adeguarsi per garantire una sostenibilità a lungo termine. Sarà comunque fatto tutto il possibile per trovare delle soluzioni per i dipendenti». Il gruppo H&M continua comunque la sua espansione in Italia e dall’inizio del 2017 ha aperto 3 negozi e creato oltre 400 opportunità di lavoro. Per quello che riguardala città di Milano non si tratta della prima chiusura. Come ricorda Jeff Nonato della Filcams Cgil «in passato era stato chiuso anche un altro punto vendita in corso Vittoria Emanuele, ma in quel caso era stato aperto con l’azienda il dialogo per ricollocare tutti i lavoratori coinvolti». In questo caso, sempre secondo quanto riferiscono fonti sindacali, l’azienda ha deciso di seguire un’altra strada, quella dei licenziamenti collettivi ed ha aperto formalmente una procedura che interessa 95 persone, pur comunicando ai sindacati che l’obiettivo sarà quello di ricollocare quanti più lavoratori possibile. Le parti adesso hanno 75 giorni di tempo per trovare un accordo, ma la decisione aziendale di seguire la strada dei licenziamenti collettivi ha incontrato la dura reazione di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UilTucs. In una nota le tre sigle spiegano che «considerano gravi ed inaccettabili l’apertura da parte di H&M, azienda che non versa certo in una situazione di crisi, della procedura di licenziamento collettivo che coinvolge quattro punti di vendita e la dichiarazione di 95 esuberi». L’annuncio della procedura avviene proprio mentre è aperta un’altra discussione in azienda sull’organizzazione del lavoro, in cui Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UilTucs, secondo quanto riferisce una nota sindacale «si sono rese disponibili a discutere di organizzazione del lavoro, con l’obiettivo, rendendo più efficiente la rete vendita H&M, di salvaguardare l’occupazione». La procedura di licenziamento collettivo va in un’altra direzione, ma soprattutto per i sindacati risulta «ancora più ingiustificata inconsiderazione della forte attività di espansione sostenuta dall’impresa, anche in relazione alla recente apertura di diversi punti di vendita a livello di gruppo e del ricorso spropositato e strutturale al lavoro a chiamata». In attesa di avviare la trattativa i sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione dei dipendenti di H&M.

Nubi nere si addensano all’orizzonte del governo sul tema più sensibile, la manovrina di correzione dei conti pubblici. Alla Camera infatti si apre una settimana calda, ma è al Senato dal 12 giugno che la questione rischia di deflagrare con esiti imprevedibili. Sul tema caldo dei voucher i bersaniani di Mdp, trainati dalla Cgil, già hanno minacciato di non votare la fiducia. «Se qualcuno pensa prima di eliminare i voucher per evitare di essere travolti dal referendum e poi di farli rientrare dalla finestra, noi ci riterremo con le mani libere verso il governo Gentiioni», avverte il capogruppo di Mdp Francesco Laforgia. E se a Montecitorio il gruppo Pd conta 283 deputati e basta poco per arrivare con i centristi alla maggioranza di 316, al Senato le cose stanno in altro modo. Un voto negativo sulla fiducia dei senatori Mdp potrebbe avere conseguenze per il governo. In soldoni le cose stanno così: Mdp non vuole nulla di sostitutivo dei voucher, il Pd invece li vuole reintrodurre con una nuova formula per imprese e famiglie, con un emendamento. Dunque se in commissione questa settimana l’accordo si rivelerà impossibile, tutti si prepareranno al peggio tra poche settimane. «Il governo farebbe bene a evitare di introdurre nella “manovrina” una nuova forma di voucher per le imprese, dopo averli appena aboliti, prima di aver aperto un confronto con le parti sociali», lancia l’allarme il presidente della commissione Lavoro, Cesare Damiano, vicino a Orlando.

No legittima difesa E a cadere sotto la scure di Mdp potrebbe essere anche la legge sulla legittima difesa: dopo una selva di polemiche, il testo varato alla Camera (con quella distinzione tra “giorno” e “notte” concordata nel Pd che tanto ha fatto discutere) pare destinato su un binario morto. Così almeno trapela dalle stanze del Nazareno, «perché è una legge senza i numeri al Senato. La sinistra di Mdp dice che è una proposta troppo di destra, la destra dice invece che è inutile. Dunque non piace nessuno, e nessuno ha un’idea alternativa condivisa». Facile previsione di uno dei big: non sarà messa in calendario, perché in aula finirebbe per essere affossata.

(Carlo Bertini –Camere con Vista)

 

IL CONVEGNO «TROPPE COOP SPURIE E ASSUNZIONI AL MASSIMO RIBASSO»

La proposta Cgil: «Stop ai Lavoratori in appalto, sono penalizzati»

LA CGIL cerca soluzioni per il settore delle carni segnato nel distretto di Castelnuovo Rangone da mesi e mesi di proteste e scioperi oltre che da un’inchiesta penale. E lo fa a livello nazionale prendendo spunto proprio dalla situazione del modenese che è comune ad altre parti d’Italia. Una proposta esposta nei giorni scorsi in un convegno nella sede di piazza Cittadella che ha visto unite le tre federazioni del sindacato interessate al problema; la Flai (federazione lavoratori agroindustria), la Filcams per il commercio e servizi e la Filt per i trasporti. L’obiettivo è quello di unire le forze creando un’unica rappresentanza sindacale per tutte e tre le categorie all’interno delle aziende. Perché è proprio il frazionamento nel settore della macellazione delle carni a generare un ‘collage’ contrattuale che produce attriti tra gli stessi lavoratori.

«Ci sono lavoratori in appalto ai quali viene applicato un contratto e condizioni lavorative di un certo tipo – dice Diego Bernardini di Filt Cgil – e lavoratori alle dipendenze dirette dei committenti che hanno condizioni estremamente diverse anche per quanto riguarda le buste paga.» Disuguaglianze che devono passare secondo la Cgil attraverso il superamento del lavoro appaltato, un mondo dove spesso le cooperative spurie, cioè illegali, la fanno da padrone. «Esiste un mondo fatto di cooperative spurie cioè false – continua Bernardini – di buste paga non regolari dove c’è evasione fiscale contributiva e abbiamo un mondo fatto di applicazione contrattuale sbagliata. Nella stessa azienda ad un disossatore dipendente diretto viene applicato il contratto degli alimentaristi, quello corretto, mentre un altro lavoratore con la stessa mansione ha uno stipendio dal 30 per cento in meno solo perché è un lavoratore di un appalto». Secondo il sindacato occorre scardinare il sistema degli appalti al massimo ribasso. «Gli appalti sono diventati uno strumento per comprimere il costo del lavoro – aggiunge Bernardini – se noi abbiamo tabelle ministeriali che prevedono che un lavoratore della filiera debba costare minimo 20 euro all’ora e poi abbiamo appalti che prevedono tariffe di 13,14 euro, questo già crea cooperative spurie che ricorrono all’evasione per stare dentro a questi costi».

«Noi vogliamo costruire un percorso – ha spiegato Elisa Camellini, segretaria nazionale Filcams Cgil – che permetta a tutti di avere gli stessi diritti e le stesse tutele e non attraverso le esternalizzazioni e gli appalti che creano lavoratori di serie a e di serie B». Una fragilità che riguarda soprattutto i tantissimi lavoratori immigrati delle cooperative facilmente ricattabili, secondo il sindacato, proprio per la loro posizione legata alla possibilità di rimanere in Italia attraverso l’attività’ lavorativa e quindi il rinnovo del permesso di soggiorno. (Emanuela Zanasi)

 

Accordo fatto, dopo quattro mesi di trattative e un tour de force finale, tra sindacati e Unicoop Tirreno per evitare gli esuberi (481 quelli full time equivalenti annunciati inizialmente dalla cooperativa di consumo, che corrispondono a più di 600 addetti per l’alta incidenza del part time). L’intesa-quadro triennale prevede – in linea col verbale firmato a fine marzo – la salva- guardia dei posti di lavoro attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali. Scatterà la cassa integrazione straordinaria a rotazione per 12 mesi, che coinvolgerà fino a un massimo di 300 persone contemporaneamente, nel quartier generale di Vignale Riotorto, Piombino (dove lavorano in 480); allo scadere, l’azienda si impegna ad accedere agli ammortizzatori sociali. Previsto invece il contratto di solidarietà per la rete di vendita, cioè per circa 3.600 dipendenti anche se dovrebbe essere applicato solo nei punti vendita in cui sono stati dichiarati esuberi (al momento nel Lazio). Per decidere le chiusure dei negozi non remunerativi la cooperativa – che conta 109 tra supermercati, iper e mini in Toscana, Campania, Umbria e Lazio punta a tornare alla redditività della gestione caratteristica nel 2019 – ha preso tempo fino all’estate (in origine le chiusure annunciate erano 12, più otto cessioni di negozi). Gli ammortizzatori sociali si combinano con gli incentivi all’esodo, previsti per chi lascerà l’azienda nei prossimi due anni: da 30 a 10 a mensilità a seconda del periodo d’uscita. Ma l’elemento più delicato è rappresentato dalla parziale sospensione di alcune voci dell’accordo integrativo per tre anni (dal 1 giugno 2017 al 31 maggio 2020): il “congelamento” interesserà le diarie, il 40% dell’indennità di funzione, le missioni e i trasferimenti, la maggiorazione per il lavoro domenicale e festivo, che viene rimodulata. Anziché essere declinata in base alle dimensioni del punto vendita, la maggiorazione viene uniformata per tutti i lavoratori di ipermercati, super e mini. L’accordo dovrà ora essere SUL TERRITORIO. Per la rete di vendita scattano i contratti di solidarietà nei negozi in cui sono stati dichiarati esuberi votato dalle assemblee dei lavoratori. «Un risultato importante» l’ha definito il direttore generale di Unicoop Tirreno, Piero Canova, arrivato nel settembre 2016 per risanare la cooperativa c fare il nuovo piano industriale. Stesso giudizio anche da Filcams-Cgil: «L’intervento sulla contrattazione integrativa è stato minimo – afferma Alessio Di Labio – Abbiamo rispettato la proporzionalità e l’equità dell’intervento a tutela dei lavoratori: chi aveva di più paga poco, chi aveva meno paga pochissimo, chi non aveva nulla dall’ integrativo recupera qualcosa». Di «soluzione sostenibile» parla Cinzia Bernardini, segretaria generale Filcams-Cgil Toscana.

II nuovo contratto della distribuzione moderna e organizzata che fa capo a Federdistribuzione è bloccato da tre anni e ormai il settore deve fronteggiare difficoltà raddoppiate. Al primo livello in cui le imprese, molte multinazionali, discutono in un contesto di forte crisi soprattutto per il segmento degli ipermercati, al secondo livello in cui discutono quasi sempre in termini difensivi. Nello stallo negoziale, negli ultimi giorni si registrano due novità che potrebbero in qualche modo sbloccare la situazione. Il io maggio è previsto un incontro in Confcommercio in cui le parti devono discutere la terza tran- che rimasta sospesa lo scorso novembre: se si troverà un’intesa, si capirà meglio anche da dove potrà riprendere il negoziato di Federdistribuzione. La seconda novità è rappresentata dall’accordo di Carrefour su esuberi e integrativo: il segretario generale della Fisascat, Pierangelo Raineri auspica che «sia funzionale allo sblocco delle trattative con l’associazione imprenditoriale Federdistribuzione». I nodi di quel contratto riguardano principalmente il salario – con la massa salariale troppo distante da quella di Confcommercio, dicono i sindacati -, la parte normativa – con distanze soprattutto sulla disciplina delle mansioni e sulla flessibilità – e la bilateralità – in particolare il fondo per l’assistenza sanitaria integrativa. Anno dopo anno i nodi del contratto nazionale si sono intrecciati con diverse vertenze. Come quella di Auchan che nel 2015 ha condotto con i sindacati una dura trattativa dopo l’annuncio della disdetta dell’integrativo e di oltre 1.400 esuberi o Pam che ha disdettato l’integrativo o Sma che ha ugualmente disdettato l’integrativo e lo sta rinegoziando. O, per arrivare a due giorni fa, Carrefour. La multinazionale francese ha definito uno schema che prevede che entro 45 giorni le parti si incontreranno a livello territoriale per la gestione non traumatica degli esuberi attraverso il criterio della non opposizione ai licenziamenti, il riconoscimento di un incentivo all’esodo volontario e interventi sull’organizzazione del lavoro con l’eventuale ricorso al contratto di solidarietà e ai trasferimenti. E soprattutto la rimodulazione del contratto integrativo aziendale che è stato rinegoziato ma con la previsione che vi possa essere «la temporanea sospensione, nelle modalità da definirsi (tempo e materie) e con durata massima fino al 30 aprile 2019, in tutto o in parte, di trattamenti economici dallo stesso disciplinati. Non saranno chiusi gli ipermercati di Trofarello e Borgomanero in Piemonte, che saranno riconvertiti in punti vendita discount. La multinazionale si è detta soddisfatta per aver rinnovato l’integrativo e per aver trovato «una soluzione positiva al piano di ristrutturazione che coinvolge il formato Ipermercati, minimizzandone l’impatto occupazionale tramite il ricorso ad esodi incentivati su base esclusivamente volontaria». Inoltre l’intesa, con riferimento a Trofarello e Borgomanero, consente «di lanciare un innovativo concetto commerciale». «Intese importanti», le definisce Fabrizio Russo della Filcams Cgil, «che non si limitano a salvaguardare l’occupazione ma consentono di affrontare nel merito il tema della qualità e delle condizioni lavorative dei circa 20 mila dipendenti». «L’intesa apre al confronto sull’organizzazione e sulla qualità del lavoro – aggiunge il segretario nazionale della Fisascat Ferruccio Fiorot -, valorizzando la contrattazione decentrata in un’ottica di conservazione del perimetro aziendale». 

Il progetto Ue. Accessibilità delle informazioni e trasparenza, rispetto dell’ambiente, dei lavoratori e dei disabili: le stesse aziende sono invitate a collaborare. Dati disponibili sui social e sulla piattaforma Openpolis, coordinamento della Filcams Cgil

Le multinazionali, queste sconosciute. Danno lavoro, vendono merci e servizi, influenzano con il loro peso le politiche dei governi: ma spesso sono inaccessibili, e se un consumatore, un’associazione ambientalista o un sindacalista vuole comunicare con loro l’impresa può essere quasi impossibile. Così il sindacato europeo – in un progetto finanziato dalla Ue che ha come capofila l’italiana Filcams Cgil – ha aperto Open Corporation: un sistema di ranking dei principali gruppi mondiali dove vengono misurate accessibilità, trasparenza, rispetto dei lavoratori, delle diversità e dell’ambiente, responsabilità sociale. I dati vengono pubblicati periodicamente sui social e sono sempre disponibili sulla piattaforma Openpolis.

PER IL MOMENTO la valutazione è stata attivata su 50 multinazionali – tra loro Eni, Enel, Carrefour, Ikea, Unicredit, Nestlé – ma entro aprile si punta ad arrivare a cento. Il ranking viene costruito in diverse fasi, ma una parte fondamentale del lavoro consiste nel contattare gli stessi gruppi e invitarli a collaborare. Potrà essere quindi l’amministratore delegato in prima persona a compilare le 120 domande della griglia di valutazione approntata dal sindacato con un team di supporto:  il WWF per l’ambiente, Tata per la tutela di bambini e disabili, un avvocato esperto di diversity e diritti civili, esperti giuridici, di bilanci e finanza, di bilanci sociali.

La prima fase in assoluto, comunque – che ha già prodotto alcune classifiche – consiste nel misurare l’accessibilità dei dati e la trasparenza in base a quanto si può reperire nelle banche dati pubbliche: è quindi lo stesso sindacato a compilare la scheda con le 120 domande, basandosi su quello che le aziende dichiarano nei propri siti Internet o nei bilanci sociali.

Nello stesso tempo, si contattano i diversi gruppi, spiegando che si trovano sotto «osservazione» e che in una seconda fase potranno loro stessi – accedendo tramite apposita password alla propria scheda in Openpolis – verificare quanto già compilato dal sindacato ed eventualmente cambiare i dati che non ritengono corretti. Chi darà disponibilità a fare un check della propria griglia avrà già per questo un punteggio più alto.

I PRIMI INDICI già pubblicati si possono trovare sui profili Facebook (Open Corporation Ranking) e Twitter (@CorporationOpen) del progetto: quanto al web transparency index (indice di accessibilità delle informazioni sul web) ad esempio compaiono tra le migliori Schneider Electric, Volkswagen e Eni, mentre nella parte bassa della classifica troviamo Siemens e Mondelez. Il social reporting transparency index (misura le informazioni rese disponibili nella rendicontazione sociale delle aziende) vede in alto Enel, Dupont e Accor, e in fondo Manpower e Elior.

Ma è solo la prima fase: manca ancora la seconda – l’autocompilazione da parte delle stesse imprese – e una terza fase, dove il check viene fatto dai sindacalisti dei Cae (comitati aziendali europei) o dalle associazioni che collaborano. Questi soggetti segnalano eventuali altri fatti che possono arricchire la valutazione (alto indice di infortuni, sentenze di condanna per inquinamento o altri reati) e dopo un’ulteriore passaggio con l’azienda, si arriva al ranking finale.

SOLO CHE LE multinazionali sono difficili da raggiungere: «Delle 50 sotto osservazione – spiega Gabriele Guglielmi, che per la Filcams Cgil coordina Open Corporation – soltanto 25 hanno la mail sul sito, mentre per le altre 25 abbiamo dovuto compilare un form che è sempre uguale per tutti, dai giornalisti ai consumatori. Form da cui spesso arrivano feedback in automatico, del tutto slegati dal quesito che hai posto. Per ora ci hanno risposto solo in sette – cinque via mail e due dai form – e supponiamo che stiano compilando le nostre schede. I grossi gruppi a volte sembrano come le cassaforti di Houdini: sono davvero impenetrabili».

 

“Carrefour discrimina i lavoratori”: licenziato chi sciopera, solo trasferito chi non ha protestato. E’ quanto denuncia, in una nota, la Filcams Cgil di Torino dopo l’inizio della procedura di licenziamento e della chiusura di tre punti vendita in Piemonte da parte del colosso della grande distribuzione. “Oggi, 1° Marzo 2017 – afferma Filcams Cgil – la direzione del Carrefour di Trofarello ha comunicato ai lavoratori che sarebbero stati effettuati 6 trasferimenti in corso Bramante a Torino, senza consultare la rappresentanza sindacale interna. L’ipermercato di Trofarello è stato dichiarato in chiusura dall’azienda nella procedura di licenziamento collettivo aperta il 6 febbraio 2017. Sono 54 i lavoratori in esubero”.

La notizia del trasferimento presso un altro punto vendita, dice Filcams Cgil, “pare una buona notizia ma nasconde in realtà un atto gravissimo di discriminazione dei lavoratori. Unilateralmente, infatti, l’azienda ha selezionato il personale da trasferire scegliendo le lavoratrici e i lavoratori che non hanno scioperato e non hanno partecipato alle proteste contro la chiusura”. La Filcams Cgil ritiene questo comportamento “grave e lesivo della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori che vengono puniti per aver protestato e difeso il proprio posto di lavoro. I lavoratori sono tutti uguali”.

Coi voucher si pagano più contributi, ma senza alcuna tutela previdenziale o assistenziale * Dopo 35 anni di lavoro diventeranno pensionati con poco più di 200 euro al mese

Piccinini: si cancellano i rapporti strutturati passata da 60 a 36 anni in maggioranza donne Camusso: subito la data del referendum «Il lavoratore a voucher è quello che in proporzione agli altri rapporti di lavoro paga di più, tanto di più, ma riceve meno, molto meno degli altri».

Morena Piccinini, presidente Inca, squaderna i dati dell’ultimo rapporto del patronato Cgil sui buoni lavoro. E i numeri fanno tremare i polsi. Il 13% di aliquota previdenziale richiesta a chi lavora con Rassegno» da 10 euro lordi non è richiesto a nessun altro lavoratore, e a fronte di questo sforzo (tutto a carico del dipendente), corrisponde un trattamento misero. Il voucherista a 70 anni, e dopo 35 di lavoro andrà a prendere appena 208,35 euro al mese. Ovvero, 194 in meno rispetto alle Partite Iva, 317 rispetto a un collaboratore, mentre un lavoratore part time nelle stesse condizioni lo supererebbe di 320,54 euro e un agricolo di 811. Insomma, paragonato a tutte le forme di lavoro «flessibile», il voucher è il più costoso e il meno vantaggioso. Ipotesi di scuola, si dirà: nessuno passerà tutta la vita da voucherista. Ma il punto è esattamente qui: questo strumento non serve più a coprire le esigenze occasionali, ma sta lentamente occupando tutti gli spazi del lavoro, di fatto destrutturando quello più strutturale. Di qui la conclusione deU’Inca: non serve a far emergere il nero, ma al contrario a «oscurare lavoro e tutele». Lo conferma la responsabile Filcams Cgil Maria Grazia Gabrielli, che elenca tutte le varie forme flessibili del suo settore, per cui si può lavorare nei week end o qualche notte, che sono state via via sostituite da questo «non contratto» ancora più penalizzante per il lavoratore. A dimostrare che i voucher di fatto sostituiscono lavoro strutturato e non quello informale occasionale sono gli stessi dati che proprio la Cgil è riuscita a ottenere dall’Inps sui maggiori utilizzatori: grandi imprese, club di calcio, persino agenzie di lavoro interinale (che in questo modo rinnegano il loro molo). Al fulmicotone la battuta di Susanna Camusso, che ha chiuso ieri la presentazione del rapporto. «Ho l’impressione che il campionato di calcio in Italia, quello per cui tutti voi vi preparate ogni settimana, sia un evento occasionale e imprevedibile», dichiara, ricordando quante società sportive utilizzino i voucher. La leader della Cgil ricorda che si è arrivati al 32 esimo giorno (dei 60 previsti per legge) dalla decisione della Consulta e ancora non si decide la data del referendum abrogativo. «Noi vorremmo votare – insiste Camusso – Anche perché abbiamo l’impressione che anche chi dichiara che vuole tornare al passato, immagini comunque delle quote da lasciare per le aziende». Inaccettabile per la Cgil, che considera questo strumento un passo fatale nel cammino verso la cancellazione totale della «relazione tra lavoro che fai e retribuzioni che prendi», continua Camusso. «L’unico tema che riguarda il lavoro nel dibattito pubblico è che deve costare sempre meno – continua la segretaria – Se andiamo a- vanti così si arriva al lavoro gratuito, o ai casi che abbiamo già denunciato delle bibliotecarie della Biblioteca nazionale pagate con gli scontrini di spesa. Le abbiamo intervistate, abbiamo informato il Paese, ma dal Parlamento non è arrivata nessuna reazione. Questo preoccupa». Andando avanti così, non si sa bene dove si vada a parare: diventa senza senso parlare di formazione, innovazione, merito. A parlare di polverizzazione del valore del lavoro è il sociologo Patrizio Di Nicola, che racconta come i suoi allievi abbiano già interiorizzato l’idea di dover lavorare pe run po’ gratuitamente. «Ma esiste una discriminante etica tra lavoro volontario, fatto per non profit – spiega – e lavoro retribuito». Mentre Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio, parla di «svuotamento del valore sociale del lavoro, considerato sempre più una semplice merce». Per l’Inca più che i numeri valgono i fatti, le esperienze di vita che ogni giorno si raccontano agli sportelli. E qui si entra in un girone infernale. Sul banco degli imputati stavolta c’è l’Inps, che ancora non riesce a inserire le posizioni contributive dei voucheristi. Di conseguenza «quando un lavoratore chiede che gli venga liquidata la pensione con quei contributi – spiega Piccinini – si vede respingere la domanda perché non sono in posizione». Eppure – udite udite – l’Inps ha incassato l’incredibile somma di 205 milioni e 409.502 euro negli ultimo 8 anni (2008-16) per gestire il servizio. Somme pagate con un obolo di 50 centesimi a voucher sborsato interamente dai lavoratori. Si parla di quasi200milioni e mezzo a fronte di 534 milioni e 324.704 contributi versati. Siamo quasi alla metà di spese per servizio. «È una cosa scandalosa – insiste Piccinini – Non c’è nessun settore, nessuna azienda e nessun lavoratore che paghi direttamente l’Inps per incassare i propri contributi». Quando riesce a incassarli, naturalmente. Insomma, la destinazione di questi versamenti non è affatto chiara. Non va molto meglio sul fronte della tutela Inail sugli infortuni: formalmente il lavoratore è coperto dall’assicurazione che garantisce 32,38 euro dal quarto al 90esimo giorno di assenza dal lavoro, e 40,48 euro dal 91esimo giorno fino a guarigione. Vista così, sembra un gran vantaggio, visto che il reddito medio di un voucherista è di 450 euro l’anno (60 voucher) pari a 50 euro mensili. Ma dai radar dell’Inca si capisce che le aziende non denunciano quasi mai gli infortuni, a meno che non siano gravi. Altrimenti considerano gli incidenti una semplice malattia, per cui non c’è alcuna tutela. Buoni lavoro. Sono aumentati in misura esponenziale dai 535mila del 2008 ai quasi 134 milioni del 2016.

Ancora una fumata nera per il rinnovo del contratto Multiservizi che riguarda l’ampia platea (secondo Anip Confindustria di 2,5 milioni di addetti) dei lavoratori di aziende e cooperative che offrono servizi che vanno dalle pulizie al facchinaggio al portierato. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltrasporti nell’ultimo incontro con Anip Confmdustria, Agci Servizi, Federlavoro e Servizi Confcooperative, Legacoop Servizi, Unionservizi Confapi hanno interrotto la trattativa, data l’impossibilità di raggiungere un accordo su temi come l’assenteismo su cui le imprese chiedevano regole più stringenti. I sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione e 8 ore di sciopero. Inaccettabile per Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltrasporti che «a 46 mesi dalla scadenza del contratto nazionale, le controparti datoriali si siano presentate al tavolo con una pregiudiziale legata al peggioramento del trattamento normativo ed economico di malattia per proseguire nel confronto». Oltre a questo, per i sindacati «sono state presentate proposte imprenditoriali peggiorative su salario, cambio di appalto e condizioni di lavoro per i nuovi assunti». Secondo una nota congiunta della parte datoriale, il lungo confronto «aveva visto un progressivo avvicinamento delle posizioni che aveva portato ad un pacchetto di argomenti». Tra questi, continua la nota, «il tema dell’adozione di misure di contrasto alle forme di microassenteismo fondate su un ricorso anomalo all’istituto della malattia ha sempre rivestito particolare rilievo». Secondo i dati elaborati dalle imprese del settore, infatti, il trattamento dei primi tre giorni di malattia (cd. periodo di carenza) incide nell’arco dell’anno per quasi l’8o% del trattamento complessivo di malattia.

Grazie a Monica Papini, Firenze, e Gianna Bondi, Ravenna

E’ vero che, se la disoccupazione è una piaga, quella dei lavoratori over 45 è zeppa di pregiudizi e stereotipi e “quella delle lavoratrici è ancora più maligna perché mette in gioco l’intera figura femminile”, come mi scrive Monica Papini da Firenze. Monica ha quasi 50 anni, due figli all’università, è disoccupata da 3 anni. In questo tempo si è laureata in Sociologia con una tesi che nasce dalla sua storia. Titolo “Le lavoratrici over 45”. “Mi sono sentita dire che non avevo le competenze necessarie per rispondere al telefono in un’agenzia immobiliare, dopo quasi 30 anni di esperienza come impiegata e contabile”. Per le donne – scrive in una bellissima lettera - alla soglia dei cinquant’anni “la perdita della funzione sociale” coincide con la menopausa: come se la fine della funzione biologica segnalasse “la fine dell’intera persona”.

Anche Gianna Bondi ha 50 anni. E’ di Ravenna. Racconta la storia di quattrocento donne come lei: adulte, spesso sole con figli ancora piccoli a carico, part-time in un’azienda che le pagava 5, poi 7 euro l’ora e adesso messe tutte di fonte alla scelta, chiamiamola così: o accettate un co.co.co. o vi licenziamo. “Vorrei dirlo a Teresa Bellanova, che ha fatto quell’intervento così appaludito all’Assemblea Pd: “Questo governo ha detto basta ai co.co.co.”, ha detto. Invito Bellanova al nostro presidio davanti alla sede della Nielsen Italia, ad Assago, il prossimo 2 marzo. Venga a vederci”, chiede.

La storia, racconta Gianna che è delegato sindacale, è questa: la Consulmarketing Spa, Milano, ha circa mille dipendenti. Di questi 456 fanno ‘monitoring’: rilevamento prezzi, sono quelle persone che scannerizzano i codici a barre nei supermercati. Lo fanno in esclusiva per la Nielsen, un appalto per la raccolta dati. I 456 sono per oltre l’80 per cento donne, quasi tutte ultraquarantenni. All’inizio precarie. Quattro anni di battaglie. Nel 2012, legge Fornero, vengono stabilizzate in deroga al contratto nazionale: stipendio mensile di 500/600 euro.

A luglio 2014 entrano nel contratto nazionale, con l’impegno dell’azienda a portare entro il 2018 gli stipendi a pieno regime: 800/900 euro al mese. Dopo un anno e mezzo, però, l’azienda apre una procedura di licenziamento collettivo. Propone a tutti l’alternativa di un co.co.co. “Cioè non ci garantiscono più la continuità del lavoro né contributi ferie malattia infortuni. Né per noi né per i figli”. Altre lotte: i dipendenti firmano un contratto di solidarietà, scaduto il 5 dicembre scorso. Il 19 gennaio 2017 l’azienda apre una nuova procedura di licenziamento per tutti i 456, questa volta senza l’alternativa del contratto a termine. “I capi area però avvicinano le rilevatrici: se non accettate un co.co.co entro il 5 aprile questa volta vi licenziamo e basta”, afferma Gianna che chiede, naturalmente, che il Ministero segua la loro battaglia. “Ce ne sono tante di vertenze, lo so. Ma questi sono uomini e donne, soprattutto donne, che non ne troveranno un altro, di lavoro. E che devono mantenere i loro figli. L’azienda dice che le commesse non sono più redditizie ma poi ci offre i co.co.co. che esistono ancora, eccome se esistono. E, penso io: non ce li proporrebbe se non ci guadagnasse. Mi sbaglio?”.

Concita De Gregorio

Carrefour mette nero su bianco la sua richiesta di 500 esuberi. I manager della multinazionale francese avevano annunciato la loro intenzione al termine di un incontro con i sindacati a metà gennaio e ieri Thanno ufficializzata facendo partire la procedura di licenziamento: chiuderanno tre ipermercati ( a Trofarello, nel Torinese, a Borgomanero, nel Novarese, e a Pontecagnano, nel Salernitano) mentre verrà ridotto il personale di altri 54 ipermercati sparsi in tutta Italia. Il gruppo transalpino ha chiuso il 2016 con 5,48 miliardi di fatturato in Italia, circa T1 per cento in meno rispetto alTanno precedente. A patire maggiormente la flessione sono state le strutture di vendita più grandi. Di qui, la scelta di limare il costo di lavoro dichiarando 500 esuberi sui suoi circa 20 mila dipendenti italiani. Nei prossimi giorni partirà la richiesta di incontro da parte dei sindacati e poi ci sarà un mese e mezzo di tempo per gestire ima vicenda che si preannuncia complessa. I sindacati sono già sul piede di guerra. Le assemblee con i lavoratori partiranno già da oggi. La leader della Cisl Annamaria Furlan considera «inaccettabili» i licenziamenti e assieme al segretario della Fisascat Pierangelo Raineri auspica che dal confronto con l’azienda venga fuori ima soluzione ma al tempo stesso preannuncia «nuove azioni di sciopero come quelle del 27 e 28 gennaio». Anche la Filcams-Cgil parla di decisione «grave e incomprensibile», con il segretario nazionale Fabrizio Russo e il funzionario Luca Sanna che attaccano: «È il fallimento del “sempre aperto”: dopo il lavoro di domenica, nei festivi e in tutte le 24 ore del giorno, il risultato è che arrivano 500 esuberi. Altro che aumento dell’occupazione. Tunica cosa che è incrementata è Tutilizzo dei voucher», n taglio del personale colpisce in modo particolare il Piemonte, che dovrà fare i conti con 217 esuberi su 500: «Rischiamo conseguenze gravi-commenta Tassessora regionale al Lavoro Gianna Pentenero-con la perdita di posti di lavoro proprio nei settori che negli ultimi anni hanno mostrato una propensione ad assumere».

I 600 lavoratori del canale retail del gruppo Gucci sono i primi a beneficiare di una stagione che i sindacati definiscono «ottima». La conferma la daranno i conti, ma addetti alla vendita, alle casse, ai magazzini, alla sartoria e al back office vedranno presto un miglioramento della busta paga per effetto dell’accordo firmato ieri dall’azienda e da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs. Il nuovo integrativo del gruppo Gucci sarà valido fino alla fine del 2018 e ha portato a un aumento medio della retribuzione fissa del 3% nel biennio e del 10% sulle maggiorazioni del lavoro festivo e domenicale, secondo il calcolo dei sindacati.

Per i venditori è stato rivisto il sistema incentivante. In passato era legato solo al budget di negozio, adesso, come conferma l’azienda, sarà basato anche su una percentuale crescente delle vendite individuali. Ma non solo. Entrano nel sistema «altri obiettivi variabili, come il rapporto ingressi-vendite o il cross-selling, decisi periodicamente – spiega Luca de Zolt della Filcams Cgil –. I tre indici avranno sulla busta paga un effetto migliore dell’integrativo precedente». Nell’accordo è stato inoltre previsto un rafforzamento dello storico programma Welfare for you con un wallet da 300 euro annui (per 2016, 2017 e 2018) da spendere in servizi e rimborsi per spese sanitarie, istruzione, cinema, viaggi, corsi di lingua e previdenza complementare.

Per la parte normativa è stata migliorata la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, con l’introduzione di una programmazione trimestrale degli orari e il riconoscimento di week end e domeniche libere a rotazione per tutti e sono stati rafforzati gli istituti per la genitorialità, sia per figli naturali sia per le adozioni, con l’estensione dei diritti alle coppie dello stesso sesso. Previste infine misure a sostegno delle vittime di violenza di genere.

I dati definitivi del 2016 verranno annunciati il 10 febbraio, ma nel terzo trimestre le vendite Gucci (che nel 2015 avevano sfiorato i 4 miliardi) erano salite del 17%. Marco Bizzarri, ceo dalla fine del 2014, l’ha sempre detto: «Il successo di Gucci èdi tutte le persone che vi lavorano». L’accordo dimostra che i risultati economici positivi possono essere, a loro volta, di tutti.

Anche i dipendenti dell’ipermercato Carrefour di Calenzano hanno incrociato le braccia ieri, per l’intera giornata, dopo l’annuncio choc dato nei giorni scorsi dalla società francese – leader nel mercato della grande distribuzione – della prossima chiusura di tre punti vendita in Piemonte e Campania e di 500 esuberi complessivi previsti. Alta, secondo i sindacati di categoria che hanno promosso lo sciopero, l’adesione: «Questa – spiega Giovanni Vangi Filcams Cgil – è la prima iniziativa assunta dal coordinamento regionale dopo l’assemblea del 25 gennaio, ma ne seguiranno altre. Siamo molto preoccupati, anche se, almeno a voce e non in maniera ufficiale, ci è stato comunicato che gli esuberi, circa 200 escluse le chiusure, non riguarderanno Calenzano ma saranno individuati in altre sedi. Se però così non fosse chiederemo una revisione di tutti i contratti in essere attualmente a Calenzano, sull’uso degli interinali, sui contratti per le aperture notturne: non dimentichiamo infatti che questo ipermercato è aperto tutti i giorni fino alle 24 e nel fine settimana con orario h 24, cosa contro la quale, da sempre, abbiamo combattuto». Attualmente nel punto vendita calenzanese operano 111 dipendenti a tempo indeterminato: «Da parte sindacale ci sarà grande attenzione e vigilanza sull’evolversi di questa vicenda – conclude Vangi – fra l’altro, pochi giorni fa, il 20 gennaio, è stata eletta la nuova Rsu interna che, subito, si è trovata a dover fronteggiare una doccia fredda notevole».