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Lo ha detto nella città più commerciale d’Italia, circondato dai discendenti di un popolo che pur di dirottare i traffici nel porto sotto casa non esitarono a «traslare» — o, meglio, a trafugare — da Myra, in Turchia, le reliquie di San Nicola, da allora (era il 1087) diventato «di Bari». E lo ha fatto di domenica, in quello che può considerarsi, almeno per una settimana all’anno, il più grande centro commerciale del Sud, la Fiera del Levante. Ma evidentemente, in questo periodo il vicepremier Luigi Di Maio — come il suo collega di governo Matteo Salvini—non teme ripercussioni nei sondaggi.

«Entro l’anno approveremo la legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi ai centri commerciali. L’orario liberalizzato dal governo Monti sta distruggendo le famiglie italiane. Bisogna ricominciare a disciplinare aperture e chiusure». Di Maio, in realtà, lo aveva già annunciato all’inizio dell’estate.

Lo ha voluto ribadire alla fine della stagione perché giovedì, in commissione Attività produttive alla Camera, prenderà il via l’esame dei disegni di legge sulla chiusura domenicale. Le proposte sono cinque: oltre a quelle di Lega (prima firmataria Barbara Saltamartini) e M5S (Davide Crippa), ce n’è una del Pd (Gianluca Benemati), una del Consiglio regionale delle Marche e una di iniziativa popolare. L’obiettivo è tornare indietro di 7 annell’anno: ni, a prima della riforma Monti del 2011 (decreto Salva Italia) che liberalizzò gli orari degli esercizi commerciali (negozi di vicinato, medie e grandi strutture di vendita) e dei pubblici esercizi per la somministrazione di alimenti e bevande (bar e ristoranti). La proposta della Lega limita le aperture alle sole domeniche del mese di dicembre, più altre quattro decideranno le Regioni, d’intesa congli enti locali. Quella del Movimento arriva fino a 12 aperture all’anno, fatti salvi i comuni turistici. Per Confcommercio «una regolamentazione minima e sobria è una via percorribile e imprescindibile». Plauso da parte di chi ha sempre osteggiato la liberalizzazione, come Filcams-Cgil e Confesercenti, perché «ha causato la chiusura di migliaia di negozi che non potevano sostenere aperture 24 ore su 24 e 7 giorni su 7». Preoccupata, invece, la grande distribuzione organizzata: a rischio ci sarebbero 40-50mila lavoratori, avverte l’amministratore delegato di Conad, Francesco Pugliese. «Una grazia di Dio», al contrario, per monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso, per anni presidente della Commissione Cei per il Lavoro e da sempre contrario alle aperture domenicali: «Fu Costantino a introdurre, nel lontano 321, il riposo festivo». Ancor prima che i 62 marinai di Bari si imbarcassero per la Turchia.

 

 

 

Di Maio: “Entro l’anno domenica e festivi con i negozi chiusi” Ma secondo la Conad la decisione del governo potrebbe mettere a rischio 50 mila posti di lavoro creati dalla grande distribuzione Nel 2019 gli italiani dovranno cambiare le loro abitudini, la domenica. Si va al centro commerciale per un acquisto, per tenere i bambini al sicuro e prendere un gelato, per guardare la partita al maxi schermo? Non è detto. Già entro l’anno, Luigi Di Maio conta di portare a casa una nuova legge sulle aperture dei negozi. Il vice premier immagina uno «stop nei week-end e nei giorni festivi», quando l’orario «non sarà più liberalizzato» come è adesso e scatteranno delle «turnazioni». Le due proposte di legge di maggioranza – della Lega a firma Saltamartini e dei 5 Stelle (a firma Crippa) – non riguardano i soli centri commerciali, ma i negozi di ogni ordine e grado. Le due forze di maggioranza vogliono intanto il ritorno alla chiusura domenicale, per tutti. Conserveranno una piena libertà di apertura i soli piccoli esercizi «delle località turistiche, dei Comuni montani e le attività balneari» (la Lega); e gli «esercizi ricadenti nei Comuni a carattere turistico» (i 5 Stelle). Sia i leghisti sia i grillini, poi, vogliono che le Regioni varino dei piani. Permetteranno l’apertura dei negozi e dei centri commerciali, ma per pochi giorni l’anno tra domeniche e festivi (come spiega la scheda a sinistra).

La Lega scrive che le nuove regole vogliono restituire alle famiglie il piacere di «passeggiare all’aria aperta». Monsignor Bregantini, arcivescovo di Campobasso, dice (forse meglio) che questo stop alle aperture «può ridare vita a una economia di prossimità, quella delle uscite fuori porta, delle visite ai borghi». I leghisti puntano, poi, a salvaguardare i piccoli negozi dalla concorrenza sleale delle grandi catene. Anche i 5 Stelle guardano alle botteghe di quartiere che hanno conosciuto una morìa inarrestabile. Nell’ordine dei 59 mila negozi chiusi, tra il 2008 e il 2017.

Le due forze politiche, però, sembrano sottovalutare gli effetti sull’occupazione delle loro proposte. Francesco Pugliese, ad e direttore generale della Conad, pronostica la sparizione di 50 mila posti di lavoro, dei 450 mila che la grande distribuzione ha creato. La sindacalista Maria Grazia Gabrielli (della Filcams-Cgil) non è contraria alla chiusura nei giorni festivi e alla turnazione di domenica. Ma in queste domeniche di apertura – aggiunge – la vera battaglia sarà garantire ai lavoratori il giusto surplus in busta paga. Benedetto Della Vedova, coordinatore di +Europa (Bonino) definisce «classista» il progetto grillino-leghista perché toglie a 19 milioni e mezzo di italiani, i frequentatori degli ipermercati la domenica, la possibilità di fare acquisti low cost. Della Vedova avverte anche che la chiusura domenicale è un fenomenale assist ad Amazon, che aumenterà le vendite online. In verità la proposta grillina si pone questo problema. Prevede che le persone possano fare un acquisto in Rete la domenica, ma il bene non potrà essere spedito fino al lunedì.

C’è chi calcola i posti a rischio e chi applaude per il ritorno ai veri festivi Il caso Clienti, negozianti e lavoratori

Fare la spesa di notte o passare una domenica piovosa al centro commerciale con figli e nonni al seguito è diventata un’abitudine tutta italiana. Una passeggiata che fanno in media 12 milioni di persone. Che potrebbe interrompersi però bruscamente. M5S e Lega lo avevano promesso e due giorni fa la deputata leghista Barbara Saltamartini, ha incardinato una proposta di legge (ce ne sono altre quattro) per smontare il Salva Italia del 2011, che ha di fatto liberalizzato orari e aperture dei negozi. Se n’è parlato per anni e ora il governo è passato dalle parole ai fatti su un tema che spacca l’Italia. E che potrebbe, questo l’allarme lanciato dalla grande distribuzione, avere pesanti conseguenze sull’occupazione. «Si perderebbero decine di migliaia di posti di lavoro», avverte il presidente di Federdistribuzione, Domenico Gradara. «In termini di ore lavorate — aggiunge un esperto del settore — si arriverebbe a perdere 16 mila posti». Senza contare che le vendite online, esploderebbero. Un’infinità, più degli operai dell’Ilva. Numeri che secondo Confcommercio, i sindacati confederali e i Cobas non stanno in piedi. «In questi anni di totale libertà — spiega Donatella Prampolini, presidente di Fida (dettaglianti) — la grande distribuzione ha drenato fatturato e posti di lavoro alle attività di vicinato, ai piccoli negozi. Magari — aggiunge Prampolini — tornassimo all’era pre-Monti. La normativa su orari e chiusure era stata una conquista sindacale degli anni ‘70. Prima non c’era nulla. Certo nell’immediato si potrebbe avere una perdita occupazionale, ma poi si recupererebbe. I piccoli esercenti guadagnerebbero 20mila di posti di lavoro, altro che perdita». Contraria alla revisione del decreto è invece l’Unione dei consumatori. «E’ incredibile che governo e associazioni di commercianti — dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unc — a fronte di dati desolanti sulle vendite al dettaglio come quelli di oggi (ieri ndr), si preoccupino di come chiudere i negozi, invece di come tenerli aperti». Senza contare che le vendite online, aumenterebbero, sostiene Federdistribuzione. Plaudono invece sindacati e Confcommercio, con i Cobas in prima fila. «La proposta di legge presentata — sostiene Francesco Iacovone della segreteria nazionale Cobas — è chiara nelle intenzioni e soddisfacente per i lavoratori del commercio, che l’hanno salutata in Rete come una vera e propria manna dal cielo». Soddisfatta anche la Cgil. «Una revisione è positiva, sia per i lavoratori, per lo più donne e spesso costrette ad accettare contratti part time dove la domenica è inserita d’obbligo — spiega Maria Grazia Gabrielli, segretari Filcam-Cgil — sia perché i piccoli hanno sofferto, complice la crisi . Perché la concorrenza tra grandi e piccoli non è reale, ma teorica». C’è anche un altro problema che allarma Fipe (Confcommercio) e Cgil. Tutte le proposte di legge presentate in Parlamento lasciano piena libertà su orari e aperture ai centri turistici e alle città d’arte. «E questo non va bene», dicono all’unisono Cgil e Fipe, perché si creerebbe una discriminazione sui territori e una corsa dei comuni a entrare tra quelli turistici. Corsa che già si vede. A calmare gli animi per quella che già si annuncia come una battaglia parlamentare al cardiopalma è la Cei, la Confederazione dei vescovi italiani, intervenuta ieri in tarda serata. Pietro Fragnelli, responsabile della Cei per i temi legati alla famiglia, ha rilasciato una dichiarazione che sposa una politica di mediazione tra chi è a favore della liberalizzazione tout court alla Monti e chi vorrebbe salvare almeno alcune domeniche e festività. «Le logiche commerciali e mercantilistiche — ha dichiarato monsignor Fragnelli — non possono essere considerate alla stregua di servizi essenziali come la sanità, sicurezza o informazione». E poi c’è il tema della famiglia unita nella domenica. Una benedizione, quasi un lasciapassare a chi vuole modificare, addolcendolo, il decreto del 2011. Che in fondo non ha precedenti in Europa e più che nella Ue ci ha proiettato negli Stati Uniti, dove i negozi h24 hanno una lunga storia, ma sono pochi. In Francia, in Belgio, in Germania a una certa ora del giorno le saracinesche vengono tirare giù e riaperte la mattina. Il decreto Monti ha scontentato i piccoli esercenti (usciti a pezzi sia per la crisi sia perché non hanno la possibilità di tourn over dei grandi gruppi) e anche molti lavoratori, costretti a turnazioni massacranti e non sempre pagati di più. Ma la miccia è ormai accesa. E dunque probabilmente si dovrà dire addio a supermercati e centri commerciali aperti 7 giorni su 7, compresi Natale, Capodanno, Ferragosto, Primo maggio e 25 aprile.

Contro la regolamentazione del lavoro festivo sta nascendo una nuova alleanza sociale. Se i sindacati da anni chiedono di rivedere la liberalizzazione selvaggia delle aperture voluta da Monti, a fianco della Grande distribuzione organizzata (Gdo) si schierano invece gran parte delle associazioni dei consumatori.

Giovedì è arrivata la proposta di legge firmata sia da parlamentariM5sche della Lega – segno di una convergenza non scontata – che, a prima firma della leghista Barbara Saltamartini, disciplina gli orari degli esercizi e limita le aperture nei giorni festivi alle sole domeniche del mese di dicembre oltre ad altre quattro domeniche o festività durante l’anno.

Il disegno di legge, composto di due soli articoli, di fatto abroga i due articoli che hanno liberalizzato le aperture dei negozi e in particolare l’articolo 31 del cosiddetto «Salva Italia» varato dal governo Monti. Una proposta molto restrittiva rispetto a quanto affermato dal ministro Luigi Di Maio il 17 luglio – «il nostro progetto di modifica individua nell’arco dell’anno 12 giorni festivi, di cui 6 nei quali si lavora solo al 25%su uno specifico territorio» – vissute come una doccia gelata per chi già aveva festeggiato la regolamentazione annunciata nei giorni precedenti dal sottosegratario al Lavoro Claudio Cominardi, sempre M5s.

Secondo Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzioni, l’associazione d’impresa della Gdo, la proposta del governo di tenere negozi chiusi la domenica è da bocciare in toto: «Il dato è che siamo ancora sotto i consumi che avevamo nel 2010 e stimiamo che, ripristinando le chiusure festive e domenicali, ci potrà essere un calo dell’1 per cento nel settore alimentare e del 2 per cento in quello non alimentare. Con un indubbio vantaggio a favore dell’e-commerce». Stime quasi apocalittiche erano state stilate da Confimprese: senza Decreto Monti contrazione del fatturato, del 10% e 400mila posti di lavoro a rischio.

A sorpresa sono arrivate anche le critiche dell’Unione nazionale consumatori: «Il Governo ci riporta all’età della pietra – ha attaccato il presidente Massimiliano Dona – . È incredibile che con tutti i problemi irrisolti di questo Paese si tolga l’unica liberalizzazione fatta dopo le lenzuolate Bersani. Invece di preoccuparsi di far riaprire i negozi, si preoccupano di chiuderli, tornando al passato e al vecchio. I consumatori vogliono trovare negozi aperti. Commercianti hanno la concorrenza dell’e-commerce», conclude Dona.

La risposta dei sindacati è dura. «Questa santa alleanza tra grande distribuzione e consumatori si fonda su un assunto totalmente errato: l’idea che la vendita di vestiti e mutande in un otulet o i prodotti che trovi in un iper siano un servizio essenziale – attacca Francesco Iacovone, dell’esecutivo nazionale Cobas -. Il decreto Monti in più non ha aumentato le vendite. Doveva produrre nuovi posti di lavoro e invece ha semplicemente aumentato i turni per chi già lavorava peggiorando le condizioni di lavoro. L’ultima balla riguarda la concorrenza dell’e-commerce: le grandi catene avevano già perso clienti prima perché Amazon ha costi inferiori, non perché i fattorini o i riders lavorano la domenica», conclude Iacovone.

Critica anche la segretaria generale della Filcams Cgil Maria Grazia Gabrielli: «Intervenire sul decreto Salva Italia è una priorità. Abbiamo più volte avanzato proposte, richiesto un incontro col ministro DiMaio e promosso mobilitazioni e campagne di comunicazione. È indispensabile porre limite alle aperture incontrollate. Le condizioni di lavoro nel settore sono peggiorate con turni strutturalmente su 365 giorni l’anno e con la sperimentazione dell’orario H24. Alle difficoltà nella conciliazione dei tempi vita si aggiunge un’indisponibilità sempre più diffusa dalle imprese al riconoscimento economico per i turni domenicali», conclude Gabrielli. m.fr. I sindacati: serve intervenire subito, le condizioni degli addetti sono molto peggiorate

 

INTERVISTA A MARIA GRAZIA GABRIELLI, SEGRETARIA GENERALE DELLA FILCAMS CGIL

Maria Grazia Gabrielli, segretaria della Filcams Cgil, oggi sarete a Montecitorio con Fisascat Cisl e Uiltucs contro i voucher nel decreto dignità. Per quale ragione?
Perché il decreto amplia l’uso dei voucher agli alberghi e alle strutture ricettive fino a 8 dipendenti. Come in agricoltura saranno estesi i termini temporali da 3 a 10 giorni e la possibilità di spalmare in questo arco di tempo le 4 ore di lavoro previste dalla legge come minimo giornaliero.

Il commercio non è interessato?
Se non abbiamo sorprese dell’ultimo minuto, no. Anche se questo segnale sul turismo e sull’agricoltura non ci lascia tranquilli. Pezzo dopo pezzo potrebbero fare altre estensioni.

La Ragioneria dello stato nella relazione tecnica agli emendamenti approvati dalle commissioni finanze e lavoro sostiene che l’impatto dei voucher non sarà significativo nel turismo. È d’accordo?
Statistiche e previsioni normalmente non mi convincono. L’impatto sarà comunque da valutare ex post. Al di là della quantità reale di voucher, il decreto dignità così rivisto invierà il messaggio più sbagliato: esiste un lavoro di serie B che può essere pagato meno e tutelato meno.

Quali saranno le conseguenze nel turismo?
Il dumping salariale e la concorrenza sleale tra le imprese. Torneremo a chiederci per quale ragione ci sarà qualcuno che lavora, mettiamo, in un albergo pagato in voucher e un altro, che svolge le stesse mansioni, in un altro modo. Qual è il criterio in base al quale si decide di pagare meno l’uno e di più l’altro?

Lo deciderà l’impresa.
Può essere evitato se si segue il contratto nazionale. Purtroppo questa differenza sarà reintrodotta per legge. Il ministro Di Maio e il parlamento dovrebbero riflettere attentamente su questi rischi.

Sembra che non li vedano. E per le imprese i voucher dovrebbero essere estesi ancora… Non condivido queste posizioni. Per la rilevanza che il turismo ha nell’economia del nostro paese dovremmo invece concentrarci sugli investimenti, sulla riqualificazione del settore, su come produrre nuove occasioni di occupazioni di qualità e non precaria.

Cosa prevede il contratto nazionale al posto dei voucher?
Un’ampia gamma di tipologie contrattuali: l’apprendistato stagionale, il contratto a termine, il part-time, il lavoro extra e di surroga che serve per le giornate una tantum che rispondono a esigenze eccezionali. Tutte forme legate a tabellari, è previsto il Tfr, la tredicesima, la quattordicesima, la malattia, le tutele in caso di infortuni. La differenza con i voucher sta tutta qui.

Come si può dichiarare guerra alla precarietà, come ha fatto Di Maio, e ampliare l’uso dei voucher in un decreto che si chiama «dignità»?
Il nome è meglio che lo cambino. Il lavoro che verrà non sarà dignitoso né di qualità. Questo è un cattivo messaggio per i giovani e meno giovani che cercano un lavoro. Credo che dovremmo sollevare il velo su questa discussione che dura da troppo tempo e viene riproposta in un decreto che vuole avere un nome così importante. C’è una sola richiesta alla quale il governo ha risposto: quella delle imprese. Si è meno sensibili al dialogo con i sindacati che si stanno mobilitando in maniera unitaria. Credo che sia utile per la politica aprire un confronto con chi rappresenta milioni di persone. Senza non c’è conoscenza dei problemi, né la ricerca delle soluzioni.

I Cinque Stelle erano contrari ai voucher e hanno aderito al vostro referendum. Ora li ripristinano. È il pegno per l’alleanza con la Lega?
È successo anche sull’articolo 18. Erano contrari, ma in questo decreto non viene ripristinato. C’è il rischio che le mediazioni interne alla maggioranza creino una spaccatura tra quello che si annuncia e la sua declinazione concreta.

Cosa farete una volta approvata la legge?
Con la Cgil riprenderemo la mobilitazione e valuteremo se la nuova estensione è conforme al quesito referendario che aveva raccolto 1,5 milioni di firme e che è stato aggirato dal governo precedente. Se sarà necessario torneremo a chiedere anche il voto referendario. Adotteremo tutte le iniziative affinché il governo torni indietro. ro.ci. «Meglio che il governo cambi il nome al decreto. Non escludiamo il voto referendario»

 

I nuovi voucher potrebbero riguardare una platea di circa 1,5 milioni di lavoratori tra agricoltura e turismo, senza considerare l’irregolare e il sommerso. Avrebbero un effetto «devastante» sul contratto, spiegano alla Cgil: perché tutto il lavoro che dopo il giro di vite del governo Gentiloni e il conseguente annullamento del referendum si era riversato nei rapporti contrattualizzati, adesso potrebbe emigrare di nuovo e con grande velocità verso il ticket usa e getta.

«CON LA RIFORMA DEL giugno 2017 – spiega Tania Scacchetti, segretaria confederale Cgil – il Libretto famiglia e il Presto, cioè i nuovi voucher, hanno un raggio d’azione molto più limitato. Da quel momento sono tornate a crescere altre forme di lavoro, dal tempo determinato alla somministrazione, fino al lavoro a chiamata. Precarie, certamente, ma per lo meno contrattualizzate: questo significa che buona parte dei voucher copriva rapporti che potevano essere tranquillamente contrattualizzati. E d’altronde lo aveva confermato già la lista di grandi aziende utilizzatrici dei voucher, resa nota dall’Inps su richiesta della Cgil», che il manifesto aveva pubblicato in anteprima. D’ALTRONDE, AD ESEMPIO in agricoltura, i voucher esistono già: sono però limitati ai pensionati, agli studenti regolarmente iscritti, ai disoccupati che nell’anno passato non abbiano svolto lavoro nello stesso settore. Determinati paletti -non oltre 2500 euro annui per lavoratore nella stessa azienda, e non oltre 5000 euro per l’azienda – limitano ancora di più il campo. Per tutto il resto, ci sono i contratti.

«CONTRATTI CHE, PERALTRO, offrono già ampia flessibilità – spiega Scacchetti della Cgil – In agricoltura puoi anche assumere una persona per una sola giornata, nel turismo c’è il meccanismo degli extra. E allora, tutta questa insistenza delle imprese cosa vuol dire? Che non vogliono più stipulare contratti? E che messaggio vuole dare il governo se da un lato, per decreto, mette delle regole più stringenti sui contratti a termine e dall’altro ripristina i voucher? Altro che lavoro 4.0, se si ritorna al precariato spinto e senza più contratto». I VOUCHER ATTUALI, CON tutte le limitazioni descritte, oltre all’impossibilità di essere attivati presso medie e grandi aziende, assicurano al lavoratore 9 euro netti, mentre poco più di 3 euro servono a coprire l’Inail e i contributi Inps, per un totale di poco più di 12 euro lordi. La paga è simile al netto di un operaio di medio-basse qualifiche, i contributi sono praticamente stati parificati al 33%del dipendente, mail grosso problema -meglio dire enorme – è che il voucherista non ha accesso a tutti gli altri istituti del contratto: malattia, maternità, ferie, riposi, tredicesima, tfr, diritti sindacali. I contributi, oltretutto, vanno alla gestione separata Inps: dunque sarà arduo ricongiungerli e metterli realmente a valore.

AGRICOLTURA. Come spiega Ivana Galli, segretaria generale della Flai Cgil, i dipendenti del settore agricolo sono circa 1,2 milioni in Italia, di cui oltre l’80% stagionale. «Stagionale non vuol dire occasionale – tiene a sottolineare Galli – Significa che queste persone lavorano in media ogni anno una novantina di giornate, e se ne riescono a fare un minimo di 102 in un biennio possono accedere alla disoccupazione agricola». Un lavoro strutturato e contrattualizzato, dunque, corredato di tutti i diritti e le tutele, anche per gli stagionali. MA L’ARRIVO DEI VOUCHER-o meglio, la loro liberalizzazione – potrebbe devastare i contratti e le tutele. «I voucher nel nostro settore li abbiamo già, ma sono limitati a precise tipologie di lavoratori – spiega Galli della Flai – Visti i tetti di reddito, ciascuno di loro non può superare di fatto le 60 giornate l’anno». Una precisa parametratura che mette al riparo i contrattualizzati dalla minaccia dell’usa e getta. Va precisato che stiamo parlando al netto dello sfruttamento criminale dei caporali, che coinvolge soprattutto i migranti, e che chiaramente rientra nella fattispecie del reato, da ricondurre possibilmente e auspicabilmente al lavoro regolare.

«In agricoltura si può assumere anche solo per una giornata di lavoro – ribadisce la segretaria della Flai Cgil – Esistono già tutti gli strumenti adatti per rispondere per via contrattuale alla stagionalità. Se estendi a tutti i voucher, o peggio togli la tracciabilità, vuol dire che smantelli il contratto, o che vuoi utilizzarli per coprire il lavoro nero, non certo per farlo emergere».

TURISMO. Gli addetti del turismo in Italia, spiega il segretario Filcams Cgil Cristian Sesena, sono circa un milione e mezzo: un terzo di questi, circa 500 mila, sono stagionali. E parliamo degli «emersi», perché nel settore esiste un enorme sottobosco dalle diverse sfumature, dal «grigio» al nero più cupo. «Ti posso assumere 15 ore part time – spiega Sesena – ma poi te ne faccio lavorare 40-45 a settimana, pagando la differenza fuori busta». Ma è facile immaginare che tra alberghi, ristorazione, stabilimenti balneari, strutture di accoglienza turistica, c’è chi la busta paga non la vede mai.

Quanto ai contratti regolari, a parte il boom del lavoro a chiamata che si è generato dopo la cancellazione dei vecchi voucher, è molto in voga anche il tempo determinato stagionale: a cui non si applicano, cioè, i limiti dei 36 mesi, delle proroghe e dei rinnovi, e in teoria puoi lavorare anche tutta la vita solo per pochi mesi l’anno. E la disoccupazione? «Il governo Renzi ha dato alla Naspi un profilo totalmente assicurativo – spiega Sesena – la ottieni in base ai contributi versati negli anni precedenti, ma si riduce anno per anno. Inutile dire che se passi a lavorare in voucher non accedi alla Naspi». I NUOVI VOUCHER, dunque, andrebbero a minare la possibilità di avere un contratto per quei 500 mila stagionali, mentre «istituzionalizzerebbero il lavoro senza tutele per chi oggi è in nero – spiega il segretario Filcams - Sei coperto sugli infortuni, prendi i contributi, ma non hai malattia, riposi, ferie, permessi, tfr, tredicesima, maternità, diritti sindacali. E poi – conclude – è possibile che dobbiamo pensare ancora al turismo, che da solo produce il 12% del Pil italiano, come a un settore che deve andare avanti con lavoretti di bassa qualità?» Per i braccianti esistono già, limitati a pensionati, disoccupati e studenti. Cgil: la stagionalità si può regolare per mezzo dei rapporti subordinati, corredati di tutte le tutele In alto, la raccolta dei pomodori, spesso fatta dagli immigrati

 

BRUXELLES  – Dodici milioni di europei assumono colf e badanti in nero. E’ quanto denuncia in un rapporto la Federazione europea dei servizi individuali (Efsi), pubblicato in occasione della giornata internazionale del lavoro domestico. Il documento mette in evidenza che “molto resta da fare – sottolinea la direttrice di Efsi Aurélie Decker – per assicurare adeguate condizioni di lavoro e accesso alla protezione sociale a tutti i lavoratori domestici in Europa”.   Secondo lo studio, il settore dà lavoro nell’Unione a circa otto milioni di persone – con un 91% di incidenza di donne – circa il 4% del totale della forza lavoro. Parliamo di un milione e 200 mila, tra colf e badanti, in Italia, altrettanti in Spagna, un milione e 400 mila in Francia, un milione e 800 mila nel Regno Unito. Ma una parte molto consistente di questi lavoratori è in nero, anche se è difficile stabilire una percentuale precisa. Per avere un dato solido occorre risalire al 2010 quando, secondo un’analisi del governo francese – citata dalla Federazione -, in Italia e in Spagna era in nero il 70% circa dei lavoratori domestici, contro il 50% del Regno Unito, il 45% della Germania, il 30% della Francia e del Belgio. Dati che non sembrano trovare giustificazione nella pressione fiscale. In Italia il cuneo fiscale in questo settore, secondo il rapporto, è del 42%. A superarci l’Ungheria (48%), ma anche la Germania (46%), la Francia (44%), il Belgio (49%) e l’Austria (45%).   “Il settore va riformato e sostenuto con investimenti pubblici”, è l’appello della Federazione, anche perché “nei prossimi anni, con l’invecchiamento della popolazione, questo tipo di servizi”, è la stima, “darà lavoro a 5 milioni di persone in più”

Per il neo-ministro del lavoro e dello sviluppo Luigi Di Maio i ciclo-fattorini, incontrati ieri al ministero a Roma, sono il «simbolo della nostra generazione abbandonata, vittima di tante leggi che normavano i rapporti di lavoro e li rendevano ancora più precari». È stato un atto forte, e non scontato, il primo ufficiale da ministro, quello fatto ieri di Di Maio che poi ha incontrato gli imprenditori brianzoli di «Drappo bianco» al Mise. Le sue parole hanno segnato una netta discontinuità con i suoi predecessori, addirittura forse un’identificazione, non certo di classe, ma almeno generazionale, da parte del trentunenne pentastellato la cui esperienza lavorativa è stata simile a quella dei giovani che ha ricevuto prima di diventare un professionista della politica. Al momento, in vista di un nuovo incontro previsto la settimana prossima e di un percorso legislativo tutto da scoprire, l’atto del vice-presidente del consiglio non andrebbe giudicato solo nei termini di una «disintermediazione» realizzata in politica dal suo movimento, e nel capitalismo dalle piattaforme digitali per le quali lavorano i riders. DI MAIO ,nei fatti, ha riconosciuto un aspetto decisivo della giovane storia delle lotte dei ciclo-fattorini: la loro capacità di auto-organizzazione politico-sindacale. Da due anni a questa parte, prima a Torino con il caso Foodora, poi a Milano e a Bologna, queste ragazze e ragazzi hanno rivelato il coraggio e l’intelligenza della nuova forza lavoro. L’incontro di ieri in via Veneto con la Riders Union Bologna e la Riders Union Roma non ci sarebbe mai stato senza la capacità di riflettere sulla propria condizione precaria, di usare il diritto, criticare il capitalismo delle piattaforme e elaborare la carta dei diritti del lavoro digitale a Bologna. Su queste basi è nata la politica che ha permesso di coalizzare attorno ai rider forze sindacali (Cgil, Cisl, Uil), politiche (la sinistra di «Coalizione Civica» e il Pd), e il sindaco di Bologna Merola che ha annunciato il «boicottaggio» di Foodora, Deliveroo, JustEat e le piattaforme che non hanno firmato la carta. E non ci sarebbero state le uscite del country manager di Deliveroo Matteo Sarzana e del Ceo di Foodora Gianluca Cocco che hanno rinviato la questione a un «tavolo nazionale». Ieri Deliveroo si è detta disponibile a partecipare. Di Maio, su Facebook, ha giudicato positivamente la dichiarazione di Sarzana. CHI HA CREATO questa occasione, fino all’altro ieri impensabile, sono i riders che hanno cambiato l’agenda politica degli enti locali e regionali. Il comune di Milano e la regione Lombardia si sono attivati; la regione Toscana sta affrontando il problema; il governatore della regione Lazio Nicola Zingaretti ieri ha rinnovato l’impegno a presentare una legge entro luglio senza escludere «un impegno comune con il go- verno». I PROBLEMI sul tavolo sono molti e complessi. Innanzitutto la rappresentanza. La «trattativa nazionale» con i sindacati, le piattaforme e il governo sarà «partecipa­­ta». Al prossimo appuntamento dovrebbe esserci anche il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (M5S). In un video pubblicato su Facebook i ciclo-fattorini bolognesi hanno puntualizzato: «Non abbiamo la minima intenzione di rappresentare tutti i riders italiani che a Torino e Milano si sono organizzati in sindacati metropolitani e parlano con la loro voce. Non siamo disposti a delegare a nessuno la regolazione del settore». In secondo luogo, hanno chiesto il riconoscimento dell’auto-organizza- zione nella contrattazione: «Non rivendichiamo solo miglioramenti del lavoro e del salario – hanno scritto in una lettera a Di Maio – ma di essere riconosciuti come soggetto collettivo portatore di interessi particolari». E poi ci sono il salario minimo (evocato anche da Di Maio: «una cifra in euro precisa per ogni ora di lavoro, al di sotto del quale non puoi pagare una persona» ha specificato); la copertura assicurati- va; l’obbligo di giustificatezza del licenziamento; il diritto di sciopero; la sicurezza stradale. Principi contenuti nella carta ieri rivendicata anche dall’assessore al lavoro di Bologna Marco Lombardo. «Sfidiamo il governo a un confronto con tutti coloro che si organizzano, no a spot e passerelle mediatiche», Questa è la posizione dei ciclo-fattorini. I SEGRETARI di Cgil, Cisl e Uil di Bologna, cofirmatari dell’accordo, hanno reagito invitando Di Maio a «non strumentalizzare la Carta» e a parlare con «la moltitudine dei lavoratori che attendono risposte, anziché con i soli lavoratori interessati». «Bene partire dai riders ma bisogna affrontare i problemi nel rispetto delle relazioni industriali» ha aggiunto Giulia Guida (Filt Cgil). «Serve coinvolgere le aziende e i sindacati che tutelano i lavoratori» sostiene Cristian Sesena (Filcams Cgil). Una reazione, anche difensiva, che si spiega con il sospetto che Di Maio possa estromettere i sindacati (di ogni tipo) dalle contrattazioni future. IN QUESTE DIFFICOLTÀ va apprezzata l’intelligenza dei «riders» che, in un incontro informale, si sono posti come un «sindacato sociale» di nuova generazione. È quanto sostiene il giuslavorista e consigliere comunale di «Coalizione Civica Bologna» Federico Martelloni che sta seguendo vicino le sorti della Carta:« È strategica la richiesta di un compenso da orario non inferiore a quello previsto da un contratto nazionale che può essere quello della logistica o del terziario – afferma – I riders rivendicano un interesse collettivo duplice: quello che interpretano direttamente e quello dei sindacati più rappresentativi che sottoscrivono i contratti collettivi. Questo è anche un modo per dialogare con il sindacato, per farlo avanzare e democratizzarlo». Sfidiamo il governo a un confronto con i ciclo-fattorini che si organizzano nelle città e a riconoscere le rivendicazioni senza spot

Pace fatta a Castel San Giovanni (Piacenza) tra Amazon e i sindacati. È stato infatti raggiunto un accordo tra le parti sui turni e sull’organizzazione del lavoro. u pagina 12 Contratti. A Castel San Giovanni (Pc) primo accordo coi sindacati Amazon, intesa su domeniche e turni Andrea Biondi p Pace fatta fra Amazon e sindacati a Castel San Giovanni. Non che siano state appianate tutte le divergenze che hanno portato a due scioperi nel sito del Piacentino, uno dei quali durante il Black Friday, fra i principali appuntamenti per il mondo dell’e-commerce. Ma pur non trattando della parte economica – contemplata invece nella piattaforma di secondo livello preparata dai sindacati nei mesi scorsi (sulla quale l’azienda ha opposto il niet) – l’accordo su turni e organizzazione del lavoro rappresenta un punto di svolta nei rapporti fra azienda e sindacati. L’intesa – per 12 mesi dal 17 giugno con verifica dopo 4 mesi – varrà solo per i lavoratori di Castel San Giovanni. Ha ricevuto il placet del 67,4% dei votanti in un referendum fra i lavoratori e prevede il superamento dei turni fissi pomeridiano e notturno e la ridefinizione dei turni di lavoro su tre fasce per 40 ore su cinque giorni alla settimana. Uno dei punti di maggiore impatto riguarda il turno notturno – dalle 20 alle 4 da gennaio ad agosto e dalle 23.30 alle 7.30 negli altri mesi – che sarà presidiato dai soli lavoratori volontari ai quali sarà riconosciuta una maggiorazione economica del 25 per cento. Tutti i 1.656 dipendenti diretti (ai quali durante i periodi di picco si aggiungono fino a 2mila lavoratori “green badge”, a somministrazione) ruoteranno poi settimanalmente su due turni: dalle 7 alle 15 e dalle 15.30 alle 23.30. Riguardo al lavoro nel weekend, come spiega una nota sindacale «nell’ambito di 8 settimane i lavoratori presteranno servizio durante un fine setti- mana un sabato e una domenica e garantiranno 2 weekend con prestazione di sabato e 1 weekend con prestazione di domenica a fronte di 4 weekend consecutivi di riposo». Francesca Benedetti (Fisascat Cisl Parma e Piacenza) definisce l’intesa «un risultato stori- co» con un modello di turni che «garantisce nei vari reparti del sito di Castel San Giovanni la job rotation omogenea nelle mansioni e nei carichi di lavoro eliminando di fatto i turni imposti unilateralmente da Amazon e che apre finalmente le porte alla volontarietà della prestazione notturna» con «importante incremento economico mensile, stimato da 70 a 97 euro ». Dal canto suo Fiorenzo Molinari (Filcams-Cgil) classifica questa intesa come «la parte finale di un percorso che passa attraverso il sacrificio dei lavora- tori fino a tutto lo sforzo fatto con le istituzioni in questi mesi. Abbiamo dimostrato che uniti si è più forti, . E sicuramente abbiamo raggiunto un accordo impor- tante con un’azienda che ha una cultura del one-to-one. Ma è un primo passo». Visione, questa, condivisa da Pino De Rosa (Ugl Terziario): «Rimangono aspetti migliorabili sempre in relazione a un più felice equilibrio tra i a un più felice equilibrio tra i tempi di vita e di lavoro. Comprendiamo pertanto le riserve di quel 33% di lavoratori che hanno manifestato insoddisfazione. Era necessario però in questa fa- se scegliere tra il riaccendersi del conflitto con Amazon oppu- re la posa della prima pietra per edificare quella stagione di con- fronto volta a contemperare le esigenze dell’azienda con quelle delle persone». Dall’azienda si esprime soddisfazione, ma le considerazioni sembrano gettare acqua sul fuoco: «Non si tratta di un precedente. In ogni Paese in cui siamo presenti dialoghiamo con le rappresentanze dei lavoratori. Riteniamo fermamente che il dialogo e il rapporto diretto con i lavoratori sia il modo più efficace per rispondere alle loro esigenze». Comunque, spiega Amazon, «vogliamo essere un datore di lavoro corretto e responsabile e in quanto tale sempre disponibile al dialogo, che è parte distintiva della nostra cultura. Dal momento che continuiamo a crescere, dobbiamo assicurarci che i turni di lavoro possano venire incontro alle esigenze dei dipendenti e soddisfare le aspettative dei clienti».

Esselunga, intesa sui festivi e le domeniche

C’è l’intesa tra Esselunga e sindacati sul lavoro domenicale. Ieri è stato firmato l’accordo che, oltre a sancire la fine formale della fase sperimentale — cominciata poco più di un anno fa — introduce alcune modifiche: ai full- time verranno garantite cinque domeniche libere l’anno, mentre per i part- time verticali saranno tre. «Molto soddisfacente – afferma la Filcams – è il risultato ottenuto sul piano economico». Dalla 24esima domenica alla 36esima, la maggiorazione sarà del 35 per cento; dalla 37esima in poi del 40 per cento. L’operazione avrà un costo annuo per l’azienda di quasi un milione di euro destinato ad aumentare nel tempo. Nel corso del negoziato, Filcams Fisascat e Uiltcus hanno espresso l’intenzione di affrontare il capitolo complessivo della organizzazione del lavoro «alla ricerca di risposte convincenti».

Esselunga ritocca l’assetto delle domeniche, rivedendo il numero di quelle lavorate e anche la loro maggiorazione. L’ipotesi di accordo raggiunta con Filcams, Fisascat e Uiltucs – da sottoporre ai lavoratori -, sancisce la fine della fase speri- mentale sul lavoro domenicale, cominciata poco più di un anno fa, e introduce alcune modifiche rispetto al passato. I full time potranno infatti avere cinque domeniche libere l’anno, mentre per i part-time verticali saranno tre. A questo si aggiunga anche la maggiorazione sul piano economico. Dalla 24esima domenica alla 36esima, la maggiorazione sarà del 35%, mentre dalla 37esima in poi del 40 per cento. Con questa operazione l’azienda mette sul piatto un costo annuo di quasi un milione di euro. L’accordo interessa, secondo un computo del sindacato, qua- si un quarto della popolazione aziendale (sono 23mila gli ad- detti del gruppo) che era stata assunta con la giornata di domenica come giornata normale di lavoro. «Nei prossimi anni questi lavoratori saranno destinati ad aumentare in maniera esponenziale e rivendicheranno sempre più tutele e rappresentanza», dice la Filcams. Ai lavoratori full-time che non hanno l’obbligo della prestazione lavorativa la domenica, a fronte di 12 o 13 volontarietà espresse, a seconda del reparto in cui lavorano, verrà garantito un week end libero dal lavoro. I sindacati spiegano inoltre che è stato potenziato e reso più stringente il diritto di informazione per la Rsu e Rsa di negozio. «I nostri delegati – sottolinea la «I nostri delegati – sottolinea la Filcams – sono stati i veri protagonisti di questo faticoso per- corso e hanno saputo far vivere i contenuti degli accordi di volta in volta sottoscritti, affrontando non poche difficoltà a livello di negozio nella relazione non sempre facile con i direttori». L’accordo si inserisce nel piano di potenziamento del welfare e del benessere organizzativo a cui l’azienda sta la- vorando. Nei prossimi mesi, i sindacati comunque hanno espresso l’intenzione di affrontare il capitolo complessivo della organizzazione del lavoro. La sede di questa nuova importante fase di confronto sarà quella del rinnovo del contratto integrativo aziendale. 

Scioperi nel commercio, ieri, in occasione del 25 aprile: li hanno indetti in diverse regioni Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs per accendere i riflettori sulle aperture h24 e 365 giorni l’anno di negozi, grande distribuzione e centri commerciali, contro la totale liberalizzazione. «Credo che sia profondamente sbagliato avere i negozi aperti nelle tre feste civili del nostro Paese, il 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno», dice la leader Cgil Susanna Camusso, chiedendo perché non si possa riconoscere «a tutti coloro che non sono in servizi essenziali di poter partecipare a iniziative, manifestazioni e di trascorrere del tempo libero». Secondo la Cgia di Mestre, sono quasi 5 milioni le persone che sia il 25 aprile sia l’1 maggio passeranno la festa al lavoro.

È di nuovo sciopero nel commercio in occasione delle festività. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil rinnovano la mobilitazione e chiamano i lavoratori ad incrociare le braccia anche il 25 aprile e il primo maggio e poi il 2 giugno, dopo le ultime proteste di Pasqua e Pasquetta. Proteste ancora a livello regionale e territoriale, che accendono i riflettori sulle aperture h24 e 365 giorni l’anno di negozi, grande distribuzione e centri commerciali, contro la totale liberalizzazione. I sindacati hanno proclamato scioperi regionali nel Lazio, in Puglia, in Sicilia e in Toscana (in quest ’ultima solo oggi con lo slogan “ 5 aprile festa di libertà” ), in Liguria (indetto dalla Filcams, mentre da Fisascat e Uiltucs è arrivato un appello all’astensione dal lavoro). Scioperi a livello territoriale in Lombardia e appelli ad astenersi in Piemonte, Emilia Romagna e Umbria. Per la Cgia di Mestre, sono quasi 5 milioni le persone che il 25 aprile e il 1 maggio lavorano.

Ristrutturazione. Ieri l’annuncio ai sindacati Natuzzi, mille esuberi dopo la solidarietà Dopo la fine della solidarietà (che avverrà a fine anno) alla Natuzzi arriveranno mille esuberi. È questo il bilancio fatto ieri dal gruppo di Santeramo in Colle, nell’incontro con i sindacati. I segretari nazionali di Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil, che erano presenti all’incontro insieme ai sindacati nazionali del commercio Filcams, Fisascat, Uiltucs hanno respinto subito al mittente l’idea di dare seguito a mille esuberi. «Abbiamo ricordato all’azienda che il rilancio non può passare per il licenziamento di metà della forza lavoro attualmente impiegata e che i lavoratori sono chiamati da anni a sacrifici immani: è ora di assicurare loro un futuro sereno e di pensare all’economia del territorio, messo in ginocchio da una crisi senza precedenti», spiegano i sindacati in una nota unitaria. Da Natuzzi spiegano che nel 2017 il Gruppo ha dovuto interrompere gli investimenti in Italia a causa dello stanziamento di 13,5 milioni di euro per i contenziosi che hanno inciso in modo significativo sulle performance della società. «Per far fronte a questi eventi inattesi, sono stati sospesi gli investimenti destinati al recupero di competitività delle fabbriche italiane (Contratto di Sviluppo), con la conseguente impossibilità di raggiungere gli obiettivi di costo industriale che avrebbero dovuto rendere sostenibile la produzione italiana del Gruppo». Questa situazione, continua l’azienda «genererà al termine del contratto di solidarietà a fine del 2018 una situazione di esubero strutturale, negli stabilimenti produttivi e negli uffici». I sindacati hanno chiesto al Governo, alle regioni Basilicata e Puglia e a tutte le istituzioni coinvolte un impegno serio per il rilancio dell’azienda e di tutto il distretto del mobile. Il confronto avverrà nell’ambito di una cabina di regia nazionale che si darà l’obiettivo evitare o contenere al massimo gli esuberi.

Trony, solo un’offerta Parte la mobilità per 466 lavoratori

Per Trony si aprirà “una procedura di mobilità per 466 lavoratori”: Lo hanno riferito ieri rappresentanti della Filcams Cgil e degli altri sindacati dopo l ’ incontro tenutosi al ministero dello Sviluppo economico. Secondo quanto è emerso, al momento c’è solo un ’ offerta d ’ acquisto parziale che riguarda otto punti vendita sui 35 totali coinvolti. “ I lavoratori rimangono ancora sospesi e senza retribuzione, per assurdo l’unica alternativa plausibile diventa la Naspi ” , ha spiegato Alessio Di Labio della Filcams aggiungendo che il Mise intanto “ ci supporta nella richiesta di provare a incentivare il più possibile quelle proposte che tendono a conservare i posti di lavoro, perché siamo comunque in una procedura fallimentare quindi si aprirà un’asta e non è detto che chi arriva prenderà tutti i lavoratori.

Nei prossimi giorni ci saranno altri passaggi, ma una data per il prossimo incontro non è ancora stata definita. La chiusura dei 43 punti vendita è il risultato del fallimento di DPS Group, uno dei soci di Grossisti Riuniti Elettrodomestici che dal 1997 detiene la proprietà di Trony con circa 200 negozi in tutta Italia. Molti lavoratori di Dps non ricevevano lo stipendio integrale già dalla fine dello scorso anno.

Pasqua, centri commerciali aperti per ferie: la lotta dei lavoratori contro la legge Monti che liberalizza l’h24 selvaggio : Lavorare anche a Pasqua e Pasquetta in un centro commerciale in nome di un aumento dei consumi che non c’è e per mantenere un posto di lavoro che spesso resta instabile ma, nel frattempo, toglie pezzi di vita.

È una polemica lunga sette anni quella dell’apertura nei giorni festivi di negozi e shopping center che anche questa volta ha visto in prima fila i sindacati. E pure la chiesa. Tutti contro le liberalizzazioni introdotte dal governo Monti nel 2011, che consentono l’apertura tutti i giorni della settimana, domenica compresa, 24 ore su 24. Negli ultimi anni si è cercato inutilmente di cambiare la legge. Con una proposta arrivata in Senato nel 2015 e che giace ancora a Palazzo Madama. Un disegno di legge che comunque non accontenta tutti, perché per i sindacati non cambierebbe lo stato delle cose, lasciando l’ultima parola alle imprese. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Alessio Di Labio, responsabile della campagna contro le aperture nei giorni festivi per la Filcams Cgil nazionale, la Federazione dei lavoratori del commercio e del turismo. “Siamo l’unico Paese in Europa – dice – che non solo non ha restrizioni su orario e giorni di apertura, ma dove gli enti locali non hanno neppure margini di manovra”. Il risultato? “Decidono i grandi poteri senza che si faccia alcuna differenza tra luoghi con vocazioni totalmente diverse”. Impossibile ad oggi la totale chiusura degli esercizi commerciali, lo sanno anche i sindacati, ma si combatte contro “un evidente peggioramento delle condizioni di lavoro” e per “una regolamentazione, un adeguato riconoscimento salariale e il rispetto della libertà di scelta”. LE MOBILITAZIONI – Una battaglia soprattutto dei lavoratori. È passato un anno dalla mobilitazione di Serravalle Scriva , dove a Pasqua 2017 centinaia di lavoratori dell’outlet hanno provato a bloccare le entrate, dopo la scelta della proprietà McArthurGlen di tenere aperto anche nel weekend pasquale per la prima volta in diciassette anni. Lo scorso anno in molte regioni sono state promosse forme di mobilitazione in Puglia, Emilia Romagna, Lazio , Umbria e Toscana . L’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, ha criticato le aperture dei supermercati, nel giorno di Pasqua, durante l’omelia della messa in Duomo . Così hanno fatto anche l’arcivescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto in un messaggio rivolto ai fedeli e il vescovo di Tortona, Vittorio Francesco Viola , riferendosi proprio all’apertura pasquale dell’outlet di Serravalle Scrivia. Quest’anno il problema si è ripresentato. Nel giorno di Pasqua sarà aperto il 19 per cento dei negozi della grande distribuzione, mentre resteranno chiusi le grandi catene di mobili e gli outlet . Non quello di Serravalle, che però avrà un orario ridotto, dalle 14 alle 20. E dopo le polemiche per le aperture di Natale e Santo Stefano aprirà, ma solo per il cinema e la ristorazione anche l’ Oriocenter alle porte di Bergamo. Chiara la posizione di Federdistribuzione : “Le imprese a noi associate non vogliono aperture indiscriminate , ma attuano scelte orientate dal buon senso”. Per Confimprese , invece, la chiusura dei negozi a Pasqua “è l’ennesimo controsenso di un Paese che ha dato il via al libero mercato ma non si adegua alle esigenze del retail , che crea occupazione e fa girare l’ economia ”. Intanto i sindacati del commercio Filcams, Fisascat e Uiltucs hanno proclamato uno sciopero per la domenica di Pasqua (1 aprile) e il lunedì di Pasquetta (2 aprile). Tra le prime regioni ad aderire, anche in questo caso, Emilia Romagna , Toscana e Lazio , ma anche Sicilia e Puglia al grido “La festa non si vende. Il commercio non è un servizio essenziale”. In Emilia Romagna la protesta riguarda i centri commerciali, mentre in Toscana e Lazio tutto il commercio, dai supermercati ai negozi di abbigliamento. Filcams, Fisascat e Uiltucs di Roma e del Lazio hanno già proclamato anche lo sciopero per il 25 aprile e il primo maggio e ribadiscono il diritto sancito anche in recenti sentenze della Corte Costituzionale ad astenersi dal lavoro nei giorni festivi. IL QUADRO LEGISLATIVO – Le liberalizzazioni introdotte dall’articolo 31 comma 1 del decreto legge 201/2011 (il decreto Salva Italia ), approvato dal governo guidato da Mario Monti erano state avviate già nel 1998 con il Decreto Bersani . Sono almeno quattro anni che in Parlamento si cerca di cambiare la situazione. È ancora fermo in Senato il disegno di legge, a prima firma Michele Dell’Orco (Movimento 5 Stelle) per regolamentare le aperture nei giorni di festa che già era stato approvato all’unanimità alla Camera dei Deputati. La proposta prevedeva che su dodici giorni festivi all’anno, sei dovessero essere di chiusura per i negozi . Ad oggi, però, la situazione resta immutata e si può aprire senza alcun limite. COSA AVVIENE IN EUROPA – Siamo l’unico Paese europeo ad avere questo tipo di quadro normativo . “In Gran Bretagna – ricorda Di Labio – sono sempre aperti, ma viene fatta una differenziazione a seconda delle regioni, in Belgio si apre dalle 5 alle 20 e la domenica è chiuso, in Francia sono aperti 24 ore su 24 ma la domenica sono chiusi e poi gli Enti locali hanno possibilità di manovra . In Germania di domenica sono sempre chiusi, in Olanda l’apertura è dalle 6 alle 22 e la domenica sono chiusi, mentre in Spagna solo le zone turistiche non hanno limiti di apertura”. Dunque non si tratta solo di un problema di orario o di chiusura domenicale, quanto della possibilità concreta per i Comuni di poter avere l’ultima parola. Anche perché, facendo un po’ di conti, le aperture di domeniche e festivi nella maggior parte dei casi non hanno portato ai risultati sperati in termini di consumi. UN PROBLEMA DI TURNI E DI SALARI – “Rimanere aperti sette giorni su sette – spiega Di Labio – non può che stravolgere la vita dei lavoratori . Questo anche se si lavora 24 ore a settimana, perché l’equilibrio tra lavoro e vita privata dipende molto dai turni o, per esempio, dal fatto di essere sempre a disposizione ”. Per questo i sindacati chiedono una turnazione equa, “mentre va garantito il riposo settimanale di domenica. Le nuove generazioni – continua Di Labio – lavorano tutte le domeniche , mentre gli altri vengono avvisati da un momento all’altro se devono coprire il turno festivo ”. Uno stravolgimento della vita privata, ma non solo. Aprire la saracinesca di domenica ha un costo e se il fatturato , come accade in molti casi, non aumenta ma si riduce, quella differenza bisogna scaricarla sulla forza lavoro . Per chi è coperto dal contratto nazionale c’è una maggiorazione domenicale (generalmente un 30 per cento in più), ma chi ha un contratto atipico non percepisce in busta paga straordinario e festivo in queste giornate di lavoro. Il risultato ? “Le aperture selvagge non hanno portato nessun miglioramento economico, né un aumento di posti di lavoro , ma solo effetti negativi in tema organizzazione del lavoro, dagli orari alla flessibilità ”. Tutto ciò a danno soprattutto delle lavoratrici , tant’è che il 78% delle dimissioni convalidate dall’ispettorato del lavoro nel 2016 ha riguardato donne con figli. I SINDACATI: “SIANO I COMUNI A LEGIFERARE” – Per la Filcams Cgil anche la proposta di legge ferma in Parlamento , la 1629, non serve a molto: “Non diciamo di chiudere sempre di domenica o ai festivi , ma chiediamo che si torni a normative locali . Anche qualora fosse approvato il disegno di legge, invece, i Comuni potrebbero dire la loro, ma resterebbero sempre le imprese a dettare le regole”. Senza tenere in considerazione le differenze territoriali , le vocazioni, le esigenze delle diverse aree del nostro Paese. La formula ideale? “Che siano i Comuni a legiferare in materia ”. Per gli orari? “Chiaro che diremmo festivi e domeniche chiusi, ma ci rendiamo conto che ci sono delle città dove chiudere a prescindere sarebbe un errore . Bisogna valutare caso per caso”. LE RISPOSTE DELLE ISTITUZIONI – Non solo i sindacati . Anche le Regioni prendono posizione. L’assessore regionale allo Sviluppo economico e al Commercio della Regione Veneto , il leghista Roberto Marcato , ha annunciato l’avvio di un tavolo regionale aperto a comitati, associazioni di categoria e parti sociali, per aprire una discussione in merito, mentre il governatore della Toscana Enrico Rossi (LeU) ha appoggiato le mobilitazioni dei lavoratori, criticando la liberalizzazione del governo Monti che, secondo il presidente della Regione , ha favorito solo la grande distribuzione mettendo invece in difficoltà i piccoli esercizi commerciali. La Toscana , tra l’altro, si dotò di una legge regionale in materia, poi cancellata dalla Corte Costituzionale . A novembre scorso, invece, il Consiglio provinciale di Bolzano ha approvato all’unanimità una mozione contro il lavoro nelle giornate domenicali e festive. IL CASO ESSELUNGA – E c’è chi prova a trovare soluzioni anche dall’interno del settore . A giugno scorso è stato prorogato l’accordo sulla gestione del lavoro domenicale in una serie di supermercati Esselunga . È consentito ai lavoratori con domenica obbligatoria di avere fino a 6 domeniche libere in un anno ed è stata confermata l’esclusione dalla programmazione del lavoro domenicale di padri e madri di bambini sotto i tre anni e di lavoratori che assistono persone disabili o con patologie gravi e continuative. Si prevedono anche maggiorazioni in busta paga che aumentano con il numero delle domeniche lavorate. CENTRI COMMERCIALI, IN ITALIA CONTINUANO A CRESCERE – Quella delle aperture nei giorni festivi, tra l’altro, è una questione destinata a tenere banco anche nei prossimi anni dato che, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti , in Italia la crescita dell’ eCommerce , non ha frenato quella dei centri commerciali di medio-grandi. Quelli, per intenderci, che offrono una serie di servizi che vanno oltre il semplice shopping . Nel 2017 hanno aperto 8 nuovi shopping center e ne sono stati chiusi due. Secondo il database Reno in Italia oggi ce ne sono 949 e negli ultimi sei anni ne sono stati aperti 41, mentre entro il 2020 altre 80 saranno le strutture ampliate o costruite ex novo. Trentotto solo le aperture previste nel 2018.

1 Aprile 2018 – La loro è una crisi che si trascina ormai da anni e che negli ultimi mesi, però, è diventata drammatica, con almeno 10mila di posti a rischio e diversi fallimenti, molti distributori locali chiusi o passati di mano. Ultimo in ordine di tempo il pugliese Dps Group che a metà marzo ha abbassato le serrande di una quarantina di store a marchio Trony lasciando senza stipendio 500 persone. «E’ un vero terremoto quello che è in corso», spiegano gli esperti del settore, secondo i quali in futuro «quello che si costruirà di nuovo sarà sulle macerie». Lo strapotere del gigante dell’e-commerce non è però l’unica giustificazione alla crisi in corso, anche se per molte imprese la violenza con cui il commercio elettronico conquista anno dopo anno quote, è il nemico da battere. Basta vedere le promozioni sempre più roboanti ai prezzi sempre più tracciati riprioposti all’infinito per rendersi conto che questo settore sta con l’acqua alla gola. Le vendite sono ferme, le grandi superfici (come del resto anche i centri commerciali) non tirano più come un tempo, la concorrenza sfrenata riduce sempre di più i margini ed i costi fissi sono progressivamente sempre più alti delle entrate. Gfk: mercato fermo «Il settore – spiega Alessio Di Labio della Filcams Cgil nazionale – sta subendo una trasformazione strutturale e profonda dovuta a quattro fattori principali: la crisi generale dei consumi, che ha determinato le prime criticità; l’arrivo sul mercato di smartphone e tablet, che hanno sostituito in pochi anni e in pochi grammi, il mondo informatica, fotografia e musica; l’avvio del mercato italiano verso una polarizzazione, con maggiori conseguenze per le imprese più piccole; la crescita esponenziale delle vendite online, che ha rivoluzionato fatturati e margini e fatto perdere potere al retail sulle politiche dei prezzi». Poi, aggiunge, il gruppo dirigente del settore non è certo esente «ancora troppo legato com’è a logiche novecentesche». Secondo le ultime stime di Gfk, società specializzata in analisi del mercato e consumi, l’anno passato il comparto della tecnologia ha perso altri 110 milioni di fatturato (-0,8%) scendendo a quota 14,3 miliardi soprattutto a causa del calo del- l’elettronica di consumo, della fotografia e dell’informatica. A perdere quote sono stati proprio i superstore specializzati con superfici superiori agli 800 mq arretrati del 3% ed i negozi specializzati (-5%). In forte crescita invece i negozi di tele- fonia +8% che passano dal 15,7 al 17,1% delle vendite totali in un segmento che cresce più di tutti gli altri sino a toccare il 37,7% dell’intero mercato della tecnologia. Mentre i canali tradizionali (-2%) controllano ancora l’87,5% del mercato, le vendite via Internet (comprese quelle dei rivenditori tradizionali) sono invece cresciute del 9,3% arrivando a quota 1,7 miliardi. L’e-commerce nel suo complesso, come segnala l’Osserva- torio del Politecnico di Milano, che in Italia è arrivato a contare 22 milioni di Webshopper, del resto continua a correre: +10% di compratori in un anno, +17% le vendite (a quota 23,6 miliardi), col mercato dei prodotti che per la prima volta supera quello dei servizi e settori come informatica ed elettronica che sale (acquisti all’estero compresi) a quota 4 miliardi (+28%). «Nel campo dell’ecommerce l’elet- tronica di consumo è certamente il comparto principale, il settore più maturo. Secondo le nostre stime ha una quota del 22% sul totale delle vendite che di qui a qualche anno potrebbe salire al 40-45% – spiega Samuele Fraternali, ricercatore dell’Osservatorio eCommerce B2c -. Ed Amazon ha un peso rilevante, ha influito molto su questo settore sia in termini di volumi che soprattutto di marginalità, perché ha da subito attuato una politica molto aggressiva». Unieuro pigliatutto I più piccoli soccombono e chi ha più risorse me approfitta. «Il percorso di polarizzazione e con le quote di mercato che guadagna l’online». In 13 anni il gruppo fondato da Oscar Farinetti ed ora di proprietà della famiglia romagnola Silvestrini, l’unico in questo campo ad essere quota- to in Borsa, ha messo a segno ben 8 acquisizioni: da ultimo i 21 punti vendita del gruppo Andreoli (marchio Euronics) sparsi tra Lazio meridionale, Abruzzo e Molise rilevati un anno fa e quindi ad ottobre i 19 store (sempre Euronics) del – sostiene Di Labio – è stato cavalcato in particolare da Unieuro (ex SGM che ha acquisito Unieuro da Dixon e che ha tenuto il marchio, pri- ma era Expert) che ha acqui- sito gran parte della rete vendita che era in forte criticità, in particolare dal gruppo Euronics, salvaguardando molta occupazione. Verosimilmente, dopo anni di investimenti e acquisizioni, dovrà presto fa- re i conti con un consuntivo a rete omogenea, con i margini gruppo Cerioni (Emilia Romagna e Marche). Con queste operazioni l’anno passato Unieuro ha aumentato il suo fatturato del 12,8% a quota 1,873 miliardi e quest’anno punta a superare quota 2, spingendo ancora di più su consolidamento del mercato e omnicanalità. «L’integrazione pro- fonda della nostra realtà, una struttura amministrativa centralizzata e un centro logistico unico a Piacenza già grande come 7 campi di calcio – spiegava nei giorni scorsi l’ad Giancarlo Nicosanti Monterastelli – ci re- gala un vantaggio competitivo che gli altri player non hanno». Licenziati via WhatsApp L’ultimo choc in ordine di tempo ha investito Trony. Il 16 aprile il tribunale di Milano ha respinto la proposta di concordato preventivo decretando il fallimento del Dps Group che fa capo alla famiglia pugliese Piccinno, società che gestisce 43 punti vendita e figura tra i soci della Gre (Grossisti riuniti elettrodomestici) proprietaria del marchio Trony. Ad essere interessati dopo le chiusure di Milano, Torino e Taggia del attesa sotto al Mise. «Il problema è che il nostro è un mercato che corre molto veloce e tanti imprenditori non sono in grado id tenere il passo. Per non dire poi che Trony è stata addirittura capace di fare concorrenza a stessa: in occasione del black friday il nostro sito proponeva prodotti in offerta che poi nei negozi non si trovavano. Una cosa assurda». Il tavolo del ministero è stato aggiornato al 5 aprile: esclusa la possibilità di riaprire in esercizio provvisorio ora si guardare ai possibili compratori. Prima indiziata, la solita Unieuro. Ovviamente gli altri 15 grandi soci del Gre, 200 punti vendita, 1,086 miliardi di fatturato e 3000 occupati, si sono affrettati a far sapere che ad esse- re fallito «è solo uno dei tanti soci, non è tutta la Trony ad essere andata in crisi». Ma certo il colpo di immagine è pesante tanto più che già nel 2017 questa insegna aveva patito la chiusura degli 8 store di Roma (4 poi rilevati da Euronics). Assieme a Trony, secondo i sindacati, anche la stessa Euronics sarebbe destinata a ridimensionarsi più o meno lentamente. A fine 2017 in Lombardia tra i rivcenditori associati a questo gruppo si sono infatti aperti altri due fronti di crisi: sia il gruppo monzese Castoldi (10 punti vendita e 150 dipendenti fra Milano e l’hinterland) che la catena della famiglia Galimberti , una cinquantina di punti vendita ed oltre 500 occupati sparsi tra Lombardia, Veneto e Friuli, Emilia e Sarde- gna, hanno chiesto al tribunale il concordato in continuità. La crisi dei «tedeschi» Anche Mediamarket, da anni tra i leader di mercato con 110 punti vendita a marchio Me- diaworld e Saturn e 2 miliardi di fatturato, ha i suoi guai. Per la prima volta nella sua storia il 3 marzo i sindacati di categoria hanno proclamato lo sciopero di tutto il gruppo per contesta- re i 500 trasferimenti dalla storica sede di Curno a Carate Brianza, la chiusura dei punti vendita di Grosseto e Milano Centrale e la decisione unilaterale di eliminare da maggio il bonus presenza e la maggiora- zione del lavoro domenicale a fronte di un bilancio chiuso con un rosso di 17 milioni di euro. Oltre ai trasferimenti forza- ti, «fatti apposta per indurre i dipendenti a licenziarsi, per- ché non tutti potranno sobbarcarsi 100 chilometri al giorno per andare e tornare dal lavo- ro», preoccupano le sorti dei 150 dipendenti dichiarati in 2015 ed i primi 163 licenzia- menti, sono gli store presenti in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Puglia, compresi gli ex Fnac e Darty: i 500 dipendenti sono stati lasciati a casa da un giorno all’altro con un semplice messaggio inviato tramite WhatsApp scatenando il pani- co generale. Della serie «doma- ni non apriamo alcun negozio, non presentatevi al lavoro». In 500 sono dunque sospesi, incastrati nella procedura fallimentare e quindi senza stipendio ma anche senza cassa integrazione, e senza aver diritto al- la sospensione di mutui e debiti vari o la possibilità di cercarsi un altro lavoro. I sindacati si so- no subito mobilitati e mercoledì la crisi Dps è approdata sul tavolo del ministero dello Sviluppo. «Falliti per colpa di Amazon? Questa è usa scusa che stanno usando molti venditori» si sfogava Alessandro, uno degli addetti dello store di Savona, in In crisi A perdere quote nel 2017 sono stati soprattutto i superstore con superfici superiori agli 800 mq arretrati del 3% ed i negozi specializzati (- 5%) La svolta L’arrivo di smartphone e tablet ha rivoluzionato il comparto: ha reso più facili gli acquisti on line e messo fuori gioco prodotti informatici, fotografia e musica 150 dipendenti dichiarati in esubero in 17 punti vendita (tra cui Torino, Roma, Genova, Caserta, Napoli, Cosenza, Sassari e Molfetta) dove a fine mese scadranno contratti di solidarietà. Secondo i sindacati, sembrava che il gruppo controllato dai tedeschi di Metro Ag stesse reagendo in modo «più lungi- mirante» puntando sull’omnicanalità (con l’unificazione di offerte e listini tra canale fisico e digitale), «ma non ha la copertura economica per autofinanziare la riorganizzazione, la casa madre non sembra intenzionata a sostenerla e il conto lo stanno presentando ai lavoratori». «Con molta probabilità, la rete vendita fissa avrà ancora un ruolo- conclude Di Labio -. Ma ci lasceremo alle spalle le grandi superfici piene di merce, il cosiddetto negozio di esperienza sarà il futuro. Se le aziende non rivedranno il loro modo di far quadrare il conto economico, il problema si scaricherà tutto sui lavoratori»

Le aperture di Pasqua I sindacati contestano il lavoro «obbligatorio» l «no» al viene ribadito chiaramente dai sindacati che confermano due giorni di protesta. A Pasqua circa il 20% delle attività commerciali (alimentari compresi) non chiuderà. E sarà sciopero in cinque Re- gioni domani e a Pasquetta visto che le sigle del settore – Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UilTuc – hanno proclamato a- stensioni dal lavoro e braccia incrocia- te in tutti gli esercizi di Toscana, Emilia Romagna, Lazio (con mobilitazione an- che il 25 aprile e il 1 maggio), Puglia e Sicilia (dove la protesta si allarga a 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno). La segreta- ria della Cisl Annamaria Furlan dichiara di condividere le ragioni della protesta e ricorda come la liberalizzazione delle giornate e degli orari di aperture non abbiano fatto aumentare né il fatturato delle imprese, né l’occupazione. «Bisogna riaffidare questa materia alla contrattazione tra comuni, aziende e sindacati – propone Furlan – in modo da garantire la giusta flessibilità negli o- rari, una maggiore retribuzione per i la- voratori e soprattutto la volontarietà del- la prestazione festiva o domenicale. Va rispettata la libertà e la dignità della per- sona come ha detto Papa Francesco. Non esiste un diritto allo shopping an- che il giorno di Pasqua o di Natale». An- che per la leader della Cisl Susanna Ca- musso la liberalizzazione introdotta dal governo Monti ha mostrato «tutti i suoi limiti», per cui «è necessario passare a un’altra stagione che regoli gli orari e la possibilità delle lavoratrici e lavoratori della grande distribuzione di non ave- re quel carico addosso». Torna a scagliarsi contro la deregulation totale del commercio varata nel 2011 anche Confesercenti: «È stata un disastro per il settore, non solo per i lavora- tori, privati del riposo domenicale, ma pure per i negozi indipendenti che non sono stati in grado di competere con le aperture 24 ore su 24, sette giorni su set- te, praticate dalla grande distribuzione». Dal 2012, secondo le stime di Confesercenti, l’aumento di competizione innescato dalla deregulation ha porta- to alla cessazione di almeno 90mila piccoli negozi. Dall’altra parte della barricata si posizionano invece alcune associazioni di consumatori. Il Codacons parla di polemiche «ipocrite» e l’Unione nazionale consumatori sostiene che le chiusure dei piccoli negozi sono dovute esclusivamente alla crisi dei consumi. (L.Maz.)

L’agenzia per il lavoro sta svolgendo colloqui con 30 dipendenti: chi non arriva al traguardo sarà sostituito. L’ira ’ dei sindacati

Il Gruppo Manpower, colosso delle agenzie per il lavoro, vuole liberarsi di 30 suoi dipendenti italiani. In questi giorni, raccontano i sindacati, l’ufficio del personale sta convocando una per una le persone da mandare a casa e durante questi colloqui individuali sta spiegando le ragioni del licenziamento: la “ redditività individuale e il manca to raggiungimento degli obiettivi economici ” . In pratica, questi impiegati non hanno ottenuto i risultati richiesti dall’azienda e per questo perderanno il posto e saranno sostituti da nuovi assunti più specializzati di loro. QUESTA motivazione ha colto alla sprovvista la Filcams Cgil, la Fisascat Cisl e la Uiltucs, che rappresentano i lavoratori del settore dei servizi. I tre sindacati pensano che un simile argomento non possa mai essere alla base di un allontanamento. “Un conto è prevedere premi di produttività per i dipendenti più bravi – afferma Sandro Pagaria della Filcams– un altro è licenziare chi non raggiunge determinate performance che tra l’altro sono decise unilateralmente dall’azienda”. La Manpower è una multinazionale che si occu pa proprio di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e agisce anche come agenzia interinale: segue i disoccupati nella ricerca di impiego, aiuta le aziende nella selezione del personale, pubblica annunci di ricerca e somministra manodopera alle imprese. È uno di quei soggetti privati che erogano servizi nel mercato del lavoro, insomma, anche considerando le difficoltà affrontate dai centri per l’impiego pubblici. Il mondo delle agenzie di somministrazione sta vivendo un momento di espansione, soprattutto da quando – esattamente un anno fa – il governo ha abolito, su spinta del referendum richiesto dalla Cgil, i voucher (dei quali pure la Manpower aveva tra l’altro fatto paradossalmente un largo u- so). Le assunzioni di interinali restano una nicchia ma, nel corso del 2017, sono aumentate del 21,5%. “Manpower è in linea con questa crescita – aggiunge Pagaria – ma ciononostante vuole licenziare un gruppo di dipendenti diretti. Sono persone che si occupano di ricerca e selezione di personale e di gestione delle filiali sparse nel territorio nazionale”. Le contestazioni dei sindacati riguardano an- che il metodo: “Se vogliono disfarsi di 30 lavoratori – denuncia il delegato Filcams– devono aprire una procedura per licenziamento collettivo che scatta quando il numero è superiore a cinque. Solo che a quel punto dovrebbero motivarla e la vedo difficile dal momento che non stanno riducendo personale ma lo stanno semplicemente sostituendo. Noi siamo disponibili a valutare un percorso di riqualificazione professionale per far sì che queste persone mantengano il posto”.

Le vendite online continuano a fare vittime nelle catene di distribuzione tradizionale. Qualche giorno fa negli Stati Uniti ha buttato la spugna «Toys “R” Us», ieri in Italia hanno chiuso 43 negozi Trony, la catena di negozi di elettronica, per la dichiarazione di fallimento della società Dps. A rischio ci sono 500 posti di lavoro. I negozi che non hanno alzato la saracinesca sono in Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli e Puglia. «A livello nazionale – spiega Barbara Neglia, della Filcam Cgil – le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil chiederanno un incontro con il curatore fallimentare e in modo parallelo proveranno ad avere un confronto con il ministero allo Sviluppo economico, per cercare soluzioni alternative al licenziamento dei dipendenti».

Game over per il settore dell’elettronica a Bari. Mediaworld è in crisi e le saracinesche si sono abbassate nei tre negozi Trony della città. I 31 dipendenti dei tre punti vendita baresi di Dps Group srl della famiglia Piccinno sono a casa e lo hanno saputo soltanto venerdì 21. Tramite WhatsApp. «L’azienda ha scritto del fallimento nella chat dei direttori», racconta il rappresentante sindacale Cgil Filcams del punto vendita di viale Einaudi, Giuseppe Iacovone. La società che gestisce gran parte dei punti vendita ha un curatore nominato dal tribunale che si occuperà delle procedure fallimentari che coinvolgono la sorte di 500 lavoratori in 42 negozi. «Il curatore ha due scelte: decidere di non proseguire l’attività o riaprire i negozi per smaltire la merce giacente», aggiunge Iacovone. «Sono venute coppie terrorizzate che hanno aperto le liste nozze da noi e hanno trovato chiuso. E per domani avevamo consegne da evadere. Cosa diciamo ai nostri clienti?», chiede Carmela, un’ormai ex addetta. Ieri si è tenuto un sit-in in corso Vittorio Emanuele, sotto il negozio con la ser- randa chiusa. «A chi si è lamenta- to del sit-in organizzato di sabato pomeriggio in pieno centro ho spiegato che a noi nessuno ha chiesto se volevamo il fallimento di lunedì o di venerdì — commenta amareggiata Mara, un’altra di- pendente — Avremmo voluto timbrare ed essere in negozio, volontà che ci è stata sottratta». Trony ha subito un crollo deciso nelle vendite nell’ultimo anno, tanto che a settembre i magazzini erano rimasti vuoti. «Si parla di un buco di 18 milioni di euro», azzarda ancora Mara. Da poco meno di un anno la Dps Group è entrata in concordato preventivo. Zero crediti dalle banche pur fittando un ramo d’azienda alla Vertex (della stessa famiglia). Le assicurazioni non li hanno garantiti e il 15 marzo si è arrivati alla dichiarazione di fallimento. Il curatore dovrà rivedere la situazione per capire quanti e chi sono i creditori. «Invitiamo il governatore Michele Emiliano ad aprire un forum per risolvere le vertenze dell’intero settore — interviene Barbara Neglia, segretaria Fil- cams Cgil Puglia — se Trony chiude, Mediaworld taglia i salari e Unieuro mette i lavoratori in cassa integrazione, qualcuno dovrà pur darci una risposta. Sarebbe opportuno cominciare a ragiona- re con le istituzioni sugli ammortizzatori sociali». Il sindaco Antonio Decaro ha raggiunto i manife- stanti spiegando che farà il possibile, anche facendosi portavoce al ministero dello Sviluppo economico. Ma la questione riguarda tutta Italia e non soltanto il capoluogo. E a Mediaworld, sempre ieri, i 135 lavoratori di Molfetta, Casamassima e Bari Santa Caterina hanno scioperato per quattro ore alla fine di ciascun turno protestando contro le prospettive aziendali di trasferire i lavoratori in altre sedi, anche lontane (in qualche modo costringendoli a licenziarsi) e di ridurre gli straordinari per i festivi dal 90 al 30 per cento. A partire, beffa del destino, dal Primo maggio, la festa dei lavoratori. «Dicono che la colpa sia dell’e-commerce e non ci hanno fornito alcun piano industriale», racconta Antonio Miccoli, segretario provinciale Filcams Cgil Bari. «Gli unici tre numeri che ci hanno dato sono: il 34 per cento di vendite in più nell’ultimo anno sull’online, il -1 di vendite nei negozi e 17 milioni di debiti. Ma consideriamo che la vendita online senza i lavoratori che fisicamente inseriscono i dati non va avanti». Durante lo sciopero, a cui ha aderito l’80 per cento del personale del gruppo Mediamark, si sono registrati disagi e code alle casse nelle ore di punta dello shopping. Sindacalista Barbara Neglia (Filcams-Cgil). In alto, la saracinesca chiusa in corso Vittorio Emanuele

Per Valtur non tornano i conti. Ieri, al Mise, i rappresentanti del tour operator hanno incontrato i sindacati, Filcams, Fisascat e Uiltucs, per annunciare di aver depositato una procedura di concordato preventivo liquidatorio ex articolo 161, comma 6. Nei prossimi 120 giorni verrà presentato il piano liquidatorio e al di là della for- mula, secondo quanto riferiscono fonti sindacali, i rap- presentanti della società, che fa capo a Investindustrial, hanno precisato di voler pro- cedere a uno spacchettamento. Quindi restituire alla proprietà o cedere i villaggi. Sul marchio non vi è, per ora, alcun progetto. Nel corso dell’incontro Valtur ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni recapiterà ai sindacati la lettera di avvio procedura per licenziamento collettivo per 120 addetti diretti a tempo indeterminato. Per gli stagionali c’è invece un grande punto interrogativo. La stagione estiva è ormai alle porte e non si sa che cosa accadrà quest’estate, an- che, come dicono fonti sindacali, i rappresentanti della società hanno spiegato che «la stagione invernale è andata bene» e «ci sono diverse persone che hanno già prenotato e cominciato a pagare le vacanze. Siamo in contatto con i lavoratori della sede che cominciano a essere chiamati dai clienti». Forte la preoccupazione dei sindacati che non si attendevano un esito come quello prospettato ieri, dopo che, circa due anni fa, lo storico tour operator era entrato nel portafoglio di Investindustrial. «Bonomi vuole liquida- re Valtur senza nessuna attenzione per il contesto produttivo del nostro Paese – spiega Luca De Zolt della Filcams Cgil nazionale -. Non è stato presentato nessun piano di rilancio, ma solo l’intenzione di uscire dalla partita con meno spese possibili». A pochi mesi dall’inizio delle stagione estiva Valtur che, nel mezzogiorno, dà lavoro, nel picco della stagione turistica estiva, a un migliaio di lavora- tori stagionali tra diretti e indiretti, dà quindi forfait e «ci lascia esterrefatti – dichiara Elena Vanelli dell’ufficio sindacale Fisascat Cisl nazionale -. Il concordato liquidatorio significa che non c’è alcuna intenzione di continuare l’attività e che, dopo 75 giorni dall’arrivo della lettera di avvio procedura, 120 persone si ritroveranno senza un posto di lavoro. A queste bisogna poi aggiungere gli stagionali che, tra diretti e indiretti, arrivano a un migliaio». Il Mise ha manifestato la disponibilità a seguire la vertenza che riguarda uno dei più importanti marchi del turismo nazionale. Vanelli conferma che i sindacati tenteranno «di ricondurre il confronto al Mi- se verso una soluzione di prospettiva occupazionale e di rilancio di quella che rimane una delle principali realtà del turismo in Italia e che rappresenta, soprattutto nel Mezzo- giorno, una risorsa occupazionale ed economica fondamentale».

 

Il ponte generazionale arriva anche in Autogrill. L’intesa raggiunta ieri dalla società e Filcams, Fisascat e Uiltucs consentirà a un massimo di 500 lavoratori (su 8mila complessivi), ai quali mancassero fino a 36 mesi alla pensione, di accedere volontariamente al prepensionamento con la Iso pensione, prevista dalla legge Fornero. Le uscite verranno compensate da nuove assunzioni. Con l’intesa di ieri le parti hanno anche deciso di prorogare di due anni l’integrativo che sarebbe scaduto a fine an- no, con alcune modifiche. Il premio di produzione erogato mensilmente a tutti i lavorato- ri non sarà più soggetto da gennaio 2019 a “sterilizzazione”: tornerà cioè ad essere calcolato nella definizione di tredicesima, quattordicesima e TFR. Infine l’erogazione del medesimo premio, col nuovo anno, non sarà più legata alla effettiva presenza. Ai circa 200 lavoratori che percepiva- no maggiorazioni legate al cosiddetto “riposo in deroga” che è stato superato dalla definizione del rinnovo del 2015, verrà garantita la somma una tantum di 150 euro, a titolo di welfare. Sempre al capitolo welfare, la shopping bag natalizia di 100 euro verrà prorogata per due anni.

Al terzo tentativo, l’ultimo con l’ingresso di Investindustrial, il rilancio del gruppo Valtur sembra molto lontano. Ci sono rumors sempre più frequenti relativi all’ipotesi di un concordato preventivo, ma quel che è certo è che la società sarebbe alle prese con un cda continuo e nessuna decisione, al momento, sarebbe ancora stata presa. È però questione di giorni. I sindacati intanto fanno pressione, hanno fatto due richieste di incontro a Valtur (senza avere risposta) e vogliono che la partita passi al Mise. È una corsa contro il tempo perché, come spiega Luca De Zolt della FilcamsCgil, «in aprile, quindi tra un mese, normalmente cominciano le attività di manutenzione, di organizzazione e di selezione del personale nei villaggi estivi». E al Sud soprattutto, Valtur ha un bacino occupazionale molto importante. Oggi, «siamo di fronte all’ennesima crisi di Valtur, il nostro timore è che ancora una volta si vada verso soluzioni di corto respiro, o peggio verso un’ulteriore contrazione del perimetro aziendale», continua De Zolt. E quindi dell’occupazione che, dice De Zolt, tra occupati diretti e dei terzisti supera le mille unità.

Trony, Mediaworld, Unieuro, Euronics. Marchi famosi per gli spot pubblicitari, negozi dove noi tutti siamo stati almeno una volta per comprare telefoni, computer ed elettrodomestici, richiamati dai vari «sotto costo». Ma il vero slogan «Non ci sono paragoni» ora va rivolto ad Amazon. È il gigante dell’e-commerce ad aver messo in crisi tutta l’elettronica di consumo, mettendo a rischio i 10mila posti di lavoro in Italia. Non si salva nessuno, tutte le catene di negozi stanno pian piano soccombendo. La maggior parte delle persone ormai comprano on-line e se vanno in questi negozi è solo per osservare il prodotto che poi compreranno su Amazon. I marchi dell’elettronica in Italia in realtà sono spesso gruppo di acquisto che mettono in rete aziende locali e dunque la situazione è più ingarbugliata e a macchia di leopardo. LA PRIMA VITTIMA è Trony. Il gruppo controllato da Dps che fa capo all’imprenditore pugliese Antonio Piccino il 25 gennaio ha chiesto il concordato in bianco per evitare il fallimento con circa 800 posti di lavoro a forte rischio. Il tribunale di Milano ha nominato il commissario Alfredo Haupt che ora cercherà di salvare il salvabile vendendo alcuni punti vendita. Nel frattempo da mesi 16 punti vendita del nord passati sotto il marchio Vertex erano già moribondi perché i creditori avevano bloccato le forniture. «La situazione di crisi di Trony si trascina da anni», spiega Alessio Di Labio, responsabile nazionale «elettronica di consumo» della Filcams Cgil. «Prima è arrivata la solidarietà, gestita fra l’altro male, poi sei mesi fa un piano industriale senza né capo né coda. Da una parte ci sono i negozi acquisiti dalla Fnac – ora denominati Frc – con una procedura di licenziamento collettivo per 105 dipendenti e dall’altra quelli di Dps e Vertex, i cui dipendenti rischiano di vedersi decurtato già da questo mese lo stipendio. Chiederemo di incontrare al più presto il commissario per chiarire la situazione», annuncia Di Labio. «LA VERA PREOCCUPAZIONE riguarda le prospettive future. Circa un mese fa si era parlato di un possibile acquirente per 15 dei punti vendita di Trony , il che avrebbe permesso di puntare al risanamento dell’intero gruppo», spiega il segretario nazionale di Fisascat Cisl Mirco Ceotto. «Il fatto che fino a questo momento non sia ancora arriva alcuna proposta concreta è motivo di grande allarme », aggiunge. LA DPS PERÒ LIMITA la sua azione a Puglia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto e Sardegna. Nel resto d’Italia il livello d’allarme è minore tanto che una serie di marchi delle altre regioni hanno comprato una mezza pagina del Sole24Ore per «fare chiarezza», garantendo prosperità per 200 punti vendita e 3mila dipendenti, promettendo addirittura «40 nuove aperture» nel 2018. NON VA MEGLIO a Mediaworld. La catena leader del mercato con circa il 50 per cento ha già annunciato 180 esuberi. Per questo i sindacati hanno proclamato uno sciopero per il 3 marzo. «Oltre agli esuberi che rischiano di diventare licenziamenti a breve, la proprietà sta cercando di reagire alla sfida di Amazon proponendo la “omnicanalità digitale”: lo stesso prezzo sia per le vendite on-line che per quelle in negozio. Così però i margini calano e gli esuberi aumentano mentre hanno già annunciato dal primo maggio di tagliare la maggiorazione sul lavoro domenicale dal 90 al 30 per cento», spiega Di Labio.

IN QUESTO QUADRO UNIEURO (una volta di proprietà di Oscar Farinetti che nel 2003 vendette agli inglesi di Dixon) è l’unica in controtendenza. Di proprietà del marchio Sgm della famiglia romagnola Silvestrini, nel2014 ha acquisito ilmarchio Expert e si è quotata in Borsa. Oggi sta acquisendo altri marchi ed è l’unica che potrebbe salvare Trony. Euronics invece è il marchio che più risponde all’idea di gruppo d’acquisto di una rete di negozi locali. Fra questi ci sono anche quelli di Paolo Galimberti, pezzo grosso di Forza Italia che è grande difficoltà tanto da aver anch’esso presentato richiesta di concordato in bianco mettendo a rischio circa 500 posti di lavoro, mentre non se la passa meglio il marchio Castoldi, sempre in Lombardia.

 

Nella tempesta della crisi e in anni di politica debole, il sindacato torna punto di riferimento nella società. I sondaggi dicono che gli italiani sono tornati a fidarsi: «Nel 2017 — spiega Ilvo Diamanti illustrando i risultati del rapporto Demos commissionato da Repubblica — la fiducia nella Cgil è salita dal 16 al 24 per cento nel confronto con il 2016. In crescita anche Cisl e Uil dal 14 al 20 per cento». Sembrano trascorsi anni luce da quando le sigle sindacali erano nell’angolo e sui giornali era considerata una notizia l’apertura della Sala Verde di Palazzo Chigi, quella delle trattative con il governo, a lungo rimasta a prendere polvere venticinque anni dopo la stagione della concertazione. «I partiti? Diciamo che loro stanno peggio di noi», sintetizza Carmelo Barbagallo, numero uno della Uil. E’ un fatto che oggi un italiano su cinque è iscritto a Cgil, Cisl e Uil. Anche prendendo con le molle i dati ufficiali del tesseramento, è evidente che nessun partito si avvicina lontanamente a queste cifre. Così c’è un sottile senso di rivincita nelle parole di chi in questi anni è finito nel mirino dei politici rottamatori: «La notizia della morte del sindacato è da considerarsi un’esagerazione», scherza Susanna Camusso parafrasando Mark Twain. Ma come è stata possibile la resurrezione? Soprattutto, perché i sindacati ispirano molta più fiducia dei partiti? «Perché siamo meno demagogici. Quel che cerchiamo sempre di fare è evitare di utilizzare i disagi delle persone. Il nostro compito è provare a risolvere i problemi non sfruttarli», dice Anna Maria Furlan, numero uno della Cisl. Un paradosso, a ben pensarci. Nello schema tradizionale era il sindacato a gridare forte e toccava alla politica mediare. Ora pare che accada il contrario. La risposta alla risurrezione non sta solo qui. Sta anche nella capacità, un tempo insospettata, dei sindacati di rompere gli schemi e andare incontro ai lavoratori precari, a lungo rimasti senza tutela. Sono molte le storie che spiegano questa rinascita. «Un mandarino pesa 70 grammi. Per riempire una cassetta da 20 chili bisogna raccoglierne 286. Io sono un ragazzo giovane. Alla fine della giornata avrò portato 20 cassette sul camion, se va bene e se c’è tanto lavoro». Jacob ha trent’anni. È ghanese ed è un delegato della Cgil. Vive nelle baracche di Rosarno, vicino alla piana di Gioia Tauro. Nella sua giornata fortunata avrà raccolto 5.720 mandarini. Intascando la paga del giorno: 20 euro. «Se ti va bene e lavori 20 giorni al mese fanno 300 euro». Jacob, perché ti sei iscritto al sindacato? «Perché mi ha aiutato e perché protegge i nostri diritti». Jacob non ha tuta blu. E’ scappato da casa sua, a Sunyani, in Ghana, quando aveva 21 anni: «Qui a Rosarno aiuto le persone. Molti non sanno l’italiano. Serve dargli una mano per i documenti di soggiorno». «Per molti abitanti delle baracche nella piana, la tessera del sindacato è il primo documento che riescono ad ottenere una volta sbarcati in Italia. Come una carta di identità» dice Celeste Logiacco, trentenne, come Jacob. E’ la segretaria della Cgil di Gioia Tauro. Il suo ufficio è un furgone: «Usciamo presto la mattina. Vengono per chiederci assistenza, li informiamo sui loro diritti». Il sindacato di Celeste è molto diverso da quello di suo padre, ferroviere. Ma c’è. E sorprendentemente, è vivo. Il sindacato dà un’identità anche agli italiani? «Con la nostra carta dei diritti del lavoro abbiamo mobilitato oltre un milione di persone. Per il referendum contro il job act di firme ne abbiamo raccolte oltre tre milioni», ricorda Camusso. Maurizio Landini spiega: «Siamo radicati. Ogni giorno ci confrontiamo nelle fabbriche e negli uffici. Abbiamo mantenuto un rapporto con chi lavora e con i cittadini». A differenza dei partiti, sembra di capire. Camusso e Landini lo dicono all’unisono: «Non sapremmo dire quanti sono iscritti a un partito tra i nostri dirigenti». E forse non è più così importante. «Dobbiamo imparare a dare risposte a lavoratori che non hanno azienda»: è questo il mestiere di Silvia Degl’Innocenti, sindacalista atipica per lavoratori atipici. Silvia è coordinatrice di Vivace, l’associazione della Cisl che si occupa anche di lavoratori che non hanno azienda, spesso non hanno un luogo fisico in cui trovarsi, non si vedono quasi mai in faccia. Come si organizza il sindacato per loro? «Si tengono assemblee al computer». Nasce così il sindacato immateriale. Sono lavoratori che non hanno una controparte, hanno solo clienti. «Ci chiedono tutele sulla tassazione, sui livelli minimi di retribuzione. Con il Jobs act abbiamo avuto un boom di richieste di chiarimento». Resistono naturalmente le tradizionali distinzioni tra i tre sindacati maggiori. Ma è un fatto che tutti e tre hanno saputo rinnovarsi e stanno conoscendo una nuova stagione di consenso. Al ristorante dell’Ikea i turni di lavoro sono decisi da un algoritmo che calcola le affluenze e avvisa con 24 ore di anticipo i dipendenti sull’orario di lavoro. La flessibilità è totale: «Ma noi dovremo contrattare anche quell’algoritmo», dice Maria Grazia Gabrielli. E’ lei la responsabile della categoria più numerosa della Cgil, quella del commercio che ha superato i metalmeccanici. «Un sindacato moderno — dice — deve tenere insieme le trattative sulle colf e quella sugli algoritmi. Deve dare tutela e identità». Dal palco del teatro Dal Verme, a Milano, dove la Cgil ha radunato mille persone per discutere del suo programma, Susanna Camusso spiega: «Sapete perché abbiamo conquistato fiducia? Perché diciamo alle persone che possono battersi per difendere i loro diritti e fare parte di un soggetto collettivo. Insomma, che non sono sole». La Cgil ha 5,4 milioni di iscritti, le categorie principali di lavoratori attivi sono commercio e metalmeccanica La Cisl dichiara oltre 4,5 milioni di iscritti. È nata il 30 aprile 1950. Primo segretario generale è Giulio Pastore La Uil ha 2,2 milioni di iscritti, la maggioranza sono nell’industria e nella Pubblica Amministrazione I numeri Commercio e meccanica le categorie con più iscritti 5,4 mln 4,5 mln 2,2 mln La crisi ha costretto le organizzazioni dei lavoratori a rivedere in parte il loro ruolo Furlan: “Risolviamo i problemi”

 

 

 

 

Per la prima volta i lavoratori della ristorazione hanno un contratto di categoria ad hoc. È stato firmato ieri e riguarda un milione di addetti. Che lavorano per le imprese iscritte a Fipe Confcommercio, a Legacoop (per esempio Cir e Camst) e ad Angem (qui tra le associate anche Sodexo ed Elior che gestisce la ristorazione su Trenitalia). L’accordo ha una durata di quattro anni (e non tre). Prevede a regime 100 euro lordi in più in busta paga. In precedenza ai lavoratori della ristorazione era applicato il contratto del turismo. Quando l’accordo venne a scadenza, nel 2013, venne rinnovato senza la firma delle associazioni che rappresentano mense e pubblici esercizi. Le trattative — durate quattro anni — sono state lunghe e complesse. «Siamo soddisfatti del risultato raggiunto — dice Lino Stoppani, presidente di Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi all’interno di Confcommercio —. La decisione nel 2013 di non continuare ad applicare il contratto del turismo era inevitabile. Il settore alberghiero ormai dà gran parte dei servizi in outsourcing. La stessa cosa non accade da noi. Per di più le nostre imprese sono state duramente colpite dalla crisi, come dimostra l’altissimo tasso di mortalità. Da qui l’esigenza di un contratto più vicino ai bisogni del settore». Per quanto riguarda la parte normativa, i nuovi assunti d’ora in poi dovranno aspettare quattro anni per maturare lo stesso numero di riposi dei senior. È stata introdotta la banca delle ore per «scontare » i periodi di lavoro aggiuntivo nei momenti in cui c’è minore esigenza di presenza del personale. Gli scatti di anzianità si matureranno ogni quattro anni invece che ogni tre e non incideranno ai fini del calcolo del tfr e della quattordicesima. Adeguati al rialzo i valori dei buoni pasto. In compenso le aziende aggiungeranno 2 euro al mese sulla sanità integrativa (da 10 a 12). «Il contratto è un passo avanti ma non basta, ora rilanciamo un settore che non ha sempre l’attenzione che merita — rivendica Stoppani —. In particolare, l’eccesso di offerta porta a dequalificare il settore». Il presidente di Fipe ce l’ha in particolare con la concorrenza di circoli privati e agriturismi che godono di condizioni fiscali più favorevoli. Oltre che con le gare d’appalto per le mense al massimo ribasso. C’è poi la questione degli incentivi fiscali per i distretti del cibo. «Non si capisce perché anche il nostro settore non sia inserito tra quelli agevolati», si irrigidisce Stoppani. Tornando al contratto, soddisfatti anche i sindacati. «È un fatto importante oggi la firma del contratto molto innovativo per i lavoratori dei pubblici esercizi, ristorazione collettiva, commerciale e turistica», ha scritto su Twitter la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. Per la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso «ci sono voluti più di quattro anni di lotte e un confronto difficile per riconsegnare al settore regole e certezze. Ora la parola passa ai lavoratori». Carmelo Barbagallo alla guida della Uil guarda oltre: «A questo punto, non ci sono più alibi: si può e si deve procedere anche alla riforma del sistema contrattuale con Confindustria».

Scioperare a Natale. A sentirlo dire sembrerebbe impossibile. Primo, perché presuppone che si debba lavorare – e nei servizi essenziali come ospedali, trasporti o forze dell’ordine dove lo si fa sempre non è previsto lo sciopero . Secondo, perché fino a qualche mese fa era impensabile trovare un supermercato aperto nel giorno festivo per eccellenza. E invece le liberalizzazioni selvagge cominciate con il decreto Salva Italia del 2011 voluto dal governo Monti stanno raggiungendo livelli «incredibili» per la stessa chiesa cattolica, la prima a considerare «sacro» il Natale e a criticare la scelta delle «aperture» con papa Francesco. SE LE METROPOLI italiane sono disseminate di supermercati e iper aperti 24 ore su 24 (la catena Carrefour è stata la prima) ora ci sono gli outlet e i «mall» a rimanere aperti per tutte le feste comandate e perfino alcuni esercenti soci della Conad, quelli dello slogan «Persone oltre le cose» che in questo caso risuona beffardo per i dipendenti – in gran parte precari – costretti a lavorare a natale. L’apertura più contrastata è quella di uno dei mall più grandi d’Italia. L’Oriocenter sorge affianco dall’omonimo aeroporto in provincia di Bergamo, la base italiana dell’altro simbolo del liberismo sfrenato Ryanair. Qui fra cinema, ristoranti, ipermercato e centinaia di negozi fra abbigliamento e commercio vari lavorano quasi 3mila dipendenti. Rilanciando la sfida lanciata l’anno scorso a pasqua dall’Outlet di Serravalle Scrivia (Alessandria), la proprietà già in autunno ha fatto cadere l’ultimo tabù: aperti sia a natale che a santo Stefano. LA RISPOSTA DEI SINDACATI è stata pronta. Già a novembre è partita una raccolta firme fra dipendenti e clienti per chiedere alla proprietà di ripensarci. «Abbiamo già raccolto 1.500 firme e stiamo andando avanti – racconta Mauro Colleoni, segretario della Filcams Cgil di Bergamo – ma la proprietà non ci ha neanche degnato di una risposta. Con noi non ha parlato, sulla stampa locale invece ha annunciato che sarebbe andata avanti. E per questo abbiamo deciso unitariamente con Fisascat Cisl e Uiltucs di proclamare uno sciopero per entrambi i giorni: 25 e 26 dicembre». E così sarà, sebbene la protesta abbia già sortito qualche risultato. A natale saranno aperti solo i cinema e la ristorazione mentre l’ipermercato e i negozi rimarranno chiusi. La vera battaglia è su santo Stefano. Le grandi catene pur di tenere aperto hanno deciso di incentivare i propri dipendenti con un bonus ad hoc. La catena di abbigliamento Zara – leader in Italia anche nell’applicazione della convenzione per l’alternanza scuola lavoro denunciata dagli studenti per le mansioni che nulla hanno di formativo (piegare vestiti e stare alla cassa) – ha proposto 80 euro lordi. La risposta dei dipendenti a tempo indeterminato è stata però quasi totalmente negativa. «IL PROBLEMA è che in tutti questi negozi la maggior parte dei lavoratori sono con contratti precari e centinaia sono gli stagisti. In entrambi casi non hanno la forza per dire di no e il 26 in moltissimi lavoreranno, addirittura nella convenzione degli stagisti è stabilito che basta un assenza sul lavoro per perdere il posto», denuncia Colleoni. La battaglia dei sindacati è già partita giovedì conlo sciopero nazionale e andrà avanti il 25 e il 26. «Abbiamo aspettative positive sullo sciopero perché chiedere di lavorare a natale e santo Stefano è veramente troppo. Una nostra delegazione sarà comunque presente per esprimere solidarietà a chi è costretto a lavorare». Consapevoli della situazione di difficoltà i sindacati stanno cercando anche un’altra strada. «Abbiamo chiamato in causa la politica per fare pressione per modificare la legge sulle aperture selvagge previste dal Salva Italia. Abbiamo incontrato i parlamentari del territorio di Liberi e Uguali e del Pd che si sono detti disponibili, ma il candidato presidente alla regione Lombardia Giorgio Gori (sindaco di Bergamo, tra l’altro, ndr) è rimasto in silenzio», sottolinea Colleoni. IN PARLAMENTO una proposta di legge per istituire sei giorni l’annodi chiusura obbligatoria è stata approvata alla Camera nel 2014 ma è rimasta incagliata al Senato per la contentezza delle grandi catene del commercio e della grande distribuzione. Chissà se la prossima legislatura produrrà il miracolo: vietato aprire ipermercati a natale. «Protesta sentita mai precari e gli stagisti non hanno la forza di dire no». Aperti molti Conad

 

Oggi agitazione nella grande distribuzione Cgil, Cisl e Uil diffidano le società che ribattono: “Loro divisi” «Comportamenti lesivi delle libertà sindacali e del diritto allo sciopero»: la diffida, unitaria, è firmata dalle categorie nazionali del commercio di Cgil, Cisl e Uil. Ma è inusuale il nome del destinatario: la Coop. La quale è ormai un colosso della grande distribuzione, ma allo stesso tempo ha dalla sua una storia di legami con il mondo della sinistra e dei suoi valori. È per questo che la denuncia dei sindacati fa più rumore del solito. La vicenda è legata allo sciopero proclamato per oggi in tutta la gdo da parte delle organizzazioni sindacali, le quali richiedono il rinnovo del contratto scaduto ormai quattro anni fa. Uno sciopero che ovviamente può fare molto male, alle aziende associate a Federdistribuzione ma anche al sistema cooperativo, proprio a ridosso del Natale. Cioè nel pieno della febbre da acquisti. Per questo la Coop ha deciso di dribblare l’agitazione annunciando preventivamente che comunque sia resterà (o proverà a restare) aperta: «In alcuni casi minacciando i lavoratori, ad esempio prefigurando demansionamenti o trasferimenti nei confronti di chi decidesse di aderire», racconta Marco Carmassi della Filcams Cgil. La battaglia complessiva delle organizzazioni sindacali, ragiona Carmassi, è quella di «veder riconosciuto l’impegno di lavoratori ai quali è spesso richiesta maggiore flessibilità degli orari e prestazioni la domenica e nei festivi». Secondo Filcams, Fisascat e Uiltucs, la Coop ha cercato di spuntare l’arma dello sciopero «spostando addetti da altri negozi ed altri reparti, assegnando a turni in mansioni inferiori quadri e direttivi, assumendo personale somministrato e con contratto a tempo determinato, modificando i turni dei lavoratori part-time e mettendo in riposo settimanale i delegati sindacali. Quindi ci stiamo attivando presso gli ispettorati del lavoro e attraverso i legali per denunciare la condotta antisindacale». Ma Coop rispedisce le accuse al mittente. E anzi accusa i sindacati di non essere in grado di chiudere la trattativa. «Stupisce che ci vengano rivolte accuse del tutto infondate. Dispiace – dice Stefano Bassi, presidente Ancc-Coop e una vita fa assessore a Firenze con il Partito comunista – che i sindacati abbiano dimenticato che proprio le cooperative di consumatori oggi e nel tempo hanno sempre considerato un valore la tutela dei diritti del lavoro. Sarebbe meglio che le stesse organizzazioni sindacali dedicassero maggiore attenzione a chiudere in maniera equilibrata una trattativa nella quale la cooperazione ha sempre avanzato soluzioni e proposte del tutto ragionevoli ». Resta alla finestra invece Federdistribuzione, l’altra branchia della gdo, che però condivide con Coop l’idea che gli esercizi alla fine oggi resteranno comunque aperti. «Gli scioperi sono legittimi, ci mancherebbe – spiega il presidente Giovanni Cobolli Gigli – noi al massimo stigmatizziamo che siano indetti proprio il 22. Però non siamo preoccupati: abbiamo avuto altri tre scioperi simili, con adesioni al di sotto del 10 per cento. Al di là dei problemi coi sindacati, i clienti sono la nostra prima preoccupazione e devono avere la possibilità di fare acquisti».

 

Manifestazione ieri mattina, davanti all’Ipercoop di San Giovanni Teatino, dei lavoratori della Distribuzione Moderna Organizzata e della Distribuzione Cooperativa in Abruzzo. Lo sciopero indetto da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs a livello nazionale era finalizzato a sollecitare un avanzamento dei negoziati di rinnovo dei contratti nazionali di lavoro. I lavoratori delle grandi catene distributive locali e nazionali sono in attesa da quattro anni del contratto nazionale di lavoro e stanno vivendo una situazione di grave disagio e precarietà. Per dare un significato forte alla pro- testa dei lavoratori, si è svolto un presidio unitario con le maestranze delle varie catene distributive quali Ipercoop, Auchan, Metro, Gruppo Gabrielli, Finiper e Obi. «La manifestazione – ha spiegato Lucio Cipollini, segreta- rio della Filcams Cgil Provinciale di Pescara – ci vede protestare per i contratti collettivi nazionali di lavoro del settore del commercio, e in particolare della distribuzione cooperativa e di Feder- distribuzione e quindi nel concreto la grande distribuzione. Questi lavoratori sono senza con- tratto da quattro anni, con peggioramento delle condizioni di lavoro rispetto a colleghi che la- vorano in altre aziende, sia a li- vello economico che dal punto di vista normativo. Stiamo parlando di lavoratori che non hanno di fatto più una vita privata perché lavorano domeniche e festivi, come in questo periodo natalizio, senza dimenticare che si comincia a parlare anche di aperture a Natale e Santo Stefano. Questi lavoratori non ne possono più e quindi chiediamo che le cose cambino. Chiediamo poi il rinnovo del contatto per i lavoratori della Distribuzione Cooperativa e per Federdistribuzione abbiamo una situazione particolare perché questi lavoratori non hanno mai avuto un contatto nazionale di lavoro e per questo si è creato anche un vuoto normativo che viola la costituzione». In Abruzzo sono oltre cinquemila i lavoratori che operano nella grande distribuzione.