Category Archives: STUDI E RICERCHE

1 Tendenze della terziarizzazione in Italia

La terziarizzazione delle economie avanzate è una tendenza di lungo periodo, segnalata, in primo luogo, dall’aumento dell’importanza del settore dei servizi sia in termini di occupazione che di valore aggiunto. Le ragioni che determinano tale fenomeno sono molteplici e sottendono diverse dinamiche nei numerosi comparti di cui si compone il settore terziario. Da una parte, nuovi modelli di consumo, stili di vita e cambiamenti demografici tendono a determinare un aumento della domanda di servizi da parte delle famiglie e degli individui. Dall’altra, il progresso tecnico (si pensi alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione), i mutamenti organizzativi e la crescente integrazione internazionale delle imprese determinano lo sviluppo di comparti nuovi e la crescita della domanda di servizi da parte delle imprese.
Questo sviluppo dei servizi assume un particolare rilievo nelle dinamiche generali dell’occupazione. Si tratta infatti di un settore con un’intensità di lavoro per unità di valore aggiunto superiore all’industria.
L’Italia, che all’inizio degli anni settanta era tra le aree meno terziarizzate, oggi ha colmato buona parte della distanza che la separava da paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Francia, dove il settore dei servizi ha raggiunto un’ampiezza prossima o superiore al 70% del valore aggiunto e dell’occupazione totale. Precisamente, in Italia – tra il 1970 e il 2000 – la quota dei servizi sul valore aggiunto totale è aumentata di oltre 17 punti percentuali (dal 51,3 al 68,8%), e quella sull’occupazione di quasi 23 punti (dal 40,9 al 63%).
Tuttavia, nell’ultimo decennio, la fase di intensa ristrutturazione che ha interessato tutti i comparti dei servizi ha notevolmente rallentato il processo di terziarizzazione dell’economia italiana.
All’interno del settore, la crisi ha riguardato tutti i comparti, ad eccezione di alcuni servizi per le famiglie (ricreativi, culturali, sociali e sanitari): vi è stato un intenso processo di riorganizzazione delle imprese pubbliche con anche la terziarizzazione di alcuni servizi (es. pulizie e ristorazione); e, in particolare, la privatizzazione di alcune grandi imprese operanti nei comparti dei trasporti, delle telecomunicazioni e del credito e che hanno riguardato anche imprese municipalizzate di servizi; ed è stata avviata una profonda riorganizzazione di comparti – come ad esempio il commercio al dettaglio – che hanno risposto all’esigenza di ammodernamento di una organizzazione caratterizzata da una larghissima presenza di operatori di piccola dimensione.
Dopo questa battuta d’arresto dei primi anni novanta, la capacità di creare occupazione del terziario nel suo complesso è tornata ad essere assai elevata. Tale capacità, tuttavia, muta notevolmente tra le diverse branche del comparto, concentrandosi soprattutto nei settori tradizionali (alberghi e pubblici esercizi, trasporti).
La crescita rimane sempre elevata nelle attività ricreative, culturali e sportive e nei servizi professionali e imprenditoriali, mentre appare assai ridotta nei settori quali il commercio e le comunicazioni.
Infine, l’analisi del modello di terziarizzazione dell’economia italiana e della sua evoluzione recente evidenzia due aspetti significativi delle tendenze in atto: uno sviluppo maggiormente legato alla domanda delle famiglie; una dinamica più vivace per quelle attività classificate come “servizi avanzati”.
Tra il 1992 e il 2000 la quota di mercato dei servizi consumati dalle famiglie è passata infatti dal 37 al 44%; mentre si è ridotta quella dei servizi collettivi (dal 23 al 19%) e quella dei servizi acquistati dalle imprese (dal 36 al 34%).
Sempre nello stesso periodo, i “servizi avanzati”, sono passati dal 39,3 al 42,2% dei servizi consumati dalle imprese e dal 5,4 al 12% di quelli consumati dalle famiglie.

2 Sviluppo dei servizi nelle economie avanzate

Negli ultimi trent’anni l’importanza dei servizi nell’economia è andata costantemente crescendo in tutti i paesi industrializzati.
Tra i principali paesi, Stati Uniti, Francia e Regno Unito mostrano un grado di terziarizzazione nettamente superiore rispetto a Germania e Giappone, che come è noto sono paesi in cui la manifattura ha costituito fino ad anni recenti il “motore” dello sviluppo.
L’Italia degli anni settanta, come evidenziato nel paragrafo precedente, era invece il paese con la più bassa quota di occupati nei servizi. Un primato che comunque in un decennio viene cancellato, superando anche Germania e Giappone. Questo progresso nella terziarizzazione del paese subisce nel corso dei primi anni novanta un vistoso e prolungato rallentamento da ricondursi ad processo di ristrutturazione che ha interessato tutti i comparti. Bisogno attendere gli anni più vicini a noi per registrare una ripresa dell’occupazione terziaria, fondata, come vedremo di seguito, su basi nuove.

3 Un nuovo processo di terziarizzazione dell’economia italiana che prende forma a partire dai primi anni novanta

Negli anni novanta si è assistito a una notevole ricomposizione delle attività all’interno del settore dei servizi con un profondo processo di trasformazione qualitativa dell’offerta, solo in parte già avviato negli anni ottanta.
In questa prospettiva, tra le tendenze di maggior rilievo si evidenziano: la ristrutturazione del settore commerciale, del credito, dei trasporti; il declino occupazionale della pubblica amministrazione; lo sviluppo dei servizi alle imprese (informatica, attività professionali e imprenditoriali) e dei servizi alle famiglie, nuovi o rinnovati. Questi processi si sono resi evidenti con la crisi occupazionale del periodo 1992-1995, la più profonda degli ultimi decenni.
Negli anni 1992-1994, il settore dei servizi, nel suo insieme, ha per la prima volta subito una contrazione stimata nell’ordine dei 374 mila occupati, il 41% dell’intera perdita occupazionale nel periodo.
Successivamente accanto al perdurare della crisi in alcuni comparti, come i trasporti e le comunicazioni, si è contrapposto il “decollo” dei servizi alle imprese mentre si è accelerato l’ammodernamento del settore commerciale.
Dalla crisi e dalla ristrutturazione dei diversi comparti dei servizi è maturato un insieme di trasformazioni strutturali che merita di essere osservato con attenzione considerando, dapprima, la dinamica dei servizi per destinazione economica finale.
Nel 1992, la quota dei servizi destinati alle famiglie e alle imprese era pressoché identica, rispettivamente il 37% e il 36%, mentre i servizi collettivi rappresentavano il 23% e quelli di esportazione solo il 4%.
Nel corso del periodo 1992-2000, il cambiamento nella composizione dei servizi per destinazione economica ha portato a un progressivo rafforzamento di quelli destinati alle famiglie, che hanno raggiunto nell’ultimo anno il 43% del totale. La corrispondente diminuzione nelle altre componenti si riflette nel calo della quota dei servizi collettivi, scesa dal 23 al 19%, e in misura minore, su quella dei servizi alle imprese, passata dal 36% al 34%. È invece rimasta invariata attorno al 4% la quota dei servizi esportati.
I fenomeni di modernizzazione e innovazione organizzativa del terziario possono essere osservati anche analizzando l’evoluzione qualitativa dei servizi. Distinguendo questo universo in attività di servizio “avanzate”, “emergenti” e “tradizionali” si scopre che c’è stato un aumento nell’aggregato riconducibile alle attività così dette “a v a n z a t e ”. A questo proposito giova ricordare che tra i “servizi avanzati” figurano, tra le altre, le attività delle telecomunicazioni, l’intermediazione monetaria e finanziaria, l’informatica e
attività connesse, la ricerca e sviluppo e numerosi servizi alle imprese. Tra i servizi “emergenti” si collocano invece quelle attività connotate da elevati tassi di crescita, come ad esempio l’assistenza sociale, lo smaltimento dei rifiuti, le attività ricreative, culturali e sportive, le attività ausiliarie dei trasporti.
Incrociando le due tassonomie, si può osservare come i servizi destinati alle imprese hanno subito, tra il 1992 e il 2000, una profonda trasformazione che si è manifestata con un aumento del peso dei servizi “avanzati” dal 39 al 42% cui corrisponde una contrazione del peso specifico dei servizi “tradizionali” dal 49 al 45%, mentre il peso relativo dei servizi “emergenti” alle imprese è variato di poco.
Per quanto riguarda i servizi alle famiglie è ancor più evidente l’aumento di peso dei servizi “avanzati” la cui incidenza, che nel 1992 era nell’ordine del 5%, sale di 7 punti percentuali e arriva al 12%. Per contro, nel periodo in esame si riduce, dall’84% al 77%, la quota dei servizi “tradizionali” mentre, anche in questo caso rimane pressoché invariata la quota dei servizi “emergenti”.
La maggiore importanza delle attività di servizio più “moderne” emerge chiaramente per alcune componenti quali l’informatica e le telecomunicazioni, mentre tra le attività “tradizionali” si registrano le difficoltà del commercio specializzato.

4 Struttura delle imprese dei servizi in Italia e in Europa

L’espansione del terziario è la risultante di un insieme di fattori tra cui oltre alle trasformazioni demografiche e sociali vi è una componente importante rappresentata dalla crescente domanda espressa dalle imprese di servizi esterni offerti da fornitori specializzati. La domanda proveniente dal sistema produttivo ha interagito con la crescita quantitativa e con la differenziazione qualitativa del consumo di servizi da parte delle famiglie determinando una continua espansione dell’offerta di servizi.
Lo stesso settore dei servizi, sotto la spinta dei processi di terziarizzazione ha mutato pelle, cambiando la composizione settoriale dell’occupazione e del valore aggiunto, determinando una configurazione strutturale del sistema delle imprese notevolmente diversa rispetto a quella dell’inizio del decennio.
A livello europeo la modernizzazione dell’apparato produttivo si è associata alla crescita dei servizi ad alta intensità di conoscenza (knowledge based) che comprendono i servizi alle imprese, le comunicazioni e i servizi finanziari. Queste attività rappresentano, con tutta evidenza, una fonte di innovazione che “contamina” anche altri settori economici che beneficiano dei trasferimenti di conoscenza e della maggiore specializzazione delle attività.
Nel panorama europeo dell’offerta di servizi, l’Italia rappresenta poco meno di un quinto delle oltre 12 milioni di imprese dell’Unione europea, ma conta poco più di un decimo degli addetti e vanta una quota simile di fatturato.
La ridotta dimensione media delle imprese terziarie italiane è un fenomeno che riguarda tutte le attività dei servizi e in particolare il commercio e le attività professionali con rare eccezioni di comparti maggiormente concentrati.
In Italia poco meno dei due terzi dell’occupazione nei servizi è assorbita da imprese con meno di dieci addetti, mentre in ambito europeo la quota di occupazione nelle piccole imprese è ampiamente inferiore al 50%. Per contro, nelle imprese con almeno 250 addetti opera a livello europeo circa un terzo degli addetti ai servizi mentre, in Italia, nelle aziende di maggiori dimensioni si colloca meno di un sesto degli addetti.
Nell’Unione europea sono attive oltre 18 milioni di imprese. Di queste, circa tre quarti, quasi 14 milioni, operano nei servizi, impiegano oltre 70 milioni di addetti e generano 11 mila miliardi di euro di fatturato.
La loro dimensione media (5,1 addetti) è pari a circa un terzo di quella delle imprese dell’industria in senso stretto. Le grandi imprese dei servizi (quelle con almeno 250 dipendenti), che rappresentano nel complesso lo 0,2% del totale delle imprese dei servizi, assorbono poco più di un terzo degli addetti e quasi la metà del fatturato.
Sempre nell’Ue, oltre l’80% delle imprese dei servizi si concentra nei settori del commercio (48%), delle attività professionali e imprenditoriali (16%) e degli altri servizi alla persona (18%). Questi settori rappresentano i tre quarti degli addetti e poco più della metà del fatturato del terziario, con una dimensione media inferiore a 5 addetti per impresa.
I settori dell’intermediazione monetaria e finanziaria generano oltre un terzo del fatturato delle attività terziarie, pur rappresentando poco più del 2% delle imprese. Il 7% delle imprese dei servizi è inoltre attiva nei settori dei trasporti e comunicazioni (8,5 addetti in media per impresa), mentre le attività dell’informatica (5,4 addetti per impresa), dove sono attive meno del 2% delle imprese dei servizi, esprimono l’1% circa del fatturato.
In Italia, le imprese sono poco meno di 3,8 milioni, occupano 13,6 milioni di addetti e realizzano un valore aggiunto di 885 mila miliardi di lire. Nei vari comparti dei servizi (escludendo le banche e gli intermediari finanziari) sono attive oltre 2,5 milioni di imprese, che occupano complessivamente più di 7 milioni di addetti: queste imprese hanno generato, nel 1997, un fatturato pari a un milione 674 mila miliardi di lire e un valore aggiunto di 416 mila miliardi.
Le imprese italiane dei servizi sono caratterizzate da dimensioni e grado di concentrazione generalmente inferiori rispetto alla media Ue. Se si escludono alcuni settori dei trasporti e delle comunicazioni, le grandi imprese rappresentano quote ridotte dell’occupazione: nel commercio, in particolare, la quota degli addetti delle grandi imprese è pari in Italia a circa un terzo di quella media comunitaria.
La realtà strutturale del terziario italiano è comunque tutt’altro che omogenea: un esame più dettagliato mette in evidenza significative diversità nella struttura e nei risultati economici delle imprese.
Oltre ai settori, a diretto contatto con il consumatore, in cui prevalgono le piccole e le piccolissime imprese (che rappresentano il 71% dell’occupazione terziaria), esiste un tessuto di attività di tipo infrastrutturale. Questo, sebbene ancora non pienamente sviluppato (14,2% dell’occupazione) e caratterizzato da ridotte dimensioni medie d’impresa (5,6 addetti), mostra alcuni importanti segni distintivi: significativa presenza di imprese di medie e grandi dimensioni; livelli delle retribuzioni e del costo del
lavoro, relativamente elevati, associati a consistenti margini di profitto; migliore qualità dei modelli organizzativi e gestionali, testimoniata da un maggior ricorso alle spese di pubblicità, analisi di mercato, formazione, progettazione e design.


5 Terziarizzazione del mercato del lavoro: un processo europeo

A partire dagli anni ottanta, nei paesi industrializzati, lo sviluppo dei servizi ha rappresentato la più importante componente nella crescita dell’occupazione. Parallelamente è sensibilmente cresciuto (vedi il successivo paragrafo) il livello dell’occupazione femminile e si sono diffuse forme di lavoro non tradizionali, atipiche e flessibili, soprattutto tra le donne e tra i giovani occupati.
Terziarizzazione, femminilizzazione e precarizzazione sembrano oggi essere tre termini la cui associazione tende a modificare sensibilmente il mercato del lavoro.
Nel corso degli anni novanta il mercato del lavoro italiano si è avvicinato, per struttura e dimensione, a quello degli altri paesi europei ove, pur permanendo forti specificità nazionali, si osservano processi di convergenza.
Dal 1995 al 2000 l’occupazione nei paesi dell’Unione europea è aumentata di 10,3 milioni di addetti, con un tasso di variazione annua dell’1,7% e in virtù di questa dinamica, nel 2000, gli occupati nell’Unione europea erano oltre 158 milioni. In Italia la crescita è stata di 987 mila unità, pari al +1,2% su base annua, portando gli occupati nel 2000 a poco meno di 21 milioni.
L’aumento occupazionale non ha interessato tutti i settori nella stessa misura. La crescita si è concentrata nei servizi, cresciuti di 10,3 milioni di unità, assorbendo l’intero saldo occupazionale attivo, mentre l’aumento nell’industria, è stata di poco superiore al milione di individui occupati, all’incirca ha compensato l’identica caduta occupazionale osservata in agricoltura. Nel 2000 gli occupati nei servizi nei paesi dell’Unione europea ammontano a poco meno di 106 milioni di individui, il 2,6% annuo in
più rispetto al 1995. I principali comparti dei servizi hanno contribuito in misura diversa alla dinamica del settore.
In tutti i principali paesi dell’area dell’euro, il comparto terziario che cresce di più è quello relativo ai Servizi alle famiglie (oltre 4 milioni 100 mila unità nell’Ue nel complesso), seguiti dai Servizi alle imprese (+3 milioni 699 mila unità), da quelli distributivi (+1 milione 869 mila individui) e, infine, dalla Pubblica amministrazione (+613 mila addetti). L’Italia costituisce un’eccezione, in quanto l’incremento maggiore si registra nei Servizi alle imprese (+518 mila unità contro +330 mila dei servizi alle famiglie).
Tuttavia, se invece dei valori assoluti si considera il tasso di incremento medio annuo, i Servizi alle imprese si dimostrano ovunque il comparto più dinamico con un +5,5% nella media comunitaria e addirittura un +7,4% in Italia. All’opposto, la Distribuzione e la Pubblica amministrazione evidenziano tassi di crescita più contenuti.
Il confronto dell’incidenza del terziario e dei comparti che lo compongono nei diversi paesi costituisce un indice del grado di terziarizzazione dei principali mercati del lavoro del vecchio continente. Il peso dei servizi sull’occupazione totale, per l’Unione europea nel complesso, è del 66,8%. I principali paesi dell’area dell’Euro presentano una struttura occupazionale abbastanza simile: il peso dei servizi sull’occupazione totale oscilla tra il 63% dell’Italia e il 69,5% della Francia, il paese in cui il processo di terziarizzazione è più avanzato.
Ulteriori elementi sul grado di sviluppo del settore dei servizi possono essere ricavati dall’esame del rapporto tra il numero di occupati nel terziario e la popolazione in età attiva. Nella letteratura economica, infatti, viene sottolineato da tempo come la differenza fra i tassi di occupazione delle economie avanzate dipende in larga parte dallo sviluppo del settore dei servizi e la stessa estensione del mercato del lavoro e dell’occupazione dipendono dall’estensione del terziario. Mentre l’escursione della quota di popolazione in età di lavoro occupata nel settore industriale tra i paesi Ocse è relativamente contenuta (dal 13 al 28% nel 1988) quella relativa ai servizi è di gran lunga maggiore.
La quota di popolazione in età lavorativa occupata nel settore dei servizi, nei paesi Ocse, varia dal 12 al 57% e costituisce il fattore fondamentale della variazione del tasso di occupazione. In particolare l’osservazione di tale indice per l’Unione europea quantifica l’incidenza dei servizi sul totale della popolazione in età lavorativa nel 42,7%, con valori inferiori per Italia e Spagna, paesi in cui la diffusione dei servizi resta inferiore rispetto alla media comunitaria. Con l’eccezione della pubblica amministrazione, nel nostro paese risultano sotto-dimensionati tutti i comparti dei servizi, in particolare i servizi alle famiglie, avvalorando l’ipotesi che per l’Italia l’obiettivo della sostanziale crescita del tasso di occupazione richieda ancora un consistente sviluppo di tali tipologie di servizi.

6 Terziarizzazione e occupazione femminile, diffusione di forme di impiego non tradizionale in Italia e in Europa

In tutti i paesi dell’Unione europea la crescita occupazionale ha coinvolto in misura considerevole la componente femminile. Tra il 1995 e il 2000, nell’Unione europea nel complesso l’occupazione femminile è cresciuta di oltre 6 milioni di unità, mentre quella maschile di 4 milioni 252 mila individui. In Italia l’occupazione femminile è cresciuta di 635 mila unità, ad un tasso di variazione medio annuo del 2,2%, contro lo 0,7% di quella maschile.
A questo processo hanno contribuito una molteplicità di fattori a partire dalle trasformazioni socio-demografiche che stanno modificando il volto della famiglia e il ruolo della donna al suo interno. Gran parte dell’occupazione femminile è tradizionalmente assorbita dal terziario che, nel 2000, occupava quasi 55 milioni di donne nei quindici paesi dell’Ue, ben l’81,3% del totale delle occupate. Giova infatti ricordare che l’occupazione femminile nell’industria è di poco superiore ai 10 milioni di addetti mentre in agricoltura ammonta a 2,3 milioni di unità. In Italia l’incidenza del terziario sull’occupazione femminile è inferiore a quella della media europea di ben 6,2 punti percentuali

Nel complesso dell’Unione europea il terziario è l’unico settore a prevalenza femminile. Le donne costituiscono, infatti, il 51,8% dell’occupazione mentre in agricoltura sono un terzo del totale e nell’industria circa un quarto. L’Italia si distingue dai principali partner europei per la minor incidenza dell’occupazione femminile che non va oltre il 43,9% dovuta a valori inferiori alla media Ue in tutti i comparti.
Anche la diffusione di forme contrattuali alternative al lavoro a tempo pieno a tempo indeterminato, quindi a tempo determinato o a tempo parziale, ha caratterizzato la crescita occupazionale negli anni novanta. Nel 2000 circa 28 milioni di persone nell’Ue erano occupate a tempo parziale (il 17,9% dell’occupazione totale) e quasi 18 milioni a tempo determinato (l’11,2%).

7 Effetti della terziarizzazione sui conti economici nazionali dell’Italia

Il contributo dei servizi alla crescita dell’occupazione e all’incremento del valore aggiunto è riportato nella tabella 6.
L’occupazione complessiva rimane sostanzialmente invariata (+0,6%). Tale risultato è frutto di dinamiche molto diverse delle diverse branche di attività economica e, in particolare, il terziario è l’unica branca ad

offrire un contributo positivo alla crescita dell’occupazione (+6,7%), il che contribuisce a spiegare la crescita del valore aggiunto del settore (+15,9%). Gli altri settori, invece, conseguono notevoli guadagni di produttività e perdite nette di occupazione.
Il rapporto tra unità di lavoro (Ula) e occupati è in leggera flessione per il complesso dell’economia (-0,6%).
In termini algebrici, ciò corrisponde a una minore quantità di lavoro per ciascun occupato con una attività principale o unica nel settore. Ciò può dipendere: a) da una relativamente maggiore diffusione del part time; d) da una maggior peso del lavoro stagionale; b) da una relativa minore diffusione del fenomeno del doppio lavoro; c) da un maggior ricorso alla cassa integrazione guadagni. Tale rapporto si presenta tuttavia in crescita per l’industria (industria in senso stretto e costruzioni), dove il minor ricorso alla cig prevale su un’eventuale aumento della diffusione del part time. Al contrario la quantità di lavoro media per occupato diminuisce nell’agricoltura e nei servizi, dove l’effetto della cig non è apprezzabile e invece sono noti i fenomeni di diffusione del part time e del lavoro stagionale.
Per esaminare con maggiore dettaglio le differenze nei comportamenti all’interno del terziario si possono considerare, prendendo come base il 1992, i valori raggiunti nel 2000 dall’occupazione e dal valore aggiunto a prezzi costanti di alcuni comparti.
Risulta evidente come tre comparti mostrano una forte espansione, sia in termini di occupazione che di valore aggiunto: Informatica e ricerca, Attività ricreative e culturali e Altre attività professionali e imprenditoriali, comparto, quest’ultimo, che raccoglie gran parte dei servizi per le imprese.
All’altro estremo si trovano i comparti che hanno attraversato, o stanno attraversando, una fase di minore dinamismo, con una crescita dell’occupazione e del valore aggiunto inferiori alla media del settore dei servizi. È il caso della Pubblica amministrazione, a ancor più dell’Istruzione, seguiti, dalle Attività immobiliari e di noleggio, dai Trasporti e dagli Altri servizi personali.
I comparti in cui l’incremento dell’occupazione è inferiore alla media dei servizi mentre, nel contempo, l’incremento del valore aggiunto è superiore sono le Poste e telecomunicazioni, l’Intermediazione monetaria e finanziaria e, in misura meno accentuata, il Commercio. Questo andamento allude ai profondi processi di ristrutturazione che hanno interessato tali comparti nel corso degli anni 90.
Infine, i comparti con un maggiore aumento dell’occupazione sono Alberghi e ristoranti e, in misura minore, Sanità. Si tratta di comparti “tradizionali” con un peso in termini di occupazione decisamente superiore a quello in termini di valore aggiunto (circa il 22% contro circa il 13%).
Dopo la battuta d’arresto dei primi anni novanta, la capacità di creare occupazione del terziario nel suo complesso è comunque tornata ad essere assai elevata: nel periodo 1992-2000 oltre l’80% della crescita del valore aggiunto a prezzi costanti (deflazionato) del terziario è spiegata dalla crescita

occupazionale. Tale capacità, tuttavia, muta notevolmente tra le diverse branche del comparto, concentrandosi soprattutto nei settori “tradizionali” (Alberghi e pubblici esercizi, Trasporti) ma rimanendo elevata anche in settori in forte espansione quali le Attività ricreative, culturali e sportive e le Attività professionali e imprenditoriali; viceversa, appare assai ridotta in aggregato la capacità di creare occupazione di un settore quale il Commercio; per altri, in primo luogo le Comunicazioni, il saldo occupazionale è addirittura negativo.
Per quanto riguarda la quantità di lavoro media per occupato la riduzione è abbastanza generalizzata, con una punta nel Commercio al dettaglio (-3,8%); in controtendenza invece il comparto delle Attività immobiliari e del noleggio.

8 Terziarizzazione del mercato del lavoro: aspetti salienti della situazione italiana

Con riguardo al caso italiano può essere utile riassumere almeno le principali trasformazioni maturate nel mercato del lavoro. La crescita occupazionale, come abbiamo visto, non ha riguardato nella stessa misura tutti i settori dell’economia. Tra il 1995 e il 2000 l’occupazione complessiva è aumentata di 1 milione e 91 mila unità, pari al +5,5%. In tale contesto nel terziario si è osservato un incremento di 1 milione 278 mila unità (+10,7%), mentre l’Industria in senso stretto e l’Agricoltura hanno fatto registrare una contrazione del numero di addetti.
Nel 2000 il settore dei Servizi assorbe pertanto 13 milioni e 193 mila addetti, pari al 63% degli occupati, contro il 24,4% dell’Industria in senso stretto, il 7,7% delle Costruzioni e il 5,3% dell’Agricoltura .
La crescita dei comparti dei servizi è molto differenziata e l’incremento più consistente, in parte imputabile a fenomeni di outsourcing, si registra nei Servizi alle imprese (518 mila unità), al cui interno spiccano i Servizi alla produzione (+491 mila addetti). La dimensione dell’incremento occupazionale dei servizi alle imprese oscura in parte la crescita che si è avuta negli altri comparti del terziario.
Nell’ambito dei servizi distributivi i comparti più dinamici sono risultati quelli che incidono meno sull’occupazione complessiva, in particolare il Commercio all’ingrosso e intermediari e i Trasporti, mentre il Commercio al dettaglio, che da solo assorbe 2,7 milioni di addetti, ha avuto una crescita limitata.

I Servizi alla persona si sono rivelati tra i più dinamici in particolare in virtù della crescita dei Servizi ricreativi e culturali e degli Alberghi e della ristorazione.
L’incremento occupazionale è stato ben diverso tra i sessi, con un +10,9% per le donne (+764 mila unità) e solo un +2,5% per gli uomini (+326 mila).
Le donne occupate nel terziario, tra il 1995 e il 2000, sono aumentate di 832 mila unità, mentre nell’industria in senso stretto l’incremento è stato molto contenuto mentre vi è stata una netta flessione in agricoltura. Il terziario assorbe da solo quasi i tre quarti delle occupate e la quota delle donne sul totale dell’occupazione nel settore cresce di 2,3 punti percentuali attestandosi nel 2000 al 43,8%.
Le donne aumentano la loro quota di occupazione sia nei servizi alle imprese che nei servizi sociali, con saldi, tra il 1995 e il 2000, rispettivamente di +273 mila e +253 mila unità, contro una crescita di 164 mila addette nella distribuzione e 142 mila nei servizi personali. Meno rilevanti i saldi occupazionali per le donne nella sanità (+99 mila unità) e nella pubblica amministrazione ( +79 mila unità).
Un elemento che ha contribuito alla crescita della componente femminile dell’occupazione nei servizi è costituito dalla diffusione di rapporti di lavoro non tradizionali.
In particolare per le donne si osserva un incremento molto marcato dei contratti a tempo parziale, la cui incidenza sull’occupazione complessiva nel terziario è salita, negli ultimi cinque anni di 4,5 punti percentuali, portandosi nel 2000 al 17,1%. Tale incremento ha interessato tutti i comparti del terziario, sia quelli più dinamici, come i servizi alle imprese, che quelli che sono cresciuti di meno, come i servizi sociali. Per gli uomini, invece, la crescita è stata molto più contenuta (1,5 punti percentuali ma del resto molto più piccola è la quota di maschi occupati a tempo parziale nel terziario.
La crescita dell’incidenza dell’occupazione a tempo determinato nel terziario non è correlata da scansioni significative per i sessi poiché è stata lievemente superiore per le donne (+2,8%) rispetto agli uomini (+2,1%). L’incidenza dell’occupazione a termine, nel 2000, è per le donne nell’ordine del 9,5%, molto al di sotto di quella dell’occupazione a tempo parziale, mentre per gli uomini è del 5,4%, simile a quella del part time.

Link Correlati
     Torna all'indice


Link Correlati
     Torna all'indice

1 Occupazione

I dati che abbiamo esaminato nel capitolo precedente danno un quadro complessivo dell’andamento dell’occupazione.
Ciò fotografa solo una parte della realtà. Dentro molti settori sono infatti intervenute modifiche strutturali che hanno comportato un’evoluzione molto differenziata, in alcuni casi opposta, per l’occupazione dipendente e quella indipendente (o “autonoma”). Possiamo verificare tali dinamiche, spesso divergenti, nella Figura 2.

Nel Commercio al dettaglio tale differenziazione è estremamente marcata: a fronte di una crescita nel periodo considerato (1992-2000) di quasi 30 punti percentuali dell’occupazione dipendente vi è un riduzione di quasi il 18% dell’occupazione indipendente. Un fenomeno analogo, anche se su scale ridotta, si registra anche per gli Altri servizi pubblici (Smaltimento rifiuti, Lavanderie, Parrucchieri e simili, Associazionismo). Nella vendita di Autoveicoli e carburanti la flessione dell’occupazione indipendente è fortissima, a fronte di una sostanziale stabilità di quella dipendente.
All’opposto nelle Attività immobiliari e noleggio ad una crescita sostenuta dell’occupazione indipendente (oltre il 20%) fa riscontro una riduzione secca di quasi 12 punti di quella dipendente, In entrambi i comparti di Alberghi e Pubblici esercizi a incrementi eccezionali dell’occupazione dipendente fanno riscontro incrementi relativamente modesti di quella indipendente.
In Informatica e ricerca (maggior crescita dell’occupazione dipendente), nelle Attività professionali e servizi alle imprese (maggior crescita di quella indipendente) e nel Commercio all’ingrosso e intermediari (maggior crescita dei dipendenti) la differenza è marcata ma non così macroscopica. Solo nelle Attività ricreative, culturali e sportive gli incrementi sono grosso modo allineati.
Il dato prevalente è comunque quello della crescita della quota relativa del lavoro dipendente sull’occupazione complessiva (figura 3). Tale è infatti la tendenza nel Commercio, negli Alberghi e pubblici esercizi e negli Altri servizi pubblici. Tale quota resta invece sostanzialmente stabile in Informatica e ricerca e nelle Attività ricreative, culturali e sportive. In controtendenza invece Attività immobiliari e noleggio, dove la quota relativa dell’occupazione dipendente si riduce nel periodo esaminato in modo significativo.

Un’altra spia delle trasformazioni che investono il mondo del terziario privato è rappresentata dl rapporto tra Unità di lavoro (=anni-uomo standard a tempo pieno) e Occupati. In particolare una diminuzione di tale rapporto può essere il risultato di una maggiore diffusione del part time. D’altra parte, ciò può essere anche il risultato della diminuzione del ricorso al doppio lavoro, che può essere originato da occupati del settore o da occupati in altre branche di attività economica.
In ogni caso, per i dipendenti la quantità di lavoro apparentemente prestata per ciascun dipendente generalmente si riduce tra il 1992 e il 2000. La riduzione è particolarmente rilevante negli Alberghi e Pubblici esercizi. Significativa anche la riduzione nel Commercio al dettaglio. In controtendenza invece Attività immobiliari e noleggio.
A differenza di quanto abbiamo visto per i dipendenti, per gli indipendenti (figura 5) la quantità di lavoro indipendente per occupato tende generalmente ad aumentare. Ciò è probabilmente la spia oltre della non diffusione del part time – i valori assoluti del rapporto sono molto più elevati che per i dipendenti – anche di una probabile crescita del doppio-lavoro indipendente.

2 Produttività del lavoro

La produttività del lavoro (figura 6), dipendente e indipendente, a prezzi costanti – cioè al netto dell’inflazione specifica del settore – ha fatto segnare andamenti estremamente differenziati da comparto a comparto. L’indice di produttività che utilizziamo è ottenuto calcolando il rapporto tra valore aggiunto e unità di lavoro. Si tratta di una misura abbastanza elementare della produttività del lavoro, che accomuna tra l’altro il lavoro dipendente con quello indipendente.

Nel Commercio al dettaglio e all’ingrosso la crescita a prezzi costanti è stata allineata a quella media dell’Economia. Eccezionalmente positivi da questo punto di vista i risultati di Autoveicoli e carburanti e dell’Informatica e ricerca, pari o prossimi al 40% nell’intervallo 1992-2000.
Minimi o negativi invece i guadagni di produttività a prezzi costanti negli Alberghi e Pubblici esercizi, nelle Attività immobiliari e noleggio, nelle Attività professionali e servizi alle imprese, negli Altri servizi pubblici e nei Servizi domestici. Si tratta peraltro (con l’eccezione delle Attività immobiliari) di comparti con un forte sviluppo dell’occupazione, soprattutto dipendente ma anche (con l’eccezione degli Altri servizi pubblici) anche autonoma. Si tratta di settori non investiti da pesanti processi di ristrutturazione e dove invece prevale la crescita della domanda per questo tipo di servizi.
Una situazione grosso modo analoga – basso incremento della produttività ed invece crescita dell’occupazione – caratterizza le Attività ricreative, culturali e sportive dove però la crescita della produttività a prezzi costanti è leggermente superiore ai casi precedenti, anche se ben distante da quella del complesso dell’economia.
Per quanto riguarda la produttività calcolata a prezzi correnti (o “nominale”), cioè in base al valore aggiunto pro capite non deflazionato il dato medio dell’economia risulta in qualche misura “gonfiato” da quanto avvenuto nel comparto delle Attività immobiliari dove si colloca la locazione di fabbricati, che ha conosciuto una crescita molto sostanziosa dei prezzi del proprio output/prodotto (quasi il 68%). Questo dovrebbe dipendere essenzialmente dalla crescita recepita dall’Istat dei canoni di locazione.
Si tenga presente che il valore aggiunto delle Attività immobiliari assume una notevole importanza per l’economia nazionale, rappresentando il 10% del Pil, cioè quanto l’insieme del Commercio al dettaglio e all’ingrosso.
Una crescita record della produttività nominale caratterizza anche la vendita di Autoveicoli e carburanti, in questo caso tuttavia supportata da una forte crescita a prezzi costanti.
Fatte queste premesse, la crescita della produttività del lavoro a prezzi correnti nel Commercio al dettaglio, dall’Informatica e ricerca e dalle Attività professionali e servizi alle imprese per quanto di qualcosa inferiore alla media nazionale risulta comunque in linea con quella di molti altri comparti. Addirittura superiore alla media nazionale la crescita nominale della produttività negli Alberghi, campeggi ecc.
Per quanto riguarda l’apporto “inflazionistico” dei singoli comparti, misurabile con lo scarto tra la crescita della produttività a prezzi correnti e prezzi costanti (vedi sempre la figura 6), almeno metà dei comparti del terziario risultano sotto la media nazionale. In particolare Commercio all’ingrosso e intermediari, Attività ricreative, culturali e sportive e Informatica e ricerca hanno dato un impulso veramente contenuto alla crescita di prezzi. Inferiore alla media nazionale anche la componente inflazionistica originata dagli Altri servizi pubblici, dalla Ristorazione e dal Commercio al dettaglio.
Eccezionale, come abbiamo già sottolineato la dinamica inflazionistica di Attività immobiliari e noleggio.
Elevata anche la dinamica inflazionistica di Alberghi, campeggi ecc. Su valori superiori alla media ma non così anomali troviamo Autoveicoli e carburanti, Servizi domestici e Attività professionali e servizi alle imprese.

3 Retribuzioni di fatto e slittamento salariale

I dati che analizziamo sono le Retribuzioni (annue) medie lorde di fatto per unità di lavoro (anno-uomo standard) desumibili dalla Contabilità nazionale. Quindi una grandezza che risente, oltre delle dinamiche retributive vere e proprie, anche delle modifiche della composizione dell’occupazione dipendente. Si tratta quindi di un indicatore utilizzabile con molta prudenza con riferimento all’azione sindacale, soprattutto in settori che gli indicatori occupazionali ma anche quelli di produttività segnalano in fortissima trasformazione.
I settori del terziario privato si distribuiscono per quanto riguarda gli incrementi retributivi medi nel

periodo 1992-2000 in un ventaglio assai ampio. Si passa infatti dal 24% (valori non deflazionati!) delle Attività immobiliari ad oltre il 44% per Informatica e ricerca. Incrementi retributivi di fatto nettamente superiori alla media nazionale caratterizzano comunque molti comparti del terziario (non che ciò comporti ancora livelli retributivi settoriali particolarmente elevati rispetto alla media nazionale, tende anzi ed essere vero il contrario con l’eccezione di Informatica e ricerca).
Incrementi relativamente elevati, intorno al 40% si registrano anche per il Commercio al dettaglio, le Attività professionali e servizi alle imprese e gli Alberghi, campeggi ecc.
I dati di crescita nominale delle retribuzioni possono essere confrontati con la dinamica dei prezzi del periodo: nella figura 7 proponiamo due indicatori di crescita dei prezzi: quello convenzionale e piuttosto “moderato”, specie per un periodo così lungo, dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati e quello del deflatore dei consumi delle famiglie di Contabilità nazionale, che presenta un trend di crescita nettamente superiore al precedente ed è probabilmente si avvicina maggiormente al concetto di inflazione effettiva.
Si può così osservare (v. sempre la figura 7) che solo nelle Attività immobiliari e noleggio la dinamica retributiva media lorda di fatto risulta nel periodo 1992-2000 inferiore alla crescita dell’indice famiglie operai-impiegati. In ordine crescente, le Attività ricreative, culturali e sportive, gli Altri servizi pubblici, la Ristorazione e la vendita di Autoveicoli e carburanti si collocano tra l’inflazione convenzionale e quella “piena” e anche vicini all’incremento medio nazionale delle retribuzioni di fatto.
Sempre in ordine crescente, incrementi superiori anche alla crescita del deflatore “alto” interessano il Commercio all’ingrosso e intermediari, i Servizi domestici, gli Alberghi, campeggi ecc. il Commercio al dettaglio, le Attività professionali e servizi alle imprese e, come abbiamo già sottolineato, Informatica e ricerca.
Almeno per alcuni dei comparti analizzati possiamo mettere direttamente a confronto (figura 8) le retribuzioni di fatto e le retribuzioni contrattuali. L’esercizio (che comporta qualche approssimazione) permette di individuare la quota relativa della retribuzione di fatto che non origina dalla applicazione delle tariffe previste dal Contratto collettivo nazionale di lavoro per un orario di lavoro standard. Si tratta quindi di uno “slittamento salariale allargato” che assomma molte voci diverse: dagli straordinari, dal secondo livello di contrattazione, alla modifica qualitativa della composizione dell’ occupazione dipendente.

Per tutti e tre i comparti esaminati la quota di slittamento mostra negli anni 1992-2000 una tendenza alla crescita. Notevole soprattutto l’incremento dello slittamento per Alberghi, campeggi, ecc. la cui quota di slittamento supera nel 2000 il livello in partenza più elevato della Ristorazione, arrivando a superare il 18% in media della retribuzione di fatto. Nel Commercio la quota di slittamento, dopo una flessione nel 1996-97 ha ripreso a crescere, sfiorando nel 2000 la quota del 10 % .
I grafici successivi forniscono un quadro della scomposizione degli incrementi retributivi derivanti dall’applicazione dei minimi del Ccnl e quelli aventi altra origine.
Nella figura 9 abbiamo la disponibilità di una serie storica abbastanza lunga per il Commercio. La quota di incremento della retribuzione di fatto dovuta alle componenti extra-Ccnl si è mantenuta fino al ’95 intorno all’1%, a fronte però di una progressiva riduzione degli incrementi derivanti dal Ccnl, grosso modo in linea con il processo di disinflazione dell’economia italiana.
Nella seconda parte degli anni 90 il tasso di crescita extra-Ccnl si è ridotto: come abbiamo visto dalla figura 8 ciò dipende da quanto accaduto nel biennio 1996-97. Tranne il periodo 1993-95, la componente contrattuale di primo livello è riuscita a coprire la retribuzione di fatto dalla dinamica inflazionistica. Lo slittamento allargato si è quindi tradotto in tali periodi in crescita del potere di acquisto (prescindendo dall’aumento della pressione fiscale).
Nel 1993-95 lo slittamento è riuscito a far tenere il passo alle retribuzioni al meno r ispetto all’indice convenzionale di inflazione. Nella figura 9 abbiamo anche riportato i dati sulla produttività del lavoro, scomposta tra la componente “di quantità” – cioè a prezzi costanti – e “di prezzo” (cioè inflazionistica).
L’ipotesi è quella di un diverso atteggiamento della parte datoriale verso la distribuzione degli incrementi di produttività “da inflazione” – più disponibile – rispetto a quelli da incrementi quantitativi della produttività legati a nuovi investimenti. In realtà, come spiegheremo anche più avanti, in settori con una forte componente di lavoro indipendente un esercizio di questo tipo ha senso solo fino ad un certo punto.

Emergerebbe comunque dalla figura 9 una tendenza alla distribuzione degli incrementi di produttività a prezzi costanti già con l’azione sindacale di primo livello.
Nella figura 10 riportiamo una serie storica più breve per gli Alberghi e la Ristorazione. In questi casi spicca un incremento retributivo molto consistente determinato da componenti extra-Ccnl nel periodo 1993-95. Nella seconda parte degli anni 90 la crescita dovuta alla componente extra-Ccnl si ridimensiona fortemente, a fronte di un incremento derivante dal contratto nazionale allineato con l’indice dei prezzi per famiglie di operai ed impiegati.

4 Costo del lavoro dipendente e produttività del lavoro

Nonostante la crescita dell’occupazione dipendente di questi ultimi anni, i comparti del terziario privato restano caratterizzati dalla consistente presenza di lavoratori indipendenti. Nella misura in cui, ed è la grande maggioranza, non si tratta di veri e propri imprenditori ma di soggetti senza o con pochissimi dipendenti ciò rimanda a sistemi produttivi di tipo dualistico, solo parzialmente riconducibili alla logica della distribuzione del prodotto lordo (valore aggiunto) tra redditi da lavoro e profitti lordi. È problematico quindi ragionare in termini di quota distributiva come si può fare in casi – l’Industria in senso stretto, il Credito – dove è si può sostanzialmente assumere, con qualche limitata correzione, che quanto non viene distribuito al lavoro dipendente del valore aggiunto vada ai profitti lordi delle imprese. Nella grande maggioranza dei comparti del terziario, invece, quanto non va al lavoro dipendente va in primo luogo al lavoro indipendente, cioè rappresenta un’altra forma di reddito da lavoro.
Inoltre, la produttività del lavoro media di settore, l’unica calcolabile attualmente con i dati di Contabilità Nazionale, risulta dalla combinazione tra i risultati delle imprese vere e proprie e di quella del lavoro indipendente individuale o familiare. Nel caso di un dualismo tra un segmento “tradizionale” e un segmento “moderno” composto da imprese strutturate la produttività del lavoro sarà con ogni probabilità più elevata in questo secondo caso; sono possibili anche situazioni opposte legate all’esistenza di fasce di lavoro indipendente di alta qualificazione, anche in rapporto a professioni emergenti.
Soprattutto in settori abbastanza aggregati quali quelli disponibili in Contabilità nazionale possono “convivere” nello stesso settore realtà economiche anche molto diverse, con andamenti che possono divergere sensibilmente.
Ciò premesso, il confronto tra la crescita a prezzi correnti del costo del lavoro per dipendente può quindi fornire risultati al più indicativi, in qualche caso addirittura contraddittori (figura 11 ) .

In alcuni casi (Autoveicoli e carburanti, Attività immobiliari e noleggio) infatti la crescita del valore aggiunto supera in modo eclatante la crescita pro capite del costo del lavoro facendo ipotizzare una crescita esponenziale dei profitti lordi che con ogni probabilità non si è verificata effettivamente.
In altri, particolarmente nel Commercio all’ingrosso e intermediari e nelle Attività ricreative, culturali e sportive, sembrerebbe essere in presenza di una pressione addirittura drammatica sui margini delle imprese, il che non appare evidentemente coerente con il forte sviluppo dell’occupazione dipendente.
Nel caso del Commercio al dettaglio gli indicatori appaiono invece convergere, con una leggere prevalenza dell’incremento della produttività su quello del costo del lavoro. Abbastanza “credibile” anche quanto si verifica in Alberghi, campeggi ecc. con uno scarto a favore della crescita della produttività simile a quello che si verifica per il complesso dell’economia.

Link Correlati
     Torna all'indice

Prima di avviare l’analisi della struttura occupazionale nella sua articolazione per comparto, dimensione d’impresa e area geografica, è indispensabile tracciare il quadro settoriale su cui si è scelto di lavorare.
Gli occupati sui cui si procederà nello studio sono infatti il risultato di una aggregazione di comparto che fa riferimento agli incarichi di rappresentanza Filcams, che non sempre corrisponde alla codifica settoriale Istat che viene utilizzata per le elaborazioni di contabilità nazionale.
Come evidente dall’Appendice 2, l’unico settore che trova corrispondenza alla tassonomia Ateco91 è il commercio (Codice G50).
Se si guarda il turismo, sono state sommate le attività alberghiere e di ristorazione (H55) con e le attività delle agenzie di viaggio e degli operatori del turismo (I633), comparto che invece nell’attribuzione Istat viene messo all’interno dell’aggregato Tr a s p o r t i .
Ancora più articolata è la situazione nei servizi. Sotto questo settore la rappresentanza Filcams mette insieme un’ampia porzione del terziario privato individuale. Precisamente l’articolazione Ateco91 corrispondente alla categoria, somma alcuni servizi alle persone e quasi l’intero raggruppamento dei servizi professionali e alle imprese (il dettaglio di comparto è disponibile in Appendice 2).
Nonostante questo sforzo di riprodurre la segmentazione settoriale definita dalla Filcams, vanno evidenziate due discrepanze: una prima riguarda gli occupati delle “attività ricreative” che in questo lavoro vengono studiati all’interno del settore dei servizi alla persona, mentre sindacalmente sono gestiti all’interno del turismo; la seconda è nella mancanza dei servizi domestici pur facendo parte dell’area contrattuale della categoria, vuoto che va attribuito ad un limite della fonte censimento intermedio che non ne consente la selezione.
I dati che sono stati utilizzati in questo capitolo sono quelli del censimento. Sicuramente l’unica fonte che non solo consente di identificare con notevole esattezza i confini settoriali delle aree contrattuali della categoria, ma anche di distinguere le imprese in base alla dimensione, e disegnare una mappa accurata di imprese e dipendenti a livello territoriale.
Inoltre, è sempre grazie al censimento, e alla opportunità di accedere alla rilevazione dei dipendenti per Sistemi Locali del Lavoro (Sll), che si può procedere ad una analisi territoriale e per dimensione rispetto all’unità aziendale e non al soggetto giuridico impresa.
Utilizzando i Sll: è possibile inquadrare con maggior precisione la collocazione geografica dell’occupato rispetto alla sua presenza fisica, evitando quindi le distorsioni di attribuzione amministrativa; ed è possibile cogliere la reale articolazione dimensionale in cui si organizza l’attività produttiva di un settore.
Dopo questa breve introduzione metodologica, si può passare a descrivere la composizione del capitolo. I paragrafi su cui verrà declinata l’indagine sull’occupazione sono due:
• con il primo si affronterà il tema dell’evoluzione occupazionale dal 1981 alla data del censimento intermedio 1996, al suo interno la lettura verrà fatta sia guardando le dinamiche e i mutamenti di composizione geografica per i tre macro settori (commercio, turismo servizi), che analizzando i cambiamenti nell’assetto di comparto all’interno degli stessi aggregati;
• attraverso il secondo paragrafo verrà presa in considerazione solo la componente occupazionale dipendente, il dato verrà esaminato a partire dal settore per poi venir declinato rispetto al fattore dimensionale e geografico.

1 Tendenze evolutive nel terziario privato; composizione geografica e di comparto nei settori del commercio, turismo e servizi

Nel corso di questi ultimi vent’anni il terziario corrispondente all’area contrattuale Filcams si caratterizza per un significativo processo di ridefinizione strutturale. In questo contesto, come emerge dalla lettura delle statistiche di censimento, il dato occupazionale segue percorsi evolutivi distinti per aggregazione settoriale.
Già a partire dal dato tendenziale degli addetti (tabella 10), nel corso di questi due decenni, si scoprono diversi comportamenti: il commercio difende i livelli occupazionali; il turismo garantisce una buona crescita; mentre l’insieme dei comparti riconducibili ai servizi triplicano la base occupazionale del 1981.
Se si legge il risultato rispetto ai due periodi presi a riferimento, c’è una prima fase di crescita diffusa (1981/1991) a cui va ricondotta la performance occupazionale dei servizi e turismo e la tenuta per il commercio, seguita da un secondo momento – che va dal 1991 al 1996 – dove si nota un processo maggiormente caratterizzato da fattori di adattamento e riorganizzazione settoriale.

Il dato medio di ogni settore, ad eccezione del Nord-Est per il commercio, pur riproducendosi con lo stesso segno nelle quattro macro aree di ripartizione del paese, mostra differenze interessanti in termini di intensità di variazione.
A questo proposito il risultato più significativo è quello del Mezzogiorno, l’area è capace di una crescita straordinaria nei servizi, superiore al resto del paese, mentre fa registrare un regressione più accentuata nel commercio (-7,5% contro una perdita media del 2,5%) e una crescita nel turismo pari a un quarto di quella nazionale (3,7% contro una variazione media del 14%).

1 . 1 I mutamenti occupazionali attra v e rso un’analisi di comparto per i settori del commercio e servizi

I risultati tendenziali introdotti con il primo paragrafo possono essere interpretati rispetto al comportamento dei singoli comparti che formano il settore.
Iniziando questo approfondimento dal commercio, come evidente dalla tabella 12, l’attività di intermediazione, e quella del dettaglio non specializzato (al cui interno ci sono i grandi magazzini e gli ipermercati) sono i comparti che hanno garantito le migliori performance di crescita occupazionale. Se per il dettaglio non specializzato la crescita occupazionale è da ricondursi a una strategia di estensione delle superfici di distribuzione, il raddoppio della base occupazionale nell’intermediazione in parte può essere spiegato dalla rilevazione statistica di un processo di esternalizzazione di questa fase del ciclo commerciale.
Sempre positivi, anche se con ritmo relativamente più contenuto, sono: la vendita al dettaglio di prodotti farmaceutici e di bellezza; la vendita al dettaglio di carburante; e l’attività di ingrosso.
Seguono invece una dinamica opposta, con casi di importanti perdite occupazionali: il commercio di autoveicoli e moto (-4,3%); il dettaglio specializzato alimentare (-59%) e non alimentare (-11%); la vendita ambulante (-30%).
La disomogeneità nella dinamica occupazionale, effetto di una riorganizzazione del sistema distributivo nella direzione dei grandi esercizi non specializzati, nonché della razionalizzazione del ciclo commerciale, non ha mancato di modificare nel corso di questi due decenni l’assetto occupazionale rispetto all’attribuzione di comparto.
In altre parole, non si registrano notevoli variazioni nella base occupazionale (il dato degli addetti nel periodo 1981–1996 subisce una variazione negativa per poco più di due punti percentuali) ma, come evidenzia la tabella 12, cambiano significativamente i pesi di comparto.
Precisamente, esercitandosi sulla comparazione 1981–1996, l’attività dove si nota un importante cambiamento di peso rispetto all’intera base occupazionale del settore è il commercio alimentare specializzato che è passato da un’incidenza del 16% del 1981 a poco meno del 7% del 1996. Perdita che si spiega con una trasformazione a favore delle attività non specializzate che diventano il 12,5% (7,2% nel 1981) della base occupazionale di settore.
Altro risultato particolarmente visibile è quello dell’intermediazione, attività che pesava per il 4% nel 1981 e che oggi le statistiche gli attribuiscono quasi il 10% degli addetti di settore.

Ripetendo l’esercizio sin qui svolto sul commercio anche per i servizi, si scopre che per tutte le attività di competenza contrattuale Filcams c’è stata una crescita degli addetti (tabella 13). Pure qui come per il commercio bisogna ricorrere a ragioni di sviluppo – ma anche di riorganizzazione con scelte di outsourcing – per spiegare gli aumenti esponenziali di alcuni comparti.
Ad esempio le attività professionali, i servizi tecnici, nonché servizi di pulizia e disinfestazione, sono tre comparti riconducibili a una tradizionale attività di servizio all’impresa che si spiegano nella loro crescita esponenziale solo combinando un effetto sviluppo con un più forte effetto di composizione organizzativa.
Sempre rimanendo nell’ambito dei servizi alle imprese, non è un azzardo ipotizzare che il peso dei fattori si capovolge a favore dello sviluppo quando si guardano le performance del comparto informatico dove l’occupazione è quadruplicata in un periodo che va dal 1981 al 1996.
Nel corso di quindici anni, nonostante la crescita diffusa, il risultato di composizione occupazionale è mutato radicalmente. Concentrandosi sui servizi qui selezionati, nel 1981 la base occupazionale riconducibile alla rappresentanza Filcams si divideva in modo equilibrato tra servizi privati alle persone (attività ricreative e

altri servizi per la persona) e quelli alle imprese (gli altri otto macro comparti presenti in tabella 13). Nel 1996, il forte balzo in avanti di alcuni comparti ha interamente spostato il baricentro verso i servizi alle imprese, attività che oggi rappresentano più di due terzi dell’occupazione complessiva.

2 I settori attraverso un’analisi dell’articolazione dell’occupazione dipendente per dimensione d’impresa e area geografica

In questo paragrafo il dato occupazionale che fa riferimento all’area contrattuale Filcams verrà analizzato solo prendendo a riferimento i dipendenti. Questi rappresentano il 42% della forza lavoro occupata nel commercio; il 47% degli addetti nel turismo e il 54% nei servizi. Inoltre, la lettura non riguarderà le dinamiche, bensì la composizione settoriale, la composizione geografica per macro area e regione e, infine, l’attribuzione per dimensione d’impresa.

2 . 1 Lavoratori dipendenti nel Commercio

La fonte censimento intermedio Istat attribuisce al commercio più di un milione di dipendenti (figura 12). Precisamente, quasi 600 mila sono assegnati al macro comparto del commercio al dettaglio, 200 mila alla vendita di auto e moto, e circa 500 mila riguardano ingrosso e intermediazione.

Per tutti i comparti l’area di maggior concentrazione occupazionale è il Nord-Ovest (figura 13). Si colloca invece all’estremo opposto, con pesi occupazionali simili, anche quando si declina la lettura per ripartizione settoriale, il Sud e Centro Italia. I differenziali di concentrazione si accentuano nel Commercio all’ingrosso e intermediari, con il 70 % degli occupati al Nord (43% solo il Nord-Ovest), mentre si attenuano nel comparto dell’auto dove gli occupati si distribuiscono in modo uniforme tra le quattro macro sezioni del paese.

Approfondendo la lettura geografica fino ad arrivare alle regioni, si verifica che il primato occupazionale del Nord in gran parte va attribuito alla Lombardia. Come evidente dalla tabella 14, la regione Lombardia rappresenta poco più del 27% dell’occupazione dipendente riconducibile al commercio; una presenza occupazionale intorno al triplo di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte che si collocano dal secondo al quarto posto come numero di dipendenti.
Se si scende verso il Centro Italia, l’80% dell’occupazione si concentra in modo uniforme tra Lazio e Toscana con quote di poco superiori al 7%, completano la presenza di occupati nel settore, Marche e Umbria che accumulano il rimanente 4%.
Anche per il Mezzogiorno, il dato occupazionale oscilla in modo significativo tra le otto regioni. Le quote più importanti sono quelle di Sicilia e Campania, che con risultati analoghi rappresentano quasi il 9% dell’occupazione nel commercio, e si attestano intorno alla metà dell’intera presenza del settore nel Sud.

Rispetto al parametro dimensionale, l’occupazione dipendente nel commercio si concentra per più della metà in unità con meno di 15 dipendenti (figura 14). Sommando le micro e piccole unità operative (fino a 49 dip.) si coinvolgono quasi tre quarti dei lavoratori del commercio. Il dato si accentua se si guarda il comparto della vendita di auto e moto, mentre si attenua con il commercio al dettaglio. Per quest’ultimo, la scelta di una riorganizzazione verso canali di vendita non specializzati di dimensione medio grandi, ha garantito una presenza del 25% dei lavoratori in unità con più di 250 addetti.
Andando avanti nell’analisi della composizione dimensionale, è utile incrociare il dato con la ripartizione geografica (figura 15). Mettendo a confronto le strutture occupazionali per macro territorio si scoprono importanti differenze nell’organizzazione per dimensione d’impresa.
Lo sbilanciamento verso le piccole realtà produttive progredisce spostandosi verso Sud; in quest’area il commercio si concentra per oltre il 70% in micro aziende (con meno di 15 dip.) e assorbe il 90% se si estende la lettura fino alle unità con 49 dipendenti. Come dimostra il grafico 3, la presenza più importante di realtà medio grandi si registra nel Nord-Ovest con una quota di dipendenti di poco inferiore a un quarto dell’intera base occupazionale.
Anche scendendo a livello regionale (tabella 14) si scoprono significative differenze di organizzazione commerciale. Nel Nord la situazione oscilla tra gli estremi opposti della Lombardia, dove il 40% dell’occupazione è nelle medio-grandi imprese e la Liguria, dove tale quota invece non supera il 15%; per il resto delle regioni il mix dimensionale oscilla intorno a combinazioni di 3/4 occupati nelle piccole aziende e il rimanente 1/4 nelle grandi aziende.
Per le regioni del Centro Italia, invece, si nota: una maggior omogeneità nella struttura dimensionale, e una comune estensione sulle piccole aziende (in media 4/5 dell’occupazione). Le differenze più rilevanti riguardano il Lazio, dove la concentrazione di occupati nella classe con meno di 50 addetti raggiunge un picco dell’85%.
Infine, per quanto riguarda il Sud, il risultato medio di una concentrazione dell’area nel segmento delle piccole intono al 90%, prende forma attraverso la unione di realtà come l’Abruzzo che riproduce il modello organizzativo del Centro Italia con Puglia e Campania dove invece ci si attesta sotto il 10% per le realtà medio grandi.

2.2. Lavoratori dipendenti nel Turismo

I lavoratori dipendenti nel turismo, secondo l’aggregazione di comparto qui selezionata, sono poco più di 400 mila. Come ricostruito nella figura 16, ristoranti e alberghi sono i segmenti più importanti (circa 120 mila dipendenti per ognuno); a questi si aggiungono quasi 70 mila dipendenti dei bar, 55 mila delle mense, 24 mila dei campeggi, e poco più di 20 mila delle agenzie di viaggio.
A livello geografico (figura 16), la quota occupazionale attribuita al Nord supera il 60%, ripetendo quindi il dato rilevato per il commercio. L’ordine invece cambia per le altre aree: nel Centro Italia si concentra il 22% dei lavoratori; mentre nel Sud il restante 16%.
Come mostra la tabella 15, il comparto che maggiormente si discosta dalla segmentazione geografica dell’aggregato “turismo” sono le mense, queste infatti raggiunge un picco di concentrazione nel Nord, con una quota vicina ai quattro quinti degli occupati. In effetti, si tratta di un comparto che comprende anche le mense aziendali, e per questa ragione tende ad assecondare la concentrazione territoriale delle medio grandi aziende.

Anche nel Turismo la Lombardia accumula una presenza occupazionale particolarmente elevata rispetto alle altre regioni (tabella 15); il risultato è di quasi 90 mila dipendenti, che corrispondono al 21% degli occupati del settore. Rimanendo nell’area settentrionale, si distinguono anche il Veneto e l’Emilia Romagna con una concentrazione di lavoratori che superano il 10% del totale. Guardando i risultati delle altre aree, si conferma lo stesso ordine di concentrazione regionale presente nel commercio. Di nuovo, Lazio e Toscana trainano il settore nel Centro Italia, dove sono occupati rispettivamente oltre 40 mila e 30 mila dipendenti, mentre Sicilia, Campania e Puglia garantiscono due terzi dei 65 mila dipendenti riconducibili al turismo nel Mezzogiorno.

Come evidente dalla figura 18, nel Turismo l’attività viene prevalentemente organizzata in micro unità operative. Ad eccezione delle mense, la cui composizione dimensionale è capovolta rispetto agli altri comparti, almeno la metà dei lavoratori opera in realtà con meno di 15 dipendenti. Naturalmente, la quota progredisce per Ristoranti e bar, mentre si attenua con gli Alberghi, campeggi e agenzie.
Costituisce comunque un dato da evidenziare, la presenza – anche se contenuta entro quote mai superiori al 25% – di realtà produttive medie e grandi in tutti i comparti riconducibili al turismo, compresi bar e ristoranti.
Sempre guardando al fattore dimensionale, si potrebbe definire effetto Lombardia, il risultato di composizione del Nord-Ovest che garantisce un maggior equilibrio tra le diverse classi d’impresa. Si tratta infatti dell’unica regione dove l’occupazione si ripartisce in modo bilanciato tra piccole e medio grandi unità operative (tabella 15, figura 19).
Per le altre macro aree il tratto comune è quello di un più ampio frazionamento occupazionale (la classe minore – sotto i 15 dip. – raccoglie almeno 3/5 dei lavoratori). Unica differenza di struttura è rilevabile per il Sud dove quasi scompare la classe maggiore (oltre 250 dip.).
Nonostante il dato aggregato segnali una forte uniformità tra le aree, scendendo ad una lettura regionale, si scoprono interessanti differenze nella ripartizione occupazionale. Precisamente, scorrendo la tabella 15, si nota la possibilità di individuare quattro aggregazioni di struttura che non seguono in alcun modo il fattore macro geografico: la prima riguarda 5 regioni – Trentino-Alto Adige, Friuli V. G., Marche, Abruzzo e Basilicata – accomunate da una presenza occupazionale nelle medio grandi imprese che al massimo si attesta intorno al 5%; si passa a quote che oscillano dal 10 al 15% per Liguria, Val d’Aosta , Toscana, Umbria, Puglia, Sardegna, Calabria, Molise; ci si attesta su livelli intorno al 20% fino al 25% con Piemonte, Veneto, Emilia Romagna Sicilia e Campania; e infine, si raggiungono risultati di straordinaria concentrazione nelle medio grandi realtà rispetto alle caratteristiche del settori con Lombardia (50%) e Lazio (34%).

2.3. Lavoratori dipendenti nei Servizi

Come indica la figura 20, l’aggregato settoriale su cui si procederà nell’analisi si compone di 10 macro-comparti.
Complessivamente, si tratta di una base occupazionale che va oltre i 700 mila dipendenti.
Confermando quanto già detto nell’introduzione, si tratta di una selezione che non corrisponde precisamente all’area contrattuale Filcams. In primo luogo, il censimento intermedio non seleziona i servizi domestici, comparto che invece è affidato alla rappresentanza della categoria, e che la fonte di contabilità nazionale misura in più di un milione di occupati dipendenti.
Inoltre esiste una discrepanza rispetto alla tassonomia contrattuale che comprende le attività ricreative nel turismo e non tra i servizi.

Del raggruppamento selezionato, escludendo quindi in questa lettura i servizi domestici, il comparto più ampio è quello delle attività di pulizia con oltre 200 mila dipendenti. I servizi professionali (studi legali, notarili e consulenza aziendale) e l’informatica, con basi occupazionali molto vicine (rispettivamente 144 mila e 139 mila) sono il secondo e terzo comparto.
Continuando rispetto all’ordinamento per dimensione (si rimanda all’appendice 2 per la descrizione più precisa delle attività comprese in ogni comparto) ci sono: parrucchieri e istituti di bellezza con 54 mila dipendenti; servizi tecnici (attività di architettura e ingegneria) 52 mila dipendenti; investigazione e vigilanza 42 mila; l’aggregato altri servizi operativi che sommando le agenzie di lavoro con 2.200 dipendenti, le agenzie immobiliari con 9.200, e i servizi congressuali con 8.100, raggiunge quasi 20 mila occupati; il comparto del marketing, che riguarda l’attività pubblicitaria e le ricerche e sondaggi di mercato, con un totale di 16 mila dipendenti; le attività ricreative e culturali (sale di spettacolo, discoteche, parchi divertimento e sale giochi) che mettono insieme poco più di 15 mila dipendenti; e in ultimo, stabilimenti per il benessere fisico e altri servizi alla persona sempre con 15 mila dipendenti.
Se si segue la collocazione geografica dei comparti (figura 21), si scopre che il contributo occupazionale del mezzogiorno in 9 casi su 10 è il più basso delle quattro circoscrizioni in cui viene diviso il paese. Al contrario la presenza più importante è sempre quella offerta dal il sistema produttivo del Nord-Ovest.
L’unica eccezione è rappresentata dalle imprese di investigazione e vigilanza, comparto a cui il Sud contribuisce con il 37% dei lavoratori (30% Nord-Ovest; 22% Centro; 12% Nord-Est). Per il resto delle attività; sia quando si tratta di servizi alle persone (ricreativi e di bellezza) che per quelli professionali e alle imprese la circoscrizione meridionale partecipa con quote che oscillano da un massimo del 22% (pulizia e disinfestazione), a un minimo del 5% con l’insieme delle attività pubblicitarie.
La ripartizione per macro aree descritta nella figura 21 è il risultato di disomogenei contributi regionali.
Primo tra tutti c’è sempre l’apporto della Lombardia che da sola garantisce un quarto dei dipendenti del nostro aggregato dei servizi. Un risultato che inoltre copre due terzi della presenza del Nord-Ovest.
Un forte sbilanciamento si verifica anche nel Centro con il Lazio, che garantisce il 13% dei dipendenti che corrispondono al 60% del risultato di area.
Per le altre due circoscrizioni il risultato invece dipende da almeno due regioni: per il Nord-Est ci sono Emilia Romagna (10%) e Veneto (8%); per il Sud ci sono Campania (5%), Sicilia (3,5%) e Puglia (3,5%).
La straordinaria diversità organizzativa dei comparti che sono aggregati sotto il macro settore dei servizi, è evidenziata dalla ricostruzione dell’elemento dimensionale (figura 22). Non si colgono uniformità neanche scendendo verso la sotto classificazione tra servizi privati alle imprese e quelli alle persone.
Le tradizionali attività di vigilanza e di pulizia sembrano essere quelle più strutturate in unità produttive medio gradi. Si tratta infatti di due comparti che si connotano per una eccezionale densità occupazionale nelle realtà che hanno almeno 50 addetti (70% per i servizi di pulizia, 75% per la vigilanza).
Si collocano invece su posizioni fortemente sbilanciate sulle piccole, le attività professionali e i due comparti dei servizi alla persona (attività ricreative e di bellezza). Tra questi, l’unico raggruppamento che non si presenta particolarmente frammentato su micro sistemi produttivi (con meno di 15 addetti) è quello delle attività ricreative.

Infine, pubblicità, servizi tecnici e informatica, pur se con diversa gradazione, si spalmano in modo più bilanciato tra piccole e medio grandi azi ende. Tra i tre compar ti, l’informatica è quella che garantisce il miglior risultato di occupazione nelle realtà che superano i 50 addetti. Precisamente, con la classe più alta (oltre 250 dip.) si raggiunge una densità del 25%, a cui si aggiunge un altro 13% di lavoratori appartenenti alla classe immediatamente precedente (50 e 249 dip.).
Nonostante le forti differenze di struttura e di presenza geografica dei comparti, l’aggregato dei servizi si compone per dimensione d’impresa in modo simile tra le quattro circoscrizioni territoriali (figura 23). Qualche discrepanza la si individua: nel maggior peso della classe minore per il Nord-Est; e nella più contenuta presenza occupazionale nelle grandi realtà a vantaggio delle medie unità operative, per il Sud.
Bisogna scendere a livello regionale per rilevare importanti differenze di struttura dimensionale. Il settore (inteso come aggregato dei 10 comparti ), supera il 50% dei dipendenti nelle medio grandi aziende solo nel Lazio e Campania (tabella 16).

Sempre guardando le unità con più di 50 dipendenti, per la Lombardia (dove si concentra il 25% dell’economia dei servizi) ma anche per altre regioni con diversa presenza occupazionale (Piemonte, Emilia Romagna, Puglia e Trentino- Alto Adige), si scende intorno al 40% di dipendenti.
Infine, per il resto dei territori, almeno in quelli dove il censimento rileva una interessante presenza del settore, si registra un ulteriore sbilanciamento che si misura con un dato occupazionale per le medio/grandi intorno al 30%.

Link Correlati
     Torna all'indice

Presentazione

Perché la Filcams in questo primo mese del 2002 decide di pubblicare uno Studio che si rifà a fonti, alcune riferite al 2000, ma altre datate – anche di 5 anni –, a poche settimane dal ritiro delle schede del censimento 2001?

Perché la Filcams non vorrebbe fare come quel tizio il quale aveva perduto “le chiavi” in un vicolo buio, ma continuava a cercarle sotto un lampione della strada principale.

Vorremmo cercare “le chiavi” laddove crediamo che siano! Comprese le “chiavi di lettura” della realtà che rappresentiamo.

Il lavoro chiesto all’Ires è stato quello di iniziare a “costruire un modello” che estrapolasse dalle fonti ufficiali del Censimento, della Contabilità nazionale, dalle ulteriori rilevazioni Istat e di altri istituti di ricerca, i dati riconducibili “ai comparti di area Filcams”.

L’obiettivo è “dotarsi di uno strumento interpretativo” su: evoluzione, dimensione, numero di addetti e di dipendenti, tipologia dei rapporti di lavoro, valore aggiunto, p roduttività, andamenti salariali… di un settore ampio, articolato, diffuso sull’intero territorio nazionale quale quello rappresentato dai “comparti di area Filcams” .

La Filcams è una confederazione nella Confederazione.

Non solo perché si confronta con Confederazioni (si pensi ad esempio a Confcommercio e Confesercenti, oltre alle altre Associazioni della Cooperazione, delle Libere professioni , dell’Artigianato, alla stessa Confindustria) e direttamente con le Istituzioni – sia nazionali che al livello decentrato – sulle politiche di interi settori (il Commercio, il Turismo…); ma anche perché rappresenta lavoratori/lavoratrici e rinnova i ccnl di gran parte del terziario privato; con lavoratori, specie quelli degli appalti di servizi, occupati anche nell’industria e nel settore pubblico.

Il Rapporto inizia con un’analisi del terziario nella sua evoluzione in dimensione e u ropea, si chiude con un’appendice riferita al numero dei dipendenti che nel 1996 erano occupati, provincia per provincia, in ognuno dei tre comparti riconducibili alla Filcams.

Questo studio potrebbe quindi divenire anche uno “Strumento per misurarsi” sia in riferimento allo sviluppo della negoziazione nazionale e decentrata, ma anche sotto il profilo organizzativo.

Gli strumenti interpretativi della realtà economica e occupazionale del paese, compreso il Censimento, non sono strutturati in modo tale da fornire una lettura di insieme dei “comparti di area Filcams” e i dati ufficiali non riescono a riprodurre le nostre aree
contrattuali .

Lo studio che viene presentato in questo rapporto è perciò ancora un “modello in progress”; sia perché non è stato ancora possibile estrapolare dai dati ufficiali il quadro preciso di tutti i comparti, settori e sub-settori riconducibili all’area Filcams – per fare degli esempi: nella definizione “Altri servizi per la persona” vi sono attività quali il facchinaggio o le lavanderie a secco; come alla voce “Attività professionali” manca tutto il comparto medico, si pensi a quante lavoratrici sono occupate presso Studi odontoiatrici –; sia perché questo studio si cimenta per la prima volta in un’analisi economica, salariale, occupazionale complessa, come è la Filcams.

Uno strumento che andrà progressivamente raffinato con il contributo di ricercatori e studiosi, ma anche con quello del dibattito interno alla categoria, colmando così gli spazi vuoti e rifinendo lo Studio nelle fasi successive.

Un modello interpretativo che ci consentirà una lettura in “chiave comparti di area Filcams” già dei primi dati del Censimento 2001, non appena saranno pubblicati.

Obiettivo della Filcams è dare continuità a questo “Rapporto” sviluppandolo e prevedendo approfondimenti sia nei singoli comparti che per pezzi degli stessi, sia per ambiti territoriali più mirati; e sarà consultabile, con anche gli aggiornamenti che periodicamente seguiranno, all’indirizzo www.filcams.cgil.it

IVANO CORRAINI
Segretario generale Filcams
Link Correlati
     Torna all'indice

realizzato da
Lorenzo Birindelli
e Clemente Tartaglione

con la collaborazione di
Gabriele Guglielmi

I n d i c e

Presentazione di Ivano Corraini

Capitolo 1
Terziarizzazione dell’economia e trasformazione dei servizi privati:
principali tendenze evolutive in Italia e in Europa
1 Tendenze della terziarizzazione in Italia
2 Sviluppo dei servizi nelle economie avanzate
3 Un nuovo processo di terziarizzazione dell’economia italiana che prende forma
a partire dai primi anni novanta
4 Struttura delle imprese dei servizi in Italia e in Europa
5 Terziarizzazione del mercato del lavoro: un processo europeo
6 Terziarizzazione e occupazione femminile, diffusione di forme di impiego non tradizionale in Italia e in Europa
7 Effetti della terziarizzazione in Italia
8 Terziarizzazione del mercato del lavoro: aspetti salienti della situazione italiana

Capitolo 2
Occupazione, retribuzioni, produttività e costo del lavoro nei comparti di “Area Filcams” della contabilità nazionale
1 Occupazione
2 Produttività del lavoro
3 Retribuzioni di fatto e slittamento salariale
4 Costo del lavoro dipendente e produttività del lavoro

Capitolo 3
Struttura dimensionale, distribuzione territoriale e articolazione di comparto delle imprese e occupati del terziario privato di “Area Filcams”
1 Tendenze evolutive nel terziario privato; composizione geografica e di comparto
nei settori del commercio, turismo e servizi
1 . 1 I mutamenti occupazionali attraverso un’analisi di comparto per i settori
del commercio e servizi
2 I settori attraverso un’analisi dell’articolazione dell’occupazione dipendente
per dimensione d’impresa e area geografica
2 . 1 Lavoratori dipendenti nel commercio
2 . 2 Lavoratori dipendenti nel turismo
2 . 3 Lavoratori dipendenti nei servizi

APPENDICE 1. Dati provinciali

APPENDICE 2. Settori di “Area Filcams” secondo la codifica Ateco91

Link Correlati
     Comunicato stampa