Category Archives: STUDI E RICERCHE

realizzato da
Lorenzo Birindelli
e Clemente Tartaglione

con la collaborazione di
Gabriele Guglielmi

I n d i c e

Presentazione di Ivano Corraini

Capitolo 1
Terziarizzazione dell’economia e trasformazione dei servizi privati:
principali tendenze evolutive in Italia e in Europa
1 Tendenze della terziarizzazione in Italia
2 Sviluppo dei servizi nelle economie avanzate
3 Un nuovo processo di terziarizzazione dell’economia italiana che prende forma
a partire dai primi anni novanta
4 Struttura delle imprese dei servizi in Italia e in Europa
5 Terziarizzazione del mercato del lavoro: un processo europeo
6 Terziarizzazione e occupazione femminile, diffusione di forme di impiego non tradizionale in Italia e in Europa
7 Effetti della terziarizzazione in Italia
8 Terziarizzazione del mercato del lavoro: aspetti salienti della situazione italiana

Capitolo 2
Occupazione, retribuzioni, produttività e costo del lavoro nei comparti di “Area Filcams” della contabilità nazionale
1 Occupazione
2 Produttività del lavoro
3 Retribuzioni di fatto e slittamento salariale
4 Costo del lavoro dipendente e produttività del lavoro

Capitolo 3
Struttura dimensionale, distribuzione territoriale e articolazione di comparto delle imprese e occupati del terziario privato di “Area Filcams”
1 Tendenze evolutive nel terziario privato; composizione geografica e di comparto
nei settori del commercio, turismo e servizi
1 . 1 I mutamenti occupazionali attraverso un’analisi di comparto per i settori
del commercio e servizi
2 I settori attraverso un’analisi dell’articolazione dell’occupazione dipendente
per dimensione d’impresa e area geografica
2 . 1 Lavoratori dipendenti nel commercio
2 . 2 Lavoratori dipendenti nel turismo
2 . 3 Lavoratori dipendenti nei servizi

APPENDICE 1. Dati provinciali

APPENDICE 2. Settori di “Area Filcams” secondo la codifica Ateco91

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     Comunicato stampa

Presentazione

Perché la Filcams in questo primo mese del 2002 decide di pubblicare uno Studio che si rifà a fonti, alcune riferite al 2000, ma altre datate – anche di 5 anni –, a poche settimane dal ritiro delle schede del censimento 2001?

Perché la Filcams non vorrebbe fare come quel tizio il quale aveva perduto “le chiavi” in un vicolo buio, ma continuava a cercarle sotto un lampione della strada principale.

Vorremmo cercare “le chiavi” laddove crediamo che siano! Comprese le “chiavi di lettura” della realtà che rappresentiamo.

Il lavoro chiesto all’Ires è stato quello di iniziare a “costruire un modello” che estrapolasse dalle fonti ufficiali del Censimento, della Contabilità nazionale, dalle ulteriori rilevazioni Istat e di altri istituti di ricerca, i dati riconducibili “ai comparti di area Filcams”.

L’obiettivo è “dotarsi di uno strumento interpretativo” su: evoluzione, dimensione, numero di addetti e di dipendenti, tipologia dei rapporti di lavoro, valore aggiunto, p roduttività, andamenti salariali… di un settore ampio, articolato, diffuso sull’intero territorio nazionale quale quello rappresentato dai “comparti di area Filcams” .

La Filcams è una confederazione nella Confederazione.

Non solo perché si confronta con Confederazioni (si pensi ad esempio a Confcommercio e Confesercenti, oltre alle altre Associazioni della Cooperazione, delle Libere professioni , dell’Artigianato, alla stessa Confindustria) e direttamente con le Istituzioni – sia nazionali che al livello decentrato – sulle politiche di interi settori (il Commercio, il Turismo…); ma anche perché rappresenta lavoratori/lavoratrici e rinnova i ccnl di gran parte del terziario privato; con lavoratori, specie quelli degli appalti di servizi, occupati anche nell’industria e nel settore pubblico.

Il Rapporto inizia con un’analisi del terziario nella sua evoluzione in dimensione e u ropea, si chiude con un’appendice riferita al numero dei dipendenti che nel 1996 erano occupati, provincia per provincia, in ognuno dei tre comparti riconducibili alla Filcams.

Questo studio potrebbe quindi divenire anche uno “Strumento per misurarsi” sia in riferimento allo sviluppo della negoziazione nazionale e decentrata, ma anche sotto il profilo organizzativo.

Gli strumenti interpretativi della realtà economica e occupazionale del paese, compreso il Censimento, non sono strutturati in modo tale da fornire una lettura di insieme dei “comparti di area Filcams” e i dati ufficiali non riescono a riprodurre le nostre aree
contrattuali .

Lo studio che viene presentato in questo rapporto è perciò ancora un “modello in progress”; sia perché non è stato ancora possibile estrapolare dai dati ufficiali il quadro preciso di tutti i comparti, settori e sub-settori riconducibili all’area Filcams – per fare degli esempi: nella definizione “Altri servizi per la persona” vi sono attività quali il facchinaggio o le lavanderie a secco; come alla voce “Attività professionali” manca tutto il comparto medico, si pensi a quante lavoratrici sono occupate presso Studi odontoiatrici –; sia perché questo studio si cimenta per la prima volta in un’analisi economica, salariale, occupazionale complessa, come è la Filcams.

Uno strumento che andrà progressivamente raffinato con il contributo di ricercatori e studiosi, ma anche con quello del dibattito interno alla categoria, colmando così gli spazi vuoti e rifinendo lo Studio nelle fasi successive.

Un modello interpretativo che ci consentirà una lettura in “chiave comparti di area Filcams” già dei primi dati del Censimento 2001, non appena saranno pubblicati.

Obiettivo della Filcams è dare continuità a questo “Rapporto” sviluppandolo e prevedendo approfondimenti sia nei singoli comparti che per pezzi degli stessi, sia per ambiti territoriali più mirati; e sarà consultabile, con anche gli aggiornamenti che periodicamente seguiranno, all’indirizzo www.filcams.cgil.it

IVANO CORRAINI
Segretario generale Filcams

1 Tendenze della terziarizzazione in Italia

La terziarizzazione delle economie avanzate è una tendenza di lungo periodo, segnalata, in primo luogo, dall’aumento dell’importanza del settore dei servizi sia in termini di occupazione che di valore aggiunto. Le ragioni che determinano tale fenomeno sono molteplici e sottendono diverse dinamiche nei numerosi comparti di cui si compone il settore terziario. Da una parte, nuovi modelli di consumo, stili di vita e cambiamenti demografici tendono a determinare un aumento della domanda di servizi da parte delle famiglie e degli individui. Dall’altra, il progresso tecnico (si pensi alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione), i mutamenti organizzativi e la crescente integrazione internazionale delle imprese determinano lo sviluppo di comparti nuovi e la crescita della domanda di servizi da parte delle imprese.
Questo sviluppo dei servizi assume un particolare rilievo nelle dinamiche generali dell’occupazione. Si tratta infatti di un settore con un’intensità di lavoro per unità di valore aggiunto superiore all’industria.
L’Italia, che all’inizio degli anni settanta era tra le aree meno terziarizzate, oggi ha colmato buona parte della distanza che la separava da paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Francia, dove il settore dei servizi ha raggiunto un’ampiezza prossima o superiore al 70% del valore aggiunto e dell’occupazione totale. Precisamente, in Italia – tra il 1970 e il 2000 – la quota dei servizi sul valore aggiunto totale è aumentata di oltre 17 punti percentuali (dal 51,3 al 68,8%), e quella sull’occupazione di quasi 23 punti (dal 40,9 al 63%).
Tuttavia, nell’ultimo decennio, la fase di intensa ristrutturazione che ha interessato tutti i comparti dei servizi ha notevolmente rallentato il processo di terziarizzazione dell’economia italiana.
All’interno del settore, la crisi ha riguardato tutti i comparti, ad eccezione di alcuni servizi per le famiglie (ricreativi, culturali, sociali e sanitari): vi è stato un intenso processo di riorganizzazione delle imprese pubbliche con anche la terziarizzazione di alcuni servizi (es. pulizie e ristorazione); e, in particolare, la privatizzazione di alcune grandi imprese operanti nei comparti dei trasporti, delle telecomunicazioni e del credito e che hanno riguardato anche imprese municipalizzate di servizi; ed è stata avviata una profonda riorganizzazione di comparti – come ad esempio il commercio al dettaglio – che hanno risposto all’esigenza di ammodernamento di una organizzazione caratterizzata da una larghissima presenza di operatori di piccola dimensione.
Dopo questa battuta d’arresto dei primi anni novanta, la capacità di creare occupazione del terziario nel suo complesso è tornata ad essere assai elevata. Tale capacità, tuttavia, muta notevolmente tra le diverse branche del comparto, concentrandosi soprattutto nei settori tradizionali (alberghi e pubblici esercizi, trasporti).
La crescita rimane sempre elevata nelle attività ricreative, culturali e sportive e nei servizi professionali e imprenditoriali, mentre appare assai ridotta nei settori quali il commercio e le comunicazioni.
Infine, l’analisi del modello di terziarizzazione dell’economia italiana e della sua evoluzione recente evidenzia due aspetti significativi delle tendenze in atto: uno sviluppo maggiormente legato alla domanda delle famiglie; una dinamica più vivace per quelle attività classificate come “servizi avanzati”.
Tra il 1992 e il 2000 la quota di mercato dei servizi consumati dalle famiglie è passata infatti dal 37 al 44%; mentre si è ridotta quella dei servizi collettivi (dal 23 al 19%) e quella dei servizi acquistati dalle imprese (dal 36 al 34%).
Sempre nello stesso periodo, i “servizi avanzati”, sono passati dal 39,3 al 42,2% dei servizi consumati dalle imprese e dal 5,4 al 12% di quelli consumati dalle famiglie.

2 Sviluppo dei servizi nelle economie avanzate

Negli ultimi trent’anni l’importanza dei servizi nell’economia è andata costantemente crescendo in tutti i paesi industrializzati.
Tra i principali paesi, Stati Uniti, Francia e Regno Unito mostrano un grado di terziarizzazione nettamente superiore rispetto a Germania e Giappone, che come è noto sono paesi in cui la manifattura ha costituito fino ad anni recenti il “motore” dello sviluppo.
L’Italia degli anni settanta, come evidenziato nel paragrafo precedente, era invece il paese con la più bassa quota di occupati nei servizi. Un primato che comunque in un decennio viene cancellato, superando anche Germania e Giappone. Questo progresso nella terziarizzazione del paese subisce nel corso dei primi anni novanta un vistoso e prolungato rallentamento da ricondursi ad processo di ristrutturazione che ha interessato tutti i comparti. Bisogno attendere gli anni più vicini a noi per registrare una ripresa dell’occupazione terziaria, fondata, come vedremo di seguito, su basi nuove.

3 Un nuovo processo di terziarizzazione dell’economia italiana che prende forma a partire dai primi anni novanta

Negli anni novanta si è assistito a una notevole ricomposizione delle attività all’interno del settore dei servizi con un profondo processo di trasformazione qualitativa dell’offerta, solo in parte già avviato negli anni ottanta.
In questa prospettiva, tra le tendenze di maggior rilievo si evidenziano: la ristrutturazione del settore commerciale, del credito, dei trasporti; il declino occupazionale della pubblica amministrazione; lo sviluppo dei servizi alle imprese (informatica, attività professionali e imprenditoriali) e dei servizi alle famiglie, nuovi o rinnovati. Questi processi si sono resi evidenti con la crisi occupazionale del periodo 1992-1995, la più profonda degli ultimi decenni.
Negli anni 1992-1994, il settore dei servizi, nel suo insieme, ha per la prima volta subito una contrazione stimata nell’ordine dei 374 mila occupati, il 41% dell’intera perdita occupazionale nel periodo.
Successivamente accanto al perdurare della crisi in alcuni comparti, come i trasporti e le comunicazioni, si è contrapposto il “decollo” dei servizi alle imprese mentre si è accelerato l’ammodernamento del settore commerciale.
Dalla crisi e dalla ristrutturazione dei diversi comparti dei servizi è maturato un insieme di trasformazioni strutturali che merita di essere osservato con attenzione considerando, dapprima, la dinamica dei servizi per destinazione economica finale.
Nel 1992, la quota dei servizi destinati alle famiglie e alle imprese era pressoché identica, rispettivamente il 37% e il 36%, mentre i servizi collettivi rappresentavano il 23% e quelli di esportazione solo il 4%.
Nel corso del periodo 1992-2000, il cambiamento nella composizione dei servizi per destinazione economica ha portato a un progressivo rafforzamento di quelli destinati alle famiglie, che hanno raggiunto nell’ultimo anno il 43% del totale. La corrispondente diminuzione nelle altre componenti si riflette nel calo della quota dei servizi collettivi, scesa dal 23 al 19%, e in misura minore, su quella dei servizi alle imprese, passata dal 36% al 34%. È invece rimasta invariata attorno al 4% la quota dei servizi esportati.
I fenomeni di modernizzazione e innovazione organizzativa del terziario possono essere osservati anche analizzando l’evoluzione qualitativa dei servizi. Distinguendo questo universo in attività di servizio “avanzate”, “emergenti” e “tradizionali” si scopre che c’è stato un aumento nell’aggregato riconducibile alle attività così dette “a v a n z a t e ”. A questo proposito giova ricordare che tra i “servizi avanzati” figurano, tra le altre, le attività delle telecomunicazioni, l’intermediazione monetaria e finanziaria, l’informatica e
attività connesse, la ricerca e sviluppo e numerosi servizi alle imprese. Tra i servizi “emergenti” si collocano invece quelle attività connotate da elevati tassi di crescita, come ad esempio l’assistenza sociale, lo smaltimento dei rifiuti, le attività ricreative, culturali e sportive, le attività ausiliarie dei trasporti.
Incrociando le due tassonomie, si può osservare come i servizi destinati alle imprese hanno subito, tra il 1992 e il 2000, una profonda trasformazione che si è manifestata con un aumento del peso dei servizi “avanzati” dal 39 al 42% cui corrisponde una contrazione del peso specifico dei servizi “tradizionali” dal 49 al 45%, mentre il peso relativo dei servizi “emergenti” alle imprese è variato di poco.
Per quanto riguarda i servizi alle famiglie è ancor più evidente l’aumento di peso dei servizi “avanzati” la cui incidenza, che nel 1992 era nell’ordine del 5%, sale di 7 punti percentuali e arriva al 12%. Per contro, nel periodo in esame si riduce, dall’84% al 77%, la quota dei servizi “tradizionali” mentre, anche in questo caso rimane pressoché invariata la quota dei servizi “emergenti”.
La maggiore importanza delle attività di servizio più “moderne” emerge chiaramente per alcune componenti quali l’informatica e le telecomunicazioni, mentre tra le attività “tradizionali” si registrano le difficoltà del commercio specializzato.

4 Struttura delle imprese dei servizi in Italia e in Europa

L’espansione del terziario è la risultante di un insieme di fattori tra cui oltre alle trasformazioni demografiche e sociali vi è una componente importante rappresentata dalla crescente domanda espressa dalle imprese di servizi esterni offerti da fornitori specializzati. La domanda proveniente dal sistema produttivo ha interagito con la crescita quantitativa e con la differenziazione qualitativa del consumo di servizi da parte delle famiglie determinando una continua espansione dell’offerta di servizi.
Lo stesso settore dei servizi, sotto la spinta dei processi di terziarizzazione ha mutato pelle, cambiando la composizione settoriale dell’occupazione e del valore aggiunto, determinando una configurazione strutturale del sistema delle imprese notevolmente diversa rispetto a quella dell’inizio del decennio.
A livello europeo la modernizzazione dell’apparato produttivo si è associata alla crescita dei servizi ad alta intensità di conoscenza (knowledge based) che comprendono i servizi alle imprese, le comunicazioni e i servizi finanziari. Queste attività rappresentano, con tutta evidenza, una fonte di innovazione che “contamina” anche altri settori economici che beneficiano dei trasferimenti di conoscenza e della maggiore specializzazione delle attività.
Nel panorama europeo dell’offerta di servizi, l’Italia rappresenta poco meno di un quinto delle oltre 12 milioni di imprese dell’Unione europea, ma conta poco più di un decimo degli addetti e vanta una quota simile di fatturato.
La ridotta dimensione media delle imprese terziarie italiane è un fenomeno che riguarda tutte le attività dei servizi e in particolare il commercio e le attività professionali con rare eccezioni di comparti maggiormente concentrati.
In Italia poco meno dei due terzi dell’occupazione nei servizi è assorbita da imprese con meno di dieci addetti, mentre in ambito europeo la quota di occupazione nelle piccole imprese è ampiamente inferiore al 50%. Per contro, nelle imprese con almeno 250 addetti opera a livello europeo circa un terzo degli addetti ai servizi mentre, in Italia, nelle aziende di maggiori dimensioni si colloca meno di un sesto degli addetti.
Nell’Unione europea sono attive oltre 18 milioni di imprese. Di queste, circa tre quarti, quasi 14 milioni, operano nei servizi, impiegano oltre 70 milioni di addetti e generano 11 mila miliardi di euro di fatturato.
La loro dimensione media (5,1 addetti) è pari a circa un terzo di quella delle imprese dell’industria in senso stretto. Le grandi imprese dei servizi (quelle con almeno 250 dipendenti), che rappresentano nel complesso lo 0,2% del totale delle imprese dei servizi, assorbono poco più di un terzo degli addetti e quasi la metà del fatturato.
Sempre nell’Ue, oltre l’80% delle imprese dei servizi si concentra nei settori del commercio (48%), delle attività professionali e imprenditoriali (16%) e degli altri servizi alla persona (18%). Questi settori rappresentano i tre quarti degli addetti e poco più della metà del fatturato del terziario, con una dimensione media inferiore a 5 addetti per impresa.
I settori dell’intermediazione monetaria e finanziaria generano oltre un terzo del fatturato delle attività terziarie, pur rappresentando poco più del 2% delle imprese. Il 7% delle imprese dei servizi è inoltre attiva nei settori dei trasporti e comunicazioni (8,5 addetti in media per impresa), mentre le attività dell’informatica (5,4 addetti per impresa), dove sono attive meno del 2% delle imprese dei servizi, esprimono l’1% circa del fatturato.
In Italia, le imprese sono poco meno di 3,8 milioni, occupano 13,6 milioni di addetti e realizzano un valore aggiunto di 885 mila miliardi di lire. Nei vari comparti dei servizi (escludendo le banche e gli intermediari finanziari) sono attive oltre 2,5 milioni di imprese, che occupano complessivamente più di 7 milioni di addetti: queste imprese hanno generato, nel 1997, un fatturato pari a un milione 674 mila miliardi di lire e un valore aggiunto di 416 mila miliardi.
Le imprese italiane dei servizi sono caratterizzate da dimensioni e grado di concentrazione generalmente inferiori rispetto alla media Ue. Se si escludono alcuni settori dei trasporti e delle comunicazioni, le grandi imprese rappresentano quote ridotte dell’occupazione: nel commercio, in particolare, la quota degli addetti delle grandi imprese è pari in Italia a circa un terzo di quella media comunitaria.
La realtà strutturale del terziario italiano è comunque tutt’altro che omogenea: un esame più dettagliato mette in evidenza significative diversità nella struttura e nei risultati economici delle imprese.
Oltre ai settori, a diretto contatto con il consumatore, in cui prevalgono le piccole e le piccolissime imprese (che rappresentano il 71% dell’occupazione terziaria), esiste un tessuto di attività di tipo infrastrutturale. Questo, sebbene ancora non pienamente sviluppato (14,2% dell’occupazione) e caratterizzato da ridotte dimensioni medie d’impresa (5,6 addetti), mostra alcuni importanti segni distintivi: significativa presenza di imprese di medie e grandi dimensioni; livelli delle retribuzioni e del costo del
lavoro, relativamente elevati, associati a consistenti margini di profitto; migliore qualità dei modelli organizzativi e gestionali, testimoniata da un maggior ricorso alle spese di pubblicità, analisi di mercato, formazione, progettazione e design.


5 Terziarizzazione del mercato del lavoro: un processo europeo

A partire dagli anni ottanta, nei paesi industrializzati, lo sviluppo dei servizi ha rappresentato la più importante componente nella crescita dell’occupazione. Parallelamente è sensibilmente cresciuto (vedi il successivo paragrafo) il livello dell’occupazione femminile e si sono diffuse forme di lavoro non tradizionali, atipiche e flessibili, soprattutto tra le donne e tra i giovani occupati.
Terziarizzazione, femminilizzazione e precarizzazione sembrano oggi essere tre termini la cui associazione tende a modificare sensibilmente il mercato del lavoro.
Nel corso degli anni novanta il mercato del lavoro italiano si è avvicinato, per struttura e dimensione, a quello degli altri paesi europei ove, pur permanendo forti specificità nazionali, si osservano processi di convergenza.
Dal 1995 al 2000 l’occupazione nei paesi dell’Unione europea è aumentata di 10,3 milioni di addetti, con un tasso di variazione annua dell’1,7% e in virtù di questa dinamica, nel 2000, gli occupati nell’Unione europea erano oltre 158 milioni. In Italia la crescita è stata di 987 mila unità, pari al +1,2% su base annua, portando gli occupati nel 2000 a poco meno di 21 milioni.
L’aumento occupazionale non ha interessato tutti i settori nella stessa misura. La crescita si è concentrata nei servizi, cresciuti di 10,3 milioni di unità, assorbendo l’intero saldo occupazionale attivo, mentre l’aumento nell’industria, è stata di poco superiore al milione di individui occupati, all’incirca ha compensato l’identica caduta occupazionale osservata in agricoltura. Nel 2000 gli occupati nei servizi nei paesi dell’Unione europea ammontano a poco meno di 106 milioni di individui, il 2,6% annuo in
più rispetto al 1995. I principali comparti dei servizi hanno contribuito in misura diversa alla dinamica del settore.
In tutti i principali paesi dell’area dell’euro, il comparto terziario che cresce di più è quello relativo ai Servizi alle famiglie (oltre 4 milioni 100 mila unità nell’Ue nel complesso), seguiti dai Servizi alle imprese (+3 milioni 699 mila unità), da quelli distributivi (+1 milione 869 mila individui) e, infine, dalla Pubblica amministrazione (+613 mila addetti). L’Italia costituisce un’eccezione, in quanto l’incremento maggiore si registra nei Servizi alle imprese (+518 mila unità contro +330 mila dei servizi alle famiglie).
Tuttavia, se invece dei valori assoluti si considera il tasso di incremento medio annuo, i Servizi alle imprese si dimostrano ovunque il comparto più dinamico con un +5,5% nella media comunitaria e addirittura un +7,4% in Italia. All’opposto, la Distribuzione e la Pubblica amministrazione evidenziano tassi di crescita più contenuti.
Il confronto dell’incidenza del terziario e dei comparti che lo compongono nei diversi paesi costituisce un indice del grado di terziarizzazione dei principali mercati del lavoro del vecchio continente. Il peso dei servizi sull’occupazione totale, per l’Unione europea nel complesso, è del 66,8%. I principali paesi dell’area dell’Euro presentano una struttura occupazionale abbastanza simile: il peso dei servizi sull’occupazione totale oscilla tra il 63% dell’Italia e il 69,5% della Francia, il paese in cui il processo di terziarizzazione è più avanzato.
Ulteriori elementi sul grado di sviluppo del settore dei servizi possono essere ricavati dall’esame del rapporto tra il numero di occupati nel terziario e la popolazione in età attiva. Nella letteratura economica, infatti, viene sottolineato da tempo come la differenza fra i tassi di occupazione delle economie avanzate dipende in larga parte dallo sviluppo del settore dei servizi e la stessa estensione del mercato del lavoro e dell’occupazione dipendono dall’estensione del terziario. Mentre l’escursione della quota di popolazione in età di lavoro occupata nel settore industriale tra i paesi Ocse è relativamente contenuta (dal 13 al 28% nel 1988) quella relativa ai servizi è di gran lunga maggiore.
La quota di popolazione in età lavorativa occupata nel settore dei servizi, nei paesi Ocse, varia dal 12 al 57% e costituisce il fattore fondamentale della variazione del tasso di occupazione. In particolare l’osservazione di tale indice per l’Unione europea quantifica l’incidenza dei servizi sul totale della popolazione in età lavorativa nel 42,7%, con valori inferiori per Italia e Spagna, paesi in cui la diffusione dei servizi resta inferiore rispetto alla media comunitaria. Con l’eccezione della pubblica amministrazione, nel nostro paese risultano sotto-dimensionati tutti i comparti dei servizi, in particolare i servizi alle famiglie, avvalorando l’ipotesi che per l’Italia l’obiettivo della sostanziale crescita del tasso di occupazione richieda ancora un consistente sviluppo di tali tipologie di servizi.

6 Terziarizzazione e occupazione femminile, diffusione di forme di impiego non tradizionale in Italia e in Europa

In tutti i paesi dell’Unione europea la crescita occupazionale ha coinvolto in misura considerevole la componente femminile. Tra il 1995 e il 2000, nell’Unione europea nel complesso l’occupazione femminile è cresciuta di oltre 6 milioni di unità, mentre quella maschile di 4 milioni 252 mila individui. In Italia l’occupazione femminile è cresciuta di 635 mila unità, ad un tasso di variazione medio annuo del 2,2%, contro lo 0,7% di quella maschile.
A questo processo hanno contribuito una molteplicità di fattori a partire dalle trasformazioni socio-demografiche che stanno modificando il volto della famiglia e il ruolo della donna al suo interno. Gran parte dell’occupazione femminile è tradizionalmente assorbita dal terziario che, nel 2000, occupava quasi 55 milioni di donne nei quindici paesi dell’Ue, ben l’81,3% del totale delle occupate. Giova infatti ricordare che l’occupazione femminile nell’industria è di poco superiore ai 10 milioni di addetti mentre in agricoltura ammonta a 2,3 milioni di unità. In Italia l’incidenza del terziario sull’occupazione femminile è inferiore a quella della media europea di ben 6,2 punti percentuali

Nel complesso dell’Unione europea il terziario è l’unico settore a prevalenza femminile. Le donne costituiscono, infatti, il 51,8% dell’occupazione mentre in agricoltura sono un terzo del totale e nell’industria circa un quarto. L’Italia si distingue dai principali partner europei per la minor incidenza dell’occupazione femminile che non va oltre il 43,9% dovuta a valori inferiori alla media Ue in tutti i comparti.
Anche la diffusione di forme contrattuali alternative al lavoro a tempo pieno a tempo indeterminato, quindi a tempo determinato o a tempo parziale, ha caratterizzato la crescita occupazionale negli anni novanta. Nel 2000 circa 28 milioni di persone nell’Ue erano occupate a tempo parziale (il 17,9% dell’occupazione totale) e quasi 18 milioni a tempo determinato (l’11,2%).

7 Effetti della terziarizzazione sui conti economici nazionali dell’Italia

Il contributo dei servizi alla crescita dell’occupazione e all’incremento del valore aggiunto è riportato nella tabella 6.
L’occupazione complessiva rimane sostanzialmente invariata (+0,6%). Tale risultato è frutto di dinamiche molto diverse delle diverse branche di attività economica e, in particolare, il terziario è l’unica branca ad

offrire un contributo positivo alla crescita dell’occupazione (+6,7%), il che contribuisce a spiegare la crescita del valore aggiunto del settore (+15,9%). Gli altri settori, invece, conseguono notevoli guadagni di produttività e perdite nette di occupazione.
Il rapporto tra unità di lavoro (Ula) e occupati è in leggera flessione per il complesso dell’economia (-0,6%).
In termini algebrici, ciò corrisponde a una minore quantità di lavoro per ciascun occupato con una attività principale o unica nel settore. Ciò può dipendere: a) da una relativamente maggiore diffusione del part time; d) da una maggior peso del lavoro stagionale; b) da una relativa minore diffusione del fenomeno del doppio lavoro; c) da un maggior ricorso alla cassa integrazione guadagni. Tale rapporto si presenta tuttavia in crescita per l’industria (industria in senso stretto e costruzioni), dove il minor ricorso alla cig prevale su un’eventuale aumento della diffusione del part time. Al contrario la quantità di lavoro media per occupato diminuisce nell’agricoltura e nei servizi, dove l’effetto della cig non è apprezzabile e invece sono noti i fenomeni di diffusione del part time e del lavoro stagionale.
Per esaminare con maggiore dettaglio le differenze nei comportamenti all’interno del terziario si possono considerare, prendendo come base il 1992, i valori raggiunti nel 2000 dall’occupazione e dal valore aggiunto a prezzi costanti di alcuni comparti.
Risulta evidente come tre comparti mostrano una forte espansione, sia in termini di occupazione che di valore aggiunto: Informatica e ricerca, Attività ricreative e culturali e Altre attività professionali e imprenditoriali, comparto, quest’ultimo, che raccoglie gran parte dei servizi per le imprese.
All’altro estremo si trovano i comparti che hanno attraversato, o stanno attraversando, una fase di minore dinamismo, con una crescita dell’occupazione e del valore aggiunto inferiori alla media del settore dei servizi. È il caso della Pubblica amministrazione, a ancor più dell’Istruzione, seguiti, dalle Attività immobiliari e di noleggio, dai Trasporti e dagli Altri servizi personali.
I comparti in cui l’incremento dell’occupazione è inferiore alla media dei servizi mentre, nel contempo, l’incremento del valore aggiunto è superiore sono le Poste e telecomunicazioni, l’Intermediazione monetaria e finanziaria e, in misura meno accentuata, il Commercio. Questo andamento allude ai profondi processi di ristrutturazione che hanno interessato tali comparti nel corso degli anni 90.
Infine, i comparti con un maggiore aumento dell’occupazione sono Alberghi e ristoranti e, in misura minore, Sanità. Si tratta di comparti “tradizionali” con un peso in termini di occupazione decisamente superiore a quello in termini di valore aggiunto (circa il 22% contro circa il 13%).
Dopo la battuta d’arresto dei primi anni novanta, la capacità di creare occupazione del terziario nel suo complesso è comunque tornata ad essere assai elevata: nel periodo 1992-2000 oltre l’80% della crescita del valore aggiunto a prezzi costanti (deflazionato) del terziario è spiegata dalla crescita

occupazionale. Tale capacità, tuttavia, muta notevolmente tra le diverse branche del comparto, concentrandosi soprattutto nei settori “tradizionali” (Alberghi e pubblici esercizi, Trasporti) ma rimanendo elevata anche in settori in forte espansione quali le Attività ricreative, culturali e sportive e le Attività professionali e imprenditoriali; viceversa, appare assai ridotta in aggregato la capacità di creare occupazione di un settore quale il Commercio; per altri, in primo luogo le Comunicazioni, il saldo occupazionale è addirittura negativo.
Per quanto riguarda la quantità di lavoro media per occupato la riduzione è abbastanza generalizzata, con una punta nel Commercio al dettaglio (-3,8%); in controtendenza invece il comparto delle Attività immobiliari e del noleggio.

8 Terziarizzazione del mercato del lavoro: aspetti salienti della situazione italiana

Con riguardo al caso italiano può essere utile riassumere almeno le principali trasformazioni maturate nel mercato del lavoro. La crescita occupazionale, come abbiamo visto, non ha riguardato nella stessa misura tutti i settori dell’economia. Tra il 1995 e il 2000 l’occupazione complessiva è aumentata di 1 milione e 91 mila unità, pari al +5,5%. In tale contesto nel terziario si è osservato un incremento di 1 milione 278 mila unità (+10,7%), mentre l’Industria in senso stretto e l’Agricoltura hanno fatto registrare una contrazione del numero di addetti.
Nel 2000 il settore dei Servizi assorbe pertanto 13 milioni e 193 mila addetti, pari al 63% degli occupati, contro il 24,4% dell’Industria in senso stretto, il 7,7% delle Costruzioni e il 5,3% dell’Agricoltura .
La crescita dei comparti dei servizi è molto differenziata e l’incremento più consistente, in parte imputabile a fenomeni di outsourcing, si registra nei Servizi alle imprese (518 mila unità), al cui interno spiccano i Servizi alla produzione (+491 mila addetti). La dimensione dell’incremento occupazionale dei servizi alle imprese oscura in parte la crescita che si è avuta negli altri comparti del terziario.
Nell’ambito dei servizi distributivi i comparti più dinamici sono risultati quelli che incidono meno sull’occupazione complessiva, in particolare il Commercio all’ingrosso e intermediari e i Trasporti, mentre il Commercio al dettaglio, che da solo assorbe 2,7 milioni di addetti, ha avuto una crescita limitata.

I Servizi alla persona si sono rivelati tra i più dinamici in particolare in virtù della crescita dei Servizi ricreativi e culturali e degli Alberghi e della ristorazione.
L’incremento occupazionale è stato ben diverso tra i sessi, con un +10,9% per le donne (+764 mila unità) e solo un +2,5% per gli uomini (+326 mila).
Le donne occupate nel terziario, tra il 1995 e il 2000, sono aumentate di 832 mila unità, mentre nell’industria in senso stretto l’incremento è stato molto contenuto mentre vi è stata una netta flessione in agricoltura. Il terziario assorbe da solo quasi i tre quarti delle occupate e la quota delle donne sul totale dell’occupazione nel settore cresce di 2,3 punti percentuali attestandosi nel 2000 al 43,8%.
Le donne aumentano la loro quota di occupazione sia nei servizi alle imprese che nei servizi sociali, con saldi, tra il 1995 e il 2000, rispettivamente di +273 mila e +253 mila unità, contro una crescita di 164 mila addette nella distribuzione e 142 mila nei servizi personali. Meno rilevanti i saldi occupazionali per le donne nella sanità (+99 mila unità) e nella pubblica amministrazione ( +79 mila unità).
Un elemento che ha contribuito alla crescita della componente femminile dell’occupazione nei servizi è costituito dalla diffusione di rapporti di lavoro non tradizionali.
In particolare per le donne si osserva un incremento molto marcato dei contratti a tempo parziale, la cui incidenza sull’occupazione complessiva nel terziario è salita, negli ultimi cinque anni di 4,5 punti percentuali, portandosi nel 2000 al 17,1%. Tale incremento ha interessato tutti i comparti del terziario, sia quelli più dinamici, come i servizi alle imprese, che quelli che sono cresciuti di meno, come i servizi sociali. Per gli uomini, invece, la crescita è stata molto più contenuta (1,5 punti percentuali ma del resto molto più piccola è la quota di maschi occupati a tempo parziale nel terziario.
La crescita dell’incidenza dell’occupazione a tempo determinato nel terziario non è correlata da scansioni significative per i sessi poiché è stata lievemente superiore per le donne (+2,8%) rispetto agli uomini (+2,1%). L’incidenza dell’occupazione a termine, nel 2000, è per le donne nell’ordine del 9,5%, molto al di sotto di quella dell’occupazione a tempo parziale, mentre per gli uomini è del 5,4%, simile a quella del part time.