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Il C. D. della CGIL, riunito il 21 e 22 Aprile 2009, ribadisce che il Dlgs 81/08 sulla salute e sicurezza dei lavoratori è un punto avanzato della legislazione nazionale nel quadro europeo. E’ per questa ragione che ne ha sostenuto da sempre e reiteratamente la piena e tempestiva attuazione, non condividendo i rinvii e le modifiche già apportate.
Le valutazioni della CGIL in merito alle modifiche che propone il Governo al TU sono pertanto strettamente finalizzate a valutare come esse, nella pratica quotidiana nei luoghi di lavoro, riducano le possibilità di tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, da parte degli stessi e delle loro rappresentanze.
Sulla base di questa chiave di lettura, fondamentale per una organizzazione sindacale, la CGIL non condivide il testo del Governo che si configura come una vera e propria controriforma.
Il “senso” dei corposi correttivi proposti dal Governo si pone in contrasto con ben tre capisaldi del diritto: il codice civile, il codice penale e lo Statuto dei Lavoratori, con la prevedibile apertura di diffusi contenziosi che potrebbero essere però risolti in radice se dovesse passare la riforma del processo del lavoro (AS 1167), quella che prevede che gli Enti Bilaterali possano certificare non solo la qualificazione del rapporto di lavoro, ma anche i contenuti del rapporto, inibendo a quel punto l’intervento del giudice.
Le conseguenze della manomissione di questi capisaldi sono una limitazione grave dei diritti individuali dei lavoratori, mettendone in discussione strumenti fondamentali di tutela; una limitazione dei diritti collettivi e di rappresentanza; si snatura la funzione di rappresentanza assegnandole compiti e funzioni improprie; una sostanziale deresponsabilizzazione del datore di lavoro, si svuota il sistema sanzionatorio.
In sintesi il Governo costruisce una normativa tesa a salvaguardare, a proteggere ed a rinforzare gli interessi e la centralità dell’impresa a scapito del lavoro.
Tra i capisaldi contro-riformatori ci sono l’art. 2 bis e l’art. 15 bis della bozza di decreto correttivo: con il primo “si conferisce presunzione di conformità alle prescrizioni del presente Dlgs”, sia “la corretta attuazione delle norme tecniche e delle buone prassi”, sia “la certificazione della adozione e della efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione….. ad opera delle commissioni di certificazione istituite presso gli enti bilaterali e le università…”. Un ritorno ai concetti-base della bozza di TU proposto e ritirato nel 2005 e l’estensione delle funzioni certificatorie degli enti bilaterali già previsti dal Dlgs 276/2003.
Con il secondo si dà una interpretazione restrittiva sia del codice penale (“non impedire l’evento equivale a cagionarlo”) che di quello civile (art. 2087), trasferendo le responsabilità dal datore e dal dirigente verso gli altri soggetti (preposto, medico competente, progettista, lavoratore, lavoratore autonomo) in modo tale che se anche questi ultimi non dovessero risponderne penalmente, però assolverebbero i primi dalle loro responsabilità. Da notare che tale norma, se confermata, essendo più favorevole agli imputati, sarà esigibile direttamente anche nei processi in corso (Eternit, Tyssen, ecc.).
Per questo insieme di ragioni il Comitato direttivo della CGIL impegna le proprie strutture a mantenere alta la vigilanza e ad operare per rendere esplicite ed efficaci le convergenze, che già sono vive nel Paese, con altri soggetti.

DOCUMENTO DEL COMITATO DIRETTIVO DELLA CGIL SULLA
DIRETTIVA EUROPEA BOLKESTEIN

Nel gennaio del 2004 la Commissione Europea ha presentato una proposta di direttiva sui servizi nel mercato interno che in questi giorni comincia il suo iter al Parlamento Europeo, dopo essere stata esaminata dal Consiglio. Scopo della direttiva è quello di creare un quadro legislativo "per eliminare ogni ostacolo alla libertà di movimento e stabilimento dei servizi", per il rafforzamento del mercato interno intersettoriale. Tale direttiva dovrebbe inoltre essere considerata come uno dei tasselli fondamentali del processo lanciato con il Consiglio di Lisbona che prevede come obiettivo quello di “trasformare la UE, entro il 2010, nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, per far ciò dichiara “l’indispensabilità di realizzare un vero mercato interno dei servizi” ed in tal senso le autorità europee invitavano la Commissione e gli stati membri ad “attuare una strategia volta ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi”.
In realtà la bozza di direttiva non rappresenterebbe l’attuazione di quel principio. Anzi: occorre affermare che non esiste rapporto tra quanto deliberato a Lisbona ed i contenuti della Direttiva; o meglio che si può attuare Lisbona aumentando e generalizzando nella nuova Europa la qualità dei servizi consolidando il modello sociale europeo.
La Direttiva invece snatura il modello sociale mettendo in luce anche in questo campo la contraddizione tra i principi ed i valori che caratterizzano il Trattato costituzionale dell’Unione Europea e gli strumenti attuativi che li snaturano.
Infatti dopo Lisbona quell’ ‘idea sbagliata di competitività e di mercato rischia di segnare negativamente l’allargamento della UE a 25 paesi. Ciò sta snaturando il modello europeo facendo prevalere le logiche economicistiche e di mercato, supplendo alla mancanza di una strategia comune di rilancio dello sviluppo e di investimenti adeguati, con la riduzione della qualità ed in ultima analisi delle stesse prestazioni dei servizi di interesse generale.
Se la competizione generale divenisse il fine, la molla, anche i beni comuni (acqua, salute, educazione, protezione sociale, diritti del lavoro) sfuggirebbero alla loro funzione di carattere fondamentale di uno stato sociale.
Lo scopo dichiarato della Direttiva al suo articolo 1 è quello di “stabilire le disposizioni generali che permettono di agevolare l’esercizio della libertà di stabilimento dei prestatori di servizi nonché la libera circolazione dei servizi stessi”.
Tali obiettivi definiscono la libertà di mercato interno dei servizi; proprio in tale quadro la direttiva si pone come obiettivo quello di eliminare gli ostacoli normativi, di disposizioni e di relazioni che si frappongono al raggiungimento del risultato della libera circolazione dei servizi e della libertà di stabilimento tra gli stati.
Il giudizio della CGIL è netto: la bozza di Direttiva, se approvata, rappresenterebbe per i contenuti che esprime e per gli strumenti che adotta, un pericoloso ed inaccettabile attacco al modello sociale europeo ed al sistema dei diritti sociali, civili e del lavoro esistenti nei singoli Stati membri, peraltro già, come nel caso italiano, pesantemente messi in discussione dalla politica del Governo.
Non esiste, per volontà della stessa Commissione, a livello europeo una nozione comune di servizi pubblici, né di servizi di interesse generale, né di servizi ad interesse economico generale; ciò non agevola la costruzione di un punto di vista comune, né la necessaria ricerca di punti di armonizzazione tra le varie normative nazionali.
Si nega la possibilità di definire un quadro positivo di regole, qualità, standards comuni in un settore come quello dei servizi che rappresenta circa il 70% del PIL dell’UE, mentre la stessa Commissione sta invece intervenendo sui servizi sociali, sugli aiuti allo stato, sugli appalti pubblici di servizi, sulla partnership pubblico privato.
Tale mancanza, unitamente ad una pericolosa ambiguità e vastità nella definizione dell’area di applicazione della Direttiva, fa sì che non vi siano chiare e complete aree di servizi esclusi dal campo di applicazione della Direttiva, né quelle dei servizi pubblici né quelle dei servizi privati. Ciò da un lato rischia di mettere in discussione le regolamentazioni di settore a livello europeo e determina l’estensione del principio della commercializzazione dei servizi comuni di interesse generale assumendo in tale senso il principio del mercato e della concorrenza in aree come quelle dei servizi alla persona (sanità; istruzione, assistenza; sicurezza del lavoro) caratterizzate dai valori dell’universalità, accessibilità, uniformità delle prestazioni che sono a base dei sistemi di Welfare State oltre che principi distintivi della stessa Costituzione del nostro paese.
La Direttiva adotta due strumenti principali per affermare l’obiettivo della libera circolazione dei servizi e della libertà di stabilimento: il principio del paese di origine; la nuova disciplina del distacco dei lavoratori.
In base al principio del paese di origine, fino ad oggi applicato in Europa solo nel campo del commercio elettronico e dei servizi finanziari, un fornitore di servizi che presta la sua attività di fornitura di un dato servizio in un paese membro, non è soggetto alla disciplina del servizio che vige nel paese dove presta servizio, bensì solo a quella del paese dal quale proviene. Tale principio rappresenta una pesante manomissione dei sistemi di protezione sociale, dei diritti dei cittadini ad avere servizi di qualità, uniformità di prestazioni. Il principio del paese di origine rappresenta anzi un incentivo alla delocalizzazione delle imprese alla ricerca di Stati nei quali i livelli di Welfare State ed i sistemi dei diritti sociali siano più arretrati, determinando fenomeni di dumping sociale e di alterazione del principio della concorrenza. La CGIL respinge tale principio che, unitamente alla devolution, significherebbe la manomissione dei principi costituzionali oltre che un pesante intervento demolitorio del sistema di protezione sociale italiano già pesantemente messo in discussione dal Governo. Ma lo stesso principio del paese di origine ha dei confini di applicabilità molto labili che possono determinare un pesante attacco al sistema delle clausole sociali, alle relazioni sociali basate sulla contrattazione collettiva, alle stesse regole del mercato del lavoro, alla qualità ed alle modalità di offerta dei servizi sanitari, alla garanzia di impatto ambientale attraverso la generalizzazione piena del principio del silenzio assenso.
Non si può nascondere, oltretutto, che il principio del paese d’origine sta suscitando in Europa una lettura xenofoba del processo dell’allargamento vissuto come una occasione di dumping economico e sociale.
In base alla nuove regole sul distacco dei lavoratori, i controlli e le relative sanzioni in caso di inadempienza, sulla reale equiparazione contrattuale, normativa e legislativa dei lavoratori stranieri distaccati dal fornitore di servizi in un paese membro diverso da quello di origine, possono essere effettuati solo a cura dei paesi di origine. Con tale disciplina, che modifica pesantemente la precedente normativa europea recepita nel nostro paese, si determina una ulteriore rottura del principio di uguaglianza dei diritti del lavoro e la pesante manomissione del sistema dei controlli portata vanti dal Governo. Lo stesso principio della salute e sicurezza del lavoro, verrebbe ulteriormente manomesso dopo il recente provvedimento governativo.
Sulla base di tali contenuti con la Direttiva Bolkestein non solo il modello sociale europeo verrebbe stravolto e manomesso, ma la stessa UE diverrebbe unica protagonista in negativo nei negoziati GATS in ordine alla totale commerciabilità dei servizi alla persona e dei beni comuni: è prossimo all’uscita un dossier europeo sull’acqua ed i servizi di produzione e distribuzione.
Le iniziative di denuncia e di mobilitazione delle quali sono state protagoniste le federazioni unitarie della Funzione Pubblica (FSESP) in Europa, le federazioni unitarie degli Edili e il tavolo di dialogo sociale in Europa sempre degli stessi Edili, la FERPA, le posizioni della categoria del commercio, le prime posizioni della CES. Il movimento di protesta diffuso nella società civile europea e italiana contro la Direttiva a partire dal Forum Sociale di Londra e le iniziative degli Studenti, le iniziative di contrasto di alcuni Stati ed Enti Locali, le perplessità di alcune associazioni datoriali, hanno determinato un rallentamento dell’iter della Direttiva ed un primo ripensamento, peraltro da verificare, su obiettivi e strumenti della Direttiva stessa.
La mobilitazione deve continuare contro una Direttiva iniqua, socialmente pericolosa che crea dumping sociale ed impoverimento dei fruitori dei servizi.
Non è in discussione il mercato interno dei servizi e delle professioni che può e deve essere sostenuto attraverso interventi settoriali mirati e che possono aiutare a salvaguardare i caratteri sociali, ma è in discussione il come questo fine viene perseguito dalla Direttiva.
Per questo il CD della CGIL ritiene indispensabile:

    • L’estensione delle iniziative unitarie di categoria e confederali che generalizzino la conoscenza sui contenuti della Direttiva e sulle conseguenze nel nostro paese suscitando l’attenzione e la mobilitazione necessaria;
    • L’invito alle categorie ad attivare i necessari confronti unitari a livello nazionale ed europeo per pervenire a posizioni comuni ed ad iniziative di pressione e contrasto;
    • La ferma richiesta alla CES di una forte iniziativa di pressione verso il Parlamento Europeo e la nuova Commissione contro la Direttiva stessa, non escludendo momenti coordinati di iniziativa a questo scopo;
    • L’attivazione di un confronto, sulla scorta di quanto già fatto, con le assemblee elettive, europee e nazionali per formalizzare la posizione sindacale, tenendo presente che ad essere attaccato è proprio il potere degli Stati nazionali e degli enti locali di decidere, in proprio e davanti ai propri elettori, le politiche che riguardano i servizi;
    • La richiesta al Governo italiano di esprimere posizioni di merito sulla Direttiva, mettendo in risalto le pesanti conseguenze che si determinerebbero nel nostro paese.

martedì 14 dicembre 2004

Intervento di Sergio Cofferati al Comitato Direttivo

Roma, 4 settembre 2001

L’obiettivo che dovremo cercare di realizzare è quello di fissare un orientamento comune per affrontare le scadenze che ci impegneranno durante il mese di settembre e, prevedibilmente, per una parte dell’autunno. Come sapete, quelli autunnali sono in parte appuntamenti istituzionali perché si ripetono nel corso del tempo; ce ne dovrebbero poi essere anche altri, annunciati dal governo, anche se le modalità non sono ancora state definite con precisione.
Dovremo discutere con l’esecutivo, e poi con le associazioni di rappresentanza di interesse delle imprese, la trasformazione del Dpef in legge finanziaria entro la fine del mese; nello stesso arco di tempo dovrebbe cominciare la verifica sull’andamento della legge previdenziale prevista dalla legge di riforma. Il governo ha annunciato la sua intenzione di avviare un confronto con le parti sociali sui temi che riguardano direttamente e indirettamente la competitività, con una qualche attenzione maggiore, da quel che si comprende, per gli argomenti connessi al mercato del lavoro. E poi ci sono scadenze fisiologiche – in parte connesse con i contenuti della finanziaria, almeno per tutta l’area pubblica – che sono quelle contrattuali: che sono parte delle politiche di redistribuzione ma hanno dinamiche e tempi fissati dalle singole soluzioni contrattuali, con l’eccezione dei contratti di tutta l’area pubblica che hanno una connessione diretta con la legge finanziaria perché è in essa che si devono stabilire i contenuti quantitativi sul piano retributivo delle intese che poi verranno successivamente negoziate.
Un problema allo stato irrisolvibile – ma non tale da destare particolare preoccupazione – è che se alcuni tempi sono prevedibili, non è chiaro quali saranno le modalità e, per qualche verso, anche i collegamenti tra i singoli capitoli che ho indicato. È evidente che l’inizio della verifica della spesa previdenziale può essere gestito dal governo separatamente dalla legge finanziaria, oppure ci può essere qualche connessione se il governo dovesse decidere di anticipare nella legge finanziaria degli obiettivi di ridimensionamento della spesa stessa, come in qualche occasione, in interviste recenti, esponenti del governo hanno prefigurato. Vedremo quali sono le loro intenzioni.
Credo sia giusto indicare, come proverò a fare, qualche orientamento possibile sui singoli appuntamenti, ma penso che la cosa più importante sia oggi quella di scambiarci opinioni e vedere se conveniamo sulle caratteristiche che hanno assunto il quadro economico e quello politico negli ultimi tempi perché l’uno e l’altro saranno oggettivamente non soltanto riferimento generale delle discussioni di merito, come sempre, ma saranno anche destinati a influenzarle direttamente e qualche volta in maniera più rilevante, immagino, di quanto avviene tradizionalmente.
Sullo stato dell’economia italiana, e non soltanto di quella, credo che si possa realisticamente prendere atto, forse in controtendenza con opinioni che sono state più volte esplicitate dai ministri economici del governo e da istituti esterni (penso principalmente dalla Banca d’Italia), del fatto che siamo in presenza di un rallentamento delle economie mondiali confermato non soltanto dalle tendenze, che avevamo già esaminato nella nostra discussione di luglio, ma anche dai dati successivi, comprese le analisi dello stesso Fondo monetario internazionale: il Giappone è in una fase esplicitamente recessiva; l’incremento dell’economia degli Stati Uniti è molto lento e comunque sensibilmente al di sotto dei valori degli ultimi anni. Il che produce, in un sistema oramai integrato, effetti immediati, quasi automatici, anche sulle economie dell’Unione Europea: non soltanto sull’insieme delle dinamiche economiche dell’Europa ma anche su quelle dei singoli paesi, sia pure con scansioni e dimensioni diverse in virtù dello stato oggettivo di ognuna di esse. Se guardiamo poi alle vicende di casa nostra, non ci deve sfuggire che, in particolare nel secondo trimestre dell’anno in corso, il Prodotto interno lordo si è ridimensionato e, con esso, gli indicatori statistici hanno registrato una dimensione della produzione industriale; pessimo segno poi, se raffrontato anche con una tendenza al ridimensionamento degli investimenti in beni durevoli.
Dunque, in questo scenario si accentua quello che avevamo indicato come limite principale nelle valutazioni del Documento di programmazione economica e finanziaria del governo, che ci aveva portato a dare come Cgil un giudizio negativo su quel testo. Avevamo detto, e purtroppo i fatti ci stanno dando ragione, che gli obiettivi di crescita sui quali è stato costruito il Dpef erano irrealistici. Sarebbe stato utile, per noi come per tanti, che l’economia italiana potesse crescere nella misura lì prevista o anche di più, ma avevamo detto che lo scenario internazionale e la mancanza di politiche adeguate per stimolare la crescita ci avrebbero potuto consegnare un autunno dai tratti diversi rispetto a quelli previsti, e descritti con molta enfasi, nel Dpef.
Dunque si conferma che quelle ipotesi di crescita sono irrealistiche, al netto di tutte le polemiche che ci sono state nel corso di questi ultimi due mesi. Il tentativo strumentale di individuare un extra-deficit da assegnare come responsabilità al governo precedente ha fatto la fine che meritava: si è dissolto dimostrando che quelle valutazioni e l’uso un po’ strumentale dei numeri da parte del governo avevano le gambe corte, come tutte le bugie, ma in ogni caso anche l’elemento di chiarezza che si è definito nell’assetto complessivo dei conti pubblici tenderà a mutare perché il rallentamento della crescita con tutta probabilità impedirà il raggiungimento del 2,4 per cento di Prodotto interno lordo previsto per quest’anno e allontana sensibilmente l’obiettivo dell’anno a venire.
Dunque è facile prevedere fin da adesso un possibile scostamento per il minor gettito che si determinerà nei prossimi mesi magari non rispetto all’andamento economico dell’anno in corso, ma senza dubbio alcuno rispetto a quello dell’anno a venire. E quelli che, come il ministro dell’Economia o il governatore della Banca d’Italia, avevano ipotizzato addirittura un boom economico per la seconda metà dell’anno, verranno a spiegarci che, per ragioni esterne alla loro volontà, le cose non sono andate come previsto e dunque una parte rilevante delle ipotesi affacciate nel Dpef dovranno essere rivisitate. Anche perché non credo esista oggettivamente la scappatoia della possibilità, affacciata nel mese di luglio, di rinegoziare il Patto di stabilità prima della fine dell’anno, utilizzando come traino le difficoltà che incontra l’economia tedesca. Qualora l’Unione Europea si dovesse acconciare a ipotizzare una modifica di alcuni dei vincoli comunitari fin qui utilizzati, è facile prevedere che quelle modifiche saranno comunque marginali e, in ogni caso, non tali da poter risolvere i problemi assai più rilevanti che potrà avere l’economia italiana. E se la crescita non sarà del valore e della dinamica ipotizzata nel Dpef, appare scontato, automatico – e non soltanto per i vincoli comunitari ma per gli obblighi che sono insiti in una legge finanziaria – fare i conti, da parte del governo e, immediatamente dopo, da parte nostra nei rapporti con il governo, con gli effetti di questa minor crescita. E l’idea di ridimensionare le spese correnti (che sono poi, nella gran parte, le spese per le politiche sociali e quelle per il personale), diventerà inevitabile nella seconda metà dell’anno.
Dunque si accentuerà non soltanto il tratto contraddittorio già contenuto nel Dpef, ma anche l’obbligo a spostare, accentuandolo, l’obiettivo del ridimensionamento delle dinamiche di spesa. D’altro canto lo stesso Dpef – era un’altra delle nostre ragioni di critica e non credo che ci troveremo di fronte a nulla di diverso nella descrizione dettagliata che la Finanziaria farà degli orientamenti generali del Dpef – era privo di politiche espansive e aveva fatto, fin dall’inizio, per rispondere ad aspettative create durante la campagna elettorale, la scelta di sostenere esclusivamente l’offerta a discapito della domanda e dei consumi. La nostra polemica sul fatto che le politiche per i cento giorni fossero destinate soltanto alle imprese non era la polemica strumentale di chi, rappresentando gli interessi dei lavoratori e dei pensionati, deve ovviamente misurare i trasferimenti anche partendo dai bisogni delle persone che rappresenta, ma era legata come sempre a un’idea e a una valutazione più complessiva delle dinamiche economiche e delle loro conseguenze.
Dunque non ci sarà nessun effetto di sostegno o nessuna dinamica anticiclica nelle politiche previste nel pacchetto dei cento giorni che sono diventate, come ricorderete, il primo punto del Dpef. Ancor più grave la situazione rischia di essere per il Mezzogiorno che è stato cancellato oggettivamente dagli interventi di breve e di medio periodo da parte del governo. Non ci sono politiche specifiche (nel frattempo si manomette e si rallenta l’attuazione delle normali procedure della programmazione negoziata), e destinare al Mezzogiorno solo gli effetti keynesiani degli interventi infrastrutturali appare più demagogico che concreto anche perché, se per gli interventi infrastrutturali si utilizza in Parlamento lo strumento del decreto, l’effetto è quello di accelerare lì il momento della scelta, ma non c’è nulla come ricaduta concreta di quella decisione relativamente all’attivazione degli investimenti e dei loro effetti sul piano dell’occupazione, perché le procedure amministrative resteranno quelle di prima. È facile tracciare con un pennarello delle righe su una cartina geografica per disegnare strade, ponti o ferrovie; un po’ più complicato è aprire cantieri, anche quando si dovesse avere un atteggiamento disinvolto verso le regole della sicurezza o verso i rapporti con un sistema complesso e condizionante come quello della malavita organizzata, che pare non rappresentare un problema, almeno per il ministro interessato.
Dunque è possibile in questo caso prevedere – lo dico sempre con la speranza di sbagliare – mutamenti alle linee del Documento di programmazione economica e finanziaria ma non nel senso di rafforzarlo, quanto di rendere inevitabili alcuni elementi di stretta che sono in esso sono affacciati in forma ambigua.
In questo scenario dunque avverrà il confronto: non in uno scenario di crescita economica e di dinamiche che possano consentire una gestione più aperta, e dunque efficace, non soltanto delle relazioni ma anche dei contenuti.
La verifica previdenziale si accompagnerà a una legge finanziaria che avrà questo contorno, nazionale e internazionale, di tensioni economiche. Io credo che si debba commentare quello che è apparso, in un’indiscrezione per altro mai smentita nel corso delle ultime settimane, come l’orientamento nuovo da parte del governo in materia di pensioni. Ora, se è pur vero che il Documento di programmazione economica e finanziaria non ha fissato, in ragione anche di una polemica che avevamo fatto per tempo, quantità di riduzione dell’andamento della spesa previdenziale, è altrettanto vero che nel Dpef è descritta con precisione sufficiente un’ipotesi di modifica della Dini che è stata lungamente discussa e poi congegnata all’interno del governo.
Contrariamente a quello che ha sempre affermato la maggioranza, insomma, già il Dpef indica una modifica della legge di riforma, prima di qualsiasi verifica dell’andamento della spesa. La novità sta nel fatto che a questa ipotesi, nata sostanzialmente nelle stanze del ministero del Welfare, se n’è aggiunta un’altra di provenienza diversa (le stanze del ministero del Tesoro, in questo caso): affacciando l’ipotesi, poi smentita ma senza grande convinzione, che si potesse modificare, già con la legge finanziaria, una parte delle regole e delle dinamiche della legge di riforma previdenziale, con l’obiettivo di far cassa, come ha detto opportunamente il ministro del Welfare riferendosi a un’opinione del suo collega di governo, accusandolo di intenti ragionieristici. Ma se per un attimo accantoniamo il merito in senso stretto, da questa decisione partorita dal Tesoro viene la conferma indiretta di quanto dicevo prima: all’interno del governo ci si comincia a preparare all’idea che in un qualche modo bisognerà ridimensionare l’andamento della spesa sociale, anche a costo di rotture, perché è prevedibile, per loro come per noi, che la crescita non sarà quella stimata. Non c’è nessuna ragione per la quale il ministero del Tesoro, per altro non competente in materia, si debba affannare a immaginare interventi in materia previdenziale se non questa.
La verifica, abbiamo ragione di ritenere sulla base dei dati disponibili delle ultime rilevazioni anche da parte dell’Inps, confermerà che l’andamento della spesa previdenziale sostanzialmente è in linea con quanto previsto nella legge del ’95 e con le correzioni del ’97 ed eventualmente sconta qualche piccolo miglioramento per una ragione a tutti nota: l’andamento migliore dell’economia negli ultimi anni ha portato non tanto a effetti consistenti sul piano della crescita dei contributi versati, anche se qualche segnale non irrilevante comincia a esserci, quanto soprattutto ha diminuito drasticamente le uscite di persone dal mondo del lavoro per effetto dei processi di crisi. Dunque l’equilibrio nell’andamento della spesa è più solido di quanto non fosse in precedenza, ma temo non sia questo un argomento che verrà preso in considerazione adeguata da parte del governo che ha già discusso ripetutamente del che fare prima ancora di avere i dati completi e ultimativi della verifica stessa.
Per quanto riguarda il merito, la nostra posizione è nota; credo che sia opportuno qui semplicemente confermarla, partendo dall’esigenza di avere il secondo pilastro disponibile per tutti con l’utilizzo volontario del trattamento di fine rapporto e affrontando il problema di correttivi all’andamento di spesa soltanto qualora venisse confermata l’esistenza di uno o più problemi nell’immediato o nella prospettiva di breve e di medio periodo che, com’è noto, rappresenta il punto oggettivamente più delicato dell’assetto complessivo della riforma del ’95, quell’arco di tempo, cioè, che incrocia il periodo transitorio con il consolidamento della prima fase strutturale del sistema contributivo oltre il 2008. Se la gobba, più volte indicata, di origine demografica verrà confermata, andrà affrontato quel problema, non altro.
Bisogna però non sottovalutare le ragioni per le quali all’interno del governo si sono mosse opinioni tradotte poi in ipotesi di intervento come quelle alle quali ho fatto breve cenno. Ho detto dell’ipotesi del Tesoro. Mi pare figlia non soltanto di un’idea di manomissione dell’impianto e della struttura dell’assetto previdenziale, ma in particolare mirata a realizzare ridimensionamenti di spesa per contenere gli effetti della mancata crescita.
Devo dire che nella dinamica mediatica di questi giorni è stato probabilmente percepito da molti quello che può diventare un equivoco pericoloso anche per noi, l’idea cioè che all’interno del governo si muovano, per ragioni magari banalmente elettorali, tendenze profondamente diverse. E allora all’ipotesi di intervento drastico e punitivo del ministro Tremonti, si sarebbe opposta opportunamente l’idea, molto più gradualista e chissà perché attenta alle esigenze delle persone che rappresentiamo, del ministro Maroni.
Non è così, sono due ipotesi diverse: la prima motivata dalle ragioni che ho provato a indicarvi; la seconda, quella che sta già scritta nel Documento di programmazione economica e finanziaria, l’ipotesi cara al ministro del Welfare, che potrebbe rappresentare anche un punto di mediazione, certo, tra interessi diversi, liberisti da un lato e populisti dall’altro, non è per noi meno pericolosa trattandosi di un’ipotesi subdola ma devastante nei suoi effetti di medio e di lungo periodo. Perché se l’intervento prefigurato dovesse basarsi sull’idea di una diminuzione consistente dei contributi dei nuovi assunti, è evidente che, anche qualora una parte di questi potesse essere utilizzata per la previdenza complementare, ai giovani che entreranno nel mercato del lavoro in una fase successiva verrebbe destinato un modello che li porterebbe, alla fine del percorso, ad avere disponibile una previdenza pubblica molto contenuta, sensibilmente inferiore alle loro aspettative attuali con una perdita in ogni caso non compensabile, nemmeno con l’uso di una parte dei contributi che venissero tolti dall’obbligo per le imprese.
E non vale l’argomento, pure affacciato, che tutto ciò porterebbe a una riunificazione con le condizioni dei parasubordinati. Intendiamoci, si parte da un presupposto fondato, ma la riunificazione avviene al ribasso e si crea una condizione di omogeneità che non risolve i problemi degli uni e apre problemi per gli altri. E non è nemmeno vero che un intervento di questa natura non avrebbe effetti per le persone che oggi sono nel mercato del lavoro: non avrebbe effetti immediati, ma la diminuzione progressiva del monte contributi disponibili farebbe mancare, in un arco di tempo medio-lungo, risorse al sistema, obbligando a rivedere rendimenti e prestazioni in quello stesso arco di tempo.
Vorrei far notare – e sarebbe opportuno che di questo ragionassero quei nostri amici e compagni delle altre confederazioni che hanno mostrato un’ostilità quasi ideologica all’idea del passaggio al sistema contributivo per tutti i lavoratori dipendenti – che una soluzione di doppio regime, come quella che affaccia il ministro del Welfare, sulla platea teoricamente più esposta, quella della mia generazione, avrebbe effetti molto più consistenti e negativi, in un arco di tempo per altro sensibilmente più lungo di quello che pure, nelle ipotesi correttive di cui discutemmo un tempo lontano, avevamo preso in considerazione.
Si affaccia con quell’ipotesi l’idea del doppio regime come regola, un modello che risolve contraddizioni interne al governo, ma può risultare condivisibile anche a una parte del sindacato confederale. Si tratta di uno schema che può essere applicato per il sistema delle protezioni esattamente come per quello dei diritti, e si tratta di ipotesi esplicitamente corporative, comunque pensate anche per cercare di ridurre la possibilità di contrasto e di reazione, perché l’argomento che sempre si accompagnerà alle proteste che verranno affacciate sarà quello di dire: “Ma tanto a chi oggi è al lavoro non succede nulla”. Dunque un argomento mirato a tranquillizzare la gran parte della platea alla quale ci si rivolgerà in ragione del fatto che il danno immediato maggiore riguarda quelli che non ci sono, i quali, come si dice, non hanno né voce e né volto e dunque non possono reagire.
Se ci si pensa un attimo si arriva rapidamente alla conclusione che di questo tipo è anche la proposta intorno all’articolo 18, affacciata un po’ improvvidamente – quando non si conosce la materia sono inevitabili approssimazioni e genericità – dal ministro Marzano. Questi ha ritenuto opportuno commentare una materia che non gli appartiene, non soltanto sul piano della conoscenza e della pratica, ma anche in senso stretto come competenza di governo, forse immaginando di rappresentare altri, e forse immaginando bene, perché l’ipotesi che l’articolo 18 venga mantenuto per gli occupati attuali e cancellato per i futuri non è di questo governo ma di Confindustria. Occorre tener conto, però, che questa ipotesi di intervento – non sui licenziamenti ma sui licenziamenti senza giusta causa – esattamente come le altre ipotesi di intervento sul mercato del lavoro, ha una costante che si aggiunge a quella dell’idea del doppio registro: quella di togliere queste materie dai vincoli dell’Europa. La Carta dei diritti varata a Nizza prevede esplicitamente all’articolo 30 che non ci possa essere licenziamento di una donna o di un uomo senza giustificato motivo.
Dunque la polemica strumentale sull’impossibilità in Italia di licenziare va affrontata a viso aperto, la possibilità di licenziare è prevista dalle leggi e dai contratti, che fissano esplicitamente le ragioni e le condizioni. Stiamo parlando qui di un’altra cosa del tutto diversa, di un diritto di civiltà: l’impossibilità cioè, prevista anche dalla Carta europea, di licenziare persone senza che ci sia una ragione valida per questa decisione da parte delle imprese. È un terreno insidioso anche perché il fronte progressista non è particolarmente coeso in materia, e dunque è da mettere in conto anche il tentativo da parte del governo di agire nelle contraddizioni dello schieramento avverso, pensando così a un sostanziale aggiramento anche delle posizioni sindacali.
L’insidia maggiore che intravedo non riguarda la modifica dell’articolo in quanto tale – con 10 milioni di voti espressi nel referendum contro la sua abrogazione, anche se non sono sufficienti a confermare la legge, chiunque è chiamato a fare i conti con un’opinione messa in campo così esplicitamente – ma è nella confusione che si è già creata intorno ai dispositivi che si possono ragionevolmente utilizzare per modificare lo stato giuridico dell’arte non sull’articolo 18 ma sulle controversie da lavoro. Penso non da adesso, e per altro l’abbiamo praticato, che soluzioni come quelle che abbiamo adottato nel rapporto con l’Aran, con la Cispel e con la Confapi, sulla conciliazione obbligatoria e sull’arbitrato volontario per tutte le cause da lavoro, sia soluzione che può aiutare a snellire procedure e metodologie di confronto dando certezza in tempi ragionevoli, che non sono purtroppo quelli della magistratura del lavoro, anche al diritto delle persone che lavorano. Ma queste soluzioni sono altra cosa dall’idea, che viene affacciata anche a sinistra, dell’arbitrato sostanzialmente obbligatorio e sui soli licenziamenti, in questo caso sui licenziamenti senza giusta causa.
Lo dico perché la legge rimane come punto fondamentale; altro è se si vuole, come abbiamo provato a fare con risultati anche apprezzabili con alcune associazioni imprenditoriali, cercare di dare maggior certezza, snellezza e tempestività al riconoscimento dei diritti delle persone che lavorano con procedure che non mettono in discussione né la volontà dell’interessato, né le funzioni della rappresentanza collettiva, anche perché di fronte a un arbitrato obbligatorio, non si capisce davvero dove possa andare a finire l’efficacia e dunque il potere della contrattazione collettiva.
Dobbiamo prepararci a questo confronto con una nostra ipotesi su ciascuno dei temi singoli che saranno oggetto del confronto, esplicitando le nostre esigenze e aggiungendo, ai temi che il governo dovesse mettere in campo, quelli che sono importanti per noi e che non dovessero eventualmente essere presi in adeguata considerazione da parte del governo.
Sulle questioni che ho indicato, la posizione della Cgil è consolidata, dunque non sarà difficile far valere le nostre ragioni in primo luogo in una discussione unitaria. Io credo che su tutte le materie che dovremo affrontare sia necessario proporre a Cisl e Uil, quando sarà chiaro il carattere del confronto con il governo, una discussione che nei limiti del possibile ci porti al confronto con un orientamento univoco. E nel confronto con Cisl e Uil così come poi in quello con il governo, dovremo chiedere che vengano fissati orientamenti e poi scelte concrete già nella stessa legge finanziaria perché i meccanismi redistributivi non vengano condizionati o alterati. Esiste un problema già affacciato nel testo del Dpef: allo stato non sono previste risorse sufficienti per rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici che scade entro la fine dell’anno.
Questo un problema che andrà risolto con la legge finanziaria, ma a questo si aggiunge anche un sostanziale silenzio relativo alle modalità con le quali si dovrebbero confermare provvedimenti del governo precedente e dunque utilizzare la riduzione della pressione fiscale anche per i redditi da lavoro o da pensione. L’unica cosa chiara è che si prefigurano trasferimenti fiscali verso le imprese, ancora una volta agendo sul versante dell’offerta e invece lasciando in condizioni di progressivo isterilimento le dinamiche di domanda.
Credo sia indispensabile riconfermare da parte nostra il fatto che la riduzione della pressione fiscale deve valere in primo luogo per i redditi da lavoro e da pensione, come previsto in precedenza e come, d’altra parte, è necessario fare, a integrazione di quei provvedimenti, per avere efficacia nella salvaguardia delle fasce più deboli. È prevedibile un attacco anche ai meccanismi redistributivi in virtù del venir meno dei presupposti del Dpef, quelli della crescita.
A questo punto, la competitività da costi sarà il modello che verrà presentato sistematicamente e poi articolato per singoli capitoli. E va da sé che sarà messo in campo il tentativo di ridimensionare le stesse dinamiche salariali, quelle contrattuali e/o quelle previste dalle regole e dalle norme per le pensioni. La vicenda dei meccanici nelle settimane passate contiene in sé tanti indicatori della volontà non soltanto di Confindustria ma anche del governo. È evidente che quando si sceglie di forzare fino al punto della rottura nei rapporti con la più grande organizzazione, si fa sì una scelta politica che può determinare conseguenze nei rapporti futuri, ma si fa anche la scelta di contenere le dinamiche retributive di tante famiglie al di sotto della soglia dell’inflazione, perché credo non vi sarà sfuggito che, partita dalla polemica sull’opportunità o meno di avere nel contratto nazionale il riconoscimento dell’andamento di settore, la soluzione che poi i nostri amici hanno accettato finisce col collocarsi al di sotto del recupero integrale dell’inflazione.
Dunque l’idea che il recupero della competitività debba avvenire prevalentemente attraverso il ridimensionamento di costi, tutele, diritti e redistribuzione salariale, sarà in campo. E noi dobbiamo pensare, proprio per questo, in primo luogo a salvaguardare la fascia “borderline”, sia nei pensionati che nei lavoratori dipendenti, spesso esclusa direttamente e automaticamente dai vantaggi fiscali e indirettamente, ma altrettanto automaticamente, dai vantaggi contrattuali. Credo che occorra riproporre l’idea di una fiscalizzazione dei contributi per i lavoratori dipendenti fino a un reddito da lavoro di 25 milioni e che lo stesso valore debba essere assunto per chiedere, attraverso l’imposta negativa, una risposta per i pensionati che risultino incapienti sul piano delle detrazioni fiscali.
Lo dico perché non possiamo lasciare in alcun modo alla demagogia del governo la propaganda elettorale del milione ai pensionati più poveri che poi non si traduce in nulla, mentre invece appare evidente che questa fascia di reddito è quella che meno vantaggi ha dagli strumenti e dalle dinamiche, sia quelle contrattuali che quelle legislative. Io credo che un intervento di questa natura sui redditi da lavoro dipendente, ad esempio nel Mezzogiorno, sarebbe di gran lunga più efficace perché ridurrebbe davvero il costo del lavoro delle imprese, di tutte le politiche di emersione che vengono affacciate con tanta contorsione e difficoltà da parte del governo.
La discussione che abbiamo avuto, sia sulla Tremonti che sui provvedimenti per l’emersione, ha confermato la scarsa conoscenza della materia da parte dei ministri interessati: con situazioni di oggettivo imbarazzo perché trovarsi un interlocutore che vuole affacciare provvedimenti legislativi e non li sa argomentare è cosa che rende difficile anche l’attività sindacale, fino al punto da alimentare il sospetto che forse quei testi non erano stati scritti in quelle sedi ma altrove (leggi: Confindustria) e non adeguatamente illustrati a chi li doveva gestire. Ma ha anche reso evidente che la Tremonti non genererà effetti automaticamente efficaci sul sistema produttivo italiano: se dai la possibilità a tutti i commercialisti di cambiare la macchina con la quale gira per l’Italia, non è scontato che compri una Fiat, anzi è prevedibile che, avendo dei vantaggi a piè di lista, si rivolga verso fasce di mercato un po’ più appetibili. Questo è l’esempio più banale ma lo si può riprodurre per tutte le attività di consumo legate alla propria attività professionale che la Tremonti stimola. Così come, dall’altra parte, i provvedimenti sul sommerso presentati dal governo hanno il carattere di premiare sostanzialmente quella parte di irregolarità intermedia, quello che viene in gergo chiamato il grigio, e non di stimolare davvero l’emersione di ciò che è rimasto in nero per tanto tempo. Per questo dico che un provvedimento che avesse contemporaneamente un vantaggio per i lavoratori dipendenti e uno per le imprese, perché abbatti il costo del lavoro, potrebbe avere in alcuni territori e per alcuni settori un’efficacia di gran lunga superiore a quella di quelle norme contorte e prevedibilmente scarsamente efficaci.
Nella contrattazione dovremo poi tenere comportamenti coerenti con l’affermazione che abbiamo fatto relativa al Dpef. L’1,7 di inflazione programmata è inadeguato perché è lontano dai valori dell’inflazione reale, e se lo si somma ai valori degli anni a seguire, quelli che interessano di norma un ciclo contrattuale, l’effetto che potrebbe produrre un vincolo rigido è quello di spostare sistematicamente sul recupero dimensioni che sono superiori a quelle iniziali della richiesta contrattuale, con l’effetto paradossale di far diventare il recupero un momento di tensione inflativa. Proprio per tenere bassa l’inflazione e nel contempo per avere il massimo di efficacia possibile nella pratica contrattuale, noi dobbiamo riaffermare che nella contrattazione collettiva il nostro riferimento rigido resta la difesa del potere d’acquisto e, dove è possibile (lo decidono le categorie che hanno gli strumenti per valutare l’esistenza di queste condizioni), l’utilizzo dell’andamento positivo del settore, come valutazione autonoma che tiene in equilibrio e rafforza i due livelli di contrattazione; valutazione autonoma per realizzare questo obiettivo considerando esplicitamente quelli che sono stati fissati dal governo come valori non attendibili.
Io credo però che la vicenda dei meccanici ci consegni anche un’altra esigenza, che la categoria sta affrontando con coraggio, con risultati confortanti ma che non può essere considerata soltanto dei meccanici. La vicenda contrattuale della Fiom ha confermato che esiste un deficit di democrazia nel sistema delle relazioni e dei rapporti. Dunque la loro raccolta di firme per avere un pronunciamento dei lavoratori è la giusta risposta a questa esigenza, ma andrà sostenuta anche successivamente da un’iniziativa confederale che dovremo insieme definire per riproporre l’esigenza di strumenti e di normative di legge che siano in grado di dare certezza alla rappresentanza. Immagino – non ho anticipazioni di sorta, ma sto sempre cercando di interpretare le cose che sono state dette e quelle che erano, per altro, annunciate durante la campagna elettorale – che si cercherà di favorire una sorta di frantumazione della rappresentanza e il rafforzamento mediatico di quelli che non hanno rappresentanza, nei settori pubblici esattamente come quelli privati: non è accettabile che una situazione contrattuale venga sottoposta alla valutazione di una parte assolutamente minoritaria dei destinatari della stessa. È una caricatura anche della democrazia di organizzazione.
Se queste sono, per grandi linee, le nostre priorità e le esigenze che dovremo successivamente definire con ipotesi, si spera unitarie, di confronto con il governo, non ci deve sfuggire il condizionamento che determinerà il quadro politico, quello che si è esplicitato e, per qualche verso, purtroppo anche consolidato nel corso degli ultimi mesi.
Il governo sta cercando di applicare i suoi orientamenti programmatici con gli strumenti che la democrazia parlamentare consegna a tutte le forze politiche, con molta determinazione e, qua e là, anche con elementi di arroganza e di forzatura che non sono sfuggiti a nessuno. Le intenzioni sono quel coacervo di vocazioni liberiste che abbiamo visto, poi mediate dal populismo di alcune delle forze politiche dello schieramento di centro-destra, ma partono dalla messa in discussione di alcuni fondamenti della Costituzione, soprattutto della Costituzione materiale, oltre che, qualche volta, anche delle stesse esplicite regole costituzionali.
Le vicende che riguardano direttamente la scuola hanno questo carattere. Non si tratta semplicemente, come è apparso chiaro nelle intenzioni del governo, di sospendere la riforma dei cicli (e non certo per farne una migliore, visto che di quello non hanno più parlato), ma di mettere in campo scelte e creare condizioni che portano progressivamente a un indebolimento della scuola pubblica con il rafforzamento, anche attraverso trasferimenti espliciti, della scuola privata. Così come, per altri versi, l’attacco sarà alla costituzione materiale, se non a quella formale. Penso al sistema dei diritti e a quello delle tutele, cioè a quelle condizioni che hanno sempre garantito il massimo possibile di coesione sociale in un paese storicamente diviso, come il nostro, tra un Nord più ricco e un Mezzogiorno più povero. Ma tra gli elementi di novità, che non riguardano esclusivamente il merito o le ipotesi già affacciate durante la campagna elettorale da parte dello schieramento che poi è diventato governo del paese, c’è da mettere in conto, anche se l’avevamo previsto, il tentativo di isolarci e di cercare di contrastare le tesi della Cgil, sui singoli punti di merito o sull’insieme delle loro intenzioni, prescindendo dal merito e cercando di accreditare l’idea che in fondo noi ci muoviamo, o ci muoveremo quando sarà necessario, per interessi specificamente politici di ostilità allo schieramento di governo e non di contrasto a questa o a quella soluzione per noi non condivisibile. In questo sono già emersi e torneranno a emergere i tratti autoritari di un governo che per contrastare anche noi, e non soltanto noi, cercherà di limitare, come è già capitato, spazi e agibilità democratiche.
Io credo che sia necessario rispondere con molta determinazione e con compostezza, cominciando da noi. Se vogliamo reggere quello che sarà, con tutta probabilità, un sistematico e pesante attacco politico, dobbiamo fare grandissima attenzione a quello che facciamo, per non prestare il fianco a strumentalizzazioni e per non essere condizionati dall’uso disinvolto di argomenti da parte dei nostri interlocutori, senza rinunciare a nulla della nostra identità e delle nostre idee. Dunque, tutte le volte che il confronto avverrà con il governo o con Confindustria, il merito, quello che noi proporremo come tale, dovrà essere esplicito proprio per difenderci dall’accusa che abbiamo intenzioni confusamente politiche e che non svolgiamo la nostra funzione di rappresentanza.
I commenti di questi giorni alla prima parte del dibattito che si è aperto alla ripresa sono espliciti. E se si contesta questa o quell’ipotesi di intervento e di modifica sull’assetto previdenziale, ci si sente rispondere: “In verità volete riproporre le condizioni del ’94”. Nulla credo sia lontano da oggi come quella stagione: al di là del fatto che il governo del paese è un governo di centro-destra, com’era nel ’94, le condizioni sono profondamente diverse. Pur tuttavia questo tentativo di sfuggire da qualsiasi confronto di merito rappresenta l’elemento di insidia maggiore e di strumentalità più pesante che verrà messo in campo da Confindustria esattamente come dal governo.
Dall’altra parte, insieme a questa attenzione esplicita a ogni singolo argomento, a ogni singolo capitolo di quella che sarà, di volta in volta, la posizione che sosterremo, dovremo dare grande attenzione e fare tutti gli sforzi necessari perché non ci siano elementi di debolezza nella nostra attività e nella gestione delle nostre iniziative, a cominciare dalle manifestazioni che si dovessero rendere necessarie. Per manifestazioni intendo tutto quello che è normale nella prassi sindacale: dalle iniziative che si fanno per discutere del proprio orientamento a quelle che si dovessero rendere necessarie per contrastare intenzioni altrui o per rendere esplicito e visibile all’esterno il proprio orientamento. Dunque nessun timore, nessuna debolezza, nessun condizionamento, ma grandissimo rigore nelle forme e nel modo con il quale poi affrontare, di volta in volta, anche le scadenze più delicate.
Avrete visto come viene riaffacciata l’ipotesi – non nuova per altro: è una sciocchezza antica – che quando il contrasto di una posizione avversa avviene attraverso l’utilizzo di iniziative pubbliche, come in gergo giornalistico oramai si scrive e si dice “utilizzando la piazza”, questo dovrebbe, chissà perché, favorire fenomeni che sono lontani dal rispetto delle regole e delle dinamiche democratiche. L’equazione che l’iniziativa di piazza stimola forme di terrorismo o di eversione è stata riproposta stoltamente e sistematicamente nel corso delle ultime settimane.
Io credo che il sindacato, e la Cgil in primo luogo, debba comportarsi come sempre. Per questo parlavo di grande attenzione alle nostre iniziative, soprattutto quelle che si muoveranno, se necessario, all’esterno. Dovremo pensare anche a come rendere visibile all’opinione pubblica la nostra linea, le nostre esigenze sostenendole senza modalità che possano essere usate con intenti malevoli da parte dei nostri interlocutori.
Ora, non si tratta semplicemente di fare quello che abbiamo sempre fatto in tante circostanze: non è nella prassi sindacale italiana in alcun modo l’uso della violenza. Non si tratta di questo o esclusivamente di questo. Riconfermare ciò è scontato, quasi banale. Io credo che occorra molta attenzione al carattere delle nostre iniziative, alla loro immagine.
Credo che l’argomento sia tornato a essere ancor più delicato e importante dopo quello che è successo nelle settimane passate, prima, durante e dopo il G8 di Genova. Dico subito che credo sia importante per noi ritornare sugli argomenti di merito che riguardano il processo di globalizzazione, l’effetto dell’interdipendenza delle economie e gli elementi di potenziale crescita per alcune economie che questo può determinare, esattamente come bisogna avere attenzione ancor prima per le disuguaglianze o i problemi, intendendo per tali la lesione di diritti o di tutele che processi non governati, come quello della globalizzazione, possono determinare.
Anche qui dobbiamo partire da noi, rilanciando una nostra autonoma iniziativa su questi temi che abbia come riferimento quello che continuo a considerare un punto alto dell’analisi: il documento dei sindacati mondiali che è stato presentato a Genova. Il fallimento del G8, la mancata soluzione anche dei più elementari problemi che erano stati indicati come priorità nella discussione, riporta oggettivamente di grande attualità quel tema. Ci saranno altri appuntamenti tra i paesi del mondo che ritorneranno su quegli argomenti. L’esigenza della riforma delle grandi istituzioni sovranazionali, una riforma profonda, l’esigenza di coinvolgere in primo luogo i deboli nella ricerca delle terapie per rispondere ai loro bisogni e alla loro povertà, non può essere considerato argomento di un giorno che poi scompare e ritorna soltanto quando il tema si riaffaccia in virtù di questa o di quella circostanza di carattere politico internazionale.
Dunque si tratta di far diventare quelle materie non soltanto materie del nostro lavoro quotidiano, ma anche materie sulle quali progressivamente si costruisce un ancor più solido rapporto internazionale, aprendoci a un rapporto positivo ed esplicito con tutto quanto fuori di noi si muove avendo sensibilità, interessi, a volte anche confusi e contraddittori, su questo tema. Io credo che per questa ragione sia importante, ancor di più dopo Genova, consolidare e, laddove non esistono, aprire canali di confronto con questa galassia fatta soprattutto di tanti giovani che hanno mostrato grande interesse e grande sensibilità a queste materie, partendo da un rapporto, laddove è più facile, con le singole associazioni. Senza confondere funzioni e ruoli, è indispensabile fissare procedure, stabilire obiettivi con associazioni con le quali abbiamo storicamente rapporti e cercare di utilizzare questo reticolo di rapporti per favorire un consolidamento intorno alle stesse associazioni di tante ragazze e tanti ragazzi che avvertono quei temi come importanti per la loro vita e per il loro futuro.
Io credo che sia indispensabile far questo; così come è, dall’altra parte, indispensabile continuare a rafforzare la nostra presenza e a offrire un rapporto confederale forte alle organizzazioni sindacali della polizia e a quelle nascenti delle forze dell’ordine. Quando discutemmo delle esigenze e delle opportunità di produrre una rottura all’interno del sindacato unitario di polizia, molte delle nostre strutture mostrarono qualche preoccupazione. Preoccupazioni legittime. Provate a pensare che cosa sarebbe stato, anche per l’indispensabile, e oggi messo in discussione, processo di democratizzazione delle forze dell’ordine, se non ci fosse stata nello schieramento della Polizia di Genova anche la presenza di segmenti, per altro non particolarmente consistenti ma fortunatamente assai responsabili, di poliziotti che hanno svolto il loro lavoro con la responsabilità che normalmente hanno gli aderenti a organizzazioni confederali; se fossimo stati impegnati, nei giorni successivi, a prendere sistematicamente le distanze da una struttura unitaria egemonizzata da forze politiche esterne che ne hanno caratterizzato i comportamenti e le prese di posizione da tanto tempo e sistematicamente in funzione conservatrice, se non esplicitamente reazionaria.
Lo dico perché sono d’accordo con tutti coloro che hanno opportunamente sottolineato gli atti di violenza e in qualche caso i comportamenti inaccettabili da parte di settori non marginali delle forze dell’ordine. Se si compiono atti come quelli, è perché probabilmente una parte dei quelle persone ha avvertito un clima nuovo che gli avrebbe consentito di fare cose che in precedenza non sarebbero state possibili. Ma badate che questa condizione, diversa rispetto al passato e negativa, che fa emergere gli spiriti peggiori, si fronteggia certo difendendo sul piano della politica la libertà di manifestare secondo le regole della democrazia, con la fermezza che serve, ma anche continuando a operare perché in quei corpi progressivamente si consolidi l’idea della democrazia e della rappresentanza.
Io credo che le compagne e i compagni del Silp abbiano svolto un lavoro importante nel corso di queste settimane, anche dopo Genova. Credo che avranno problemi rilevanti e crescenti nel corso del tempo perché dovranno fronteggiare gli effetti di un’opinione pubblica che qualche volta ha generalizzato e, dall’altra parte, dovranno fronteggiare il tentativo di normalizzazione, non certamente verso la democrazia compiuta, all’interno delle caserme. Dunque andranno aiutati, così come abbiamo fatto nella fase di costituzione, ed è importante che si consolidi con loro un rapporto da parte di tutti i territori e di tutte le categorie.
Anche questa è parte di una stagione nuova che si apre e che dobbiamo affrontare con intenti chiari e con molta fermezza, producendo iniziative che siano in grado, partendo proprio dalla nostra identità e dalle nostre scelte, di stimolare il confronto con tutti, ponendo a chi si confronterà con noi un solo discrimine per eventuali iniziative comuni, uno solo ma netto: obiettivi condivisi e il rifiuto di ogni forma di violenza. Poi ciascuno è chiamato a decidere come, con quali modalità, in che forma rispettare questi criteri e cercare di costruire gli elementi di convergenza che possono aiutare ognuno a ottenere risultati sul piano dei compiti della sua rappresentanza e complessivamente ad aiutare il paese a fronteggiare quello che sarà un tentativo che dobbiamo dare per scontato: non semplicemente quello di mettere in campo scelte negative per noi, non semplicemente quello di compiere atti ostili nei nostri confronti, ma quello, ancor più delicato perché subdolo, di ridimensionare progressivamente gli spazi di movimento e di iniziativa intorno a noi.
È evidente che in questo una grande organizzazione sindacale come la Cgil ha una funzione non routinaria, ha un compito che non può essere assolto e risolto nello stesso modo da parte di altri, ma proprio perché il compito è alto e delicato, è importante che la Cgil nel suo insieme, il corpo complessivo dell’organizzazione, ne abbia consapevolezza e sia in grado di fare le scelte più opportune.

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Conclusioni di Sergio Cofferati al Comitato Direttivo

Roma, 5 settembre 2001

Ho tratto qualche elemento di tristezza dalla lettura dei giornali, soprattutto dall’intervista, che qui è stata ricordata, del vicepresidente del Consiglio. Tristezza che non deriva dai toni, dalle volgarità – oramai un po’ di abitudine nel corso del tempo credo d’averla fatta –, ma è legata a una cosa più banale: in quell’intervista c’è la conferma esplicita di moltissime delle cose che stiamo dicendo dal mese di luglio.
Vedremo cosa risponderanno altri. Quello che dice il vicepresidente del Consiglio è istruttivo perché è abbastanza in esplicito la messa in trasparenza delle opinioni che sono in campo. Ma prima delle opinioni, forse conviene guardare a qualche elemento più concreto di quadro.
I problemi di quadro economico sono assai delicati. Se l’economia italiana dovesse crescere più di quanto il governo ha stimato, vi assicuro che il primo a essere contento è chi vi parla: il mestiere che insieme facciamo diventerebbe più semplice, cambierebbe con tutta probabilità la priorità dei temi da affrontare, l’agenda subirebbe qualche mutamento però avremmo dei margini interessanti con i quali contrastare il governo e provare a ottenere risultati positivi per le persone che rappresentiamo.
Dunque, se con un po’ di pedanteria ho provato a dire nella relazione che non mi pare che le cose stiano andando come il governo ha previsto, non è per produrre nessun condizionamento di tipo scaramantico, come non ho nessuna ragione per immaginare che il “tanto peggio, tanto meglio” sia di qualche utilità per il sindacato e per le persone che rappresentiamo. E però bisogna guardare con realismo a tendenze che non sono smentite perché sono esplicitate non dalle opinioni degli analisti ma dai numeri, dalle rilevazioni statistiche.
Io vorrei dunque che le cose in questi mesi potessero andar meglio di quanto stanno andando perché lo considererei un oggettivo vantaggio per noi. Non è così. Poi non so quel che succederà nell’economia italiana dei prossimi mesi: dipende da tanti elementi in parte tra di loro connessi, in parte separati e dalla volontà di tanti soggetti che noi non siamo in grado di condizionare. Però a chi si preoccupa di cosa potrà determinare su di noi l’andamento della Borsa americana, o comunque pensa che quello sarà uno dei punti di maggior rilievo nelle conseguenze economiche, consiglierei di guardare quello che sta succedendo in queste ore nelle Borse europee, comprese quelle italiane. Lo dico perché non vorrei si generasse l’idea che, per giustificare una possibile conclusione operativa, ci sia un’intenzione strumentale nel forzare e caricare un’analisi che in verità va sempre fatta invece con il massimo di realismo possibile.
Certo che molte cose non dipenderanno da noi, ma la tendenza è quella che vi è stata descritta. Migliorerà? Peggiorerà? Che possa migliorare in Italia, sulla base di quello che sta facendo il governo italiano, è difficile da immaginare. Gli investimenti infrastrutturali sono di là da venire. Poco importa che ci sia il decreto Lunardi approvato. Le procedure per semplificare sono state definite dai governi precedenti; noi, non altri, abbiamo giudicato quelle semplificazioni utili ma non sufficienti, si ripartirà da lì. Dunque i tempi dell’attivazione di quegli investimenti saranno medio-lunghi. La propaganda politica può dire: “La prima pietra del ponte di Messina si metterà in fretta”. Chiedete che cosa significa “in fretta” e cominceranno ad avere qualche difficoltà a spiegarvelo. Poi, com’è noto, non basta la prima pietra, quel che conta è la seconda, la terza e quel che segue. Dunque, gli effetti potenzialmente anticiclici della politica keynesiana che il governo ha annunciato su questi temi (reti e infrastrutture) non saranno disponibili in breve, non c’è nessun intervento concreto che riguardi uno stimolo ai consumi e dunque alla domanda. E, a proposito di interviste, Fini lo dice in modo chiaro. Quello che noi avevamo utilizzato come argomento polemico fin dal primo momento nel giudizio delle scelte dei cento giorni, viene confermato: “abbiamo corrisposto a un’aspettativa delle imprese”. Poi, ovviamente, aggiunge: “perché questo consente la ripresa del meccanismo di accumulazione e favorisce lo sviluppo” mentre noi, un po’ più maliziosamente, avevamo detto: “perché dovevano corrispondere a un aiuto elettorale che era stato esplicito come non mai”. La sostanza però è lì. Io non so quali saranno i valori di riferimento, ho la sensazione che quello che è stato indicato sia lontano dal poter essere realizzato per ragioni internazionali e per ragioni locali.
E guardate che anche la conferma che l’extra-deficit non c’è mai stato la dice lunga sulle intenzioni tattiche e strumentali del governo, ma non è di per sé un elemento tranquillizzante. Va benissimo che sia così, avremmo avuto un problema in più e abbiamo detto subito “sono manipolazioni strumentali” perché, come si è confermato, le entrate tengono la linea prevista dal governo precedente, ma questo è avvenuto perché la crescita era stata quella ipotizzata e dunque il gettito si è confermato. Se la crescita si riduce, come è già capitato perché il Pil è diminuito nel secondo trimestre, per l’anno a venire è inevitabile che ci sia un’ altrettanto automatica conseguenza non positiva.
Io vorrei che almeno tra di noi tutto ciò fosse chiaro. Poi, di volta in volta, insieme guarderemo quali sono gli andamenti, le tendenze.
Nel mese di luglio, a queste nostre obiezioni sull’ottimismo delle previsioni, il governo ha risposto esplicitamente in un modo che francamente non mi sarei mai aspettato. Ci dissero: “Sì, ma prima della fine dell’anno rinegozieremo il Patto di stabilità”. A parte il fatto che gli è scappata dal cuore come sempre la loro idea di Europa e l’afflato che hanno con i vincoli e con le regole europee, però guardate che se il presupposto è: “possiamo scrivere delle cose che sappiamo difficilmente realizzabili perché verranno sostenute da una modifica dei vincoli che hai contratto con altri”, non c’è da stare allegri.
Poi, sapete, con la demagogia e con la propaganda si arriva a tutto. Il ministro dell’Economia ha spiegato al meeting di Cl che nell’autunno ci sarà il boom. Ora, le previsioni del governo che noi diciamo non si realizzeranno sono che il Pil cresca del 2,4 per cento quest’anno: per Tremonti e per il governatore della Banca d’Italia questo è il boom. Per chi ha gli anni sufficienti a ricordare gli anni veri del boom, la crescita del Prodotto interno lordo era più che doppia rispetto a quella di cui adesso si ragiona, quello era un boom vero; oggi, nemmeno se si realizzassero le loro ipotesi, saremmo di fronte a una tendenza pari alla media delle aspettative europee.
Vedremo, con la cautela del caso ma senza nasconderci nulla, anche perché l’idea che si possa poi ritornare sui conti, e dunque modificare il riferimento, inquinerà gran parte della discussione dell’autunno, anche quella in Parlamento sulla legge finanziaria. Intanto ci sarà un primo scoglio: nelle prossime settimane Ecofin costringerà il governo a prendere atto di qualche elemento di maggior realismo; ma se nella discussione sulla Finanziaria si trascina l’idea che si possano scrivere delle cose che oggi non sono praticabili perché tanto a novembre lo diventano, questo può generare da un lato delle promesse demagogiche nella legge finanziaria, che poi crolleranno (o potrebbero crollare) in una fase successiva con gli effetti pesanti che questo di norma determina.
Sempre nell’intervista di Fini si dice esplicitamente che questi vincoli sono il frutto della politica del governo precedente: “Abbiamo accettato il Patto sottoscritto in Europa dal governo di centro-sinistra”. Il che implica che quando si arriverà al dunque, se non ci sono quelle condizioni si ritornerà, come è già stato fatto da parte del governo di centro-destra, a sostenere la tesi che è colpa di quelli che ci stavano prima, tesi che si può smontare, che potrà anche essere affrontata e debellata con gli argomenti del caso, ma le conseguenze riguarderanno noi. Dunque prepariamoci, non al peggio, ma a condizioni che sono oggettivamente diverse da quelle che sono state prese a riferimento e sulle quali mi pare che una parte anche del sistema sociale si stia cullando. Ci saranno tutte le occasioni di confronto che sono state indicate nella relazione e che avete variamente commentato.
Per ognuno di quei temi abbiamo opinioni consolidate. Poi, se ci si vuole infliggere per l’ennesima volta questa sofferenza facciamolo pure, ma non è che partiamo da zero sul tema “riforma degli ammortizzatori”, oppure “verifica dell’andamento previdenziale, nel caso di scostamenti”. Abbiamo delle opinioni, ne abbiamo discusso a lungo. Poi però le scelte, soprattutto queste più delicate, si fanno con maggior forza se anche gli altri la pensano allo stesso modo e se c’è una disponibilità a interloquire da parte del governo. Io confesso di non aver capito se nel governo esiste una linea ad esempio in materia di mercato del lavoro e di ammortizzatori. L’unica cosa che viene ripresentata sistematicamente è la cancellazione di qualsiasi vincolo per le imprese: questa però non è una linea, è un’altra cosa. E non possiamo nemmeno dare per scontato che al dunque non rispuntino, in forma insidiosa, ipotesi assistenziali che si renderanno necessarie per rispondere ai mancati effetti della crescita soprattutto nel Mezzogiorno. Se diciamo che sono contemporaneamente degli pseudoliberisti e dei populisti, i liberisti agiteranno la bandiera della libertà per l’impresa e i populisti, andranno alla ricerca delle soluzioni che in precedenza avevano aspramente criticato.
Perché non si parla più della cancellazione dei prepensionamenti? Beh, l’ultima polemica fatta personalmente da Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e dall’attuale presidente della Camera, sono stati prepensionamenti per Telecom. Da quel dì, basta. Ma allora erano all’opposizione. È pensabile che le operazioni di riassetto di una parte del sistema produttivo italiano, nate da ragioni finanziarie, ma costruendo nuovi modelli di aggregazione, non comportino esigenze di riorganizzazione, che nel medio periodo possono addirittura far crescere opportunamente quelle attività ma che nel breve possono riverberare altri problemi sul tessuto occupazionale? Ed è pensabile che quei signori non abbiano chiesto già da tempo al governo disponibilità per l’utilizzo di strumenti così contestati in tempi recenti quando stavano all’opposizione? Io non lo penso. Ecco perché scompare l’idea della riforma degli ammortizzatori e si resta in attesa di vedere quel che sarà l’esigenza prevalente di lor signori.
Non si può dire, come abbiamo detto, che Confindustria condiziona molte, se non tutte, le scelte del governo e poi ignorare che al dunque ci sono materie, argomenti sui quali le richieste degli imprenditori saranno precise. Perché la cancellazione dell’articolo 18 ha un valore simbolico ma non è che porta via le persone che saranno presumibilmente considerate in eccesso in una parte del sistema produttivo per le ragioni di integrazione e di accorpamento che ci saranno dopo le acquisizioni, le dismissioni e la costruzione di nuovi aggregati che abbiamo visto realizzarsi così rapidamente nel corso di queste ultime settimane. Io penso che questo sia un problema che si aggiungerà agli altri. Ora, dovremo cercare di compiere lo sforzo che ci siamo detti, avendo prospettato già ieri formalmente una sede di discussione a Cisl e Uil per vedere se, a fronte degli argomenti che il governo metterà in campo, ci sono ipotesi nostre diverse da quelle che probabilmente loro prospetteranno su quei temi e, dall’altra parte, qualche esigenza aggiuntiva.
Io credo che la connessione tra la riforma degli ammortizzatori e l’uso della formazione sia molto importante: faccio notare che da parte di Confindustria la parola formazione è stata cancellata dal vocabolario più recente, non è una buona ragione perché non la si riproponga noi come tema quando si comincerà la discussione concreta di merito. È evidente che questa discussione per noi avrà delle dinamiche oppure delle conseguenze delicate da gestire se saremo o meno in grado di affrontarla unitariamente.
Dovremo nelle prossime settimane lavorare per cercare di tenere, valorizzare e costruire le condizioni di unità migliori per affrontare qualsiasi problema, compresi quelli che staranno nell’agenda di settembre. Però, nel discutere di unità, non sottovalutate nulla delle opinioni degli altri, non soltanto del merito ma anche oramai del carattere delle dinamiche e della dialettica nei rapporti tra le organizzazioni, le cose dette, quelle che probabilmente ritorneranno in campo.
Penso che vicende recenti come quella del tempo determinato abbiano creato la convinzione in Confindustria e anche all’interno del governo che alcune cose si possono ripetere. Poi è tutto più difficile. Il tempo determinato non presupponeva un accordo ma semplicemente dei pareri perché poi sarebbe stato il governo a decidere autonomamente, e non ci deve sfuggire, perché è un elemento importante per noi, la differenza tra quelle procedure e invece un’intesa che poi deve essere sottoscritta. Però c’è questa convinzione: che con gli altri si possono fare cose che la Cgil non vuole fare, si dice per ragioni politiche e invece sono ragioni di merito.
Bisogna discutere e trattare, se ci sono le condizioni bisogna fare gli accordi su tutto. Io sarei molto contento di poter avere una soluzione condivisibile a valle della verifica dell’andamento della spesa previdenziale. Non ho la sensazione, come ho detto ieri, che il governo sia particolarmente interessato a procedure di questa natura, però per noi sarebbe importante. Quando, prendendomi anche qualche critica, ho detto: sarebbe utile che il governo di centro-destra italiano si comportasse come l’Aznar seconda maniera, volevo dire questo. L’Aznar prima maniera è andato avanti per conto suo ignorando i sindacati e ha fatto delle cose terribili in Spagna. Poi, siccome non funzionavano, è tornato sui suoi passi, almeno in parte, e su alcuni temi ha negoziato e hanno definito delle intese. Io non ho la sensazione che vogliano fare l’Aznar seconda maniera, però questa era la logica con la quale avevo affacciato in un commento quell’ipotesi.
Noi ci troveremo davanti a una discussione dove le carte sul tavolo saranno a quel punto esplicite, ma l’alternativa è tra le due cose che si sono viste in questi giorni. Un’ipotesi di intervento drastico su alcune materie perché bisogna comunque rallentare la corsa della spesa, ipotesi che può prendere corpo non soltanto perché piace a una parte di Confindustria, ma perché potrebbe essere resa inevitabile da un peggioramento del quadro economico complessivo. Non la vogliono perché non c’è nessuna ragione, perché sanno benissimo che a quel punto si ricompatta il fronte sindacale: non hanno più solo la Cgil con la quale fare i conti ma tutto il sindacato italiano. Però potrebbero essere costretti.
È un’ipotesi da non scartare, allo stato la considero quella meno probabile ma non è che l’altra sia per noi una passeggiata, anzi per qualche verso la considero peggiore. Perché nel ’94, sulla base di uno scontro esplicito ma lineare, il primo dicembre facemmo un accordo sulle pensioni, costringemmo il governo a fare l’accordo. Se verrà prospettata – come secondo me dice anche Fini nell’intervista di oggi perché ha degli interessi elettorali ai quali rispondere – l’idea di far balenare l’atto repressivo, duro, per poi far partorire dal negoziato il modello del doppio regime, io dico adesso che su alcune materie non è ipotizzabile il doppio regime, per la cultura e la politica che la Cgil ha sempre difeso. Secondo me Fini questo prospetta. Il balletto di agosto tra Tremonti e Maroni era questo. Io non ho pensato che sulle pensioni alla fine avrebbe prevalso l’idea di Tremonti, non l’ho detto perché non lo pensavo. Le interviste qualche volta servono a scompaginare un po’ i giochi, ma i giornali italiani da due giorni scrivevano, dopo la riunione a casa del principale, che aveva prevalso l’anima sociale del governo di centro-destra, non ci sarebbero stati interventi punitivi per nessuno.
L’anima sociale è il doppio regime, sono le pensioni pubbliche per i ragazzi che verrebbero assunti al 40 per cento, sono un intervento tra dieci anni sulla platea di quelli che hanno la mia età, un intervento che diventerebbe inevitabilmente molto consistente, molto pesante.
Io penso che sia ragionevole guardare allo scenario che abbiamo di fronte interpretando le cose che si muovono, ma sapendo che lo spazio nel quale si muovono è questo. Per le notizie che abbiamo, l’andamento della verifica della spesa previdenziale sta confermando che abbiamo ragione. Non ci sono ragioni di crisi diverse da quelle note da quel dì lontano. Mi è parso di capire che hanno qualche imbarazzo anche al ministero del Welfare perché poi bisogna giustificare l’intervento, e dunque se l’andamento della spesa non è quello drammatico, qualcosa bisogna pur inventare, tant’è che un giornale, oggi titola: “L’andamento della spesa è reso problematico dall’aumento dell’età nella popolazione”: come se non si sapesse – sono tutte persone già nate – qual è il quadro demografico di riferimento.
L’idea del doppio regime è barbara, ma oggettivamente per noi è la più difficile da contrastare. Io non do per scontato nemmeno che non possa aprire problemi, difficoltà e contraddizioni anche nel nostro campo: tutte le volte che ci siamo trovati di fronte, anche in accordi aziendali, a meccanismi ipotizzati di doppio regime, li abbiamo contrastati (vedi l’Ama di Roma). Poi abbiamo anche dimostrato che avevamo ragione ma ci è voluto tempo. E nell’immediato non abbiamo trovato il consenso degli interessati.
Perciò questa, che all’apparenza è la meno brutale delle scelte affacciate, è la peggiore sul piano del principio. Sono preoccupato, anche perché la gran parte delle ipotesi di doppio regime che abbiamo discusso, e sulle quali abbiamo litigato, hanno trovato il consenso di Cisl e Uil. Non le trasformazioni nate dalle esigenze di mettere insieme cose diverse – che erroneamente anche in Cgil si sono chiamate doppio regime e nulla hanno invece a che spartire con quell’idea – ma le vere ipotesi di doppio regime sono state o il frutto di accordi separati o di lunghissimi tormenti nel rapporto con Cisl e Uil, che al dunque hanno preferito procedere perché quella soluzione non aveva nessuna contraddizione con la loro rappresentanza.
Tutto ciò ci porta a un problema che dovremo riaffrontare – Claudio Sabattini ha chiesto un approfondimento di discussione, bisogna farlo rapidamente, in primo luogo con la Fiom ma credo che sia un problema di tutti – che è quello relativo ai meccanismi di rappresentanza e di democrazia, perché l’accordo separato – l’accordo, non il parere diverso che produce l’assunzione di responsabilità da parte del governo del tempo determinato, ma l’accordo separato nel contratto dei meccanici – è un fatto politico con una serie di ricadute potenzialmente drammatiche sull’esercizio della propria funzione contrattuale.
Il quadro è quello che descriveva ieri Sabattini: c’è una minoranza che decide per tutti. E non è nemmeno da escludere che si possa arrivare anche oltre, e cioè che organizzazioni ancor meno rappresentative, mancando il vincolo dell’erga omnes, possano fare accordi, contratti di comodo (quelli che abbiamo chiamato “contratti pirata”) che poi un’azienda decide di applicare. Certo, in quel caso è più complicato perché avresti tutto il sindacato confederale che si oppone, ma in una parte non piccola del tessuto medio-piccolo diffuso delle imprese ci si potrebbe trovare di fronte a vicende di questo genere. Quello che è capitato per il commercio in più di una circostanza, qua e là si era affacciato anche in alcuni settori industriali, può tornare a ripetersi perché manca la regola, e non soltanto la regola endosindacale sul come comportarsi ma la regola che valida gli accordi.
Non è che siano anche loro esenti da contraddizioni perché nel mentre avvallano serenamente una soluzione come quella di Federmeccanica (il parere, poco autorevole ma espresso, del ministro del Welfare, anche ministro del Lavoro, sulla conclusione del contratto dei meccanici è eloquente), c’è un altro ministro che immagina di modificare le procedure per la gestione del diritto di sciopero e non si rende conto che quello che lui propone, almeno quello che hanno scritto i giornali come sua intenzione, sta in piedi, ammesso e non concesso che sia condivisibile, a una sola condizione: di aver prima misurato la rappresentatività e il peso di ciascuna organizzazione.
La contraddizione è evidente, ma non risolve il problema. Senza elementi certi che siano l’applicazione e l’articolazione in dettaglio del rimando costituzionale dell’articolo 39 noi rischiamo di trovarci in una condizione difficile di gestione della pratica contrattuale, perché quello che è successo alla Fiom può capitare a qualsiasi struttura, a cominciare dalla confederazione, perché molte delle materie che discuteremo con il governo nelle prossime settimane non hanno bisogno di un accordo, ma alcune sì, e in quel caso ci si potrebbe trovare di fronte, anche per la confederazione, se il merito non fosse condiviso, a una soluzione firmata da alcuni e non da altri.
È un problema di democrazia enorme che non riguarda soltanto noi: senza questa regola si destruttura un sistema di relazioni. Che è stato insieme, nel corso di questi anni, soprattutto quando la contrattazione è decollata, diciamo dalla fine degli anni ’60, perché è sempre stato gestito unitariamente. Ma se c’è pluralismo nella rappresentanza di interessi, in questo caso nella rappresentanza sociale, e non c’è una regola su come questo pluralismo viene gestito, si possono determinare condizioni abnormi destinate, com’è naturale, in primo luogo a penalizzare i più grandi. Non solo, la mancanza di una regola in un tempo medio, secondo me produce un altro effetto negativo, che è quello di spingere verso forme di rappresentanza corporative: il più debole è il soggetto confederale perché in fondo il bisogno materiale, in una categoria o in uno spazio ristretto, può meglio tenere insieme i sindacati. È oggettivamente più difficile fare un accordo separato in azienda di quanto non lo sia, per i criteri di rappresentanza odierni, in un luogo vasto, in un contratto nazionale.
Noi dovremo affrontare seriamente il tema anche perché il nostro mondo è sostanzialmente diviso: abbiamo in tutta l’area pubblica, per fortuna, un sistema di regole praticato, oltre che condiviso. Io non sono così convinto che non avremo anche lì qualche ritorno di fiamma: abbiamo incassato in silenzio un risultato straordinario che è quello di aver convinto tutte le organizzazioni a fare l’accordo per rinnovare la rappresentanza sindacale, nel governo se ne sono accorti un po’ dopo perché questo ha un’implicazione immediata intanto sulle scadenze contrattuali più ravvicinate e poi anche sulle dinamiche relazionali all’interno di ogni singolo settore. Ma non possiamo immaginare che duri a lungo una condizione nella quale, siccome c’è la regola nei settori pubblici, lì è più facile contrattare e anche le quantità della contrattazione, comunque distribuite, dal salario alle condizioni materiali, sono più apprezzabili perché la regola sostiene oggettivamente anche il merito. Mentre dall’altra parte invece sei alla diaspora dei comportamenti con il rischio di un depotenziamento degli effetti materiali della contrattazione.
Questo sarà un grande tema. Non solo per noi, insisto, ma anche per chi ha interesse perché la rappresentanza sindacale si consolidi. È vero quello che diceva ieri Aldo Amoretti: la legge sulla rappresentanza era nata come riflesso condizionato ma negativo verso il sindacalismo confederale, per qualche verso, anche a sinistra. È vero però che nel corso del tempo il dispositivo ha cambiato radicalmente assetto e pelle. Così come è evidente che la legge per gli atipici era nata da un’intenzione generosa ma un po’ astratta di tutela e di protezione degli atipici che finiva con l’affrontare tutto il mondo del lavoro diverso da quello a tempo indeterminato mettendo assieme quelli che noi vogliamo rappresentare, che hanno bisogni veri, con i sindaci revisori delle imprese o gli amministratori di condominio, che sono persone che non hanno gli stessi problemi della ragazza o del ragazzo iscritto a Nidil. Ma la discussione è servita anche in quel caso a modificare un impianto iniziale, generoso ma un po’ dissoluto nella sostanza, verso un’idea più precisa. Noi dovremo tornare anche nel rapporto con le forze politiche su questo tema, agitandolo come elemento di contraddizione possibile anche all’interno dello stesso schieramento di governo, ma è questione che non può essere considerata marginale. Qui il problema non è aiutare i meccanici a risolvere una pendenza delicata, ma avere consapevolezza che il problema che lì e esploso per scelta degli altri è un problema che riguarda tutti e dunque occorre maturare una soluzione che valga per tutti.
Un’ultima cosa, ripeto quello che ho detto ieri ma, siccome ne sono convinto, ci tengo. Nel rapporto con le proposte e le iniziative che dovremo mettere in campo, devono valere rigidamente le regole che sono parte della nostra storia. C’è un punto delicato: le vicende di Genova, la dimensione mediatica di quelle vicende, rischiano di portare le difficoltà che abbiamo commentato, e sulle quali molti di voi sono opportunamente tornati, nel rapporto tra noi e le forze dell’ordine. Noi abbiamo un sindacato che è ancora piccolo, è il frutto di una scissione, ma è l’unica organizzazione oggi che nella polizia tiene ferma l’idea della democratizzazione e della dimensione confederale della rappresentanza. Noi dobbiamo fare uno sforzo straordinario per aiutare il Silp. Lo dico soprattutto alle strutture confederali. Guardate che i prossimi mesi saranno complicati per noi, ma per loro lo saranno ancora di più, con il rischio che si blocchi un processo di democratizzazione al quale noi teniamo particolarmente e che è nato in anni lontani, in larga misura, per spinta anche della Cgil. Dunque vi chiederei un’attenzione del tutto straordinaria e poi di promuovere, in ogni circostanza, iniziative che permettono un confronto sul singolo merito con queste nostre istanze organizzative nelle quali c’è una parte importante e significativa delle forze dell’ordine ma che, come sapete, in dimensione sono ancora poca cosa rispetto al tutto, anche se speriamo di crescere. Ed è importante il nostro rapporto con loro anche perché, se vogliamo che il resto delle forze dell’ordine e delle forze armate progressivamente abbia delle strutture di rappresentanza sindacale collegate al movimento confederale, il carattere, la qualità e l’attenzione che spendiamo in questa circostanza sono l’unica garanzia per il futuro.

Ai componenti Il CD nazionale
Agli invitati Permanenti
A tutte le strutture
Ai dipartimenti confederali

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DELIBERA REGOLAMENTARE N. 7 – COMITATO DEGLI ISCRITTI E LEGA SPI

7.1. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati sono organi elettivi; rappresentano una sede di elaborazione, discussione e verifica delle proposte e delle scelte della Cgil ai diversi livelli di categoria e confederali e decidono posizioni, proposte, iniziative della Cgil sulle materie di loro competenza; sviluppano la propria iniziativa in coerenza con i deliberati congressuali e degli organismi dirigenti confederali, di categoria e dello Spi.

7.2. Il comitato degli iscritti è la struttura di base nei luoghi di lavoro della Cgil sia confederale, sia categoriale.
Può essere anche territoriale, in rappresentanza delle realtà di lavoro di piccola dimensione e diffusa o di particolari situazioni di categoria (es. leghe bracci-antili).
La lega dei pensionati è la struttura di base della Cgil sia confederale che dello Spi. La dimensione territoriale della lega può essere intercomunale, comunale, distrettuale, circoscrizionale e di quartie-re.
Questa struttura di base dovrà garantire il plura-lismo progettuale e la rappresentanza dei diversi soggetti che compongono la platea degli iscritti.

7.3. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati favoriscono la partecipazione degli associati nella vita dell’organizzazione; promuovono il tesseramento e il proselitismo alla Cgil.

7.4. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati assicurano agli iscritti e ai/alle lavorato—ri/lavoratrici, alle pensionate e pensionati, l’infor-mazione sull’attività e sull’elabo-razione della Confe-derazione, della categoria e dello Spi.

7.5. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati promuovono la discussione fra iscritti/e delle proposte della Cgil e convocano l’assemblea degli Iscritti in relazione alla situazione sindacale.

7.6. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati sono strutture su cui la Cgil organizza la propria rete diffusa per quanto riguarda i servizi ai lavoratori.

7.7. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati rispondono della propria attività all’assemblea degli iscritti e agli organi dirigenti della categoria, dello Spi e della Confede-razione.

7.8. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati hanno diritto ad essere coinvolti e a pronunciarsi su tutti gli aspetti rilevanti dell’iniziativa e dell’e-laborazione della categoria, dello Spi e della Confederazione, confrontandosi con gli organismi esecutivi.

7.9. La lega dei pensionati è impegnata nella realizzazione di strutture unitarie dei pensionati. In mancanza di una struttura elettiva di rappresentanza contrattuale dei pensionati, la lega rappresenta l’istanza negoziale di base.

7.10. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati, nei luoghi di lavoro o nel territorio ove sia costituita una rappresentanza sindacale unitaria elettiva, non sono titolari di poteri contrattuali e non costituiscono pertanto struttura parallela e sovradeterminata alle R.S.U..

7.11. Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati hanno diritto a promuovere iniziative, anche pubbliche, concordandone le modalità con le strutture della Cgil di categoria, dello Spi e/o confederali.

7.12. Il comitato degli iscritti, in assenza di elezioni primarie, ha un diritto di proposta, all’assemblea degli iscritti, per le candidature Cgil nelle liste dei candidati per le R.S.U., scelte anche tra i non iscritti.
Non esiste incompatibilità alcuna tra componenti R.S.U. e comitato degli iscritti.

7.13. Sono associati di diritto al comitato degli iscritti i rappresentanti delle RSU iscritti alla Cgil e al comitato stesso e alla lega Spi, i componenti dei comitati diret-tivi (di categoria, dello Spi e/o di Confedera-zione) di quel luogo di lavoro e territorio.

7.14. Ogni comitato degli iscritti e lega dei pensionati fissa le proprie modalità organizzative, promuovendo la collegialità e la partecipazione.
Il comitato degli iscritti e la lega dei pensionati dovranno nominare un coordinatore e/o un coordinamento; per quanto riguarda la lega, valgono le norme stabilite dallo Spi.

7.15. Le segreterie delle categorie e dello Spi comprensoriali, d’intesa con le Cdlt hanno la responsabilità di costruire i comitati degli iscritti e le leghe dei pensionati , di stabilirne il regola-mento elettorale.
Le segreterie che non assolvono a tale compito rispondono del loro operato al comitato di garanzia della Cgil regio-nale.
Norma transitoria: L’elezione dei comitati degli iscritti e delle leghe dei pensionati, laddove non sia stata ancora effettuata, deve avvenire entro dodici mesi dalle delibere regolamentari, fermo restando quanto previsto al punto 7.16.

7.16. L’attivazione della elezione del Comitato degli iscritti e lega dei pensionati può essere richiesta dal 10% degli iscritti di riferimento. Ciò comporta, una volta esperita la verifica di legittimità ad opera del Comitato di verifica competente, l’attivazione entro 20 giorni delle procedure di voto, secondo le modalità stabilite al punto 7.15 della presente delibera.

7.17. Al fine di rendere pienamente partecipi alla vita della Confederazione i comitati degli iscritti e le leghe dei pensionati, si istituisce, con i poteri decisi dai comitati direttivi di riferimento, l’as-semblea comprensoriale di categoria e confederale, di tali strutture di base, o dei loro rappresentanti, con modalità stabilite territorialmente e nel rispetto della norma antidiscriminatoria.
Tale assem-blea viene convocata per informare e discutere sulle deci-sioni più rilevanti, assunte dagli organismi dirigenti, in particolare quelli nazionali.

7.18. Le modalità di costruzione e di elezione dei comitati degli iscritti e delle leghe dei pensionati sono definite dalle strutture di categorie dello Spi territoriali di riferimento. Le modalità delle sostituzioni che si rendessero necessarie durante il periodo del mandato, sono anche esse stabilite dalle strutture di categorie dello Spi territoriali di riferimento, fermo restando che non possono superare 1/3 dei componenti. Nel caso di dimissioni di più del 50% dei componenti l’organismo stesso, si procede alla rielezione dell’intero comitato degli iscritti o lega dei pensionati.

7.19. Organo competente, nel caso di ricorso, relativamente ai paragrafi 7.15. e 7.16. è il Comitato di garanzia di riferimento.

7.20. Organo competente, in caso di ricorso, relativamente al paragrafo 7.10. è il Collegio di verifica di riferimento.

Roma, 6-7- luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 2 – NORMA ANTIDISCRIMINATORIA

2.1. Sulla base di quanto previsto dall’art. 6 – lettera h – dello Statuto della Cgil, la norma antidiscriminatoria ha carattere vincolante per l’intera organizzazione.

2.2. Il Segretario generale di ogni struttura ha la responsabilità della sua piena applicazione.

2.3. L’applicazione parziale o la non applicazione della norma determina una violazione statutaria.
Norma transitoria: dalla data di approvazione del seguente dispositivo da parte del Comitato direttivo nazionale, intercorre un tempo di 12 mesi entro il quale le strutture dovranno – se del caso – rimuovere le ragioni della non applicazione della norma antidiscriminatoria. Nelle categorie in cui la presenza di uno dei due sessi sia superiore all’80% del totale degli addetti, il tempo di adeguamento arriva fino alla conclusione del prossimo congresso di ogni struttura.

2.4.Organo competente nel caso di ricorso è il Collegio di verifica competente o il Csn.

Roma, 6-7 luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 4 – LA DEMOCRAZIA DELLA SOLIDARIETA’

4.1. Il tema della democrazia deve esprimersi con regole e criteri che realizzino, anche, una reale democrazia della solidarietà, condizione questa per la compiuta realizzazione del sindacato generale. E’ questa, infatti, un punto essenziale, al fine di evitare il prodursi di situazioni di difesa corporativa di interessi, lesivi di diritti, specie dei più deboli e contrari all’affermarsi della solidarietà. In simili casi è necessario limitare la sovranità nell’esercizio del potere negoziale della struttura interessata.

4.2. Le materie che rendono obbligatoria la limitazione di tale sovranità, riguardano le possibili lesioni dei diritti dei lavoratori, pensionati e disoccupati, sanciti dalle leggi e dalla contrattazione collettiva nazionale, nonchè il non rispetto di decisioni di politica rivendicativa, definite in modo vincolante, dagli organismi dirigenti.

4.3. Il prodursi di una tale situazione determina una obbligatoria discussione nell’organismo dirigente confederale di riferimento, nel caso la struttura interessata fosse di categoria o dello Spi, al fine di una decisione vincolante che può arrivare fino al divieto, per la nostra organizzazione, della presentazione della piattaforma o sottoscrizione dell’accordo, anche in presenza dell’esercizio pieno della democrazia di mandato. Nel caso la struttura interessata fosse confederale, l’obbligatoria discussione avviene nell’organismo dirigente confederale di livello superiore.

4.4.1.Il problema dell’esistenza di un possibile conflitto di questa natura, oltre che dalla struttura di categoria o dallo Spi direttamente interessata, può essere sollevato dalla struttura confederale di riferimento o superiori, oppure dalle strutture di categoria o dallo Spi superiori. Anche in quest’ultimo caso la sede di decisione è l’organismo confederale di riferimento al quale deve partecipare la segreteria che ha sollevato il problema. La struttura di categoria o dello Spi interessata o superiore, può richiedere all’istanza confederale superiore di riferimento un riesame della decisione assunta in prima istanza, per un pronunciamento definitivo.
4.4.2.Analogamente, se il conflitto riguardasse il potere negoziale di una struttura confederale, la procedura può essere attivata dalla/e struttura/e superiore/i, oppure da strutture di categoria o dallo Spi di pari livello o di livello superiore.

4.5. Anche a livello dei comitati degli iscritti e della lega dei pensionati, fermo restando le prerogative contrattuali delle RSU, si pone il problema della democrazia della solidarietà; infatti, anch’essi, in quanto strutture di base di un sindacato generale, devono farsi carico della saldatura fra interessi e solidarietà.

4.6. Nel caso la struttura interessata non rispettasse le decisioni assunte dagli organismi dirigenti competenti, il centro regolatore di riferimento può avviare la procedura prevista dallo statuto all’art. 16, comma 5.

Roma, 6-7 luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 6 – ELEZIONE DEI SEGRETARI GENERALI E DELLE SEGRETERIE

6.1.1.Per l’elezione dei segretari generali, il Comitato direttivo di riferimento verifica se esiste/ono autocandidatura/e o una candidatura dei Centri regolatori competenti. In quest’ultimo caso, la candidatura del centro regolatore competente deve essere avanzata innanzitutto alla segreteria di riferimento registrandone consenso o eventuali proposte alternative che andranno esplicitati nella consultazione.
6.1.2.In questo caso, si procede all’esposizione del programma del/i singolo/i candidato/i e si decide se iniziare immediatamente la votazione, oppure se riaggiornare il Comitato direttivo entro pochi giorni.
6.1.3.Se il Comitato direttivo di riferimento non registra la situazione di cui al 6.1.2., si procede con il metodo della consultazione dei componenti il Comitato direttivo stesso.
6.1.4. Nel caso di esercizio del diritto di proposta da parte dei Centri regolatori competenti, il Comitato dei saggi avvia la consultazione sulla stessa o su eventuali candidatura/e alternativa/e – che abbia/abbiano ricevuto l’assenso del/della interessato/a – e/o autocandidature, anch’esse alternative, presentate in sede di avvio del lavoro del Comitato dei saggi.
6.1.5. Nel caso non venga esercitato tale diritto, il Comitato dei saggi ha il compito di raccogliere proposte – che abbiamo ricevuto l’assenso del/della interessato/a – e/o autocandidature e di sottoporle a consultazione.
6.1.6. Nel caso non si verificassero le condizioni di cui ai punti 6.1.4. e 6.1.5., il Comitato dei saggi può anche avviare una fase di esplorazione, al fine di presentare una propria proposta alla consultazione, accertando il consenso del/della interessato/a.
6.1.7. Nel caso il Comitato dei saggi non fosse in grado di presentare una propria proposta, è tenuto a rimettere il proprio mandato al Comitato direttivo interessato.
6.1.8. I Centri regolatori competenti possono avanzare richiesta di presenza, a pieno titolo, nel Comitato dei saggi.
6.1.9. I saggi, completata la consultazione, riferiscono al comitato direttivo interessato. In presenza della conferma di più candidature, si procede al ballottaggio.
6.1.10. La votazione avviene dopo la esposizione del programma del/i singolo/i candidato/i.
6.1.11. Le autocandidature di segretari generali di strutture diverse da quella per cui si procede, comportano la sospensione dall’incarico ricoperto. Se lo stesso non risultasse eletto, occorrerà procedere a una verifica nel comitato direttivo di provenienza, al fine di una riconferma nella carica. Tale procedura non si applica nel caso di candidatura ad opera del Centro regolatore competente.
6.1.12. Le autocandidature di componenti di segreteria della struttura di riferimento o di strutture diverse da quella per cui si procede, nel caso di mancata elezione, comportano una verifica nel Comitato direttivo di provenienza al fine di una riconferma nella carica. Tale procedura non si applica nel caso di candidatura ad opera del Centro regolatore competente.
6.1.13. La procedura per l’elezione del segretario generale deve ultimarsi entro tre mesi dal momento che la carica rimane vacante. Se entro tale termine non si siano create le condizioni per l’elezione del segretario generale, i Centri regolatori interessati o, se direttamente coinvolti, quelli immediatamente superiori, sono tenuti ad avanzare una proposta, sulla quale attivare, in tempi rapidi, la consultazione. Se neppure su tale proposta è possibile registrare il consenso necessario, il centro regolatore è, intanto, tenuto a garantire il governo della struttura interessata e può avviare la procedura prevista dallo statuto, all’art. 16, comma 5.

6.2.1. Il metodo della consultazione si applica anche per l’elezione dell’insieme della segreteria o di suoi singoli componenti.
6.2.2. In questo caso, il comitato direttivo, su proposta del Segretario generale, approva i criteri politici e numerici che debbono presiedere alla composizione unitaria della segreteria.
6.2.3. Il segretario generale può avanzare una propria proposta che viene sottoposta alla consultazione, unitamente ad eventuale/i candidatura/e alternativa/e – che abbia/abbiano ricevuto l’assenso del/della interessato/a – e/o autocandidatura/e. Il segretario generale esprime al comitato direttivo la propria valutazione sui risultati della consultazione.
6.2.4. Nel caso il Segretario generale non esercitasse il diritto di proposta, il Comitato dei saggi espleterà il suo mandato secondo quanto stabilito al paragrafo 6.1.5.
6.2.5. Nel caso il Comitato dei saggi non fosse in grado di presentare una proposta, il Segretario generale ha l’obbligo di avanzarne una propria al Comitato direttivo, motivandone esplicitamente i criteri e le ragioni di unità e di rispetto del pluralismo.
6.2.6. L’elezione della segreteria avviene su lista bloccata, senza espressione di preferenze, nel caso, nel corso della consultazione, non siano emerse candidature eccedenti il numero degli eleggibili.
6.2.7. Nel caso fossero emerse candidature in numero superiore a quello definito – purchè abbiano raggiunto almeno il 10% dei consensi e sia stata esplicitata dai singoli la volontà di sottoporsi al voto – il comitato direttivo approva i criteri politici della composizione unitaria della segreteria e procede al /ai ballottaggio/i eventuale/i nel rispetto rigoroso di tali criteri, con particolare riferimento alla norma antidiscriminatoria e al rispetto delle aree programmatiche presenti nell’organismo dirigente e che danno vita al patto per il governo unitario.
6.2.8. La procedura per l’elezione della segreteria deve ultimarsi entro tre mesi dall’elezione del segretario generale. Se entro tale termine non vi sono le condizioni per l’elezione della segreteria, i Centri regolatori sono tenuti ad intervenire, ricercando le soluzioni più idonee; possono avviare la procedura prevista dallo statuto, all’art. 16 comma 5.

6.3.1. La selezione dei gruppi dirigenti a livello di segretari generali o componenti la segreteria, deve consentire anche la pluralità delle esperienze; a tal fine, occorre delimitare il numero di anni di permanenza nella direzione delle strutture, superando ogni logica autarchica ogni qualvolta si determini una proposta di mobilità della istanza superiore; è necessario, quindi, che il comitato direttivo interessato discuta e valuti esplicitamente questa opportunità.
6.3.2. Per favorire tale obiettivo, la permanenza nell’incarico di segretario generale non può superare i due mandati congressuali e, comunque, gli otto anni. Non sono ammesse altre proroghe.
Norma transitoria: nel caso tale situazione esista al momento dell’entrata in vigore di questa delibera regolamentare, oppure si sia in prossimità (ultimi sei mesi) della sua realizzazione, occorre procedere, entro un anno, all’attuazione della norma.
6.3.3. Relativamente alla composizione della segreteria, la permanenza nella stessa non può superare i due mandati e, comunque, gli otto anni. Non sono ammesse proroghe.
Norma transitoria: nel caso tale situazione esista al momento dell’entrata in vigore di questa delibera regolamentare, oppure si sia in prossimità (ultimi sei mesi) della sua realizzazione, occorre procedere, entro un anno, all’attuazione della norma.

6.4. Organo competente, nel caso di ricorso, relativamente ai paragrafi 6.1.9., 6.2.6., 6.2.7., 6.3.2. e 6.3.3., è il Collegio di verifica di riferimento, o il Csn.

Roma, 6-7- luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 5 – RESPONSABILITA’ DEI DIRIGENTI

5.1. Fermo restando quanto previsto agli articoli 5 e 7 dello Statuto, in tema di responsabilità e incompatibilità, i dirigenti sono altresì responsabili rispetto al mandato che viene conferito loro dal Congresso o anche di volta in volta dai lavoratori, dagli iscritti, dagli organismi dirigenti ed esecutivi.

5.2. Nel caso questa responsabilità fosse individuale – riferita cioè all’incarico di lavoro specifico attribuito a un componente la segreteria – fermo restando quanto già previsto all’art. 17 dello Statuto, qualora il segretario generale o la maggioranza della segreteria ritenessero tale violazione di mandato incompatibile con la permanenza nella segreteria stessa, si prefigura la possibilità di una mozione di sfiducia da discutere e votare alla prima riunione del comitato direttivo interessato, da convocarsi non oltre il ventesimo giorno dalla presentazione, alla presidenza del Comitato direttivo, della mozione stessa.

5.3.1. Nel caso la maggioranza del Comitato direttivo interessato ritenesse che il non rispetto del mandato investa la responsabilità del Segretario generale, dell’intera segreteria o della sua maggioranza – fermo restando le decisioni individuali conseguenti a questo atto politico – può assumere immediatamente le decisioni, attraverso un voto a maggioranza, oppure ritenere necessaria l’apertura di una fase di chiarimento politico più generale – da concludersi in un tempo non superiore ai trenta giorni, anche attraverso un coinvolgimento più ampio di organismi dirigenti di strutture, individuati dal Comitato direttivo stesso – al termine della quale assumere le decisioni conseguenti, attraverso un voto a maggioranza. In entrambi i casi, le decisioni possono comprendere anche la mozione di sfiducia.
5.3.2. Nel caso 1/3 dei componenti il comitato direttivo interessato ritenesse che il non rispetto del mandato investa la responsabilità del segretario generale, della segreteria o della sua maggioranza, si può prefigurare la possibilità, oltrechè di attivare le procedure previste ai punti 3.3.2. e 3.4.1. della delibera regolamentare n. 3, di presentare una mozione di sfiducia da discutere e votare, a maggioranza, entro venti giorni dalla presentazione della mozione stessa alla presidenza del Comitato direttivo interessato.

5.4. Nel caso organismi dirigenti – individuati con le modalità previste al punto 3.4.2. della delibera regolamentare n. 3 – rappresentativi di 1/3 degli iscritti, attraverso un voto a maggioranza, ritenessero che un comitato direttivo interessato abbia violato il mandato, si prefigura – attraverso una apposita mozione – l’attivazione della consultazione straordinaria prevista al punto sopra riportato.

5.5.1. La responsabilità dei dirigenti si esplica anche attraverso il vincolo che le trattative si svolgano per l’intera Cgil su un’unica piattaforma, quella definita dal mandato e la proclamazione e l’effettuazione degli scioperi – la cui indizione è di esclusiva pertinenza degli organismi dirigenti o esecutivi – impegnino l’intera organizzazione.
5.5.2.I vincoli di responsabilità dei dirigenti, in presenza di consultazioni unitarie, sono regolati dalle intese delle strutture unitarie di riferimento.

5.6. Organo competente, nel caso di ricorso, relativamente ai paragrafi 5.5.1. e 5.5.2. è il Comitato di garanzia di riferimento.

Roma, 6-7 luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 8 – MODALITA’ DI VOTO

8.1. Le elezioni del segretario generale e della segreteria avvengono a scrutinio segreto.

8.2. La presidenza del comitato direttivo costituisce il seggio elettorale; nel caso la stessa non sia stata insediata, oppure si sia in presenza del solo presidente, occorre procedere all’elezione degli scrutatori, nel numero di tre o di due nel caso del solo presidente.

8.3.1. Nel caso l’elezione riguardi il segretario generale e si sia in presenza di un solo candidato, la scheda ne riporterà il nome e i componenti il comitato direttivo esprimeranno il loro voto scegliendo fra tre possibilità, indicate nella scheda (SI – NO – Astenuto) o votando scheda bianca. L’elezione è valida se il candidato raggiunge almeno il 50% più uno degli aventi diritto. Se ciò non avvenisse, fermo restando le scelte individuali, si procede , nei tempi decisi dal Comitato direttivo, a una nuova votazione, nella quale il candidato risulta eletto se raggiunge il 50% più uno dei votanti, che comunque devono essere la maggioranza qualificata degli aventi diritto. Se, anche in questo caso, la votazione non raggiungesse il quorum, i Centri regolatori preposti possono riconvocare il comitato direttivo interessato per riavviare la procedura della consultazione, oppure avviare la procedura prevista dallo statuto all’art. 16, comma 5.
8.3.2. Se vi sono più candidature, la scheda ne riporterà i nomi e i componenti il comitato direttivo esprimeranno il loro voto scegliendo fra i candidati o votando scheda bianca. Non sono previsti quorum per l’elezione, che avviene con metodo proporzionale, fatta salva la partecipazione al voto della maggioranza qualificata dei 2/3 degli aventi diritto. Se ciò non avvenisse, si procede, nei tempi decisi dal Comitato direttivo, alla votazione per la quale è prevista la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto. Se, anche in questo caso, non si raggiungesse il quorum di partecipanti, i Centri regolatori preposti possono riconvocare il comitato direttivo interessato per riavviare la procedura della consultazione, oppure avviare la procedura prevista dallo statuto all’art. 16 comma 5.

8.4.1. Nel caso l’elezione riguardi la segreteria e si sia in presenza della lista bloccata, la scheda riporterà i nomi dei candidati e i componenti del comitato direttivo voteranno con modalità analoga a quanto previsto al punto 8.3.1. Non sono previsti quorum per l’elezione, fatto salvo la partecipazione al voto della maggioranza qualificata degli aventi diritto. Se ciò non avvenisse, si procede – fermo restando le scelte individuali – nei tempi decisi dal Comitato direttivo, alla votazione, per la quale è prevista la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto. Se, anche in questo caso, non si raggiungesse il quorum dei partecipanti, il segretario generale e i Centri regolatori preposti riconvocano il comitato direttivo per riavviare la procedura della consultazione, oppure avviare la procedura prevista dallo Statuto all’art. 16, comma 5.
8.4.2. Nel caso vi siano candidature contrapposte, la scheda deve visivamente rendere esplicito a quale candidata/o si contrappone la persona che richiede il ballottaggio, come previsto al punto 6.2.7. della delibera regolamentare n. 6 e i componenti il comitato direttivo voteranno con modalità analoghe a quanto previsto al punto 8.3.2. Non sono previsti quorum per l’elezione, fatta salva la partecipazione al voto della maggioranza qualificata degli aventi diritto. Se ciò non avvenisse, si procede – fermo restando le scelte individuali – nei tempi decisi dal Comitato direttivo, alla votazione, per la quale è prevista la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto. Se, anche in questo caso, non si raggiungesse il quorum di partecipanti, il segretario generale e i Centri regolatori preposti possono riconvocare il comitato direttivo interessato per riavviare la procedura della consultazione, oppure avviare la procedura prevista dallo Statuto all’art. 16, comma 5.

8.5. Le sostituzioni negli organismi di garanzia statutaria e di giurisdizione disciplinare interna, avvengono secondo le modalità previste dallo statuto. Le sostituzioni negli organi di controllo amministrativo avvengono a voto palese; non è previsto quorum, fatta salva la partecipazione della maggioranza qualificata degli aventi diritto. Nel caso non si raggiungesse il quorum di partecipazione al voto – fermo restando le scelte individuali – il comitato direttivo viene riconvocato e si procede alla votazione. Se, anche in questo caso, non si raggiungesse il quorum di partecipazione, occorre procedere a candidature diverse.

8.6. Nel caso si fosse in presenza di un numero di candidature superiori ai posti da ricoprire, si utilizza il voto segreto, secondo la procedura prevista ai punti 8.3.2. o 8.4.2.

8.7. Organo competente, nel caso di ricorso, è il Comitato di garanzia di riferimento.

Roma, 6-7 luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 1 – PLURALISMO E UNITA’ DELLA CGIL

1.1.1.Il pluralismo politico, sociale, culturale e il valore della differenza di genere, sono assunti come ricchezza fondamentale di un sindacato generale dei diritti e della solidarietà quale vuole essere la CGIL. La sua unità e autonomia rappresentano i pilastri della sua vita interna, ne sanciscono il modo di essere, ne determinano vincoli individuali e collettivi e consentono il pieno sviluppo della sua vita democratica.
1.1.2.Si conferma la scelta ferma e solidale a considerare conclusa e irripetibile l’esperienza delle componenti storiche e di partito, delle correnti intese come aggregazioni organizzate che limitano la sovranità politica ed organizzativa della Cgil e dei propri organismi.

1.2.1.La vita democratica della CGIL è fondata sul pieno riconoscimento ad ogni iscritto/a di concorrere alla formazione delle decisioni del sindacato, di manifestare liberamente il proprio pensiero ed il proprio diritto di critica e di proposta anche attraverso la concertazione di iniziative, ferme restando la piena autonomia e le specifiche competenze degli organi dirigenti.
1.2.2.L’articolazione per mozioni congressuali della CGIL è una modalità possibile per la definizione delle scelte congressuali e per la formazione degli organismi dirigenti nella stessa sede congressuale.
Esse rappresentano un fattore importante, seppur non esclusivo, della dialettica e della democrazia interne; in questo senso, su di esse, oltreché sui singoli dirigenti, pesa la responsabilità sia di garantire che dialettica e democrazia non mettano mai in discussione l’unità e l’autonomia della Confederazione, sia di evitare il riprodursi surrettizio della logica e della prassi delle correnti.
1.2.3.Le mozioni congressuali rappresentando una modalità democratica del dibattito congressuale si esauriscono naturalmente con la conclusione dei lavori congressuali.
Nel corso della prima seduta del Comitato Direttivo eletto dal Congresso, e comunque entro due mesi, le mozioni congressuali di minoranza potranno essere eventualmente confermate specificandone le caratteristiche; nel qual caso assumono la denominazione di aree programmatiche congressuali.
Norma transitoria: in vigenza dell’attuale regolamento congressuale, la stessa denominazione vale anche per liste, limitatamente ai livelli in cui si attivano, che si riferiscono a posizioni politico-sindacali collettivamente concertate, diverse dalle mozioni congressuali originarie, presentate in sede di congresso con le procedure di cui all’art. 6 dello Statuto.
1.2.4.Alle aree programmatiche congressuali sono consentiti:
?La piena agibilità delle sedi sindacali (in casi eccezionali, sedi convegnistiche diverse);
?L’utilizzo degli strumenti interni di informazione;
?L’accesso agli strumenti di informazione che implichi costi aggiuntivi, nelle modalità stabilite dalle segreterie, compatibilmente con i vincoli finanziari;
?Il diritto di proposta per le sostituzioni negli organismi dirigenti inerenti la propria area di riferimento.

Le iniziative interne ed esterne delle aree programmatiche congressuali dovranno preventivamente essere concordate con la segreteria di riferimento, ai fini delle compatibilità finanziarie.

1.3. L’opzione del governo unitario rappresenta una giusta e necessaria scelta per una organizzazione sindacale che quotidianamente deve garantire rappresentanza e tutela di milioni di lavoratori/trici, pensionati/e, e iscritti/e.
Essa si realizza attraverso la condivisione del programma di lavoro presentato dal segretario generale.
Ciò può comportare assunzione di incarichi esecutivi da parte della/e minoranza/e congressuale/i attraverso l’esercizio del diritto di proposta.

1.4.1. Quando l’opzione del governo unitario non sia realizzabile, si determina una vera e propria situazione di governo e opposizione con la conseguente necessità di definire un sistema di regole che garantiscano, contemporaneamente, una piena legittimità della maggioranza a governare la struttura e alla opposizione una funzione di elaborazione propositiva e di controllo gestionario.
1.4.2. Tale situazione si può produrre anche a fronte della rottura del programma di lavoro unitario – attraverso la dichiarazione del segretario generale o la formalizzazione da parte della/e minoranza/e – che stava alla base della scelta del governo unitario, con le relative dimissioni del/i rappresentante/i della/e minoranza/e in segreteria.
1.4.3. Tali regole devono prevedere oltre a quanto già definito per le aree programmatiche congressuali:
?La presenza nella Presidenza del Comitato direttivo di un rappresentante dell’opposizione;
?La definizione di sedi sistematiche di informazione della opposizione da parte della segreteria interessata sulla corrente attività;
?L’inserimento – qualora non previsto congressualmente – nei sindaci revisori dei conti, di un esponente della opposizione con possibilità di promuovere, anche autonomamente, l’attività di verifica e di controllo del collegio, fermi restando i poteri e le prerogative dell’organo di controllo amministrativo in quanto tale;
?Il mantenimento della percentuale dell’opposizione, in caso di sostituzioni negli organismi dirigenti.
1.4.4. Queste regole aggiuntive e vincolanti normano il rapporto governo e opposizione a fronte di una dimensione quantitativa di quest’ultima di almeno il 10% del Comitato direttivo di riferimento.

1.5.1. Se tra un congresso e l’altro si producessero, in forma collettiva, formali divisioni nella maggioranza o nella/e minoranza/e congressuali con la formazione, di nuove aggregazioni programmatiche, occorre, negli organismi dirigenti di riferimento ufficializzarle formalmente con la presentazione di un documento programmatico che ne definisca le caratteristiche.
1.5.2. Il Segretario generale riferirà al comitato direttivo della nuova situazione e delle eventuali conseguenze.
1.5.3.Alle nuove aggregazioni così costituite sono consentite, nell’agibilità delle sedi sindacali, nell’utilizzo e accesso agli strumenti di informazione, le stesse regole previste per le aree programmatiche congressuali.

1.6.Le proposte di sostituzione, negli organismi dirigenti, sono presentate dal Segretario Generale. Nel caso di governo unitario tali proposte dovranno essere rispettose del pluralismo esistente nelle aree programmatiche e tra le aree stesse.

1.7.1. Non è consentito l’utilizzo di simboli di riconoscimento delle aree programmatiche.
1.7.2. L’utilizzo dei diversi loghi e simboli delle strutture della CGIL è consentito esclusivamente alle segreterie delle strutture stesse.

1.8. Organi competenti, nel caso di ricorso, relativamente ai paragrafi 1.1.2., 1.4.3. e 1.4.4., sono il Collegio di verifica competente o il Csn; mentre per i paragrafi 1.2.1., 1.5.3., 1.7.1. e 1.7.2., è il Comitato di garanzia di riferimento.

Roma, 6-7 luglio 1999

DELIBERA REGOLAMENTARE N. 3 – DEMOCRAZIA DI ORGANIZZAZIONE

3.1.Le basi sulle quali la Cgil regola la sua democrazia di organizzazione poggiano sulla partecipazione di tutti gli organismi dirigenti ai vari livelli e delle iscritte e degli iscritti, alla vita dell’organizzazione stessa. La democrazia di organizzazione deve intendersi come normale prassi per la costruzione e la verifica delle proposte e delle decisioni dell’organizzazione. In tutti i casi, ciò si rende obbligatorio in riferimento ad appuntamenti contrattuali, confronti con le istituzioni ai vari livelli e/o associazioni imprenditoriali – qualora si sia verificata impraticabile l’attivazione di forme di consultazione unitarie e dell’insieme dei lavoratori – nonchè in particolari momenti della vita della Cgil o di singole sue strutture.

3.2. I luoghi e gli strumenti fondamentali della partecipazione sono rappresentati dall’assemblea degli iscritti; dai comitati degli iscritti (aziendali o territoriali); dalle leghe dei pensionati e dalle loro permanenti relazioni con il dibattito e le decisioni degli organismi dirigenti; dai comitati direttivi, che costituiscono la sede più ravvicinata e rappresentativa, in quanto espressione della democrazia delegata.

3.3.1. Le scelte più significative di indirizzo e di orientamento degli organismi dirigenti, di categoria, dello spi e confederali, ai vari livelli, possono essere sottoposte a una "consultazione ordinaria" degli organismi dirigenti di livello inferiore a quello titolare della materia, fino ai comitati degli iscritti e alle leghe dei pensionati.
3.3.2. L’attivazione di questa procedura è decisa dall’organismo dirigente interessato o da 1/3 dei propri componenti; allo stesso organismo compete di esplicitare con chiarezza i contenuti della consultazione stessa ed indicare le strutture coinvolte.

3.4.1. Il comitato direttivo titolare della materia o un 1/3 dei propri componenti può decidere la "consultazione straordinaria", in presenza di temi di grande rilevanza, o in particolari momenti della vita della struttura interessata; lo stesso organismo fissa le modalità e i tempi di svolgimento della consultazione stessa che deve coinvolgere anche gli iscritti.
3.4.2. Tale consultazione può, altresì, essere attivata da una pluralità di organismi dirigenti diversi da quello titolare della materia – se confederale, ci si riferisce a Comitati direttivi confederali di livello inferiore e di categoria di pari livello; se di categoria, si intendono i Comitati direttivi di livello inferiore – rappresentativi di 1/3 degli iscritti. Il voto dei Comitati direttivi, che richiedano l’attivazione della consultazione straordinaria, è a maggioranza semplice. Analoghe modalità e dimensione quantitativa valgono per l’attivazione della consultazione straordinaria comprensoriale, confederale o di categoria che può, altresì, essere richiesta dai comitati degli iscritti o leghe dei pensionati rappresentativi di 1/3 degli iscritti. Tale procedura deve essere espletata entro 20 giorni dalla seduta nella quale il Comitato direttivo di riferimento delibera sul tema in questione.
3.4.3. La consultazione straordinaria può essere attivata anche dal 20% degli iscritti. Tale procedura deve essere espletata entro 40 giorni dalla seduta nella quale il Comitato direttivo di riferimento delibera sul tema in questione.
3.4.4. Il Comitato direttivo interessato, preso atto della positiva conclusione della procedura per l’attivazione della "consultazione straordinaria", deve esplicitare il contenuto della consultazione stessa, evidenziando le posizioni contrapposte, utilizzando le modalità previste dal Regolamento congressuale in tema di illustrazione delle mozioni. Il Comitato direttivo deve avviare – entro venti giorni dalla notifica della Commissione di verifica interessata o del Csn – la consultazione e valutarne le conclusioni.
3.5. L’organismo preposto all’accertamento delle condizioni per l’attivazione della procedura e la garanzia della sua realizzazione, è il Collegio di verifica di riferimento o il Csn per la Cgil nazionale; tali organismi svolgono anche funzioni di garanzia sullo svolgimento della consultazione stessa.

Roma, 6-7 luglio 1999