Category Archives: FILCAMS

Relazione di Carmelo Romeo
Segretario Organizzativo Filcams Nazionale
Conferenza di Organizzazione Nazionale
Palazzo del Cinema – Lido di Venezia
14-15-16 maggio 2008

Si conclude a Venezia la conferenza di organizzazione della Filcams Nazionale avviata dal C.D. del 15 e 16 maggio 2007, dalle successive fasi di approfondimento e di discussione in occasione del seminario tenuto in quel di Arezzo nel mese di giugno 2007 e dal C.D. Nazionale del 17 e 18 gennaio 2008 che ha avviato le conferenze di organizzazione che si sono svolte in tutte le strutture provinciali e regionali.
L’intero quadro attivo della Filcams CGIL ha partecipato ad un dibattito appassionato, attento, a volte articolato, non solo sui temi della conferenza contenuti nel documento programmatico approvato dal Comitato Direttivo della CGIL in data 17 e 18 dicembre 2007, ma anche politico-sindacali, sempre attento agli aspetti contrattuali che ci hanno impegnato in questi due anni, a partire dal congresso nazionale del 2006, nei rinnovi dei più importanti contratti collettivi nazionali che interessano milioni di lavoratrici/tori del terziario e della distribuzione, del turismo dei servizi.
La conferma del percorso per la conferenza di organizzazione definito per i livelli territoriali e regionali, ha consentito al gruppo dirigente di esprimere forti preoccupazioni per l’interruzione anticipata della legislatura, giudicata sbagliata e dannosa per gli interessi del Paese.
Le elezioni anticipate, fermamente volute dall’opposizione parlamentare, sono state, comunque, la naturale conseguenza delle divisioni delle forze politiche che avevano sostenuto, negli ultimi due anni, il Governo presieduto da Prodi debole politicamente e nella composizione parlamentare.
Tuttavia, le valutazioni più pessimistiche non lasciavano presagire un risultato elettorale, quale quello scaturito dalle urne il 14 aprile, che ha fatto registrare uno spostamento a destra del quadro politico del nostro Paese che ci riporta indietro di 60 anni.
Senza alcuna modifica all’attuale legge elettorale conosciuta sotto il nome “porcellum”, si è realizzato un mutamento politico radicale che altera gli equilibri politici degli ultimi quindici anni, aprendo una nuova fase all’insegna di un bipolarismo anomalo, cancellando dal Parlamento Italiano la presenza di quei partiti della sinistra che hanno svolto un ruolo importante nella storia del nostro Paese nel XX secolo.
Sono trascorsi esattamente 30 giorni dalla consultazione elettorale del 13 e 14 aprile e poco più di 15 giorni dell’altrettanto disastroso risultato elettorale del Comune di Roma, e le prime reazioni a caldo nel ricercare le colpe di qualcuno rispetto alle sfortune della variegata coalizione di centro sinistra del Governo Prodi, nonché le solite ed per alcuni versi inutili forme di autocritica che hanno animato il dibattito all’interno delle singole formazioni politiche sconfitte nella campagna elettorale, lasciano gradualmente il campo ad un’analisi più attenta dei risultati tesa a capire le ragioni che hanno indotto larghe fasce dell’elettorato, che tradizionalmente appartenevano allo schieramento della sinistra radicale e di quella riformista, a votare per una coalizione di destra che è la peggiore di quelle che governano altri Paesi occidentali.
Non ho la pretesa di proporre una puntuale analisi del voto, mi limito soltanto a svolgere alcune riflessioni anche alla luce di quanto è emerso dalle nostre conferenze di organizzazione territoriali.
Innanzitutto mi sento di poter affermare che il giudizio sul Governo Prodi nelle valutazioni del nostro gruppo dirigente, tra i lavoratori e delegati che noi rappresentiamo, è stato prevalentemente teso ad evidenziare gli aspetti negativi.
La pletorica composizione della compagine di Governo, la litigiosità dei suoi membri difficilmente contenuta dal Presidente del Consiglio, il provvedimento sull’indulto, approvato a larghissima maggioranza dal Parlamento eccetto la Lega Nord e contestato aspramente da quanti, maggioranza ed opposizione, lo avevano caldeggiato e sostenuto con il proprio voto, hanno generato una crescente delusione nell’elettorato di centrosinistra, che si è sentito tradito nelle aspettative rispetto alle promesse non mantenute della precedente campagna elettorale.
E’ la delusione è andata via via crescendo anche per la ragione che la sinistra, tutta la sinistra, era parte determinante della maggioranza del Governo.
Abbiamo vissuto questi due anni del Governo Prodi col fiato sospeso, quasi in apnea, ogni volta che c’era una votazione al Senato si paventava la caduta del Governo.
Le fibrillazioni all’interno del Governo, prima che Mastella e Dini staccassero definitivamente la spina, avevano già indebolito la maggioranza al Senato a seguito del venir meno della fiducia da parte di Rossi e Turigliatto sui temi di politica esterna.
La crisi definitiva è stata causata per motivi meno nobili o meglio ignobili, per effetto delle laute elargizioni di finanziamenti al Senatore De Gregorio ed al Senatore Dini, nonché per le promesse di un apparentamento politico con l’Udeur di Mastella, promesse non mantenute che hanno causato, almeno per il momento, il suicidio politico dell’uomo di Ceppaloni.
Tuttavia, anche le scelte di politica economica adottate dal Governo hanno avuto un notevole peso nell’alienare il consenso al Governo Prodi. La scelta di intervenire prioritariamente sul cuneo fiscale a favore delle imprese, rinviando ad una fase successiva misure a favore di un riequilibrio nei confronti dei ceti meno abbienti, peraltro vanificata dall’interruzione della legislatura, rappresenta un ulteriore elemento di dissenso, probabilmente il più forte, nei confronti del Governo uscente.
E’ pur vero, inoltre, che la stessa compagine di Governo non ha mai saputo o potuto valorizzare quanto di buono ha fatto a favore dei pensionati, dei disoccupati dei lavoratori precari, tuttavia penalizzati, per l’ennesima volta dalla politica dei due tempi.
Mi limito ad indicare alcuni punti qualificanti realizzati dal Governo Prodi in questi due anni a partire dalle norme per la stabilizzazione dei lavoratori dei call-center, alla restituzione di 150,00 euro a favore dei redditi incapienti, all’erogazione di una sorta di 14^ mensilità per i pensionati al minimo, alle norme per la tutela della salute e sicurezza sui posti di lavoro che hanno sicuramente contribuito a contenere, sia pure in misura insufficiente, le stragi sul lavoro che collocano il nostro Paese agli ultimi posti in materia di sicurezza sul lavoro ed ai primi posti tra i Paesi Europei per le morti bianche.
E come non ricordare il contributo determinante del Ministero del Lavoro per il rinnovo del CCNL delle imprese, favorito dalle norme introdotte per decreto legge successivamente approvato in punto di morte dal Parlamento in materia di appalti di servizi pubblici e del socio lavoratore.
Ho solo voluto ricordare alcuni dei provvedimenti che ci riguardano più da vicino, anche se la campagna elettorale ha completamente trascurato gli sforzi del Governo Prodi a favore della parte più debole della società al punto che il direttore di Repubblica, per evidenziare l’incapacità di comunicare da parte della litigiosissima compagine di Governo, ha coniato uno slogan ad effetto: ha predicato male e razzolato bene.
Non può sfuggire il paradosso per cui il Centro Sinistra, durante il Governo 1996/2001 ha avviato il risanamento economico del Paese favorendo l’ingresso dell’Italia nell’Euro introducendo misure improntate all’equità sociale, consegnando al Governo Berlusconi un Paese avviato verso la normalità.
Successivamente, l’immaginazione creativa del Governo di Berlusconi e del Ministro Tremonti ha generato la politica dei condoni, le leggi ad personam, gli attacchi alla Costituzione del nostro Paese, ai diritti dei lavoratori, senza preoccuparsi minimamente dei danni procurati al potere di acquisto delle retribuzioni per l’assenza di qualsiasi controllo sui prezzi a seguito dell’introduzione della moneta unica europea.
Analogamente, dopo lo striminzito e per molti versi deludente risultato elettorale del 2006 il Governo Prodi ha avviato una politica di equità fiscale, risanato il bilancio dello Stato attraverso un’incisiva lotta contro gli evasori fiscali consegnando al nuovo Governo un cospicuo extragettito fiscale, peraltro negato da Tremonti che, nelle intenzioni del Governo Prodi, ed anche per effetto delle intese sul protocollo sul welfare del 23 luglio 2007, doveva essere utilizzato a favore dei salari e dei redditi di pensione, così come previsto nella piattaforma unitaria sul fisco.
Ma persino sul protocollo del Welfare si è trovato il modo di litigare all’interno della maggioranza del vecchio Governo, nonostante il consenso all’intesa espresso, a larghissima maggioranza dai lavoratori e pensionati che hanno partecipato alla consultazione promossa da CGIL-CISL-UIL.
Nelle affermazioni del presidente Prodi e del suo Ministro del Tesoro, pochi giorni prima di passare le consegne al nuovo governo, si leggeva la soddisfazione per i positivi risultati di bilancio. L’Europa è prodiga di riconoscimenti per il buon lavoro fatto. Peccato che l’idea dei nuovi governanti e di destinare l’extragettito- il tesoretto – per detassare gli straordinari e per l’abolizione dell’ICI.
Gli effetti dello sconto fiscale sullo straordinario comporteranno un incremento del reddito di 200 euro l’anno- 400 secondo le stime di Confindustria per ogni operaio impegnato in prestazioni di lavoro straordinario, mentre l’abolizione dell’ICI verrà estesa al restante 60% di proprietari di case non esentati dalle misure adottate dal Governo Prodi.
Se il nuovo Governo adotterà le suddette misure il vantaggio derivante dalla detassazione dello straordinario riguarderà una platea limitata di lavoratori, mentre il ricorso allo straordinario comporterà la disincentivazione di nuova occupazione con conseguenti effetti negativi sull’occupazione dei giovani e delle donne. Il taglio dell’ICI premia i proprietari di immobili di qualità e di pregio, e non ha alcuna utilità sociale ed economica. Un riequilibrio a scapito dei ceti meno abbienti.
Ed ancora. Non è stato percepito in tempo, l’importanza che assumono, anche per il mondo del lavoro, i temi connessi alla nuova questione sociale, ai diritti individuali e collettivi delle persone, delle donne, degli uomini, dei giovani, alla sicurezza sui posti di lavoro ma anche nelle città, subendo la scomposta demagogia della destra, supportata da gran parte degli organi di stampa, che ha addebitato al Governo Prodi ed agli Amministratori di Centrosinistra delle Regioni e degli Enti Locali la responsabilità della recrudescenza, in parte vera in parte alimentata dagli organi di informazione come nel caso di Roma, della criminalità, specie quando venivano coinvolti immigrati.
E’ passata nel più assoluto silenzio la notizia apparsa su qualche quotidiano in occasione di una conferenza del nuovo sindaco di Roma sulla sicurezza, che i crimini contro i beni e le persone hanno subito una drastica riduzione, pari al 40%, nel 1° trimestre del 2008 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ a tutti noto quanto abbia pesato il tema della sicurezza nella sconfitta del centro sinistra nella Capitale.
A queste campagne di stampa, spesso, erano date dal Governo e dagli Amministratori del Centro Sinistra risposte contraddittorie, come se fossero pervasi da sensi di colpa; significative appaiono a mio parere le iniziative assunte dai Sindaci di alcuni importanti capoluoghi del Centro e del Nord, storicamente emblematici per la sinistra, nei confronti dei lavavetri, dei rom, dei mendicanti, delle prostitute che non affrontavano il cuore del problema, considerato che alle spalle degli immigrati anche non clandestini, e che non delinquono per scelta individuale, prospera la criminalità organizzata interna ed internazionale.
Certamente ha pesato e pesa nelle scelte degli Amministratori locali, anche di centrosinistra, il diffuso malessere, a volte giustificato ed a volte irrazionale, che pervade l’opinione pubblica, per il proliferare della microcriminalità e della delinquenza in particolare degli immigrati clandestini, enfatizzate in maniera ossessiva da alcuni quotidiani e dal monopolio televisivo pubblico e privato, spesso indifferente rispetto al crescente peso della criminalità organizzata che dalle regioni meridionali espande da anni i suoi tentacoli soffocanti in tutto il Paese ed anche all’estero, che rappresentano uno dei più forti ostacoli allo sviluppo economico e sociale del Paese.
Condivido pienamente il dramma che vive ogni cittadino che subisce forme di violenza, nelle proprie abitazioni, nelle strade, sui mezzi pubblici; ciascuno di noi è consapevole del senso di insicurezza che si diffonde con sempre maggiore frequenza tra i cittadini, ma trovo intollerabile il silenzio assordante degli stessi organi di stampa che tacciono oppure banalizzano le dichiarazioni di un autorevole parlamentare della destra quando afferma di considerare un eroe un individuo condannato all’ergastolo definitivamente per reati di mafia.
E si potrebbe continuare a lungo nell’evidenziare le contraddizioni e le tensioni che hanno attraversato la compagine Governativa sui temi della politica estera, di quella energetica, sulle infrastrutture, sulla ricerca, su una diversa politica economica maggiormente redistributiva, in grado di rendere competitiva l’economia del nostro Paese, favorendo un’occupazione più stabile e di qualità.
E come non ricordare, infine, le posizioni contraddittorie e di estrema debolezza del Governo rispetto ad un’inaccettabile invadenza delle gerarchie ecclesiastiche sui temi dell’aborto, della famiglia, delle persone che costituisce un attacco senza precedenti alle libertà individuali ed alla laicità dello Stato. Attacchi come quello sulla legge 194 ci riportano gli anni 50.
Credo che non giovi ad alcuno la discussione sul voto utile che avrebbe penalizzato la sinistra radicale in quanto non è stato sufficientemente contrastato. Vi risparmio qualsiasi riferimento sui flussi di voto; ma è indubbio che una parte dei voti dell’elettorato di sinistra sia andata al Partito Democratico, così come una parte per protesta o per motivi diversi ha trovato sbocco nella Lega Nord, un’altra fetta si è rifugiata nell’astensionismo mentre l’1% ha espresso la propria preferenza per i partiti a sinistra della Sinistra Arcobaleno.
E’ altrettanto vero, e mi scuso per l’estrema genericità del giudizio, che l’auspicato sfondamento al centro da parte del Partito Democratico non c’è stato per cui tocca anche al gruppo dirigente di questo partito garantire rappresentanza politica a quelle forze politiche che si sono riconosciute nella Sinistra Arcobaleno le quali, non ci può sfuggire, sono radicate nella società e sono presenti in quasi tutte le giunte regionale e degli Enti Locali con il P.D. che si è attestato, è bene ricordarlo, poco sopra il 33% e che, difficilmente potrà candidarsi a governare in futuro il nostro Paese senza confrontarsi con quella parte della sinistra che, al di là degli esiti della recente consultazione elettorale, dovrà a mio parere, misurarsi con i problemi del governo del Paese.
Nel pieno rispetto della reciproca autonomia mi permetto di suggerire sommessamente che la decisione della nostra conferenza di organizzazione di considerare centrale il territorio dovrebbe essere un terreno di riflessione anche per i partiti politici, in particolare nella composizione delle liste e nella scelta dei candidati per essere realmente più vicini alla gente, alle loro esigenze ed ai loro bisogni.
Ci attendono, adesso, almeno cinque anni di Governo della destra, durante i quali dobbiamo avere la capacità di avviare un dibattito culturale molto profondo, nel tentativo di contribuire anche per parte nostra alla costruzione di un diverso tessuto politico e sociale che si fondi sull’idea di una società più giusta, permeata dai valori dell’eguaglianza, della solidarietà, del rispetto dei diritti individuali e collettivi.
A questo obiettivo il Sindacato, tutto il Sindacato, può offrire un contributo essenziale anche alla luce del dibattito che sta attraversando la nostra Organizzazione e dell’intesa con CISL ed UIL sui temi delle regole, del pluralismo, della partecipazione e del diffuso radicamento sul territorio.
Ed è sul territorio come dicevo prima, che si gioca la sfida che la CGIL lancia attraverso la sua conferenza di organizzazione perché nel territorio è cambiato il ciclo produttivo, c’è una migliore capacità di aggregazione e si incontrano nuovi bisogni, ai quali va data una risposta con i fatti, per battere le critiche populistiche ed inaccettabili di Montezemolo e dei tanti censori della carta stampata, anche del Centrosinistra che, nel tradizionale stile italico, sono saltati sul carro del vincitore, ed hanno già proclamato il de profundis del sindacato confederale.
Dopo la casta dei politici ecco imperversare nelle librerie italiane, anche se con molta minore fortuna, “L’altra casta” che tende a mistificare il ruolo e la funzione del sindacato confederale italiano. Una “rappresentazione ridicola”, come ebbe a definirla Epifani, in quanto non abbiamo privilegi da difendere. Le retribuzioni di un dirigente sindacale della CGIL sono molto contenute, forse troppo, e sono facilmente riscontrabili. Saranno queste le vere ragioni che hanno fatto scatenare una campagna di menzogne contro il Sindacato ed il suo peso nella Società.
Non condivido per nulla tutte le affermazioni di Grillo, anche quelle riferite al giornalismo ma credo sarebbe opportuno che le grandi firme del giornalismo italiano, i cui vantaggi e privilegi sono ben noti, riflettessero in maniera approfondita sullo stato preoccupante della libertà di stampa nel nostro Paese e sull’estrema precarietà in cui è costretta a prestare la propria opera professionale la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani, che aspettano il rinnovo del contratto di lavoro da oltre due anni.
Al Sindacato non mancherà il modo di effettuare una serena riflessione sui propri ritardi, sulle proprie contraddizioni, anche alla luce del voto espresso dagli operai, dai pensionati, dai lavoratori precari a favore della Lega nelle regioni del Nord e di Forza Italia ed Alleanza Nazionale nelle regioni del Sud.
Non possiamo essere indifferenti, anche se non è la prima volta che ciò avviene, perché il voto si carica di particolari significati in quanto su alcuni valori quali la solidarietà e su alcuni temi fondamentali quali la politica di accoglienza degli immigrati e la sicurezza le proposte del Centro Destra ed in particolare della Lega sono diametralmente opposte a quelle della CGIL e del Sindacato Confederale.
Come si conciliano le affermazioni di autorevoli esponenti della Lega Nord come SGOMBRARE GLI STRANIERI, QUANTI MUNGITORI, MURATORI E BADANTI DEVONO ESSERE CACCIATI, con i principi contenuti nello Statuto della CGIL?
E le affermazioni dell’immigrato regolare albanese quando fa proprie le ragioni della Lega Nord contro il connazionale immigrato irregolare, anche se non delinque, perché teme per il proprio posto di lavoro?
Io penso che una riflessione serena ed attenta sul voto degli operai, dei precari e dei pensionati valga molto di più delle critiche rivolte a quanti, nella sinistra radicale non sono stati sufficientemente aggressivi nei confronti del partito democratico, al solo scopo di scaricare su qualcuno la responsabilità rispetto ad un risultato elettorale imprevisto, imprevedibile ed inimmaginabile anche dopo le prime proiezioni elettorali.
Pur in presenza di un quadro politico radicalmente mutato rispetto a qualche settimana addietro e certamente più difficile, i temi decisi in occasione del XV congresso della CGIL sulla lotta alla precarietà e per un’occupazione stabile e di qualità, sull’introduzione di un welfare più rispondente alle mutate esigenze della società, sulla politica di inclusione, mantengono intatta la loro forza progettuale, proprio quando è più preoccupante la crisi etica e dei valori che attraversa la nostra società.
Noi possiamo esercitarci ad analizzare cosa cambia per il sindacato per effetto del nuovo quadro politico.
Il rapporto con il nuovo governo- riconfermando la validità dell’assunto per cui se non c’era per noi un “governo amico” all’epoca del centro sinistra, non dobbiamo riscoprire oggi il “governo nemico” – non può che svolgersi in modo classico, puntando essenzialmente sulla nostra storia di Sindacato generale che ha sempre avuto i suoi punti di forza nella sua autonomia e nel suo programma.
Così come appare superfluo, a mio modo di vedere, discettare su veri o presunti cambiamenti, visto il mutamento del quadro di governo, dei rapporti tra le organizzazioni confederali.
Tutte le analisi e riflessioni sono opportune e necessarie, ma devono essere finalizzate, comunque, a rafforzare il rapporto unitario ed ad impegnarci per individuare un percorso finalizzato alla costruzione di un programma comune sulle regole di democrazia e di rappresentanza condivise.
Ma la considerazione politica più gravida di conseguenze e che può dare il là alla linea da perseguire è senz’altro quella che identifica questo governo come un governo stabile che durerà a lungo, quanto meno tutta la legislatura e che, vista la sua forza in parlamento ben difficilmente ingaggerà confronti campali con il sindacato producendo, come è già successo, il suo rafforzamento.
Se questo è vero, e noi pensiamo di sì, è necessario uniformare a questo i nostri comportamenti. Anche per noi non ci possono essere scontri frontali definitivi, o preventivi, ma c’è la necessità di dotarsi di strumenti indispensabili per condurre una battaglia di lungo periodo e di lungo respiro.
Abbiamo molte carte da giocare per questa prospettiva.
La piattaforma unitaria definita a Milano su salari pensioni prezzi e fisco è la piattaforma con la quale nell’immediato ci si deve misurare con il nuovo governo.
La condizione di sofferenza di molta della nostra gente lo sollecita, così come reclama che non si facciano passi indietro, ma si vada oltre, rispetto a quanto abbiamo realizzato in tema di stabilità dell’occupazione, di lotta al lavoro nero, per la sicurezza sul lavoro. Non ultimo il decreto legislativo da poco emanato.
L’approdo unitario realizzato sui temi della democrazia e della rappresentanza è una carta fondamentale per reggere in termini vincenti nei prossimi anni. Lo aspettavamo da anni questo risultato e al di là delle legittime sensibilità che si sono espresse anche in modo differente nel comitato direttivo della CGIL, dobbiamo sentirci soddisfatti.
Per quanto riguarda la questione della democrazia di mandato il documento sulla struttura della contrattazione non aggiunge molto di più rispetto a quanto avevamo già realizzato nella categoria.
I contratti di primo e secondo livello li abbiamo sempre sottoposti alla consultazione dei lavoratori e il loro parere è stato sempre vincolante, sia quando sono stati condivisi che quando sono stati bocciati.
Ma questo risultato confederale rafforza definitivamente la scelta della consultazione certificata tra tutti i lavoratori delle piattaforme e delle ipotesi di accordo, e non era scontato. E’ stato, comunque, evitato che un eventuale insuccesso potesse far regredire anche rispetto ai punti più avanzati realizzati attraverso accordi tra alcune categorie.
Semmai, il problema che continuiamo ad avere, e che in una conferenza di organizzazione va detto in esplicito, è che noi, indipendentemente dalle regole che abbiamo, non facciamo abbastanza per la diffusione della consultazione. In qualche territorio alle volte non la si fa proprio. E questo è un male.
Dove invece rileviamo un grande valore aggiunto è sulle regole della rappresentanza. Non è esagerato usare per questo accordo il termine “storico”.
Per la prima volta siamo di fronte ad un accordo unitario che conviene sulla certificazione della rappresentanza e della rappresentatività delle organizzazioni sindacali individuando anche la sede autorevole che la dovrebbe certificare, il CNEL, nonché gli stessi elementi necessari per la rilevazione: gli iscritti e i voti espressi nell’elezione delle RSU.
Noi eravamo arrivati alla determinazione, per rinsaldare un rapporto democratico tra lavoratori e organizzazione, di proporvi di realizzare una grande campagna di rinnovamento anche solo come Filcams che vedesse la validazione attraverso il voto dei lavoratori delle RSA Filcams esistenti e analoga cosa per le RSU Filcams, garantendo alla Fisascat e alla Uiltucs che in ogni caso si sarebbero rispettati i vecchi numeri e proporzioni tra le tre organizzazioni.
Ora possiamo affrontare in modo più ampio e completo tale progetto con una grande campagna di verifica e nuova elezione delle RSU in termini unitari. Non è poco vista l’esigenza che abbiamo.
Per quanto riguarda l’intesa unitaria sul modello contrattuale credo proprio che noi abbiamo ragioni specifiche su cui riflettere e che fanno parte della nostra peculiarità consolidata.
La prima riguarda il peso che per noi ha il contratto nazionale di lavoro, la seconda riguarda l’estensione della contrattazione di secondo livello e la terza riguarda l’emergenza di questi ultimi anni, che è determinata dalla durata dei confronti per realizzare il rinnovo.
La difesa del contratto nazionale inteso come un complesso di norme e diritti che abbia contemporaneamente autorità normativa nazionale e autorità salariale potendosi definire strumento della solidarietà nazionale per i lavoratori di un dato settore è una scelta irrinunciabile, non fosse’altro per la ragione che, per non pochi dei nostri settori, questo è l’unico momento contrattuale in cui possiamo realizzare vantaggi economici e normativi per i lavoratori.
Il contratto nazionale però lo si può minare o svuotandolo di poteri o più facilmente non facendolo proprio.
Trascinare le contrattazioni per 20 – 30 mesi significa ciò. Ed i ritardi sono stati causati da scelte predeterminate da parte di Confindustria e Confcommercio, salvo venire accusati dalle stesse associazioni di essere noi responsabili dei bassi salari che ci collocano agli ultimi posti in Europa.
Per settori come i nostri che non possono far affidamento esclusivamente ai rapporti di forza anche solo per la ragione che a volte la forza è prossima allo zero, disporre di un modello universalmente riconosciuto e rinnovato come impegno politico contrattuale, dà quella forza che nel tempo il modello del “93 aveva perso ma che ha avuto in origine.
Quindi per noi la priorità delle priorità è realizzare un nuovo modello contrattuale che possa rimettere nella normalità la contrattazione nazionale, e l’intesa realizzata, a nostro parere, porta a ciò indicando, altresì, modalità dei rinnovi che ne incentivano le chiusure celeri.
L’altra priorità è la necessità di realizzare risultati verso l’estensione della contrattazione di secondo livello non tanto in termini di diritto, che abbiamo anche realizzato, ma soprattutto in termini di fattibilità reale. L’intesa, pur nei limiti oggettivi esistenti nella terminologia della “esigibilità”, va in questa direzione.
Il contratto del terziario, nel confronto che è ancora aperto, ha marcato la scelta politica della Confcommercio di andare ad un suo progressivo svuotamento rivendicando norme imperative nazionali immediatamente esigibili in tema di lavoro domenicale e riposi settimanali; questo è stato e resta lo scoglio principale che non ci ha consentito di proseguire le trattative.
La contrattazione dell’organizzazione del lavoro è l’argomento che avevamo pensato per un rilancio del ruolo del sindacato nelle imprese organizzate per rispondere ai bisogni che lì si propongono con forza per rinsaldare, attraverso ciò, il rapporto tra sindacato e lavoratori. Non potevamo farcelo scippare. L’intesa confederale mette questa tematica al centro della contrattazione di secondo livello.
In merito alla durata dei contratti noi, per necessità più che per scelta, avevamo sperimentato la formula dei due anni più due anni con una verifica automatica intermedia dello scostamento rispetto all’inflazione reale al fine di un eventuale recupero salariale con riferimento ai dati presi in esame per definire gli incrementi economici.
Ci era parsa una buona scelta perché garantiva con un automatismo l’aggiornamento del salario e ci permetteva il tempo necessario per la contrattazione di secondo livello. Tuttavia, se c’è la possibilità di avere formule di adeguamento del salario contrattato nel corso della durata del contratto, come appare dall’accordo, anche i tre anni possono essere una scelta da condividere.
Prima dicevo del contratto del terziario e lo scoglio che dobbiamo superare nei confronti della Confcommercio per realizzare, sul punto, un’intesa accettabile con l’aggiunta di incrementi salariali che dovranno andare oltre la richiesta avanzata essendo mutate le condizioni previste di inflazione.
Dobbiamo essere consapevoli che stiamo superando il numero di giornate di lotta fatte nei rinnovi più difficili; lo sciopero dichiarato è per il 28 giugno, ma rischia di essere un insuccesso se in questo periodo non si lavora per fare crescere tra i lavoratori e le lavoratrici la mobilitazione. Gli spazi unitari a livello nazionale si sono realizzati, bisogna metterli in attività nei territori.
Se riusciremo a rinnovare questo contratto assieme a quello della Cooperazione di consumo, e quello degli studi professionali, potremo trarre un bilancio importante del lavoro fatto che annovera il contratto più tormentato, quello delle imprese di pulizia, il contratto del Turismo Confcommercio e Turismo Confindustria, che ne ha unificati due di contratti, il contratto della Vigilanza Privata con una successiva vittoria dopo una lotta di lunga lena, trentennale, realizzando la normativa del riconoscimento della figura giuridica della Guardia Giurata, il contratto dei Portieri, il contratto delle Collaboratrici Familiari, il contratto delle Farmacie Speciali, rimane ancora appeso quello delle Farmacie Private.
Un grande lavoro di contrattazione nel livello nazionale senza contare quanto realizzato nel secondo livello sia nazionale che aziendale territoriale, oltre a quei pochi casi di territoriale tout court.
Un grande lavoro sul quale non solo noi ma i lavoratori hanno dato un giudizio globalmente positivo.
Questa è una parte consistente del nostro lavoro che continueremo a svolgere.
Ed infine, non possiamo non guardare con interesse a quanto contenuto nel documento confederale unitario, riguardo all’affermata volontà di rafforzare la normativa vigente per i casi di appalto, outsourcing, cessioni di ramo di azienda che hanno un’importanza rilevante nei settori del terziario.
Sull’insieme di questi temi e su quelli specifici della conferenza di organizzazione il quadro attivo della CGIL ha avuto modo di confrontarsi in questi ultimi mesi.
Ed anche per questi motivi l’aver mantenuto la conferenza di organizzazione, pur in presenza dell’interruzione della legislatura, è stata una scelta che la Filcams ha condiviso e sostenuto, convinta della necessità di riflettere attentamente sullo stato di salute complessivo della nostra organizzazione dopo 15 anni dall’ultima conferenza organizzativa anche se, è bene sottolinearlo in questi ultimi 15 anni, non siamo stati fermi.
Le decisioni dei precedenti congressi e le delibere regolamentari approvate a maggioranza qualificata dal Comitato Direttivo Nazionale della CGIL hanno introdotto un sistema di regole nella CGIL, sul suo pluralismo ed unità interne, sulla democrazia di organizzazione, sulle modalità per l’elezione dei segretari generali e delle segreterie, che ha contribuito, sia pure con difficoltà e con qualche contraddizione, ad adeguare l’assetto organizzato della nostra organizzazione ai mutamenti della società, alle trasformazioni del mondo del lavoro, alla globalizzazione dell’economia, al dirompente fenomeno delle migrazioni interne ed internazionali.
In tutte le conferenze di organizzazione Regionali e territoriali, l’obiettivo di estendere la nostra rappresentanza trova concreta attuazione nel rafforzamento politico ed organizzativo della Filcams in tutte le realtà territoriali.
Il 2007 si è chiuso con un incremento degli iscritti del 4,3% rispetto all’anno precedente. Dallo studio curato dal compagno Perin che troverete agli atti della conferenza, emergono alcuni dati abbastanza significativi. Nel 1949 gli iscritti al terziario erano pari al 3,5% di tutti gli iscritti alla CGIL tra i lavoratori attivi e pensionati. Nel 2007 eravamo al 6,1%. Se si fa riferimento ai soli lavoratori attivi, con esclusione quindi, degli iscritti al Sindacato Pensionati, dal 5,21% del 1980 siamo passati al 13,46% del 2007. In valore assoluto, gli iscritti al 1980 erano 184.170, mentre a dicembre 2007 erano 345.372, quasi raddoppiati rispetto allo stesso periodo.
Una presenza diffusa in maniera omogenea in tutti i settori, commercio, turismo e servizi, con un significativo e crescente peso tra i lavoratori migranti. In base ad un’indagine conoscitiva condotta nel 2004 il 58% degli iscritti erano donne, il 18% giovani con età inferiore ai 25 anni, mentre il 6, % era composto da lavoratori migranti.
Anche nel primo trimestre del 2008 il trend di crescita è confermato e pensiamo di raggiungere, alla fine del 2008 l’obiettivo del 4% in più sul 2007 che ci siamo dati all’inizio dell’anno.
Torneremo sul tesseramento domani pomeriggio, in occasione della festa del tesseramento alla quale parteciperà il Segretario Generale della CGIL.
Voglio qui affermare che questi risultati non sono casuali ma premiano lo sforzo e la determinazione dell’intero gruppo dirigente che ha sempre considerato e considera il tesseramento un obiettivo di straordinaria importanza sul quale sono impegnate risorse economiche, nonché i quadri ed i delegati, le RSA ed RSU che, nel corso di questi anni hanno rivestito ruoli di responsabilità ai diversi livelli. A tutti loro va il ringraziamento della Filcams nazionale.
Ma nelle conferenze territoriali sono affiorati alcuni nodi che vanno affrontati e risolti nel rapporto con la Confederazione e con le altre categorie interessate.
Il dibattito ha dedicato particolare interesse al tema della titolarità contrattuale. Per la nostra categoria resta prioritaria la necessità di una riflessione a tutto tondo sui confini contrattuali, coinvolgendo le categorie nazionali attraverso un coordinamento politico della Confederazione.
Il dibattito confederale, su questo tema registra limiti e ritardi, e non tiene conto della particolare composizione e frantumazione del mondo del lavoro conseguente alle profonde trasformazioni dei settori produttivi industriali, dei servizi, del terziario, della Pubblica Amministrazione, delle nuove tecnologie, della riorganizzazione dei processi produttivi, delle delocalizzazioni che hanno prodotto un mutamento strutturale degli assetti organizzativi del Sindacato.
A queste trasformazioni abbiamo adattato un’azione contrattuale, di tutela e di rappresentanza non sempre efficace ed in grado di rispondere al meglio, in particolare nei luoghi di lavoro, ai bisogni dei lavoratori. Particolare significato assume la dimensione territoriale del sito produttivo.
Per rafforzare la nostra rappresentanza sociale nelle strutture organizzative complesse dove operano lavoratrici/tori ai quali viene applicata una pluralità di contratti collettivi, occorre operare per una ricomposizione della tutela e della rappresentanza, attraverso una contrattazione mirata – di sito – coordinata dalle strutture confederali corrispondenti in stretto raccordo con le categorie interessate a loro volta titolari dei contratti collettivi di riferimento.
Gli emendamenti approvati da molte conferenze territoriali vanno nella direzione di riaprire la discussione sulla titolarità contrattuale, sulla base di proposte innovative riguardo alla ricomposizione/riduzione dei contratti nazionali e la ridefinizione dei confini degli stessi in sintonia con quanto contenuto nel documento confederale unitario sulla riforma del modello contrattuale.
Noi pensiamo di offrire al dibattito della prossima Conferenza di Organizzazione della Confederazione di fine maggio alcuni temi di riflessione:
1) riconfermare, senza eccezione alcuna, che il sindacato di categoria che ha la titolarità contrattuale per il contratto collettivo nazionale e, di conseguenza, la titolarità per il secondo livello, coincide con il sindacato che ha la titolarità organizzativa.
2) escludere nuovi contenitori contrattuali che oltre a contraddire l’orientamento volto alla semplificazione contrattuale rappresentano un dumping nefasto per i lavoratori;
3) contrastare la prassi, purtroppo in atto anche sotto la spinta delle controparti, di allungare a dismisura le sfere di applicazione dei contratti introducendo settori di pertinenza storica di altri contratti;
I nodi da sciogliere a nostro parere potranno essere individuati tra i seguenti:
- come garantire rispetto ai processi di esternalizzazione e/o terziarizzazione, oltre alla contrattazione del processo in se, anche il mantenimento del contratto di lavoro precedente qualora favorevole ed in ogni caso il mantenimento delle condizioni di miglior favore e ciò, in termini di condizione collettiva;
nei casi di re-internalizzazione delle attività primarie precedentemente esternalizzate quali interventi adottare per la salvaguardia delle condizioni di miglior favore – contratto collettivo più favorevole al lavoratore – ed i livelli professionali;
come evitare orientamenti genericamente impostati su una ricomposizione di filiera tra attività produttive e di servizio, complementari, strumentali o di supporto che avrebbe come unico effetto verosimile la generazione di aspettative irrealizzate;
come orientare in occasione delle esternalizzazioni la scelta degli appalti e/o concessioni di un complesso di servizi – facility management – privilegiando il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa in luogo della gara al massimo ribasso favorendo, in tal modo, il riferimento ad un contratto unico degli appalti di servizi pubblici e privati;
come organizzare la rappresentanza dei lavoratori attraverso il coinvolgimento delle categorie della Committenza e degli appalti realizzando un positivo intreccio tra le RSA/RSU delle stesse categorie.

REGIONALI DI CATEGORIA
L’affermazione del documento confederale, sulla centralità del territorio ha aperto una riflessione sul ruolo e la funzione dei regionali di categoria e sul mantenimento dell’istanza congressuale da noi confermata in occasione dell’ultimo congresso nazionale.
La scelta della Filcams non ha comportato, alcun depotenziamento degli altri livelli dell’organizzazione ed è scaturita dall’esigenza di stare dentro la riforma del titolo V° della Costituzione che ha attribuito alle Regioni compiti importanti di natura legislativa, per quanto ci riguarda direttamente, sul riordino del commercio e del turismo ed in materia di appalti di pubblici servizi.
Non si sono verificati appesantimenti burocratici tra i diversi livelli dell’Organizzazione, Regionali, Provinciali ed Aree Metropolitane, anche perché le scelte operate hanno favorito un reale decentramento delle risorse destinate al territorio ed alle rappresentanze aziendali. In prevalenza le strutture regionali, che svolgono, tra l’altro, compiti e funzioni di gestione e coordinamento di attività contrattuali nelle proprie Regioni, sono molto snelle e non hanno richiesto alcun intervento di razionalizzazione sia dal punto di vista economico che organizzativo.
Sono queste le ragioni sostanziali che ci hanno indotto a riaffermare la validità della scelta di considerare il livello regionale quale istanza congressuale, ribadita in tutte le nostre conferenze organizzative.

SISTEMA DI TUTELE E DI SERVIZI.
La Filcams, in tutta la sua storia, ha sempre cercato di contemperare l’esigenza di tutela collettiva, derivante dalla riconosciuta titolarità di ben 28 contratti collettivi nazionali, con una consolidata esperienza di tutela individuale esercitata attraverso gli uffici vertenze gestiti direttamente oppure in stretto raccordo con le Camere del Lavoro. La tutela collettiva e quella individuale non possono che essere complementari favorendo l’allargamento della nostra rappresentanza e rappresentatività anche in conseguenza della nostra capacità di saper essere interlocutori dei lavoratori rispetto ai loro bisogni ed alle loro esigenze non limitate esclusivamente agli aspetti contrattuali.
Realizzare, pertanto, un sistema integrato dei servizi rappresenta un obiettivo ineludibile da perseguire nel breve-medio termine attraverso un’efficace sinergia tra la Confederazione ai diversi livelli, il Sistema dei Servizi, lo SPI ed il coinvolgimento di tutte le categorie.
A nessuno può sfuggire il crescente valore sociale dei servizi che noi proponiamo ad una collettività di iscritti e non iscritti, che sollecitano una risposta puntuale ai loro bisogni, e costituiscono per la CGIL uno dei più importanti veicoli di proselitismo.
Tuttavia questa integrazione dei servizi deve svolgersi nella massima chiarezza e nel rispetto delle prerogative di ciascuna categoria evitando conflitti di competenze e sovrapposizioni di ruoli.
Uno degli aspetti più discussi riguarda l’esigenza di chiarire le forme di tutela che vanno garantite al lavoratore migrante, mi riferisco alle collaboratrici famigliari, le badanti – circa 700.000 in gran parte regolari – ed il servizio che può e deve essere offerto al pensionato che si rivolge alle nostre strutture per conoscere forme e modalità per l’assunzione della badante.
Occorre fare chiarezza sull’insieme dei servizi che offriamo a milioni di persone tra lavoratrici e datori di lavoro. C’è lavoro per tutti senza creare inutili intralci tra le diverse strutture.
Da parte nostra riconfermiamo l’esigenza che le collaboratrici famigliari non solo debbano iscriversi a Filcams Fisascat Uiltucs, in quanto titolari del loro CCNL, ma la tutela e la rappresentanza degli interessi delle stesse compete a Filcams Fisascat Uiltucs. Qualsiasi altra scelta è in contrasto con il nostro Statuto e rappresenta un’indebita interferenza che travalica i confini e le competenze di un livello dell’Organizzazione rispetto ad un altro.
Altra cosa è la tutela che va garantita al pensionato o al lavoratore iscritto, ed anche non iscritto, rispetto alla sua esigenza di assumere una collaboratrice, che si rivolge alla CGIL od allo sportello dei servizi per essere supportato rispetto alle complesse procedure previste dalle normative vigenti in materia di assunzioni.
Essenziale resta l’azione dell’ufficio vertenze ed il ruolo attivo delle categorie sull’insieme delle tutele attraverso un processo di integrazione con il sistema dei servizi in particolare sui seguenti aspetti:

    definire progetti formativi per i quadri e dirigenti sindacali, ma anche per la rete delle rsu, rsa, rls e delegati d’intesa tra le strutture confederali e di categoria ed il sistema dei servizi;
    realizzare un sistema informatico che consenta l’agevole scambio dei dati per il censimento degli iscritti ed un’analisi puntuale dei dati socio/economici del Paese, superando l’attuale diversificazione dei sistemi informatici per un’adeguata integrazione dei dati di quelli esistenti.

Su tale ultimo aspetto, è opportuno sottolinearne l’importanza crescente che ha assunto in questi ultimi anni evidenziando, qualora ce ne fosse bisogno, il notevole successo del nostro sito tra i lavoratori/trici che liberamente possono comunicare, consultando i documenti sindacali ed interagendo con la nostra Federazione.
Dal documento predisposto dal CESI della Filcams, che troverete tra i documenti che vi sono stati consegnati, si evince come 300 lavoratrici/tori si collegano mensilmente on-line attraverso il 118, ponendo quesiti sull’insieme delle tematiche contrattuali, ai quali ci impegniamo a dare risposte esaurienti e tempestive.
Ed ancora, nel periodo gennaio/aprile 2008, sono in media 80.000 i visitatori che ogni mese si collegano con il sito Internet della Filcams, collegamenti che raddoppiano in quanto gli stessi visitatori si collegano più di una volta al giorno. Le pagine visitate, sempre nello stesso periodo sono in media 600.000 al mese, con impennate in occasione delle vertenze contrattuali e dei rinnovi dei CCNL.
La Filcams da tempo manifesta l’esigenza di poter essere interfaccia diretta delle lavoratrici e dei lavoratori sui temi contrattuali e normativi di cui è titolare, allo scopo di fornire servizi ed informazioni puntuali e coerenti con le scelte contrattuali.
L’intreccio tra vertenza individuale e ruolo della categoria rappresenta per la FILCAMS CGIL una condizione essenziale per una politica organizzativa funzionale alle esigenze dei singoli lavoratori e della stessa Confederazione.
Nelle realtà in cui gli uffici vertenze sono stati assorbiti dagli Uffici Confederali i risultati per l’insieme dell’organizzazione sono stati prevalentemente insoddisfacenti, in termini organizzativi ma anche di qualità delle prestazioni offerte.
La Filcams è favorevole all’istituzione di una cabina di regia nelle Camere del Lavoro e nei Regionali CGIL al fine di potenziare il sistema dei servizi anche attraverso un utilizzo mirato delle risorse umane ed economiche.
Ritiene inopportuno aprire un contenzioso nelle realtà territoriali nelle quali, dopo una prima sperimentazione, è stata consolidata la centralizzazione degli uffici vertenze.
Tuttavia, proponiamo un confronto per approfondire le forme e modalità di gestione delle vertenze, ricercando soluzioni appropriate, d’intesa tra Confederazione, le categorie interessate, il sistema servizi, in relazione alle dimensioni delle singole strutture, su due aspetti per noi importanti:

    il primo è di natura politico-contrattuale: data la composizione strutturale delle imprese dei nostri settori, l’attività vertenziale individuale, non essendo un aspetto marginale dell’azione sindacale, costituisce un osservatorio indispensabile per la categoria per calibrare la contrattazione collettiva e la verifica della sua applicazione. Essa rappresenta, inoltre, uno dei veicoli per il proselitismo e l’organizzazione di nuove imprese: Da ciò deriva che il rapporto tra Categoria ed Ufficio Vertenza, per le vertenze di competenza della categoria non può che essere strettissimo. La stessa direzione politica della vertenza individuale compete alla Categoria;
    il secondo aspetto è quello squisitamente organizzativo: il tesseramento realizzato con la vertenzialità individuale di pertinenza della categoria e, di conseguenza, la destinazione delle risorse economiche che ne derivano deve essere oggetto di intese tra Categoria e Confederazione.

In tale logica vanno interpretati gli emendamenti approvati nelle conferenze regionali che vanno riproposte nella Conferenza Organizzativa della CGIL.

LA POLITICA DELLE RISORSE
In sintonia con la scelta ribadita al congresso di Rimini di valorizzare il territorio ed i luoghi di lavoro in questi ultimi anni la Filcams ha operato scelte concrete in termini di dislocazione di risorse umane ed economiche a favore della formazione e dei progetti di re insediamento. Il Bilancio consuntivo che sarà portato all’approvazione del C.D. entro il prossimo mese di giugno confermerà il trend di crescita degli investimenti effettuati.
La discussione sulle risorse, sul loro utilizzo e sul trasferimento delle stesse verso il territorio, è stata improntata al massimo rigore, all’etica, alla responsabilità del gruppo dirigente di tutti i livelli dell’organizzazione, partendo dalla necessità di conoscere l’insieme delle risorse di cui dispone l’organizzazione a tutti i livelli comprese quelle provenienti dalla bilateralità e dai distacchi retribuiti, che devono essere riportate con la massima trasparenza nella presentazione dei bilanci.
Nelle nostre conferenze territoriali, è stato particolarmente dibattuto il tema dell’omogeneità della contribuzione sindacale, sollecitando la Confederazione ad individuare un percorso unitario con CISL e UIL per raggiungere, sia pur gradualmente, l’obiettivo dell’1% di contribuzione.
Nell’affermare il principio che la tessera va consegnata a tutti gli iscritti, a prescindere dalla durata di iscrizione e dalla contribuzione individuale, occorre ricercare opportune soluzioni politiche nei casi in cui il costo tessera è più alto rispetto alla quota corrisposta dai singoli iscritti; argomento questo che interessa la nostra Federazione considerando che, negli ultimi mesi dell’anno, gli iscritti costituiscono un costo a volte insostenibile che incoraggia le nostre strutture a non consegnare la tessera o a rinviarne la consegna all’anno successivo, sempre che permanga l’iscrizione alla Filcams.
Nell’ottica di facilitare il trasferimento di risorse verso il territorio, occorre individuare nuove forme e modalità di canalizzazione verticale ed orizzontale, attraverso una ripartizione trasparente sia delle risorse economiche che di uomini e strumenti perseguendo l’obiettivo di un riparto a favore delle categorie nella misura del 75%, e del 25% per tutti i livelli confederali. Infine, da parte di molte strutture territoriali della Filcams, è stato sottolineato come, in conseguenza della polverizzazione dei posti di lavoro e delle difficoltà organizzative nel mantenere il collegamento con gli iscritti, i costi dei servizi generali corrisposte alle Camere del Lavoro risultino insopportabili.
Ciò in quanto, il forte turn-over degli iscritti coincide sempre di più con il pensionamento dei lavoratori a tempo pieno ed indeterminato, e l’assunzione di giovani a tempo parziale, con prestazioni di lavoro a volte inferiori alle 20 ore settimanali, il che costituisce un serio problema organizzativo ed economico pur in presenza di una forte crescita degli iscritti.

RINNOVAMENTO E RINGIOVANIMENTO
Uno dei temi che ci ha fatto molto discutere durante le conferenze è senza dubbio quello riferito al rinnovamento e ringiovanimento della nostra organizzazione, finalizzato a favorire la crescita di una nuova generazione di quadri da ricercare prioritariamente tra le RSA-RSU, nei posti di lavoro, nel territorio, favorendo l’inserimento di giovani ad ogni livello confederale e di categoria dell’organizzazione, garantendo la rappresentanza di genere, il pluralismo politico, i migranti.
Sono affiorate critiche e perplessità sulle forme ritenute più idonee ad avviare un processo, sia pure graduale di ricambio, anche generazionale dei dirigenti della CGIL. Si sostiene, ed in parte può essere vero, che potrebbe essere lacerante per la nostra organizzazione privarsi delle competenze e dell’esperienza che si sono maturate nel corso degli anni in CGIL.
Ma le perplessità, il più delle volte, provengono dai dirigenti che si sono formati agli inizi degli anni 70, che sono in prima linea da quasi 40 anni, che devono maturare la consapevolezza di favorire l’inserimento, a tutti i livelli dell’organizzazione, di una nuova generazione di quadri, ai quali non devono far mancare il loro sostegno, facendo gradualmente e discretamente un passo indietro.
Per quanto ci riguarda cerchiamo di muoverci in questa direzione. In occasione dell’Assemblea Nazionale della CGIL del maggio 2007 al Brancaccio erano presenti oltre 100 compagne/i delegati, quadri e rappresentanti aziendali di età inferiore ai 35 anni, dei diversi settori in cui si articola la nostra federazione.
Nel quadro delle iniziative decise dalla Filcams Nazionale riguardo alla promozione di un sistema di formazione e riqualificazione continua dei nuovi quadri dirigenti, abbiamo avviato nel 2007 un master per 27 giovani al disotto dei 35 anni dei quali circa la metà donne. Un’altra selezione è prevista per il prossimo autunno per nuovi quadri da avviare ad un altro master di formazione da affiancare alle compagne/i che non hanno potuto partecipare al precedente corso.
La politica formativa e dei quadri ha prodotto risultati che giudichiamo soddisfacenti, anche se si può fare di più. Nel C.D. della Filcams Nazionale la presenza delle donne è superiore al 40%; sono 72 le compagne che ne fanno parte su 177 componenti il C.D. La direzione politica di 31 provincie e comprensori, pari al 27% del totale, tra cui le più importanti Aree Metropolitane, è affidata a compagne. Infine, due compagne dirigono le Regioni Toscana e Lazio.
Non vi è dubbio che le scelte operate rappresentano l’unico sistema per costruire le condizioni ottimali per favorire il rinnovamento ed il ringiovanimento del gruppo dirigente che deve procedere di pari passo con il rispetto ed il consolidamento delle regole che ci siamo dati per l’elezione dei gruppi dirigenti, che vanno soltanto ritoccate per renderle maggiormente coerenti con i bisogni della nostra Organizzazione.
La regola degli otto anni, che la Filcams riconferma, ha comunque generato qualche contraddizione, a volte ha generato la delegittimazione interna ed esterna dei compagni coinvolti nei processi di mobilità, e spinto qualcuno a ricercare collocazioni autonome non sempre trasparenti.
Confermare la regola degli otto significa, a mio parere, correggere gli elementi di criticità e programmare un’attenta politica dei quadri che favorisca il ricambio complessivo dei gruppi dirigenti, nel rispetto del pluralismo politico e di genere che rappresenta un valore reale per la nostra Organizzazione ed il mondo del lavoro.
Ciò non toglie che eventuali limitate deroghe al principio non può significare la messa in discussione dello stesso e, comunque, deve essere motivata da parte dei centri regolatori e validata dagli organi di direzione politica.
Riguardo alla manutenzione delle regole per l’elezione dei gruppi dirigenti, le correzioni maggiormente condivise possono così sintetizzarsi.

    prevedere tra i centri regolatori le Camere del Lavoro Territoriali e delle Aree Metropolitane;
    la proposta per l’elezione delle Segreterie deve essere formulata di concerto tra il Segretario Generale ed i centri regolatori corrispondenti;
    eliminare la procedura del ricorso obbligatorio alla consultazione. La consultazione deve essere una scelta discrezionale dei centri regolatori allo scopo di individuare e valutare il grado di consenso sulle proposte;
    confermare le modalità del voto segreto per l’elezione del Segretario generale e della segreteria;
    introdurre limiti all’utilizzo delle compagne e dei compagni all’interno degli organi esecutivi a tutti i livelli, nazionali e territoriali, confederali e di categoria. Ad esempio, i dirigenti sindacali dipendenti dall’Organizzazione, i distacchi retribuiti e in legge 300, al raggiungimento dei 40 anni di anzianità contributiva, o al massimo, al collocamento in pensione di vecchiaia, non dovrebbero ricoprire ruoli di direzione politica nelle categorie attive. Ed inoltre. Al momento della maturazione del diritto alla pensione, dopo 40 annidi contributi previdenziali, gli stessi dirigenti dovrebbero porre termine al proprio rapporto di lavoro. Non può essere un vincolo statutario ma politico sì.
    estendere la regola del limite massimo degli otto anni o del doppio mandato anche ai gruppi dirigenti degli altri organi collaterali. Federconsumatori, Inca, Sunia

FORMAZIONE
Sempre in tema di rinnovamento del gruppo dirigente, oltre alla richiamata iniziativa del master, la Filcams da tempo interviene in maniera organica sulla formazione dei dirigenti, puntando ad una formazione di qualità che accresca le conoscenze e la professionalità del quadro attivo, sugli aspetti contrattuali, sui processi di trasformazione del mondo del lavoro, sulle dinamiche sociali ed economiche, sulle politiche del lavoro.
Ai giovani quadri e delegati dobbiamo fornire, inoltre, un quadro completo di conoscenze riguardo ai valori posti a base delle nostre scelte a tutela dei lavoratori, la storia del sindacato e del movimento operaio, il ruolo svolto dal Sindacato e dai lavoratori nella lotta di Liberazione, nella costruzione della Democrazia, nella difesa della Costituzione durante i 100 anni di storia della CGIL.
Il nostro programma formativo, curato da Silvia Cecchi, potrete trovarlo nella documentazione che vi abbiamo consegnato. E’ in preparazione nelle prossime settimane una convocazione dei responsabili regionali dell’organizzazione per avviare una riflessione sul piano formativo integrativo per il prossimo anno che coinvolgerà in modo sistematico tutte le strutture, sui temi della salute e sicurezza nei posti di lavoro, sulla contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale.
La gestione della formazione interna pensiamo debba essere affidata alla società CE.MU che si avvarrà di esperienze interne ed esterne alla Filcams.
La politica formativa è strettamente correlata ai progetti di re-insediamento con l’obiettivo di rafforzare dal punto di vista politico ed organizzativo la presenza della Filcams nel territorio ma anche per favorire i processi di ricollocazione dei gruppi dirigenti.
I progetti vengono realizzati in parte con il sostegno del fondo nazionale di re- insediamento, finanziato dalla CGIL e dal Sistema dei Servizi; ma in misura più consistente l’onere economico per i progetti finalizzati all’insediamento territoriale è sostenuto dalla Filcams nazionale.
Un limite da recuperare riguarda il coinvolgimento che riteniamo insufficiente, dei lavoratori migranti che rappresentano un arricchimento culturale ed umano della nostra società e non soltanto una risorsa utile all’economia del nostro Paese.
Dobbiamo pensare a progetti formativi mirati a facilitare il loro pieno inserimento nell’insieme dei livelli e delle funzioni dell’Organizzazione non solo per colmare i nostri ritardi, ma anche per rendere più efficace la lotta al lavoro nero e sommerso, realizzare una politica di accoglienza che elimini quelle sensazioni diffuse di illegalità ed insicurezza causate dalla presenza dei migranti, che alimentano forme di razzismo intollerabili per un Paese civile.

UNITA’ E AUTONOMIA
Sul tema abbastanza complesso dell’unità e dell’autonomia le tesi n.9 e 10 dell’ultimo congresso della CGIL costituiscono un riferimento da tutti noi condiviso.
Mi sembra, in proposito, utile proporre una riflessione attenta per migliorare la qualità delle nostre iniziative politiche, contrattuali ed organizzative sia nel rapporto interno che con Fisascat ed Uiltucs. con cui i rapporti a livello nazionale, pur nella normale dialettica, sono improntati alla reciproca correttezza ed al rispetto delle posizioni di ciascuna organizzazione.
Ciò ha consentito di affrontare unitariamente tutte le vertenze contrattuali nazionali e aziendali, ricercando sempre una soluzione condivisa ai problemi che di volta in volta si presentavamo.
Uno degli elementi più importanti e delicati riguarda la bilateralità. Quanto abbiamo costruito assieme in materia di welfare contrattuale assume un’importanza straordinaria che non possiamo e dobbiamo sottovalutare. Credo sia opportuno abbandonare qualche riserva che alberga al nostro interno per impegnarci al massimo perché le finalità dei singoli enti vengano perseguiti nella massima trasparenza e nel rispetto delle regole che unitamente a Fisascat e Uiltucs ed alle Associazioni datoriali ci siamo dati.
Non sono pochi gli Enti Nazionali, possiamo dire che sono troppi ed a volte se non sono inutili sono superflui, ma ciò è dovuto prevalentemente ad atteggiamenti incoerenti delle nostre controparti, che rivendicano una loro titolarità in occasione dei rinnovi contrattuali.
Allo stato attuale sono 36 gli enti bilaterali nazionali, di cui 15 che si occupano di servizi alle imprese ed ai lavoratori, 11 si occupano della previdenza complementare e 15 erogano forme di assistenza sanitaria integrativa.
Relativamente all’assistenza sanitaria integrativa, introdotta dai precedenti contratti collettivi, va rilevato che i lavoratori iscritti ai diversi fondi erano circa 1.270.000. Una diffusa penetrazione tra gli addetti dei diversi settori merceologici, pari al 40% della platea di lavoratori interessati secondo i dati ISTAT 2001. Una percentuale, purtroppo, non omogenea sull’intero territorio nazionale derivante dal 46% dei lavoratori del Nord Ovest, del 27% del Nord Est, del 18% del Centro, del 6% del Sud e del 3% delle Isole.
Dati che evidenziano quanto diffusa è l’area di evasione pressoché totale del CCNL nelle regioni del Centro Sud che nulla ha a che fare con la risposta all’interpello di alcuni consulenti da parte del Ministero del Lavoro sulla non obbligatorietà del pagamento della quota contrattuale da parte delle imprese non iscritti alle associazioni imprenditoriali che hanno sottoscritto i CCNL.
La validità della scelta contrattuale di fornire prestazioni sanitarie aggiuntive rispetto allo SSN, è confermata dai dati sui rimborsi delle prestazioni che, per l’83% riguardano strutture dello SSN o convenzionate, e soltanto il 17% riguarda strutture non convenzionate.
Sulla previdenza complementare la diffusione nei diversi settori di un numero eccessivo di enti di previdenza, non ha agevolato la diffusione delle adesioni che ammontano a 200.000 lavoratori, su una platea di riferimento di 2.500.000 addetti.
Ci sono inoltre, altri Enti che si occupano della formazione continua con una presenza prevalente delle Confederazioni ed il diretto coinvolgimento delle nostre categorie.
Abbiamo in più occasioni, riflettuto sul funzionamento degli Enti Bilaterali, sulla coerenza della gestione degli stessi con le finalità indicate nei contratti di lavoro. Riconfermiamo, per quanto ci riguarda, la scelta di considerare, di norma, incompatibili gli incarichi gestionali negli Enti e la permanenza negli organi esecutivi del Sindacato.
Così come riteniamo necessario aprire il confronto con Fisascat e Uiltucs per introdurre in tutti gli Enti forme di democratizzazione degli organi, limitatamente ai rappresentanti dei lavoratori, come previsto per gli organi dei Fondi di previdenza complementare.
Ed ancora. Evitare la frammentazione degli Enti per attività omogenee, ricercando la disponibilità delle controparti o razionalizzando il numero degli enti esistenti, al fine di avere una platea di riferimento – imprese e lavoratori – che consenta di acquisire risorse sufficienti a garantire le finalità indicate nei contratti collettivi.
Negli Enti di Assistenza sanitaria abbiamo previsto di destinare almeno il 90% a prestazioni, riteniamo che, per tutti gli altri Enti, le prestazioni e servizi non possano prevedere un’erogazione di prestazioni inferiore al 75% delle risorse acquisite, contenendo al massimo le spese di gestione e funzionamento dei singoli enti.
Altro aspetto importante è quello della rappresentanza e rappresentatività.
L’accordo raggiunto su rappresentanza e democrazia tra le Segreterie Confederali, impone a Filcams Fisascat Uiltucs di ricercare gli strumenti più idonei a garantire ai lavoratori ed alle lavoratrici del nostro settore la possibilità di eleggere i rappresentanti sindacali sui luoghi di lavoro.
L’esperienza non manca per la grande distribuzione, ma anche per gli organi di rappresentanza nei Fondi di previdenza complementare. Dobbiamo incontrarci al più presto per estendere in tutte le realtà territoriali l’esperienza delle RSU. Con l’occasione, alla luce degli obblighi derivante dalle norme sulla sicurezza sul lavoro, dobbiamo prevedere le modalità per l’elezione delle RLS.
Organizzare le rappresentanze unitarie nelle aziende e nel territorio, in linea con quanto già realizzato nel pubblico impiego, anche senza il ricorso ad una legge dello Stato, rappresenta un significativo avanzamento in direzione della validità erga omnes dei contratti collettivi, ed una prima forte risposta alle sentenze recenti della corte di giustizia europea che, in modo surrettizio, reintroducono la Bolkestein.
Per quanto ci riguarda più direttamente come Filcams dobbiamo puntare all’elezione del comitato degli iscritti sulla base degli orientamenti confederali, prevedendo l’elezione dei comitati, in via sperimentale nelle imprese con più di 30 dipendenti, nonché il comitato degli iscritti territoriali o di sito, per le aziende con meno di 30 dipendenti.
Anche sulle politiche internazionali credo sia necessario avviare una riflessione unitaria sul ruolo e l’impegno di Filcams Fisascat Uiltucs negli organismi sindacali internazionali, verificando la disponibilità di destinare risorse umane e soprattutto economiche per contare qualcosa in materia di legislazione europea, e tentare di incidere in qualche misura nel rapporto con le multinazionali sulla contrattazione europea e mondiale. Vi proporremo uno specifico confronto sull’argomento.
Altro importante argomento per i nostri rapporti unitari è quello sulla democrazia sindacale che costituisce uno dei punti del documento unitario di riforma struttura della contrattazione a cui ho fatto specifico riferimento nel corso della relazione.
Ma è sul pluralismo interno che mi voglio soffermare, non solo per riaffermare la validità delle scelte operate unitariamente nel XV congresso della CGIL, ma per valorizzare il pluralismo delle idee che ci hanno sempre indotti a ricercare l’unità nei valori fondamentali dello Statuto della nostra Organizzazione. E questa un’esigenza che dobbiamo avvertire in maniera profonda sia per significativa debolezza della rappresentanza politica e dei partiti, mi riferisco a quei partiti a cui abbiamo sempre guardato con attenzione, sia per il mutato quadro di Governo del nostro Paese.
Dobbiamo sforzarci di rappresentare al meglio gli interessi ed i bisogni del mondo del lavoro, rafforzando l’autonomia del Sindacato dai Partiti e dai Governi, consolidando l’insieme delle regole per costruire una solida prospettiva di unità sindacale.
Se c’è in noi questa convinzione dobbiamo convenire che quanto è avvenuto in occasione della consultazione del 23 luglio non può ripetersi. Una grande partecipazione di lavoratori e pensionati, 5.115.000 in rappresentanza di CGIL-CISL-UIL e gli oltre 206.000 lavoratrici/tori dei nostri settori non può essere oggetto di strumentalizzazioni. Bene abbiamo fatto a respingere con fermezza i tentativi di calunniare la CGIL ed il suo gruppo dirigente.
L’occasione straordinaria sul confronto e la discussione che si aprirà nei prossimi giorni sul documento unitario sulla riforma del modello contrattuale del 1993 che introduce, per il settore privato, le regole democratiche sulla rappresentanza e per la validazione degli accordi contrattuali, deve consentire una discussione franca, nel pieno rispetto del diritto di dissenso individuale o espresso in forma collettiva.
Ma l’esplicitazione del dissenso non può prescindere dalle regole di democrazia interna e dell’unitarietà di azione della CGIL che è sempre un’organizzazione confederale, non la somma dei Sindacati di Categoria, per cui la dialettica interna che è essenziale per valorizzare il pluralismo delle idee, deve essere finalizzata a ricercare la sintesi sui problemi e l’unita della nostra Organizzazione.
Resta un punto da chiarire al nostro interno per evitare le incomprensioni del passato. Nel momento in cui le decisioni vengono assunte dall’insieme dell’Organizzazione, nelle forme e modalità previste dalle regole di democrazia interna, tutti quanti siamo tenuti a rispettarle.
Partendo dalla condivisione delle regole si è arrivati al superamento di maggioranze e minoranze, realizzando un governo unitario di tutti i livelli dell’organizzazione che ha consentito, anche in Filcams, pur in presenza di idee e posizioni a volte diverse, di affrontare e risolvere in maniera condivisa, anche i più complessi problemi contrattuali e politici con i quali ci siamo confrontati in questi anni.
La CGIL era e resta casa comune della Sinistra, dove sensibilità diverse storicamente si sono incontrate, dialogano, e trovano un punto d’intesa e d’impegno comune.
Dovrà continuare a esserlo anche per il futuro.
Per questo è necessario considerare sempre più strategico il valore della nostra autonomia rispetto ai partiti e ai Governi. Un’autonomia che, come abbiamo sempre sostenuto, non ha mai significato ne potrà significare indifferenza rispetto alla politica, e che va salvaguardata mettendo al centro della nostra discussione il merito delle nostre scelte, delle nostre posizioni, in coerenza con quanto contenuto nel programma fondamentale di un grande Sindacato quale è la CGIL.
Ed a questi valori dovranno fare costante riferimento costante tutti i militanti ed i dirigenti della Filcams.
Ricorderete lo slogan del nostro Congresso “Oltre ogni esclusione” rappresentato magistralmente da due braccia che si sorreggevano vicendevolmente.
Il logo della nostra conferenza, che mi richiama alla memoria il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo visto da un diverso punto di osservazione, si propone di rappresentare il popolo del terziario che avanza con i tanti problemi individuali che ne caratterizzano la sua evoluzione ma mosso da un unico impegno solidale.
Vi è un nesso logico, certamente non casuale, tra il congresso nazionale e la conferenza di organizzazione, che ricomprende nel valore fondamentale della solidarietà la storia e la cultura di un sindacato da sempre impegnato a rappresentare al meglio i problemi e le esigenze di milioni di giovani, di donne, di migranti, di lavoratori precari che operano in questo settore a torto definito terziario, che diventa sempre di più il principale volano dell’economia di tutti i Paesi.
Una cultura che è nata e si è consolidata nel corso degli anni, forti dell’appartenenza ad un Sindacato la CGIL che nei suoi 100 anni di storia si è schierata a difesa dei più deboli, dei valori della Costituzione e della democrazia contro il terrorismo ed ogni forma di criminalità.
La Filcams non è più considerata un grande contenitore indistinto all’interno del quale ci si può trovare un po’ di tutto; è parte della storia della CGIL e, per dirla con Epifani, è fortemente orgogliosa del presente e guarda con ottimismo al futuro, sostenuta in questo dalla passione e dalla militanza dei compagni e delle compagne che hanno contribuito a fare della nostra Federazione un grande Sindacato e dai tanti giovani, donne e uomini, che sono pronti a rilevare il testimone accompagnandola verso ulteriori traguardi.

Grazie e buon lavoro a tutti.

Il programma dei lavori
Il documento del Comitato Direttivo Filcams CGIL Nazionale
Proposta emendamenti Filcams CGIL Nazionale

I documenti delle assemblee regionali

La relazione di Carmelo Romeo, Segretario Filcams CGIL
Il documento conclusivo
Gli emendamenti approvati
I delegati Filcams alla Conferenza di Organizzazione Nazionale CGIL

Gli interventi in video
Le immagini

Comunicati Stampa
(16/05/2008) Conferenza Organizzativa Filcams: “Sindacato Giovane E Radicato Su. . .

Rassegna Stampa
(15/05/2008) L’Unità – Contratto Commercio Nuovo Sciopero A Giugno
(15/05/2008) la Nuova Venezia – Venezia. Per Il Contratto Del Commercio, Il 28 G. . .
Link Correlati
     Conferenza FILCAMS 1994
     Conferenza CGIL 2008

    Inactive hide details for Valle d'AostaValle d’Aosta

    Inactive hide details for PiemontePiemonte

    Inactive hide details for LombardiaLombardia
Verbale Documento conclusivo

    Inactive hide details for Friuli Venezia GiuliaFriuli Venezia Giulia

    Inactive hide details for Emilia RomagnaEmilia Romagna

    Inactive hide details for ToscanaToscana
Documento conclusivo

    Inactive hide details for MarcheMarche

    Inactive hide details for LazioLazio
Emendamenti Documento conclusivo

    Inactive hide details for MoliseMolise

    Inactive hide details for CampaniaCampania

    Inactive hide details for SardegnaSardegna

Relazione Ruffolo
Intervento Amoretti
Documento conclusivo

FILCAMS-Cgil
Federazione lavoratori commercio turismo servizi

CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE
ORVIETO, 16-17 MAGGIO 1994

INTERVENTO CONCLUSIVO DI ALDO AMORETTI SEGRETARIO GENERALE

Per quanto ci abbia condizionato lo scetticismo per una Conferenza considerata "dovuta" alla Confederazione, e per quanto una parte degli interventi siano un po’ sfuggiti al merito, possiamo essere soddisfatti per le cose che siamo in grado di decidere e di risolvere, così per l’opera di instradamento della discussione futura, che ha come appuntamento principale il Congresso entro l’anno.

L’unità in categoria

Le decisioni unitarie del 17 dicembre [NdR: riunione degli organismi dirigenti nazionali di Filcams, Fisascat, Uiltucs] erano un complesso coerente di soluzioni su RSU e democrazia di mandato, nell’ambito di motivazioni, di un percorso unitario di categoria, che apertamente dichiarava una forzatura del vertice nazionale.
Poi, la Segreteria nazionale FISASCAT ha "subìto" un intervento confederale, diventando mano a mano partigiana di una linea confederale negatrice di qualsiasi spazio ed iniziative decentrate a favore del processo unitario.
La lettera CGIL CISL UIL ci smentisce sulla scelta politica di mettere in palio il terzo riservato alle organizzazioni, ma sposa di fatto la nostra soluzione tecnica nella attribuzione dei rappresentanti corrispondenti a questo terzo. E’ perciò nostro merito avere suggerito una soluzione che risolve un problema aperto in tutte le categorie e che riguarda la maggior parte delle imprese, cioè il problema delle imprese con RSU fino a otto componenti.
A fronte della lettera confederale abbiamo scelto di non perdere tempo, considerando che la priorità non è il perfezionismo, ma il passare al voto.
E’ da apprezzare che si è convenuto sulla nostra proposta di non procedere a nomine di organizzazione, ma di individuare i delegati relativi al terzo riservato nei più votati di ogni lista.
Resta la nostra battaglia per la legge, anche se seguitiamo a non capire perchè la proposta CGIL non voglia risolvere il problema erga omnes dei contratti nazionali. E restano tutte le ragioni di contrarierà ai referendum sull’art. 19 che a ben vedere sono semplicemente, nel loro complesso, antisindacali.

L’unità tra CGIL CISL UIL

E’ evidente come siano possibili due scenari. O l’unità tra CGIL CISL UIL oppure una CGIL che tendenzialmente diviene fiancheggiatrice dello schieramento politico progressista che sta all’opposizione, e una CISL intorno alla quale si coalizzano tutti gli altri come fiancheggiatori del nuovo quadro politico di governo.
Questo secondo scenario sarebbe catastrofico. La stessa unità di azione sarebbe più difficile di quanto non sia stata negli ultimi anni.
Temo che in FISASCAT e in CISL tenda a prevalere la preferenza per questa prospettiva negativa. E’ sbagliata questa analisi? Magari!
Ma noi della CGIL?
Siamo al punto che Mario Agostinelli nuovo Segretario generale della CGIL di Lombardia, in una intervista a "l’Unità", non parla del problema e torna ad enfatizzare il Movimento dei consigli del 1992, quando, finalmente, anche Trentin, su "Liberazione" del 6 maggio, riconosce che i Consigli erano prevalentemente un episodio di lotta interna alla CGIL e alla sinistra.
L’assemblea costituente va convocata subito, e non dopo un Congresso CGIL che ne definisce l’identità e pone le condizioni per l’unità.
D’altra parte l’identità della CGIL è definita dalla sua storia, che nessuno potrà manipolare, mentre ciò che serve è lavorare per l’identità del nuovo sindacato unitario.
Ci sono molti modi per non volere l’unità.
Uno è quello di pretendere di risolvere "prima" tutte le questioni di politica della nuova organizzazione. E’ impresa impossibile. L’organizzazione unitaria sarà grande e pluralista: dentro ce ne saranno di tutti i colori. A me basta che sia una organizzazione a regime interno democratico, nella quale sia davvero consentito a tutti far valere le proprie opinioni e concorrere ad armi pari ai ruoli di direzione.

Verso il Congresso CGIL

Va portata al dibattito "l’urgenza" dell’unità, altro che "le condizioni" per l’unità come modo per non farla.
C’è un percorso definito:
- è già al lavoro la commissione per i documenti;
- 2, 3, e 4 giugno si riunisce la Conferenza programmatica;
- a metà giugno si fa un nuovo segretario generale;
- a luglio si delibera su documenti, regolamenti e proposta di nuovo Statuto;
- da settembre si tengono le Assemblee di base per celebrare il Congresso entro l’anno.
Penso che sia giusto lavorare per un documento unitario, che può avere tesi alternative su taluni punti. Certo, se questi punti sono troppi è un imbroglio.
Se ripetiamo Rimini con mozioni contrapposte decidiamo la nostra decadenza: teoricamente è molto democratico, ma praticamente è un casino.
O i gruppi dirigenti sanno proporsi con uno standard minimo di unità, e allora anche la dialettica è positiva e arricchente, oppure è solo scontro che allontana i lavoratori.

Sindacato e politica

Va riaggiustato il rapporto rivalorizzando l’autonomia.
Ma l’autonomia può funzionare meglio se riconosciamo la parzialità della rappresentanza del sindacato nella società attuale. Vuol dire mettere fine al sindacato politico tuttofare.
A noi la rappresentanza della parte sociale che ci tocca. Ai partiti la rappresentanza e la mediazione generale. E già facciamo molta politica occupandoci di stato sociale, politica dei redditi, politica dello sviluppo.
La parzialità non significa di per sé moderatismo; può voler dire maggiore radicalità nella difesa degli interessi rappresentanti, ma con meno fumisterie di quelle viste in passato.

Insediamento

L’idea di Federazione del Terziario privato non implica annessione alla FILCAMS di altri settori o categorie. Tuttavia c’è da sistemare una serie di liti sui confini che non possono trascinarsi più a lungo. Proponiamo che si assumano dei criteri semplici:
- chi stipula il contratto nazionale rappresenta e fa le tessere;
- tenere conto di dove è associata l’impresa;
- raccordarsi alla politica: se si pensa che i lavoratori (e soci) delle Coop sociali debbano diventare dipendenti pubblici è ragionevole che stiano in F.P.; se invece si pensa che debbano seguitare a stare in una impresa appaltatrice allora è logico che si mettano in FILCAMS.
Ma il grosso della costituzione della Federazione del Terziario nasce dalla trasformazione di quello che già siamo. Consiste nello spostarsi dal solito insediamento.
Schiodare la struttura e gli apparati dalla prigionia di dover lavorare al 90%:
- per i forti e i soliti
- per l’assistenza individuale.
Bisogna rompere questo schema e spostarsi sul nuovo.
Ci può aiutare il fare RSU, da formare a una capacità di gestire le relazioni e negoziati in azienda, … adesso chiedono il funzionario anche per definire il calendario delle ferie.
In questa opera ci può essere un ruolo importante delle FILCAMS regionali.
C’è una difficoltà conseguente ad una scelta CGIL, prevalentemente tesa al superamento, che non condividiamo.
Siamo obbligati alla flessibilità delle soluzioni e a fare di necessità virtù.
Non vedo l’utilità di continuare a pestarci i piedi tra Nazionale, Regionali e Territori nella contrattazione aziendale o di gruppo.
Ci sono livelli regionali da gestire. C’è stato un referendum che ha promosso poteri regionali sul turismo.
C’è da regionalizzare i piani commerciali e il confronto sui programmi delle grandi imprese. C’è da promuovere politiche regionali sugli orari.
C’è da dare una mano, fino a surrogarle, alle FILCAMS territoriali nel promuovere relazioni territoriali decenti con le associazioni imprenditoriali e anche con gli Enti Bilaterali.
Questo tipo di intesa su come operare non è possibile se si seguiterà a ritenere che il potere si realizza e si esercita unicamente nella contrattazione del contratto nazionale del commercio e in quella di gruppo.
In questa maniera si dà fiato all’idea di inutilità e doppioni delle categorie regionali tutte, salvo quelle che hanno risorse per permettersi il lusso…
E’ da valorizzare il rapporto positivo che abbiamo instaurato con associazioni professionali nel turismo e nel mondo degli studi professionali. Va presa in considerazione l’idea di formalizzare questa collaborazione in protocolli reciprocamente impegnativi.
E va fatto un ragionamento sui quadri. C’è stata una fase nella quale sembrava fattibile una associazione unitaria di categoria. In parte questa idea è sfumata; in parte AGENquadri della CGIL tende a configurarsi come alternativa alla rappresentanza di categoria.
Penso che occorre un riequilibro, una iniziativa di categoria, almeno la promozione del coordinamento quadri della FILCAMS.
Nel mondo degli appalti si evidenzia con sempre maggiore rilevanza la questione del rapporto con i sindacati e le rappresentanze sindacali delle imprese o enti committenti.
Molto spesso ci sono ragioni di diversità, divergenze e perfino contrasti di interessi.
Va posta fine alla tendenza, che c’è, a evitare il problema fino a fare i pompieri per non toccare i privilegi dei dipendenti del committente, specie se ente pubblico, con sacrificio dei lavoratori dipendenti dall’appaltatore. Questo comportamento risale soprattutto alle C.d.L.
Bisogna che noi decidiamo di rompere e scompaginare gli equilibri attuali, chiedendo alla CGIL di fare la sua parte.
La discussione è sfuggita alla questione tesseramento. Possiamo arrivare ai 250 mila, ma non ce li regala nessuno, anche tenendo conto del fatto che per raggiungere il numero dell’anno prima bisogna fare 60-70 mila nuovi iscritti tutti gli anni.
Ma si deve ragionare sulle tendenze. Ci sono strutture che da alcuni anni migliorano, altre che ristagnano o perdono. Ci saranno dei motivi: bisogna riflettere, comprendere… vanno affrontati.
Non ci siamo anche in importanti centri commerciali, … altro che piccola impresa o precariato.
Lì ci lavora soprattutto gente nuova, che non conosce e forse non condivide le nostre politiche.
Molti giovani hanno questo atteggiamento: l’azienda ha bisogno di lavorare in orari strani? Quando serve bisogna andare!
Taluni nostri discorsi, che riecheggiano vecchie rigidità, sono considerati "strani". Se poi il padrone unge con un po’ di soldi noi siamo fuori dal gioco. Non sarà tutto qui. Ci saranno altri motivi. Ma perdio, ragioniamoci.

L’accordo sui percorsi negoziali definito il 17 dicembre sarà meglio difenderlo.

Non vedo che spazi potessero esserci per migliorarlo come ritorsione all’atteggiamento CISL sulle RSU.
Va difeso l’impianto secondo il quale:
- le strutture esercitano la proposta di piattaforma e di accordo
- ai lavoratori tutti la partecipazione ad una consultazione decisionale sulla piattaforma e l’ultima parola sul contratto.
Mi sarei aspettato una discussione di merito sulle cose fatte.
Ho sofferto un andazzo che ha visto molte strutture e gruppi dirigenti organizzare le consultazioni "mettendo in bocca" pacchi di emendamenti ai lavoratori.
Perchè è avvenuto questo?
Per smania malsana di protagonismo?
Perchè non si condivideva l’impianto della proposta?
Ma allora quale è il rimedio?
Bisogna esaltare di più la fase iniziale del lavoro nei gruppi dirigenti per arrivare a proposte più compiute?
Ma con queste FILCAMS-FISASCAT-UILTuCS, avrebbe dato un risultato migliore o ci avrebbe solo fatto perdere tempo?
Può essere un rimedio il presentarsi ad una consultazione con alternative di pari valore nell’ambito di un costo generale fissato?
Per esempio:
- orario o salario
- soldi nel nazionale o secondo livello di contrattazione
- soldi o previdenza e/o assistenza integrativa.
Sono ragionamenti fattibili. Non è fattibile una agitazione del problema democrazia come quantità di democrazia da rivendicare tra una struttura e l’altra.
Democrazia è fatta di verità nella informazione e assunzione di responsabilità nelle decisioni per ognuno nel livello dove ci si trova ad operare.
E’ una questione di attualità anche nella gestione delle vertenze dei grandi gruppi.
Ma davvero la situazione è quella descritta ieri sera da D’Amely? La mia risposta è no.
Sono note le cause dei ritardi, comprese quelle derivanti dalle diversità di opinione tra di noi, che non ci hanno fatto perdere tempo, ma dedicare tempo per arrivare a soluzioni concordate, atteso che nessuno chiede decisioni sbrigative prese al Centro.
Adesso siamo in un imbuto dal quale bisogna uscire:
o con un accordo di breve durata, poca ciccia e appuntamenti a dopo il contratto nazionale, oppure senza accordi, ma rinviando i conti comunque a dopo il contratto nazionale.
Si ripete poi il fenomeno di lavoratori che bocciano accordi o proposte, e cambiano opinione quando va un dirigente nazionale a dire le cose come stanno.
E’ solo un problema di comunicazione? O non sono sintomi di lotta fra dirigenti, anche a spese dei lavoratori, usati come masse di manovra?
Una nostra inadeguatezza riguarda la politica dei quadri e la formazione dei gruppi dirigenti.
Diciamoci la verità: abbiamo strutture con eccesso di turbolenza nei cambiamenti; altre sono prigioniere dell’immobilismo, ci sono situazioni incancrenite, bisognose di cambiamenti da tutti riconosciuti necessari, ma che non avvengono; c’è una tendenza a risolvere i problemi solo di fronte a disastri o quando si è presi per il collo; le donne non hanno il posto che loro spetta; c’è uno strapotere delle strutture confederali.
Un’altra verità è che la politica dei quadri la si fa ancora con i sistemi precedenti alla proclamazione del superamento del sistema delle correnti.
Se non mistifichiamo, va riconosciuto che le cose stanno così e che non cambiano dalla sera alla mattina.
Cambiano decidendo di cambiare, riducendo la differenza tra il dire e il fare, con forzature esemplari che vanno messe in campo smettendo di rinviare sempre l’inizio del nuovo metodo alla prossima occasione.
Del resto anche la dialettica politica in seno alla CGIL è la medesima del sistema delle correnti: sono solo cambiate le formazioni in campo.
Se si vuole il superamento di questo andazzo occorre innestare su questa dialettica tradizionale (anche se definita "programmatica") quella che chiamiamo dialettica degli interessi.
Cosa vuol dire?
Vuol dire finirla con la balla che i lavoratori sono una classe di uguali; ammettere le differenze e i contrasti di interesse.
Fare in modo che si esprimano in una sana dialettica organizzata democraticamente.
Su questo si deve innestare un intervento confederale fatto anche di mediazione e solidarietà.
Se no continuerà che parlano i forti; che a questi si dà ascolto; che va a farsi friggere la solidarietà, oppure si fa solidarietà a rovescio.
Ci sono dei rischi in questo? Sì.
Ci sono più rischi nel seguitare con il vecchio andazzo fatto anche di finzioni indecenti.
La CGIL è la medesima che ha approvato la legge sui porti, che difendeva le pensioni baby e ci raccomandava moderazione sulla indennità ordinaria di disoccupazione.

Mettiamo coi piedi per terra la questione finanziamento.

Il livello della contribuzione è diversificato in misura assurda.
Ci sono province confinanti e in condizioni economico-sociali-politiche analoghe: in una si pagano 65mila, nell’altra 140mila all’anno; in una 100mila, nell’altra 160mila.
Quale spiegazione?
Sono state fatte politiche diverse? Qualcuno ha più part-time e stagionali? Qualcuno gonfia gli iscritti? Qualcun’altro li nasconde? Qualcun’altro non dice tutto?
Bisogna partire dai dati per organizzare una politica. E’ dimostrato che non è facendo pagare l’1% che si perdono iscritti.
Anche sui riparti è una jungla.
Apriamo una polemica e una battaglia per cambiare.
Facciamoci forti del Congresso che ha definito un rapporto 75-25 tra categorie e confederazione.
Perlomeno impugniamo le situazioni di più clamorosa ingiustizia. Come dove la Filcams paga più di altre categorie che hanno occupazione più stabile e in aziende grandi. Sarebbe giusto pagare meno. Opponiamoci a pagare di più, anche con qualche forzatura. Ribelliamoci in quelle situazioni dove ti impongono una tassa esosa e poi fanno la figura di darti un’elemosina per ripianare il bilancio.
Nulla dice che le Cgil regionali devono tenere la qualifica di centri regolatori se regolano a questa maniera.
Sulle quote di servizio tipologia Covelco.
Intanto, diamoci atto del fiasco del documento Cgil del luglio 1992, … anche per colpa della Cgil stessa.
Mi piacerebbe un Congresso che ponesse la questione se sia giusto o no che tutti paghino qualcosa per un regime sindacale nel quale tutti si decide per contratti che hanno validità generale erga omnes.
Temo che seguiteremo nella ipocrisia, … anche perchè si teme un reale, libero pronunciamento dei nostri iscritti.
Intanto noi abbiamo provato percorsi nuovi: con le quote con delega positiva collegata alle scelte di stare nella cassa integrativa nazionale di assistenza; con la quota collegata alla distribuzione del contratto: ma negli studi professionali non ha avuto successo.
Penso che sia giusto seguitare a lavorare su questa pista, promuovere qualche sperimentazione, fare come proposto dalla relazione in occasione delle scadenze vicine.
Ho sentito osservazioni sul Quas e le sue sponsorizzazioni.
Rivendico alla Filcams il merito di farlo alla luce del sole, contabilizzando tutto a bilancio, anche per spingere tutti a farlo.
Si può superare questo se lo si riterrà opportuno e giusto.
Non accetterò osservazioni su questo da nessuno. Men che meno da quelli che chiudono gli occhi di fronte a categorie o strutture che si dividono gli avanzi di gestione di fondi analoghi e non sempre li mettono a bilancio.
Non le accetterò neppure se proveniente dai più autorevoli dirigenti confederali.

Siamo sindacato che fa politica, fa contrattazione, organizza servizi.

Al Direttivo di Capri c’era qualche imbarazzo a dire che organizzare servizi è necessario, giusto e importante.
La Conferenza CGIL ne ha proclamato la strategicità. Quindi basta imbarazzi. Organizziamo servizi efficienti, al prezzo giusto, con il giusto distinguo tra iscritti e no.
Sono d’accordo con le cose dette su Uffici vertenze, Inca e Caaf.
Mettiamo meglio a punto programmi e progetti, sia nei territori che nel lavoro nazionale.
Se c’era aria di inutilità della Conferenza d’organizzazione perchè dovuta mi sembra che vi abbiamo posto rimedio nel suo concreto svolgimento.
Risolviamo un po’ di cose, su altre attrezziamoci ad affrontarle in futuro, specie nel Congresso.

Relazione di Pietro RUFFOLO

Introduzione

La Conferenza d’organizzazione è per definizione il momento nel quale si pone e si affronta il problema dell’adeguamento del modello organizzativo e delle strutture. Ma essa non può essere qualcosa di avulso dal contesto nel quale si svolge e dove ricercare il punto di raccordo con quello che accade nel Paese.

La premessa è la seguente: la nostra Conferenza di organizzazione non può fare a meno di entrare in stretta relazione al momento che viviamo caratterizzato come è da un rivolgimento profondo mai avvenuto negli ultimi decenni di vita democratica.

Rivolgimenti, trasformazioni che investono essenzialmente il sistema politico, quello istituzionale e sociale ma che inevitabilmente finiscono per incidere nelle nostre scelte, nella nostra vita e nella determinazione dell’identità programmatica che a Rimini abbiamo assunto.

Voglio dire che le trasformazioni in atto nel Paese ci consegnano una situazione radicalmente nuova che a Rimini non avevamo delineato con questi parametri e questi riferimenti. Attenzione però a non cadere tutti noi in un errore quello cioè di immaginare che il dibattito di questi due giorni sia un dibattito precongressuale mirato solo ad affrontare la dimensione politica che impedisca invece di operare le scelte e le correzioni organizzative necessarie.

Il Comitato Direttivo della CGIL nazionale ha già deciso di avviare il percorso congressuale delineando tappe e scadenze che la nostra categoria al momento debito sarà chiamata ad affrontare, ma oggi non dobbiamo perdere di vista l’occasione che questa Conferenza di organizzazione rappresenta e cioè quella di riformare il nostro modello organizzativo.

Va dunque ricercato un punto d’equilibrio nella nostra discussione per impedire di far prevalere unicamente la dimensione politica e contemporaneamente evitando di pensare che le questioni organizzative le risolviamo ripiegati solo su noi stessi correggendo qua e là, mentre il mondo va da un’altra parte, immaginando cioè una specie di autosufficienza sindacale, come se quello che avviene nelle sfere già descritte non ci riguardasse.

Ecco dunque che l’asse politico della nostra Conferenza non può che essere quello di leggere il rapporto intercorrente tra le trasformazioni in atto, istituzionali, sociali, economiche e culturali da un lato e i problemi che esso pone ad un sindacato del progetto, del programma e della solidarietà come a Rimini lo abbiamo definito.

Da questo punto di vista io credo che sia corretto immaginare che una riflessione ed una riforma del nostro modo di essere Organizzazione debba prevalentemente tenere conto di due grandi questioni: la prima riguarda i processi in atto sul terreno della riforma istituzionale del Paese; la seconda attiene all’assetto della contrattazione e alla realizzazione di quel processo di riforma delle sedi, dei poteri, degli spazi della contrattazione sancito dall’accordo del 23 luglio.

Se vogliamo favorire realmente una riforma organizzativa non possiamo prescindere dall’insieme di queste due questioni anche perchè per un sindacato dei diritti, la

promozione e la difesa degli stessi passa in maniera rilevante attraverso una riforma istituzionale che faccia del rapporto partecipazione-democrazia-controllo il cardine dei suoi esiti e contemporaneamente non può prescindere dagli assetti e dalle scelte contrattuali.

LA QUESTIONE ISTITUZIONALE

La questione istituzionale è naturalmente legata anche all’analisi della fase politica che viviamo.

Non intendo ripercorrere le linee del dibattito già svoltosi nella CGIL sulla scorta della relazione del compagno Trentin al Direttivo Confederale del 7 aprile scorso, mi interessa sostenere l’importanza di saper, da parte del sindacato, giocare d’anticipo proprio su questo terreno.

La scelta di chiuderci in difesa, lasciando alla destra l’amministrazione delle sue contraddizioni e permettendole di riprodurre in campo sociale la divisione del Paese che si è già manifestata in campo politico è sbagliata.

Occorre invece misurarci con il programma di governo e con le scelte non facili che questo governo dovrà compiere per conciliare posizioni in molti casi radicalmente contrastanti.

Certo: per rispondere colpo su colpo agli attacchi che stanno per essere portati alle conquiste del sindacato e dei lavoratori, ma anche per proporre politiche e soluzioni alternative.

Conflitto, capacità progettuale e cultura della mediazione: si tratta di elementi tra loro in stretta relazione che non possono essere scissi altrimenti rischieremo di autoconfinarci dentro un radicalismo conflittuale fine a se stesso e senza sbocchi.

Dunque proprio sul terreno delle riforme istituzionali e del federalismo il sindacato deve dire la sua e scendere in campo. Non possiamo aspettare che le contraddizioni tra le elucubrazioni confederative dell’ultraottantenne sen. Miglio e le spinte revansciste e annessionistiche del fascista Mirko Tremaglia si risolvano come d’incanto.

Dobbiamo dire e spiegare al Paese qual’è il nostro progetto, e come intendiamo interpretare il concetto di federalismo che può avere vari significati e diversi contenuti.

A me sembra importante punto di partenza la discussione che si è svolta nel Direttivo CGIL Nazionale. Sia la relazione di Trentin che il documento conclusivo del C.D. CGIL hanno fatto utile ricorso al concetto di federalismo, specificando che si intende con ciò esprimere la necessità di perseguire un progetto di revisione istituzionale, secondo le indicazioni fornite dalla commissione bicamerale, che ampli i poteri delle regioni e il sistema delle autonomie in una prospettiva in cui il federalismo si affermi come percorso che unifichi le diversità anzichè esaltare i particolarismi.

Bisogna guardare con attenzione altresì a quanto di interessante viene elaborato in materia nello scenario più generale. A differenza di quello estremizzante, strumentale e dannoso proposto dalla Lega quello della Fondazione Agnelli ad esempio appare un progetto federale dettato da criteri ed elementi più equilibrati e razionali. Dividendo l’Italia in dodici regioni la proposta punta da un lato a favorire l’autosufficienza finanziaria basata sull’autonomia impositiva e dall’altro a garantire i rispetto degli equilibri tra Stato, Regioni ed Autonomie locali: non si sottrae allo Stato il potere di imporre e riscuotere tributi e lo si distribuisce tra il Parlamento, le Regioni e i Comuni. Il punto è dunque, non rimanere neutri nè tantomeno passivi di fronte ai processi di riforma istituzionale per condizionarli e su di essi incidere in modo propositivo.

Dobbiamo però per parte nostra essere coerenti con le decisioni assunte dalla Conferenza di organizzazione della CGIL e percorrere con determinazione la strada del decentramento. Avviare cioè quel processo di redistribuzione dei poteri e il loro trasferimento dal centro verso i livelli decentrati dell’organizzazione. Una scelta del genere però non deve essere, nella nostra impostazione, figlia di una cultura della separazione.

Il modello organizzativo indicato dalla CGIL nella Conferenza di organizzazione del novembre scorso che assume il forte ruolo dei regionali confederali non può contraddire quell’identità solidaristica che contrassegna la natura essenziale di un sindacato dei diritti. E’ necessario che viva nelle nuove condizioni che si sono create nel Paese un’idea rinnovata di solidarietà e confederalità.

Le scelte di natura organizzativa non devono muoversi dentro una logica di contrapposizione e di separazione perchè il valore fondante dell’unità della CGIL rimane appunto quello della solidarietà e del suo ruolo di promozione di valori e di scelte generali.

Per questo riproponiamo l’idea, il concetto-guida della dialettica degli interessi capace di far vivere una più netta e trasparente dialettica che le strutture, diverse nella loro rappresentanza esprimono e, insieme, la possibilità di comporre questa dialettica nel nome delle priorità, dell’identità programmatica e dei valori che condividiamo e liberamente assumiamo.

L’idea della dialettica degli interessi è quanto mai oggi più che attuale, perchè il governo di destra non colpirà inizialmente in modo frontale il sindacato ma metterà a dura prova la tenuta del collante solidaristico e la stessa dimensione confederale. Il rischio è cioè che si ceda terreno alle spinte corporative che sempre accompagnano queste difficili fasi di transizione.

L’ASSETTO CONTRATTUALE

L’accordo del 23 luglio ha definito un assetto più stabile ed esigibile dei livelli contrattuali e del sistema di relazioni, in particolare salvaguardando e accrescendo i due livelli di contrattazione. In questo quadro noi rilanciamo l’idea del contratto unico.

La riforma cioè del CCNL che attraverso il suo rafforzamento, diventa il contratto dei diritti e delle tutele di tutti i lavoratori del terziario. Questa nostra impostazione esce confermata dall’impianto del 23 luglio che delinea il CCNL come contratto quadro di riferimento per i lavoratori di uno stesso settore, ma incontra difficoltà nella sua realizzazione pratica per tre ordini di motivi indipendenti dalla nostra volontà. Il primo è che la Confcommercio ha subito il Protocollo del 23 luglio e non essendo stata protagonista ha raccolto solo le briciole di un negoziato svolto da altri. Questo in parte per motivi oggettivi quali il ruolo sempre più totalizzante della Confindustria ma soprattutto perchè la Confcommercio interpreta le relazioni sindacali e i vincoli che ne conseguono solo come possibilità di interdizione e imbrigliamento del ruolo del sindacato guardando quindi con sospetto ogni forma di evoluzione in positivo del modello di relazioni.

Il secondo è che la forte dialettica in essere nel mondo padronale del terziario, in nome dell’autonomia delle Federazioni categoriali ha impedito che con gli attuali rinnovi si avviasse una graduale fase di omogeneizzazione (anche nei tempi) della parti normative e dei diritti collettivi dei due principali CCNL.

Il terzo motivo è che nel sistema Confcommercio ci sono oltre ai noti problemi di tenuta del ruolo di rappresentanza e rappresentatività storica che la stessa Confcommercio per decenni ha svolto, anche momenti di tensione nel rapporto tra Confederazione e grande impresa.

La volontà della Confcommercio di caratterizzarsi sempre più come rappresentante del lavoro autonomo (volontà rafforzata dall’esito elettorale) fa crescere l’insofferenza della Grande Distribuzione ed aumenta le spinte centrifughe. Il divario tra Confcommercio e Grande Distribuzione si allarga al punto tale da sfociare in aperto conflitto come nel caso del decreto Cassese sulla liberalizzazione e soprattutto nella vicenda degli orari commerciali domenicali.

Noi guardiamo con preoccupazione allo svolgersi di questa dialettica in atto, perchè se si arrivasse ad una fuoriuscita del sistema della grande impresa dalla Confcommercio, il nostro impianto strategico del contratto unico sarebbe fortemente messo in discussione. Ecco perchè noi riteniamo indispensabile seguire ed analizzare le tendenze in atto per sapere adeguare in tempo la nostra riflessione per la definizione opportuna delle politiche rivendicative.

La fase successiva di questa riflessione la collocheremo al congresso fra qualche mese quando saremo in grado di comprendere ed analizzare meglio le dinamiche evolutive in corso.

L’intesa del 23 luglio col Governo Ciampi e col padronato ha dato peso e certezze alla contrattazione di secondo livello, configurandone il ruolo, le materie e le sue scadenze temporali.

Noi, nel presentare le piattaforme dei due rinnovi del turismo e terziario abbiamo assecondato e rafforzato questo impianto consegnando al secondo livello tutta la quota di produttività di settore prevista dall’intesa.

Continuiamo ad essere infatti convinti che solo la piena realizzazione ed estensione della contrattazione aziendale e territoriale possono interpretare meglio le esigenze, le aspettative e i bisogni dei lavoratori in un determinato contesto socio-territoriale.

In particolare la nostra idea è che lo sviluppo della contrattazione territoriale sia anche un efficace antidoto alle antistoriche e confuse riproposizioni delle gabbie salariali. Intendiamo perseguire con coerenza questo obiettivo e però dobbiamo parlarci chiaro e senza infingimenti: non si può puntare al rafforzamento del secondo livello e nello stesso tempo stracaricare di proposte economiche e normative il contratto nazionale. Il caso della piattaforma per il rinnovo del terziario è significativo in questo senso: il dibattito pur essendo qualitativamente molto elevato, partecipato e intenso alla fine ha prodotto una piattaforma pesante che sarà molto difficile, dobbiamo tutti esserne consapevoli, gestire.

Se tutti vogliamo concorrere alla piena realizzazione del secondo livello allora dobbiamo sapere che il CCNL non potrà più essere la sommatoria indiscriminata delle richieste provenienti dalla varie istanze della nostra organizzazione ma diventare uno strumento-quadro agile capace di fornire oltre a tutele e diritti collettivi, griglie e strumenti di intervento per la contrattazione decentrata.

Seguendo le due coordinate sopra descritte, livello istituzionale e assetto contrattuale entriamo ora nel vivo delle nostre problematiche organizzative.

COSTRUIRE LA FEDERAZIONE DEL TERZIARIO

Il congresso di Rimini prima e la recente Conferenza di organizzazione poi hanno ribadito l’obiettivo della realizzazione della Federazione del terziario.

Il nostro approccio a tale obiettivo è consapevolmente realistico. L’idea va tramutata concretamente in progetto, altrimenti rimarrà come una solitaria bandiera che garrisce al vento. Voglio dire che o essa diventa terreno di un confronto tra noi, la Confederazione e le categorie interessate che fornisca gli orientamenti e gli strumenti per realizzarla in concreto oppure questa idea finirà per prendere la strada del dimenticatoio.

Il nostro progetto fino ad oggi non siamo riusciti a metterlo a confronto con la Confederazione, nonostante lo si abbia sollecitato ripetutamente. Per ulteriore chiarezza è bene ripercorrere le sue linee.

Esso parte dalla necessità di trasformare la FILCAMS, impegnata oggi prioritariamente sul piano dei contenuti e dei modelli organizzativi sui settori del commercio, del turismo e dei servizi in Federazione del terziario che assuma il ruolo di piena rappresentanza di tutti i lavoratori del terziario privato.

Non è nostra intenzione favorire scelte annessionistiche di settori rappresentanti da altre categorie nè tantomeno di realizzare una matematica sommatoria dei nostri con altri settori contigui o affini: la Federazione del terziario si costruisce attraverso un processo che parte appunto da un confronto politico-organizzativo al nostro interno e con la Confederazione. Diventiamo Federazione del terziario solo se ci insediamo veramente in tutto il terziario, in tutti quei settori che oggi solo formalmente diciamo di rappresentare senza averne la reale rappresentanza e rappresentatività come ad esempio dimostra il caso della consultazione per la piattaforma del terziario, che ha coinvolto solo una parte minimale dei lavoratori della galassia commercio e cioè circa 80.000.

Noi siamo già nel terziario, ora però dobbiamo divenire sindacato del terziario, rappresentando e tutelando i cinque milioni di lavoratori che vi operano. Tutto questo basta a far capire agli altri sindacati di categoria operanti nel terziario, preoccupati del progetto costitutivo della Federazione, che le nostre intenzioni sono pacifiche e non colonialiste. Vogliamo solo mettere a confronto le nostre idee con le loro per trovare soluzioni adeguate.

Il nostro non è un disegno di ingegneria organizzativa fine a se stessa bensì un processo di insediamento e reinsediamento in tutte le realtà del variegato mondo del terziario. Il nostro modello politico-organizzativo va adeguato proprio perchè nel commercio è costruito prevalentemente in funzione della Grande Distribuzione e nel turismo sulle grandi catene alberghiere. Ma anche nella Grande Distribuzione siamo presenti solo in una parte significativa della stessa. Alcune tipologie, come i centri commerciali, intere catene italiane ed estere con grandi dimensioni di fatturato sfuggono al nostro controllo e alla nostra attività. Spesso in queste realtà la flessibilità (alla quale corrisponde una disponibilità dei lavoratori), fuori dal governo sindacale incide fortemente sulla organizzazione del lavoro e sulla distribuzione degli orari di lavoro. Anche nella Grande Distribuzione dobbiamo quindi superare il nostro insediamento tradizionale ed ampliarlo in funzione di politiche organizzative e contrattuali che offrano alla nostra categoria le chances per entrare in territori sindacalmente inesplorati. Negli altri settori abbiamo presidi di rappresentanza talvolta anche consistenti ma non una presenza pervasiva nè tantomeno una piena rappresentanza.

Si tratta dunque di ritarare in questa direzione le politiche organizzative in stretto intreccio con le politiche e gli sbocchi contrattuali. Noi pensiamo allora che il criterio guida per il ripensamento del modello organizzativo in grado di rispondere alle esigenze sopra richiamate è quello di un’organizzazione concepita come processo e come coordinamento di azioni organizzative.

Questo significa determinare una flessibilizzazione delle strutture ed un deciso potenziamento del decentramento che consenta all’organizzazione di aderire pienamente a tutte le pieghe del mondo del lavoro che vogliamo rappresentare. Intendiamoci bene però: flessibilizzazione non significa logica della precarizzazione quanto l’affermazione della cultura del progetto. I punti decisivi di questo rimodellamento sono: il luogo di lavoro, il territorio e il centro nazionale.

Il nuovo modello organizzativo si plasma nei settori e nelle realtà dove dobbiamo insediarci stabilmente e per far questo abbiamo bisogno di individuare e sperimentare nuove ed eterogenee forme organizzative. Il centro nazionale dovrà essere il motore di tale processo, contribuendo ad organizzare il nuovo, favorendo e sollecitando tutte le opportunità progettuali che permettano di disincagliarci da una logica contrattuale ed una taratura organizzativa che ruota prevalentemente sulla grande impresa, per trasformarci in sindacato che si posiziona anche sulla micro impresa, sull’impresa diffusa e comunque in ogni segmento del terziario.

Dunque indipendentemente dal nome nuovo che metteremo alla nostra Federazione, il nostro obiettivo è quello di diventare sindacato capace di raggiungere un nuovo livello di rappresentanza e rappresentatività nel complesso mondo del terziario. Dovremo dunque immaginare soluzioni organizzative eterogenee e moduli flessibili proprio per mettere in campo la nostra capacità di aggregazione. Dall’istituzione di coordinamenti nazionali e territoriali per i lavoratori dell’impresa diffusa e delle specificità come studi professionali e terziario avanzato, all’individuazione di progetti finalizzati per l’insediamento e la sindacalizzazione in quei settori e in quelle aree dove siamo scarsamente presenti, dal potenziamento delle strutture e delle attività di servizio, dalla qualificazione del ruolo e della funzione dell’Ente Bilaterale come presidio per la tutela dei diritti e l’erogazione di servizi nel territorio, alla formazione di istanze associative ed organizzative caratterizzate da ampia autonomia come per i quadri e le alte professionalità, dall’affiliazione alla definizione di patti di collaborazione con associazioni ed ordini professionali, alla sperimentazione di attività di volontariato: queste ed altre debbono essere le scelte guida che concorrono a comporre il disegno organizzativo di quel rimodellamento basato sul progetto e sulla flessibilizzazione.

Ecco qual’è la nostra idea di Federazione del terziario: un sindacato che non cambia sigla, solo per il gusto di farlo, ma che mette in discussione se stesso e il proprio modello politico-organizzativo per affrontare una sfida più alta. In questo contesto deve naturalmente trovare soluzione il problema relativo ai settori affini, in mezzadria e in alcuni casi che ci sono stati sottratti da altre categorie quali area socio-assistenziale, pubblicità, informatica, terziario avanzato, alcune realtà del pulimento, ristorazione ferroviaria, ecc.

La Conferenza di organizzazione CGIL ha ribadito la necessità di sciogliere questi nodi ma ad oggi non si è fatto nessun passo in avanti, mentre nel frattempo incombono scadenze contrattuali. Da questa assise faremo partire nuovamente la nostra sollecitazione al confronto.

ASSETTI DELLE STRUTTURE

Se l’ampliamento della capacità di insediamento attraverso la progettualità diffusa e la flessibilizzazione è il cuore del nostro progetto allora la FILCAMS ai suoi vari livelli deve essere rimodellata in funzione di tale scopo.

CENTRO NAZIONALE

Come già detto la riforma degli assetti definita con l’intesa di luglio, non può non orientare le scelte organizzative.

Con l’accordo di luglio abbiamo salvaguardato le prerogative e le funzioni dei due livelli, quella aziendale-territoriale e quella nazionale. Ma non c’è dubbio che per come è impostato, per la cadenza che assume la contrattazione dei livelli retributivi, il punto di direzione nazionale della categoria assume compiti e responsabilità rilevanti. Ne va difesa l’autonomia e rafforzato il ruolo anche in vista dello sviluppo dell’integrazione europea.

Noi pensiamo che la qualificazione dell’autonomia passa anche attraverso una razionalizzazione dei compiti e delle funzioni della Federazione nazionale. Il nostro punto di partenza è che la Segreteria deve avere maggiori compiti di direzione e di elaborazione orizzontale, affidando al funzionariato politico la dimensione verticale-settoriale. A tale proposito abbiamo per tempo ridefinito la suddivisione funzionale degli incarichi e delle competenze di tutto il centro nazionale in modo tale che le due dimensioni quella orizzontale e verticale fossero adeguatamente distribuite. Oltre a razionalizzare gli incarichi, abbiamo favorito un più generale processo di ricambio e ridotto il numero dei componenti la Segreteria nazionale.

Anche se la macchina non è ancora a pieno regime, i primi risultati stanno arrivando ed è quindi ovvio che faremo una analisi ulteriore ed appropriata del suo funzionamento al prossimo congresso. Nella ridefinizione organizzativa dunque, il nazionale deve assumere la funzione di centro regolatore cui spetta il compito di orientare, coordinare e determinare la politica di reinsediamento sociale della FILCAMS naturalmente in stretto raccordo con le strutture territoriali FILCAMS e Confederali. In questo senso il centro nazionale deve poter contare sulla certezza delle risorse e indirizzare la politica dei quadri; argomenti questi che affronterò più avanti.

REGIONALI

La FILCAMS non può rinunciare ai regionali e per questo sosteniamo la necessità di ricercare soluzioni organizzative non univoche ma flessibili.

Va rifiutato il concetto dei modelli meccanicamente imposti a realtà regionali tra loro differenti. Il regionale allora deve essere riorganizzato senza superarne il relativo livello congressuale. Dunque strutture snelle e leggere negli apparati, titolari della contrattazione regionale, davvero in grado di coordinare, dirigere ed elaborare le politiche su tutto il territorio regionale con specifico riferimento al turismo, alle politiche e agli orari commerciali, al mercato del lavoro, alla formazione dei quadri, al sistema degli appalti, alla tutela dei consumatori e al coordinamento organizzativo.

Non serve dunque indicare una modellistica dei compiti dei regionali, è necessario invece che tutti gli spazi e le competenze a loro disposizione siano adeguatamente gestiti.

Quando parliamo di modello flessibile intendiamo specificare che le scelte organizzative relative all’assetto dei regionali debbono essere sostanzialmente ispirate da tre criteri: il primo è quello della conferma delle FILCAMS regionali come strutture ed istanze congressuali per le situazioni di effettiva funzione contrattuale e vertenziale; il secondo può essere quello della ricerca di momenti di intreccio e di raccordi organici del regionale (che rimane istanza congressuale) con il comprensorio più significativo dal punto di vista della consistenza politico-organizzativa. Terzo invece è quello della costituzione di coordinamenti che naturalmente non siano istanze congressuali nelle regioni dove essi non esistono. I tre modelli non sono tra loro alternativi e possono coesistere in funzione appunto del modello flessibile già indicato.

AREE METROPOLITANE

Allo stesso modo va risolto il problema inerente ai rapporti tra regionali e aree metropolitane.

Bloccato al momento il processo istituzionale, saltati i tempi di attuazione della Legge 162 a suo tempo sanciti, il rischio della sovrapposizione di funzioni e dei poteri relativi alla direzione esiste. Come abbiamo già detto in altre occasioni, è difficile pensare ad un modello unico in grado di risolvere tale questione perchè differenziate sono le realtà e quindi le risposte possibili.

Strutture uniche di direzione, con compiti differenziati oppure affiancamento nel lavoro delle due segreterie e sinergie operative o ancora presenza intrecciata tra segreteria dell’area metropolitana e segreteria regionale: sono di volta in volta i modelli che vanno attuati, in raccordo, circa le scelte più idonee da assumere, tra i due livelli di direzione e la FILCAMS nazionale. Nelle aree metropolitane va comunque rafforzato e valorizzato il livello sub metropolitano che si può realizzare attraverso suddivisione territoriale o settoriale.

I COMPRENSORI

E’ il punto di forza del progetto organizzativo.

Il luogo cioè dove si dispiega pienamente la capacità di realizzare quel processo di insediamento e reinsediamento che è il fulcro della nostra proposta. I comprensori sono la spina dorsale della Federazione ed è lì che si esprime la promozione di vertenzialità settoriale, la capacità di fornire assistenza e servizi che la categoria deve assumere nel territorio.

Il centro nazionale sosterrà politicamente, organizzativamente ed economicamente il loro rafforzamento che deve essere sempre legato alla capacità di mettere in campo progettualità diffusa. Utile ricordare infine, come deciso dalla Conferenza di organizzazione CGIL che la stessa articolazione della nostra categoria nel territorio potrà non coincidere con le strutture confederali e ciò per favorire una maggiore adesione dell’intervento della categoria nella realtà sociale, produttiva o di servizio.

RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE

L’intesa unitaria di categoria sancita dai direttivi del 17 dicembre con al centro l’elezione del 100% della rappresentanze era giusta nella sua impostazione originaria ma non ha trovato riscontro e fondamento nella sua realizzazione concreta. Forse perchè non avevamo preso coscienza che un processo di generale convinzione sulla scelta del 100% anche al nostro interno non era maturato ma poi soprattutto perchè i veti della Fisascat ne hanno impedito la sua attuazione.

Infatti con una brusca caduta di autonomia, la Fisascat completamente appiattita alle posizioni della Confederazione ha sabotato l’accordo che precedentemente aveva liberamente sottoscritto. Le tre Confederazioni hanno voluto poi offrire una sponda per ricomporre questo dissidio invitandoci a ripristinare il terzo a favore delle OO.SS. riconosciute firmatarie di contratto ma, ironia della sorte, riproponendo la soluzione da noi adottata e decisa.

Il testo di una lettera inviataci dalle tre Segreterie confederali recita infatti così: laddove i seggi da ripartire nell’ambito del terzo riservato siano inferiori a tre è necessario privilegiare l’ipotesi di assegnazione dei seggi che garantisca la presenza nella R.S.U. a tutte le organizzazioni, a condizione che ciascuna delle stesse abbia riportato un numero minimo di voti pari almeno alla metà del quorum elettorale complessivo.

Come si vede, si nega il principio affermato dalla nostra intesa di categoria anche se poi vengono utilizzate le sue soluzioni. Bizzarria del destino sul quale sarà opportuno in seguito riflettere. Noi siamo convinti che il futuro quadro politico non riserverà soluzioni legislative favorevoli alla conservazione di rendite di posizione alle tre Confederazioni, ecco perchè rimaniamo convinti che la scelta di mettere in palio il 100%, anche se rischiosa ci sembrava giusta e anticipatrice.

Rivendicare con orgoglio l’originalità della scelta adesso non serve. Bisogna agire. E’ finito il tempo della riflessione, è giunto il tempo dell’agire. Dopo la lettera delle Confederazioni abbiamo modificato il testo della nostra prima intesa e deciso di avviare a tappeto in tutta Italia le elezioni delle R.S.U. a partire comunque dal 1 giugno e per tutto il mese di giugno.

In questi giorni stiamo svolgendo il negoziato con la Confcommercio, la nostra sensazione è che si voglia tirare per le lunghe ed ecco perchè indipendentemente dalla conclusione del negoziato riteniamo che si debba dare inizio alle elezioni stabilendo una data ed un periodo preciso. Non ci sono alibi nè deroghe possibili. La scelta è immodificabile e come tale va solo realizzata. La parola ora spetta ai lavoratori. A loro è assegnata la verifica della nostra rappresentatività nel settore.

COMITATI DEGLI ISCRITTI

L’esperienza fin qui dimostra come nei nostri settori sia irrilevante il numero dei comitati degli iscritti.

Non intendiamo riaprire nessuna polemica circa l’opportunità di tale decisione e offriamo invece una proposta che ci permetta anche in questo caso di entrare nella fase operativa. La nostra idea è che congiuntamente alla campagna per l’elezione delle R.S.U., si costituiscano comitati degli iscritti in tutti i posti di lavoro di ogni settore merceologico da 30 dipendenti in su. Proviamo in questo modo ad uscire da una situazione di stasi per poi fare una verifica successiva. Nel frattempo vanno valorizzate le esperienze fin qui realizzate a livello di comitati degli iscritti in specifici settori che si sono concretizzati in alcune regioni d’Italia.

COORDINAMENTI NAZIONALI

Va confermato il loro ruolo di mero coordinamento di indirizzo politico nella gestione delle vertenze di gruppo.

Uno dei limiti registrati fino ad ora è la loro variabilità è indispensabile quindi che vengano dettate regole sulla loro composizione che ne garantiscano la stabilità e soprattutto la rappresentatività.

UFFICI VERTENZE

Riflessione a parte merita il capitolo delle nostre strutture vertenziali. In questi anni abbiamo scoperto l’importanza che i servizi ricoprono per la tutela dei diritti collettivi ed individuali di migliaia di lavoratori anzi, per meglio dire la Conferenza di organizzazione CGIL li ha assunti come scelta strategica.

Lo abbiamo fatto senza confondere lo nostre origini costitutive evitando conflitti ideologici tra sindacato-istituzione o sindacato-movimento. Se questo scoglio lo abbiamo superato occorre a maggior ragione pensare ai servizi come tali e quindi soggetti anche ad una gestione efficace ed efficiente, non solo per migliorare la qualità da offrire ai lavoratori ma anche per riconoscere la piena dignità politica nel diritto di cittadinanza in CGIL.

Su questo terreno la FILCAMS si trova ad un livello avanzato. I nostri lavoratori richiedono molta attività di servizio perchè operano spesso in quei settori dove vengono maggiormente calpestati contratti e legislazione vigente. I nostri uffici vertenze ne sono una prova tangibile dalla ricerca organizzativa nazionale del ’92 risulta che abbiamo recuperato in un anno più di 17 miliardi a favore dei lavoratori dei nostri settori.

Pensiamo quindi di procedere, con una politica di intervento, che si basi su tre aspetti fondamentali:

1. allargare nei territori la gestione diretta del servizio da parte della categoria;

2. fornire servizi adeguati, attraverso software, a tutte le strutture che intendessero fare tale scelta;

3. costituire un coordinamento nazionale che affronti le problematiche specifiche del servizio.

La riunione degli uffici vertenze del 17 marzo a Bologna ha riconfermato tale necessità. Su questo la FILCAMS tutta dovrà operare scelte organizzative adeguate investendo risorse e personale.

Sappiamo che questa strada può trovare le CdLT in disaccordo. Occorrerà far comprendere che si tratta, non di una scelta autarchica sotto il profilo finanziario, ma di un’operazione per certi aspetti vitale e, per la nostra categoria, un momento di intreccio insostituibile con le politiche sindacali di settore: penso alle imprese di pulizia, agli studi professionali, alla piccola e piccolissima azienda.

Da ultimo voglio invece porre una riflessione che esula dagli aspetti fin qui toccati e che riguarda quello che in sindacalese definiamo il problema delle coerenze.

Questa questione che anche nel passato ha spesso determinato effetti negativi e seri condizionamenti alla affermazione e alla evoluzione di linee politiche e rivendicative della nostra federazione, rischia oggi di vanificare lo sforzo che stiamo producendo e che dovremo sempre più accentuare, di misurarci con tutte le difficoltà interne ed esterne all’organizzazione, che hanno indubbiamente connotati di straordinaria complessità.

C’è quindi ormai la necessità inderogabile di riflettere attentamente su un dato che permane come una costante di sofferenza nella vita interna dell’organizzazione e che conseguentemente scarica i suoi effetti improduttivi anche all’esterno, sulla prassi quotidiana, sull’attività corrente, sui rapporti unitari, in una parola sui risultati politici e contrattuali.

Mi riferisco a quel singolare fenomeno certamente non generalizzato ma purtroppo ricorrente a fasi alterne di scarsa e alle volte nulla coerenza nella fase di gestione articolata di linee politiche o di impostazioni contrattuali, pure insieme definite nelle sedi opportune e quindi sintesi naturale di confronti e dibattiti democratici.

In sostanza voglio affermare con tutta l’ovvietà del caso che se una scelta, un percorso e quindi un obiettivo, una volta individuati e assunti complessivamente non ritrovano lo sforzo unitario e convergente di tutta l’organizzazione, si scontano nel migliore dei casi ritardi e complicazioni quand’anche si rischia di vanificare il tutto mettendo in crisi la risoluzione delle finalità che ci siamo assegnate.

Queste affermazioni non vogliono assumere una sorta di intenzione "processuale" a senso unico. Vogliono essere al contrario uno stimolo ad una attenta e urgente riflessione che ci riguarda tutti sulla necessità di affrontare con le dovute responsabilità e obiettività questo nodo che se non sciolto rischierebbe di mantenere una pesante ipoteca sulla positiva evoluzione della nostra organizzazione. Andremmo cioè incontro al pericolo di una democrazia d’organizzazione zoppa. Restiamo convinti che la democrazia d’organizzazione non può essere solo teorizzata ma soprattutto realizzata pienamente e quindi dobbiamo assumere tra le tante anche questa condizione preliminare come valore in sè e come presupposto indispensabile per la concreta attuazione di idee, linee e programmi.

Dobbiamo superare la logica che alle volte ha portato a giustificare la mancanza di linearità politica e rivendicativa con alibi esterni (difficoltà di rapporto unitario, resistenze padronali, scarso potere contrattuale, ecc.), così come, di utilizzare tale terreno come strumentale opportunità di lotta politica interna.

Nel primo caso va separata nettamente l’obiettività dei condizionamenti dalle responsabilità soggettive sul piano dell’impegno politico, rivendicativo e organizzativo, nel secondo caso si tratta di eliminare completamente tali tentazioni in quanto alla lunga non redditizie per chi le subisce e soprattutto alla fine deleterie per tutta l’organizzazione.

POLITICA DELLE RISORSE

La questione delle risorse, del loro reperimento e utilizzazione rappresenta una condizione essenziale per la riforma organizzativa. Un’atomizzazione esasperata dei centri di responsabilità, non consente l’uso delle risorse rispondente da una lato, al principio delle economie di scala e dall’altro, alle nuove necessità di insediamento della nostra categoria.

In sostanza si pone il problema del nazionale come Centro regolatore delle politiche finanziarie e dell’unitarietà degli indirizzi. Il fine ultimo è quello di convogliare risorse verso il basso a sostegno delle politiche di insediamento, promuovendo in primo luogo progetti nazionali, regionali, territoriali specifici da realizzarsi anche attraverso il concorso ed il raccordo delle strutture orizzontali. A tale proposito come è stato deciso dal direttivo nazionale si è costituito un fondo ed una commissione preposta all’esame dei progetti. La commissione ha lavorato a pieno regime finanziando a tutt’oggi ben 22 progetti di cui vi rendiamo conto.

La filosofia di fondo dunque che ispira la nostra politica delle risorse è la seguente: certezza delle risorse affinchè le stesse vengano destinate alla progettualità. Esistono però due condizioni perchè essa si realizzi: la prima è l’obiettivo irrinunciabile della ripartizione 75/25 tra categoria e Confederazioni ai vari livelli (obiettivo questo ribadito dalla Conferenza di organizzazione CGIL). Ecco dunque che va modificato il rapporto di contribuzione ai vari livelli confederali, in particolare dei comprensori FILCAMS verso le CdLT che spesso risulta eccessivo e frutto di accordi territoriali senza nessuna relazione con le istanze regionali e il centro nazionale di categoria. In molti comprensori della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana si ripartiscono alle CdLT a tutt’oggi percentuali intorno al 30%.

La seconda condizione è la trasparenza che non può essere a senso unico. Ogni livello dell’organizzazione deve sentirsi coinvolto, perchè l’interscambio di dati, numeri ed elementi conoscitivi sono basilari per il rafforzamento della democrazia interna. Non è sufficiente che il nazionale operi alla luce del sole e che abbia calato tutte le carte in tavola, la trasparenza è un fattore che deve espandersi a macchia d’olio in ogni segmento della categoria.

Ribadiamo quindi la necessità di mettere a conoscenza del centro nazionale i dati relativi al bilancio di ogni struttura territoriale proprio per preparare un bilancio nazionale consuntivo del ’94 che sia il più chiaro e trasparente e questo dipende dai dati inviatici. Più in generale però quello di cui abbiamo bisogno è avviare un processo di riforma della politica delle entrate che deve tener conto delle decisioni assunte dal direttivo CGIL del luglio ’92 e dal nostro direttivo dell’aprile ’93.

Bisogna imprimere una forte accelerazione perchè il quadro politico presenta molte incognite. Non dimentichiamoci che pendono sulla nostra testa dei referendum Berluscon-Pannelliani che possono introdurre cambiamenti stravolgenti all’attuale assetto di finanziamento del sindacato ed è quindi indispensabile che noi per primi iniziamo una profonda opera di autoriforma che dovrà muoversi lungo le seguenti coordinate:

1- nel futuro della nostra categoria le entrate sempre più dovranno essere rappresentate prevalentemente dalla quota delega di adesione alla FILCAMS stabilendo il raggiungimento in tutti i settori dell’1% o corrispettivo equivalente su paga base e contingenza per tutte le mensilità previste contrattualmente a far data dal 1 gennaio ’95. Obiettivo questo che è in stretta relazione con l’altro rappresentato, come già deciso, dall’arrivare a cogliere la quota di 250.000 adesioni alla FILCAMS nazionale entro il ’96.

Si tratta di una meta ancora realistica e raggiungibile a condizione però che tutti noi si produca un impegno maggiore e più intenso. Infatti anche se quest’anno chiudiamo il tesseramento ’93 con 215.000 adesioni presentandoci come unica categoria in crescita tra i lavoratori attivi le nostre potenzialità non sono appieno sfruttate. Possiamo fare di più e meglio.

2- la riforma radicale dell’attuale sistema di quote di servizio attraverso il loro graduale superamento in un arco temporale realistico, deve prendere il via da un vero dibattito che intendiamo promuovere proprio con questa Conferenza. A oggi la nostra idea di creazione di nuove quote di servizio legate a reali attività di servizio (come recita il documento della CGIL ’92) che sostituirebbero integralmente tutte le quote oggi esistenti si è scontrata con tre ostacoli:

- la freddezza dei nostri gruppi dirigenti;

- la scarsa disponibilità della CGIL nazionale al confronto;

- la mancanza di un dibattito unitario.

Su questo punto in particolare mi riferisco al fatto che con Fisascat e Uiltucs non abbiamo ancora definito un progetto di riforma. Si ipotizza come è noto, tra le scelte possibili, ma non unica, l’eventuale estensione del QUAS a tutti i lavoratori dipendenti attraverso l’istituzione di un fondo che eroghi servizi e prestazioni integrative ma le differenti posizioni sindacali in campo ci hanno impedito di mettere a punto una ipotesi che avesse anche conseguenze sulle quote di servizio definendo opportune proposte di modifica.

A questo punto però noi siamo di fronte a due strade:

a- la prima è quella che consiste nell’accelerare il confronto interno, istituendo un gruppo di lavoro FILCAMS, che dovrà presentare al direttivo nazionale un progetto da confrontare poi successivamente con Fisascat e Uiltucs. Il progetto dovrebbe partire dai punti cardine del documento della CGIL per assumere l’obiettivo di sostituire con gradualità le attuali quote di servizio con quote a carico dei lavoratori a fronte dell’erogazione effettiva e contrattualmente prevista di trattamenti, previdenziali, assistenziali e sanitari ovvero di servizi comunque diretti a soddisfare bisogni di primario rilievo.

In questo caso la corresponsione delle quote avrebbe carattere volontario, positivamente accertata mediante specifica delega finalizzata. L’importo della quota di servizio sarà finalizzata alle spese di gestione ad esclusione di qualsiasi intento lucrativo. Dentro questo quadro specifico esiste anche una seconda opzione che può essere rappresentata dalla sostituzione delle attuali quote con specifiche erogazioni una tantum, denominate quote contratto a carico della generalità dei lavoratori beneficiari dei risultati dell’azione sindacale.

b- La seconda strada che possiamo scegliere è relativa alla possibilità di lasciare immutato il sistema di quote servizio in atto e rinviare la loro riforma con i successivi rinnovi contrattuali inserendo però il meccanismo della delega al rovescio.

La Conferenza è chiamata ad esprimersi sulle due ipotesi e anche ad individuare ipotesi ulteriori e alternative. Qualunque sia la scelta che autonomamente compiamo dobbiamo sempre tener conto del successivo impatto unitario. Nel frattempo però non è più rinviabile il superamento delle quote di servizio aggiuntive esistenti in non pochi territori.

POLITICA DEI QUADRI

I nostri gruppi dirigenti, a tutti i livelli ma in particolare a quello intermedio sono sottoposti ad un vorticoso turn-over. Spesso la nostra categoria viene considerata come di passaggio o trampolino di lancio per altri più importanti incarichi: Resta il fatto che non si riesce ad avere una situazione stabilmente consolidata.

La FILCAMS deve dunque riappropriarsi della politica dei quadri, che oggi è gestita prevalentemente dai livelli confederali territoriali, delineando percorsi formativi, di crescita e valorizzazione dei gruppi dirigenti. Va rilevato anzitutto che la presenza di donne nei luoghi di direzione generali ai nostri livelli, pur avendo fatto sostanziali passi in avanti, è ancora insufficiente. Dobbiamo essere coerenti con i dettami del Congresso di Rimini che ha assunto il pieno riconoscimento della differenza di genere come valore costitutivo di un nuovo sindacato generale e quindi muoverci in una duplice direzione:

1- realizzare da un lato il passaggio graduale dalla cultura e dalla pratica della quota, alla scelta dell’attuazione della norma antidiscriminatoria e della sua praticabilità gestionale, obiettivo questo che richiede ancora un ruolo attivo dei coordinamenti;

2- dall’altro accrescere la volontà politica di assunzione della centralità delle politiche proposte dai bisogni e dagli interessi delle donne nel mondo del lavoro e nei nostri settori.

Più in generale però abbiamo bisogno non di una irrealistica e velleitaria gestione autarchica della politica dei quadri ma di un cambiamento qualitativo che porti a codeterminare insieme alle strutture CGIL regionali e camerali, attraverso un patto di consultazione permanente, i percorsi formativi e quelli di prospettiva politica dei nostri dirigenti. Ciò implica che si ripensi il ruolo della formazione, che deve assurgere a momento determinante (e non marginale come lo è oggi) dell’iniziativa della Federazione a tutti i livelli.

Nuove politiche formative e nuove risorse vanno all’uopo delineate e destinate, facendo sì che il Centro nazionale e i regionali di categoria assumano come prioritario ed indispensabile un grande potenziamento dell’attività formativa ed un grande lavoro di fertilizzazione culturale. La ricostruzione di una rete formativa, diretta ed indiretta (istituti culturali, università, ecc;), possono diventare gli anelli di tale processo.

Il rilancio dell’attività formativa, l’attenzione all’aspetto pedagogico-formativo della nostra attività quotidiana deve riemergere con forza e consapevolezza piena ed essere un obiettivo primario del nostro agire. Nessun livello della nostra categoria deve sentirsi escluso dal coinvolgimento per l’attività formativa: dal Centro nazionale ad ogni singolo posto di lavoro ci dovrà essere spazio rilevante per la formazione. Si pensi in particolare al salto qualitativo da imprimere nella ridefinizione e gestione delle politiche rivendicative, al tema salario-produttività che implica la programmazione di un’ampia opera di iniziativa formativa.

COMUNICAZIONE – INFORMAZIONE

La riforma del modello organizzativo deve basarsi sul ripensamento del sistema comunicativo ed informativo sia esterno che interno. Nell’era del villaggio globale è indispensabile costruire un nuovo rapporto con i mass-media per garantire una costante e non episodica presenza della nostra categoria sui temi generali e su quelli più specifici. Grazie all’opera di riorganizzazione dell’ufficio stampa cominciamo a raccogliere primi frutti cosicchè la nostra voce non è più nascosta e flebile, ma chiara e soprattutto stabile sugli organi di informazione della carta stampata.

Ora però va affrontata la questione relativa alla definizione di un progetto per l’uso di canali informatici e telematici che permettano un flusso comunicativo più diretto ed immediato con i territori ed i posti di lavoro. Spesso oggi assistiamo al fatto che le scelte, le decisioni, gli orientamenti e le informazioni dal Centro nazionale non arrivino nei comprensori e nei luoghi di lavoro a causa della presenza di filtri e di ostruzioni che è necessario rimuovere.

Nei prossimi mesi presenteremo un dettagliato progetto in questo senso. Nel frattempo oggi diamo alla nascita e presentiamo il numero zero del periodico Magazine Filcams che diventa il nostro strumento di informazione su carta stampata. Si tratta di uno strumento al quale assegniamo grande importanza perchè è l’anello, di congiunzione tra il centro e la periferia per veicolare informazioni, che mancava.

DEMOCRAZIA DI MANDATO, DI ORGANIZZAZIONE E UNITA’ SINDACALE

Le nostre scelte di natura politica e organizzativa non possono prescindere dalle questioni delle regole, della democrazia di mandato e di organizzazione e devono muoversi dentro quell’orizzonte che il recente direttivo CGIL ha definito fase costituente di un rinnovato sindacato unitario. Il disegno della CGIL di costruzione di un sindacato generale ha innanzitutto bisogno di acquisire e affermare nuove regole e nuovi principi nel modo di essere della CGIL. Con la definizione del progetto di legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza la CGIL ha indicato con nettezza l’insieme di valori e regole che sono alla base della propria idea di democrazia, rappresentanza e partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale, nel luogo di lavoro, nel territorio, nel paese.

Si è regolato così in modo compiuto la democrazia di mandato. Ora questo nostro autonomo progetto deve diventare legge ed è questa una delle materie rispetto alle quali dovremo giocare d’anticipo con il governo Berlusconi. Contemporaneamente per la CGIL, relativamente al suo regime interno, va definitivamente sancita la fine dei vecchi pluralismi di appartenenza, per realizzare compiutamente un nuovo pluralismo progettuale, delle proposte e dei soggetti sociali.

Il superamento della figura del segretario generale aggiunto al prossimo Congresso è una scelta in questa direzione, ma non basta. Il passaggio da una CGIL fondata sul primato delle componenti di derivazione partitica ad una CGIL che definisce appartenenze e comportamenti in base al primato dei contenuti politico-progammatici dove poggiare su un più completo modello di democrazia interna, in grado di sostenere l’idea di un sindacato generale garante di una solidarietà tra diversi e quindi capace di mediare nella trasparenza interessi, culture e soggettività diverse.

La ricerca di un rinnovamento reale della nostra vita interna deve avere come riferimento un esercizio democratico diffuso, fatto di coinvolgimento degli iscritti, di poteri degli organi deliberanti, di efficacia nel funzionamento degli esecutivi, di diritti, doveri, dell’etica della responsabilità dei gruppi dirigenti. Il pluralismo degli interessi, delle rappresentanze, dei soggetti delle aggregazioni politiche programmatiche va salvaguardato come risorsa e ricchezza della CGIL. Ma insieme va affermata l’unicità della CGIL, delle linee e scelte strategiche che assume. Il Congresso è la sede sovrana di queste scelte e il confronto tra le diverse posizioni trova qui la legittimazione più piena e risolutiva. Le posizioni e le linee che si affermano democraticamente nel Congresso, a Congresso finito, sono le scelte che vincolano e orientano l’insieme della CGIL e che i gruppi dirigenti indipendentemente della posizioni sostenute in piena legittimità, hanno il dovere di attuare.

La dialettica tra maggioranze e minoranze è una cosa, la contrapposizione tra una maggioranza che governa e una minoranza che diventa o si dichiara opposizione è un’altra. In questo caso si avrebbe, come abbiamo avuto in questi anni, un’organizzazione lacerata, con l’offuscamento di linee e di propositi, con la Babele di linguaggi, con l’indebolimento interno ed esterno, dell’azione contrattuale, rivendicativa e di ruolo della CGIL. E’ evidente che negli scenari nuovi che si aprono, soprattutto dopo il responso elettorale, di tutto abbiano bisogno fuorchè di una organizzazione senza una linea e senza la forza necessaria per sostenerla. Affermato questo, il problema di fondo che abbiamo di fronte a noi è quello di superare per davvero i limiti che il vecchio modello ci propone. Dobbiamo con coraggio misurarci tutti con la costruzione formale e materiale della nuova CGIL, rompere con la logica dei garantismi, delle vecchie appartenenze, delle cooptazioni a senso unico; superare funzioni e procedure poco democratiche e ogni tentativo di misurare e variare le presenze negli organismi e nelle segreterie a seconda delle fortune elettorali di questo o quel partito.

Per compiere questo salto e vincere la sfida decisiva dobbiamo utilizzare, a partire da questa Conferenza, il periodo che ci divide dal Congresso per mettere a punto la fase di ricerca necessaria per la definizione di un progetto compiuto e convincente, che al Congresso poi trovi attuazione. Infine ultima ma non per importanza il tema dell’unità sindacale. Vediamo prima lo stato dei rapporti interni per poi ritornare ai concetti più generali di unità. La battuta d’arresto imposta dalla FISASCAT alla realizzazione piena della prima intesa sulle RSU, non è la fine nè il fallimento del processo unitario è una parentesi fortemente negativa della quale naturalmente terremo debito conto. Dobbiamo ripartire proprio dalle parti più significative di quella intesa ( che non riguarda solo le R.S.U.) per riannodare il processo unitario. In particolare la gestione delle vertenze contrattuali e la verifica attuativa delle procedure di democrazia di mandato saranno significativi banchi di prova che ci diranno meglio dello stato di salute del nostro processo unitario.

Naturalmente esistono altre tematiche come quelle relative alle politiche generali della categoria, quelle contrattuali, delle risorse, degli orari commerciali, della Grande Distribuzione e del turismo ecc. che rappresenteranno utile riferimento per misurare il grado di unità nelle scelte e negli indirizzi. Ci apprestiamo quindi ad affrontare questa fase muniti di una forte dose di realismo e di pazienza. Più in generale però l’unità alla quale la FILCAMS intende contribuire è quella che non può ripartire da premesse vecchie e presupposti superati.

Nella sua storia, a partire dalla Resistenza, la CGIL è stata portavoce fondamentale dell’unità sindacale, in tutte le condizioni, in tutti i sistemi, tanto è vero che dalla costola della nostra unità sindacale sono nate le altre Confederazioni. Ogni qualvolta abbiamo perso su quel terreno la CGIL ha lottato per riconquistare l’unità e questa scelta nelle nuove condizioni la nostra organizzazione non può smarrirla. Il pericolo che avvertiamo come principale, tra i tanti, è quello di una bipolarizzazione che porti sulla strada perniciosa del sindacato di schieramento, configurando da un lato la formazione sindacale fiancheggiatrice dell’opposizione politica e dall’altro quella subalterna agli indirizzi e alle volontà del governo. Una nuova e preoccupante forma di collateralismo sia in una direzione che in un’altra, alla quale anche la Fisascat potrebbe guardare con compiacimento, che comprometterebbe irrimediabilmente le prospettive unitarie.

Certo, i problemi che rimangono ancora da chiarire ovviamente esistono e riguardano il rapporto tra democrazia di organizzazione e democrazia di mandato con quanto ne consegue in termini di titolarità, responsabilità e poteri; e riguardano ambiti e profili di una rinnovata capacità di autonomia rivendicativa e politica. L’importante è però che a questo impegno ci si lavori senza pregiudizi ideologici, in maniera aperta, con una discussione liberata dagli schemi di organizzazione e che a questo processo partecipino non solo e non tanto i ristretti gruppi dirigenti ma l’insieme dei quadri, dei militanti e dei lavoratori.

Un’unità dunque tra diversi, che si arricchisce certo del pluralismo delle culture e dei progetti ma che si dota di regole certe e condivise in tema di rappresentanza, di democrazia di mandato e di organizzazione. Quello che vogliamo confermare qui, di nuovo, davanti ai quadri della nostra organizzazione è il pieno impegno della FILCAMS a contribuire per parte sua al processo unitario. Come è sempre stato nella storia del sindacalismo confederale italiano e come ci insegna l’esperienza del sindacalismo europeo dove si è uniti si conta e si contratta; dove si è separati, e talvolta ostili, non si ha potere e titolarità contrattuale vera. Il responso delle urne ci ha consegnato, oltre alla seconda Repubblica, una fase storica nella quale e per la quale si presenta irrinunciabile e non più rinviabile l’idea di procedere speditamente sul terreno del processo unitario.