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    CONCLUSIONI BRUNO TRENTIN

    Non si conta il numero dei compagni che hanno sot-tolineato il pericolo per questa conferenza di appiat-tirsi in una logica di pura sopravvivenza.
    Ho l’impressione che la maggioranza degli interven-ti abbia espresso una volontà di cambiamento, di passare a decisioni impegnative, che probabilmente va molto al di là del numero di quelli che si sono pronunciati.
    Voglio dire che il voto sui documenti vincola immediatamente la segreteria e vincolerà il Comitato direttivo che entro quindici giorni sarà chiamato ad adottare tutte le decisioni operative che possono essere prese prima del Con-gresso. Credo infatti che sia poco immaginabile che un Comitato di-rettivo della Cgil, anche se è il solo abilitato in base al nostro Statuto ad assumere impegni di questa natura, possa assumere delle decisioni con-trapponendosi o differenziandosi da quello che sarà il voto di questa Conferenza di organizzazione sui documenti approvati. L’urgenza drammatica delle decisioni che siamo chiamati ad as-sumere deriva dal fatto che stiamo vivendo una fase cruciale per i destini della nostra democrazia e della sua capacità di costitui-re il fondamento di una convivenza civile e dell’unità nazionale del paese anche in un momento di trasformazione profonda del-le istituzioni e del modo di governare. Momento cruciale per la capacità delle nostre istituzioni di espri-mere un rinnovamento della politica che rompano con una pra-tica di consociativismo nello Stato e nella società civile che si è intrecciata con l’infittirsi di rapporti occulti fra Stato e impresa, nel governo della domanda pubblica. Un sistema di governo consociativo che ha oscurato funzioni e responsabilità, paraliz-zando anche in non piccola misura la capacità e l’autono-mia progettuale di molte forze di progresso. Tangentopoli e la corruzione che ha fatto degenerare un sistema già inquinato di rapporti fra Stato e imprese sono soltanto le manifestazioni più drammatiche ma non le cause profonde della crisi politica del paese.
    Siamo di fronte alla più grave crisi economica e sociale di que-sto dopoguerra. Il fatto che alcuni di noi lo affermano, inascol-tati, da più di due anni non ha determinato una vera presa di coscienza, anche all’interno della Cgil nel suo complesso, della gravità, della profondità di questa crisi e degli effetti devastanti che essa ha determinato e sta determinando nel tessuto sociale del paese. Anche se magari ognuno di noi vive il dramma della propria città, del proprio settore o della propria fabbrica, senza riuscire spesso a vederlo per quello che effettivamente è: un dramma complessivo che coinvolge la tenuta, le prospettive, il futuro del sindacato generale nel quale siamo cresciuti e che vo-gliamo difendere.
    Per la prima volta siamo di fronte a una diminuzione dell’oc-cupazione e non soltanto a un aumento, per quanto massiccio, del-la disoccupazione. Per la prima volta non facciamo i conti con una massa enorme di disoccupati in cerca di prima occupazione, ma di lavoratori e di lavoratrici espulsi dal lavoro attivo.
    Non si tratta del minor numero di iscritti alla Cgil, come scrive-va qualche giornale, ma delle 800 mila persone che nel corso dei due anni passati e del prossimo anno, secondo le previsioni di tutti gli istituti di ricerca più accreditati, saranno rimasti sul la-strico di fronte alla crisi economica del paese. Un fatto senza precedenti nella storia di questo movimento sindacale.
    Non crescono soltanto i disoccupati e i sospesi dal lavoro, perché a questo numero di persone corrisponde la crisi di altrettanti nu-clei familiari per i quali il lavoratore occupato a tempo pieno rap-presentava l’elemento essenziale di tenuta di un’economia fami-liare fatta di tanti lavori, di tante prestazioni, di tanti servizi. Il ri-schio è che si determini una lacerazione nello stesso tessuto della classe lavoratrice. Non solo quella che abbiamo a volte conosciu-to la tensione fra occupati e disoccupati — ma fra occupati e fra disoccupati, in tutti i settori del mercato del lavoro, fra forti e deboli. Con il rischio che questo conflitto latente all’interno della classe lavoratrice sprigioni nuovi corporativismi (troppe volte ab-biamo scambiato per avanguardie quello che era solo il seguo di un riflusso) e scateni logiche di autodifesa o di rottura della soli-darietà anche nei luoghi di lavoro, momenti di crisi di solidarietà nazionale fra lavoratori del Nord e lavoratori del Sud, il prevale-re e il diffondersi di scelte individuali verso la precarizzazione del mercato del lavoro che non è certamente soltanto il prodotto di una linea padronale, ma il segno, soprattutto nelle giovani generazioni, che è venuto meno un tessuto di collegamento, una cultura, la soli-darietà con il nu-cleo forte della clas-se lavoratrice.
    La Lega, con la sua propaganda demagogica di rottura dell’unità nazionale, di autodifesa “nordista” contro il Sud “dissipatore”, con il suo razzismo, nega la grande ricchezza che questo paese ancora esprime in termini di pluralismo culturale, politico ed et-nico, ma non fa che portare alla superficie contraddizioni vere che evidenziano un vuoto di progetto unificante anche da parte della sinistra e del sindacato. Un vuoto che non può essere esor-cizzato con logore ricerche esemplificatrici o con generici appel-li alla solidarietà o all’unità nazionale. Si tratta — e questo è il nostro compito — di valori da ricostruire, con proposte credibi-li e con obiettivi almeno parzialmente realizzabili in tempi brevi, misurabili con mano nella loro realizzazione concreta. Questa è la grande prova alla quale è chiamato in una fase di crisi così drammatica il movimento sindacale italiano.
    Per questo è venuta crescendo la consapevolezza — mi è sembrato di avvertirlo anche in questa conferenza — che la pro-testa senza obiettivi credibili, come la lotta senza risultati, soprat-tutto in una situazione come questa, costituiscano dei lussi che non ci possiamo permettere perché non solo non creano solidarietà, ma concorrono a distruggerla e a diffondere fra i lavoratori frustrazio-ne, disimpegno, disperazione, una fuga verso soluzioni individuali dalle più compromissorie alle più disperate, perfino il suicidio di un numero non piccolo di lavoratori “liberati” dal lavoro attraver-so la cassa integrazione, la mobilità o il licenziamento.
    Per questo — lo dico subito — non ho capito la proposta di una vertenza generale, a questo punto del conflitto sociale e della cri-si, con il governo e con la Confindustria sulle 35 ore. Si pensa di aprire in questo momento, alla vigilia dei rinnovi dei contratti di categorie e della contrattazione per ogni posto di lavoro, una trat-tativa con il governo e con la Confindustria, per discutere di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro? Non è una trappo-la, sapendo quali sono le distanze smisurate fra le nostre posizio-ni e quella della Confindustria e sapendo che siamo già impe-gnati a difendere con i denti un accordo che può non piacere ma che la Confindustria vuole affondare, quello del 23 luglio?
    Siamo sicuri che su un obiettivo di questa natura abbiamo alle nostre spalle i lavoratori? I lavoratori in tutte le loro diversità e i loro drammi, i lavoratori di Crotone, quelli della Calabria, quel-li della Campania, quelli di Taranto che scendono in campo in questo momento per battersi non solo per la salvaguardia del po-sto di lavoro, ma per dare un futuro a un pezzo della siderurgia italiana e a una regione? O i lavoratori di Torino e di Milano che si interrogano sulle prospettive di una grande realtà indu-striale come la Fiat e non solo dell’occupazione?
    Non è riduttivo immaginare che i problemi drammatici di tutti questi diversi gruppi di lavoratori, che hanno bisogni e priorità differenti, possano essere risolti attraverso una sorta di miracolo di fronte a una controparte che si appresta — se si riaprisse una trattativa — a richiedere soltanto la rinegoziazione dell’accordo del 23 luglio?
    E poi dobbiamo fare questa scelta al posto dei contratti naziona-li e della contrattazione aziendale? Al posto di un’iniziativa poli-tica che inchiodi alle loro responsabilità governo e Parlamento, senza passare per la concertazione con la Confindustria?
    Io non lo credo: credo che una scelta di questo genere ci porte-rebbe a fare i conti, entro poche settimane, con un drammatico fallimento di cui dovremmo poi rispondere ai lavoratori che avremmo chiamato, se ci fossimo riusciti, alla mobilitazione.
    Ho citato questo caso che certamente dovrà farci riflettere, per-ché è una proposta che va rispettata come tale, perché a me sembra l’espressione o la manifestazione delle nostre difficoltà, delle difficoltà di tutti, a produrre nella Cgil un confronto fra progetti, fra obiettivi diversi, con il metro di misura, essenziale per un sindacato, della loro efficacia, della loro credibilità, della loro capacità di mobilitazione, della loro capacità di tradursi in risultati concreti sui quali la gente potrà misurare la credibilità di un’organizzazione sindacale di classe come la Cgil.
    Mi sembrano assurdi e patetici i tentativi che qualche vol-ta riemergono di chiamare fuori il sindacato dalla crisi comples-siva della società italiana. Abbiamo avuto l’ingrato merito di di-re, da molti anni, che una crisi profonda investe il sindacalismo non corporativo in tutta Europa e negli stessi Stati Uniti. Da più di dieci anni si palesano i segnali di una crisi di democrazia, fe-nomeni di arroccamento burocratico, di fronte alla crisi econo-mica strisciante di questo decennio e alle politiche di deregula-tion che il padronato ha cercato di imporre in quasi tutti i paesi occidentali. Da anni lo ripetiamo: su questo è nata la svolta di Rimini: Ci siamo misurati con una crisi di solidarietà fra i lavo-ratori che colpisce al cuore il sindacato generale, quello che ab-biamo costruito in Italia e che abbiamo ridefinito come il sinda-cato delle Camere del lavoro, dei sindacati di settore (e non di mestieri), come il sindacato dei diritti e della solidarietà.
    E c’è una crisi di rappresentanza che si accentua anche se era la-tente da decenni in tutte le realtà industriali, di fronte ai muta-menti quantitativi e qualitativi che intervengono ogni giorno nel corpo vivo della classe lavoratrice e non soltanto in termini di redditi, di professioni, di stato dell’occupazione, ma in termini soggettivi di presenze culturali diverse, di domande diverse, di priorità individuali diverse che non riusciamo né a intercettare né a rappresentare.
    Oggi, di fronte alla crisi economica e all’esplodere della questio-ne del lavoro come problema centrale, come problema dell’unità della classe lavoratrice e, quindi, dell’unità del paese, la crisi del sindacato rischia di precipitare. Hanno ragione tutti i compagni che lo hanno sottolineato: vorremmo che ci riflettessero i diri-genti dell’intero movimento sindacale italiano: la crisi del sinda-cato rischia di precipitare nell’arroccamento burocratico, in un riflesso di autodifesa che può trovare anche molti proclami per presentarsi con un carattere offensivo e non difensivo, ma che non può mascherare questo tentativo disperato di chiamarsi fuo-ri da una crisi che richiede risposte anche da parte nostra.
    Per questa ragione, se le vicende connesse alla crisi economica, le vicende del confronto politico con governo e padronato, hanno determinato tanti rinvii di questa conferenza, oggi io credo che proprio questa crisi e la ricerca di prime soluzioni da sperimen-tare sul campo devono segnare le scelte politiche e organizzative di queste assise in modo da dare obiettivi credibili, gambe e strumenti — in questa nuova situazione — al sindacato dei di-ritti e della solidarietà. E questo non è possibile senza una svolta radicale nel nostro modo di rappresentare, di decidere, di opera-re sulla base di vincoli rigorosi; non solo i vincoli della democra-zia, ma anche quelli, che sono i primi a cedere in molti casi, del-la tutela dei diritti, della difesa degli interessi generali della clas-se lavoratrice, dandoci così regole e sanzioni che davvero bruci-no almeno alcuni vascelli alle nostre spalle.
    Si tratta, insomma, di costruire una strategia del sindacato che metta al centro la questione del lavoro nel nesso inscindibile che esiste, a mio parere, fra la battaglia per l’occupazione, il cam-biamento del lavoro, la conquista di nuovi poteri nei luoghi di lavoro, la salvaguardia di una uguaglianza di opportunità tra lavo-ratrici e lavoratori nell’esercizio dei loro diritti individuali e col-lettivi.
    Questo è il filone che abbiamo smarrito in tutti questi anni e questa scelta è possibile soltanto partendo da una analisi rigoro-sa. Questa è la nostra responsabilità di fronte alla crisi economi-ca italiana,, alla questione del lavoro in Italia per trovare vie di uscita in tempi possibili.
    Abbiamo il dovere di parlare chiaro, di non seminare illusioni, di non dare letture semplificatrici o manichee della crisi economica, politica, sociale che noi stiamo attraversando, come abbiamo il dovere — certo — di non ripiegare sul piccolo cabotaggio. Ab-biamo il dovere di non proporre terapie sbagliate o illusorie. Ci troviamo ad affrontare una crisi di carattere strutturale, non di breve durata, in cui pesano in maniera decisiva fattori di carat-tere finanziario, prima ancora che economico-produttivo, che possono portare al tracollo interi sistemi di impresa, che potreb-bero teoricamente continuare a esercitare la loro attività produt-tiva, ma che non hanno più i “mezzi, bruciati dalla speculazione finanziaria, per avviare nuovi investimenti e affrontare la sfida di nuove tecnologie.
    Abbiamo di fronte una crisi strutturale che porta il peso di. dieci anni di ritardi — e sono stati dieci anni che hanno pesato nella storia dell’economia mondiale come un mezzo secolo — nel campo dell’innovazione di processo, di prodotto, nel campo del-la ricerca, nel campo della rifondazione di un sistema di forma-zione, scolastica e professionale, che permetta di creare un mon-do del lavoro capace non solo di lavorare sotto le nuove tecno-logie, ma di governarne intelligentemente il loro uso.
    Un ritardo strutturale che emerge nel modo più clamoroso in un campo che, pure, è decisivo per un sindacato come il nostro, con le tradizioni della Cgil. Quello dell’organizzazione del lavoro pressoché immutato in questi decenni, molto spesso un’eredità del vecchio taylorismo, di fronte alle macchine a controllo nu-merico, a processi produttivi fondati sullo strumento determi-nante delle informazioni in tempo reale.
    Noi diciamo alto e forte al governo, ma lo dobbiamo dire anche a noi stessi, che l’abbassamento dei tassi di interesse, l’ab-bassamento del tasso di inflazione, l’invocazione di una flessibi-lità del lavoro (che molte volte nasconde deliberatamente un processo di precarizzazione del mercato del lavoro e di selezione darwiniana dei più deboli nei luoghi di lavoro e nel territorio), queste ricette, non fanno uscire il paese dalla crisi. Anche una ri-presa internazionale, sempre promessa e che tarda a manifestar-si, non farà uscire il paese dalla crisi.
    Vi è qui un dissenso radicale con la politica economica del go-verno. Abbiamo apprezzato alcune scelte di politica finanziaria che hanno ricostruito le condizioni minime per evitare la banca-rotta dello Stato, ma abbiamo anche detto che queste misure, per quanto necessarie, non avvicinavano neanche di un millime-tro la soluzione dei problemi della crisi industriale italiana, della crisi dell’occupazione, dei drammi che oggi attraversa l’intero Mezzogiorno di fronte al rischio di una vera e propria desertifi-cazione industriale. Al rischio, cioè, che scompaia il futuro, non solo il domani.
    Dobbiamo dire con franchezza che i tempi della crisi non sono brevi perché non sono brevi i tempi per rimuovere le cause strut-turali che l’hanno determinata. Ed è per questo che chiediamo da subito — contando le ore — l’applicazione di alcune delle in-tese raggiunte nell’accordo di luglio, affrontando la latitanza si-gnificativa del governo e l’incapacità di ascolto della Confindu-stria.
    Abbiamo posto, con grande rilevanza, i problemi di una riforma generale dei sistemi formativi per arrivare a un sistema che riu-nifichi i vari settori, della formazione, della scuola “dell’obbligo, dell’università, della formazione professionale pubblica o sui luo-ghi di lavoro; abbiamo chiesto una svolta, prima di tutto norma-tiva, della politica di sostegno ai processi di innovazione, alla ri-cerca; abbiamo richiesto l’adozione di strumenti nuovi nel go-verno della domanda pubblica, non solo per emanciparlo dalla stretta diventata corruttrice di rapporti privilegiati con inter gruppi industriali, ma per trasformarlo in uno strumento d orientamento e di guida di una ripresa industriale del nostro paese; chiediamo di definire i criteri, i parametri, gli obiettivi di una politica industriale che dia un senso, una guida alle misure di privatizzazione che si vogliono realizzare; abbiamo proposto, scontrandoci ancora con la sordità di questo governo, la mobilitazione di risorse straordinarie, come la creazione di un fondo per l’occupazione, per il lavoro partendo dalla privatizzazione graduale di tutto quel patrimonio immobiliare destinato a uso collettivo degli enti previdenziali, degli enti pubblici, dei ministe-ri, degli enti locali, rimettendo sul mercato, .di fronte a gestioni passive e clientelari, un’enorme massa di risorse al servizio di una politica del lavoro.
    Noi abbiamo fatto queste scelte partendo dalla consapevo-lezza della natura della crisi e della sua durata, nella convinzio-ne che tutte queste scelte non possono essere esorcizzate né at-traverso un’operazione di ingegneria finanziaria, né attraverso ri-vendicazioni salvifiche, valide per tutte le situazioni e per tutti i momenti.
    Per questo abbiamo concentrato il nostro sforzo per modificare la legge “finanziaria su alcuni capitoli di spesa e, certo, per rimuovere la soluzione miserabile che è stata adottata per i pensionati, e per cambiare radicalmente le decisioni prese in materia di invalidi del lavoro.
    Non sto qui a discutere la validità dello strumento adottato, del-le penalità previste per quegli invalidi che non risultano’ tali e che hanno truffato l’assistenza e lo Stato. Dovrebbero essere previste sanzioni ancora più pesanti su quei medici che hanno sottoscritto quei certificati di invalidità. Ma quello che è scandaloso e che non può restare senza seguito da parte di un’organizzazione co-me la Cgil è che nello stesso tempo questo Parlamento non ha sentito il bisogno di cambiare di una lira, di un diritto, di un po-tere la condizione delle centinaia di migliaia di giovani invalidi veri che si battono ancora per un lavoro e che subiscono tratta-menti di fame.
    Non possiamo lasciar passare questa azione punitiva, necessaria forse, verso chi ha truffato lo Stato integrando con una piccola assistenza un reddito sicuro o un’occupazione sicura, senza cam-biare radicalmente la condizione di milioni di handicappati in termini economici, di servizi, di assistenza, ma anche, e soprattutto, di diritto al lavoro, proibendo, per esempio, per legge che di fronte a processi di licenziamenti collettivi, vengano toccati i lavoratori assunti in base alle norme del collocamento obbligatorio.
    Dobbiamo operare perché muti, soprattutto negli strumenti ma anche nelle risorse,’ l’intervento del governo nelle aree di crisi del Mezzogiorno e del resto del paese; dobbiamo mutare radical-mente le misure finanziarie che vengono decise per il 1994 a so-stegno dei provvedimenti di emergenza sul mercato del lavoro. Credo, però, che dobbiamo soprattutto operare in questa fase per conquistare una nuova legislazione che, al di là del balletto delle cifre su quello che sarà la Finanziaria dell’anno prossimo ipotechi il futuro su questioni fondamentali come quelle che io ho ricordato prima e sulle questioni che possono davvero avvia-re strutturalmente, senza la bacchetta magica, una nuova politi-ca del lavoro anche in materia di orari e di tempi di lavoro.
    Mi pare che se non vogliamo che ancora una volta il nostro di-battito all’interno e all’esterno subisca una torsione in un conflit-to fra sordi, fra ricette miracolose, sordità e chiusure radicali, noi dobbiamo fare uno sforzo per uscire da quella che un po’ negli anni più recenti è stata una cultura, non tanto la tradizione sin-dacale, che ha imprigionato la questione del tempo di lavoro e dell’orario di lavoro con esercizi aritmetici sul rapporto orario- – occupazione che non solo si sono rivelati fallaci alla prova dei fatti, ma che appaiono oggi, nella coscienza diffusa del mondo del lavoro e non solo in Italia, poco credibili.
    Ecco perché io credo che rischiano di contrapporsi in un duello alla morte proprio due tesi estreme, ambedue insostenibili: gli esercizi statistici, appunto, sul numero degli occupati che si po-trebbero moltiplicare con una generalizzazione della riduzione di orario, in un solo momento in tutte le situazioni (ma come fare la riduzione d’orario nelle aziende distrutte, chiuse, ristrutturate della Calabria, della Sardegna, di tanta parte dell’economia me-ridionale? Come fare la riduzione di orario alla Maserati?), e dall’altro lato gli scongiuri assurdi della Confindustria secondo la quale qualsiasi riduzione di orario porterebbe alla crisi irreversi-bile non solo di un paese, ma addirittura dell’Europa e, se si adottasse quella terapia, dovremmo concordare un’eventuale ri-duzione d’orario anche con l’ultimo paese del Sud-Est asiatico prima di potere procedere.
    Credo che in questa battaglia che da dieci-quindici anni si svol-ge con fasi interlocutorie alterne in Italia, e non solo in Italia, dobbiamo poter recuperare una grande tradizione del sindacali-smo operaio che non dico fosse tutta giusta, ma che aveva la sua parte fondamentale di verità. Nella storia del movimento sinda-cale, dagli albori fino alle grandi battaglie dell’autunno caldo, l’orario di lavoro non è mai stato presentato come un obiettivo per creare immediatamente nuova occupazione, ma è stato vis-suto, combattuto, per migliorare le condizioni di lavoro, elimi-nare i casi più scandalosi e disumani di sfruttamento delle perso-ne — le donne, i bambini — una battaglia soprattutto per mo-dificare, e in profondo, l’organizzazione del lavoro, nell’unità di produzione o di servizio.
    Questa è diventata subito, ricordiamolo, anche la battaglia degli anni 70 per andare al Sud, nel momento in cui rivendicavamo nuove riduzioni di orario di lavoro nei contratti di molte catego-rie.
    E stata sempre l’altra faccia della lotta per l’occupazione: ecco perché noi dobbiamo riprendere la questione degli orari e dei tempi di lavoro, da un lato, con maggiore incisività e concretez-za, ancorandola appunto nel luogo di lavoro, laddove si tratta di difendere un patrimonio umano, un patrimonio di professiona-lità, di’ saper fare, anche per l’utilizzo dello strumento della for-mazione con una riduzione di orario a ciò finalizzata.
    Una battaglia nei luoghi di lavoro capace di organizzare il lavoro con una diversa modulazione del tempo, dell’uso della ca-pacità produttiva ridando con ciò, con la riduzione di orario, po-tere di decisione ai lavoratori, ai loro sindacati.
    Non possiamo smarrire il fatto che, in questa crisi immane che attraversa tutta l’economia del mondo occidentale, il capitali-smo, i capitalismi, stanno vivendo una contraddizione dramma-tica: non quella di dover fare i conti con migliaia o milioni di di-soccupati — perché non sembra essere un problema che li inte-ressi —, ma il fatto che si trovano costretti a governare le im-prese attraverso l’uso di nuove tecnologie, di nuovi sistemi di informazione che inevitabilmente, per funzionare, per creare produttività, per essere competitivi — per usare il linguaggio delle nostre controparti — hanno bisogno di un lavoro diverso. Hanno bisogno di un lavoro professionalizzato, hanno bisogno di un lavoro capace di decidere e di intervenire, hanno bisogno di un lavoro capace di farsi carico, se ne hanno la forza e la vo-lontà, della qualità della produzione, dell’efficienza delle macchi-ne, addirittura con la possibilità di intervento di fronte alle ca-dute, agli incidenti, ai comportamenti imprevisti nell’organizza-zione del processo produttivo.
    E la domanda di elementare buon senso che sentiamo provenire da tanti grandi padroni o grandi manager negli Stati Uniti e nell’Europa è se questo è possibile con una manodopera che non sa se tra sei mesi sarà buttata sul marciapiede; se si può chiede-re — le forme possono essere diverse — un coinvolgimento, che garantisca efficienza, qualità alle prestazioni produttive o di ser-vizio con un’occupazione precaria.
    Non so come farà la Fiat, a Melfi, in questo gioiello di organiz-zazione partecipata del lavoro a governare questo sistema che si dice essere fondato sulla squadra, sulla partecipazione, con quei lavoratori in contratto di formazione lavoro al primo livello che non sanno se dopo uno o due anni verranno licenziati.
    Questa è una contraddizione sulla quale il movimento sindacale può giocare una carta decisiva, non soltanto per redistribuire per sei mesi il carico della disoccupazione — e questo va anche fat-to —“ ma per cambiare, su queste basi, il modo di organizzare il lavoro, il modo di produrre, il modo di governare le imprese. Ho letto — e questo non ha niente a che vedere con le dichia-razioni del presidente del Consiglio francese che ha proposto, ma è una presa in giro, non una cosa seria, la riduzione forzata dell’orario con riduzione del salario — che l’amministratore de-legato della Volkswagen ha giustificato così la sua proposta: “Noi entriamo in una fase di transizione e di turbolenza che durerà dieci anni, cambierà tutto. Com’è possibile governare questo cambiamento senza una classe lavoratrice e senza il suo saper fa-re, il suo patrimonio professionale, che si è accumulato in tutti questi anni? Io non posso buttare su un marciapiede un patri-monio di questo genere col quale devo tentare di cambiare, di trasformare l’impresa”. Analoghe dichiarazioni emergono in molti punti del mondo industriale — ripeto —, non solo in Eu-ropa, ma negli Stati Uniti.
    Ed è proprio il rifiuto di fare i conti con questa contraddizione che spinge il presidente della Confindustria a proposte di pura destabilizzazione del mercato del lavoro e del potere contrattua-le dei lavoratori.
    La strada che ricongiunge il tema dell’orario, del tempo di lavo-ro con il tema che una volta alcuni di noi chiamavano — ma io non lo ritengo un termine sconfitto — la questione della libera-zione del lavoro, di una sua emancipazione, per quanto parzia-le, da elementi di oppressione, di gerarchizzazione è l’elemento fondamentale per ricostruire, anche, una nuova solidarietà nel luogo di lavoro.
    Un nuovo patto per l’occupazione, ma anche per il cam-biamento. Un patto che ha un futuro, che non è più solo la Cro-ce rossa, che non aspetta un domani migliore che non verrà se non attraverso un cambiamento durissimo nelle sue conseguenze. Questa scelta vuol dire, anche, necessariamente, prospettare una strategia capace di cambiare il lavoro esistente e di cambiare, nello stesso tempo, l’organizzazione sociale fuori dai luoghi di la-voro.
    Far emergere, così, i nuovi bisogni, la necessità di nuove produ-zioni di valori d’uso, ai quali va riconosciuta una legittimità col-lettiva, nuova occupazione che nasce da un nuovo modo di or-ganizzarsi di questa società: ecco la questione di fondo che non può essere esorcizzata da nessuno slogan.
    Noi dobbiamo riuscire a costruire sul tema dell’orario e del tem-po di lavoro, in ogni luogo di lavoro, in ogni territorio, un com-promesso fra lavoratori per difendere l’occupazione, creare nuo-ve occasioni di lavoro e mutare complessivamente la condizione di lavoro, accrescendo il potere di tutti i lavoratori: quelli nei luoghi di lavoro e quelli minacciati nel posto di lavoro, affinché tutti possano aumentare le loro capacità di autogoverno nel la-voro.
    Qui sta la profonda differenza fra strumenti certamente utili, co-me la cassa integrazione, la mobilità e gli stessi contratti di soli-darietà, intesi come strumenti di emergenza per far fronte agli aspetti più drammatici della crisi e una strategia del tempo di la-voro che riunifichi la lotta per l’occupazione, la lotta per una nuova qualità del lavoro e per nuovi poteri nella gestione del lavoro.
    Per una strategia di questo genere, certo, abbiamo bisogno di li-nee guida; io penso che la legge sulle 39 ore che ristabilisca il li-vello normale, legale dell’orario, cancellando una norma che ri-sale al 1923, deve diventare un obiettivo centrale del sindacato. qui e ora.
    Dobbiamo acquisire anche sul piano legislativo un’incentivazione delle forme di organizzazione del lavoro che si possano concilia-re con una riduzione di orario, ma dobbiamo soprattutto essere capaci di sviluppare progetti e strumenti articolati, penso soprat-tutto a quegli strumenti che restano insostituibili, come il con-tratto nazionale e la contrattazione decentrata, come l’introdu-zione di nuove regole sull’accesso al lavoro e sull’uscita dal lavo-ro, salvaguardando le categorie più deboli dal rischio di una ve-ra e propria selezione darwiniana.
    Dobbiamo migliorare lo strumento dei contratti di solidarietà, anche con la contrattazione nazionale, come strumento di tran-sizione verso nuovi regimi di orari e nuove forme di organizza-zione del lavoro. Dobbiamo essere in grado di costruire, giorno per giorno, progetti territoriali di riutilizzo e di redistribuzione del lavoro. I comitati per il lavoro potranno risorgere se rinasce-ranno come centri di progettazione nel territorio, in settori fon-damentali in un’industria e in un’economia che cambiano, come il privato sociale nell’assistenza sanitaria, i servizi alle persone, gli investimenti umani e non solo tecnici nel riequilibrio ecologico del territorio utilizzando in questo senso e trasformando qualita-tivamente lo strumento dei lavori cosiddetti socialmente utili e tutti gli strumenti di emergenza, come il ricorso alla cassa inte-grazione, alla mobilità, alla formazione lavoro trasformandoli in strumenti della transizione, finalizzati cioè a introdurre modifiche permanenti nel modo di lavorare, nel tempo di lavoro come nel tempo di vita. E non mancano possibilità, potenzialità per co-struire domani in punti concreti del territorio degli esempi che qualche cosa è possibile fare, delle possibili rotture dell’esistente che non risolvono la situazione complessiva ma dimostrano che c’è una strada da percorrere che può portare a dei risultati.
    Ho parlato in altre occasioni di quello che potrebbe diventare la battaglia dei compagni, degli amici dell’ufficio handicap di Ter-ni che è diventata una battaglia della Camera del lavoro di Ter-ni, dei sindacati di Terni, che sta diventando una battaglia re-gionale per costruire lì, per la prima volta in Italia, un grande centro di riabilitazione medica, psichica, culturale, professionale dei giovani portatori di handicap finalizzato alla loro ricolloca-zione nel mondo del lavoro.
    Qui c’è da lavorare in tutti i campi per fare di questa iniziativa una svolta nell’organizzazione civile di quella città, come c’è da lavorare per conquistare anche con progetti finalizzati delle città a misura di tutte le donne e di tutti gli uomini e in modo parti-colare di quelli che hanno difficoltà, invalidità, che spesso vivono queste città come estranee e nemiche. Sono progetti di trasfor-mazione che danno lavoro, ma che creano anche, e a un livello davvero altissimo, solidarietà.
    Che cosa facciamo? Lo dico ai compagni del Lazio, per costrui-re un grande movimento di opinione e di massa intorno alla bat-taglia dei compagni di Latina che hanno costruito e stanno co-struendo con le loro mani il primo centro di accoglienza degli immigrati, anche qui, dando lavoro ma nello stesso tempo co-struendo un nuovo tessuto di relazioni umane che dimostrano come tanti lavori d’uso possono diventare lavori che cambiano il volto di una città o di un territorio.
    Potrei parlare di progetti per la dispersione scolastica, il lavoro dei giovani che noi abbiamo e stiamo sperimentando in molte regioni del Mezzogiorno, in Sicilia e in Puglia in modo partico-lare.
    Sono solo piccoli esempi di come si costruisce sul campo concretamente una strategia della solidarietà con una partecipa-zione non delegata dei lavoratori e delle lavoratrici anche per af-frontare in quel modo il problema dell’occupazione. La questio-ne fondamentale, però, è di saper giocare d’anticipo e di riusci-re a prevenire con ciò lo sfascio e la disgregazione.
    Questo è stato il vero limite dell’esperienza di Crotone. Questo ha permesso al movimento sindacale di respingere la polemica faziosa e nordista della Lega, ma che ha permeato tanta parte delle forze politiche italiane, recuperando in avanti, perché con lo stabilimento Enichem siamo riusciti ad aprire il caso che non era ancora scoppiato dello stabilimento della Pertuso, tentando di costruire un discorso sul futuro. Ma, certo, siamo arrivati quando già era esplosa la disperazione.
    Non siamo stati in grado, tutti noi, di prevenire il crollo, di in-tervenire in tempo di fronte alla tragedia che vivono oggi molti lavoratori siderurgici, penso alla battaglia che hanno cominciato in queste ore i lavoratori di Taranto di fronte ai progetti di smo-bilitazione del più grande centro siderurgico europeo.
    Rischiamo di non arrivare in tempo di fronte al dramma di Na-poli dove alla crisi di interi settori industriali che hanno fatto parte della storia di quella città si somma anche la scomparsa del nucleo forte di quella classe operaia che è riuscita a salvare a più riprese la convivenza civile, la democrazia in quella città.
    Il problema degli operai di Bagnoli e del loro destino, del loro continuare ad essere, anche in nuove condizioni, classe operaia e punto di riferimento per Napoli e per la Campania è un proble-ma politico nazionale che dobbiamo essere in grado di assumere tutti come tale. Una Napoli senza Bagnoli, senza l’Alfa, senza in-teri settori di grandi industrie di trasformazione è una città che cambia volto, ma è anche un Mezzogiorno che cambia volto. È la democrazia che perde la partita di fronte alla delinquenza or-ganizzata.
    Noi riproponiamo qui ai nostri amici della Cisl e della Uil la ne-cessità di aprire immediatamente un confronto con il presidente del Consiglio e con il presidente della Fiat, non per sapere quan-ti saranno i lavoratori in cassa integrazione nel prossimo mese, ma per sapere qua! è il futuro di uno stabilimento, come quello di Arese, qual è il futuro degli stabilimenti piemontesi e lombar-di nei progetti industriali della Fiat, se ci sono o se non ci sono, entro quali tempi questi progetti vengono fuori e sono sottoposti anche al vaglio dei lavoratori che porteranno sulle loro spalle la loro realizzazione.
    Non possiamo giocare alla rincorsa di fronte a drammi di questa natura; questo è stato il senso dello sciopero generale del 28 preceduto e succeduto da scioperi di settori nel pubblico im-piego, nei chimici, da un numero consistente di scioperi regiona-li o territoriali. Un’azione che deve poter proseguire, “non solo con le giuste battaglie difensive di tanti lavoratori in questo mo-mento in Italia, ma con un movimento che riaffermi la nostra volontà di unità e di riaggregazione di fronte alla crisi.
    Noi riteniamo irrinunciabile, e vorremmo che i nostri amici del-la Cisl e della Uil riflettessero su questa nostra angosciata richie-sta, la manifestazione nazionale da tenersi entro un mese, al più tardi, di tutti i lavoratori sul tema centrale del lavoro.
    Noi la sosteniamo questa proposta perché è stato, l’abbiamo sempre concepito così, un momento di aggregazione delle diver-se battaglie e delle piattaforme che abbiamo costruito sulle que-stioni del lavoro e dei diritti contrattuali, ma non nascondiamo che per noi a questo punto questa scelta assume un carattere po-litico.
    Pensiamo che dopo le elezioni amministrative, almeno il suo pri-mo turno, alla vigilia non lontana delle elezioni politiche, il mo-vimento sindacale italiano abbia il dovere, non solo l’opportu-nità, di manifestare la forza di un movimento che si batterà per l’unità fra Nord e Sud, come garanzia della tenuta democratica del paese.
    Ma per uscire vincenti da una prova così terribile che, ne dob-biamo essere consapevoli, userà tutte le nostre forze e chiederà per un periodo non breve tutte le nostre energie, per uscire vin-centi da una prova così difficile, ritessendo la trama di una soli-darietà tra soggetti diversi, occorre un sindacato diverso in Italia come in Europa.
    Non parlerò della riforma della Confederazione europea dei sin-dacati, voglio solo con una battuta sottolineare che i nostri ap-pelli al Coordinamento internazionale rischia di cadere nel vuoto e di essere pura retorica se non costruiamo un sindacato capace di decidere anche su scala europea, e su questo ci scontriamo con resistenze immani prima di tutto, devo dire, all’interno
    di molti dei sindacati con i quali ci confrontiamo.
    Occorre un sindacato diverso e occorre un sindacato unitario. Credo che nella Cgil non abbia proprio senso la polemica contro il sindacato unico quale pericolo incombente sul movimento ope-raio italiano, non ha senso perché la Cgil è nata nel dopoguerra, in aperta rottura, contro questo modello, perché siamo il sinda-cato di Di Vittorio che si è opposto alla formula, forse allora se-ducente, del sindacato unico, perché conservava le vecchie pre-rogative del sindacato corporativo fascista, perché tutta la nostra cultura si è fondata sulla coscienza che l’unità sindacale doveva creare al suo interno e fuori di sé più pluralismo, non meno plu-ralismo, e quindi tranquillamente possiamo dire che fino a che ci sarà la Cgil non ci sarà il pericolo del sindacato unico in questo paese.
    Occorre, però, certamente un sindacato unitario, volontario, fondato sull’adesione volontaria, personale, libera dei singoli associati, un sindacato pluralista, democratico, capace, accanto ad altri sindacati di costruire un punto di riferimento credibile per tutti i soggetti del mondo del lavoro che avvertano il peri-colo di una drammatica emarginazione o che sentano minac-ciati i loro diritti e il loro potere di agire collettivamente per il cambiamento.
    Questi obiettivi non possono essere contrapposti, il sindacato dei diritti e il sindacato unitario camminano insieme, ma c’è biso-gno, lo avverto anch’io come molti compagni in questa confe-renza, di dare un segnale di partenza. Sento che mai, come in questo momento, l’unità che è stato un obiettivo che ha segnato tutta la storia della Cgil anche in momenti più bui, che è stata assunta come un vincolo da questo sindacato nei suoi comp6rta-menti (noi ci inibiamo la possibilità di stipulare contratti separa-ti), avverto anch’io, però, che questo obiettivo dell’unità sindaca-le non può decadere nella coscienza dei cittadini e dei lavorato-ri o essere visto come un espediente per sfuggire alle incomben-ze di questa crisi drammatica che ricadono sulle nostre spalle.
    Per costruire il sindacato unitario occorre riconquistare i titoli, prima di tutto tra i lavoratori, per essere protagonisti del cam-biamento e per ridefinire su basi nuove i rapporti tra sindacati, forze politiche e istituzioni. Il segnale di cui oggi c’è bisogno an-che per dare nuova credibilità all’obiettivo unitario è la volontà pratica del cambiamento del nostro modo di essere sindacato.
    All’interrogativo che alcuni compagni si palleggiavano durante la conferenza su quello che viene prima e quello che viene dopo io rispondo senza alcuna esitazione: diamo la prova che siamo ca-paci di cambiare e daremo la prima prova che l’unità sindacale è possibile in tempi politici, non storici, che può diventare con-cretamente un fatto che coinvolge una gran parte dei lavoratori italiani. Questo nella consapevolezza che alla radice della crisi politica attuale vi è, come ricordavo, il fallimento e la degenera-zione di un sistema consociativo del governo, e dello Stato, del-la società che ci ha anche coinvolti.
    Non siamo un sindacato corrotto, io respingo, come ho sempre respinto certe semplificazioni manichee che trasformano un dissenso tutto ideologico in un’accusa morale e che rischia di introdurre sospetto e fango non tanto su singoli dirigenti, quan-to su migliaia di militanti e di dirigenti onesti. Non possiamo, però, proprio per questa stessa necessità di chiarezza, di traspa-renza, di rigore morale rimuovere un fatto, una pesante eredità che coinvolge anche il sindacato, anche la Cgil: noi siamo stati, a volte in parte non piccola, coinvolti nella rete del consociativi-smo.
    Non a caso qualcuno anche all’interno del movimento sindacale ha teorizzato in alcuni anni il cosiddetto modello neocorporativo capace di conciliare il corporativismo delle categorie con la cen-tralizzazione massima della contrattazione e della concertazione, ma abbiamo troppe volte visto coesistere all’interno del movi-mento sindacale italiano spinte corporative con la conquista o il mantenimento da parte delle confederazioni di un monopolio di fatto della rappresentanza e della contrattazione collettiva.
    Troppe volte abbiamo dovuto scontare forme di partecipazione al governo di pezzi dello Stato in cui si confondevano funzioni, responsabilità, laddove la condivisione di responsabilità di gestio-ne apparivano sempre più in contraddizione flagrante con la na-tura autonoma del sindacato, sino a intorbidire anche un con-fronto aperto all’interno del movimento sindacale sulle grandi questioni che restano aperte della codeterminazione o della par-tecipazione dei lavoratori ai governo dell’impresa.
    Per costruire l’unità occorre, quindi, operare una rottura con questo tipo di sindacato reale, occorre cambiare le sue rego-le, ridefinire la sua deontologia come abbiamo detto a Rimini, ma come non abbiamo mai saputo praticare, insieme con le al-tre confederazioni, dovunque sia possibile, da soli, come Cgil, quando è necessario, proprio per le grandi responsabilità che ri-cadono su di noi nella costruzione del processo unitario.
    Non abbiamo fatto solo prediche in questi anni, considero come prima tappa di rottura con la pratica del consociativismo la rifor-ma del rapporto di lavoro nella pubblica amministrazione che abbiamo introdotto con una nostra iniziativa pervicace che ha comportato l’uscita da una miriade di meccanismi consociativi, non solo l’uscita dei rappresentanti dei lavoratori del pubblico impiego dalle commissioni di concorso. Non sottovaluto la rifor-ma che abbiamo imposto con le nostre proposte nella gestione degli enti previdenziali uscendo noi, e facendo uscire altri dai consigli di amministrazione riproponendo al sindacato una fun-zione di proposta e di controllo con responsabilità precise ed esclusive ai gruppi manageriali.
    Noi dobbiamo fare questa operazione in tutti gli enti pubblici in cui il sindacato è indebitamente rappresentato nelle centinaia e centinaia di commissioni in cui si confondono le responsabilità rivendicative, di controllo del sindacato con la gestione di inte-ressi corporativi che non ci appartengono. Saluto la decisione dei compagni della Filis di uscire da tutti gli enti lirici, dai consigli di amministrazione dei teatri, ma è solo il primo passo.
    Domando quando usciamo a livello provinciale dai comitati dell’Inps, quando costruiamo in quelle realtà e in quelle struttu-re gli organismi di controllo, dando all’utenza, ai pensionati il controllo della gestione di quell’istituto e mantenendo noi, come sindacato generale, una funzione di proposta e di vigilanza?
    In questa opera di rottura e di riforma certamente l’elezione del-le Rsu rappresenterà un grande banco di prova qui e ora. Non voglio aggiungere molto a quanto è stato detto nella relazione e in alcuni interventi. Per rendere più operativa la nostra riflessio-ne direi a questo proposito che la Cgil si sente impegnata in que-sti prossimi due mesi a fare le elezioni delle Rsu in tutti i luoghi di lavoro e in tutti i territori, senza esclusione alcuna, che ci sia un’intesa sui regolamenti applicativi dell’accordo con le associa-zioni imprenditoriali o che non ci sia.
    Noi speriamo che i contatti, i confronti che hanno avuto luogo in questi giorni, che ci saranno nei prossimi giorni, approdino a ri-sultati soddisfacenti, ma le controparti non si devono illudere sul fatto che alzando la posta delle loro inammissibili richieste pos-sano bloccare le elezioni delle Rsu. Chiediamo su questo punto un patto chiaro a Cisl e Uil: le elezioni si devono fare comun-que, meglio se sulla base di regolamenti concordati, in ogni caso per dare comunque una risposta ai lavoratori italiani e più in ge-nerale al paese.
    In secondo luogo la Cgil si muoverà coerentemente con le po-sizioni responsabili che ha assunto nel momento della stipula dell’accordo del 23 ottobre, ma anche con le iniziative autono-me che ha adottato, con la presentazione della legge sulla rap-presentanza. Questo vuoi dire primo: che per noi, fino a quan-do non ci sarà una nuova legge, i rappresentanti della Cgil sa-ranno comunque dei rappresentanti eletti, e questo vale anche “per il cosiddetto terzo riservato alle organizzazioni sindacali confederali.
    Secondo: che rivendichiamo il diritto che i candidati nelle nostre liste siano iscritti o anche non iscritti alla Cgil, purché rappresentino nella rappresentanza sindacale unitaria quella organizza-zione.
    Terzo: che per noi la soglia introdotta nell’accordo interconfede-rale per la formazione di liste, forse già troppo alte, del 5%, è in ogni caso invalicabile, e che siamo pronti a fare anche il nostro dovere per far rispettare dovunque, anche con l’impegno dei no-stri iscritti, la nostra intenzione di salvaguardare tutte le mino-ranze. Se una minoranza, qualsiasi essa sia, in un luogo di lavo-ro corresse il rischio di venire esclusa perché manca qualche fir-ma, a mio parere la Cgil dovrebbe dare pubblicamente l’esempio offrendo le proprie firme alla luce del sole per difendere non un altro sindacato, magari nemico, ma per difendere un diritto di tutti.
    Cambiare, però, vuol dire anche affrontare le questioni della rappresentanza sul piano nazionale. Gli obiettivi che vogliamo presentare, perseguire con la legge di iniziativa popolare della Cgil restano tutti validi, e, secondo me, di drammatica attualità. Si tratta di introdurre il principio della democrazia di mandato nella contrattazione nazionale di settore e nella contrattazione interconfederale.
    La democrazia di mandato, lo ricordiamo ai nostri amici della Cisl e della Uil, ha sempre rafforzato la democrazia sinda-cale e l’adesione al sindacato. I momenti più alti dell’adesione al movimento sindacale sono stati quelli in cui abbiamo saputo fa-re le assemblee prima della piattaforma, alla conclusione degli accordi. Sono stati i momenti in cui abbiamo costruito il potere dei consigli nei luoghi di lavoro. Mai come in quel periodo ab-biamo dato ai lavoratori la sensazione che potevano contare an-che come semplici lavoratori, ma che potevano contare di più partecipando nel sindacato a questa grande ed esaltante trasfor-mazione della vita sociale del nostro paese.
    Dobbiamo inoltre definire le nuove regole che si impongono in una situazione come l’attuale, le nuove regole dell’autonomia culturale, politica e contrattuale del sindacato, introducendo, se è necessario e questo non è un problema di statuto —, chiare distinzioni tra le funzioni della contrattazione, della codetermi-nazione, della gestione e del controllo, ponendo fine a confusio-ni devastanti nella coscienza di tanti lavoratori, ma purtroppo anche degli esperimenti pratici che a volte sono stati provati.
    Per questo è necessario non qualche seminario, ma un con-fronto di massa sui grandi nodi della rappresentanza e del ruo-lo nuovo del sindacato associazione nel momento in cui rico-nosce i diritti contrattuali di tutti i lavoratori, iscritti o non iscritti al sindacato, e sul nodo delle forme di partecipazione al-le decisioni dell’impresa e dello Stato nella salvaguardia, non formale, dell’autonomia rivendicativa contrattuale e culturale del sindacato.
    Così vedo l’avvio di un processo costituente, con due grandi conferenze, non prefabbricate nei loro risultati, non fondate sul-la disciplina di organizzazione, che aprano di fronte al paese un confronto sui temi di questa portata, Così vedo l’avvio possibile di un processo costituente, lanciando un messaggio chiaro ai la-voratori e al paese su quello che l’unità può diventare per loro. In primo luogo sul fatto che hanno bisogno di sapere, di sentire, di ascoltare che l’unificazione dei tre grandi sindacati non è un rifugio rispetto alla necessità di cambiamento, ma è piuttosto lo sbocco necessario di una trasformazione del sindacato e della fondazione di un nuovo soggetto.
    Non stiamo cercando di guadagnare tempo, noi abbiamo già fat-to la nostra scelta per l’unità e lo provano i vincoli che per ades-so da soli abbiamo da tempo assunto nei nostri comportamenti. Siamo pronti a partire subito per costruire il sindacato unitario e pluralista dei lavoratori italiani, il problema è di sapere su quale piede si parte; noi pensiamo che il piede giusto è quello del cam-biamento qui e ora di questo sindacato.
    Così noi garantiamo che il processo verso l’unità sia fondato non sulla somma di tre sigle, ma sulla fondazione di un sindaca-to nuovo che si dà nuove regole e assume nuovi vincoli nei confronti dei lavoratori iscritti e di quelli che, invece, resteranno aderenti ad altri sindacati o resteranno semplicemente dei lavo-ratori non sindacalizzati. A prova che è possibile conciliare que-sto processo con un’accelerazione dei tempi dell’unità noi pen-siamo che sia invece utile garantire nella fase di transizione la te-nuta dell’unità di azione sulla base di regole condivise.
    Noi proponiamo di definire, intanto, procedure di consultazione e di verifica nella gestione delle vertenze contrattuali che si apro-no in questi mesi, adottando sulla base di un patto tra confede-razioni procedure vincolanti per tutti,. per i chimici come per i braccianti che hanno una difficoltà tremenda a trovare un’intesa sui contenuti della piattaforma rivendicativa, ma anche sulle for-me di consultazione dei lavoratori a cui devono rispondere i tre sindacati.
    Definiamo insieme, intanto, le regole con le quali andia-mo ai rinnovi contrattuali; la democrazia di mandato che in questa fase di transizione intendiamo realizzare, la consultazione prima della firma dei contratti che intendiamo salvaguardare e, se sono d’accordo, affrontiamo insieme anche la questione dei servizi delle confederazioni, delle strutture periferiche superando una competizione devastante il cui costo viene sopportato in grande misura dai lavoratori che si servono di questi servizi.
    Unifichiamo, sperimentiamo unitariamente forme di formazione sindacale dei delegati per far entrare nelle sedi di ognuno il plu-ralismo di idee, di “culture con il quale vogliamo costruire un sin-dacato “nuovo. Questo, a mio parere, vuoi dire avere i titoli per poter pesare nella situazione politica con una forte autonomia progettuale e, rispondo così al compagno Larizza, abbiamo biso-gno di avere questi titoli per poter contribuire a una riforma isti-tuzionale capace di dar potere nei confronti di un nuovo Parla-mento, capace di intervenire in un processo di riforme istituzio-nali nel quale sono impegnati non sempre con esiti felici tante forze politiche del nostro paese.
    Sono le stesse ragioni, queste, che impongono alla Cgil di dar corso a un progetto di autoriforma e di sperimentarlo subito sul campo, aprendo una battaglia del cui esito dovremmo risponde-re. Una battaglia che ci impegna tutti contro la maggioranza si-lenziosa dei quadri della nostra Confederazione che spesso passa di volta in volta in ognuno di noi. Parlo di quella maggioranza silenziosa di cui spesso qualcuno di noi fa parte, io certamente, che si arrocca nell’autodifesa burocratica di vecchie pratiche, di vecchie abitudini, di vecchie combinazioni.
    Credo che la relazione e i documenti hanno delineato i vari te-mi di questa proposta di riforma, vorrei soffermarmi, senza sot-tovalutare nessuna delle proposte avanzate che saranno delibera-te dalla Conferenza di organizzazione, su alcune idee forza che segnano a mio parere, più di altre, la rottura con il passato, che danno più di altre un’anima all’autoriforma che vogliamo co-struire. La prima questione mi pare che sia quella di una scelta davvero non organizzativa, ma politica, istituzionale. Si parlava di nuova costituzione materiale della Cgil: bisogna ricominciare dagli iscritti alla Cgil nei luoghi di lavoro e nel territorio. Questo non vuoi dire soltanto creare una nuova struttura, ma decidere che il sindacato della proposta, del progetto, del programma è prima di tutto il comitato degli iscritti della Cgil nei luoghi di la-voro e nel territorio. Questa scelta va fatta proprio perché siamo impegnati in una battaglia per creare dovunque le rappresentan-ze sindacali unitarie e proprio perché le rappresentanze sindaca-li unitarie sono altra cosa dal comitato degli iscritti, come sono altra cosa dal sindacato Cgil, dal sindacato Cisl e dal sindacato Uil. Proprio perché le rappresentanze sindacali hanno il potere di contrattazione nei luoghi di lavoro e nel territorio noi abbia-mo bisogno di costruire in questi luoghi il sindacato della propo-sta che sa riconoscere ai rappresentanti di tutti i lavoratori indi-stintamente il diritto e il dovere della contrattazione e della me-diazione.
    Una scelta di questo genere, però, ha poco senso se non fissiamo un obiettivo temporale molto stretto. Secondo me ce n’è uno che incombe, il Congresso della Cgil, se lo faremo entro l’anno pros-simo. Non è pensabile, se questa scelta è una scelta definitiva, immaginare questo congresso senza che il comitato degli iscritti giochi la parte più rilevante nella sua preparazione.
    Questo vuol dire redistribuire le decisioni, le prerogative degli or-ganismi, ma vuol dire distribuire le risorse.
    Qui abbiamo bisogno di norme stringenti e di redistribuzione delle risorse; se decideremo, se deciderete di sopprimere definiti-vamente le Camere dei lavoro comunali, i sindacati regionali di categoria, noi dobbiamo nello stesso momento devolvere le ri-sorse di queste strutture ai comitati degli iscritti in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori.
    In secondo luogo stiamo tentando, ma non si tenta se non si prendono decisioni vincolanti, di ridefinire i baricentri della soli-darietà in questo sindacato. Questo vuoi dire redistribuire appa-rati e funzioni, prima di tutto, certamente, a favore delle orga-nizzazioni di categoria che a livello di settore e di azienda eser-citano la funzione della contrattazione collettiva per conto di tutta la Confederazione ed eliminando i troppi doppioni che vi sono. Penso a tanti uffici troppo poco specializzati e troppo ri-dondanti di forze che o nelle Camere del lavoro o nei regionali o nella Cgil centrale in definitiva non fanno che ripetere funzio-ni e attività che sono proprie delle strutture di categoria di que-sta organizzazione.
    Dobbiamo contemporaneamente, per rendere effettivamente po-litica la funzione dei sindacati di categoria, superare un’organiz-zazione troppo ridondante e burocratica, e quindi annullare i re-gionali di settore, almeno come strutture, dobbiamo nello stesso tempo, questo è il problema, individuare con assoluta chiarezza, anche qui ristabilendo regole e vincoli, quelle che sono le sedi politiche, non burocratiche in cui si garantiscono le regole della solidarietà e in cui si esercita la contrattazione collettiva per in-teressi e obiettivi intersettoriali che coinvolgono la generalità dei lavoratori: la Camera del lavoro circoscrizionale, prima di tutto, il regionale della Cgil, il Comitato direttivo della Cgil.
    Questa operazione che ridefinisce i poteri è impossibile se non si accompagna con una drastica e concordata riduzione degli ap-parati, con l’obiettivo di rivalutare concretamente le prerogative degli organismi dirigenti eletti nei confronti degli esecutivi e del-le segreterie perché gli apparati sono gli apparati degli esecutivi e delle segreterie, in tutte le strutture e molte volte, come avvie-ne in tutte le burocrazie, il direttore generale ha più potere di un ministro e a volte anche del capo di un governo. Dobbiamo re-stituire un potere agli organismi deliberanti eletti dal congresso, facendo svolgere agli organismi direttivi tutta la loro funzione politica, alleggerendoli, lo ripeto ancora una volta, del peso soffo-cante degli apparati.
    Per questo la questione degli apparati è anche una que-stione finanziaria, soprattutto nella prospettiva, che a noi non può e non deve far paura, di una riduzione dei distacchi retri-buiti in base alla riforma del rapporto di lavoro nella pubblica amministrazione che abbiamo voluto, ma è soprattutto un pro-blema politico.
    Guai a vederlo soltanto con un metro puramente amministrativo, rischiamo di andare verso un’organizzazione a macchia di leopar-do in cui ognuno guarda i soldi che ha in tasca, e se ne ha qual-cuno di più, pensa che può tenersi l’apparato che ha, se ne ha qualcuno in meno, pensa che ancora può tirare avanti per un an-no o due in attesa che i tempi migliorino, o magari per ragioni che non hanno niente a che fare con lo snellimento burocratico, poi decide di liberarsi di qualche collaboratore un po’ fastidioso per le sue opinioni o le sue convinzioni. Il programma finanziario c’è, ma è prima di tutto un problema politico, è con questo metro, con questo obiettivo politico, che dobbiamo poter gestire soluzio-ni anche dolorose in alcuni casi, ma che devono salvaguardare non soltanto i redditi, ma anche le capacità professionali e politi-che di tutti i militanti e i funzionari della Cgil.
    Sono d’accordo che la garanzia del posto a vita non fa più par-te del nostro patrimonio, non fa più parte della nostra concezio-ne del sindacato e per questo vogliamo ridurre gli apparati per rivalutare gli organismi dirigenti anche nei confronti degli esecu-tivi e delle segreterie. Se avremo, ed avremo dei problemi di ri-definizione delle forze che possono concorrere alla direzione del-la Cgil in tutte le sue strutture deve essere ormai il Comitato di-rettivo a decidere su quelle eccezioni che vanno fatte rispetto al-le regole generali che ci staremo dando.
    Se si decide che in linea di massima 35 anni di contribuzione possono giustificare la richiesta a un compagno di lasciare la sua attività a tempo pieno nell’organizzazione, possono insorgere dei casi in cui l’attività di un compagno è particolarmente preziosa, di questo deve rispondere la segreteria di fronte all’organismo eletto dal congresso a tutti i livelli e solo la sua decisione può consentire questa eccezione.
    È necessario ridefinire la rappresentanza di genere e la rappre-sentanza sociale all’interno della Cgil in tutte le sue strutture e organismi elettivi dall’esecutivo del comitato degli iscritti al co-mitato direttivo della Cgil. Io vedo anche il limite della politica delle quote, una scelta, che è nel nostro Statuto, di non discrimi-nazione per le compagne, ma difendo questa scelta minimale e credo, anzi, che vada adottata, come soglia minima da commi-surare con le singole realtà sociali nel territorio, nel settore, nel-la categoria. I nostri fratelli e compagni immigrati hanno diritto non soltanto a riunirsi in .un coordinamento e ad esprimere pa-reri, ma anche di essere rappresentati negli organismi dirigenti a tutti i livelli di questa organizzazione. E coloro che, attraverso le esperienze che costruiremo in questi mesi, saranno i rappresen-tanti dei comitati per il lavoro avranno il diritto di portare den-tro l’organizzazione le contraddizioni profonde che attraversano i disoccupati, i precari, e i loro rapporti con il mondo del lavoro attivo e occupato.
    I dirigenti degli uffici hanno il diritto non di essere ascol-tati e magari molto applauditi come interessanti osservatori del movimento sindacale, ma riconosciuti come una forza che parte-cipa al processo decisionale di questa organizzazione. Lo stesso vale per altre forme di rappresentanza che vogliamo tutelare in questo sindacato, per riflettere in questo sindacato la società rea-le che sta fuori di noi.
    Nello stesso tempo avvertiamo benissimo il pericolo che nasce quando prendiamo simili decisioni: quello di costruire dei ghetti. Perché se a queste scelte garantiste corrisponde la passività, quando non l’insofferenza delle burocrazie, abbiamo negli stessi protagonisti che vogliamo assumere nel gruppo dirigente della Cgil il sentimento dell’insofferenza, dell’isolamento, della fru-strazione, Gli stessi coordinamenti, lo dico per le compagne co-me per gli immigrati, per i comitati per il lavoro, per gli uffici handicap, per i quadri e i tecnici — sono una garanzia minima, una possibilità —, non possono diventare una gabbia.
    Il principio del monopolio della proposta e della partecipazione alle decisioni per tutte queste forze è una garanzia minima, non può diventare una specie di procedura burocratica che esclude la formazione, domani, di nuovi centri di decisione e di proposta delle donne oppure, guarda caso, delle donne con gli immigrati, degli immigrati con i giovani che si battono nei comitati per il la-voro, che cercano nuove forme di espressione di intervento nella vita dell’organizzazione su un tema specifico, su un obiettivo ge-nerale. E soprattutto non deve impedire — mi auguro che il prossimo congresso segni davvero una rottura in questo senso —un salto di qualità. Mi auguro che tutti i compagni che hanno dato più del proprio entusiasmo, hanno dato sudore e sangue per costruire queste fragili e nuove strutture della Cgil, non sia-no più al congresso dirigenti nei coordinamenti immigrati, degli uffici handicap o dei coordinamenti femminili, ma siano ricono-sciuti da tutta la Cgil come dirigenti generali dell’organizzazione, che entrano a far parte del corpo vivo di questa organizzazione, lasciando ai più giovani di loro il compito di prendere il testimo-ne di questi coordinamenti e del loro funzionamento.
    Così vedo anche la ridefinizione, che va verificata nel territorio, nel settore, di nuovi rapporti di associazione, di federazione, con nuovi soggetti che operano nel mondo del lavoro e nella società civile, Da “Tempi moderni” nel mondo della scuola e del lavo-ro, al Movimento federativo democratico, con il quale abbiamo da tempo rapporti fecondi, ad altri movimenti che operano nel-la società civile, nello Stato sociale, nella scuola.
    Il quarto punto, sul quale si è parlato molto poco in questa con-ferenza, è quello di poter ridefinire con regole stringenti le nor-me dell’informazione, intesa non solo e non tanto come un ser-vizio ausiliario del sindacato, ma come il diritto di ogni iscritto, inseparabile dall’esercizio dei suoi diritti democratici. Abbiamo offerto ai delegati molti sistemi di informazione, molto sofisticati, arriviamo al televideo, possiamo dare notizie sullo schermo in tempi reali, ma mai — lasciatevelo dire da un vecchio militante, da un vecchio dirigente della Cgil — è stato così basso il livello di informazione, di conoscenza dei lavoratori iscritti a questo sin-dacato su quello che questo sindacato sta facendo, nel bene o nel male.
    Oggi l’informazione è un optional questo determina un analfabetismo di ritorno nei quadri sindacali, nei lavoratori di fronte a una società che cambia e che utilizza strumenti sempre più sofisticati di decisione e di informazione attraverso i mass media. Questo ci porta a delle discussioni che mi ricordano tem-pi lontani, prima degli anni cinquanta: si discute di un contratto senza che nessuno ne abbia letto il testo; si discute di una tratta-tiva senza che nessuno sia stato informato neanche di un episo-dio che ha segnato quella trattativa, quando magari si è trattato di una trattativa che è durata sei mesi, un anno.
    Si è persa, così, una tradizione essenziale, che ha fatto la forza del sindacato negli anni più neri, negli anni più bui. Il ciclostile è stato la nostra forza, andavamo a portare i nostri fogli a mano, porta a porta, la notte, la mattina presto davanti ai cancelli del-le fabbriche e quando potevamo urlare durante la pausa-mensa per un quarto d’ora non perdevamo nessuno di quegli strumen-ti di contatto con i lavoratori. Io dico che deve essere affermato nello Statuto il principio per cui nessuna assemblea è valida se non è preceduta da un’informazione scritta. Che non si può vo-tare su qualcosa che non si conosce, che non ci si può affidare ai guru — mi ci metto io per primo — che spiegano al popolo cos’è l’accordo, che cosa va bene o non va bene per loro.
    Dobbiamo poter riformare i servizi del sindacato, unitariamente o da soli. Sento solo l’esigenza di un’indicazione: al rigore di ge-stione e all’autonomia finanziaria che dobbiamo garantire a que-ste attività di servizio — eliminando definitivamente un loro ruo-lo di strutture di finanziamento del sindacato — dobbiamo tro-vare il modo di dare regole, forme di controllo dell’utenza. Potrà essere, probabilmente, una commissione di garanti eletta dai congressi o, prima ancora, dai comitati direttivi della nostra or-ganizzazione, con poteri autonomi di controllo e di indagine. E una garanzia che diamo a noi stessi, quella di introdurre dovun-que la più assoluta trasparenza, non solo sulla gestione finanzia-ria dei nostri servizi, ma sulla loro funzionalità, sulla loro effi-cienza. Dobbiamo tutelare i nostri iscritti contro noi stessi, con-tro i nostri errori, i nostri limiti, i nostri ritardi.
    Si tratta, infine, di mutare radicalmente le forme di tesseramen-to. Sono d’accordo sul fatto che le cause della diminuzione dei tesserati attivi sono molte e che fra queste pesano anche gli errori che abbiamo compiuto, la nostra incapacità di dare un’informa-zione pertinente, la nostra sottovalutazione di segnali, di doman-de di dialogo e di confronto da parte di troppi lavoratori; ma so-no anche convinto che, nella generalità dei casi, il tesseramento è diventato l’atto più burocratico di questo mondo, che finisce per costituire — e io credo sia avvertito come tale — una vio-lenza implicita rispetto a quello che deve essere il carattere vo-lontario e consapevole dell’adesione. Con il meccanismo neutra-le della trattenuta, che salta solo se c’è morte o disdetta volonta-ria, sembra non contare più la volontà, l’opinione dell’iscritto su una scelta fondamentale di vita, quella di aderire a un’organiz-zazione in una realtà che cambia ogni giorno. Noi dobbiamo re-stituire all’adesione al sindacato il suo carattere di patto, così co-me i collettori sapevano fare.
    Di fronte a un sacrificio che chiediamo a chi si iscrive al sinda-cato abbiamo la necessità di fargli toccare con mano i diritti e i poteri che spettano a lui e di rendere conto anche in piccoli mo-menti di contatto personale, com’è la conquista di un militante, dell’attività del sindacato al quale gli si chiede di aderire.
    La pubblicità dei bilanci deve entrare nelle bacheche di tut-ti i luoghi di lavoro per poter fare un rendiconto pulito e onesto di quello che il sindacato ha fatto, nel bene e nel male. Sono d’accordo con la sfida alla quale ci hanno chiamato alcuni com-pagni nei loro interventi. Abbiamo l’occasione di fronte a noi del rinnovo delle rappresentanze sindacali unitarie. Questo rinnovo deve coincidere con il rinnovo di tutte le deleghe alla Cgil. En-tro il “95, per essere realisti, dobbiamo aver completato il rinno-vo di tutte le deleghe degli aderenti alla Cgil in tutti i settori, in tutti i territori cominciando una campagna di tesseramento nel “94 con questa decisione, chiedendo alle strutture di investire le aziende di questo problema, avvisandole che, man mano che or-ganizziamo le riunioni di referendum, le assemblee per il tesse-ramento, riteniamo disdette le deleghe precedenti e che le vo-gliamo sostituire con nuove adesioni.
    Questo comporta una battaglia per poter conquistare, in un pe-riodo di tempo necessariamente breve, i lavoratori alle scelte di fondo della Cgil, a quelle almeno nelle quali ci siamo ricono-sciuti quando abbiamo votato il suo programma fondamentale. Tutte queste decisioni le possiamo assumere subito e possono vincolare immediatamente le strutture della nostra organizzazio-ne. Il Comitato direttivo sarà chiamato a prendere decisioni as-solutamente vincolanti.
    Non dimentico, dicendo questo, altre scelte fondamentali che siamo chiamati a compiere e sulle quali abbiamo cominciato a discutere qui, ma sappiamo tutti che sono scelte che dobbiamo ancora approfondire, sperimentare, per renderle operanti al prossimo congresso della Confederazione, Tra queste la più importante riguarda certamente la formazione dei gruppi dirigenti. Dobbiamo superare fino in fondo la pratica della cooptazione, quella che precostituisce la composizione dei gruppi dirigenti sulla base delle vecchie logiche di appartenenza. Si tratta di definire concretamente regole elettorali precise. Ri-cordo che abbiamo un modello elettorale, che forse va rivisitato con gli occhi nuovi di chi si accinge a un cambiamento così ra-dicale nella vita dell’organizzazione, quello che consente al con-gresso di determinare, anche a partire da proposte di una com-missione elettorale, il numero finale dei candidati, quello che ga-rantisce, con lo scrutinio segreto e una limitazione delle prefe-renze molto marcata, la possibilità per ognuno di decidere se-condo le proprie convinzioni e non secondo le logiche di appar-tenenza.
    Prima di buttarlo a mare del tutto invito me stesso e tutti voi a riflettere sul perché non ha funzionato e perché invece hanno funzionato anche con quel sistema le vecchie logiche di corren-te, fino alla manipolazione dei risultati dei congressi. Questa è la verità con la quale dobbiamo fare i conti, anche per costruire dei meccanismi di formazione dei gruppi dirigenti che superino ogni logica di appartenenza.
    Sono utili a questo scopo le primarie, che coinvolgono tutti i la-voratori prima delle decisioni formali dei congressi? Sperimentia-mo questa ipotesi. E valida l’ipotesi di dirigenti eletti direttamen-te a livello territoriale, quanto meno per le categorie e le Came-re del lavoro, dai lavoratori iscritti alla Cgil: con quali collegi elettorali, in modo da salvaguardare, anche qui, le rappresentan-ze sociali che non vogliamo mortificare? Propongo che su questo, in questa Conferenza di organizzazione, si costituisca una commissione, che, con l’aiuto anche di esperti, possa riferire entro quattro mesi al Comitato direttivo della Cgil e consentire a quella data il varo di nuove norme congressuali, con l’impegno so-lenne che prendiamo qui: il prossimo congresso si farà sulla ba-se dileggi elettorali completamente nuove.
    Non porre limiti con ciò alla sperimentazione nei territori e nel-le categorie, se vi sono congressi straordinari o possibilità condi-vise di sperimentare anche concretamente nuove forme di ele-zione fuori della logica cooptativa dei gruppi dirigenti, credo che nessuno di noi possa opporsi a questi esperimenti preziosi anche per il cammino che tutti noi vogliamo compiere.
    Altre decisioni più complesse riguarderanno il modo di elezione dei dirigenti nazionali, delle segreterie in particolare. Qui toc-cherà al congresso decidere, mi limito a sottolineare l’esigenza di non incorrere in patenti contraddizioni. Nel prefigurare un gran-de decentramento del sindacato e nell’immaginare successiva-mente dei segretari generali eletti dal congresso, quindi difficil-mente amovibili e — come si dice in linguaggio manageriale —delle segreterie di staff presentate dal segretario generale (che di-pendono molto dalla sua capacità di proposta, se non dalla sua volontà), vedo una grande contraddizione fra un processo di de-centramento delle decisioni e una specie di repubblica presiden-ziale, come forma di governo.
    La contraddizione di fondo, però, che solo parzialmente può essere risolta attraverso regole statutarie, riguarda il superamen-to delle correnti politiche organizzate come dato permanente del confronto politico e della formazione dei gruppi dirigenti. Il’ de-finirsi di un pluralismo forte dal punto di vista culturale e politi-co, più che organizzativo, attraverso un confronto democratico che si misuri con i problemi e le scelte strategiche da compiere e ritrova su questo una sempre nuova legittimazione è l’obiettivo che tutti noi vogliamo perseguire, a cui ognuno di noi è interes-sato, con le piccole o le grandi idee in cui, per il momento, cre-de ancora.
    Il problema è di definire le regole del confronto democratico e quello della solidarietà di organizzazione. Propongo ancora una volta regole che rispondano alle necessità di un patto politico dell’organizzazione, che consenta di guidare la Cgil al congresso. Un patto che dia risposte a due interrogativi: nell’assumere una decisione un organismo dirigente qualsiasi, un direttivo, una se-greteria, una direzione, fin dove deve andare per non esercitare violenza su un’eventuale minoranza nella verifica democratica? Questo “fin dove”, evidentemente, muta con l’importanza delle decisioni da assumere, ma dobbiamo sapere che in alcuni casi è doveroso andare alla direzione, al direttivo, e se non basta a una riunione straordinaria dei delegati.
    Dobbiamo darci delle regole precise, perché a queste regole cor-risponda anche la coscienza del momento, di quando scatta l’ob-bligo della solidarietà o il dovere della dissociazione, senza che queste possano diventare diserzione dagli obblighi di milizia sin-dacale, come nel caso dello sciopero del tesseramento.
    Abbiamo vissuto periodi difficili in questi anni. Mi limito a ri-cordare che troppe volte e non da una parte sola è stato colpito il potere contrattuale, la credibilità di questa organizzazione, da prese di posizione collettive o individuali che svalutavano siste-maticamente i tentativi di mediazione unitaria che si costruivano in questa organizzazione.
    Non chiedo il rispetto di nessuno statuto, io dico: il prossimo Co-mitato direttivo costruisca regole di una consultazione democrati-ca tali che non diano adito a sospetti o a discussioni e a partire dalle quali deve necessariamente scattare il momento della soli-darietà oppure quello, altrettanto rispettabile, del “non, ci sto”. Questo è il modo di ridare trasparenza, di evitare una rissa in cui si, scambiano le accuse, da una parte sulla scarsa democrazia del-le decisioni, dall’altra sulla scarsa solidarietà dei gruppi dirigenti. Io non posso sciogliere la corrente di maggioranza, anche perché non ho mai sentito di farne parte, dal momento in cui ho vota-to con una maggioranza le tesi del Congresso di Rimini. Da quel momento mi sono sentito libero di fare maggioranza o minoran-za con coloro con i quali sentivo di condividere determinate opi-nioni. Non ho una mia base — è un mio limite —, rispondo li-no a quando posso a tutta l’organizzazione così come si manife-sta. Però sono pronto da tempo a sostenere la richiesta di uno scioglimento delle correnti cristallizzate uscite da Rimini, la-sciando la porta aperta a tutte le aggregazioni che possono de-terminarsi di fronte ai fatti drammatici con i quali ci stiamo mi-surando in questi giorni.
    Si tratta di dar vita a un confronto vero, a non precosti-tuirne l’esito con decisioni o discipline di gruppo e, quello che è ancora più difficile, non precostiturne l’esito con paraocchi ideo-logici o con una mera logica di autodifesa e di sopravvivenza. Questa è la garanzia della nostra autonomia, della nostra capa-cità di pensare e di decidere autonomamente.
    Se anche in questa Conferenza di organizzazione, nella sua pre-parazione, nella composizione dei suoi rappresentanti fosse avve-nuta una menomazione nella rappresentanza della minoranza che si è manifestata a Rimini, dobbiamo dichiarare che questo è un errore grave, una distorsione delle regole democratiche che ci siamo dati e dobbiamo, senza alcun dubbio, da questo punto di vista, constatare che è inficiata la natura rappresentativa di que-sta conferenza, che dimostrerà di avere senso di responsabilità se affiderà, anche per questa ragione, al Comitato direttivo la re-sponsabilità di adottare le decisioni finali.
    Mi ha fatto molto riflettere anche come segno di un invecchia-mento di questo dibattito il riferimento agli accordi del “92 e del “93. Non ho mai nascosto il mio giudizio sull’accordo del “92. Ho spiegato, anzi, il motivo che mi aveva indotto alla firma e alle di-missioni: unicamente per delle ragioni di unità, giuste o sbaglia-te che fossero, di fronte a un accordo che ritenevo pessimo e pe-ricoloso. Non sono mai stato fra quelli, come molti compagni nella Cgil, che hanno esaltato l’accordo del “92 o che magari adesso vedono nell’accordo del “93 una continuità splendente. Mi domando se è possibile assistere a un rovesciamento così cla-moroso delle posizioni padronali, ieri per la difesa a oltranza dell’accordo del “92 in quanto menomava, per quanto provviso-riamente, il potere di contrattazione nazionale, la contrattazione decentrata, in quanto menomava seriamente e non provvisoria-mente la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, mentre oggi assistiamo a un’offensiva contro l’accordo che abbiamo concluso il 23 luglio, fino alle ultime proposte di liquidare la contrattazio-ne articolata con la proposta di una rinuncia agli aumenti sala-riali per aumentare l’occupazione.
    E mai possibile fare i conti con una palese latitanza del governo nei confronti delle scelte cruciali, che l’accordo del 23 luglio comporta in materia di politica industriale e continuare fra di noi un dialogo fra sordi, per cui l’accordo del “93 è come — per alcuni forse peggio — l’accordo del “92?
    E possibile vivere sul piano dell’analisi una frattura così profon-da, quando alcuni di noi, io stesso, avvertiamo questo accordo, con tutti i suoi limiti, come il rovescio di quello del “92, perché ha reintrodotto non dei contratti, che nessuno ci darà, ma dei di-ritti contrattuali, anche nel pubblico impiego. Perché ha ricono-sciuto una contrattazione a due livelli, che già era stata cancella-ta. Perché ha riconosciuto il principio del recupero del potere d’acquisto, misurando le politiche salariali e nazionali sull’infla-zione reale.
    Per alcuni di noi, vi assicuro, subentra a questo punto una sen-sazione di tremenda solitudine, la sensazione che il nostro dialo-go è proprio quello di “dove vai? Porto pesci”. Anche se con analisi simili si nega qualcosa di molto corposo, la storia di que-sto sindacato nell’ultimo anno: le lotte unitarie, anche se difficili, dell’autunno e l’enorme peso della nostra iniziativa nei confron-ti dei governi nella prima metà del 1993. Si nega il ruolo della Cgil nella difesa intransigente della consultazione dei lavoratori, che ha anche scongiurato cedimenti pericolosi nelle altre orga-nizzazioni sindacali.
    Come rimuovere queste e altre anchilosi? Io credo uscendo tutti dal guscio degli apparati, dei gruppi dirigenti, facendo tutti insieme un confronto informato con i lavoratori, impostando il confronto fra di noi, a partire dalla storia di un conflitto, di una trattativa da vivere con i lavoratori, garantendo a tutti noi la par-tecipazione. Nel governo del conflitto e della trattativa non ci può essere chi tratta e chi giudica.
    Per questo l’unità della Cgil diventa la vera posta in gioco di questa battaglia per il cambiamento e per l’unità sindacale, que-sta battaglia che ci trova impegnati in un momento cruciale del-la crisi italiana spiega perché anche la Cgil è diventata il bersa-glio di tante forze. Vi assicuro che non è un caso, perché alcuni temono una risposta solidaristica del movimento sindacale italia-no, perché il sindacato, e prima di tutto la Cgil, è diventato il principale garante dell’unità nazionale in una società civile col-pita da profonde divisioni.
    Perché temono, probabilmente, un processo unitario nel quale si esprime un forte pluralismo, che riduca gli spazi del corporativi-smo selvaggio e le spinte disgregatrici, che, con varie bandiere, cercano di togliere di mezzo un grande soggetto politico come la Cgil o perché temono il fatto che la Cgil, pur non sentendosi im-prigionata da un rapporto preferenziale o subalterno con i parti-ti e i movimenti della sinistra, è l’unico soggetto che raccoglie ancora nelle sue file tutte le ragioni e tutte le espressioni della si-nistra italiana e anche così può svolgere un ruolo nel concorrere alla costruzione di una grande alleanza programmatica fra le for-ze di progresso.
    L’unità della Cgil e con essa l’accelerazione del processo uni-tario, però, si garantiscono e si salvano solo cambiando e cam-biando tutti. Aprendo una grande stagione di lotta politica nella nostra’ organizzazione, contro tutte le logiche dell’autoconserva-zione, che portano a un’ossificazione burocratica del sindacato. E una scelta difficile che comincia con una grande rottura con il passato, quella che stiamo compiendo: l’elezione delle rappre-sentanze sindacali unitarie in tutti i luoghi di lavoro e nei terri-tori, anche allo scopo di avere nella Cgil una nuova leva di don-ne e di uomini, di giovani per il rinnovamento di questo gruppo dirigente. E una scelta difficile, perché non ci sono, almeno an-cora, le condizioni di mobilitazione e di lotta che esistevano in una situazione economica ben diversa, nel “69 e all’inizio degli anni settanta. Non c’è alle nostre spalle quel movimento di mas-sa che consenta di battere anche all’interno della Cgil le mille re-sistenze burocratiche al sindacato dei consigli. Oggi dobbiamo essere capaci di operare questa rottura con una buona dose di volontarismo e di passione militante, che mal si concilia con le guerre intestine, che rivelano un’organizzazione in declino, nella quale prevalgono sempre alchimie di schieramenti, tutte finaliz-zate a una lotta di potere. Credo, però, che ci sono le forze per farcela in questa organizzazione, se sapremo consegnare davvero ai suoi iscritti e ai suoi militanti gli obiettivi del cambiamento della Cgil.
    Se questo sarà il nostro impegno, allora davvero il prossimo con-gresso sarà il congresso della “resa dei conti”, non tra frazioni impermeabili e contrapposte, non tra la maggioranza o la mino-ranza di Rimini, ma all’interno della grande maggioranza che si determinò sul programma fondamentale e sui princìpi fonda-mentali della solidarietà e dei diritti, per verificare insieme risul-tati e responsabilità di questa battaglia per il cambiamento e l’autoriforma del sindacato, che oggi diventa condizione vitale, condizione di sopravvivenza del sindacato generale.
    I documenti sanciscono un impegno, che sovrasta, anche se non nega, ogni diversità di cultura, di orientamento politico e di con-vinzione sindacale e dovremo rendere conto, tutti, della loro rea-lizzazione. Mi auguro che intorno a questo problema si formino le maggioranze e le minoranze nel Congresso della Cgil. In que-sto senso è giusto superare Rimini.
    Questo è il patto per l’unità, che dobbiamo poter stringere in questa conferenza, sapendo che così e solo così si tiene aperta la porta non solo’ al cambiamento della Cgil, ma al cambiamento del paese.

DONNE E STRUTTURE DI BASE

Ripartire dai luoghi di lavoro con la valorizzazione e la partecipazione delle donne è una delle condizioni per accelerare l’affermarsi di un sindacato di donne e di uo-mini.
L’elezione dei comitati degli iscritti e delle Rsu, con la costituzione dei comitati per il lavoro e delle leghe dei pensionati, rappresentano un momento di reale rinnovamen-to del sindacato per il recupe-ro di rappresentatività e rap-presentanza di uomini e donne per l’affermarsi di forze con-trattuali.
Grande rilievo acquista la presenza delle donne in que-ste strutture ai fini sia di un processo decisionale condi-viso da tutti i soggetti, sia di una contrattazione che in-cida sulle condizioni di lavoro e di vita.
L’impegno a favorire la presenza delle donne nelle strut-ture di base in coerenza con la norma antidiscriminato-ria e quanto previsto dalla proposta di legge di iniziativa popolare chiama in causa la responsabilità del sindacato nel rispondere alle esigenze che le donne esprimeranno nelle diverse situazioni con percorsi di partecipazione, formazione delle candidature e modalità elettorali.

                      Le donne presenti nella commissione politica

    Approvato a larghissima maggioranza

    HANDICAP/1

    Nei processi macrostrutturali di ristrutturazioni azienda-li e di privatizzazioni ed espulsioni dal lavoro le persone con maggiori difficoltà lavorative e minor flessibilità in tempi brevi ad adattarsi a una nuova mansione sono maggiormente discriminate e penalizzate.
    Centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici con han-dicap che hanno atteso più di ogni altro l’accesso al la-voro già vengono espulsi in percentuale maggiore degli altri lavoratori e sottolineiamo che tale processo si ag-grava di ora in ora. Esempio emblematico e reale è la Fiat. In tale azienda i lavoratori con handicap confinati nelle Upa — unità speciali che da anni contestiamo con forza e fermezza — vivono in parte il rischio del dram-ma delle espulsioni, e molti altri il rischio del dramma di una precaria ricollocazione in piccole aziende incapaci di garantire la continuità lavorativa.
    L’osservatorio dei diritti, il Coordinamento handicap nazionale e la Fiom nazionale, respingono con fermez-za questa strategia e, a cominciare dalla Fiat, si impe-gnano per iniziative straordinarie sia a livello di cate-goria che di confederazione, per i soggetti meno ga-rantiti nel mercato del lavoro.
    Adriana Buffardi Cgil nazionale
    Cesare Damiano Fiom nazionale
    Nina Daita Responsabile Coordinamento handicap nazionale
    Antonio Guidi Responsabile Osservatorio diritti

    Approvato a larghissima maggioranza

    HANDICAP/2
      Un gruppo di disabili oramai da sei giorni presidia gior-no e notte la sede del Comune di Roma manifestando per giuste rivendicazioni (tagli-disoccupazione), arrivan-do anche ad atti pericolosi per la loro incolumità fisica, quale lo sciopero della fame.
      L’osservatorio dei diritti e l’ufficio handicap della Cgil chiedono a questa conferenza di esprimere solidarietà a questi amici, essendo loro emblema di un mondo di emarginati in una società individualista e che obbliga a manifestazioni che non comportano solo una sofferenza fisica, ma anche una violenza del proprio “essere” con autorappresentazioni che dovrebbero ap-partenere al passato.
      Chiediamo che tutto il sindacato si impegni a far sì che nella programmazione dei bilanci degli enti locali e del-la Finanziaria venga previsto un budget fisso o aumen-tabile a seconda delle necessita per non esporre ogni anno centinaia di migliaia di persone a situazioni di pre-carietà e di emergenza.

      Nina Daita Responsabile Coordinamento handicap nazionale
      Antonio Guidi Responsabile Osservatorio diritti

      Approvato a larghissima maggioranza

    CASSINTEGRATI
    FIAT GEOTECH
      La Conferenza nazionale d’organizzazione della Cgil esprime profonda preoccupazione per l’ulteriore episo-dio di grave disagio sociale manifestatosi oggi a Lecce dove le forze dell’ordine hanno caricato una pacifica manifestazione di cassintegrati Fiat Geotech. I lavorato-ri puntavano a ottenere dal direttore dell’Upl di attivar-si presso il ministero per la conferma degli impegni sul la prosecuzione della cig fino al compimento dei pro-grammi di ricollocazione già in fase avanzata.
      L’episodio, determinato dal grave e irresponsabile com-portamento dell’Upl, testimonia ancora una volta l’in-derogabile necessità che il governo assuma precisi im-pegni sugli ammortizzatori sociali e si attiva perché le strutture periferiche dello Stato concorrano a una ge-stione dell’inevitabile conflitto sociale in modo che non si trasformi in una questione di ordine pubblico e sia informata invece dalle regole di democrazia contenute negli accordi sottoscritti con il sindacato.
                        Fiom nazionale
                        Cdlt Lecce
      Approvato a larghissima maggioranza


Relazione Epifani
Conclusioni Trentin
Ordini del giorno
Documento conclusivo