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Con l’iniziativa di oggi vorremmo dare voce a quella parte del mondo del lavoro che ancora convive con un sistema di relazioni sindacali fortemente caratterizzato dalla discrezionalità delle scelte, un sistema nel quale democrazia e partecipazione costituiscono non la regola, ma l’eccezione.

Per tanti cronisti questa parte del mondo del lavoro sembra non esistere, eppure, rappresenta la parte preponderante dell’occupazione, un mondo del lavoro sempre più ai margini delle tutele, caratterizzato da molta precarietà e tanta solitudine e anche là dove esprime settori dell’economia maggiormente strutturati o produttori di ricchezza, è un mondo del lavoro che vive oggi le conseguenze della più grave crisi che ha investito l’economia italiana dal dopoguerra, perdendo le antiche certezze o, come direbbe qualcuno, i consolidati privilegi.

Per queste ragioni, il messaggio che vogliamo fare uscire da questa iniziativa è forte e chiaro: questo è un mondo del lavoro che necessità di affrontare la crisi e di sviluppare la contrattazione dentro il contesto della crisi, potendo esercitare pienamente il nuovo sistema di regole che, nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese, ha vissuto una svolta radicale con l’accordo raggiunto tra sindacati confederali e Confindustria lo scorso 31 maggio. Quell’accordo ha inaugurato una fase nuova nella vita sindacale del Paese e si può ben dire che se esso fosse già esistito ed esteso a tutti i settori produttivi negli anni più recenti, la storia contrattuale degli ultimi anni, per alcune delle categorie qui presenti, sarebbe stata scritta diversamente, a partire dalla prassi per lungo tempo seguita degli accordi separati, sempre contro o per isolare la Cgil.

Qui sta il primo contenuto del nostro messaggio, che vuole uscire con forza e chiarezza da questa iniziativa: quell’accordo, che le confederazioni hanno raggiunto con la Confindustria e che apre la strada ad una nuova concezione della democrazia sindacale nel nostro Paese è stata una grande vittoria della Cgil! Il coronamento di una battaglia condotta per decenni, contro chi si opponeva ad una concezione della democrazia sindacale che anteponeva la rappresentanza generale del lavoro ad una visione più chiusa e monopolistica.

Molti di noi erano giovani sindacalisti quando già la Cgil si batteva per affermare questa concezione della democrazia sindacale. E molti di noi sono cresciuti e maturati nel corso di questi anni quando la Cgil continuava a battersi per far si che i diritti e le libertà sindacali contenuti nella Costituzione Repubblicana ed introdotti, pur parzialmente, nella fondamentale legge del 1970, lo Statuto dei Lavoratori, potessero essere agite nell’universo mondo del lavoro.

Molti di noi (e di voi) hanno dovuto soffrire l’esercizio discrezionale di quei diritti, quindi, anche la loro limitazione o negazione, quando la legittimazione della rappresentanza non veniva dal rapporto diretto e dal consenso delle lavoratrici e dei lavoratori, ma dalle convenienze politiche dei vari contesti che si succedevano nel corso degli anni.

Quante volte abbiamo ripetuto che nel mondo sindacale era giunto il momento di decidere chi rappresenta chi? Quante volte abbiamo detto che gli accordi siglati dalle organizzazioni sindacali rappresentative avrebbero dovuto acquisire la loro validità con il voto delle lavoratrici e dei lavoratori e non solo degli iscritti? Quante volte abbiamo detto che la rappresentanza unitaria nei luoghi di lavoro (rsu) doveva costituirsi senza il condizionamento di quella riserva (il terzo garantito) che doveva assicurare la presenza “a prescindere” delle tre organizzazioni maggiormente rappresentative? La storia sindacale di molti di noi è segnata da questi passaggi, da queste battaglie, da queste sofferenze, anche perché le mancate soluzioni a questi problemi hanno nel tempo generato non poche distorsioni sia nell’esercizio della contrattazione, sia negli effetti della stessa contrattazione, basti pensare a tutto il pianeta della bilateralità, da lungo tempo condizionato nella sua gestione da un ruolo delle parti sociali del tutto astratto dall’effettiva rappresentanza.

Ebbene, l’accordo del 31 maggio 2013 con la Confindustria ed il suo regolamento attuativo definito col Testo Unico del 10 gennaio 2014, ribalta lo schema nel quale per decenni si sono sviluppate le relazioni sindacali ed afferma con chiarezza che da oggi in poi non potranno più esistere accordi separati, poiché, ogni intesa dovrà essere sottoposta al voto delle lavoratrici e dei lavoratori e quando diciamo che non potranno più esserci accordi separati non parliamo solo della prevalente propensione ad escludere la Cgil, quanto, di una scelta sempre in capo alla parte datoriale, perchè sappiamo che gli accordi separati sono la conseguenza di una scelta fatta sempre dai “padroni”, che individuano gli interlocutori di comodo per definire le soluzioni più congeniali agli interessi unilaterali delle imprese. E questa è la prima grande vittoria della Cgil, il voto dei lavoratori!!

Ma quell’accordo, finalmente, da una risposta all’annosa domanda chi rappresenta chi? perché per la prima volta estende al settore privato, per adesso di parte confindustriale, il criterio di determinazione della rappresentatività che già da anni abbiamo iniziato a sperimentare nel pubblico impiego. Con quell’accordo finalmente ci contiamo!! E non potrà più essere che ognuno pensi di essere determinante in base ad una rappresentatività presunta o discrezionale.

Quanti di noi e quante volte ci siamo detti, oppure, abbiamo sentito dire che quell’organizzazione o quell’altra ancora aveva condizionato l’esito di un negoziato, pur contando poco o nulla? In alcuni casi, addirittura, senza avere una rappresentanza effettiva nei luoghi di lavoro. Il sistema discrezionale delle relazioni sindacali nel settore privato ha origine proprio in questo vulnus, le distorsioni del monopolio della rappresentanza affondano le radici proprio nel fatto che non è mai stato chiaro a nome e per conto di chi ognuno parlava, contrattava e firmava!

Adesso tutto ciò non sarà più possibile, adesso ognuno dovrà scoprire le proprie carte e dovrà dire in cosa consiste la propria rappresentatività, incrociando i dati degli iscritti con quelli relativi alle elezioni delle rsu.

Del resto, la volontà di lasciarsi alle spalle la prassi e la cultura del monopolio della rappresentanza è fortemente segnata nei criteri di elezione delle rsu, dove viene abbandonata la riserva del terzo destinata alle confederazioni. Anche questo vincolo abbiamo fatto saltare ed è utile ricordare che questa è stata una rivendicazione che per tanti anni molti di noi qui presenti hanno avanzato, subendo questo criterio, figlio di una stagione unitaria passata e in origine ispirato alla scelta di non penalizzare alcuna delle tre organizzazioni, come una concessione non più corrispondente all’attualità della situazione presente nei luoghi di lavoro.

Questi tre caposaldi, che costituiscono il valore fondamentale dell’accordo, fanno di quell’intesa un grande successo della Cgil, la Confederazione che più di ogni altra si è battuta in tutti questi anni per affermare una concezione della democrazia sindacale fondata sul voto delle lavoratrici e dei lavoratori e sulla certezza della rappresentanza di ognuna delle parti sociali. Questo deve essere motivo di orgoglio di tutta la nostra organizzazione, perché premia l’impegno, la determinazione, la coerenza di tutte le nostre strutture, di tutti i nostri dirigenti e –soprattutto- di tutti i nostri quadri delegati, che per anni hanno svolto il loro ruolo nei luoghi di lavoro in condizioni spesso avverse, sfavorevoli, dovendo combattere la tendenza a isolare la Cgil, a creare divisioni tra i sindacati, per indebolirne le istanze di tutela e di difesa dei diritti.

Da questa iniziativa, dunque, il primo messaggio forte che deve uscire è quello di riaffermare quella che rappresenta la vera e prioritaria notizia, la vittoria della Cgil, dato che non compare con la dovuta forza, che si è cercato di offuscare dando piuttosto risalto alle divisioni che hanno seguito l’accordo sul regolamento attuativo del 10 gennaio u.s.. Crediamo sia nell’interesse di tutta la Cgil, di tutte le categorie, di tutte le strutture territoriali far si che questa verità torni a galla, torni ad essere la vera, importante notizia in grado di dominare la cronaca politica e sindacale.

Dobbiamo farlo anche perché le vicende che sono seguite all’accordo del 31 maggio 2013 dimostrano che chi ha subito quel nostro successo non si è mai rassegnato a vanificarne il risultato, provando ad insabbiarlo. Sono occorsi più di sette mesi per arrivare al regolamento attuativo, con l’accordo del 10 gennaio e tutto questo tempo non è trascorso per pigrizia delle parti sociali o per loro distrazione. Tutto questo tempo è trascorso perché dopo l’accordo del 31 maggio la Cgil ha dovuto continuare la sua battaglia, per evitare che tutti coloro che avevano subito quell’intesa, facessero uscire dalla finestra le conquiste importanti che noi avevamo fatto entrare dalla porta.

Ciò nonostante, dopo sette mesi di confronto complicato, siamo riusciti a definire un regolamento attuativo che rende esigibili le nuove norme contenute nell’accordo sulla rappresentanza e la rappresentatività. Naturalmente, come tutti gli accordi sofferti, quell’intesa contiene certamente mediazioni tra posizioni anche distanti. Nel lavorare alle necessarie mediazioni la Cgil ha cercato fin dal primo momento di salvaguardare il valore innovativo del nuovo sistema di regole democratiche e lo ha fatto innanzitutto investendo le categorie delle giuste titolarità nella definizione dei criteri e delle modalità attraverso le quali attuare le nuove norme sulle regole. La fonte dei criteri attuativi è il contratto nazionale di categoria e questa rappresenta una grande assunzione di responsabilità da parte delle categorie.

Aver definito con chiarezza che il Ccnl è la sede nella quale definire i criteri attuativi dell’accordo sulle regole esalta l’autonomia delle categorie e assegna carattere puramente transitorio all’arbitrato affidato alle confederazioni. Così come aver definito un impianto sanzionatorio che non scarichi sui lavoratori, ma sulle loro organizzazioni, le eventuali sanzioni e che preveda, grazie alla Cgil, sanzioni anche per le aziende non rispettose degli accordi sottoscritti, colloca questa criticità in un contesto in ogni caso innovativo, poiché è la prima volta che nel sistema di relazioni viene introdotta la sanzionabilità anche per le aziende.

Sono due esempi per dire che, senza negare le possibili criticità di un accordo così complesso, la Cgil si è mossa seguendo coerentemente un tracciato di rotta che non confondesse la gerarchia dei valori contenuti in tutta questa operazione. Al primo posto portare a casa la vittoria della Cgil sulla nuova democrazia sindacale, dopo decenni di tentativi andati a vuoti, incassare il risultato storico che potrà cambiare il volto alle relazioni sindacali. In secondo luogo, offrire alle strutture categoriali della Cgil gli strumenti per poter gestirne l’applicazione nel modo più coerente possibile ed al tempo stesso per intervenire attivamente anche su quelle che sono apparse come criticità dell’accordo stesso. Quindi, rendere titolari le categorie della costruzione effettiva delle nuove regole.

Per queste ragioni non possiamo accettare che venga ribaltata la verità e intendiamo ribadire che le difficoltà che pure abbiamo incontrato nel definire un regolamento attuativo non sono minimamente paragonabili all’importanza davvero storica di ciò che è contenuto nell’accordo sulle nuove regole. Quell’accordo rappresenta un vero esempio di riforma strutturale ed è importante che le parti sociali dimostrino ad una politica sempre più smarrita e confusa, per non dire attardata sulle riforme strutturali, che queste si possono fare. E noi dobbiamo difenderle, perché in esse è contenuto il patrimonio di lotte e di iniziativa che ci vede da anni impegnati in prima fila. La riforma delle relazioni sindacali e parte importante delle riforme democratiche di questo Paese. Quell’accordo è una iniezione di democrazia in un Paese dove sembra essere tornati alla politica dei caminetti, delle lavanderie, dei camper, anche se in versione moderna.

Ma difendere questa riforma è ancor più importante per il mondo del lavoro che qui è rappresentato. Abbiamo detto che questo è un mondo senza regole, dove la contrattazione si svolge nel pieno della discrezionalità tra le parti, in un contesto di reciproca legittimazione fondato sulle convenienze. Così sono nati i contratti separati, che si sono aggiunti a quelli subiti dalla Fiom.

Adesso è il nostro turno, adesso è il momento di estendere quelle regole a tutto il mondo del lavoro e in questo mondo lo è ancor più importante almeno per due ragioni: 1) qui la precarietà, la debolezza, la solitudine del lavoro, se non è la regola, non è neanche l’eccezione. Il ricorso diffuso alla flessibilità, i pesanti processi di destrutturazione che hanno investito settori che fino a ieri sembravano al riparo dalle crisi, basti guardare alla crisi in cui è precipitato l’intero terziario italiano, espongono le lavoratrici ed i lavoratori di questi settori a rischi di pesanti arretramenti delle tutele, per effetto di una contrattazione sempre più in balia delle spinte più retrive delle aziende. Lasciare la contrattazione in balia di queste spinte diventa ancor più deleterio se la stessa non può essere regolata da una nuova civiltà delle relazioni sindacali. In questi settori è già duro fare contrattazione per la pesantezza della crisi, farla, poi, senza regole è ancor più difficile e pericoloso. 2) definire nuove regole in questo mondo non è operazione di automatico, meccanico trasferimento di quanto fatto con Confindustria. Qui abbiamo mondi diversi da quelli tradizionalmente manifatturieri. In alcuni casi le affinità con il mondo confindustriale possono non apparire molto distanti; ma in altri siamo davvero in un altro mondo. Faccio l’esempio del terziario distributivo, anche perché è il tavolo sulla rappresentanza attualmente aperto, dopo quelli chiusi con Confindustria e centrali cooperative. Come si contano gli iscritti nel settore distributivo? Sono tutti iscritti per delega? E come si incrocia il dato con quello elettorale? In quante aziende del terziario esistono le rsu? Ma perché in edilizia è forse tanto diverso? E nel settore agricolo è tanto diverso?

Appalti, lavoro nero, illegalità, quand’anche penetrazione malavitosa, contratti a termine a go go, part-time dilagante, un campionario di condizioni che rendono il lavoro una dimensione non sempre afferrabile e sicuramente non facilmente rappresentabile con lo stereotipo del grande contenitore manifatturiero. Definire regole giuste e farle applicare in questi mondi non è altrettanto facile come nel mondo confindustriale.

Ma proprio per questa ragione vogliamo che questa iniziativa solleciti la coesione e l’impegno di tutta la confederazione, di tutta l’organizzazione, perché se ognuno si preoccupasse solo del proprio orticello noi non riusciremmo ad esportare qui la nuova civiltà delle relazioni sindacali di cui hanno bisogno queste lavoratrici e questi lavoratori. E siccome non possiamo esportare automaticamente quanto fatto con Confindustria, qui dobbiamo inventarci qualcosa, dobbiamo sperimentare forme inedite di partecipazione, qui non basta dire “votiamo gli accordi”, dobbiamo capire come rendere fruibile questo diritto dove è difficile raggiungere il posto di lavoro.

E sapete perché dobbiamo farlo? Perché le difficoltà a rendere praticabili queste regole rischiano di diventare un alibi per non fare nessuna regola e continuare a lasciare molti di questi settori in una condizione di assoluta discrezionalità delle relazioni.

Il secondo messaggio forte e chiaro, dunque, è questo: vogliamo anche per questi mondi una democrazia sindacale fondata sul voto e sulla certificazione, ma che sia una nuova democrazia fruibile, non facilmente vanificabile dalla mancanza di capacità innovativa da parte nostra.

Giunti a questo punto dobbiamo però dirci la verità. Completare la riforma della democrazia sindacale, una riforma che comprenda anche questi nostri mondi, è possibile se tutta la Cgil lavora per questo obiettivo, se facciamo di questa battaglia, quella della estensione delle regole a tutti i settori, una battaglia di tutta la Cgil. E la ragione è abbastanza chiara, perché è soprattutto la Cgil a volere questa democrazia, nessun altro sarebbe disponibile a sostenerla come noi l’abbiamo voluta sostenere.

Ed anche perché la Cgil non rinuncia ad arrivare alla legge dopo aver esteso gli accordi a tutti i settori, di modo che l’intervento legislativo tenga conto dei principi unificanti e lasci all’autonomia delle parti la regolamentazione e per sancire la piena esigibilità dell’esercizio di democrazia su accordi e contratti e di libertà sindacale nella rappresentanza.

Per questo non possiamo apparire come un esercito che deve guardarsi più dal fuoco amico che da quello nemico, o che non sa gioire delle importanti battaglie vinte, traendo da questi successi lo spirito e le energie per vincere la guerra, che non abbiamo ancora vinto. Non possiamo sentirci dire dalle altre organizzazioni che siamo gente strana, perché anche quando abbiamo stravinto non sappiamo fare altro che dilaniarci!

Allora, da questo attivo vogliamo dire forte e chiaro che qui dentro non c’è nessuno che vuol dilaniare qualcun’altro, siamo tutti dirigenti di una organizzazione che ha piena consapevolezza dell’importanza della vittoria che abbiamo ottenuto sulla democrazia; che ha piena consapevolezza che la partita non è ancora finita. Che essa dovrà essere giocata in campo avverso, come i settori che noi rappresentiamo. Ma siamo altrettanto consapevoli che su questa battaglia noi non potremo che esaltare il valore confederale e unitario della Cgil. Se c’è qualcuno fuori dalla Cgil che ci vuole divisi è perché ci vuole sconfitti. Ma chi ci vuole sconfitti è perché intende nuovamente negare che le ragioni del lavoro rappresentino il vero punto di riferimento nella ricostruzione del Paese, disastrato dalla crisi, per rompere il nesso tra lavoro e futuro, che la Cgil ha voluto rilanciare con il proprio congresso.

Noi difenderemo la Cgil per difendere quello che forse rappresenta oggi il vero punto di riferimento per il mondo del lavoro che vuole cambiare. E da questo attivo vogliamo dire forte e chiaro che la nostra battaglia per l’estensione delle regole a chi ancora non le ha è perché, se è vero che i mondi del lavoro sono tanti, tantissimi, il valore del lavoro, però, è uno solo. Ed è per questo che non esistono per la Cgil lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. La Cgil sarà impegnata, assieme a tutte le sue categorie, per portare la nuova democrazia e la nuova civiltà del lavoro in tutti i luoghi di lavoro, perché da qui potrà nascere la speranza di un vero cambiamento che il Paese attende da anni.

Comunicato della Segreteria Nazionale Filcams
sulla manifestazione nazionale dello Spi del 28 ottobre 2011

La segreteria nazionale Filcams fa proprie le ragioni della manifestazione nazionale dello SPI, che si svolgerà Venerdì 28 ottobre a Roma, alla quale sarà presente con proprie delegazioni da tutta Italia.
La difesa di un sistema previdenziale equo ed inclusivo costituisce uno dei primi obiettivi per una categoria come quella del terziario, caratterizzata da un mercato del lavoro dove le forme precarie e discontinue del lavoro rischiano di costituire sempre più il fattore dominante.
Non è certo togliendo ai padri che i figli avranno la certezza di un diritto previdenziale, sempre più negato dalla mancata crescita dell’economia.
Intervenire sulla riforma pensionistica, in alternativa alla messa in campo di misure utili a rimettere in moto il motore dello sviluppo, avrà quale unico risultato togliere il diritto alla pensione di coloro che lo hanno maturato dopo un’intera vita lavorativa, senza offrire prospettive ai giovani che rischiano di restare fuori dal sistema previdenziale.
Così come il taglio delle risorse destinate all’assistenza comporterà conseguenze negative al mondo rappresentato dallo SPI, come a quello rappresentato dalla Filcams.
Il lavoro domestico di cura e assistenza ha conosciuto un grande sviluppo, anche come risposta alla riduzione graduale dello stato sociale nel nostro Paese.
La manovra del Governo, riduce le risorse destinate al fondo per la non autosufficienza, determinando, da un lato la crescita del disagio sociale delle persone più deboli ed indifese, dall’altro, la contrazione dell’occupazione in tali attività, che vede nel nostro Paese la presenza della stragrande maggioranza di lavoratrici straniere.
Per questo SPI e Filcams condividono gli obiettivi che sono alla base della manifestazione e rappresentano l’esempio concreto dell’unità tra generazioni diverse, impegnate per un reale cambiamento del Paese e delle politiche perseguite dal Governo.

Roma, 27 ottobre 2011

La Segreteria Nazionale Filcams-Cgil esprime piena solidarietà alla Flc e alla FP e parteciperà con proprie delegazioni alla manifestazione Pubblico è futuro, sabato 8 ottobre 2011 a Roma.

Gli obiettivi della manifestazione sono pienamente condivisi ed appartengono alla battaglia che la Filcams sta conducendo, nel quadro della mobilitazione lanciata dalla Cgil nel Paese, contro la politica economica e sociale del Governo e per un nuovo sviluppo.

Non esiste un terziario avanzato, senza una un sistema pubblico di qualità. L’idea che il settore terziario possa sostituire, da un lato, una solida base industriale e, dall’altro, uno stato sociale produttore di ricchezza, in termini di efficienza ed efficacia della Pubblica Amministrazione, di servizi alla persona e di offerta formativa avanzata si è dimostrata insostenibile ed impraticabile. In questo contesto, il terziario non farebbe che alimentare i processi di precarizzazione, già in atto al suo interno.

La Filcams-Cgil fa propri gli obiettivi della manifestazione anche per le conseguenze sul terziario dei tagli previsti dalla manovra economica del Governo, che si abbatteranno sui settori pubblici. Tanto nel settore della scuola, quanto in quelli della pubblica amministrazione, questi tagli provocheranno gravi contraccolpi all’occupazione, anche nelle attività di servizio appaltati alle imprese esterne, già pesantemente colpite dalle manovre finanziarie degli ultimi anni.

Così come, la difesa e la valorizzazione del lavoro pubblico, nella sua fondamentale funzione sociale, è parte della battaglia per la qualificazione delle risorse umane, alternativa alla politica di riduzione dei costi, del lavoro innanzitutto, che mostra il limite delle strategie fin qui perseguite, tanto dal mondo dell’impresa, quanto dal Governo.

Per questo, la Filcams-Cgil, oltre a partecipare alla manifestazione di sabato 8 ottobre, rinnova l’impegno alla costruzione di una iniziativa con F.P. e F.L.C., sulle principali problematiche comuni, a partire dal settore degli appalti, nel quadro di una fondamentale visione confederale della mobilitazione promossa dalla Cgil.

Roma, 7 ottobre 2011

La Segreteria Nazionale Filcams-Cgil

II^ Assemblea Nazionale delle Camere del Lavoro
Chianciano, 11 e 12 gennaio 2011

Intervento di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL

Nell’ascoltare gli interventi che in questi due giorni hanno raccontato le tante e diverse esperienze delle nostre Camere del Lavoro e delle strutture regionali, esce fuori un messaggio importante per tutti noi: si può fare! Non è vero che esiste solo la rassegnazione, non è vero che il nostro futuro potrà essere solo quello della strenua ed incerta difesa di quello che siamo stati fino ad oggi. C’è tanta iniziativa, ci sono tante rinnovate energie, c’è tanta nuova combattività, che noi non possiamo e non dobbiamo disperdere.
Naturalmente, questo presuppone la capacità della Cgil, di tutto il suo gruppo dirigente, a tutti i livelli, di sapersi mettere in discussione, di saper riconoscere che si impongono lenti nuove per leggere quello che sta accadendo intorno a noi, risposte nuove, maggiore coraggio nello sperimentare nuove vie, che fino a ieri mai avremmo pensato di poter percorrere. L’abbiamo detto tante altre volte, ma il fatto è che non potremo ripetercelo all’infinito, perché l’infinito non esiste. Sono scomparse civiltà che hanno fatto la storia dell’umanità; quella stessa storia non sarà più clemente con la Cgil, se noi non sapremo percorrerla con la necessaria intelligenza e mettendo in gioco quella che rappresenta la forza maggiore di cui disponiamo, l’intelligenza collettiva, lo stare insieme, con tutte le differenze e le diversità che ci caratterizzano.

Dunque, si può fare, non è vero che non si può; ma molto ancora dobbiamo fare, molto più di quanto questa stessa assemblea sta raccontando in questi due giorni.
Faccio un esempio: una delle parole chiavi di questa assemblea è Territorio, assieme all’altra, importantissima, che è sociale.
Se qualcuno di noi pensasse che ci stiamo occupando di una delle specializzazioni del nostro lavoro, appunto, la contrattazione territoriale e sociale, e da domani, dopo aver ripassato questa lezione ed essersi dati i compiti per casa, tornare alle “altre” discipline specialistiche (la contrattazione nazionale, o aziendale di categoria), avremmo dimostrato di non aver capito di quale sfida stiamo parlando. Oggi, il territorio, rappresenta il principale crocevia delle dinamiche e dei processi, che descrivono l’agire contrattuale del sindacato, non più solo del sindacato più contiguo alla dimensione sociale, ma, innanzitutto, quello chiamato a misurarsi con i processi produttivi.
Guardiamo al terziario. Abbiamo quasi tutti i rinnovi contrattuali aperti (ed in alto mare); abbiamo decine di vertenze aziendali dagli esiti difficili ed incerti; abbiamo il tema del lavoro, dell’occupazione, che si propone in termini inediti dal passato. Ebbene, bisogna che si sappia, nel nostro caso, che una parte consistente dei problemi che siamo chiamati a risolvere, per rinnovare un Ccnl, per offrire una soluzione ad una azienda in difficoltà, chiedono risposte che possono venire solo fuori dal nostro luogo di lavoro, che possono venire da una azione contrattuale territoriale che intervenga su scelte di sviluppo e di organizzazione dei servizi, che non possono essere affrontate singolarmente dalle categorie.

Susanna, nella relazione, ha fatto uno degli esempi più eclatanti da questo punto di vista, sul quale abbiamo avviato una riflessione comune con altre categorie, il tema degli appalti. E’ del tutto evidente che sul contratto delle imprese di pulizia in appalto si scaricano le conseguenze di un sistema di regole, che deve essere condizionato dall’esterno. Il Ccnl, diventa spesso l’ultimo anello della catena.

Ma ancora più eclatante è l’esempio del settore della grande distribuzione, che in queste settimane sta occupando la cronaca per la questione della liberalizzazione delle aperture domenicali e festive. Orario di lavoro, pause, diffusione abnorme dei contratti flessibili e precari, permessi, sono temi analoghi a quelli che hanno appassionato Marchionne in queste settimane e sono temi del nostro Ccnl. Ma nel nostro caso, il “nostro” Marchionne non potrebbe essere affrontato con successo se il sindacato non avesse in campo una iniziativa contrattuale, appunto, territoriale, per affermare una nuova programmazione degli orari commerciali, in assenza della quale, la liberalizzazione si scaricherebbe sul Ccnl, piegando le resistenze che noi possiamo opporre. E quella contrattazione si rivolge non solo all’impresa, poiché, abbiamo la gara tra i sindaci più famosi e “moderni” d’Italia a chi apre di più, la domenica, e tutte le feste comandate. Anche per questo, la Filcams Nazionale ha lanciato una campagna nazionale contro la liberalizzazione delle aperture domenicali e festive e per la difesa del valore storico-culturale di quelle che definiscono l’identità del nostro Paese (25 aprile, 1 maggio), che si concluderà il 1 maggio ed alla quale chiederemo il contributo di tutte le strutture provinciali e regionali della Cgil.

Ma il Marchionne della Grande Distribuzione Organizzata pretende maggiore flessibilità, piena liberalizzazione nel governo degli orari, dei turni, delle festività, perché la sua fabbrica, la sua “Mirafiori”, risponde ad un modello distributivo che ha scelto lo sviluppo dei grandi formati distributivi quale modello prevalente e forse unico. Ma non l’ha fatto da solo, l’ha fatto con le decine e decine di amministrazioni comunali che hanno assecondato l’abbandono delle città, dei centri urbani, per aprire quei centri commerciali, che impongono un target di consumatore stereotipato, difficilmente coincidente, ad esempio, con una persona anziana che vive in città. Ed anche difficilmente coincidente con i bisogni della donna che lavora in quel centro commerciale, poiché privi spesso dei necessari servizi sociali, in grado di favorire la conciliazione dei tempi di vita con quelli del lavoro.

Senza una contrattazione territoriale, che intervenga su questi processi “esterni” alla nostra fabbrica, che affermi una nuova cultura del consumo sostenibile, nel momento in cui un quarto della spesa natalizia è finita nelle pattumiere, facendo esplodere la contraddizione tra spreco e consumismo; che affermi una nuova nozione di servizi essenziali, oltre il corporativismo e l’egoismo dei singoli settori; la Filcams non potrà mai vincere le proprie battaglie per la tutela delle condizioni di lavoro e per la dignità delle persone che lavorano nel settore.

E questa contrattazione territoriale non deve essere vissuta come un revival dei vecchi tempi, ma come la giusta declinazione delle sfide più attuali, imposte dalla globalizzazione, dove la forza competitiva delle imprese non può essere scissa, né raggiunta senza una analoga e prioritaria forza competitiva del territorio. E questo vale non solo per i servizi o il terziario, ma anche per i più tradizionali settori manifatturieri.

Per questo vorrei dire che, se è vero che la Fiat parla a questa assemblea, è vero anche il contrario, che questa assemblea parla alla Fiat e a tutti coloro che condividono e sostengono una risposta alla crisi ed alle sfide globali, comprimendo il lavoro e la democrazia, ed espellendo il sindacato (o i sindacati) che si candidano a rappresentare e difendere l’uno e l’altra.

Però dobbiamo essere onesti fra noi, non basta dire che la Cgil, che si chiami Filcams, Fiom o in qualunque altro modo, non è il sindacato che difende solo l’esistente, ma che fa anche le proposte, perché questo significa ammettere che abbiamo perso molto tempo in questi anni, siamo spesso arrivati in ritardo, siamo ancora oggi troppo lenti e poco conseguenti, ed il mondo non aspetta la risoluzione delle nostre beghe interne.
E poi, significa essere consapevoli che la partita più impegnativa la dovremo giocare nel momento peggiore, avendo contro quasi tutto ed occorre, dunque, essere, certamente determinati, ma anche umili, perché non è in gioco il nostro destino, ma quello di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Per questo è bene compiere fra noi un importante atto di onestà intellettuale e dire che da soli non ce la potremo fare, io almeno lo dico, per la parte che rappresento, il che non vuol dire che ci arrendiamo ad un volo a bassa quota, ma che dobbiamo rinunciare all’autosufficienza, che non consentirà a nessuno di vincere queste sfide.

E se questo vale per il rapporto tra la Cgil e gli altri, figurarsi quanto valga fra di noi. Non so se abbiamo la giusta voglia di ascoltarci, ma dobbiamo farlo, altrimenti è difficile capirsi e stare insieme in questa battaglia.
Vi faccio un esempio: il movimento cresce, cresce il malessere, crescono le lotte, in questi casi capita di troverci a discutere della necessità dello sciopero generale, quale momento di unificazione delle lotte. Figurarsi se ci sottrarremo a questa scelta, quando la riterremo opportuna, l’abbiamo sempre fatta. Ma evitiamo la contraddizione di un gruppo dirigente che chiede alla piazza di unire questo fermento e che al proprio interno non sa tenere insieme esperienze diverse, bisogni diversi, che non sa fare sintesi, che non sa ascoltarsi!

Ed allora, se qualcuno ha voglia di ascoltare, sappia che il ricatto non è solo quello del referendum imposto da Marchionne, ma quello che vivono tutti i giorni migliaia di lavoratrici e lavoratori che non hanno la possibilità di stare insieme in un unico contenitore, ma che sono dispersi nella galassia della solitudine del lavoro. Se c’è una lavoratrice ed un lavoratore che ha bisogno di noi, della Cgil, è proprio quello che maggiormente vive la condizione di ricatto. Ed anche quello che voterà in queste ore a Mirafiori, sotto ricatto, magari pensandola come noi su quell’accordo, avrà bisogno di noi al suo fianco, proprio perché è ricattato, proprio perché si fiderà di noi e se noi non saremo lì con lui lo metteremo in ancora più gravi difficoltà, negandogli anche una credibile, quanto difficile, prospettiva di risalita.

Di questo parla la nostra esperienza e quando penso a come poter tenere insieme questi mondi, trovo una risposta più convincente di altre: la Fiat è un problema che mi riguarda, che riguarda anche la Filcams, che sarà impegnata a fianco della Fiom e della Cgil per sostenere le ragioni del no. Ma i problemi del mondo disperso, dei lavoratori che vivono la solitudine è un problema che deve riguardare anche le altre categorie. Ce lo chiedono le nostre donne delle imprese di pulizia, che vivono la condizione perversa del lavoro in appalto, come ce lo chiedono le guardie giurate; ce lo chiedono le ragazze ed i ragazzi dispersi nelle centinaia di migliaia degli studi professionali, come i migranti delle imprese esternalizzate del settore alberghiero; ce lo chiedono le ragazze degli ipermercati, come quelli del terziario avanzato, traditi dalla propaganda berlusconiana sulla “I” di innovazione, che non c’è mai stata.
Ce lo chiedono soprattutto i giovani, il cui futuro dipende sempre più dalla nostra volontà di stare dentro la giungla della precarietà sociale e del lavoro, per aprire loro col machete un passaggio verso un progetto esistenziale, ad oggi negato.

La Fiat è anche un problema mio e della Filcams, ma vorremmo che in qualche stabilimento dell’industria manifatturiera, ogni tanto, venisse diffuso un volantino di solidarietà con la lotta delle donne delle imprese di pulizia o delle mense, che ancora non hanno visto rinnovato il loro Ccnl.

Sono convinto che questa Cgil farebbe più paura a chi vuol male al Paese. Sicuramente, sarebbe una Cgil che farebbe molto bene a tutti coloro che non si sono ancora rassegnati all’idea del declino.
Noi vogliamo essere questa Cgil!

La mobilitazione decisa dallo SPI coinvolge tutte le lavoratrici ed i lavoratori del terziario e la Filcams sarà presente con una sua rappresentanza durante le iniziative previste dall’8 al 17 novembre.
Sono diversi i motivi che uniscono gli interessi dei pensionati e quelli del terziario.
Naturalmente la crisi, il crollo dei consumi, che non colpisce tutti nello stesso modo. I settori sociali più deboli pagano di più la crisi e lo si vede dall’orientamento dei consumi, profondamente cambiato per pensionati e precari del terziario.
La battaglia per difendere il potere d’acquisto delle pensioni, dunque, per una pensione giusta e dignitosa, protetta dalla crisi, è l’altra faccia della battaglia per un fisco equo, capace di colpire le grandi ricchezze e difendere i redditi da lavoro e da pensione.
Ma la battaglia dello Spi è anche quella che rilancia il valore della contrattazione sociale. Le condizioni di lavoro nel terziario impongono un ruolo più avanzato della contrattazione sociale, quindi, una capacità del sindacato e della Cgil di mettere in campo una solidarietà confederale. Mancano le strutture sociali in grado di favorire la presenza delle donne sul lavoro, così come mancano le strutture sociali finalizzate all’inclusione degli anziani nella vita delle città e delle periferie urbane.
Per queste ragioni il fronte è unico e la Filcams assume per sé anche la piattaforma con la quale lo Spi andrà alla mobilitazione di novembre.

Il Segretario Generale
Francesco Martini

Assemblea di Programma CGIL, Chianciano 15/16/17 Luglio 2009

Intervento di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL

Prima di venire a Chianciano, la domanda più diffusa tra noi era “ma a cosa serve questa Assemblea di programma?”
Giunti verso il termine di questa nostra discussione, credo che la domanda più diffusa diventerà: “Quale traccia di sé lascerà, se lascerà, nel nostro lavoro quotidiano?”.
Io non credo che possiamo catalogare questa Assemblea solo tra i materiali preparatori del nostro prossimo Congresso. In questi tre giorni abbiamo tentato di interrogarci su cosa ci sta capitando intorno e quanto ciò ridefinisca la nostra funzione ed i nostri obiettivi tra i lavoratori e nella società in crisi e quello che accade intorno a noi è indifferente ai nostri tempi ed ai nostri riti, mentre noi, indifferenti non possiamo essere. Anche per questo dovremmo offrire una versione più moderna e dinamica di questi nostri appuntamenti, dello stesso programma fondamentale, che non può essere vissuto come una sorta di Enciclica da rinnovare ogni venti anni per mettere al sicuro i principi della nostra fede e vivere una quotidianità scarsamente in grado di rinnovare questi stessi principi. La crisi che stiamo discutendo più che della fede ha bisogno di mobilitare il coraggio di guardare in faccia la realtà e la capacità di mettere in discussione certezze, che in una sede come questa dovrebbero presentarsi “dimissionarie”.
Per questo dobbiamo investire questa tre giorni, fin da domani, nella concretezza del nostro agire sindacale, sapendo che discutere di strategia, di programma di orizzonti non è altra cosa da ciò di cui ci stiamo occupando nella realtà quotidiana. Appare sempre più evidente che la crisi rende impossibile, separare il progetto dall’azione. Non è la stessa cosa, ad esempio, fare contrattazione (nazionale o di II livello) dentro un progetto o senza di esso. La stessa discussione sul modello contrattuale staccata dal progetto, sarebbe sterile, accademica, poco efficace. Epifani ha ricordato la vicenda del CCNL del commercio, sulla cui conclusione unitaria è in corso la consultazione tra i lavoratori interessati che noi non avevamo firmato per una serie di dissensi tra i quali la normativa sul lavoro domenicale. Chissà quanti di voi che la domenica si recano presso i centri commerciali che arredano le nostre periferie urbane, ha una vaga idea di ciò che si nasconde dietro quelle aperture domenicali (ed in gran parte di quelle settimanali).
La crisi dei consumi porta anche le grandi catene distributive a giocare la competizione sul terreno della riduzione dei costi. Liberalizzazione delle aperture domenicali destrutturazione della forza lavoro attraverso il ricorso a contratti di lavoro sempre più precari e adesso la messa in discussione delle condizioni economiche e normative definite attraverso la contrattazione aziendale. Il CCNL separato aveva assecondato questo tentativo di mettere in discussione la titolarità contrattuale di secondo livello, l’ipotesi che stiamo discutendo in questi giorni con i lavoratori ripristina questo diritto ed è per questo che firmeremo il contratto.
Ma senza un nostro autonomo progetto sullo sviluppo del settore distributivo a poco sarà valso aver riconquistato il diritto a contrattare l’organizzazione del lavoro, poiché rimarremo schiacciato dalla crisi. Quelle aperture domenicali parlano anche di altro, parlano dell’idea di sviluppo della rete distributiva che guarda sempre più a senso unico verso le cittadelle del consumo, i grandi formati; parlano dell’assenza di una politica in grado di riorientare il consumo di massa nel senso delle compatibilità ambientali e sociali, dell’assenza di una programmazione pubblica in grado di ridefinire priorità e qualità dei servizi sociali per cui si asseconda la domanda di liberalizzazioni di aperture domenicali nel commercio, senza riuscire a spiegare perché la domenica ci si può recare ad acquistare il secondo televisore al plasma con decoder incorporato oppure il terzo telefonino ultimo modello, mentre non si può fare il duplicato della carta d’identità oppure un bonifico al figlio che studia con l’Erasmus; ma soprattutto, dimenticando che la stragrande maggioranza di occupazione nel settore è femminile e che senza le politiche di genere nel settore quelle liberalizzazioni sono contro il lavoro delle donne e contro la condizione delle donne in generale.
Un piccolo esempio per dire che senza la capacità di mettere in campo un progetto che definisca un nuovo contesto di sviluppo nel settore, dove vi sia spazio per la contrattazione territoriale, confederale verso le aziende e verso le istituzioni, che assuma la necessità di rappresentare bisogni diversi e spesso inediti per la nostra traizione, a nulla vale dire di aver riconquistato diritti contrattuali, che ci limiteremmo ad esercitare dentro un fortino assediato. Per questo dico che il programma è fondamental se agito quale contesto quotidiano che dia respiro e offra un profilo più alto alla nostra azione che indichi non solo una linea di difesa di quello che già abbiamo.
Uguaglianza è la parola che meglio di ogni altra rappresenta la sfida della globalizzazione. Non è difficile elencare le diseguaglianze di cui altri sono responsabili: quelle prodotte da una distorta redistribuzione della ricchezza, quelle prodotte dal capitale, contro il lavoro ed attraverso egoistici processi di accumulazione, quelle prodotte dal Governo attraverso la distruzione della coesione sociale e l’uso responsabile e spesso privato della spesa pubblica. Non è difficile, e dunque, sapere contro chi e per che cosa combattere per affermare l’uguaglianza.
Ma l’uguaglianza è un valore che deve vivere innanzitutto tra noi, non come un principio di fede, ma come il primo valore della confederalità. Il valore dell’uguaglianza è sempre stata una certezza per noi, ma il mondo dentro il quale farla vivere è molto cambiato in questi anni ed anche le certezze sono diventate meno sicure.
Per questo dobbiamo interrogarci se le nostre politiche, le nostre azioni siano veramente sempre e coerentemente ispirate al principio dell’uguaglianza. Ce lo dobbiamo chiedere, quando chiude uno stabilimento manifatturiero ed i lavoratori di quell’impianto possono godere di protezione ed anche quando vengono mandate a casa migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori delle imprese di pulizia in appalto, e restano senza lavoro e senza alcuna considerazione anche da parte nostra. Nel primo caso, se l’azienda è anche blasonata, pure il governo scatta in soccorso; nel secondo caso i ministri dello stesso Governo si dimenticano degli impegni presi per garantire una manciata di ossigeno. E sapete meglio di me che l’elenco degli esempi potrebbe essere lungo.

Per tutto questo vorrei che questa discussione non finisse solo nella commissione per il programma che ci stiamo preparando ad attivare in vista del congresso, e che non potrebbe che ribadire molte cose che abbiamo già capito, ma rappresentasse un terreno del fare, fare tutto ciò che già si può fare, perché dipende solo da noi, dalla nostra volontà. Per quello che rappresentiamo, la nostra categoria vi chiederà di poterlo fare insieme già da domani.”

Roma, 27 febbraio 2009

Alla Compagna
Carla Cantone
Segretario Gen. le SPI CGIL

La Segreteria Nazionale Filcams CGIL, nel condividere le ragioni della mobilitazione nazionale del Sindacato Pensionati Italiani, esprime la solidarietà delle lavoratrici e dei lavoratori del settore Turismo-Distribuzione-Servizi.
La crisi economica e sociale e le politiche sbagliate e inadeguate del Governo colpiscono pesantemente anche le donne e gli uomini che lavorano nel settore TDS.
Le conseguenze negative appaiono ancor più gravi e socialmente inaccettabili nei confronti delle giovani lavoratrici e dei giovani lavoratori del settore, vittime della diffusa precarietà, causa di negazione dei diritti fondamentali sul lavoro.
Questo rende ancor più urgente il necessario patto sociale tra le generazioni, fondato su equità e giustizia sociale.
Per queste ragioni la Filcams sarà presente con una propria delegazione qualificata alla manifestazione nazionale dello SPI, che si svolgerà a Roma il 5 marzo p.v.
Fraterni saluti

p. la Segreteria Nazionale Filcams
Francesco Martini

Caro Gianni, Caro Carlo,

vorrei esprimervi, anche a nome della Segreteria Nazionale della Filcams, la solidarietà della nostra categoria per lo sciopero generale del 13 febbraio p.v. ed informarvi che una delegazione qualificata della Filcams parteciperà alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma.

Il settore del terziario, turismo – distribuzione – servizi, già pienamente coinvolto dalla crisi, è fatto oggetto di un significativo attacco all’occupazione e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Il precariato è già diventato disoccupazione; l’occupazione stabile viene investita di ulteriori processi di flessibilità, quale unica risposta che le aziende sono in grado di mettere in campo. Dal Governo nessuna scelta a sostegno della crisi, a partire dall’allargamento degli ammortizzatori, in questo settore quasi del tutto assenti.

A questo si aggiungono gli effetti dell’accordo separato per il rinnovo del Ccnl del commercio, che ha segnato l’inizio della crisi del processo unitario e della divisione dei lavoratori del settore.

Misure contro la crisi, tutela dei deboli, qualità dello sviluppo, difesa dei diritti e della contrattazione, democrazia sindacale, sono obiettivi che accomunano le iniziative delle categorie e per questo ci vedono partecipi convinti della vostra mobilitazione, come già lo è stato in occasione dello sciopero generale proclamato dalla sola Filcams, il 15 novembre 2008.

In questo senso, la nostra partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio vuole rappresentare un contributo alla più generale mobilitazione lanciata dalla Cgil, contro l’accordo separato sul modello contrattuale, che vedrà il suo importante momento di riunificazione nella manifestazione del 4 aprile.

Nell’augurarvi pieno successo, inviamo i saluti fraterni delle lavoratrici e dei lavoratori del settore.

Francesco Martini
Segretario Generale Filcams Cgil

La FILCAMS CGIL, federazione che rappresenta i lavoratori e le lavoratrici del terziario privato, aderisce all’appello lanciato dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e invita i propri iscritti e i lavoratori a sottoscrivere per sostenere le associazioni dei partigiani.
Proprio in questo momento di conflitto mondiale e di escalation del terrorismo internazionale occorre sostenere le associazioni che difendono la pace, la libertà e la democrazia.
L’ANPI è la migliore sintesi nazionale di tale espressione e quindi riteniamo debba essere difesa senza indugio.
La Filcams condanna con forza la decisione del Governo di centro-destra che, non stanziando i fondi necessari previsti per le celebrazioni del sessantesimo anniversario della Liberazione, nei fatti tende a cancellare la coscienza antifascista nel nostro Paese.
La Filcams, in memoria di Giovanni Nicola, Segretario Generale della FILAM (Federazione Italiana Lavoratori Alberghi e Mense), più volte recluso, confinato e infine condannato a 16 anni di prigionia per aver reiterato la stampa del periodico “ Il lavoratore dell’albergo e mensa”, sottoscrive € 10.000,00 e si impegna a partecipare a tutte le iniziative promosse dell’ANPI.

Chi volesse aderire alla sottoscrizione potrà farlo con un versamento sul conto corrente postale n°36053007 intestato a “ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Comitato nazionale, via degli Scipioni 271 – 00192 Roma.

http://www.anpi.it

American Postal Workers’
Unione 1300 L Street, N.W.
Washington, DC 20005
U.S.A.

Communications Workers of America
AFL-CIO, CLC
501 3rd Street, N.W.
Washington, DC 20001-2797
U.S.A.

Directors’ Guild of America
7920 Sunset Boulveard
Los Angeles, CA 90046
U.S.A

Graphic Communications
International Union
1900 L. Street N.W.
Washington, DC 20036-5080
U.S.A.

International Alliance of
Theatrical Stage Employees,
Moving Picture Technicians
Artists & Allied Crafts
1515 Broadway, Suite 601
NewYork, NY 10036
U.S.A.

International Brotherhood of
Electrical Workers
1125 Fifteenth Street, N.W.
Washington, DC 20005
U.S.A.

International Federation of
Professional and Technical Engineers
8630 Fenton Street
Suite 400
Silver Spring, MD 20910
U.S.A.

National Association of Letter Carriers
100 Indiana Avenue, N.W.
Washington, DC 20001 – 2144
U.S.A.

National Postal Mail Handlers Union
1101 Connecticut Avenue, N.W.
Suite 500 P O Box 2005
Washington DC, 20036
U.S.A.

Office & Professional
Employees International Union
AFL-CIO, CLC
265 West 14Th Street
Suite 610
New York, NY 10011
U.S.A.

Retail, Wholesale and
Department Store Union
30 East, 29Th Street
New York, N.Y. 10016
U.S.A.

Service Employees
International Union AFL-CIO,
CLC
1313 L Street, N.W.
Washington DC 20005
U.S.A.

United Food & Commercial
Workers International Union,
AFL –CIO, CLC
1775 K Street, N.W.
Washington D.C. 20006-1598
U.S.A.

Caro Segretario Generale,

da parte della Filcams-CGIL voglio esprimere a te, ai lavoratori e a tutto il popolo americano la nostra condanna, il nostro dolore e la voglia di dimostrare praticamente la nostra solidarietà.

In queste situazioni vogliamo dire, citando il detto di J.F. Kennedy “Io sono un Berlinese”, “Siamo tutti cittadini americani”.

Cordialmente

Ivano Corraini
Segretario Generale