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L’annuale conferenza dell’Etuc sui Comitati Aziendali Europei si è aperta il 24 ottobre 2013. Tema portante: la sostenibilità, cosa significa nel contesto economico europeo odierno e cosa possono fare i rappresentanti dei lavoratori nei Cae per declinare questa tematica in azienda.
I lavori sono stati introdotti da D. Hexel, del sindacato tedesco DGB, il quale ha definito la sostenibilità come un’azione che deve essere “sufficiente, per tutti, per sempre”. Purtroppo, ha aggiunto, una crescente crisi di legittimità pervade l’Europa sia nei confronti del progetto politico di unità europea, sia nelle politiche economiche nel loro complesso. I CAE sono dunque chiamati a lavorare in un momento difficile, ma devono mantenere la schiena diritta e continuare a portare avanti il progetto di rappresentanza europea all’interno delle multinazionali. Attualmente i CAE in Europa sono 1016 e rappresentano complessivamente circa 18 milioni di lavoratori. Questi dati sono incoraggianti per proseguire verso la strada che conduce verso una reale capacità di contrattazione transnazionale, un obiettivo sempre più vicino, ma che ha bisogno di regole, ancora non scritte dal Parlamento europeo.
Quali sono le istanze da portare avanti in “stile” sostenibile? Innanzitutto una pressione continua perché le aziende producano, in modo ecosostenibile, cose “utili”, così come lavorare perchè gli ambienti di lavoro siano ispirati a sistemi organizzativi equi ed ecologici, compresi gli aspetti legati alla salute e sicurezza, alle pari opportunità, alla non discriminazione. Un altro obiettivo che i CAE devono perseguire è quello di lavorare per un accorciamento dell’orario di lavoro e un’omogeneizzazione della retribuzione.
La conferenza prosegue con la testimonianza del rappresentante del CAE dell’azienda ferroviaria francese Bombardier, J. Hauber, il quale sottolinea quanto il trasporto ferroviario sia un esempio ottimo di mobilità sostenibile, capace di innovarsi e di creare sviluppo.
L. Triangle, dell’azienda metalmeccanica Umicore (Belgio), continua parlando di come la sua azienda abbia trasformato la sua produzione da “brown” a “green” attraverso una stretta collaborazione con il CAE, e in ultimo R. Nedzynski, coordinatore per EFFAT di alcuni CAE tra cui quello di Accor,

multinazionale alberghiera, racconta della recente firma di un accordo congiunto, i cui punti salienti sono la definizione delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori, una dichiarazione contro il lavoro minorile e una sullo sviluppo di processi produttivi in sintonia con la sostenibilità ambientale (ad esempio, l’uso consapevole delle materie prime quali cibo, acqua, delle fonti energetiche, etc.). Nedzynski sottolinea quanto questo accordo sia un risultato davvero importante per il CAE, in quanto apre la strada ad accordi simili in seno alle altre maggiori catene alberghiere.
La prima giornata di lavoro si conclude con un resoconto del ricercatore S. Vitols, dell’Istituto Sindacale Europeo, sui risultati ottenuti negli ultimi anni dalla collaborazione dei CAE con le rappresentanze dei lavoratori nei consigli di amministrazione (WBLR, workers on board level representation). Il ricercatore tedesco insiste sulla necessità della trasformazione delle imprese europee dal modello “stakeholder value” (ovvero decisioni prese sulla base di finanziatori e azionisti d’impresa) a quello “shareholder value”, ovvero un’impresa i cui processi decisionali sono basati sugli attori effettivi, tra cui troviamo i lavoratori. Guidare l’evoluzione dell’impresa verso tale modello è determinante per la realizzazione della sostenibilità, che in questo modo risulta applicata in modo multidimensionale, attraverso i meccanismi dei CAE, dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli d’amministrazione, della contrattazione collettiva, della creazione di comitati consultivi che raggruppano i diversi attori dell’impresa.
Il CAE, dunque, possono e devono giocare un ruolo sempre maggiore nella transizione dall’impresa che punta sul mero valore azionario all’impresa sostenibile, proponendo istanze di sostenibilità e sostenendo le scelte aziendali in tale direzione.
Il dibattito che segue tra i delegati, provenienti da organizzazioni sindacali e CAE di tutta Europa, mette in evidenza tra le altre cose quanto queste tesi siano ancora poco comprensibili per i Paesi più indietro in materia di diritto del lavoro, libertà sindacali e cultura della responsabilità sociale d’impresa. Ancora una volta, è compito dei CAE, con la loro peculiare vocazione allo scambio di modelli economici e sindacali, fare in modo che queste istanze prendano piede e diano il via a iniziative di modernizzazione delle imprese europee meno avanzate.

La seconda giornata della conferenza si apre con un’interessante tavola rotonda che mira a dimostrare come i CAE siano strumenti importanti per lo sviluppo di buone “governance” d’impresa.
La prima testimonianza è di A. Breuil, delegato CAE di Chèque Dejeuner (impresa nel settore dei buoni pasto), il quale ricostruisce le tappe della costituzione del CAE e di ciò che ha significato per i lavoratori della sua azienda in termini di informazione e consapevolezza. Breuil rimarca anche come i CAE possano essere un utile strumento per quanto riguarda il dialogo sociale europeo, in un’ottica di reciproca influenza e scambio di buone prassi.
La tavola rotonda prosegue con G. Guglielmi, responsabile delle Politiche Internazionali della Filcams Cgil Nazionale e coordinatore del CAE di Autogrill, che presenta alla platea presente il progetto MUMMIA (Multisectoral Multinational Managing Information & Consultation Agreements), recentemente conclusosi nella sua prima parte: un tentativo di identificare i processi che possono favorire la costituzione di un CAE nelle multinazionali che operano in più settori. Guglielmi riporta l’esempio dell’avvio del Gruppo Speciale di Negoziazione per la costruzione del CAE del Gruppo Cremonini, in cui si è seguita l’impostazione scaturita dal progetto. Le aziende multinazionali e multisettoriali rappresentano una sfida per le organizzazioni sindacali nazionali e transnazionali, in quanto l’abitudine a lavorare nei propri rispettivi settori e territori deve essere abbandonata in favore di una continua ricerca di alleanze. Il progetto MUMMIA, il cui nome rappresenta l’immobilità delle organizzazioni sindacali in contrapposizione con la rapidità delle decisioni prese dalle aziende multinazionali, risponde dunque a questa sfida, mettendo in campo strumenti di lavoro, scambio di buone pratiche, reti di contatto e alleanze globali.
Nella seconda parte della giornata, si è dato ampio spazio al dibattito e allo scambio di impressioni sulle tematiche affrontate. In particolare, sembra molto interessante la questione del coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli d’impresa: una sfida probabilmente da raccogliere ed esplorare, ma anche piena di difficoltà e problemi di applicazione nei vari stati nazionali.
La chiusura della conferenza è affidata a Claudia Menne, segretaria confederale CES, che si augura di aver offerto spunti di riflessione per chi si occupa di CAE e annuncia che gli atti della conferenza saranno pubblicati presto sul sito della CES.

A cura di Giorgia Evangelista

Posizione adottata dal comitato esecutivo della CES il 5-6 giugno 2013
sulla lotta contro i cambiamenti climatici in Europa e nel mondo

Per diversi anni la CES si è rifiutata di inquadrare il dibattito sul cambiamento climatico come una
scelta alternativa tra la tutela per l’ambiente, e un’economia inclusiva che crea occupazione.
Il mantenimento e la creazione di posti di lavoro di qualità e la protezione ed il rafforzamento del
modello sociale europeo restano le nostre priorità assolute, ma, allo stesso tempo, il contenimento
del riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi soddisfa sia i requisiti di base per la protezione
dell’ambiente, che la necessaria solidarietà verso le persone vulnerabili e le generazioni future.
Il movimento sindacale non è ambiguo a questo proposito. In questo periodo di crisi economica,
mesi prima che siano adottate scelte politiche cruciali, che influenzeranno il futuro dell’Unione
Europea e del pianeta, la CES ribadisce con forza che l’unico modo possibile di conciliare le due
ambizioni è una “giusta transizione”.
Gli accordi internazionali sul clima, nel 2015, devono consegnare un accordo universale e
ambizioso.
Dopo la delusione del vertice di Copenaghen nel 2009, le conferenze di Cancun, Durban e Doha
sono state in grado di salvare il processo di negoziati internazionali, in particolare mediante
l’assegnazione di un nuovo termine al 2015. Entro questa data, si deve concludere un accordo
sostenuto da un quadro giuridicamente vincolante, e con l’obiettivo di mantenere l’aumento della
temperatura media sotto i 2 gradi.
Il raggiungimento di questo obiettivo richiede in primo luogo che il trattato sia ambizioso in termini
di riduzione dei gas effetto serra, attraverso l’adozione di obiettivi vincolanti che raccolgano le
raccomandazioni del gruppo Intergovernativo degli esperti sui cambiamenti climatici ( IPCC -
Intergovernmental Panel on Climate Change), per ottenere una riduzione globale delle emissioni
di gas serra almeno del 50%, e una riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati tra l’80 ed il 95%
rispetto al livello del 1990. Il raggiungimento di questi obiettivi al 2050 presuppone obiettivi
intermedi credibili e che l’ambizione delle politiche esistenti sia rinforzata fin da adesso, in
conformità con il mandato della piattaforma di Durban.
In secondo luogo, ciò presuppone che il trattato sia sufficientemente ampio da impegnare tutte le
principali economie del pianeta a ridurre le emissioni di gas serra in modo analogo, ma non
identico, in conformità con il principio di una comune, ma differenziata responsabilità.
L’universalità degli obblighi di riduzione delle emissioni di gas effetto serra, eccetto per i paesi
meno sviluppati, è un prerequisito indispensabile per rafforzare l’efficacia ambientale nella lotta
internazionale contro i cambiamenti climatici, senza penalizzare eccessivamente le economie dei
paesi, come quelli dell’UE, che da anni si sono sottoposti ad obiettivi vincolanti di riduzione delle
emissioni di gas serra.
Una condizione per la conclusione di un trattato ambizioso è l’assunzione di un impegno finanziario
concreto da parte dei paesi sviluppati per aiutare i paesi in via di sviluppo a mettere in atto misure
per mitigare le loro emissioni ed adattarsi alle conseguenze del riscaldamento globale.
E’ indispensabile che i paesi sviluppati chiariscano il modo in cui intendono raggiungere l’obiettivo
di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. Il contributo pubblico del pacchetto di
finanziamento non può essere a spese dello 0,7% del PIL di aiuti allo sviluppo.
Nella stessa ottica, il ricorso al credito internazionale utilizzato per raggiungere l’obiettivo di
riduzione dei gas serra dei paesi sviluppati non deve essere contabilizzato nel contributo pubblico di
questi 100 miliardi. L’attuale pressione sulle finanze pubbliche non deve servire da pretesto per non
agire, ma, al contrario, servire da stimolo a porre in essere strumenti finanziari complementari,
come ad esempio, una tassa sulle transazioni finanziarie, una tassa sul carbonio o una revisione dei
sussidi che incidono negativamente sull’ambiente come quelli per i combustibili fossili.
In base alle decisioni assunte a Copenhagen, i finanziamenti da parte del settore privato potranno
contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Questo contributo
richiede l’imposizione di forti garanzie. La creazione di un ambiente favorevole per gli investimenti
nei paesi in via di sviluppo non deve condurre a tutto campo la privatizzazione dei servizi pubblici,
non deve favorire la crescente mercificazione delle risorse essenziali come l’acqua, le foreste ed i
terreni coltivabili. Questi flussi finanziari non devono essere contabilizzati in modo tale da liberare i
paesi sviluppati dai loro impegni. Dovrebbe essere adottato un sistema di rendicontazione
trasparente che li distingua da quelli utilizzati per le finanze pubbliche.
Il fondo verde per il clima deve contribuire a questa mobilitazione ed è urgente rendere concreto il
suo finanziamento per creare uno dei principali strumenti per la lotta contro i cambiamenti climatici
nei paesi in via di sviluppo. Inoltre, è indispensabile l’accesso delle organizzazioni della società
civile al processo decisionale, per renderlo democratico.
La nozione di “giusta transizione” è ormai parte integrante dei negoziati internazionali sul clima. La
CES vede qui l’opportunità di sviluppare un quadro internazionale per anticipare e gestire l’impatto
che la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra avrà sul mercato del lavoro e nella società.
La CES chiede di svolgere un lavoro più intenso su questo tema, a partire dalla convenzione delle
Nazioni Unite UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) e
dall’OIL (organizzazione internazionale del lavoro).
La 19esima Conferenza delle parti alla UNFCCC si terrà a Varsavia, Polonia. La CES si augura che
questa conferenza, da un lato, sia un’occasione per attirare maggiore attenzione alla dimensione
sociale della de-carbonizzazione, e d’altra parte, possa essere l’occasione per l’Unione Europea la
mostrare la sua leadership nella lotta contro i cambiamenti climatici.
Per una politica ambiziosa e socialmente e ambientalmente giusta in Europa!
Nei negoziati, che hanno preceduto l’adozione della convenzione UNFCCC nel 1992, l’Europa ha
svolto un ruolo di primo piano nella politica di lotta ai cambiamenti climatici. Prima di tutto,
accettando obiettivi vincolanti nel quadro del Protocollo di Kyoto e, successivamente, con
l’adozione di una serie di misure volte a ridurre le emissioni. Il sistema Europeo delle emission
trading (ETS), le direttive in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica, e la decisione
sulla condivisione degli sforzi per il 2020, costituiscono i principali elementi di un quadro
politico-normativo, ai quali si aggiunge: il regolamento sui gas fluorurati, la direttiva sulla
progettazione ecocompatibile, il regolamento sugli standard di emissioni per le autovetture. Queste
disposizioni sono finalizzate ad avviare una dinamica verso la decarbonizzazione dell’Europa, ma
non sono sufficienti per conseguire gli obiettivi al 2050, non sono privi di effetti collaterali e non
sono sufficientemente integrati con gli elementi per una “giusta transizione”.
Il sistema emission trading europeo (ETS)
.
L’ETS è uno degli strumenti principali del quadro europeo per la lotta contro i cambiamenti
climatici. Tuttavia, il modo in cui il sistema ha funzionato sin dal suo inizio pone diversi
interrogativi, in particolare in merito al prezzo del carbonio per tonnellata estremamente basso.
In più ha incoraggiato la speculazione finanziaria e generato attese inaccettabili. Restano dubbi
anche sui risultati ambientali derivanti dall’aver consentito l’acquisto di crediti internazionali per i
progetti. L’impatto sulle emissioni di gas serra nei settori coinvolti rimane incerta. Infine, non è
stato in grado di dare un impulso per la transizione dell’industria europea verso un’economia a basse
emissioni di carbonio, in particolare perché non ha innescato gli investimenti che di cui c’era
bisogno.
L’ETS tuttavia offre un certo numero di vantaggi, come quello di fornire un quadro normativo unico
per tutta l’industria europea e per la produzione di energia, che sembra preferibile a una
contrapposizione di sistemi nazionali diversi, che potrebbero comportare dumping ambientale
all’interno dell’UE.
La crisi ha portato allo sviluppo di critiche importanti per quanto riguarda l’impatto del sistema ETS
per l’economia europea e la competitività della sua industria. L’impatto diretto dell’ETS sui costi
della produzione in Europa è molto limitato, se non in settori molto specifici la cui situazione
dovrebbe essere presa più in considerazione. L’entità delle quote di emissione in eccesso, la
possibilità di ricorso al credito internazionale molto a buon mercato, così come il mantenimento di
assegnazione gratuita per i settori industriali considerati più a rischio di rilocalizzazione delle
emissioni di carbonio, ha mitigato considerevolmente l’impatto diretto dell’ETS sui costi di
produzione. L’impatto indiretto dell’ETS ha avuto ripercussioni sul costo dell’energia elettrica.
La CES ha verificato che i costi dell’elettricità sono una componente significativa dei costi di
produzione, ma è il risultato di molti fattori complessi, tra cui il costo delle materie prime, dei
regimi fiscali e dei costi di distribuzione.
La Direttiva 2009/29/CE prevede, all’articolo 10 bis comma 6, un meccanismo in base al quale gli
Stati membri possono adottare misure finanziarie per aiutare i settori che potrebbero essere esposti
al rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia
elettrica indotte dal sistema ETS.
Di conseguenza, appare infondato attribuire la responsabilità per la mancanza di competitività alle
politiche europee. Indebolire o smantellare queste politiche non risolverebbe i problemi strutturali
dell’industria europea. Questi problemi richiedono ambiziose politiche europee industriali ed
energetiche basate su investimenti e di supporto all’innovazione tecnologica.
L’ETS rimane per il momento il fulcro del quadro europeo per la lotta contro i cambiamenti
climatici e la CES ritiene della massima urgenza che il sistema, che è imperfetto ma può essere
migliorato, sia radicalmente riformato.
La riforma del sistema ETS deve trovare un equilibrio tra la necessaria transizione verso l’industria
a basse emissioni di carbonio e la produzione di energia in Europa e la necessità di mantenere e
sviluppare le proprie attività industriali.
Con questo obiettivo in mente, ed al fine di meglio integrare il sistema ETS in una strategia europea
per una “giusta transizione” la CES chiede che i seguenti elementi siano integrati in una sua
riforma.
Il prezzo deve essere adeguato per dare l’impulso per gli investimenti, al fine di accelerare la
modernizzazione low-carbon dell’industria europea, senza allo stesso tempo penalizzare i settori più
a rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.
I ricavi generati dalla vendita all’asta delle quote di emissioni dovrebbero in parte sostenere
l’innovazione industriale a basse emissioni di carbonio ed in parte per vasti programmi di
formazione e riqualificazione per i lavoratori colpiti dalla de-carbonizzazione dell’economia
europea per anticipare i cambiamenti.
Si deve creare un meccanismo di “assicurazione del carbonio” per collegare le quote assegnate al
sostegno e mantenimento del settore manifatturiero. Quando una società chiude o un luogo di
produzione viene ristrutturato significativamente, il valore delle quote che gli erano attribuite
devono essere utilizzate per benefici ai lavoratori coinvolti, in aggiunta agli strumenti già esistenti,
per affrontare le ristrutturazioni aziendali.
Il sistema ETS non deve portare ad una situazione in cui, prima, gli impianti industriali vengono
trasferiti in siti meno efficienti per motivi di protezione dell’ambiente e, dopo, quelle regioni
esportano i loro prodotti facendoli tornare in Europa.
Così facendo si avrebbe un set-up inefficace a ridurre le emissioni globali di gas serra e dannoso per
l’occupazione industriale in Europa.
La seguente misura potrebbe contribuire ad evitare un tale scenario. L’elenco dei settori e dei
sottosettori esposti a rischio elevato di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio dovrebbe
preservare le industrie ad alta intensità energetica che sono in concorrenza con le regioni del mondo
in cui l’industria non è soggetta a restrizioni comparabili. La revisione della composizione della lista
deve essere basata su una metodologia trasparente e solida e anche prendere in considerazione
l’evoluzione del prezzo del carbone sul mercato europeo e riservare questo meccanismo per i settori
e sotto-settori in cui vi è la prova reale di un rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.
A lungo termine, l’UE non può sostenere un sistema ETS, compatibile con le finalità del 2050,
senza un accordo internazionale che imponga una restrizione di carbonio simile a tutte le economie
del pianeta. In aggiunta agli sforzi dispiegati nel contesto dell’UNFCCC, l’ambizione di costruire un
quadro internazionale per la lotta contro i cambiamenti climatici deve essere al centro della
posizione europea nei negoziati commerciali internazionali, bilaterali o multilaterali. Un
meccanismo per la tracciabilità del carbonio dovrebbe aiutare a rivelare l’impronta di carbonio dei
prodotti importati nell’UE. Questo meccanismo dovrebbe rilevare il contenuto di carbonio dei
prodotti immessi sul mercato e potrebbe servire da base per un meccanismo di adeguamento alle
frontiere come ultima risorsa.
L’uso del credito internazionale nel sistema ETS deve essere limitato sia quantitativamente che
qualitativamente. Il ricorso ai crediti internazionali non può che essere un complemento agli sforzi
per ridurre le emissioni che devono essere raggiunti principalmente sul mercato interno. Inoltre,
conformemente alle precedenti risoluzioni adottate dalla CES sul questo tema, i progetti proposti
devono rispettare le convenzioni fondamentali dell’OIL, nonché le convenzioni 155 (Salute e
Sicurezza dei Lavoratori) e 169 (popolazioni indigene e tribù). Dovrebbero anche portare benefici
reali per lo sviluppo sostenibile dei paesi più poveri ed includere la dimensione sociale.
Lo sforzo di condividere le decisione (ESD effort sharing decision) ed il quadro al 2030
L’ESD (decisione 406/2009/CE) più del 50% dei gas serra dell’UE sono determinati da settori
cruciali come i trasporti, i rifiuti e le costruzioni. Visto il contributo di questi settori alle emissioni
dell’UE, la decisione deve essere rafforzata ed estesa a formare parte integrante dello sforzo europeo
per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2030. Obiettivi nazionali ambiziosi per il 2030
consentiranno di realizzare investimenti significativi (in particolare per le infrastrutture dei
trasporti) e di creare un gran numero di posti di lavoro (in particolare nella ristrutturazione edilizia).
Va sottolineato che aumentare gli obiettivi di riduzione delle emissioni in questi settori
significherebbe che le industrie ad alta intensità energetica, che sono esposte alla concorrenza
internazionale, non dovrebbero assumersi la maggior parte del carico della riduzione delle
emissioni.
Nel quadro della revisione della ESD le restrizioni all’uso dei crediti internazionali nel sistema ETS
dovrebbe essere applicabili, mettendo in chiaro che questi crediti internazionali possono essere solo
un complemento alle ambiziose politiche interne.
La ripartizione degli oneri tra gli Stati membri devono valutare le differenze tra Stati membri in
considerazione delle loro capacità di azione (livello di ricchezza, vincoli geologici, morfologici,
ecc).
Il quadro della politica climatica europea per il 2030 dovrebbe anche prevedere un rafforzamento di
due direttive indispensabili se vogliamo ottenere riduzioni dei gas serra entro il 2050: la direttiva
sulle energie rinnovabili (Direttiva 2009/28/CE) e la direttiva per l’efficienza energetica (Direttiva
2012/27/EU). Nuovi obiettivi nazionali vincolanti verso il 2030 per le energie rinnovabili e per
l’efficienza energetica potrebbero inoltre, offrire diversi vantaggi.
Agire ora, piuttosto che aspettare, ridurrebbe il costo della decarbonizzazione.
Darebbe un chiaro segnale per gli Stati membri di attrarre investimenti in questi settori, creando
così posti di lavoro che potrebbero sostenere l’innovazione tecnologica in Europa.
Il controllo del consumo interno di energia e la sostituzione dei combustibili fossili con le energie
rinnovabili può portare importanti benefici sociali, geopolitici e di macroeconomia a un’Europa che
importa il 55% della sua energia.
L’ inerzia non è la soluzione
In questo periodo di crisi economica, e tenendo conto della concorrenza che è caratteristica della
globalizzazione, ci sono alcuni lobby che sostengono una politica energetica che è orientata
esclusivamente verso la sicurezza dell’approvvigionamento e la competitività a breve termine.
Naturalmente questi aspetti devono essere presi in considerazione, ma non possiamo ritardare o
ignorare la lotta contro i cambiamenti climatici. Per questo, tutte le sfide devono essere affrontate
insieme. L’aumento del costo dell’energia e delle materie prime rappresenta un rischio strutturale
significativo e la “giusta transizione” apre la possibilità di una visione più ampia e più a lungo
termine, in particolare sulla base di cinque elementi chiave: la partecipazione dei lavoratori, la
creazione ed il mantenimento di posti di lavoro, assicurando l’ecocompatibilità della formazione,
l’istruzione e le competenze, i diritti sindacali e di protezione sociale.
Un vasto piano di investimenti è la pietra angolare di tale strategia. La tabella di marcia per
un’economia a basse emissioni di carbonio in Europa nel 2050 comprende la necessità di un
investimento dell’1,5% del PIL europeo annuo (più o meno 270.000.000.000 di euro). La CES
inoltre ha recentemente ribadito che: "un importante programma di investimento – un nuovo
programma europeo di ripresa – pari all’1-2% del PIL europeo è indispensabile per ripristinare la
crescita sostenibile e affrontare la disoccupazione.
Le politiche di austerità che prevalgono in Europa insieme con la finanziarizzazione dell’economia,
portano ad una fissazione sul breve termine che attualmente priva l’UE di investimenti
indispensabili.
La CES ribadisce l’urgenza di sviluppare un’alternativa alle politiche di austerità che non solo sono
ingiuste, ma non funzionano, e ripete la sua richiesta di applicare una giusta transizione in Europa e
nel mondo.

Libro bianco sulle pensioni: la posizione della CES

Pubblichiamo in allegato, tradotta in italiano, la posizione della CES in merito al Libro Bianco sulle pensioni della Commissione, intitolato “Un’agenda dedicata a pensioni adeguate, sicure e sostenibili”.

E’ opinione della CES che i contenuti del Libro Bianco non soddisfino le aspettative sollevate nel titolo. La CES deplora l’approccio del testo della Commissione e in particolare l’innalzamento dell’età pensionabile, come pure il rafforzamento dell’adesione a piani pensionistici privati ritenendo, invece, che il modo migliore per garantire le pensioni consista nel potenziamento dei sistemi pensionistici pubblici.

Oltre che in un periodo di forte crisi, la pubblicazione del documento della Commissione avviene nel corso dell’ ”Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni”; è quindi intenzione della CES utilizzare questa circostanza per organizzare una conferenza a ottobre, a Cipro, e proporre alle organizzazioni affiliate un piano di azione sindacale per affrontare la questione nel suo complesso.

A cura di: Fausto Durante

Nota sul Comitato Esecutivo CES, Bruxelles 5 e 6 giugno 2012

12/06/2012

Il Comitato Esecutivo della CES si è riunito a Bruxelles nei giorni 5 e 6 giugno scorsi.

Punto principale all’ordine del giorno è stata l’approvazione del “Patto sociale per l’Europa”, la cui elaborazione è stata portata avanti dalla CES e dalle sue organizzazioni affiliate nei mesi scorsi. Si tratta di un documento da sottoporre alla discussione con le organizzazioni datoriali, le istituzioni europee, i governi nazionali sulle proposte della CES per una governance economica diversa e per un profilo dell’Europa sociale da contrapporre alle politiche di austerità al fine di promuovere, proteggere e rafforzare il modello sociale europeo.

Lo scorso dicembre alcune organizzazioni sindacali (CGIL, CC.OO Spagna, UGT Spagna, DGB Germania, CGT e CFDT Francia, FGTB e CSC Belgio) avevano pubblicato su alcuni quotidiani europei un documento comune che chiedeva un nuovo Patto sociale ed economico che includesse alcune questioni principali quali l’occupazione, i salari, le pensioni, le indennità di disoccupazione, il welfare, con il coinvolgimento attivo del sindacato. Molti sindacati, non firmatari dell’articolo, hanno sostenuto tale proposta ed è partito un dibattito in seno alla CES.

I contenuti del Patto sono stati discussi sin dalla Scuola di alto livello di febbraio scorso a Copenhagen, nel corso della quale le varie oo.ss. e la CES hanno proposto una serie di opzioni su come il movimento sindacale europeo potesse affrontare l’impatto della governance economica sui salari e sulle condizioni di lavoro e, più in generale, sulle relazioni industriali. Il Segretario Generale della CES ha poi presentato una prima proposta nel corso della riunione dell’Esecutivo di marzo scorso. Le prime reazioni all’Esecutivo di marzo sono state positive e si è proceduto all’invio di emendamenti scritti. La CGIL, insieme a CISL e UIL, in tutte le sedi e in tutte le riunioni della CES ha sollevato la questione relativa al salario minimo, argomentando le ragioni per le quali il sindacato italiano sia contrario alla sua introduzione, e riaffermando che solo la contrattazione collettiva, l’autonomia delle parti sociali e la più ampia copertura a livello nazionale della contrattazione, possono garantire salari dignitosi e migliori condizioni di lavoro. Per queste ragioni, i sindacati italiani, si sono espressi contro la formulazione del Patto che prevedeva di indicare degli obiettivi quantitativi per gli aumenti dei salari minimi che raggiungessero almeno il 50 % del salario medio o il 60 % del salario mediano.

Fermo restando che il sindacato italiano è favorevole che, laddove esistano, i salari minimi debbano aumentare in percentuali significative per garantire livelli retributivi dignitosi, ciononostante ritiene che 1) in un documento in cui si enunciano principi generali non si debba entrare nel dettaglio fornendo obiettivi che in molti Paesi possono invece creare problemi, vista la diversità dell’importo del salario minimo tra Paese e Paese, e, 2) è evidente da parte delle istituzioni europee e di molti governi nazionali l’intenzione di introdurre il salario minimo legale così da poter intervenire sulle dinamiche salariali quale strumento di competitività dell’Unione Europea. Un’apertura della CES in questo senso potrebbe essere controproducente.

CGIL, CISL, UIL hanno avuto un incontro a Roma con Bernadette Ségol agli inizi di maggio per discutere più nel merito i contenuti del Patto e per spiegare la loro posizione sul salario minimo.

Nel periodo precedente all’Esecutivo di giugno si sono susseguiti contatti ed incontri con vari sindacati europei per cercare di trovare una mediazione possibile sul tema, alla luce dell’insistenza della Ségol a mantenere invariata la proposta CES sulle percentuali indicative per il salario minimo.

Nel corso della riunione dell’Esecutivo, CGIL, CISL, UIL hanno confermato di non poter votare a favore del documento perché in disaccordo con il punto suddetto.

La discussione in Esecutivo ha poi portato DGB Germania, OeGB Austria, LO e TCO Svezia, FTF Danimarca, FGTB Belgio, CC.OO Spagna, CGT Francia e UGT Portogallo, ad appellarsi alla Ségol per stralciare la parte delle percentuali per consentire una approvazione unanime del documento.

La Ségol nelle sue repliche finali ha quindi dovuto accettare la richiesta di stralcio e il documento, con tutte le modifiche richieste, è stato approvato all’unanimità.

La CES, alla vigilia del Vertice europeo sulla crescita del 28 giugno, ha intenzione di organizzare una Conferenza sindacale di alto livello invitando Van Rompuy, Barroso, il Primo Ministro danese, Hollande, Monti, Merkel, Schultz e BusinessEurope, e, in quell’occasione, verrà presentato ufficialmente il Patto sociale. In allegato trovate il testo approvato tradotto in italiano.

Nel corso della riunione è intervenuto il Commissario all’occupazione, affari sociali e inclusione, Laszlò Andor, sul pacchetto occupazione, pubblicato in aprile, che rappresenta la risposta della Commissione europea all’alto livello di disoccupazione dell’Europa, e fissa una serie di obiettivi di medio termine per l’Unione europea e per gli Stati membri per sostenere una “ripresa dell’occupazione” e raggiungere le scadenze previste per la Strategia Europa 2020. La CES ha riconosciuto una serie di sviluppi positivi presenti nel pacchetto, in particolare il riconoscimento da parte della Commissione che la nuova governance europea debba essere coordinata con le politiche sociali e dell’occupazione e che le parti sociale debbano essere coinvolte più strettamente in questo processo. Con una disoccupazione della zona euro che raggiunge l’11% e il 10 % nel resto dell’Unione europea (25 milioni di persone) la priorità per la CES deve essere quella di fermare e capovolgere questa crisi economica devastante e il Pacchetto Occupazione rappresenta un primo passo positivo in questa direzione. Ciò che è preoccupante è che l’UE continua nelle sue politiche di austerità rendendo così vane le proposte positive presenti nel Pacchetto. Per queste ragioni la CES sostiene che sia necessario: una sospensione temporanea della austerità nell’anno in corso e una moratoria sui tagli occupazionali del settore pubblico; un piano di investimenti europeo sugli investimenti strutturali sostenuto da nuove forme di finanziamento compresa una tassa sulle transazioni finanzarie e gli eurobonds; che la BCE possa agire come prestatore di ultima istanza.

La CES inoltre critica uno degli obiettivi principali del Pacchetto, le riforme del mercato del lavoro attraverso un aumento della flessibilità e la deregolamentazione dell’occupazione, che avrebbe come conseguenza quella di creare ancora maggiore disoccupazione nel breve termine.

Altro punto affrontato dall’Esecutivo è stato quello relativo ai negoziati sull’orario di lavoro. I negoziati per la revisione dell’orario di lavoro sono cominciati a dicembre e vi sono stati tre incontri delle parti sociali. Sulla base del mandato, nei primi tre incontri ci si è focalizzati sulla metodologia e sulla scelta dei temi. Businesseurope ha proposto di cominciare a lavorare sul lavoro a chiamata, sui congedi e sul periodo di riferimento, mentre la CES ha proposto l’opting out, la conciliazione e i lavoratori autonomi. In maggio ha avuto luogo un seminario congiunto su questi temi. La prossima sessione negoziale avrà luogo il 26 giugno e sono state già proposte altre due date per settembre e ottobre. Dal punto di vista politico non è chiaro quale potrà essere l’esito del negoziato e le reali intenzioni degli imprenditori di giungere ad un accordo. E’ evidente che è in gioco anche la credibilità delle parti sociali europee.

A conclusione dei lavori è stato approvato un ordine del giorno di solidarietà alle popolazioni dell’Emilia colpite dal terremoto che trovate in allegato.

A cura di Fausto Durante e Giulia Barbucci

Procede, in ambito della Commissione Europea, la discussione sull’aggiornamento delle direttive sugli appalti pubblici, le cui proposte di revisione sono state state presentata il 20 dicembre 2011. Sono state avanzate, in particolare: una proposta di nuova direttiva sugli appalti pubblici nei settori ordinari, che sostituirà la direttiva 2004/18; una proposta di nuova direttiva sugli appalti pubblici nei settori speciali, relativa ad acqua, energia, trasporti e servizi postali, che sostituirà la direttiva 2004/17; una proposta di nuova direttiva sulle concessioni, ad oggi disciplinata a livello europeo.

Le proposte formulate dalla Commissione, se approvate dagli Stati membri entro la fine del 2012, entreranno in vigore dal 30 giugno 2014.
Nell’ambito della “fase ascendente” del diritto comunitario, la Camera dei Deputati ha iniziato, in data 21 marzo 2012, l’esame dei provvedimenti in questione. In tale sede è stato rilevato che le proposte di nuove Direttive recheranno un complesso articolato di disposizioni che potrebbero avere un delicato impatto sull’ordinamento italiano. Infatti, nell’arco di tre anni si procederebbe ad una profonda revisione dell’intera materia della contrattualistica pubblica che, proprio in occasione della entrata in vigore delle precedenti direttive, era stata codificata nel D.Lgs 163/2006.

La riforma della normativa costituisce una delle dodici azioni prioritarie nell’ambito dell’Atto per il mercato unico, adottato ad aprile del 2011 e si pone come obiettivo di sfruttare le potenzialità degli appalti pubblici al fine di favorire la crescita sostenibile, l’occupazione e l’inclusione sociale.

Il mercato degli appalti pubblici costituisce una parte rilevante dell’economia in quanto contribuisce a determinare il 19% del PIL dell’Unione europea.

Una positiva revisione e applicazione delle norme sugli appalti pubblici potrebbe contribuire notevolmente al rilancio degli investimenti, favorendo il superamento della crisi dell’economia europea oggi stretta da una politica recessiva prodotta dai tagli alla spesa pubblica e da una eccessiva tassazione delle categorie sociali più deboli. In questo ambito, la Ces ha sollevato più di un problema e prodotto proposte migliorative tese a tutelare i diritti dei lavoratori, sottolineando la necessità che tutte le parti di una procedura di appalto pubblico siano vincolate dal diritto nazionale del lavoro e dai contratti collettivi applicabili localmente (vedi in allegato la Posizione della CES adottata dal Comitato Esecutivo il 6 e 7 marzo u.s. tradotta in italiano).

La Ces ritiene che sia necessario assicurare che la riforma non favorisca processi di dumping sociale, cosi come evidenziato dal caso Rueffert, dove ad imprese europee è stata data la facoltà di operare in un altro Paese membro applicando ai propri dipendenti i contratti nazionali più bassi dello Stato di provenienza e non quelli del territorio dove si svolgeva la prestazione.
La Ces ha esplicitato la necessità di introdurre un più robusto sistema di norme sulla responsabilità collettiva e solidale, per stabilire chiaramente, nell’ambito degli affidamenti, che l’intera catena di sub appalti deve essere ritenuta congiuntamente responsabile, per evitare abusi sulle condizioni di lavoro e per quanto riguarda le retribuzioni, la sicurezza sociale, la salute, la formazione e i diritti fondamentali.

In tale contesto, la Ces ha inteso esplicitare il superamento del criterio del prezzo più basso negli appalti pubblici, forma questa di aggiudicazione che ha devastato la qualità delle opere e dei servizi e prodotto una competizione al ribasso tra le imprese, tesa a ridurre il costo del lavoro per recuperare margini di profitto. Nelle aggiudicazioni invece, va privilegiato il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, al fine di valutarne i meriti sociali ed economici.

Viene inoltre richiesta una moratoria sulle liberalizzazioni in assenza di una valutazione dell’impatto degli effetti delle attuali misure Ue, esprimendo la necessità di estendere e rafforzare le modalità in-house per la fornitura di pubblici servizi direttamente ai cittadini. Ciò perché i servizi di interesse generale sono uno strumento indispensabile per assicurare i diritti fondamentali e la coesione sociale.

Viene inoltre valutato positivamente il riconoscimento che i servizi sociali non possano essere trattati allo stesso modo di altri servizi pubblici e tuttavia il rispetto del diritto del lavoro e degli accordi collettivi deve valere anche per il regime degli appalti per i sevizi sociali, escludendo la sicurezza sociale e i servizi sindacali in quanto questi non costituiscono servizi ai sensi della legislazione europea.

A cura di: Fausto Durante e Sergio Genco

16 maggio 2012

ETUC, ETUCE and ILGA-Europe commit to work jointly to combat homophobic bullying in schools, in workplaces and in society

16 May 2012

On the 2012 International Day Against Homophobia and Transphobia, the European Region of Education international, the European Trade Union Committee for Education (ETUCE), the European Trade Union Confederation (ETUC), and the European Region of the International Lesbian, Gay, Bisexual and Intersex Association (ILGA-Europe), affirm their commitment to strengthen their collaboration at national and European level to prevent and combat jointly homophobia and transphobia at school, in workplaces and in society.

As democratic representative organisations, trade unions play a special role in society and contribute effectively to the development of many aspects of society, including education. Trade unions should continue to be at the forefront in tackling any forms of discrimination, at the workplace and in all their actions and activities.

Good practices have already been initiated at national level by many public authorities, civil society organisations and trade unions. Let’s share them and expand them!

Said Claudia Menne, ETUC Confederal Secretary: “Homophobic bullying and harassment occur every day within society. Individual children and adults are harassed on the basis of their perceived or actual sexual orientation. Schools are, among other key players, responsible for ensuring that society’s diversity is respected”.

ETUC, ETUCE and ILGA-Europe reaffirm today their commitment to work jointly towards those objectives and to seek that, in the future, no one within the school community will be bullied, harassed or discriminated, on the basis of sexual orientation, gender identity or gender expression.

Joint commitment of the European Trade Union Committee for Education, the European Trade Union Confederation and the European Region of the International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association to combat homophobic bullying in schools, in workplaces and in society

THE MEETING BETWEEN PRESIDENT HOLLANDE AND CHANCELLOR MERKEL MUST SET A DIFFERENT COURSE FOR EUROPE

15 May 2012

The European Trade Union Confederation (ETUC) hopes that the meeting between the new president of the French Republic, François Hollande, and the German chancellor, Angela Merkel, will mark a new beginning for a Europe of growth and not longer of austerity.

The ETUC has for years criticised the automatic austerity imposed on certain European countries as a remedy for their deficits.  The European trade union has always called for a stimulus plan through investments for growth so as to create quality jobs and social justice. Austerity is an economic and political failure, as proved in the recent elections in Europe.  European leaders seem to have heard the message of the voters, because growth has become the main topic of European discussions. The ETUC calls for growth through investments and through the activation of certain financial levers (tax on financial transactions, Euro bonds, redefinition of the role of the European Central Bank and the European Investment Bank).  Margins of manoeuvrability are possible.

The ETUC General Secretary Bernadette Ségol stated:  “We have noted a change of tone and content in the discourse of certain European leaders and we are delighted.  It turns out that generalised austerity has reached a stalemate and growth is seen as a serious way forward, to the point of featuring in the discussions in several European countries. Growth has also cropped up in the European institutions debate, as an informal summit is to be held on this issue on May 23rd.  I hope that the meeting of the heads of state of France and Germany held today will help to put Europe back on track for growth and mark a turning away from budgetary rigour alone.  Even if the political discourse is moving in a direction we consider favourable, we must stress that the economic situation remains worrisome with unacceptable unemployment levels. We are seriously concerned about the deteriorating situation in Greece but also in Spain.  An upturn for growth, yes – but not just any growth.  We will not accept growth based on structural reforms – a euphemism for deregulation.  We have always had another ambition for Europe and for European workers.”

THE EU BUDGET MUST SUPPORT EMPLOYMENT AND GROWTH

8 May 2012

The European Parliament is currently finalising its position on the legislative package proposed by the Commission for the future cohesion policy, linked to the proposed Multiannual Financial Framework for 2014-2020. The European Trade Union Confederation (ETUC) considers that there are several positive elements in the Commission’s proposals. However, the ETUC expresses strong concerns about a number of issues, such as the amount and distribution of Funds and more specifically the macroeconomic conditionalities.

The ETUC strongly rejects the Commission’s proposal concerning the application of financial sanctions and incentives regarding Structural Funds, linked to the Stability and Growth Pact. These sanctions would penalise already weak Member States, regions and localities. The result would be the impoverishment of the people of the European Union and thus contrary to the basic principles of economic, social and territorial cohesion policy as reaffirmed in the Lisbon Treaty.

The extraordinary context of the economic crisis requires an EU budget strictly aimed at supporting economic and employment growth and a proper and strengthened involvement of social partners in discussions regarding the new Regulations of the Structural Funds.

Luca Visentini, ETUC Confederal Secretary declared: “The European Social Fund must be the instrument used for implementing the European Employment Strategy, and for ensuring and reinforcing European solidarity. It is thus essential that Member States respect minimum shares for the European Social Fund (ESF) first of all, by allocating at least 25% of the Cohesion envelope for the ESF in the less developed regions”.

In addition, it is highly important that the ESF continues to support the development of social dialogue by improving the capacity building of the social partners. This commitment should be compulsory and ensure that 2% of ESF resources are allocated to activities undertaken by the social partners.

The ETUC strongly believes that social partners have a key role to play in ensuring that measures related to the EU Structural Funds function properly. The “European Code of Conduct on Partnership”, proposed by the Commission, is needed and has to be precisely defined and supported in the negotiations with the Member States.

EMPLOYMENT PACKAGE: LABOUR MARKET REFORMS WILL NOT CREATE NEW JOBS AND RELAUNCH ECONOMY

18 April 2012

Today, the Commission published its Employment Package. Whilst its Communication “Towards a jobs-rich recovery’ rightly puts the focus on the daunting challenge of tackling high and persistent unemployment across Europe, the European Trade Union Confederation (ETUC) has major reservations about its ability to deliver.

The Commission’s proposals will do nothing to help create quality jobs, if the European Union and its member states continue to implement rigid fiscal austerity rules. On the contrary, cutting deficits in the midst of a recession will produce a deeper recession and even higher unemployment rates. Labour market policies cannot compensate for failing macro-economic policies. The Commission correctly identifies several sectors – the green economy, health and Information, Communication and Technology (ICT) – with the potential to create employment. However, without the necessary investment to develop these sectors, including investment in skills, training and higher wages, particularly in the health and social services sector, this will merely remain as good intentions.

The Commission continues to focus on labour market reforms and to recycle old and tired recipes, such as flexicurity. Whilst the model has worked in some Nordic countries, in other parts of Europe it has resulted in increased insecurity for workers. Promoting the concept whilst advocating austerity is disingenuous – it will not create sustainable jobs but it will instead result in even more precarious work and inequalities. The German and Central and Eastern European member states reforms are a striking illustration of this.  

The Communication does contain some positive proposals: strengthening the involvement of social partners in the elaboration of macroeconomic and labour market policy, the role of decent wages in securing job quality and domestic demand, increasing minimum wages to help prevent growing in-work poverty, action to support youth employment and to tackle undeclared work. To replace the “governance of austerity’ with the “governance of growth and good jobs’, the ETUC urges all European policy makers to advance on these proposals.

Bernadette Ségol, ETUC General Secretary declared: “While we have yet to carry out a detailed analysis of all the full package, our initial reaction is that it does not rise to the challenge of European unemployment which now affects 24,5 million people. Growth and jobs creation must be the utmost priority but without a re-assessment of austerity and a European Investment plan the EU will continue to fail to deliver".

 


MEDIA ALERT

ETUC joins the launch of the world-wide Campaign12 by 12: decent work for domestic workers!”

16 December 2011


On Monday 19 December, hundreds of domestic workers from Europe and third EU countries will symbolically clean the square in front of the European Parliament in Brussels.*(1)

This initiative is meant to kick off the world-wide Campaign "12 by 12" led by the International Trade Union Confederation (ITUC) in partnership with the European Trade Union Confederation (ETUC), the International Domestic Workers Network (IDWN) and several national unions and NGOs fighting for women’s and migrants’ rights.

There are over 100 million workers employed to do domestic work in someone else’s house all over world. Exact figures are hard to come by given that domestic work is not only a significant sector of work but also an important part of the grey economy.

The aim of the 12 by 12 Campaign is is to get the first 12 countries to pass decent laws for domestic workers in 2012 and ratify the C 189 Domestic Workers Convention.

Domestic workers are campaigning for one day off a week, a minimum wage, an 8-hour day, the right to join a union, protection from exploitation and abuse, social protection and the regulation of employment agencies.

The European Union should be a driver in promoting the rights of domestic workers who are heavily under-protected and victims of harassment everywhere in Europe” said Bernadette Segol, ETUC Secretary General. “We call Member States and the EU to provide these workers with adequate legislative and contractual protection, in line with the spirit of ILO Convention C189”.

*(1)

When: 12:12pm Monday 19th December, 2011

Where: The square in front of the European Parliament

What: Domestic workers in aprons, with scrub brushes will clean the square in front of the European Parliament, starting at 12:12 pm

Who: 100s of domestic workers; Bernadette Ségol, General Secretary of the ETUC; Sharan Burrow, General Secretary of the International Trade Union Confederation; Solidar; International Domestic Workers Network; Alejandro Cercas MEP, and the Belgian trade unions CSC, FGTB and CGSLB-ACLVB.


CRISIS IS NOT AN EXCUSE TO REDUCE HEALTH AND SAFETY PROTECTION – IT’S TIME FOR A NEW STRATEGY, SAYS ETUC

13 December 2011



Meeting in Cracow (Poland), over 100 trade unionists within European Trade Union Confederation (ETUC) from across Europe have launched a strong call for a new EU strategy on health and safety. Unions also strongly rejected attempts to exempt micro enterprises from EU rules in the name of crisis measures.


"All workers have a right to working conditions respecting their health, safety and dignity regardless of the size of company they work for,"
reminded Bernadette Ségol, ETUC General Secretary, in opening the conference. "The ETUC will not accept a reversal of the burden of proof for small and medium enterprises (SMEs) on the need for risk assessment when we know that workers are often more at risk in smaller workplaces."


On 7-8 December, the ETUC Executive Committee adopted a resolution on a new European Health and Safety strategy. The ETUC has launched a series of demands for the EU strategy for 2013-2020 based on reinforcing prevention structures, worker participation and addressing the long-term impact on health from chemicals and hazardous substances, musculo-skeletal disorders and psycho-social risks.


"The increased pressure on workers in the crisis and the rise in precarious work demands a new EU strategy, the current strategy is not adequate",
stated Judith Kirton-Darling ETUC Confederal Secretary.


The ETUC is calling for MEPs to support these demands as reflected in MEP Karima Delli’s European Parliament report due to be adopted in Strasbourg on 14 December:
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&mode=XML&reference=A7-2011-0409&language=EN


COP 17 Climate Conference in Durban: Mixed Outcome and an Appeal to Europe

13 December 2011

For the European Trade Union Confederation (ETUC), Durban managed to save the process, Europe showed itself to be responsible, but a great deal remains to be done to tackle the problem of climate change. Faced with this situation, the ETUC calls on Europe to rapidly adopt a “new sustainable deal” by encouraging investment that should lead to a low-carbon economy capable of creating quality jobs.

The Durban Conference was brought to a close with an agreement which – for the moment! — has managed to save the multilateral approach, but not really the climate. We are in fact still far from the measures needed to reach the goal of limiting global warming to 2°C maximum, even if steps in the right direction have been taken.

Now, every year lost increases the climate bill still further and passes this heavy burden even more to future generations. Moreover, even though climate change is global, it affects the most vulnerable first — the countries in the southern hemisphere which are the most exposed, but also workers and the most underprivileged members of society.

Unlike other industrialised parts of the world (including Canada which, deplorably has withdrawn from the Kyoto Protocol), Europe assumed its responsibilities in Durban, by agreeing to continue to reduce its CO2 emissions under a legally restrictive framework, which will nonetheless only concern 16% of world’s emissions!

The European Trade Union Confederation (ETUC) wishes to congratulate the European Union on its position in Durban, and for the commitments it has undertaken, because they were better than many other developed countries. Nevertheless, the ETUC underscores the fact that these commitments, which essentially come down to business as usual, are not ambitious enough in view of the recommendations made by scientists.

The ETUC expects the European Union to set higher goals, in line with the recommendations of the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). It has reiterated its call for a “new sustainable deal for Europe” to be enacted by encouraging the adoption of active, voluntary public policies and the promotion of investment in energy efficiency and the rational use of resources, thereby creating and preserving quality jobs in Europe – whilst integrating, as the ETUC has always called for — a strong and restrictive chapter in all commercial agreements that includes the need to comply with environmental and social standards.

The ETUC also calls on the European Union to chart a roadmap in cooperation with the trade unions, for the right transition to implementing these European commitments: an active promotion of the social dialogue at all levels, sectoral roadmaps, including strategies for employment, education and training, instruments for anticipating change and restructuring, the promotion of strong and efficient social protection systems, and respect for human rights and labour.

For the ETUC, the implementation of these commitments undertaken by the EU at Durban cannot be left to the market or to chance. The transition to a low-carbon economy must be managed at all levels, including the social level, which entails meeting all the conditions for a just transition that the international trade union movement has been advocating for years, and which all the signatory States recognised as a necessity in the Cancun agreement of 2010.

In allegato il report e la dichiarazione finale della Conferenza CES/ETUC giovani tenutasi a Cracovia il 10-11 novembre 2011

A cura di Salvatore Mara

Giulia Barbucci – Rosanna Rosi
Comitato Donne CES – Bruxelles 3-4 novembre 2011
09/11/2011

Il Comitato Donne della Ces, ha tenuto la sua prima riunione dopo il Congresso di Atene. Sono stati valutati gli importanti risultati ottenuti nel corso del Congresso, sia nei documenti (Manifesto di Atene e Piano di Azione) sia dal punto di vista della rappresentanza e del gender mainstreaming.

Infatti la Ces, oltre ad avere eletto una donna nella posizione di Segretario Generale, ha una composizione della sua Segreteria che prevede la presenza di tre uomini e quattro donne. Nel Congresso di Atene la presenza delle donne ha raggiunto il 40 % (anche la Cgil con 16 delegati uomini e 11 donne); problemi rimangono ancora nell’Esecutivo Ces, rappresentato per il 72,4% da uomini e dal 27;6 % da donne provenienti dalle organizzazioni nazionali (per la Cgil su tre membri effettivi due sono donne). Il Comitato donne ritiene necessario insistere sulla rappresentanza delle donne anche monitorando i progressi che man mano verranno realizzati. Ricordiamo che il Comitato Esecutivo del marzo scorso ha approvato delle raccomandazioni in merito.
Patrick Itschert, Segretario Generale Aggiunto, è intervenuto nel Comitato in merito agli sviluppi nell’area del dialogo sociale riferendosi in particolare al Programma di lavoro delle parti sociali europee per il periodo 2011- 2014 che prevede come una delle sue priorità un lavoro congiunto per il il superamento delle disparità salariali.

Inoltre la Campagna della Ces, che dovrà essere approvata nella riunione del prossimo Comitato Esecutivo di dicembre, prevede iniziative specifiche sul tema della parità salariale e Itschert si è comunque impegnato ad applicare la prospettiva di genere a tutta la campagna.

Claudia Menne, Segretaria Confederale Ces, con delega alle politiche di genere, ha fatto il punto sulla recessione economica, sulle richieste della Ces per una ripresa economica  sostenibile, a difesa dell’integrazione europea e del modello sociale europeo oggi più che mai minacciati dalla crisi che ha un effetto pervasivo sull’economia reale, sulla vita dei cittadini nonché  sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La disoccupazione sta crescendo dappertutto in Europa e quella femminile aumenterà anche in conseguenza dei tagli di bilancio nel settore pubblico attesi o già in vigore (vedi istruzione, sanità e servizi sociali). La disoccupazione giovanile sta raggiungendo numeri record così come l’alta percentuale di contratti di lavoro precari. Nel medio e lungo termine ciò rappresenta una seria minaccia per le giovani lavoratrici donne (nonostante il loro alto livello di formazione e preparazione), compreso il rischio che il modello tradizionale di responsabilità familiari tra uomini e donne prenda il sopravvento. 

Altro punto di discussione è stato quello relativo alle iniziative, a livello UE, sulla rappresentanza femminile nei Consigli di Amministrazione. La Commissione dovrebbe lanciare nel mese di marzo 2012 una consultazione in materia e il Comitato ha in programma di preparare una posizione ufficiale prima di quella data.

Il Comitato è stato poi informato sui recenti sviluppi a seguito dell’adozione della Convenzione 189 dell’OIL sul lavoro domestico. La CSI ha presentato la sua campagna internazionale di lobby “12 entro il 2012” che chiede la ratifica della Convenzione in almeno 12 Paesi entro il 2012 (http:www.ituc-csi.org/ituc-action-guide-decent-work.html).

Nella seconda giornata di lavori si è proceduto alla presentazione delle candidature per l’elezione del nuovo Presidium del Comitato donne Ces, composto da 1 presidente, 2 vicepresidenti e 3 membri supplenti. Le candidate si sono presentate e hanno illustrato i loro impegni in qualità di futuri componenti della Presidenza. Il nuovo Presidium, a seguito dell’elezione, risulta ora così composto:

Presidente:
Karin Enodd, LO Norvegia

Vice Presidenti:
Gitta Vanpeborgh, FGTB Belgio
France Sponem Perez, FO Francia

Sostituti:
Fulya Pinar Ozcan, HAK-IS Turchia 
Ekaterina Yordanova, CITUB Bulgaria
Gloria Mills, TUC Gran Bretagna.

Nel mese di marzo 2012 è prevista la prossima riunione del Comitato e la Cgil è impegnata a contribuire fattivamente con la nuova Presidenza alla realizzazione di tutte le attività e iniziative della Ces


Working Time: ETUC encourages the Commission to put an end to excessive working hours in Europe

30 September 2011

The European Trade Union Confederation (ETUC) welcomes the EU Commission’s decision today to launch an infringement procedure against two Member States for serious violation of the European Working Time Directive. There is an urgent need to find a solution to put an end to excessive working hours in Europe.


According to the Commission, there are numerous cases where junior doctors are regularly obliged to work continuous 36-hour shifts, to work over 100 hours in a single week and 70-75 hours per week on average, and to continue working without adequate breaks for rest or sleep. In the second country, doctors in public hospitals and health centres often have to work a minimum average of 64 hours per week and over 90 hours in some cases, with no legal maximum limit. There is no legal ceiling on the number of continuous hours they can be required to work at the workplace, and they often have to work without adequate intervals for rest or sleep.

The ETUC considers that this situation is unacceptable in a modern world: such excessive working hours constitute an intolerable violation of workers’ basic right to decent work and are the source of risks to patients’ lives.

Unfortunately, violations of the working time Directive are frequent in the EU. It is essential that the Commission continues investigating the situation in other Member States. .

The ETUC exists to speak with a single voice, on behalf of the common interests of workers, at European level. Founded in 1973, it now represents 83 trade union organisations in 36 European countries, plus 12


ETUC welcomes EU Financial Transaction Tax proposals

28 September 2011

The European Trade Union Confederation (ETUC) welcomes today’s proposals of the Commission for a financial transactions tax for Europe.

Bernadette Ségol, ETUC General Secretary said: “This is a major step towards meeting a demand that the European trade union Movement has been pressing for a long time and vindicates our efforts. We, together with affiliates, shall continue to work to ensure that this initiative is accepted by all Governments across Europe. A Financial Transaction Tax (FTT) will help crack down on speculation and on the high frequency, algorithm-driven share trading that has led to flash crashes and market volatility. It will make the financial sector pay a fairer share of the costs of the financial crisis that it caused. We will examine carefully further expected proposals about how the FTT revenues can best be used for the common good, particularly sustainable investment”.


ETUC AGAINST DEPRESSION AND WAGE REPRESSION GOVERNANCE

28 September 2011

A common currency needs common rules. However, the rules on economic governance agreed today by the European Parliament are seriously flawed: These rules could trigger Europe-wide downwards wage competition, impose brutal and unbalanced fiscal austerity, depress economic activity. This would increase unemployment, poverty and inequalities. The European Trade Union Confederation (ETUC) continues to stand against this governance of austerity and wage repression. The ETUC will make the fullest use of the wage and bargaining safeguards guaranteeing social partners’ autonomy and freedom to organise. Thanks to a large number of MEPs, these safeguards are firmly written into the economic governance package.

Today the European Parliament adopted a package of six legislative measures which will serve as a framework for budgetary decisions in each of the Eurozone member states.

For the ETUC, this package is flawed. If, during the 2009 recession, governments had been forced to follow the public finance criteria the economic governance package is now seeking to impose, European economies would have been pushed into full blown depression. Increases in precarious work and downwards pressure on wages contributed to generating the imbalances currently distorting the single currency. Such policies if generalised, would trap Eurozone economies into deflation.

This economic governance package is fighting the symptoms and not the real roots of the crisis. It was financial deregulation and speculation that triggered huge debt and asset booms, not “irresponsibly high” public spending or wage bargaining.

The ETUC welcomes the clear statement included in the regulation on excessive imbalances, according to which national systems of wage bargaining need to be fully respected:

“The application of this Regulation shall fully respect Article 152 TFEU and the recommendations issued under this Regulation shall respect national practices and institutions for wage formation. It shall take into account Article 28 of the Charter of Fundamental Rights of the European Union, and accordingly shall not affect the right to negotiate, conclude and enforce collective agreements and to take collective action in accordance with national law and practices” (Source: article 1 of the regulation on the prevention and correction of excessive imbalances).

The ETUC will use this safeguard in a systematic way against any attempt to interfere in national wage formation systems, to promote decentralised and uncoordinated bargaining.

The ETUC stands for a governance of recovery and fairness:

· A common Eurobond together with a European Bank for Sovereign Debt acting as lender of last resort for countries in sovereign debt difficulty, so as to end the power of financial markets to dictate policy and push vulnerable members into depression;

· A European investment plan to help relaunch and rebalance the European economy and transform it into a sustainable economy;

· A Europe-wide crackdown on precarious work contracts and low wages, enforcing the principle of “equal pay for equal work’;

· A European tax policy package, including a financial transaction tax as well as a common tax base for corporate profits with a minimum tax rate. This would contribute to consolidating public finances and preserving our social model;

· An end of tax havens and tax evasion;

· Fair taxation systems.

Says Bernadette Ségol, ETUC General Secretary: “This economic governance package risks turning the European economy towards depression and intolerable inequalities. The ETUC expresses its gratitude to those MEPs and governments who stood with us and helped us to secure a clause to defend our collective bargaining systems from attempts to intervene and undermine wage formation institutions”.

The ETUC exists to speak with a single voice, on behalf of the common interests of workers, at European level. Founded in 1973, it now represents 83 trade union organisations in 36 European countries, plus 12 industry-based federations

Green And Quality Jobs for Sustainable Development 13-16/09/2011
Questo seminario è stata la naturale continuazione del precedente a cui ho partecipato a Cardiff nel Gennaio del 2011.
In questa 4 giorni si è parlato nuovamente di Green Economy e quindi Green Jobs, ma sottolineando gli aspetti che legano queste nuove prospettive di lavoro ai diritti dei lavoratori. Si è quindi discusso di lavoro sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale, che è poi la vera definizione di sviluppo sostenibile.
Nelle prima giornata del seminario alcuni esperti dell’argomento hanno presentato quella che è la situazione attuale a livello europeo e la posizione e le prospettive dell’ETUC, in particolare ha suscitato interesse la presentazione della ricerca di SYNDEX che forniva uno spaccato della situazione nei vari paesi della comunità europea citando esempi di contrattazione collettiva di secondo livello sui quali i diversi sindacati avevano lavorato.
Un esempio del lavoro dei sindacati italiani è stato quello relativo alla società Electrolux che qualche anno fa era in via di chiusura degli impianti di Scandicci e Treviso e grazie anche al lavoro del sindacato si sono salvati 350 posti di lavoro riqualificando l’azienda che è passata dalla produzione di frigoriferi alla produzione di componenti per il fotovoltaico, in sostanza un vero esempio di Green Jobs.
Il secondo giorno si è aperto con un lavoro di gruppo, a mio avviso il vero punto forte di questi seminari. In questa sessione vi è davvero la possibilità di condividere e fare rete e ci si è confrontati su 3 temi principali:

-L’ultimo punto riguardava il livello di coinvolgimento del sindacato nel dialogo sociale e le eventuali strategie messe in atto. Per quanto riguarda questo tema mi sono trovato un pochino in difficoltà in quanto all’interno della nostra organizzazione sindacale non vi è una vera e propria strategia e sinergia tra le varie categorie, così come è difficile portare numerosi esempi concreti di contrattazione in cui sia stato il sindacato il primo artefice del processo di conversione verso la Green Economy.

Per fare una sintesi della situazione, a livello legislativo e di investimento paesi come Spagna o Germania guidano la scalata a quello che viene definito processo di “Greening Economy”, ma anche i paesi europei “emergenti” come Malta, Bulgaria, Romania e Ungheria stanno facendo passi da gigante in questo settore. L’Italia non è da meno, ma si può e si deve fare di più e la nostra organizzazione sindacale dovrà rendersi protagonista nei prossimi anni in questo processo di cambiamento.
Il terzo giorno è stato quello della visita alla UMICORE una fabbrica che ricicla metalli preziosi partendo da prodotti come cellulari, computer e elettronica in genere ma non solo. La visita avviene nel pomeriggio e nella mattina si inizia a parlare del tema riguardante le nuove sfide che ci aspettano, ovvero quelle inerenti alla contrattazione per le aziende che rincorrono la sostenibilità ambientale, non tanto per qualche principio morale, ma soprattutto nell’ottica di abbassare i costi e aumentare i profitti. Il dibattito su questo tema si fa molto caldo nella mattinata seguente (ultimo giorno), subito dopo la visita alla UMICORE.
In effetti la visita è stata un po’ deludente, in quanto a parte qualche ufficio non si è visto gran che di questa fabbrica all’avanguardia che vanta il primato mondiale in questo tipo di processo e c’è da aggiungere anche che la presentazione effettuata da un rappresentante dell’azienda, sembrava più un film atto a esaltare l’eccellenza di codesta azienda, tanto è vero che a domande più specifiche riguardanti i dubbi sull’inquinamento prodotto dalla combustione della plastica oppure sulla questione sicurezza e/o “quote rose”, le risposte sono state molto vaghe e sbrigative.
L’intento della visita era appunto quello di entrare nella realtà e negli ambienti che presto saranno terreno di contrattazione per le organizzazioni sindacali.
Concludendo posso dire che l’esperienza è di questa 4 giorni di seminario è stata molto importante sia per l’aspetto umano (è proprio volontà degli istruttori far legare anche sul piano umano i partecipanti) che per quello tecnico in quanto ho appreso molto dalle esperienze delle altre nazioni, anche se, a mio parere molte esperienze sono difficilmente riproducibili nel nostro paese soprattutto in questo momento delicato. Rimane il fatto che è necessario premere sull’acceleratore in quanto come sempre il mondo non aspetta e la natura non perdona e se vogliamo essere pronti a rappresentare i lavoratori e le lavoratrici “green” e quelli che inevitabilmente lo diventeranno dobbiamo essere preparati alle sfide che ci si presenteranno.

A cura di Marco Dallamora

Ulteriori commenti di Marco.

Come sempre questo tipo di esperienze ti arricchiscono anche sotto il profilo umano. Sono importantissime le amicizie a distanza che si creano, le serate passate a discutere di come si fa sindacato nelle diverse realtà nazionali, ognuno raccontando i propri guai e le proprie soddisfazioni.
Confrontarsi su come si vive la crisi e valutando le varie azioni di governo, un po’ come essere al bar a casa propria.
Per quanto riguarda i suggerimenti e le sollecitazioni, a mio avviso in casa CGIL manca una sinergia sul tema, mi spiego meglio: a questi seminari sarebbe opportuno ci fosse anche qualcuno del confederale (visto che altre nazioni avevano 2 o 3 rappresentanti) e al rientro operare per mettere in pratica quanto appreso, avere un coordinamento tra le varie categorie, una strategia, o per lo meno una linea guida comune da seguire per formare funzionari, delegati e avviare una vera contrattazione rivolta alla Green Economy.

Dopo Cancun, verso Durban 2011

Giovedì 17 Febbraio u.s. si è riunito a Brussels, il gruppo di lavoro istituito dalla CES: “Sviluppo sostenibile; energie e cambiamenti climatici” per valutare l’esito della Conferenza ONU sui cambiamenti climatici svoltasi a Cancun nel Dicembre 2010,  e per definire un programma di lavoro  in vista della prossima Conferenza che si terrà a Durban nel dicembre 2011. La discussione nell’ambito dell’incontro ha convenuto seppure con accenti diversi  sulla considerazione che l’accordo sottoscritto dai …..Paesi partecipanti ad eccezione della Bolivia, ha rappresentato un passo positivo nel percorso fin qui realizzato per superare la crisi climatica, nonostante il suo carattere non vincolante. Ha prevalso l’apprezzamento della volontà politica sugli impegni condivisi e sottoscritti anche se come ha giustamente rilevato Anabella Rosemberg, della Confederazione internazionale dei sindacati (ITUC-CSI): “…il passo è stato importante per i Governi, ma è un piccolo passo per il Pianeta”.

Resoconto della riunione ITA
Oriella Savoldi, CGIL Nazionale

Il sito della Conferenza di Durban 2011

Nei giorni 8 e 9 febbraio presso la sede della CES a Bruxelles si è tenuta la Conferenza “Working for better times” Innovative ways of organising working time: The role of trade unions alla quale in rappresentanza della Filcams ha partecipato Gabriele Guglielmi, Coordinatore delle Politiche internazionali.
Nella Conferenza sono state tracciate le iniziative della Confederazione Europea dei Sindacati sul tema dei tempi di vita e di lavoro, anche in riferimento al confronto in atto sulla nuova Direttiva sui tempi di lavoro. La Filcams é particolarmente coinvolta in queste problematiche per l’insieme dei settori rappresentati, per le specificità quali il part time, il lavoro stagionale, il lavoro domestico – che purtroppo non sarà coperto da questa Direttiva-; nonché per il lavoro festivo e domenicale che é oggetto di una campagna europea dei Sindacati del Commercio ed alla quale la Filcams partecipa con le iniziative di "la festa non si vende". Fine febbraio é il termine per presentare osservazioni alla Commissione Europea e dal primo marzo la CES inizierà i confronti con le controparti datoriali pubbliche e private per tentare una difficile posizione comune, almeno su alcuni punti, da sottoporre al dibattito del Parlamento Europeo del Prossimo autunno.

Programme EN

Invitation EN

Temps, hiérarchie sociale et genre l’impact du temps de travail sur la santé FR
Laurent Vogel, ETUI

Presentation of a study for the European Commission on the impact of the Working Time Directive EN
Luc Chalsège, Director, Deloitte

EU commitment with regard to working time regulation and plans for the revision of the Directive EN
Armindo Silva, European Commission

Working time arrangements in the health care sector guidebook EN
Maria Erkheikki-Kurtti, The Finnish Union of Practical Nurses, SuPer

Roundtable on perspectives for a modern working time policy and revision of the working time directive EN
Rebekah Smith, Senior Adviser, Social Affairs, Business Europe

A temporary layoff system for blue collar workers existed before it was terminated in the 1990-ties EN
Anna Lena, ETTAT

Cardiff/Wales, 25-28/01/2011

Marco Dalla Mora, stralci di commento al corso:

Se mai ne avessi avuto bisogno, ho avuto la conferma che il nostro paese è indietro anni luce sulla questione green-economy, sopratutto dal punto di vista legislativo.
Quando dicevo che il governo Berlusconi voleva introdurre il nucleare, privatizzare l’acqua, e che come soluzione alla crisi nel settore edilizio aveva incentivato la cementificazione nessuno poteva crederci!!

Si é discusso di: strategie sindacali a livello nazionale con particolare riferimento a trasporti, edilizia, rifiuti, energie alternative etc.
Più che un corso, é stata una conferenza dove ognuno diceva cosa accadeva nel paese e ci si confrontava su cosa stanno facendo i sindacati a livello nazionale ed Europeo.
Per quanto mi riguarda ho portato il contributo delle mie esperienze politiche e battaglie ambientali: riciclio, rifiuti zero, bioedilizia, trasporti eco-sostenibili, etc.

Questi sono i link alla documentazione messa a disposizione dalla Confederazione Europea dei Sindacati e alle relazioni tenute al corso.

Studio della CES in merito all’impatto dei cambiamenti climatici sull’occupazione http://www.etuc.org/a/3676  

Posizione della CES sui principali aspetti relativi al cambiamento climatico http://www.etuc.org/r/881


“How can we develop trade union activities on sustainable development?” Employment and Environment
Ana Belen Sanchez

Report GREEN JOBS AND WOMEN WORKERS Employment, Equity, Equality

Bruxelles, 1/2 Dicembre 2010

Nell’ambito del dibattito relativo alle misure di uscita dall’attuale crisi economico – sociale e di promozione di una crescita dell’economia reale della UE, la Confederazione Europea dei Sindacati (CES), nell’ultima sessione del comitato esecutivo, svoltasi a Bruxelles lo scorso 1 e 2 dicembre, ha presentato un documento relativo ad “una nuova iniziativa europea sul debito e sugli investimenti”. La proposta prevede il trasferimento di parte del debito dei paesi UE alla Banca Centrale Europea al fine di emettere degli Eurobond per la realizzazione di iniziative comuni, in primis infrastrutturali, assicurando così un circolo virtuoso di solidarietà, crescita e occupazione.


Una nuova iniziativa europea per il debito e gli investimenti ITA

Giornata d’azione europea: “No all’austerità, si alla crescita e al lavoro”

La CES, Confederazione Europea dei Sindacati ha proclamato per il 29 Settembre 2010 una Giornata di azione europea per contrastare le politiche degli stati membri dell’UE che stanno applicando, o progettano di applicare, importanti tagli alla spesa pubblica, all’occupazione, alle pensioni, al welfare.
Le azioni che i governi hanno predisposto, o stanno predisponendo, hanno causato diffuse proteste sindacali in vari stati membri inclusi Grecia, Spagna, Danimarca, Portogallo, Francia, Irlanda, Romania, Italia (CGIL) e Germania.
La Ces sta organizzando campagne di lotta contro queste azioni sincronizzate e terrà una giornata di azione europea il 29 settembre. La giornata sarà incentrata su una grande manifestazione a Bruxelles, in coincidenza con l’incontro dei Ministri europei delle finanze.

Lettera di John Monks ITA
Segretario Generale Ces

Piattaforma CES ITA

Brussels, 23/24 September 2010

The challenges for social dialogue in the cleaning sector: Research findings EN
Dr. Claudia Weinkopf, Research department “Flexibility and Security“ (FLEX)

Minimum wage in the private security industry (UK and Hungary) EN
László Neumann, Institute for Political Science, Hungarian Academy of Sciences

Low pay and long hours in the security sector EN
Relazione della conferenza IT
Massimo Frattini, FILCAMS CGIL

Dal 14 al 18 giugno 2010 a Newcastle si è svolto un corso di inglese avanzato per sindacalisti organizzato da ETUI (European Trade Union Institute).
Per la FILCAMS CGIL hanno partecipato Daria Banchieri e Massimo Frattini.
Le lezioni erano focalizzate sull’utilizzo di vocaboli specifici dell’ambito sindacale e sulle capacità comunicative. Nello stesso tempo il corso ha dato l’opportunità di scambiare informazioni ed esperienze tra i sindacalisti provenienti da diversi paesi europei.
I lavori di gruppo hanno dato la possibilità di discutere su argomenti attuali come la crisi economica, lo sviluppo sostenibile, i modelli sindacali e le norme sulla contrattazione collettiva.
Un importante confronto con 4 rappresentati di diverse sigle sindacali locali ha permesso di approfondire la conoscenza della realtà inglese e di alcuni progetti internazionali.
Il corso si è concluso con una presentazione per testare il miglioramento delle capacità espressive e con un feedback individuale utile a comprendere i progressi avvenuti durante il corso e gli aspetti linguistici da potenziare.
L’aver conosciuto sindacalisti di diversi paesi europei con cui nel futuro poter scambiare esperienze e idee e l’aver utilizzato intensamente la lingua inglese per una settimana, ha reso il corso un’esperienza culturale estremamente positiva, rispondente alle aspettative e sicuramente da estendere.

Con esclusione del programma, i documenti allegati sono in lingua italiana.
(A cura di Gabriele Guglielmi)

Intervento di Raffaella Bolini
FORUM SOCIALE EUROPEO

EURO MANIFESTAZIONE, 19 MARZO 2005

Oggi è per noi una giornata importante – in marcia, insieme, per cambiare le cose.
Ci impegniamo a rafforzare l’alleanza fra lavoratori e lavoratrici, disoccupati, precari, giovani, cittadini e cittadine, organizzazioni sindacali, movimenti sociali CONTRO LA GUERRA, IL LIBERISMO, IL RAZZISMO, PER UNA EUROPA SOCIALE DI PACE.
Due anni fa il governo degli Stati Uniti diede inizio alla guerra all’Iraq.
Dicevano di voler esportare democrazia. Hanno fatto un inferno.
La guerra e l’occupazione hanno portato morte, distruzione e caos, tremende violazioni dei diritti umani.
Il mondo è più insicuro: aumenta ovunque la paura, il terrore, il razzismo, i diritti civili sono colpiti, gli immigrati criminalizzati.
Un enorme movimento mondiale contro la guerra ha dato voce alla maggioranza dei cittadini del pianeta.
Noi chiediamo all’Europa di impegnarsi perché le truppe straniere in Iraq tornino a casa subito, per impedire nuove guerre, per porre termine all’occupazione della Palestina e alla guerra in Cecenia, per i diritti del popolo kurdo, per fermare le guerre in tutto il mondo.
Vogliamo un’Europa che costruisca la pace, che scelga il disarmo, che accolga i migranti.
L’Unione Europea non ha avuto il coraggio di scrivere nel Trattato Costituzionale che l’Europa ripudia la guerra. Noi continueremo a lottare, fino a quando la guerra non sarà un tabù.

L’Unione europea non considera cittadini i migranti residenti in Europa. Noi non ci fermeremo fino a quando non sarà data cittadinanza europea a tutti e tutte.
La lotta per la pace e per la giustizia sociale camminano insieme.
Anche in Europa le politiche liberiste hanno prodotto un enorme aumento della disoccupazione, della precarietà, del lavoro nero, del carovita, dell’esclusione sociale.
La salute, l’educazione, la sicurezza sociale, i beni comuni non sono considerati diritti essenziali da garantire a tutti -e diventano un privilegio per pochi.
Si vogliono smantellare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori e dalla società civile democratica in decenni di lotte.
Continueremo ad opporci alle politiche europee che disegnano un’Europa dove circolano liberamente solo i capitali, dove tutto il lavoro diventa precario, i beni comuni diventano merce, e i servizi pubblici diventano privati.
Vogliamo un’altra Europa, una Europa che affermi nella pratica i diritti universali, i diritti sociali, i diritti al lavoro e nel lavoro, i diritti sindacali, una Europa che riconsegni ai poteri pubblici e alle collettività i servizi essenziali e i beni comuni -acqua, terra, energia, sapere.

La Direttiva Bolkestein deve essere ritirata.
Chiediamo una legge europea che garantisca orari e condizioni di lavoro dignitosi per tutti e tutte.
Chiediamo che l’Unione Europea fermi le politiche liberiste del WTO.
PACE, CITTADINANZA, DIRITTI SOCIALI E DEL LAVORO PER TUTTI E TUTTE

E qui oggi vogliamo ancora una volta, insieme, chiedere:
LIBERTA’ PER FLORANCE AUBENAS, PER HUSSEIN AL HANOUN, PER TUTTI GLI OSTAGGI E TUTTO IL POPOLO IRACHENO.
VERITA’ E GIUSTIZIA PER NICOLA CALIPARI, LIBERATORE DI GIULIANA SGRENA, UCCISO A BAGHDAD.
VERITA’ E GIUSTIZIA PER TUTTE LE STRAGI, PER TUTTE LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI, VERITA’ E GIUSTIZIA PER CARLO GIULIANI, UCCISO A GENOVA.
INSIEME, IN MARCIA, PER UN MONDO DIVERSO.

19 marzo 2005

Introduzione di John Monks
Segretario Generale della Confederazione Europea dei Sindacati (CES)

EURO MANIFESTAZIONE, 19 MARZO 2005


La prossima settimana i leader europei – i Primi Ministri e i Presidenti, arriveranno nelle loro limousine per discutere sul futuro dell’Europa.
Vi abbiamo, quindi, chiamato qui oggi a Bruxelles per far sentire la nostra voce, la voce dell’Europa sociale, ai leader europei.
La nostra voce per una occupazione maggiore e migliore – per una azione decisa contro la direttiva Bolkestein e per un’Europa sociale.
Non vogliamo che l’Europa diventi gli Stati Uniti. Non vogliamo uno stato sociale più debole, delle pensioni misere, lavorare fino allo sfinimento, dei sindacati deboli, una maggiore privatizzazione e una maggiore deregulation.
Noi vogliamo
porre fine alla miseria e alle tragiche conseguenze della disoccupazione per l’individuo e per l’intera economia. Ecco ciò su cui la strategia di Lisbona si dovrebbe concentrare: lavoro, miglior lavoro, più lavoro

Noi vogliamo
Speranza, parità e opportunità, non l’ occupazione precaria, che discrimina e che è senza sbocco.

Noi vogliamo sindacati forti ed un dialogo sociale efficace, non politiche al servizio delle imprese e degli azionisti.
Noi vogliamo un ambiente pulito, non uno compiacente alle lobby delle imprese ed ai premi di gratificazione per la classe manageriale.

I profitti in Europa salgono a livelli record. Ciononostante sono al minimo le risorse finanziarie per gli investimenti e la ricerca. Tutti hanno bisogno di un’occupazione flessibile, altamente qualificata, proiettata al futuro. Non bisogna permettere ai gatti grassi delle compagnie petrolifere, delle grandi imprese alimentari e tutti gli altri di ingrassarsi mentre programmano la loro prossima esternalizzazione verso una mano d’opera di basso costo, in paesi a bassa fiscalizzazione.
Tutti hanno bisogno di una forte e competente Commissione, decisa con gli stati membri, decisa con le grandi e avide imprese, pronta a battersi per lo stato sociale e per il dialogo sociale. Noi non vogliamo una Commissione, che, come ha detto uno dei commissari, fa, un giorno, un discorso a destra e, il giorno dopo, un discorso a sinistra.
E noi non vogliamo Bolkestein – quel Frankenstein della direttiva sui servizi, una direttiva che, se passasse, avvierebbe una corsa al ribasso, abbassando il livello dei salari, delle condizioni di lavoro e dei servizi pubblici piuttosto che costruire una Europa dagli standard elevati. Noi diciamo no ad un’Europa dagli standard bassi. No alla corsa delle imprese verso il paese con i costi più bassi e gli standard più bassi.
Faccio appello oggi alla Commissione perchè ritiri l’attuale testo, che la butti nel cestino dei rifiuti e che cominci da capo. Che seppellisca la Frankenstein di Bolkestein e che riprenda ad ascoltare i cittadini dell’Europa.
Questa è una grande battaglia nella guerra contro i neoliberisti che vogliono seppellire l’Europa sociale.

Non glielo permetteremo. Non è la loro Europa. E’ la nostra Europa.

Appello della Confederazione Europea dei Sindacati
Introduzione di John Monks, Segretario generale CES
Intervento di Raffaella Bolini, Forum Sociale Europeo

Si a più occupazione e di migliore qualità

No a un cambiamento verso un’Europa più deregolata

La CES sostiene la strategia di Lisbona ed insiste affinché ci sia equilibrio tra tematiche economiche, occupazionali, sociali e ambientali. Inoltre la CES rifiuta ogni tentativo di ridurre gli obiettivi di Lisbona solamente per renderli più orientati verso gli affari e con l’unico scopo di incrementare la competitività.

La CES si oppone ad ogni ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro in Europa! Abbiamo bisogno di strategie intelligenti per la modernizzazione con un elevato livello di sicurezza sociale.

Abbiamo bisogno di maggiori investimenti nella formazione d’ingresso e in quella continua, nonché di strategie efficaci per la formazione per tutto l’arco della vita. Ancora, è necessario un investimento sostanzialmente maggiore nella ricerca e nello sviluppo se vogliamo diventare un’Europa dell’innovazione.

L’Europa ha bisogno di migliore occupazione e di occupazione più sostenibile e non di orari di lavoro più lunghi.

La CES sostiene la riforma del Patto di Stabilità, che lascia troppo poco spazio per la crescita e l’occupazione. Crescita e stabilità debbono essere promosse da un’efficace politica europea di coordinamento economico e occupazionale.

Si ad occupazione e servizi di qualità – No alla direttiva Bolkestein

La CES sostiene il cammino verso la realizzazione del mercato interno nel settore dei servizi, che può costituire un’opportunità per occupazione e servizi di elevata qualità per la popolazione in Europa.

Ciò nonostante la CES rifiuta fermamente la liberalizzazione nello stile Bolkestein! L’introduzione del principio del "paese di origine" rischia di aprire le porte al dumping sociale.

Un mercato interno europeo per i servizi non deve minare la legislazione del lavoro o quella sociale!

La creazione di un mercato interno per i servizi deve andare di pari passo con il raggiungimento di obiettivi sociali!

Nell’interesse generale il mercato interno dei servizi deve essere nettamente separato dai servizi pubblici di interesse generale, che però non debbono essere governati esclusivamente dalle regole della competizione!

Si ai diritti sociali fondamentali per rafforzare l’Europa sociale

Si ai diritti fondamentali significa si ai diritti sindacali, si al diritto all’informazione puntuale ed alla consultazione dei lavoratori, si ai contratti collettivi, alla partecipazione dei lavoratori e al dialogo sociale!

Consolidare l’Europa sociale significa dire si all’obiettivo politico del ristabilimento della piena occupazione, alle pari opportunità e alla non discriminazione di ogni tipo!

L’Europa ha bisogno di un’agenda politica sociale proattiva e non di una moratoria nelle politiche sociali nel solo interesse del mondo degli affari.

Continueremo a lottare per un’Europa sociale, con una Costituzione Sociale, favorevole ad un’economia di mercato sociale ed alla piena occupazione.

Sostieni l’Euromanifestazione della CES il 19 marzo 2005

e lotta con noi per un’Europa sociale!

La nostra europa – Europa, siamo noi!