Category Archives: CGIL-DIPARTIMENTO POLITICHE GLOBALI

Trade Game: il commercio non è un gioco 
Osservatorio italiano sul commercio internazionale*
                   

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Newsletter n° 1 - 20 dicembre 2013

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La Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) a Bali si è chiusa con un risultato da valutare con attenzione. Secondo l’Osservatorio italiano sul Commercio internazionale TradeGame: il commercio non è un gioco, nato per iniziativa di CGIL, ARCS/ARCI, Fairwatch e Legambiente non è un “accordo storico”, come propagandato da molti Governi, ma un compromesso che risponde, solo parzialmente, ad alcune delle richieste dei Paesi meno sviluppati, per sbloccare lo stallo del Round di sviluppo di Doha che avrebbe dovuto legare le politiche commerciali a scelte di ridistribuzione.
Il testo approvato: http://tradegameblog.com/2013/12/06/wto-ecco-il-testo-del-bali-package/
La nostra prima analisi: http://tradegameblog.com/2013/12/07/wtobali-un-modesto-compromesso-manteniamo-un-atteggiamento-critico-e-vigile/
I documenti di sindacati e movimenti: http://tradegameblog.com/2013/12/14/wtobali-i-documenti-dei-movimenti/

TTIP USA-UE: nuovo round di negoziati a Washington e le amare sorprese
Questa settimana a Washington DC si è svolto il nuovo round di negoziati di liberalizzazione commerciale tra USA e UE. Quello che è sempre più chiaro è che il commercio è solo una piccolo parte di quello che è in ballo con questa trattativa. Corporate Europe Observatory, infatti, è entrato in possesso ed ha pubblicato la proposta dell’Unione Europea sulla Cooperazione regolatoria tra Europa e Stati Uniti: in pratica cambieranno le regole che conosciamo sulla protezione del lavoro, dell’ambiente e dei lavoratori
http://tradegameblog.com/2013/12/20/ttip-usa-ue-lamara-scoperta-su-come-cambiera-la-protezione-di-lavoro-ambiente-e-consumatori/

TTIP USA-UE: I guadagni che non verranno
“Il premio per un’intera generazione”, ma anche “Il pacchetto di stimolo più a buon prezzo che potremmo immaginare”: la Commissione europea ha definito in questo modo altisonante i presunti risultati economici per il continente che verranno generati, a loro giudizio, dal nuovo trattato di liberalizzazione commerciale Usa-Ue che dovrebbe – nei loro auspici – essere approvato entro il prossimo anno. Ma alcuni economisti, a scrutare nelle pieghe delle valutazioni d’impatto prodotte dalla Commissione stessa, cominciano a trovare le prime contraddizioni
Il link: http://tradegameblog.com/2013/12/20/ttip-usa-ue-economisti-sfatano-il-mito-della-ricchezza-che-verra/

L’incontro a Bali di Trade Game con il Vice-ministro Calenda
Alla vigilia della ministeriale Wto di Bali Trade Game aveva scritto al Viceministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda, chiedendo la riattivazione del Tavolo istituzionale di confronto con la società civile sui negoziati di liberalizzazione commerciale in corso in Europa e alla WTO. Dopo una riunione tecnica a Roma, Trade Game ha avuto l’opportunità di  incontrare Calenda, e di esprimere le proprie preoccupazione sia sul versante Wto, sia su quello dell’impatto dei trattati bilaterali sulla fragile economia italiana
http://tradegameblog.com/2013/12/05/baliwto-la-societa-civile-incontra-il-ministro-calenda/               
 
              

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*Trade Game: il commercio non è un gioco – Osservatorio italiano sul commercio internazionale è un’iniziativa promossa da CGIL, ARCS/ARCI, Fairwatch e Legambiente

 Tutti gli aggiornamenti su www.tradegameblog.com  
 

Il lavoro infantile nei Paesi in sviluppo è un problema noto:
l’Organizzazione internazionale del lavoro stima che, attualmente, i bambini tra 5-14 anni al lavoro sono più di 250 milioni.


Meno noto è – invece – il fatto che il lavoro infantile esiste ancora anche in Europa (in cui l’argomento è tabù): molti elementi – sottolinea Muižnieks, Commissario per i Diritti dell’uomo al Consiglio d’Europa – indicano che il lavoro infantile non vi è scomparso; e che, su effetto della crisi economica, potrebbe anche svilupparsi ulteriormente. La recessione ha indotto numerosi paesi a ridurre il budget dell’aiuto sociale e, con l’incremento della disoccupazione, molte famiglie trovano una soluzione nel far lavorare i bambini. I bambini più minacciati sono, in particolare, i bambini rom; e quelli migranti – non accompagnati – di meno di 18 anni , originari dei Paesi in via di sviluppo.

Secondo ricerche ONU, in Georgia, lavora il 29 % dei bambini tra i 7 e i 14 anni; in Albania questa percentuale è del 19%, Il governo della Federazione di Russia stima che il numero dei bambini che lavorano nel paese potrebbe raggiungere 1 milione. In Italia, uno studio del 2013 indica che lavora il 5,2% dei minori di 16 anni. Sulla maggior parte degli altri Paesi, non si hanno cifre.

In Europa, i bambini lavorano in attività pericolose, nei settori dell’agricoltura (per usare macchinari pericolosi, sollevare pesi pesanti, applicare pesticidi nocivi, ecc.) e dell’edilizia, in piccole fabbriche, o in strada (soggetti ad abusi e violenze). “Questo fenomeno – sottolinea Niels Muižnieks – è stato osservato, per esempio, in Albania, Bulgaria (ad es. nell’industria del tabacco fino a 10 ore per giorno), Georgia, Moldavia (ad es. per raccolte agricole, sulla base di contratti stipulati tra istituti scolastici e fattorie e coperative), Montenegro, Romania, Serbia, Turchia e Ucraina. Regno Unito (in cui molti bambini hanno orari di lavoro molto pesanti) Il lavoro dei minori rischia di svilupparsi ancora di più nei paesi colpiti da misure di austerità ( Cipro, Grecia, Italia e Portogallo)“.

I governi – sottolinea Niels Muižnieks – dovrebbero sorvegliare la situazione. E dovrebbero adottare delle misure (di prevenzione o correttive), sulla base della Convenzione relativa ai diritti dei bambini delle Nazioni unite, e sulla base della Carta sociale europea.

6 settembre 2013

a cura di:
Segretariato Europa – Silvana Paruolo

Periodico a cura del Dipartimento Politiche Globali CGIL

Riunione del Comitato del PCN per le Linee Guida OCSE per le Imprese Multinazionali:
dalla tragedia del Rana Plaza una spinta a maggiore coerenza e incisività?

Si è tenuta, nei giorni scorsi, presso il Dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione del MISE la riunione del Comitato del Punto di Contatto Nazionale (PCN).

Missione del PCN, in Italia come in tutti i 43 paesi aderenti alle Linee Guida dell’OCSE per le Imprese Multinazionali, è la promozione del rispetto di questo strumento da parte delle multinazionali, responsabilità questa dei Governi.

Il Comitato, con funzioni consultive, è composto di una quantità di soggetti, la maggior parte dei quali in rappresentanza di Ministeri, amministrazioni regionali ed enti di varia natura, e di organizzazioni imprenditoriali e sindacali.

L’efficacia della funzione consultiva è stata finora significativamente compromessa dalla ridottissima frequenza delle riunioni, poco più che annuali. A partire da questa preoccupazione, sollevata ancora una volta dalla rappresentante della CGIL, si è convenuto che dal prossimo mese di settembre le riunioni saranno convocate con frequenza adeguata; ciò anche al fine di non penalizzare la trattazione dei temi legati alla concreta ed efficace promozione delle Linee Guida da parte del PCN, responsabilità che appare al momento diluita in una confusa congerie di temi genericamente raggruppati sotto un’ambigua categoria di Responsabilità Sociale delle Imprese, in cui appare sempre più chiaro che ciascuno mette i criteri e i parametri preferiti, a scapito del rafforzamento di strumenti normativi e promozionali internazionalmente definiti e impegnativi per il governo.

Queste preoccupazioni erano state ancora una volta espresse dai sindacati internazionali, in particolare per voce del TUAC – comitato sindacale consultivo presso l’OCSE – all’ultima riunione presso l’OCSE di tutti i PCN di cui si è dato conto con nota dell’1/7/2013.

Significativo che di quella riunione sia stato dato ampio e positivo resoconto al Comitato da parte del segretariato del PCN italiano, che ha in particolare illustrato le misure a seguito del tragico incidente del Rana Plaza in Bangladesh che ha messo in luce le responsabilità di grandi imprese multinazionali. Insieme alle iniziative assunte dall’OIL, dall’OCSE, dallo stesso Governo del Bangladesh (che è però ancora oggi lontano dall’adeguare la sua legislazione del lavoro alle fondamentali norme di diritto e sicurezza del lavoro), è stato illustrato l’accordo sindacale sottoscritto da un numero importante di noti marchi tanto produttori che distributori presenti in Bangladesh e dai sindacati internazionali che rappresentano i lavoratori del tessile e della distribuzione (IndustriALL e Uniglobal). L’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh, vincolante per i sottoscrittori, è fortemente innovativo e di grande potenziale; la sua importanza sta innanzitutto nella sua natura di accordo sottoscritto in base a trattativa fra le parti sociali e in particolare per le modalità concordate per la sua attuazione, con trasparenti procedure e responsabilità, per il monitoraggio, la risoluzione di eventuali controversie, il collegamento a misure legislative e di ispezione di responsabilità governativa.

Il Comitato ha accolto con grande favore la proposta del PCN di mettere in atto subito dopo la pausa estiva una concreta iniziativa rivolta alle aziende italiane del settore tessile operanti in Bangladesh, con l’assistenza del Comitato stesso. Obiettivo primario è quello di identificare e riunire innanzitutto le aziende, di diversa taglia, coinvolte nell’evento del Rana Plaza, per una discussione su concrete misure preventive, da estendere poi al settore tessile nel suo insieme; obiettivo ulteriore è quello di coinvolgere i marchi operanti in particolare in paesi in via di sviluppo con mercato del lavoro più fragile e quadro legale spesso inadeguato alla normativa internazionale, con l’intento prioritario di raggiungere la catena dei fornitori e sensibilizzare le piccole imprese. Le azioni da proporre potranno comprendere una serie di iniziative concrete, in particolare di formazione sulle Linee Guida, di sensibilizzazione e di pubblicizzazione dell’Accord internazionale, rispetto alle quali abbiamo garantito grande disponibilità. Questa può essere un’iniziativa concreta per dare, da una parte, visibilità e riconoscimento del ruolo di promozione delle Linee Guida al PCN e, dall’altra, perché esso contribuisca a rafforzare l’azione dell’OCSE, anche in collaborazione con PCN di altri paesi.

Infine, ancora in riferimento alla tragica vicenda del Rana Plaza, il Segretariato del PCN ha informato che il MISE sta esaminando un’interpellanza parlamentare su questa materia, rivolta anche ai Ministri degli Esteri e del Lavoro.

Un altro buon esempio di crescente collaborazione fra il PCN italiano e quelli di altri paesi può essere rappresentato da un caso di presunta violazione delle Linee Guida che è stato recentemente sollevato presso i PCN italiano, britannico e statunitense. La natura confidenziale delle informazioni relative a casi in corso di esame impedisce di darne qui conto in dettaglio, ma va sottolineata l’importanza della collaborazione nella gestione congiunta del reclamo da parte dei tre organismi.

Un’ultima annotazione merita una iniziativa presentata come parte del Piano d’Azione Nazionale sulla RSI. Di esso e dell’approccio retrostante abbiamo più volte richiamato limiti e pericolose ambiguità, soprattutto per il potenziale detrimento che ne deriva a strumenti a carattere più univoco e vincolante quali le Linee Guida dell’OCSE. L’esempio di questa iniziativa, di cui non si possono escludere anche lodevoli intenzioni di chiarificazione, conferma purtroppo le nostre preoccupazioni. Si tratta del tentativo di definire una piattaforma interregionale di indicatori per la valutazione della responsabilità sociale delle imprese. L’obiettivo sarebbe quello di definire un insieme condiviso per costruire un piano di riferimento unico; ciò a fronte del fatto che il proliferare di iniziative sotto la generica etichetta di responsabilità sociale, differenti da una regione o un’amministrazione ad un’altra e poggiate su un quadro deliberatamente privo di riferimenti normativi, dà come è inevitabile risultati di pericolosa confusione.

Due sono le questioni cruciali sulle quali abbiamo attirato l’attenzione del PCN.

La prima e fondamentale è che in nessuna parte si indica come fattore unificante e chiarificatorio minimo l’esplicito impegno di rispetto delle Linee Guida dell’OCSE: appare francamente difficile capire come il PCN italiano, la cui missione e ragion d’essere è appunto la promozione e attuazione delle Linee Guida per conto del Governo, possa trascurare questo “dettaglio” della propria funzione.

La seconda, per noi non meno grave, pur se non sorprendente nella logica della buona volontà sostitutiva delle regole (più elegantemente detta della soft law), è il riferimento alla realtà purtroppo diffusa di strategie “premiali” da parte delle amministrazioni che intendono appunto premiare i comportamenti cosiddetti socialmente responsabili delle imprese. Mentre non scandalizzano ben collaudate strategie, di cui si hanno esempi significativi in diversi paesi, di promozione basata su incentivi, radicalmente diversa è la logica sottesa all’idea di premi. Queste producono la negazione del rispetto delle regole, la riduzione del riconoscimento dei diritti fondamentali a variabile dipendente dalla buona volontà e minano alla radice il sistema di norme e gli strumenti internazionalmente riconosciuti.

Si sta assistendo a livello internazionale ad un accelerato e preoccupante smantellamento della nozione stessa di regole democraticamente definite a garanzia di tutti, in favore di un coacervo di dispositivi auto legittimati fra cui scegliere, quando non reinventare, quello preferito.

Queste preoccupazioni non sono apparse estranee a molti dei membri del Comitato PCN e costituiranno auspicabilmente tema di riflessione comune più approfondita nei prossimi mesi. Conforta il fatto che il segretariato del PCN abbia più volte ricordato nel corso della riunione che, appunto, non vi è un bisogno di definire o reinventare principi, poiché essi sono già definiti dalle Linee Guida OCSE per le Imprese Multinazionali, che ovviamente non possono essere messe in discussione, ma vanno promosse, implementate e fatte applicare da parte del governo, in tutte le sue articolazioni amministrative.

Politiche globali - Carla Coletti – Leopoldo Tartaglia


Le proposte CGIL per l’Europa. Il testo dell’audizione in Parlamento
17/07/2013
Nell’ambito dell’esame congiunto del Programma di lavoro della Commissione europea per il 2013 e del Programma di 18 mesi del Consiglio dell’Unione europea fino al giugno del prossimo anno, nonché della Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, sono state avviate in Parlamento le audizioni delle parti sociali e dei soggetti interessati. Oggi sono state organizzate le audizioni dei sindacati, degli enti pubblici e delle imprese. Per la CGIL hanno partecipato all’audizione Fausto Durante, responsabile del Segretariato Europa della CGIL nazionale e Giulia Barbucci, funzionario del Segretariato Europa. Pubblichiamo di seguito il testo che la CGIL ha consegnato alla XIV Commissione Politiche dell’Unione Europea della Camera dei Deputati.

Nonostante l’Italia sia uscita dalla procedura di infrazione per eccesso di deficit,  rimane ancora una “sorvegliata speciale”. La Commissione europea ha di recente annunciato un leggero allentamento del rigore contabile, ma rimane esigente per quanto riguarda l’attenzione al Patto di stabilità. E’, peraltro, vero che adesso l’Italia può avanzare richieste di maggiore libertà affrontando un negoziato che ci consenta margini di flessibilità per la realizzazione di investimenti produttivi e per il lavoro, in particolare dei giovani. Si tratta di liberare risorse, a fronte della correzione strutturale di bilancio che abbiamo operato. E’ quindi importante che si definiscano priorità di opere da scorporare dal conto del 3 % del PIL (la cosiddetta “golden rule”) per spese per l’ambiente, le infrastrutture, l’occupazione giovanile e venga chiarito, inoltre, il cofinanziamento per la parte nazionale dei progetti della politica di coesione. Ciò fornirebbe risorse significative per la crescita.

Le ricette messe a punto dall’Unione europea per affrontare una crisi senza precedenti, oltre che dai contorni inediti, si sono concentrate su politiche di austerità per il consolidamento di bilancio, ma a cinque anni dall’inizio della crisi risulta evidente che proprio queste ricette hanno avuto come conseguenza l’ulteriore recessione dell’economia, il peggioramento delle condizioni materiali delle persone e l’aumento della povertà.

Il percorso di risanamento deve certamente proseguire, ma esso deve essere affiancato da politiche di sviluppo a livello europeo.

Proprio la crescita e l’occupazione sono state al centro dell’ultimo Consiglio europeo, la cui importanza, per la CGIL, è proprio nella dimostrata consapevolezza della necessità di cambiare direzione di marcia e di affrontare il tema della disoccupazione in Europa, specie di quella giovanile e femminile. E’ su questa strada che bisogna proseguire ma ciò non è abbastanza. La CGIL ha espresso in tutte le sedi istituzionali le proprie proposte di politica economica per uscire dalla crisi, proposte che – a partire dalla mutualizzazione di parte del  debito dell’Eurozona da parte della BCE attraverso i due fondi ESM e EFSF – vanno nella direzione di una revisione netta delle scelte finora portate avanti dall’Unione europea, improntate solo sulle politiche di austerità, chiedendo invece misure che abbiano il segno dell’equità e che consentano di sviluppare una nuova politica economica espansiva fondata sulla creazione di lavoro e sul suo valore. Questa è l’idea di fondo della proposta di Piano del lavoro 2013 della CGIL, così come fu per la CGIL di Di Vittorio nel 1949.

Nello specifico dei temi dell’audizione, per quanto riguarda le Raccomandazioni all’Italia, in generale pensiamo che esse siano sostanzialmente in linea con quelle precedenti, eccezione fatta per la assenza dei rituali appelli del passato volti a una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e alla revisione della disciplina dei licenziamenti individuali. Purtroppo, la Commissione europea continua ad esprimere una visione meramente tecnicistica del processo europeo e, quindi, non indica quel cambiamento necessario di politica economica dell’Europa che invece la CGIL ritiene indispensabile. Inoltre, la procedura delle Raccomandazioni rimane incasellata in una prassi burocratica, poco democratica e carente di un rapporto dialettico con le autorità politiche dei Paesi. Ciò apre il tema della democrazia della governance europea, oltre che della sua dimensione sociale, perché se le politiche di bilancio degli Stati saranno sempre più vincolate da Bruxelles (vedi Fiscal compact, Six Pack e Two Pack) diventa necessario che le istituzioni europee  siano, coerentemente e conseguentemente, luoghi in cui le scelte vengono assunte attraverso forme e procedimenti improntati a democrazia, trasparenza e pieno coinvolgimento di tutti gli attori sociali.

L’importante Consiglio di giugno, nel quale il nostro Governo è riuscito a influire positivamente sulla definizione dell’agenda (con l’inserimento di argomenti quali  la crescita, la disoccupazione giovanile, la creazione di lavoro), ha affrontato temi rilevanti e ha prodotto alcuni primi risultati, per quanto parziali e insufficienti. Si può e si deve fare di più, attraverso impegni concreti che indichino chiaramente quante risorse sono a disposizione e quando queste saranno disponibili. I temi non affrontati o rimandati, e che sono invece essenziali per dare seguito a quanto già assunto nelle conclusioni del Consiglio, riguardano la “golden rule”, l’utilizzo dei fondi strutturali non spesi, l’apertura del dibattito sulla dimensione sociale della governance europea e dell’UEM, l’unione bancaria.

Si deve poi aprire un capitolo  sull’Europa che vogliamo, per contrastare le spinte anti-europeiste che cominciano a prendere piede in alcuni settori dell’opinione pubblica e l’insofferenza da parte dei cittadini nei confronti di un’Europa considerata lontana dai bisogni delle persone e causa del loro impoverimento. I valori dell’Europa, la solidarietà, la sussidiarietà, la coesione, il benessere sociale, cioè, in sintesi il modello sociale europeo, sembrano ormai parole vuote che l’Europa non è più in grado di realizzare per i propri cittadini. Invece, quei valori e quei principi vanno rilanciati. E’ necessario, per questo, riprendere il filo del discorso sulla costruzione dell’Europa, che si è fermata alla moneta, senza aver definito e varato i poteri necessari a governare l’Euro: un Presidente forte e democraticamente legittimato, un Ministro del tesoro unico, una Banca centrale con poteri di prestatore di ultima istanza e con poteri di emissione di moneta, la definizione delle competenze della Commissione e del Parlamento.

Dopo l’Europa della moneta è arrivato il tempo dell’Europa istituzionale, davvero federale, con una politica economica comune e un processo condiviso di armonizzazione fiscale.

Si deve quindi ripartire con una forte iniziativa di livello continentale, anche in vista delle prossime elezioni per il Parlamento europeo e della Presidenza italiana dell’Unione nel secondo semestre del 2014, su alcuni punti fondamentali:
un governo economico per la zona euro che definisca una strategia comune di politica industriale, di convergenza delle politiche di sviluppo, di lotta all’evasione fiscale;

l’attuazione di un programma di investimenti europei per un importo pari almeno all’1% del PIL europeo e il lancio di un piano per la crescita, finanziato con Eurobonds emessi dalla BEI, che rilanci l’occupazione giovanile e  il lavoro;

un allentamento del Patto di Stabilità, che scorpori dal Patto stesso gli investimenti per la crescita e lo sviluppo sostenibile;

una vera ed efficace Tassa sulle Transazioni Finanziarie Internazionali, per ridurre drasticamente la speculazione finanziaria di breve durata e liberare risorse per gli investimenti “reali” che generano crescita e occupazione;

l’introduzione di un’imposta strutturale sulle grandi ricchezze (che, per l’Italia, può agevolare il processo di rimodulazione dell’IMU);

l’aumento dell’imposizione sulle rendite finanziarie (in Italia al 20 %, al di sotto della media europea);

la definizione di una comunità europea dell’energia e l’introduzione di tasse ambientali sul principio “chi inquina paga”;

una nuova Unione politica.

Il processo di integrazione europea sta attraversando la crisi più grave di tutta la sua storia. La CGIL segue con grande preoccupazione l’evoluzione degli eventi in Europa, confermando la propria fiducia nel comune futuro europeo e nella visione dell’Europa come comunità del lavoro, dei diritti, della libertà. Per questo obiettivo, una forte dimensione sociale deve essere incorporata nelle politiche europee realizzando il pieno coinvolgimento delle parti sociali, così come previsto nel Trattato di Lisbona. Ciò è indispensabile per ripristinare la fiducia dei cittadini e dei lavoratori nel progetto europeo e nel suo futuro.

A cura di: Fausto Durante – Giulia Barbucci

A cura di: Leopoldo Tartaglia
17 giugno: aperta a Los Cabos la riunione dei sindacati del G20
Alla vigilia del vertice dei Capi di Stato e di Governo del G20, che si apre oggi (18 giugno) a Los Cabos, Baia di California, Messico, i rappresentanti dei sindacati dei 20 paesi, riuniti dalla Confederazione Internazionale dei Sindacati (CSI-ITUC) e dal TUAC (Comitato consultivo sindacale presso l’OCSE) hanno aperto il loro L20, incontrando alcune delle principali organizzazioni internazionali, il governo messicano, ospite e presidente del vertice, e i primi ministri giapponese e australiano.

Al centro della posizione sindacale, il documento già inviato a tutti i partecipanti al vertice che chiede un sostanziale cambiamento nelle politiche economiche e sociali globali, puntando su una crescita trainata dalle politiche per la creazione di posti di lavoro (vedi allegato).

Pur dai diversi punti di vista delle Organizzazioni che rappresentano, Christine Lagarde (FMI), Juan Somavia (OIL), Pascal Lamy (OMC) e Angel Gurria (OCSE) hanno tutti sottolineato che, dal precedente vertice G20 di Cannes, la situazione dell’economia globale è ulteriormente peggiorata. La crisi ha tuttora il suo epicentro nell’eurozona (come a Cannes, peraltro, le attenzioni sono puntate sulla situazione greca, oggi le nuove elezioni politiche appena concluse), dove le politica di austerità ha portato diversi paesi alla recessione e anche la “locomotiva” tedesca si è fermata; ma, di conseguenza, anche le economie emergenti hanno perso slancio, riducendo i loro tassi di crescita.

Anche su molte delle possibili soluzioni e azioni le Organizzazioni internazionali sembrano concordare: maggiore coordinamento delle politiche economiche tra i paesi del G20; regolazione del sistema finanziario e suo ritorno al sostegno creditizio all’economia reale; politiche che affianchino al consolidamento fiscale investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella tecnologia, nell’economia “verde” e nella formazione; misure immediate a favore dell’occupazione, in particolare giovanile; maggiore spesa globale nella protezione sociale, implementando la protezione sociale di base (Social protection floor) sulla quale la Conferenza Internazionale del Lavoro dell’OIL ha appena approvato una Raccomandazione.

Tuttavia, quando dalle affermazioni generali si passa ad indicazioni più concrete, se si fa eccezione per l’OIL, le “ricette” delle altre Organizzazioni, in particolare sul mercato del lavoro, non si discostano sensibilmente da quanto predicato e praticato, negli scorsi 20 anni, in termini di maggiore flessibilità del mercato del lavoro, riproponendo (Lagarde) la necessità di ridurre le protezioni nei mercati del lavoro “troppo rigidi” per dare qualche protezione alla massa di giovani ovunque in preda alla massima precarietà.

Così – come hanno rilevato il segretario generale dell’ITUC, Sharan Burrow, quello della CES, Bernadette Segol, quello del TUAC, John Evans, e i rappresentanti di tutti i sindacati presenti – mentre, nei documenti, si afferma il ruolo del sindacato e si conferma che la crescita delle diseguaglianze è stata una delle maggiori ragioni della crisi finanziaria, impedendo la capacità di acquisto da parte dei lavoratori e della “classe media”, molte delle ricette proposte riaffermano la vecchia strada della riduzione dei salari, dell’attacco al lavoro pubblico, dell’indebolimento del sindacato che ci hanno esattamente portato all’attuale situazione.

Il sindacato cerca comunque di valorizzare gli avanzamenti che molte delle posizioni delle Organizzazioni multilaterali segnalano, almeno nei documenti, e spinge perché alcuni impegni siano confermati, implementati e monitorati nell’ambito del processo G20.

Dal vertice dei ministri del lavoro del G20, tenutosi a Guadalajara il mese scorso, sono emerse alcune indicazioni generali sull’occupazione giovanile che potrebbero rappresentare, quantomeno, una maggiore consapevolezza dei governi verso la necessità di interventi coordinati per creare posti di lavoro, per aumentare la formazione e la qualificazione dei giovani, per evitare espulsioni di massa dalle imprese e dal mercato del lavoro, per favorire processi di apprendistato e ricercare una migliore qualità del lavoro. E’ importante, quindi, che il G20, anche con la prossima presidenza russa, confermi il mandato alla task force sull’occupazione e ne allarghi lo scopo anche al monitoraggio delle azioni realmente intraprese e dei loro risultati. Analoga verifica il G20 dovrebbe attuare sull’implementazione degli “zoccoli” di protezione sociale nei diversi paesi, come unanimemente deliberato in sede OIL.

Per quanto riguarda i mercati finanziari, il Direttore del FMI, Largade, ha confermato lo scetticismo della sua organizzazione sulla Tassa sulle Transazioni Finanziarie, alla quale preferirebbe una Tassa sulle attività finanziarie, di cui sarebbe più chiara, secondo il FMI, la base imponibile e i soggetti che dovrebbero esserne colpiti. Anche in questo caso, il sindacato spinge perché le divisioni tra i governi del G20 e le diverse posizioni di alcune istituzioni multilaterali non finiscano, ancora una volta, con un nulla di fatto su uno strumento che avrebbe il doppio significato di cominciare a limitare la piena libertà speculativa della finanza e di raccogliere importanti risorse utilizzabili sul piano globale per politiche di sviluppo sostenibile, lavoro dignitoso e verde, sostegno al Social Protection Floor.

Sharan Burrow, arrivata da Rio, dove ha partecipato all’assemblea sindacale e alle prime iniziative della Cupola dos Povos in vista della Conferenza Onu “Rio + 20”, ha sottolineato come il movimento sindacale internazionale stia sostenendo gli stessi obiettivi in questi due vertici, chiedendo al G20, a tutti i governi, alle Organizzazioni internazionali di agire presto e coerentemente per affrontare la qualità della sviluppo, la sfida ineludibile del cambiamento climatico, la creazione di lavoro dignitoso e “verde”.

Scelte che sono strettamente legate alla difesa e affermazione stessa della democrazia, di fronte al crescere della disillusione e dell’allontanamento delle persone dalla politica e dalle istituzioni, come dimostrato anche dalla prima indagine globale promossa dall’ITUC in13 paesi (10 dei quali del G20), i cui risultati sono stati diffusi il 12 giugno scorso.





12 Giugno: Giornata mondiale contro il lavoro minorile

Resta ancora ampia la distanza tra la ratifica delle Convenzioni contro il lavoro minorile e le concrete misure intraprese dai governi per affrontare il fenomeno, afferma l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) in un rapporto pubblicato in occasione del 10ma edizione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile, celebrata ogni anno il 12 giugno.

“Non si può essere soddisfatti se pensiamo che sono ancora 215 milioni i bambini e le bambine che lavorano per sopravvivere e più della metà sono sottoposti alle peggiori forme di lavoro minorile, come la schiavitù e la partecipazione ai conflitti armati. Non possiamo accettare che l’eliminazione del lavoro minorile faccia passi indietro nelle priorità dell’agenda dello sviluppo. Tutti i paesi devono impegnarsi per raggiungere questo obiettivo, individualmente e collettivamente”, ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL, Juan Somavia.

Secondo stime, rese note lo scorso 1 giugno, circa 5 milioni di bambini e bambine sono vittime del lavoro forzato, che comprende condizioni tra cui lo sfruttamento sessuale e la servitù per debiti, e questa cifra è senza dubbio sottostimata.

Le Convenzioni dell’OIL sull’Età minima per l’accesso all’impiego (n.138) e sulle Peggiori forme di lavoro minorile (n.182) hanno raggiunto il più elevato numero di ratifiche rispetto a tutte le Convenzioni dell’OIL. Su 185 Stati membri dell’Organizzazione, l’88 per cento ha ratificato la Convenzione 138 e il 95,1 per cento ha ratificato la 182. L’obiettivo è raggiungere la ratifica universale entro il 2015. Nonostante ciò, secondo il nuovo rapporto dell’OIL “Combattere il lavoro minorile: dall’impegno all’azione”, i progressi compiuti nel contrastare questo fenomeno aberrante sono stati spesso frenati dall’incapacità di tradurre gli impegni assunti in azioni concrete.

Secondo il rapporto, il divario più ampio tra impegno e azione si osserva nel settore dell’economia informale, dove hanno luogo la maggior parte delle violazioni dei diritti umani fondamentali. I minori delle zone rurali e agricole, così come i figli dei lavoratori migranti o delle popolazioni indigene, sono quelli più esposti al lavoro minorile.

L’OIL segnala inoltre che sono relativamente pochi i casi di lavoro minorile che vengono giudicati dai tribunali nazionali e le sanzioni contro queste violazioni sono spesso troppo indulgenti per poter costituire un deterrente efficace contro lo sfruttamento dei minori. Questo vuol dire che è necessario rafforzare a livello nazionale gli organi giudiziari, le forze dell’ordine e gli ispettorati del lavoro nonché i programmi di protezione delle vittime.

Se sottolinea la necessità di fare di più, l’OIL evidenzia anche i progressi raggiunti in molti Stati, tra cui:

    • Sono sempre di più i paesi che adottano Piani nazionali per contrastare il lavoro minorile.
    • Aumenta il numero di divieti legislativi il cui scopo è identificare e prevenire quelle attività lavorative ritenute pericolose per il minore.
    • Sempre più Paesi adottano leggi contro la prostituzione e la pornografia dei minori.
    • Si registra una maggiore cooperazione internazionale e collaborazione tra Stati membri, soprattutto per quanto riguarda la tratta di essere umani.

Secondo l’OIL, “lavoro dignitoso per i genitori e istruzione per i bambini e le bambine, sono elementi indispensabili per lo sradicamento del lavoro minorile. Moltiplichiamo i nostri sforzi e andiamo avanti sulla strada tracciata nella Roadmap adottata a L’Aia nel 2010 che prevedeva l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016”

a cura di Silvana Cappuccio.





Riunione annuale FMI e BM: le richieste del sindacato internazionale, mentre si aggravano le previsioni per l’economia italiana, europea e globale
18/04/2012

In occasione della prossima riunione annuale di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale (Washington 20 -22 aprile), le Global Unions hanno presentato ai governi e alle due istituizioni internazionali un documento (vedi traduzione allegata) con le loro considerazioni e proposte, dal titolo “Crescita centrata sull’occupazione e riduzione delle diseguaglianze devono diventare le priorità della Istituzioni Finanziarie Internazonali”.

Il movimento sindacale internazionale è profondamente preoccupato per la nuova caduta dell’economia nella maggior parte delle regioni del mondo, anche come conseguenza di decisioni premature di consolidamento fiscale, in particolare con le dure politiche di austerità in Europa. Piuttosto che concentrarsi nell’assistenza ai Paesi che affrontano insostenibili livelli di debito, le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) e il G20 stanno sostenendo politiche governative che intensificano la perdita di posti di lavoro, il lavoro precario e la compressione dei salari. Questi fenomeni colpiscono particolarmente i giovani lavoratori.

Il documento delle Global Unions fa appello alle IFI a rifocalizzare la loro politica sulla priorità di strategie che creino occupazione, e offre proposte concrete su come attuare questo obiettivo. Le Istituzioni Finanziarie Internazionali debbono svolgere un ruolo positivo nel sostegno alla creazione di posti di lavoro e alla ripresa economica globale, attraverso iniziative come il lavoro congiunto tra il FMI e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) per una crescita centrata sull’occupazione, le loro sollecitazioni nel processo preparatorio del G20 e di “Rio + 20”, e il prossimo Rapporto sullo Sviluppo Mondiale della Banca Mondiale sul tema del lavoro.

La nuova strategia della Banca sulla protezione sociale e il lavoro presenta avanzamenti, rispetto al passato, in alcune aree per l’impegno della Banca nell’implementazione dello zoccolo di base di protezione sociale (social protection floor) e il miglioramento del rispetto dei diritti fondamentali del lavoro. La prossima revisione della sua politica di salvaguardie rappresenta per la Banca un’opportunità per assicurare il rispetto di questi diritti nelle attività proprie della Banca stessa.

Il documento del sindacato internazionale contiene anche raccomandazioni per le azioni che il FMI deve prendere con il Financial Stability Board per promuovere l’adozione di un appropriato quadro regolatorio per le istituzioni finanziarie al fine di evitare il ricorrere di crisi finanziarie e di assicurare che il settore finanziario contribuisca allo sviluppo dell’economia reale, anche atttraverso tassazioni delle transazioni finanziarie.


Infine, contiene proposte per il contributo che il FMI dovrebbe dare al sostegno di strutture di governace trasparenti e responsabili nei paesi membri, particolarmente nel Medio Oriente e nell’Africa del Nord.

Il documento raccomanda che le IFI costituiscano un esempio, migliorando la trasparenza e la rappresentatività delle loro stesse strutture di governance, e contribuendo pienamente al Partneriato per una Efficace Cooperazione allo Sviluppo stabilito a Busan.

Intanto, il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso l’aggiornamento trimestrale delle sue previsioni economiche globali. Sotto il titolo “La crescita riprende, ma i pericoli rimangono”, il Fondo segnala che la crescita dell’economia globale scende dal + 4% nella previsione di fine 2011 al + 3,5% nell’attuale previsione, con un leggero miglioramento rispetto alle previsioni, ancora più fosche, del gennaio scorso. In particolare, per l’euro zona si continua a prevedere una recessione per tutto il 2012, come risultato delle crisi del debito sovrano, di una perdita generale di fiducia, della caduta dei prestiti bancari all’economia reale e delle pesanti misure di austerità adottate in risposta alle pressioni dei mercati finanziari.

La situazione europea segna negativamente l’insieme delle economie sviluppate, la cui crescita è prevista in un modesto 1,5% nel 2012 e 2% nel 2013.

Questa situazione si riflette, a sua volta, nelle difficoltà alla creazione di posti di lavoro nelle economie sviluppate e nella crescita della disoccupazione in diversi paesi europei tra cui l’Italia.

Le previsoni per il nostro paese sono, infatti, molto negative, con una previsone di calo del PIL nel 2012 dell’1,9%, che continuerebbe con un -0,3% nel 2013, ipotizzando una qualche ripresa solo alla fine del prossimo anno.

Per l’Italia, ancora, recessione, tagli alla spesa pubblica, caduta dei redditi e dei consumi, nonostante l’aumento della pressione fiscale, renderebbero, secondo il FMI, irraggiungibile il programmato pareggio di bilancio per il 2013, posticipandolo in realtà al 2017.

(il testo inglese dell’intero rapporto all’indirizzo web:
http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/01/index.htm )

La Banca Mondiale, infine, ha nei giorni scorsi scelto il nuovo presidente che inizierà il suo mandato quinquennale il 1° lulglio 2012.

Non a sorpresa la scelta è andata sul candidato statunitense Jim Yong Kim, confermando la prassi che vuole questa carica attribuita agli USA, mentre la Direzione Generale del FMI rimane ad un europeo (adesso la francese Christine Lagarde).

Tuttavia, il segno che gli equilibri stanno cambiando anche nelle Istituzioni Finanziarie Internazionali è dato dal fatto che, per la prima volta, sono state presentate candidature alternative. Il colombiano Josè Antonio Ocampo ha, all’ultimo momento, ritirato la sua candidatura, appoggiando quella della signora Ngozi Okonjo- Iweala, già ministro del bilancio della Nigeria, sostenuta dai paesi emergenti. In realtà sembra che si debba anche al cambio di posizione della Russia (del cosiddetto gruppo dei BRICS) e al voto del Messico il via libera al dottor Kim. Peraltro, l’amministrazione Obama aveva presentato la candidatura di un americano di origine coreana e con un background legato alle politiche sanitarie e ai temi dello sviluppo più che a quelli finanzairi anche per andare in qualche modo incontro alle aspettative degli “emergenti”.

A cura di Leopoldo Tartaglia





Bruxelles: la dichiarazione finale della Conferenza Sociale Congiunta
17/04/2012

A conclusione della seconda Conferenza Sociale Congiunta che si è tenuta alla CES a Bruxelles a fine marzo è stato approvata una dichiarazione comune che riassume il lavoro e le proposte dei movimenti e delle organizzazioni sindacali che hanno partecipato ai lavori.

La Conferenza, appuntamento annuale, è stata voluta per cercare un terreno comune e costruire una sede di dialogo e di attività tra i sindacati ed i movimenti sociali. Una attività fatta in questi mesi, congiuntamente, da una serie di organizzazioni sindacali, associazioni, reti e movimenti (dalla Ces alla CGT, dalla CGIL a CSC e FGTB belgi, al Ver.di tedesco, Il CNDR e Cartel Alfa rumeni, Mszosz ungherese, a USO della Spagna, al Romanian Social Forum, a Labor & Globalisation, ad Attak di Francia, Germania, Belgio ed Austria, a Campaign for welfare state della Norvegia, dei Paesi Bassi e della Spagna, agli Amis de la Terre Europe, alla FSU francese, a Seattle to Brusseles, a Solisar platform, a Solidaires e Reseau Ipam/Aitec francese, a Eapn e Eadh europee).

In allegato il testo in italiano.

A cura di Antonio Morandi – Sergio Bassoli

Bruxelles: la seconda conferenza congiunta europea. Resistere alla dittatura finanziaria – Rivendicare la democrazia e i diritti sociali!

03/04/2012

Oltre 150 rappresentanti di sindacati e movimenti si sono riuniti a Bruxelles alla Ces: si è tenuta infatti a fine marzo (giovedì 29 e venerdì 30) la “Conferenza sociale unitaria”.
Un appuntamento per creare un terreno comune e costruire una sede di dialogo e di attività tra i sindacati ed i movimenti sociali. Un lavoro fatto in questi mesi congiuntamente da una serie di organizzazioni sindacali, associazioni, reti e movimenti (
dalla Ces alla CGT, dalla CGIL a CSC e FGTB belgi, al Ver.di tedesco, Il CNDR e Cartel Alfa rumeni, Mszosz ungherese, al Romanian Social Forum, a Labor & Globalisation, ad Attak di Francia, Germania, Belgio ed Austria, a Campaign for welfare state della Norvegia, dei Paesi Bassi e della Spagna, agli Amis de la Terre Europe, alla FSU francese, a Seattle to Brusseles, a Solisar platform, a Solidaires e Reseau Ipam/Aitec francese, a Eapn e Eadh europee).

Dopo il Forum sociale europeo di Malmö (nel 2008) circa 30 tra sindacati e movimenti sociali europei hanno deciso, di concerto con la Confederazione Europea dei Sindacati, di avviare un processo comune di discussione e di confronto. L’obiettivo è quello di raccogliere ogni anno (poco prima del rituale vertice di primavera in cui i vari leader dell’Unione annunciano le loro priorità sociali ed economiche), un ampia piattaforma dei sindacati europei e nazionali e dei movimenti anti-globalizzazione. Un percorso che, sulla base di un approfondito lavoro comune, mette a fuoco le priorità politiche e le prospettive di mobilitazione.

La conferenza ha avuto come tema “la crisi e la democrazia in Europa”, proprio partendo, come dice Felipe Van Keirsblick, Segretario generale del sindacato belga CSC e animatore dell’iniziativa: “dai grandi cambiamenti intervenuti in Europa:
• in economia: la maggior parte dei paesi europei stanno vivendo la recessione;
• nella società: vengono attuati piani di austerità senza precedenti, che generano un’ampia mobilitazione sociale dei movimenti sociali e dei sindacati (indignados, dimostrazioni, scioperi generali …);
• nella politica: Il neoliberismo non è mai stato così evidente e i principi della democrazia vanno difesi e rafforzati in tutta l’ Unione Europea.
Tutto questo accade in un contesto di gravi squilibri ecologici che gli orientamenti attuali aggravano. Di fronte alla indifferenza dei governanti verso le proposte della mobilitazione sociale, è urgente intensificare la lotta e in particolare occorre sviluppare un’azione coordinata a livello europeo”.

Fitto il calendario dei lavori, in parte in assemblea plenaria, in parte nei lavori di 5 gruppi che hanno affrontato temi specifici. Con un documento conclusivo che riassume proposte e obiettivi.

Intervenendo alla Conferenza, la Segretaria generale della CES Bernadette Segol ha ricordato che per la CES l’integrazione europea è stata una soluzione e non un problema; contro la posizione dei movimenti di destra e che i Paesi in via di sviluppo vogliono il commercio, ma anche diritti sociali, giustizia, lavoro dignitoso: “Chiediamo quindi alla UE di avere una politica di giustizia sociale e commercio equo”.

Bernadette Segol ha ricordato come “la crisi globale, il debito, la speculazione finanziaria hanno creato un mondo irreale, una bolla finanziaria, un’economia fine a se stessa. Il caso della Grecia è emblematico e la responsabilità del sistema Goldman-Sacsh, con la contabilità creativa, è sotto gli occhi di tutti”.

Quindi ha ribadito come l’austerità sia un modello di cura sbagliato:
“Il problema è che non abbiamo, in Europa, delle politiche di crescita in grado di essere tali, di affrontare e risolvere i nostri problemi in modo strutturale e sostenibile; non ci sono misure fondamentali che permettono la ripresa economica. Per noi la ricetta è solidarietà economica, sostegno dei paesi più forti ai paesi più deboli, (ad esempio l’emissione di Eurobond, obbligazioni per finanziare progetti pubblici di protezione ambientale, la tassa sulle transazioni finanziarie). Per questa vanno ribadite le nostre richieste: aumento dei salari minimi, tassa sulle transazioni finanziarie, conferma del modello sociale europeo".

Alla conferenza è intervenuto anche Lucas Hobermeir, economista austriaco, che ha analizzato i temi dell’ accordo fiscale (fiscal pact) e la modifica del Trattato di Lisbona ed ha affrontato la questione del ruolo della Banca Centrale Europea.
Duro il giudizio sulla modifica al Trattato, definita
“anticostituzionale, irrispettosa delle norme in materia di accordi internazionali e che non passa per l’approvazione dei parlemaneti degli Stati membri. Per giunta irreversibile non avevdo clausole di monitoraggio e di risoluzione".
Per giungere alla necessità di riflettere sulla necessità di un nuovo stato sociale in Europa e quella di trovare un percorso di mobilitazione comune tra nuovi e vecchi movimenti in Europa.

Corposo il dibattito, con molti contributi di varie organizzazioni, terminato con l’approvazione del documento finale.

A cura di Antonio Morandi e Sergio Bassoli

Guatemala: missione del sindacato internazionale a sostegno dei diritti umani e sindacali

12/03/2012  
Si è svolta nei giorni scorsi una missione del sindacato internazionale in Guatemala, a sostegno dei diritti umani e sindacali in quel paese, particolarmente colipito da discriminazioni, violenze, omicidi contro attivisti e dirigenti sindacali.

La CGIL ha partecipato alla missione, il cui resoconto si trova negli allegati.
A cura di: Sergio Bassoli

Comitato Esecutivo CES, Bruxelles, 6 e 7 marzo 2012
13/03/2012  | Politiche europee

L’Esecutivo della CES, tenutosi a Bruxelles nei giorni 6 e 7 marzo, ha discusso diversi temi importanti per la fase di crisi che l’Europa sta vivendo. In particolare ci si è concentrati sulle conclusioni della Scuola di alto livello di Copenhagen dello scorso febbraio che ha messo al centro la linea strategica della CES nei confronti delle politiche di austerità portate avanti dalle istituzioni europee e dai Governi nazionali. Si è riconfermata l’importanza della contrattazione collettiva e del dialogo sociale come compito primario del sindacato e si è evidenziato come questi siano sotto attacco ma necessari per contrastare e risolvere i problemi generati dalla crisi e le disuguaglianze sempre più presenti nella società europea. Il sindacato nazionale e europeo è la sola risposta al momento alle politiche di governance economica per influenzare le istituzioni verso un cambiamento che riteniamo necessario e possibile verso una idea alternativa di politica economica. L’idea di un Contratto sociale per ‘Europa che contrasti il Patto fiscale ed economico è stata sostenuta da tutte le oo.ss. affiliate alla CES. L’Europa infatti non può essere sostenibile senza una visione sociale e il documento approvato (in allegato) è una Dichiarazione solenne sul modo in cui la CES vede l’Europa odierna facendo delle proposte concrete. La CES presenterà il testo definitivo di Contratto sociale alla prossima riunione dell’Esecutivo di giugno, successivamente si avvierà una Conferenza di presentazione dello stesso, diventando anche argomento centrale della Campagna CES.

Si è poi discusso della Giornata di Azione della CES del 29 febbraio u.s., realizzata con diverse modalità nei 27 Paesi UE con lo slogan comune “Per l’occupazione e la giustizia sociale”. La CES ha avuto incontri con Barroso, Van Rompuy, Schultz, i Presidenti dei gruppi politici del Parlamento europeo, Eurodeputati e Junker. A tutti questi soggetti la CES ha chiesto un impegno sulla crescita e che si adottino misure concrete per gli investimenti e l’occupazione. Quello che continua a prevalere invece è l’austerità anche con il moltiplicarsi di riforme strutturali (vedi mercato del lavoro). Ciò che sta inoltre prevalendo è che molti Governi (Spagna, Olanda) hanno problemi a rispettare gli obblighi previsti dal Patto di bilancio e si profilano delle deroghe al Trattato appena firmato (che dovrà essere ratificato dai singoli Governi), così come il referendum indetto dall’Irlanda pone a tal proposito problemi di sostenibilità del progetto stesso.

Per quanto riguarda il Vertice tripartito del 1° marzo ci si è limitati ad un semplice scambio di pareri: la CES ha criticato la dichiarazione di Draghi sul modello sociale e Van Rompuy nella Conferenza stampa ha espresso la sua contrarietà a definire il modello sociale europeo alla sua fine.

Come Cgil abbiamo fatto presente che il Contratto sociale va fatto vivere, i suoi principi vanno valorizzati con i lavoratori a tutti i livelli creando anche delle alleanze con la politica. Il Patto fiscale vuole distruggere l’edificio europeo, attaccando la contrattazione collettiva e l’autonomia salariale delle parti sociali nella definizione dei salari, spostando la contrattazione a livello aziendale, riformando a scapito dei lavoratori le pensioni, deregolamentando il diritto del lavoro e i mercati del lavoro. A ciò dobbiamo dare risposta. E’ fondamentale un rilancio economico e un coordinamento delle politiche economiche per creare occupazione e posti di qualità.

L’altra questione connessa al Contratto sociale e stata quella di avviare una riflessione sull’iniziativa dei cittadini (art.11 TUE) e se la CES possa utilizzare questo nuovo strumento per contrastare il patto fiscale così come la CES approfondirà dal punto di vista giuridico eventuali azioni di tipo legale in violazione del trattato di diritto europo o in ambito OIL.

La CES ha approvato una Dichiarazione di solidarietà sulla Grecia, esempio di come le medicine imposte al Paese siano peggiori della malattia: la Grecia sta vivendo la disgregazione delle relazioni sindacali e del sindacato; il 30 % della popolazione è scesa al di sotto della soglia di povertà; il 50 % dei disoccupati sono giovani (in allegato la Dichiarazione).

Il punto 5 all’odg dell’Esecutivo è stato il Rapporto della Commissione sulla crescita 2012. I messaggi lanciati sono sempre gli stessi (austerità fiscale, riforme strutturali del mercato del lavoro, completamento del mercato interno accelerando le liberalizzazioni e la promozione di accordi commerciali); non c’è nulla di concreto sulla crescita. Essenzialmente le raccomandazioni politiche sono contraddittorie e, a fronte delle pressioni dei mercati finanziari e delle indicazioni politiche della Troika, gli orientamenti politici prevalenti sono quelli relativi all’austerità senza prendere in considerazione gli aspetti di tipo sociale. La CES propone al contrario di investire sull’economia sostenibile, su posti di lavoro di qualità e sull’uguaglianza sociale, sostenendo la piena partecipazione delle parti sociali a livello nazionale ed europeo. I piani di riforma nazionale saranno presentati entro la metà di aprile e il sindacato nazionale dovrebbe essere coinvolto a pieno titolo (in allegato il documento in italiano e la relativa Risoluzione del Parlamento europeo).

Alleghiamo anche il programma di lavoro delle parti sociali 2012-2014 (in inglese) approvato dalle rispettive istanze delle parti sociali europee e presentato al Vertice sociale tripartito. La priorità è la disoccupazione giovanile e l’avvio dei negoziati per un accordo quadro per la disoccupazione giovanile il cui mandato dovrà essere approvato entro il 6 maggio p.v. per delle raccomandazioni concrete anche in vista del G20 e dell’iniziativa OIL.

Per quanto riguarda il Libro Bianco sulle pensioni la CES presenterà nelle prossime settimane una sua posizione che conterrà i seguenti punti principali:

    • viene data una risposta insufficiente alla situazione attuale;
    • si critica l’approccio prevalentemente economico;
    • si sottolinea che l’Unione europea non è competente sulle pensioni e ciononostante vengono dati degli indirizzi agli Stati membri;
    • è necessario sottolineare il ruolo pubblico dei sistemi pensionistici;
    • dare enfasi a misure sull’occupazione dando priorità all’occupazione di qualità piuttosto che all’allungamento dell’età pensionabile;
    • non si danno risposte ai lavori usuranti e ai cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro.

Su questi temi la CES organizzerà nei prossimi mesi una Conferenza europea.

A cura di: Nicola Nicolosi – Giulia Barbucci


ONU: 56^ Commissione sulla condizione delle donne. Le proposte del sindacato internazionale per il documento conclusivo
06/03/2012

Proseguono i lavori della 56ma Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite (CSW56) su “Empowerment delle donne rurali e loro ruolo per lo sviluppo e l’eliminazione della povertà e della fame”.

La discussione si articola in molteplici conferenze, incontri interattivi tra rappresentanti delle istituzioni e della società civile, dibattiti solo tra interlocutori esperti e/o aperti alla pubblica partecipazione. Il sindacato internazionale quest’anno riesce ad assicurare una propria presenza in quasi tutti gli eventi, grazie anche ad una puntuale organizzazione e previsione dei contributi.

Ogni mattina, prima degli incontri stabiliti, la delegazione sindacale si riunisce proprio per scambiare informazioni e concordare le presenze secondo il calendario di attività prefissato.

Venerdì 2 marzo, completata la presentazione degli emendamenti da parte dei Governi, sono ufficialmente cominciate le negoziazioni sul documento finale, che in quest’ultima formulazione raccoglie molte delle proposte sindacali sui diritti ed il lavoro dignitoso (soprattutto nelle richieste dell’Unione Europea). Allo stato, è in campo una ferma opposizione degli Stati Uniti sia ad accogliere il concetto di “decent work” che a lasciare la richiesta di “piena occupazione” (full employment) insistendo per sostituirla con “occupazione produttiva” (productive employment).

I dibattiti hanno sottolineato come il tema trattato dalla CSW56 sia centrale per lo sviluppo globale, se si pensa al contributo delle donne alla sicurezza alimentare quando ancora un miliardo di persone soffre la fame. A New York in questi giorni i sindacati hanno ribadito l’esigenza di adottare delle misure concrete affinché le donne abbiano accesso alla proprietà della terra, al credito, ai servizi pubblici, alla protezione sociale e giuridica, ai mercati ed all’uso delle tecnologie. Sono obiettivi ancora di difficile realizzazione, alla luce dei molti e gravi problemi evidenziati che riguardano questa parte del mondo del lavoro. Su 1,4 miliardi di persone che versano in grave povertà, almeno un miliardo vivono in aree rurali. L’agricoltura è un importantissimo settore di attività, in cui le lavoratrici sono mediamente il 41,35% del totale, percentuale molto più alta nei Paesi dell’Africa sub-sahariana e del sud-est asiatico. Eppure, nonostante il peso e l’incidenza del ruolo, la loro condizione è spesso ignorata dai politici, legislatori, ricercatori ed accademici.

Nel settore agricolo e globalmente sono diffuse negazioni e violazioni dei diritti fondamentali previsti dalle Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) come la libertà di associazione ed il diritto di contrattare collettivamente, l’eliminazione delle forme di discriminazione, l’uguaglianza al lavoro e l’eliminazione del lavoro minorile, il lavoro forzato e in schiavitù. Spesso, le ispezioni non esistono. Alle donne in molte situazioni non vengono riconosciuti i diritti sulla maternità, anzi viene loro richiesto anche il test sulla gravidanza prima dei contratti stagionali o a termine. L’assenza di servizi pubblici si traduce in una quantità di lavoro non pagato che grava sempre sulle spalle delle lavoratrici a detrimento del lavoro retribuito: la raccolta dell’acqua, della legna per il fuoco, per cercare l’assistenza medica, incluse la prevenzione e la cura dell’AIDS, ne sono esempi. Secondo uno studio della Banca Mondiale, le donne dell’Africa sub-sahariana dedicano il 65% del loro tempo spostandosi a piedi da un luogo all’altro per assicurare le prime necessità alle loro famiglie. Di conseguenza c’è anche una grande differenza quantitativa del lavoro delle donne rispetto agli uomini. Intervenire sulle infrastrutture ridurrebbe drasticamente questi elementi di povertà.

Il lavoro agricolo è uno dei più pericolosi sia per la salute che per la sicurezza di chi lo effettua. Le donne sono soggette a subdole forme di ricatto, soprattutto per la stagionalità dei contratti, e non sono rare le molestie sessuali da cui devono difendersi. Le donne delle zone rurali sono una delle fasce più colpite dai tagli della spesa sociale, a seguito delle privatizzazioni e della riduzione del ruolo pubblico in economia.

La bassa partecipazione e rappresentanza femminile nei processi decisionali, che nelle zone rurali è un problema più marcato che nelle zone urbane, porta inevitabilmente a priorità, politiche e programmi squilibrati.

L’educazione universale rimane il punto chiave per lo sviluppo. L’eliminazione del lavoro minorile, porre fine ai matrimoni delle bambine e il miglioramento della salute delle donne, a cominciare dalla maternità, passano incondizionatamente dall’istruzione scolastica delle bambine e delle ragazze. Un punto chiave, se si pensa non solo che tra le bambine delle zone agricole e delle comunità indigene ci sono i minori tassi di alfabetizzazione, ma anche che i due terzi della popolazione mondiale ancora analfabeta è costituita da donne.

Secondo il sindacato internazionale, sono questi i problemi da affrontare, insieme all’eliminazione dello sfruttamento minorile e all’accesso ad una base di protezione sociale, per definire programmi e politiche di riduzione della povertà.

A cura di: Silvana Cappuccio – Rosanna Rosi




A Fausto Durante la responsabilità del Segretariato Europa della CGIL

06/03/2012

Vi informiamo che il compagno Fausto Durante è entrato a far parte del Centro confederale su decisione della Segreteria nazionale.

Al compagno Durante è stata attribuita la responsabilità del Segretariato Europa.

A Fausto gli auguri di buon lavoro ed un ringraziamento al compagno Nicolosi per il lavoro svolto nella direzione del Segretariato.

Enrico Panini

G20 dei Ministri delle Finanze. Rinviate le decisioni di aumentare le risorse del FMI

27/02/2012

I ministri delle Finanze e i Governatori delle Banche Centrali dei paesi del G20 si sono riuniti, nei giorni scorsi, a Città del Messico, sotto la presidenza messicana del G20.

Nel comunicato finale (vedi in allegato la traduzione dall’inglese), è confermato che sono state rinviate le decisioni di fornire al Fondo Monetario Internazionale altri 500 miliardi di dollari, come richiesto lo scorso mese dalla Direttrice Christine Lagarde, finalizzate al sostegno finanziario dei paesi europei attaccati dalla speculazione.

La decisione è stata rinviata, da un lato, prendendo atto di un presunto miglioramento della situazione del debito sovrano in Europa, dall’altro, in attesa delle decisioni europee del prossimo vertice di inizio marzo.  "E’ necessario che i leader europei facciano prima qualcosa di più per aiutare i loro paesi", sarebbe stato il commento di ministri e governatori non europei del G20.

Alla vigilia dell’incontro, la Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC-CSI) aveva nuovamente richiamato i ministri alla necessità di dare reale attuazione agli impegni di consolidamento dell’economia reale contenuti nel Piano di Azione per la Crescita e l’Occupazione approvato dal G20 di Cannes.

La CSI aveva ricordato come la disoccupazione sia il problema principale della crisi e come le sole politiche di austerità e di salvataggio della finanza non siano in grado di fermare la spirale recessiva in corso in molte economie avanzate, con conseguente rallentamento delle stesse economie dei paesi emergenti e del quadro globale.

Ma di interventi a sostegno dell’economia reale nel comunicato finale dei Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali non v’è alcuna traccia.

A cura di: Leopoldo Tartaglia

36° Anniversario della proclamazione della RASD – Repubblica Araba Saharawi Democratica

27/02/2012  

La Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD) compie oggi 36 anni.

Venne  proclamata dal Fronte Polisario a Bir Lahlou, nei territori liberati del Sahara Occidentale, il 27 febbraio 1976, al momento del ritiro definitivo della Spagna. 

In allegato, un comunicato dell’Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Saharawi.

A cura di Sergio Bassoli

Rivendicare la democrazia! A marzo la II° Conferenza sociale unitaria” a Bruxelles

Si terrà a fine marzo (giovedì 29 e venerdì 30) presso la Confederazione Europea dei Sindacati a Bruxelles la “Conferenza sociale unitaria”: l’iniziativa  che si tiene ogni anno, come alternativa sociale ai "vertici di primavera" dell’Unione Europea.

Un’iniziativa voluta per creare un terreno comune e costruire una sede di dialogo e di attività tra i sindacati ed i movimenti sociali. Un lavoro fatto in questi mesi congiuntamente da una serie di organizzazioni sindacali, associazioni, reti e movimenti (dalla Ces alla CGT, dalla CGIL a CSC e FGTB belgi, al Ver.di tedesco, Il CNDR e Cartel Alfa rumeni, Mszosz ungherese, al Romanian Social Forum, a Labor & Globalisation, ad Attak di Francia, Germania, Belgio ed Austria, a Campaign for welfare state della Norvegia, dei Paesi Bassi e della Spagna, agli Amis de la Terre Europe, alla FSU francese, a Seattle to Brusseles, a Solisar platform, a Solidaires e Reseau Ipam/Aitec francese, a Eapn e Eadh europee).

Al termine del Forum sociale europeo di Malmö (eravamo nel 2008) circa 30 tra sindacati e movimenti sociali europei hanno deciso, di concerto con la Confederazione Europea dei Sindacati, di avviare un processo comune di discussione e di confronto. L’obiettivo dichiarato di questo processo è quello di raccogliere ogni anno (poco prima del rituale vertice di primavera in cui i vari leader dell’Unione annunciano le loro priorità sociali ed economiche), una ampia piattaforma dei sindacati europei e nazionali e dei movimenti anti-globalizzazione.

Un percorso che, sulla base di un approfondito lavoro comune, metta a fuoco le priorità politiche e le prospettive di mobilitazione.

La conferenza programmata per marzo ha come tema “la crisi e la democrazia in Europa”. Nella nota preparatoria, si dice tra l’altro:  “Dal 2011, stiamo assistendo a grandi cambiamenti in Europa.  In economia: la maggior parte dei paesi europei stanno vivendo la recessione; nella società: vengono attuati piani di austerità senza precedenti, che generano un’ampia mobilitazione sociale dei movimenti sociali e dei sindacati (indignados, dimostrazioni, scioperi generali …); nella politica: Il neoliberismo non è mai stato così evidente e i principi della democrazia vanno difesi e rafforzati in tutta l’ Unione Europea. Tutto questo accade in un contesto di gravi squilibri ecologici, che gli orientamenti attuali aggravano. Di fronte alla indifferenza dei governanti  verso le proposte della mobilitazione sociale, è urgente intensificare la lotta e in particolare occorre sviluppare un’azione coordinata a livello europeo.”

Gli obiettivi della conferenza sono quindi così riassumibili: definire politiche alternative alle attuali politiche neoliberiste; unire i movimenti sociali e i sindacati su alcuni temi condivisi e programmi d’azione a livello europeo; discutere con gli intellettuali, i movimenti sociali e  i politici europei, in modo da contribuire al lancio di un movimento sociale europeo.

La crisi attuale non è "semplicemente" una crisi economica, ma è anche una crisi della democrazia: i cittadini europei stanno pagando un prezzo molto alto per i tre decenni di deriva neoliberista.
Il lavoro di preparazione conferma come una sede "strutturata" e permanente di dialogo e di iniziativa comune è possibile e come uno sforzo per capire, condividere ed agire insieme sia possibile e necessario.

In preparazione dell’appuntamento di marzo, è stato diffuso un “Appello per un vertice alternativo”.

A cura di: Nicola Nicolosi – Leopoldo Tartaglia

Difesa: l’aggiornamento parco militare sia orientato alla messa in sicurezza del territorio
La decisione del Governo Monti di dar corso all’acquisto dei primi cacciabombardieri F35 JSF, annunciando contestualmente, a conclusione del Consiglio Supremo di Difesa, la possibile riduzione della commessa, da 131 a 100 unità, come altri tagli alle spese militari, mette in evidenza il già noto problema di rivedere non solamente la quantità della spesa, ma l’impostazione e le scelte strategiche del nostro sistema di difesa.

Proprio, ora, che viviamo un momento di emergenza economica, sociale ed ambientale che impone sacrifici e scelte, è il momento di disegnare il futuro del paese. I tagli non possono eludere dalle scelte e noi chiediamo  che l’aggiornamento del parco militare sia orientato alla difesa del paese dalle minacce ambientali, dal degrado del territorio, alla messa in sicurezza ed alla prevenzione. Pace, sicurezza e sviluppo sostenibile si consolidano con la politica, la cooperazione, la giustizia sociale e con l’investimento e la riforma del sistema multilaterale delle Nazioni Unite.

A cura di: Sergio Bassoli Dipartimento CGIL Politiche globali

Comitato di Direzione CES e Scuola d’Inverno. Copenhagen, 7 e 8 febbraio 2012

In occasione della Scuola d’Inverno della CES, rivolta ai Segretari Generali delle Organizzazioni affiliate, sul tema della contrattazione collettiva e i salari, si è tenuto il Comitato di Direzione CES allargato a tutte le oo.ss. presenti.

Punto principale della riunione sono stati i risultati del Vertice informale europeo su crescita e occupazione del 30 gennaio. Il giudizio della CES, peraltro già diffuso con diversi comunicati stampa, è stato molto negativo, in quanto si continua a percorrere la strada dell’austerità, dedicando poco spazio alla crescita, evitando impegni concreti e perseverando su politiche  di contenimento e taglio della spesa e di disciplina fiscale. Al centro c’è sempre il patto fiscale e la questione della crescita passa in secondo piano, nonostante alcune voci (FMI e altre istituzioni internazionali) comincino ad unirsi alla CES nella sua visione che la sola austerità porterà ad ulteriore recessione dell’area Euro per il 2012 e gli anni a venire.
Le tre priorità indicate dal Consiglio sono:

Per concludere, il vertice sulla crescita e l’occupazione non ha portato i risultati sperati per riportare l’Europa verso il rilancio dell’economia e verso la creazione di posti di lavoro dignitosi. Le ricette proposte continuano ad essere sbagliate e la CES continua a sostenere la necessità di  un corso diverso proponendo tra l’altro che la BCE diventi prestatore di ultima istanza  per garantire liquidità; un piano di investimenti  infrastrutturali attraverso il trasferimento degli elevati surplus di una parte dell’area Euro  per lo sviluppo delle strutture economiche e industriali delle economie deficitarie dell’area Euro; invertire le tendenze di promozione del lavoro precario e della flessibilità salariale verso a favore di un processo di crescita dei salari e dei salari minimi nazionali. La Direzione ha dato mandato alla CES di preparare un documento in vista del Vertice del 1. marzo.
Conseguentemente la decisione di indire una giornata di azione europea, il 29 febbraio p.v., alla vigilia del Consiglio europeo, da organizzarsi a livello di singolo Paese, richiede uno sforzo particolare da parte di tutte le oo.ss. nazionali, per dare voce al movimento sindacale europeo, visibilità alle nostre preoccupazioni e per diffondere le nostre proposte di politica economica. In questo ambito, Cgil, Cisl, Uil organizzano una manifestazione unitaria al Pantheon a Roma con la presenza dei Segretari Generali. (Allegato dichiarazione dei membri del Consiglio Europeo 30 gennaio 2012)

Altro punto all’odg è stato quello relativo al Regolamento Monti II.  L’adozione della proposta di Regolamento Monti II rappresenta il fallimento rispetto all’intento originario di Monti, non raggiungendo gli obiettivi previsti. Rappresenta un passo indietro nella civiltà giuridica ed è in continuità con le sentenze della Corte di Giustizia europea. Lo sciopero rappresenta un ostacolo al funzionamento del mercato interno. La base giuridica proposta rende impossibile influenzare il processo legislativo: il Parlamento europeo non può presentare emendamenti ed è richiesta l’unanimità del Consiglio.  Per queste ragioni  la Ces chiederà alle istituzioni europee di rigettare la proposta (a tal proposito si veda la nota inviata sul taccuino n. 025 dell’8 febbraio 2012).

Scuola d’Inverno: “Solidarietà nella crisi ed oltre: verso un approccio sindacale europeo coordinato per affrontare il dumping sociale”

Per dare seguito alla Risoluzione approvata al Congresso di Atene del maggio 2011, la Scuola d’Inverno, che ha riunito i Segretari Generali delle Organizzazioni sindacali affiliate alla CES, aveva il compito di riprendere alcuni questioni relative al mercato del lavoro europeo dopo l’approvazione del Patto Euro Plus, la riforma della governance economica europea e il Patto fiscale. La domanda è cosa fare per non indebolire il modello sociale europeo alla luce delle regole sulla gestione dei bilanci. E’ evidente che il peso delle nuove regole pesano sui lavoratori, riducendo i loro salari e i loro diritti. La discussione in seno alla CES dovrebbe portare alla condivisione di un approccio strategico a livello europeo da implementare a livello nazionale per contrastare le pressioni verso il basso sui salari e sul modello sociale europeo in generale, sul welfare, sulla contrattazione collettiva e l’autonomia delle parti sociali. Per questa ragione i lavori si sono sviluppati in tre sessioni distinte, che hanno analizzato e approfondito le seguenti tematiche:

I punti fermi della discussione sono stati quelli della protezione dei salari e della contrattazione collettiva. Sindacati forti e copertura sindacale sono l’elemento principale per difendere i lavoratori, nella lotta al dumping sociale e salariale. Nel dibattito interno va inserito anche il concetto di “sciopero generale europeo”, verificando la sua fattibilità e le sue possibili forme. A livello nazionale, l’estensione dei contratti collettivi ad interi settori attraverso il principio erga omnes, può contribuire a ridurre le pressioni verso il basso, e a contrastare le pressioni dell’UE a favore del decentramento e dell’individualizzazione dei sistemi di contrattazione collettiva. Per la Cgil abbiamo sostenuto le ragioni del nostro modello contrattuale basato sulla contrattazione su due livelli e sul salario contrattuale. Permane ancora la discussione sul salario minimo che oggi rappresenta il 30% della media delle retribuzioni. La novità viene dal DGB in Germania: anche loro rivendicano il salario minimo e propongono 8 Euro l’ora. L’obiettivo della CES di arrivare al 50/60% della media delle retribuzioni in essere nei singoli Paesi, si scontra con la realtà. A fronte di una legge sul salario minimo, le controparti applicano il minimo di legge.

Per contrastare l’idea presente nella governance economica europea che le retribuzioni debbano essere al servizio della competitività, la CES sostiene che i salari devono aumentare sulla base della produttività e dell’inflazione: questa regola aurea deve essere applicata in tutti i Paesi ed è inoltre necessario che nei Paesi in surplus vi siano incrementi maggiori delle retribuzioni, quale strumento per incentivare la domanda interna e compensare gli squilibri macroeconomici.  La Ces sostiene anche soluzioni differenziate a seconda delle necessità dei singoli Paesi, anche per introdurre strumenti atti a salvaguardare le retribuzioni (vedi salario minimo per legge).

La CES proporrà al prossimo Esecutivo di marzo un documento sulle linee generali scaturite dalla discussione della Scuola d’inverno sulla strategia della CES sul coordinamento della contrattazione collettiva, sui salari e sul Patto sociale, che verrà presentato alle istituzioni europee (in allegato il documento di discussione dei lavori)

A cura di: Nicola Nicolosi – Giulia Barbucci

Siviglia: la 37^Conferenza Europea di solidarietà al popolo Saharawi

Si è svolto nei giorni scorsi a Siviglia l’EUCOCO 2012, la 37^ Conferenza Europea di coordinamento e solidarietà con il popolo Saharawi, alla presenza di istituzioni locali e nazionali, sindacati, organizzazioni della società civile. Nell’occasione si sono confermati gli impegni a sostegno dell’autodeterminazione del popolo Saharawi.

In allegato un rapporto sulla Conferenza e la dichiarazione conclusiva dei sindacati presenti all’incontro.

A cura di Silvana Cappuccio

La CES: un fallimento le conclusioni del Consiglio Europeo

“Solo parole vuote su crescita e occupazione”. Così la Confederazione Europea dei Sindacati ha bollato le conclusioni del vertice informale del 30 gennaio 2012 tra i capi di Stato dell’Unione europea che era stato indicato come un vertice sulla crescita e sull’occupazione.
Ma non ha espresso questo. Il vertice si è concluso con l’annunciato "fiscal compact" e una dichiarazione blanda e senza conseguenze sulla crescita e l’occupazione, senza impegno, solo parole vuote. I leader politici mostrano una via che porta alla un vicolo cieco.
Il segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati, Bernadette Ségol, ha dichiarato: "Il presente trattato può rassicurare la cancelliera Merkel ed i suoi amici politici, ma non i milioni di lavoratori disoccupati, poveri o precari che in Europa sono in attesa di un sostegno determinante da parte delle istituzioni dell’UE. Per questo motivo siamo contrari: i piani per riequilibrare i conti pubblici devono affrontare, in via prioritaria, la questione della crescita sostenibile. L’ austerità sta uccidendo la crescita e l’occupazione. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è un patto sociale per dare un nuovo impulso alla l’Unione europea e ripristinare la fiducia dei suoi lavoratori e cittadini ".
Nel corso del vertice informale 25 Paesi (manca la firma della Gran Bretagna e della Repubblica Ceca) hanno approvato un Trattato intergovernativo che dovrà essere sottoposto alle varie ratifiche nazionali: per essere in vigore è necessario che almeno 12 Paesi lo approvino.
Il Trattato contiene la discussa norma relativa al “pareggio di bilancio” ovvero l’obbligo di inserire nella Costituzione degli Stati della EU o in leggi equivalenti l’equilibrio dei conti. Sanzioni quasi automatiche colpiranno chi viola questa norma.
Il fiscal compact prevede anche che i Paesi con un debito superiore al tetto fissato da Maastricht del 60% sul Pil debbono avere un piano di rientro pari a 1/20 l’anno (tenendo però conto – come voleva dall’Italia – dei fattori attenuanti già previsti dal six-pack, il pacchetto di disposizioni sulla nuova governance economica).
Altra decisione la creazione del fondo salva stati permanente ESM, posticipando a luglio la decisione relativa alle risorse da destinarvi.
Appelli alla “coesione sociale” ed al bisogno di risanamento dei conti pubblici e richiami a sforzi per “l’apprendistato e la formazione” (a cui verranno destinati specifici fondi europei) fanno da sfondo a questo vertice, il primo dei Capi di Stato e di Governo del 2012. Intanto la drammatica situazione della Grecia e le altre pesanti situazioni di Portogallo, Spagna, Italia, incombono.
Le misure di austerità non sono l’unica risposta alla crisi, al contrario, causano enormi danni sociali. Se obiettivo è quello di ridurre i deficit pubblici il più possibile, non si puo’ prescindere dall’impatto sociale delle misure prese e l’Europa non può continuare a imporre misure che non funzionano. Paesi che sprofondano più a fondo nella crisi e impoveriscono milioni di persone con tutele sociali sempre più deboli.
Da ricordare infine che a fronte di un peggioramento della situazione economica e sociale e le sempre più dure misure di austerità imposta dai leader europei come l’unica soluzione, la Confederazione Europea dei Sindacati ha indetto una giornata europea di mobilitazione per il 29 febbraio, alla vigilia del prossimo Consiglio europeo.
Una mobilitazione in tutta Europa perché il lavoro e la giustizia sociale siano davvero una priorità.

A cura di: Nicola Nicolosi

Tavola della Pace: stop F35

Si è incontrato nei giorni scorsi a Roma il Direttivo della Tavola della Pace, che, come noto, riunisce Enti locali, associazioni cattoliche e laiche, i sindacati, tra cui la CGIL.

Al centro della discussione la campagna “Taglia le ali alle armi” (vedi comunicato allegato) con cui la Tavola, insieme alla Rete Disarmo e a Sbilanciamoci, intende arrivare ad un ripensamento da parte del governo e del parlamento sulla commessa da oltre 15 miliardi di euro per l’acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Figther F-35.

Evitare questa spesa risponde sia a valutazioni di inopportunità in relazione ai pesanti tagli alla spesa pubblica e alla spesa sociale che il governo ha imposto, di fronte alla crisi del debito e alle pressioni europee, sia a considerazioni in merito alla spesa militare e al modello di difesa del nostro paese.

La campagna (vedi allegato) si articolerà in varie iniziative di informazione, sensibilizzazione-pressione nei confronti del governo e dei parlamentari, una giornata nazionale con iniziative locali (100 città) di informazione e protesta-proposta per sabato 25 febbraio.

E’ già attiva una raccolta di firme cartacea e on-line (www.disarmo.org/nof35) che ha già raccolto circa 50.000 adesioni.

Le strutture che intendono organizzare o partecipare alle iniziative della campagna possono prendere contatti con il nostro dipartimento e coordinarsi a livello locale con gli altri soggetti della Tavola della Pace.

A cura di Leopoldo Tartaglia – Sergio Bassoli


Nigeria: i sindacati dicono basta a escalation di corruzione e violenza
26/01/2012

La Confederazione Sindacale Internazionale (ITUC-CSI) ed i sindacati Nigeria Labour Congress (NLC) e Trade Union Congress (TUC) hanno sollecitato le autorità nigeriane affinché pongano fine al crescente stato di insicurezza in cui vive la popolazione, a causa di violenze, omicidi, attentati, conflitti anche etnoreligiosi. Solo a Kano, nel nord del Paese, sono morte più di 250 persone dall’inizio di quest’anno.

Le forze dell’ordine non sono riuscite a fermare i continui assalti di Boko Haram, la setta che ha massacrato centinaia di persone.  Secondo le organizzazioni umanitarie, oltre 65mila persone sono fuggite a causa del clima di terrore che si è prodotto. Scontri e violenze si erano verificati subito dopo il risultato elettorale di aprile 2011, quando è stato rieletto il presidente uscente Goodluck Jonathan, cristiano proveniente dalla zona del delta del Niger, candidato del Partito Democratico del Popolo. Subito dopo l’elezione alla guida della nazione più popolosa dell’Africa oltre che maggiore produttrice di petrolio erano seguite manifestazioni dei sostenitori del candidato dell’opposizione, Muhammadu Buhari, un musulmano del nord eletto al Congresso dalle forze progressiste. Le manifestazioni erano poi velocemente degenerate in violente sommosse che hanno provocato azioni sanguinarie in molti Stati del nord come Adamaoua, Bauchi, Borno, Gombe, Jigawa, Kaduna, Kano, Katsina, Niger, Sokoto, Yobe e Zamfara.

I sindacati sottolineano come il Governo federale non sia stato capace di aggredire il grave contesto economico e sociale in cui versa la Nigeria, con massiccia disoccupazione, carenze di scuole ed ospedali, strutture produttive allo stremo e corruzione diffusa. Una situazione che ha raggiunto un punto di tensione estremamente alto lo scorso 9 gennaio, quando i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale in seguito alla decisione del Governo di sopprimere le sovvenzioni per il carburante. Questo provvedimento aveva comportato un raddoppio del prezzo della benzina (da 65 a 130 nairas al litro), rappresentando un colpo gravissimo per gran parte delle persone che vive con meno di due dollari al giorno. Lo sciopero ha avuto una larga adesione della popolazione, in una nuova situazione che ha messo insieme classi medie e povere, ed ha paralizzato il Paese.

Il Governo, invece di cercare una soluzione condivisa, ha risposto alla protesta di massa con atti di brutale repressione, prima di cedere parzialmente rivedendo la sua decisione. Dal 1999, quando venne rovesciato il regime militare, la Nigeria ha oscillato tra tendenze di segno molto diverso: in alcune fasi è apparsa come il motore di rinascita economica regionale, in altre invece totalmente asservita a interessi di parte estranei ai bisogni delle persone. La Nigeria conta 160 milioni abitanti ed è composta da circa 250 gruppi etnici, di differenti religioni e localizzazioni al suo interno. Si avvia ad essere, nel 2050, il terzo paese più popolato del mondo, dopo Cina e India. Esporta più di due milioni di barili di petrolio al giorno in America, Europa ed Asia. Ha importanti riserve di gas naturali e minerali vari. Nel pieno della crisi del mondo industrializzato, il suo Pil cresce a circa il 7% annuo e potrebbe ben presto prendere il posto del Sudafrica come la più grande economia del continente. Durante il difficile 2010, gli investimenti diretti esteri sono stati stimati in US $ 6,5 miliardi, potrebbero essere di 9 miliardi prima del 2013.

I sindacati denunciano la mancata azione del governo nei confronti del cancro della corruzione e delle distorsioni nella gestione economica e sociale del Paese, vanificando una possibile crescita a due cifre e una migliore distribuzione del reddito.

A cura di: Silvana Cappuccio




Forum Economico Mondiale:
il sindacato internazionale chiede ai “leaders”, riuniti a Davos, posti di lavoro, crescita ed equità

26/01/2012

Il movimento sindacale internazionale presenta al Forum Economico Mondiale di Davos una sua proposta per la riforma dell’economia globale, articolata in cinque principi per affrontare le attuali sfide economiche. Rivolgendosi ai Leaders politici ed economici, il movimento sindacale internazionale chiede che l’occupazione e la crescita siano al centro dei piani per riavviare l’economia mondiale.

Sharan Burrow, Segretario Generale della Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC-CSI), sostiene che sfide economiche pervasive hanno invaso tutte le aree della vita lavorativa, dai giovani che si trovano nell’impossibilità di trovare il loro primo lavoro, ai genitori che lottano contro le disuguaglianze e agli anziani che lottano per sopravvivere con pensioni sempre più magre. “Negli ultimi trenta anni, le disparità salariali hanno registrato una crescita in 17 dei 24 paesi dell’area OCSE, per i quali abbiamo a disposizione i dati. Con l’aumento della disoccupazione e la stagnazione dei salari, ci troviamo seduti su una bomba a orologeria sociale” aggiunge John Evans, Segretario Generale del TUAC (Comitato Consultivo Sindacale) presso l’OCSE. “A Davos, questa settimana, spingiamo per reinserire le persone nel nostro sistema economico. Perché sono i lavoratori in attività che porteranno l’economia globale fuori dalla crisi”, ribadisce Sharan Burrow.

I cinque principi sindacali per la crescita comprendono:

22° Congresso del sindacato tunisino UGTT. Hassine Abbassi è il nuovo segretario generale

Si è svolto tra il 25 e 28 dicembre scorsi il 22° congresso della confederazione sindacale UGTT della Tunisia.
Un congresso particolarmente importante perchè svoltosi al termine della prima fase della "rivoluzione" democratica in corso in Tunisia, durante la quale il ruolo di mobilitazione e proposta del sindacato è stato molto rilevante.
Un congresso che, senza la partecipazione di ospiti stranieri, ha continuato l’interlocuzione con importanti settori istituzionali e della società civile tunisina ed ha rinnovato il gruppo dirigente dell’UGTT.
Maggiori informazioni nella nota allegata.

A cura di: Sergio Bassoli

Ginevra: l’8^ Conferenza ministeriale OMG-WTO si e’ chiusa senza un nulla di fatto
22/12/2011  

Si è svolta a Ginevra, tra il 15 e 17 dicembre scorsi, l’8^ Conferenza ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC-WTO).
Nulla di fatto sulla chiusura del Doha Round, il ciclo negoziale della Wto lanciato 10 anni fa in Qatar e finalizzato ad una progressiva liberalizzazione dei mercati globali, dietro alla retorica dello "sviluppo" che, come denunciato anche dai Governi di alcuni Paesi emergenti e del Sud del mondo, non è mai diventato il vero centro del Round negoziale.
Una ministeriale che è stata caratterizzata dall’entrata nella grande famiglia della Wto di alcuni Paesi, tra cui la Russia, ma anche da un nuovo approccio che, per superare il riconosciuto fallimento dell’Agenda di Doha, vede "coalizioni dei volenterosi" limitate a pochi Paesi trovare accordi su specifici settori, com’è accaduto sul tema degli appalti pubblici tra Usa, Unione europea ed altri 22 Paesi.
Un plurilateralismo che dimostra l’inadeguatezza della Wto a tenere assieme molti temi su un’agenda così ampia. Così come si conferma l’incapacità dei Governi del G20 a costruire una reale governance globale aldilà dei roboanti impegni assunti nel recente vertice di Cannes.
Un approccio, comunque, contestato da diverse coalizioni di paesi, a partire dai BRICS, ma anche dal nuovo raggruppamento degli “Amici dello Sviluppo” (vedi diachiarazioni allegate).
Di fronte alla crisi globale e allo stallo dei negoziati, permane nelWto un approccio ideologico,  senza alcuna valutazione sul reale impatto della propria agenda.
Secondo la Confederazione Internazionale dei Sindacati (CSI – ITUC) che insieme al TUAC e alle Global Unions ha presentato un proprio documento di valutazioni e richieste (vedi allegato), la liberalizzazione dei mercati e la loro progressiva deregolementazione stanno alla base della crescita delle disuguaglianze e della crisi economica che stiamo vivendo. Evitare ogni analisi di impatto di queste politiche mostra un atteggiamento che sconfina nell’ideologico, perchè non ne considera le conseguenze sulla vita delle persone e sugli ecosistemi, negando proprio quello sviluppo sostenibile che si afferma di voler perseguire.
Nonostante il palese stallo, alcuni governi stanno tentando di allargare l’agenda liberalizzatrice, facendo apparire all’orizzonte anche dei nuovi temi (New issues) come il cambiamento climatico e la sovranità alimentare, sulla quale si è registrata una dura contrapposizione tra il rapporteur Onu De Schutter ed il direttore Wto Pascal Lamy sulla legittimità o meno della Wto di toccare tali temi.
Le “New Issues” sono, secondo i sindacati e molte organizzazioni della società civile riunite nella rete internazionale OWINFS (Il nostro mondo non è in vendita), un aspetto molto delicato perchè rischiano di mettere sotto un’ottica economicista e liberista questioni che attengono ai diritti dell’uomo e del pianeta che proprio per questo devono essere esclusi dai negoziati commerciali.
C’è il rischio che la Wto – di fronte al palese fallimento del ciclo negoziale di Doha, da un lato voglia “mettere il cappello” su accordi commerciali bilaterali e plurilaterali, abbandonando il livello multilaterale e il single undetaking (l’accordo unico e onnicomprensivo, per bilanciare i diversi settori), dall’altro voglia mettere le mani su aspetti come la sovranità alimentare, la lotta al cambiamento climatico ed i diritti ad un lavoro dignitoso che sono argomenti che dovrebbero essere affrontati in sedi più appropriate, come la Fao per la questione della sovranità alimentare, l’UNFCCC sul cambiamento climatico e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, per l’occupazione ed il lavoro dignitoso.
Nonostante alcune affermazioni contenute nella dichiarazione finale del presidente della ministeriale (vedi allegato), la WTO ha dimostrato ancora una volta di non voler affrontare coerentemente i problemi posti dai Paesi del Sud del mondo, a cominciare dalla questione del cotone.
La delegazione sindacale, guidata da Esther Busser dell’ufficio di Ginevra della CSI-ITUC, e composta, tra gli altri, da rappresentanti del Cosatu sudafricano, della CUT brasiliana, della CGT Argentina, della CGIL, dell’HMS indiano, ha incontrato gli ambasciatori e i negoziatori di alcuni governi, in particolare dei paesi emergenti (Argentina, Brasile, Sudafrica), ha lavorato in costante collaborazione con la società civile e la rete OWINFS e ha partecipato alle iniziative di mobilitazione, incentrate sulla tenda permanente “Occupy WTO”, installata di fronte al palazzo delle conferenze di Ginevra.

A cura di: Danilo Barbi – Leopoldo Tartaglia

Azioni della CES dopo il Vertice Europeo e in vista delle modifiche del Trattato di Lisbona
20/12/2011  | Politiche europee

Dopo gli incontri del Vertice Euro e del Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre sono scaturite una Unione europea divisa, iniziative per un una flessibilizzazione del mercato del lavoro e l’introduzione della “regola d’oro” che produrrà ancora più austerità. E’ evidente che tutto ciò non sarà a sostegno della crescita e dell’occupazione che per la CES sono gli obiettivi prioritari. Le decisioni del Vertice di dicembre porteranno ad una “disciplina fiscale con sanzioni automatiche e maggiori controllo e sorveglianza”.  Il nuovo Trattato intergovernativo tradurrà questi obiettivi in provvedimenti applicabili a livello costituzionale a livello nazionale. L’integrità dell’Unione Europea è minacciata ed è stato costituito un Gruppo di lavoro composta da rappresentanti della zona Euro e altri che hanno già indicato il  loro interesse a partecipare al processo.  La BCE, la Commissione e il Parlamento europeo prepareranno le modifiche al Trattato e cominceranno i lavori in questa settimana con l’obiettivo di avviare i negoziati e concludere entro la fine di gennaio per permettere una discussione al prossimo vertice UE ed una firma all’inizio di marzo.

Nel corso dell’ultimo Comitato esecutivo della CES, Bernadette Segol, Segretario generale, ha proposto di tenere una riunione straordinaria della Direzione per valutare i risultati del Vertice di dicembre e confermare la linea della CES sulle modifiche del Trattato. Visto l’approccio intergovernativo del Vertice di dicembre, poche sono le possibilità che la CES venga consultata a proposito, come da noi richiesto. Per queste ragioni, la CES dovrà lavorare in maniera ancora più coordinata con le sue affiliate a livello nazionale per tentare di influenzare il processo in corso.

La CES procederà nella seguente maniera:

    • adotterà un documento nella riunione straordinaria della Direzione del prossimo 25 gennaio, ribadendo le proprie posizioni che richiedono la clausola di salvaguardia salariale e il pieno rispetto dell’autonomia delle parti sociali; la garanzia che l’acquis sociale non venga rimpiazzato da provvedimenti economici e monetari: la CES richiede a tal proposito l’inserimento di un Protocollo sociale;
    • nel corso della riunione della stessa Direzione si discuterà approfonditamente di un “contratto sociale per l’Europa” proposto da alcune organizzazioni nell’ultima riunione dell’Esecutivo;
    • proporrà azioni coordinate a livello nazionale, compreso l’invio di una lettera ai  Governi nazionali con le proposte e le richieste della CES;
    • secondo le informazioni attualmente disponibili, l’incontro del Consiglio europeo della fine di gennaio / inizio febbraio si occuperà di crescita, occupazione, competitività. La CES ha già richiesto a Businesseurope di inviare una richiesta congiunta di consultazione nella riunione plenaria del vertice;
    • la CES sta cercando di prendere contatto con il Gruppo di lavoro menzionato, anche attraverso rappresentanti del Parlamento europeo.

Come già comunicato, il 7 febbraio p.v. è convocato un Comitato di Direzione allargato, prima della riunione della Scuola d’inverno, cui parteciperanno i Segretari generali nazionali, per discutere le azioni relative al nuovo accordo intergovernativo.

A cura di: Nicola Nicolosi – Giulia Barbucci

10 Dicembre: IV giornata di mobilitazione mondiale di pensionati e patronati italiani. Il sostegno della CGIL

Il 10 Dicembre, i Sindacati dei Pensionati – Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil – ed i  Patronati Inca-Cgil, Inas-Cisl e Ital-Uil, con una assemblea in tutte le sedi Consolari dei paesi di emigrazione italiana, denunceranno le condizioni di difficoltà delle fasce povere della nostra emigrazione anziana e l’assenza, fino a questo momento, della necessaria attenzione da parte del Governo Italiano.

In quella occasione sarà consegnata, a tutti i rappresentanti consolari, una lettera a firma dei Segretari Generali delle tre organizzazioni sindacali e dei Presidenti dei Patronati.

In essa si sottolinea la delusione di intere generazioni che si sono viste tagliare, insieme ai fondi per l’assistenza, la scuola, la tutela ed i diritti maturati con il lavoro, spazi di democrazia e di riconoscimento della "rappresentanza" con il mancato rinnovo dei Comites.

Le organizzazioni promotrici dell’iniziativa chiedono al nuovo Governo, pur in presenza di una crisi pesantissima, che questa parte di italiani sparsi per il mondo non venga dimenticata e che la risorsa emigrazione sia riconsiderata alla luce della presenza delle "seconde e terze generazioni" e del nuovo fenomeno delle "migrazioni".

La Cgil, condividendo lo spirito e le forme dell’iniziativa, sottolinea che da tempo è impegnata a chiedere l’immediato rinnovo delle forme di rappresentanza (Comites e Cgie) dichiarando la sua opposizione al DDL Tofani che, affrontando le questioni della riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, cancella di fatto tutte le forme associative che, nel secolo scorso in particolare, hanno accompagnato intere generazioni di migranti e, spesso, ne hanno scritto la storia.

La Cgil sottolinea anche la sua disponibilità ad incontrare, unitariamente, il nuovo Ministro degli Esteri al quale, proprio ieri, ha inviato una lettera accompagnata da due documenti di merito sulla riforma in discussione alla Commissione Affari Esteri della Camera.
Andrea Amaro – Claudio Sorrentino

Dipartimento Politiche Globali

10 dicembre 2011:

63° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

63 anni fa, a Parigi, i 58 rappresentanti degli Stati allora membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, riuniti nell’Assemblea Generale, approvarono questa Dichiarazione con 48 voti a favore, 8 astensioni e 2 assenze.

Ci vollero altri 28 anni per passare dalla Dichiarazione, non vincolante, ad una Convenzione internazionale. In realtà, gli Stati membri non vollero un’unica Convenzione Internazionale, e quindi se ne produssero e se ne approvarono due, quella per il riconoscimento dei diritti politici e civili e quella per il riconoscimento dei diritti economici, sociali e culturali. Entrambe approvate dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1966, ma entrate in vigore solamente nel 1976, dopo le necessarie ratifiche degli Stati membri, passati nel frattempo, da 58 del 1948 ai 147 (oggi sono 192 gli Stati membri).

La storia della Dichiarazione, dei suoi principi e ideali, delle sue diverse interpretazioni ed evoluzioni nel sistema del diritto internazionale, come della sua applicazione nei rapporti tra stati e cittadini, si intreccia con la storia recente dell’umanità; la fine del secondo conflitto mondiale e del colonialismo, la guerra fredda, la nascita dei nuovi stati indipendenti.

Nata come impegno delle potenze che sconfissero il nazi-fascismo e come ideale “da raggiungere per tutti i popoli e per tutte le nazioni”, come recita il preambolo, la Dichiarazione, dai suoi primi passi, ha avuto difficoltà a rappresentare il punto di vista di quelle Nazioni e di quelle culture liberatesi dal colonialismo, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, come pure ha incontrato le resistenze e gli ostacoli degli stessi Stati occidentali che l’hanno partorita. Un percorso ed una vita difficile, perché i suoi principi, i suoi ideali ed i suoi articoli chiedono comportamenti e decisioni politiche coerenti, responsabili e cogenti.

L’esempio, a noi più vicino, è quello dei diritti del lavoro che fanno parte, a pieno titolo, della famiglia dei diritti umani, come descritto già allora, nel 1948, dall’Articolo 23 della Dichiarazione (*). Ad una semplice lettura non può sfuggire quanto l’ideale di pieno raggiungimento per popoli e nazioni, scritto ed approvato dai capi di stato ben sessantatre anni or sono, sia lontano dalla pratica e dalle tendenze dell’attuale sistema economico globale e dalle risposte che il sistema sta dando alla crisi stessa. La stessa inestimabile azione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia tripartita delle Nazioni Unite preposta alla emanazione e promozione delle norme internazionali del lavoro, è stata messa in discussione dalle politiche neoliberiste del libero mercato e della deregolazione.

Indivisibilità, interdipendenza, cogenza dei diritti umani stabiliti in questa Dichiarazione sono ancor oggi una conquista universale da tradurre nell’impegno quotidiano di ogni singola persona e di ogni singola istituzione.

Per il sindacato, per la CGIL, questa è la strada.


(*) Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
Articolo 23

Danilo Barbi

Segretario Confederale

Resp. Dipartimento Politiche Globali