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Ci eravamo lasciati nel Comitato Direttivo di Dicembre indicando la prima riunione dell’Assemblea Generale quale appuntamento per discutere le linee programmatiche e di indirizzo dell’attività sindacale della Filcams per il 2016. Ci occuperemo di questo provando a proporre un approccio diverso.

Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere maggiormente l’Assemblea Generale nella discussione e nelle iniziative della categoria per alimentare il contributo al dibattito e alla costruzione delle iniziative stesse.

Partendo da questa premessa vogliamo provare a tracciare il filo conduttore del piano di attività 2016, che è in continuità con quanto già sviluppato lo scorso anno, per consegnare gli approfondimenti ad un ulteriore appuntamento dell’Assemblea e concentrarci oggi su alcune priorità.

Prima di tutto, voglio però ricordare che venerdì si svolgerà il funerale di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario ucciso al Cairo. Quello che sappiamo è che Giulio Regeni era una persona attenta ai problemi sociali e viveva con interesse e passione le vicende del paese dove stava lavorando. Lo dimostrano la sua vicinanza ai problemi dei lavoratori e dei sindacati egiziani che vivono il clima di terrore messo in atto dal regime.

Quanto avvenuto e come è avvenuto tocca la nostra sensibilità e dedicando un pensiero a lui e alla sua famiglia vogliamo ricordare anche le 1700 persone scomparse in Egitto nel 2015. Tante, infatti, sembrano essere i desaparecidos secondo le fonti di alcune Organizzazioni non Governative che operano nel territorio egiziano.

L’Egitto è nei fatti oggi uno stato di polizia che per mantenere la stabilità del regime reprime nel terrore e con violenza ogni forma di movimento politico, ogni pensiero alternativo. Anche per questo la verità sull’omicidio Regeni sarà complicato e, come si legge oggi dalla stampa, il caso viene già liquidato dalle autorità come criminalità comune.

Questo è l’epilogo di un paese che aveva dato vita – il 25 gennaio del 2011 – alla speranza e alla rivolta di Piazza Tahrir per liberarsi dalla dittatura di Mubarack e che oggi soffoca sotto una nuova dittatura dopo il colpo di stato militare.

La condizione dell’Egitto, sta insieme ad una area vasta di dittature, conflitti, guerre che rendono una polveriera l’intero medio oriente e dove ormai il termine terrorismo internazionale è entrato nel nostro vocabolario perché il coinvolgimento non ha più confini come stanno purtroppo a dimostrare i recenti attacchi terroristici di Parigi.

Un assetto geo-politico complicato che non può essere ridotto a semplificazioni o slogan ma che per le implicazioni date ha necessita di essere conosciuto e compreso.

Crediamo, per la stessa ragione che sia necessario comprendere meglio e non per approssimazione il significato della discussione in corso in queste settimane tra i vari stati europei rispetto alla sospensione del trattato di Schengen.

Vediamo da troppo tempo un flusso migratorio con numeri incalcolabili di morti e di profughi in fuga dalla guerra civile siriana, dalla guerra tra sunniti e sciiti, dalle tante situazioni di povertà e di paura che sono arrivati a produrre come reazione la crisi di quell’accordo firmato per la libera circolazione delle persone.

L’incapacità di costruire una strada europea comune rappresenta un fallimento della politica e del progetto europeo stesso. Siamo consapevoli inoltre che i rischi maggiori di questo fallimento saranno sopportati dai paesi più in difficoltà come già avviene per l’Italia e la Grecia rispetto ai flussi migratori. Soprattutto si continuerà ad alimentare quel sentimento di paura, xenofobia, populismo e intolleranza che tradisce la dignità delle persone fingendo che alzando muri potremmo sentirci più sicuri e più liberi.

Per questo grado di complessità, crediamo sia utile a tutti noi, dedicare nell’ambito del programma dei lavori del 2016 una sessione dell’Assemblea ad un approfondimento sulle questioni e sugli scenari internazionali.

Per continuare a tratteggiare le linee programmatiche della FILCAMS, come detto in premessa, provo a consegnare gli ulteriori titoli su cui sarà necessario lavorare nel 2016:

La prima grande priorità è quella con cui abbiamo aperto i lavori della giornata: la Carta Universale dei Diritti, il Nuovo Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori. Dopo la relazione di Danilo Barbi non c’è altro da aggiungere se non di darci come FILCAMS l’obiettivo alto di parlarne con tutti i nostri iscritti nei luoghi di lavoro e contribuire alla costruzione di un ampio coinvolgimento anche fuori dalle sedi della CGIL.

Ad inizio del 2016 la questione ammortizzatori sociali rischia di diventare una grande emergenza. L’ultima riforma del Governo Renzi ha prodotto una contrazione sostanziale Le vertenze di ATA Hotel, dell’Hotel Boscolo, della mensa scolastica del Comune di Messina con centinaia di posti di lavoro a rischio possono essere prese come i riferimenti più contingenti delle centinaia di vertenze che si continuano ad aprire nei territori.

Affrontare queste vertenze, come le tante altre ancora in corso, sapendo di non avere adeguati strumenti sul fronte degli ammortizzatori amplifica il problema ed è per questo che è necessario rimette al centro l’estensione universale della tutela nel caso di perdita del posto di lavoro. Così come è necessario proseguire la nostra battaglia per vedere modificata la NASPI per i lavoratori stagionali.

Tra le nostre azioni resta la parola d’ordine appalti. Ad inizio anno abbiamo avuto un buon segnale con l’approvazione del DDL di recepimento della direttiva europea; ora dobbiamo seguire l’iter delle Deleghe per migliorare quel testo ed evitare possibili stravolgimenti da parte di chi ritiene che regolamentare il sistema costituisca non un segno di trasparenza, tutela e civiltà del lavoro ma un tentativo di far morire la libertà delle imprese e del mercato. Sugli appalti quindi non possiamo ancora sentirci “in sicurezza”.

A questo dobbiamo aggiungere tutto il problema legato alla revisione delle società partecipate e delle Camere di Commercio frutto della Legge Madia, come il futuro dei lavoratori Ex LSU e degli Appalti Storici.

Sul tema della bilateralità dobbiamo concretizzare tutti i risultati fissati nell’Accordo sulla Governance sottoscritta con Confcommercio e lavorare per l’estensione delle stesse regole negli altri settori.

E’ ormai un dato assodato il nostro impegno nella formazione dei gruppi dirigenti dai segretari, ai funzionari ai delegati. Il Piano Nazionale di Formazione dovrà continuare le sue attività anche attraverso un aggiornamento e implementazione rispetto ai temi e alle esigenze nuove da affrontare sotto il profilo sindacale a partire da una lettura più “globale” delle dinamiche dei nostri settori e dalla legalità.

In tal senso la legalità deve assumere un tratto che vogliamo definire interdisciplinare. Sempre più davanti ai dati sconcertanti e sconfortanti che vedono il paese tra i primi posti per infiltrazioni mafiose, per corrutela e per illegalità diffusa, dobbiamo non dare per scontato la crescita di una cultura della legalità oltre all’acquisizione di strumenti per affrontare sindacalmente i problemi come quello dei sequestri e delle confische delle imprese legate alla criminalità.

La categoria dovrà proseguire il suo impegno sulle pensioni perché questo non è un tema solo per vecchi assunti; per una categoria che aggrega giovani, donne, part time, resta un tema centrale per il futuro di milioni di lavoratori. Per questo è necessario continuare a chiedere la revisione dell’attuale normativa – su cui cgil,cisl e uil hanno presentato una piattaforma comune – insistendo perché il Governo apra questa discussione ed essere pronti a sostenere le iniziative conseguenti.

Nel corso del 2015 abbiamo avuto il primo grande risultato delle intese sul tema della rappresentanza con gli accordi sottoscritti con Confcommercio e Lega Coop che seguono quello con Confindustria. Ora è necessario recuperare il ritardo nell’applicazione e dedicare del tempo alla formazione e a dare concretamente corpo alle intese.

Dobbiamo proseguire l’elaborazione ed il lavoro sulle politiche del Turismo che abbiamo avviato nel 2014- 2015 partendo dal binomio turismo e cultura. Il Turismo vive ancora di una profonda sottovalutazione e risulta ancora troppo assente nel dibattito – in verità già abbastanza povero – che riguarda le politiche di sviluppo del nostro paese.

Continuiamo a sostenere che siamo in presenza di una miopia nelle scelte e anche nelle non scelte che tengono ai margini le potenzialità derivanti da un sistema turistico vasto e integrato decidendo di condannarci ad una discussione sterile tra economie di serie A ed economie di serie B. La Filcams ha sviluppato una proposta e vuole continuare a portarla nella discussione per costruire nuove alleanze.

Il differenziale nord-sud del paese è il primo tra i fattori che non consentono all’Italia di avere una prospettiva di crescita. Come Filcams abbiamo bisogno di trovare, dentro le proposte della Confederazione con Laboratorio Sud, una lettura e una proposta per i nostri settori a partire dalle dinamiche contrattuali.

Questo programma, come indicato in premessa, non vuole essere esaustivo delle iniziative e dei campi di intervento della filcams perché resta forte il nostro impegno sulle politica della salute e sicurezza con un’attenzione particolare alle RLS, sulle politiche di genere e dei diritti civili, su temi sociali e contrattuali come quello delle liberalizzazioni degli orari, nel sindacato europeo e internazionale, conviti che tutto sia tenuto insieme da un unico filo conduttore.

Per questo resta centrale nel 2016 la contrattazione a cui oggi dedichiamo una parte rilevante dei nostri lavori.

Prima di affrontare il tema contrattuale, colgo l’occasione dell’Assemblea generale per ringraziare le lavoratrici e i lavoratori, le delegate e i delegati della ristorazione collettiva che venerdì 5 febbraio hanno realizzato una bella giornata di sciopero a sostegno della vertenza sul Contratto nazionale.

Uno sciopero riuscito, in un settore che conta circa 75 mila lavoratori, impiegati in un numero enorme di scuole, caserme, fabbriche, ospedali e che insieme al problema del Contratto Nazionale continuano a vivere condizioni di lavoro fragili dovute in larga misura ad un sistema degli appalti tutto schiacciato sui tagli e sul massimo ribasso.

Quello del 5 febbraio ha rappresentato un momento di mobilitazione necessario e conseguente a tutta la pazienza che abbiamo messo per ricercare soluzioni nella trattativa. Dopo 32 mesi dalla scadenza del Contratto Nazionale è però risultato evidente che ogni appuntamento si era trasformato in una replica delle puntate precedenti.

Sul tavolo, da parte delle Associazioni datoriali, continuano ad essere posti temi inaccettabili: il depotenziamento della malattia, la revisione della clausola sociale negli appalti, la decurtazione dei permessi e una proposta irrisoria sul salario.

Ora, si tratta di vedere la coerenza delle dichiarazioni delle Associazioni datoriali (ANGEM, ACI) rilasciate alle agenzie di stampa nella giornata dello sciopero in cui registriamo:

    - che per loro non si è mai stati davanti ad una rottura delle trattative ma solo alla necessità di avere una pausa di riflessione;

    - che la loro volontà è quella di arrivare alla sottoscrizione del rinnovo del contratto di lavoro in tempi rapidi;

    - che non vogliono togliere condizioni, diritti e tutele ai lavoratori ma solo definire un CCNL che risponda ai cambiamenti intervenuti e alle specificità proprie del settore.

Noi eravamo pronti e lo siamo ancora a capire se queste dichiarazioni corrispondono a qualcosa di diverso rispetto ai contenuti che sono stati alla base della proclamazione di sciopero altrimenti non potremmo che trarre le conseguenze e decidere la prosecuzione delle iniziative.

Anche per le lavoratrici ed i lavoratori delle agenzie di viaggio, dei bar e dei ristoranti, della ristorazione autostradale come per quelli delle aziende che aderiscono a Confindustria e Confesercenti sono trascorsi 32 mesi senza rinnovo del Contratto.

Per questi settori viviamo da molto tempo l’assenza di una trattativa nonostante le azioni di mobilitazioni avvenute nel corso del 2015. Gli unici segnali, nelle ultime settimane, sono arrivate da FIPE che ha provato, seppur in una forma esplorativa, a comprendere se riaprire un percorso ponendo però nuovamente dei temi vecchi: revisione di scatti, Rol, malattia, banca ora, a cui segue un aumento del salario con una decorrenza e durata più lunga e senza alcun recupero degli anni persi.

Con queste proposte , che nulla modificano rispetto ai temi che avevano reso impraticabile un accordo, le prove di dialogo sono state subito raffreddate.

Registriamo la “timidezza” di Confindustria Turismo che non riesce ancora a dare segnali per una ripresa della trattativa.

L’11 febbraio incontreremo nuovamente Federterme e auspichiamo di trovare un punto per chiudere definitivamente il contratto. Le Terme in Italia contano 15 mila lavoratori di cui circa 11000 stagionali, ed è un settore profondamente in crisi per ristrutturazione, per gli interventi del Governo e per incapacità delle imprese di costruire una nuova strategia per rispondere a questi cambiamenti.

Il nostro tentativo di mettere un punto fermo al contratto – che rischia altrimenti di rimanere aperto sine die – è indispensabile perché recuperare integralmente i 4 anni e mezzo trascorsi è un’operazione complicata e contestualmente non è pensabile riavviare una trattativa nuova per il prossimo triennio senza ancora aver chiuso il pregresso. Stiamo lavorando per una proposta economica che apre ad uno spostamento della decorrenza e durata del contratto al 2016-2018 e un riconoscimento una tantum del pregresso. Una mediazione comunque non facile perché la controparte continua a chiedere anche interventi inaccettabili relativi ad un ampliamento della sfera di applicazione con il riconoscimento di figure professionali proprie del comparto alberghiero.

Se perveniamo ad una chiusura di questa complicata vertenza, resta l’urgenza di affrontare un progetto di prospettiva per il settore termale in Italia. Di questa urgenza dobbiamo farci carico per evitare di affrontare senza strumenti e proposte un rischio occupazionale diffuso e la dispersione di un patrimonio importante nei territori e per l’economia del turismo.

Nel settore del Multiservizi abbiamo compiuto 24 mesi senza rinnovo del Contratto e siamo ad una situazione di stallo.

Oltre alle note complicazioni sui contenuti le controparti hanno aggiunto come problema dirimente per il Contratto la definizione delle norme contenute nella legge di stabilità rispetto alla “tassa sui licenziamenti” che produrrebbe un ulteriore ingiustificato aggravio economico per le aziende del settore.

Posto che anche noi abbiamo espresso contrarietà al provvedimento del Governo e abbiamo agito unitariamente al fine di supportare un emendamento alla Legge di Stabilità, riteniamo strumentale la posizione assunta dalle controparti. Un ulteriore pretesto per non discutere del rinnovo del contratto.

L’alibi è però caduto la settimana scorsa poiché possiamo dire con sufficiente certezza che diventerà operativo l’emendamento che sospende per il 2016 “la tassa sui licenziamenti” per il cambio appalto. Certo, stiamo parlando di una sospensione e non di cancellazione della norma come da noi richiesto ma la partita degli aggravi dei costi così come paventata assume un’altra forma.

Ora stiamo provando a comprendere se c’è un posizionamento diverso delle controparti ma anche per il Multiservizi, abbiamo la necessità di arrivare in tempi rapidi ad una azione più incisiva rispetto alla sola proclamazione dello stato di agitazione.

Abbiamo in corso anche la trattativa per il CCNL delle farmacie Private scaduto il 31 gennaio 2013. Nell’ultimo coordinamento dei delegati e delle strutture è stata lanciata la "coalizione per il contratto " aperta alle molte associazioni del settore che aggregano farmacisti. Intanto Federfarma ha informalmente dichiarato che si potrebbe riaprire il confronto ma ad oggi non abbiamo avuto segnali costruttivi.

Abbiamo invece “lavori in corso” per il CCNL della Vigilanza Privata scaduto il 31 dicembre 2015. Il coordinamento FILCAMS sta lavorando da diversi mesi per mettere a punto le basi utili per una piattaforma da portare alla consultazione e condivisione dei lavoratori.

Rispetto alla presentazione della piattaforma cumuliamo certamente del ritardo legato alla necessità di ricucire i rapporti tra tutte le OOSS.

Tale esigenze nasce dal fatto che il precedente rinnovo vede la firma della sola filcams e fisascat e la sottoscrizione di due Contratti Nazionali di Lavoro, uno in capo alla sola Uiltucs. La ricostruzione di un possibile percorso unitario è un punto centrale anche per fare chiarezza nel settore riportando tutti sotto un unico Contratto Nazionale.

Abbiamo sicuramente l’esigenza di velocizzare i tempi ma il lavoro che abbiamo avviato necessita di una costruzione paziente e mettiamo in preventivo che anche questo rinnovo non sarà facile.

Il settore sta vivendo da anni una concorrenza tutta concentrata sui costi, insieme alla presenza di irregolarità e illegalità diffusa dove nelle regioni del Sud siamo costretti a registrare anche l’impotenza delle Prefetture davanti alle denunce delle Organizzazioni Sindacali. Per questo ci stiamo muovendo, di concerto con la Confederazione,. per richiamare e attivare un ruolo delle Istituzioni e del Ministero competente nella regolazione delle materie relative alla sicurezza. Regole e controllo che si sono persi in questi anni e che devono invece poter rappresentare un fattore di certezza e trasparenza per il comparto.

Le evoluzioni dei Contratti Nazionali della Grande Distribuzione Organizzata, delle Coop e di Confesercenti sono ancora da verificare.

Dopo le importanti mobilitazioni di novembre e dicembre 2015 abbiamo ricevuto nei giorni scorsi una richiesta di incontro da parte di Federdistribuzione.

Si tratta di una richiesta di incontro ufficiale alle Segreterie Nazionali di Filcams – Fisascat e Uiltucs che consideriamo comunque un segnale positivo. Per il tenore della richiesta, assumo un comportamento prudenziale auspicando di essere difronte alla riapertura della trattativa per arrivare in tempi rapidissimi ad una soluzione contrattuale.

L’incontro, come abbiamo già comunicato a tutte le strutture per diffonderlo in tutti i luoghi di lavoro si terrà il 12 febbraio.

A breve, dovremmo avere un incontro di chiarimento anche con Confesercenti e per questo Contratto valgono le stesse valutazioni che ho pocanzi espresso.

Più defilato il comportamento della Distribuzione Cooperativa. Ci è evidente che le Coop attendono di comprendere l’evoluzione del tavolo di Federdistribuzione e sappiamo che al loro interno si sono svolte diverse riunioni.

I contatti ad oggi informali ci consegnano questo stato dell’arte insieme alla conferma della volontà delle Coop di affrontare il percorso negoziale. Ora dobbiamo verificare se questi orientamenti, ancora troppo generici, si traducono in un appuntamento ufficiale per riallacciare le fila della trattativa.

Questa è la complessità in cui ci muoviamo e di cui credo possiamo produrre una sintesi utile a fare chiarezza anche nella gestione del rapporto con l’esterno e con le lavoratrici e lavoratori:

    -La stagione contrattuale vede l’utilizzo di un linguaggio mistificatorio. La maggioranza delle controparti datoriali continua a dire che non vuole togliere diritti e tutele ai lavoratori ma che il rinnovo del contratto deve rispondere ai cambiamenti intervenuti nei settori e soprattutto alle specificità dei settori.

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    - Che cosa significa ? e perché noi non saremmo stati e non siamo disponibili a ragionare di questi che possono essere percepiti come obiettivi di buon senso?

    -Perché alla prova dei fatti, quella che viene chiamata specificità dei settori altro non è che una riduzione e ristrutturazione in pejus dei diritti e delle tutele oggi esistenti per i lavoratori a cui si aggiunge un salario contenuto – dato il tasso di inflazione basso di cui soffre l’Italia e l’eurozona e prospettive di crescita economica impercettibili.

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    -Molti contratti hanno già saltato una tornata e altri sono ormai al limite. Una situazione che rende ancora più complicato dare una risposta alla questione salariale per consegnare aumenti economici dignitosi e per mantenere il principio della omogeneità all’interno dei settori.

    - Nel mese di marzo compie un anno il rinnovo del Contratto Nazionale di Lavoro sottoscritto con Confcommercio. Ciò significa che c’è una platea di lavoratori che ha visto il pagamento di aumenti retributivi in busta paga e altri lavoratori che hanno avuto l’ultimo aumento nel 2013.

      Situazione ancora più grave nel settore del Turismo dove l’unico contratto sottoscritto con Federalberghi è in scadenza il prossimo Agosto. Le aziende aderenti a Federalberghi, da marzo sosterranno l’effetto trascinamento dell’intero aumento contrattuale.

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    -Ci è chiaro quanto è importante in questa fase il “fattore tempo”. Più si dilaziona la ricerca di una soluzione, più il differenziale che si produce tra contratti concorrenti aumenta e diventa una complicazione ulteriore nella trattativa. Nello stesso tempo, i mancati rinnovi producono un indebolimento nella tenuta dei contratti già sottoscritti che restano isolati.

      Effetto dumping nei settori ed effetto scouting associativo sono due deviazioni di questa complessa dinamica.

      Rispetto a questo quadro, che dobbiamo continuare a considerare inedito per la sua gravità, è prioritaria una assunzione di responsabilità anche da parte delle imprese e delle associazioni datoriali per riprendere le trattative e riuscire a definire in tempi rapidi e su basi diverse i rinnovi contrattuali.

      Questo è il messaggio che abbiamo inviato unitariamente qualche settimana fa a tutte le associazioni datoriali e che se non troverà risposte adeguate ci porterà ad un ulteriore mobilitazione nel mese di Marzo a sostegno delle vertenze di tutti i contratti nazionali aperti.

      Per questo gli incontri che si svolgeranno – e che auspichiamo saranno seguiti da altri nei vari settori – saranno importanti sia per raggiungere l’obiettivo dei rinnovi sia per definire i contenuti che dovrà assumere la mobilitazione.

      Intanto possiamo dire che aver condiviso unitariamente tale percorso è un fatto non scontato e positivo; una lettura comune tra le OOSS sulla gravità della situazione e sulla necessità di agire tutte le leve per rimuovere le posizioni delle controparti.

      Restiamo convinti che firmare un contratto si può, lo abbiamo dimostrato noi e lo ha dimostrato venerdì il settore dell’industria alimentare firmando il rinnovo.

      Consideriamo questo risultato già di per se una buona notizia. E’ stato prodotto non solo un aumento contrattuale (105 euro in quattro anni) ma si è realizzato un accordo che non segue le linee di Confindustria e mette in luce che si può ricercare un equilibrio tra le parti producendo delle mediazioni senza destrutturare diritti e tutele.

      Inoltre il rinnovo inizia a tradurre alcune delle linee contenute nella proposta di Nuovo Modello Contrattuale condivisa a Gennaio tra CGIL, CISL e Uil che aveva ricevuto una bocciatura da parte di Confindustria.

      Al tavolo di trattativa Federalimentari si è convita del contrario discostandosi nei fatti dalla valutazione di Confindustria.

      Anche il Nuovo Modello Contrattuale è una novità importante di questo 2016. Una proposta unitaria che parla a tutte le Associazioni datoriali che mette insieme punti qualificanti: la centralità del CCNL, l’ampliamento della contrattazione di II livello che aggiunge il terreno della contrattazione di sito e di filiera, l’erga omnes dei contratti come risposta anche ai tentativi del governo di arrivare alla definizione di minimi salariali di legge; la riconferma degli accordi sulla rappresentanza e alcune innovazioni dei nostri modelli che riguardano le forme di partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, il ruolo del welfare e della bilateralità.

      Si tratta ora di capire se si apriranno confronti con le diverse Associazioni datoriali per raggiungere intese condivise.

      Il Nuovo Modello Contrattuale non potrà rappresentare una soluzione per le nostre attuali vertenze ma il valore complessivo e di prospettiva resta tutto perché pone le condizioni di esercitare una nuova costruzione delle piattaforme e dei contratti partendo da linee di indirizzo nuove e condivise dopo diversi anni di separazione sulle regole generali.

      Per leggere meglio quanto sta avvenendo nei nostri settori, dobbiamo evidenziare che viviamo una situazione ancora molto fragile e senza segnali di ripresa dell’economia del nostro paese.

      I messaggi di ottimismo che vengono lanciati dal Governo e alcuni dati di miglioramento che si attestano intorno a percentuali di crescita impercettibili continuano a scontrarsi con un mondo reale diverso.

      Quella del nostro paese è una tabella di marcia verso una ripresa che lascia indietro molte persone che rischiano di cadere e rimanere nel limbo degli esclusi : esclusi dal reddito e dal lavoro.

      Abbiamo una occupazione che cresce per effetto delle tutele crescenti previste dal Jobs Act e degli incentivi economici ma crescono anche i voucher. Un dato allarmante che ha raggiunto i 100 milioni di voucher venduti tra gennaio e novembre del 2015 provocando un effetto distorsivo e il mantenimento di uno stato di povertà diffuso.

      I voucher crescono nei settori del commercio, del turismo e nei servizi con punte allarmanti in Sicilia e in Liguria su cui resta alta la nostra attenzione e la necessità di continuare a lavorare per rimuovere

      Gli effetti di tale contesto di criticità si riscontrano anche nella contrattazione di secondo livello. Una contrattazione che ha visto una lunga stagione che abbiamo definito prevalentemente difensiva accompagnata da una estensione positiva, seppur debole, di nuova contrattazione in aziende prima non coperte da accordi.

      Qualche settimana fa è stato siglato un accordo sperimentale sulla gestione del lavoro domenicale in Esselunga e il 29 gennaio è stata raggiunta l’ipotesi di accordo per il rinnovo del CIA Metro a seguito della disdetta da parte dell’azienda. Entrambi sono ora sottoposti al referendum dei lavoratori.

      Non entro nel merito degli accordi che sono stati ampiamente discussi e diffusi nel corso di questi mesi ma per la sperimentalità finalizzata a dare risposte “tra inclusi ed esclusi” sul tema delicato del lavoro domenicale, come nell’accordo Esselunga, per la tenuta prodotta davanti alla disdetta del CIA Metro, per le mediazioni raggiunte ricercando equilibri anche sul fronte dell’ampliamento dei diritti, la segreteria della Filcams esprime un giudizio positivo sulle intese raggiunte che porteremo al referendum tra le lavoratrici e i lavoratori. Un valore democratico, quello del referendum, rafforzato dal percorso partecipativo delle strutture e dei delegati nelle varie fasi di trattativa. Questi due aspetti credo vadano valorizzati e rispettati da tutti anche nella diversità delle posizioni che si sono articolate sulle intese raggiunte.

      Nel contesto contrattuale molte sono ancora le complicazioni che ci vedono impegnati a partire dalla trattativa del Contratto Integrativo di Carrefour svolta a seguito della terza disdetta da parte dell’azienda; il caso Auchan che ha riflessi sia sotto il profilo occupazionale sia sotto il profilo contrattuale per la disdetta e disapplicazione unilaterale del Contratto Integrativo. A questo aggiungo e concludo con l’operazione posta in essere dal modo cooperativo attraverso la nuova Coop Alleanza 3.0.

      Il tema della contrattazione necessita di un impegno costante per produrre letture aggiornate di quanto sta avvenendo nelle filiere distributive e nella riorganizzazione dei vari settori produttivi. Uno sguardo per riuscire a cogliere e anticipare, seppur faticosamente, i cambiamenti e come questi possono poi essere tradotti anche in soluzioni innovative nella contrattazione. In tale direzione abbiamo avviato nelle scorse settimane appuntamenti formativi di approfondimento sulla GDO per le strutture e i delegati che riteniamo debbano diventare una modalità strutturale per la categoria.

      A questo si aggiunge la costante necessità di sviluppare analisi, proposte e linee di indirizzo guardando la contrattazione che è stata prodotta e quella da sviluppare in settori molti diversi tra loro. Approfondimenti che devono consentirci di dare gambe alla contrattazione inclusiva e sperimentare delle innovazioni come previsto nel Nuovo Modello di Relazioni Industriali sapendo che stiamo ancora contrattando nella crisi e nell’era del Jobs Act .

      Anche in tale ambito abbiamo avviato un lavoro che vorremo portare a condivisione entro il mese di maggio attraverso la costruzione di iniziative specifiche.

      Come ormai siamo abituati a concludere, sicuramente ci sono troppe cose e troppi fronti aperti ma sono certa che il dibattito ne porterà, pensandoci bene, molti altri.

Care compagne, cari compagni

Sabato scorso a Milano abbiamo dato vita a una straordinaria giornata. Abbiamo occupato e colorato Piazza della Scala da cui è arrivato un messaggio di condivisione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, un sentire comune rispetto agli obiettivi che ci hanno portato a proclamare lo sciopero e la manifestazione nazionale.

Il risultato del 19 dicembre non era scontato e non è una valutazione di circostanza.

Tra il precedente sciopero e il 19 dicembre sono avvenute molte cose che hanno condizionato tutto il nostro lavoro:

    -Il comportamento delle aziende che hanno messo in campo e intensificato azioni di dissuasione, pressione e contro informazione nei luoghi di lavoro. Diverse aziende hanno investito anche in pubblicità per affermare la propria posizione, tranquillizzare soci e clienti sulla garanzia del servizio nel giorno dello sciopero. Sono state azioni che avevamo già registrato il 7 novembre ma che ci hanno ancora colpito per l’impatto e la modalità con cui sono state attuate.

    -I lavoratori hanno sentito l’effetto dello sciopero del 7 novembre e non è stato facile, a breve distanza di tempo, sostenere un ulteriore sacrificio economico.

    -Il periodo natalizio, che non abbiamo scelto casualmente, ha sempre avuto delle controindicazioni. E’ il periodo che rappresenta un impatto più incisivo sotto il profilo mediatico ma contemporaneamente è più sentita la responsabilità del rapporto tra lavoratori e clienti. Inoltre, in questo periodo, è più alta la presenza di lavoratori con contratto a termine che fanno più fatica ad aderire allo sciopero. Non ultimo, l’effetto liberalizzazioni ha fatto sì che molti lavoratori erano comunque in turno la domenica successiva allo sciopero.

    -La scelta di una manifestazione unica a Milano ha rappresentato un’assoluta novità organizzativa legata a una piazza importante e di forte impatto simbolico, soprattutto per Federdistribuzione, ma per le strutture e i territori più decentrati ha costituito un problema logistico non di facile gestione.

    -La necessità di intensificare la nostra azione con un’altra giornata di sciopero è stata colta con preoccupazione da parte dei lavoratori in relazione all’aspettativa di conseguire la riapertura del negoziato dopo lo sciopero del 7 novembre.

    -Alcune aziende hanno iniziato a pagare gli aumenti del CCNL Confcommercio adottando varie formule. Una scelta che, da un lato, ha avuto l’obiettivo di depotenziare lo sciopero dall’altro però, abbiamo la necessità di cogliere questo segnale come l’apertura di una dinamica interna al fronte di Federdistribuzione.

Anche per questo insieme di condizioni, possiamo esprimere assoluta soddisfazione per la riuscita complessiva di una giornata importante e straordinaria per la FILCAMS e per il rapporto unitario.

Ancora una volta possiamo dirlo con certezza, il lavoro fatto nelle assemblee sindacali, nei volantinaggi e nei presidi, con il supporto dei social, ha pagato e si riconferma come la modalità più incisiva per costruire la condivisione e la partecipazione da parte dei lavoratori e delle lavoratrici.

Per questo, attraverso voi, voglio ringraziare le delegate e i delegati, gli iscritti e le iscritte e tutti i lavoratori del grande sforzo, del lavoro e della tenacia che ancora una volta hanno mostrato per la riuscita dello sciopero e della manifestazione consegnandoci uno straordinario risultato.

Un ringraziamento che voglio rivolgere anche alla Filcams di Milano che ha supportato e di fatto gestito insieme a noi la logistica e l’organizzazione perché, come sempre avviene, il territorio che ospita assume gli oneri dell’evento ma credo, in questo caso, anche gli onori di una giornata importante.

Se la manifestazione ci consegna questo risultato, sui numeri di adesione vorrei non dare i numeri! Proverei a tenere questo profilo perché altrimenti rischiamo di appassionarci a una discussione parziale e forse fuorviante.

L’adesione allo sciopero è stata significativa tenendo conto anche delle diversità territoriali e aziendali che ben conosciamo perché già verificate nella giornata del 7 novembre.

Voglio provare a sintetizzare la questione adesioni e il risultato dello sciopero evidenziando che abbiamo inciso molto, dal punto di vista mediatico, nei confronti di Federdistribuzione e delle Coop mentre dal punto di vista delle adesioni e del disagio, abbiamo “fatto più male” alle Coop e un po’ meno a Federdistribuzione.

Dai risultati, assolutamente parziali, che sono arrivati alla struttura nazionale (colgo l’occasione per sollecitare l’invio) abbiamo nelle aziende percentuali che vanno dal 40 al 90 %- 95% con medie più basse in Federdistribuzione e più alte in Coop. Dati che comunque confermano il risultato del 7 novembre.

Per fare una valutazione più compiuta, dobbiamo anche dire che la nostra rilevazione coincide con il perimetro dato dalle aziende dove siamo presenti sindacalmente in maniera più organizzata. La rilevazione che invece fanno le Associazioni datoriali, a partire da Federdistribuzione, tiene conto di tutte le aziende aderenti all’Associazione stessa.

Questa differenza, aldilà dello scontro sui numeri, ci consegna una riflessione di evidente attualità. C’è un’ampia dispersione nella nostra azione perché non riusciamo ancora a raggiungere molti lavoratori ed essere interlocutori in diverse aziende.

Anche potenziando la nostra capacità comunicativa, la nostra azione sul territorio, la capacità di veicolare un messaggio importante e generale come quello del Contratto Nazionale, non riusciamo a mobilitare in maniera più diffusa.

Questa riflessione non va fatta certamente in chiave negativa perché in questi ultimi anni abbiamo lavorato molto sul versante della sindacalizzazione. Penso, ad esempio, alla nostra crescita in aziende come Zara, H&M, Decathlon, Abercrombie ma questo sta a indicare che c’è ancora molto margine da recuperare.

Per concludere sulla valutazione complessiva sullo sciopero è utile sottolineare che se la battaglia per il Contratto Nazionale non è ancora percepita in maniera diffusa e collettiva, abbiamo la necessità di comprendere come renderla più “mobilitante” anche cercando forme non tradizionali nella comunicazione e nel rapporto con i lavoratori.

La piazza e lo sciopero del 19 ci consegnano in tal senso un ulteriore forza e fiducia. Un momento di coesione e una posizione netta e “robusta” sui rinnovi dei contratti cui dare seguito.

Come dare seguito al percorso resta quindi il punto centrale. Le Associazioni imprenditoriali ci hanno inviato dichiarazioni a caldo tramite le agenzie di stampa che però non tolgono e non aggiungono nulla alle posizioni già note.

Ora inizia una fase anche più complicata perché c’è la responsabilità di dare risposte ai lavoratori, a quella domanda che ci veniva già posta, chiusa la manifestazione, sul percorso da intraprendere.

Il post sciopero deve tenere conto che ci sono dei tempi di “decantazione” per verificare se all’interno delle Associazioni datoriali si apre una discussione che può portare a una presa di posizione diversa o comunque a segnali di distensione e di disponibilità. Questa sarebbe la condizione auspicabile per riprendere le trattative.

Contestualmente, però, abbiamo bisogno di una riflessione nostra e con CISL e UIL di categoria per valutare lo scenario del settore terziario e più complessivamente la partita di tutti i contratti nazionali aperti e quelli che si stanno per aprire.

La situazione resta invariata nella sostanza ma la dilazione dei tempi è ormai un fattore di complicazione tale da cui non possiamo prescindere quando proviamo a ricercare soluzioni soprattutto sul fronte del salario. In questo caso mi riferisco soprattutto ai contratti scaduti da molto tempo come quelli del settore turismo.

Qualche giorno fa si è interrotta la trattativa con ANGEM ed è stato proclamato un pacchetto di ore di sciopero. Un messaggio indispensabile che andava dato dopo aver trascinato per lungo tempo una trattativa che doveva, a ogni appuntamento, consegnarci un punto di svolta salvo poi verificare solo sostanziali arretramenti. Ora la proclamazione va verificata nel suo sviluppo per rendere lo sciopero realmente efficace e fattibile.

Per FIPE, Confindustria e Confesercenti turismo, abbiamo ricevuto in questi giorni timidi segnali tutti da esplorare con le cautele del caso. Un tentativo che dobbiamo ancora capire se si concretizzerà con date di incontro ma che è indispensabile per comprendere se sta evolvendo la posizione delle Associazioni datoriali.

Avete visto dalle ultime circolari gli esiti non conclusivi del negoziato per il rinnovo del settore termale e l’incertezza di arrivare a chiudere in tempi certi un accordo.

Una situazione di difficoltà e di incertezza condiziona da lungo tempo il tavolo negoziale del Multiservizi e mettendo insieme la dilazione dei tempi e le questioni di merito, arriveremo a breve a fare le conseguenti valutazioni per segnare il nostro posizionamento e le iniziative da intraprendere.

Se questo, sommariamente, è il quadro, abbiamo bisogno di proseguire già dai primi giorni del 2016 una discussione tanto nostra, quanto con fisascat e uiltucs, su come coordinare e costruire possibili avanzamenti.

Se non ci saranno segnali sufficienti da parte delle Associazioni datoriali, avremo bisogno di costruire noi delle sollecitazioni e per farlo comunque abbiamo bisogno di supportare tutta la nostra azione con gli strumenti della mobilitazione.

Come filcams abbiamo già individuato un terreno che “riunisca le lotte” e che metta al centro il tema dei contratti e della condizione dei nostri settori.

Il primo confronto – del tutto interlocutorio – con i segretari generali di Fisascat e Uiltucs non è stato negativo ma siamo ancora lontani da una convergenza e dall’assunzione di una posizione condivisa rispetto a un percorso con dette caratteristiche.

Per far maturare un possibile e auspicabile percorso comune abbiamo necessità di intensificare la discussione. Un lavoro di costruzione che significa ragionare insieme sul merito dei problemi aperti e sugli andamenti che si possono prospettare nei diversi tavoli di negoziazione.

La fase continua a essere delicata e la necessità di mantenere un coordinamento tra le OOSS è un punto fondamentale per i negoziati. Questa, che può sembrare un’ovvietà, in realtà è una costatazione dei fatti perché le aziende e le Associazioni datoriali non hanno mai smesso di lanciare messaggi per testare sensibilità e orientamenti delle singole Organizzazioni.

In questa fase dobbiamo anche leggere quanto sta avvenendo intorno a noi e non sottovalutarne la portata.

Si sono recentemente chiusi il contratto dei chimici e della gomma plastica che hanno maturato delle soluzioni salariali che vanno calate in quegli ambiti ma non comunicano con i meccanismi che noi abbiamo trovato ad esempio nel CCNL di Confcommercio.

Al tavolo dei metalmeccanici Federmeccanica ha proposto di erogare i possibili aumenti salariali definendo prima una soglia di salario di garanzia composto dai minimi tabellari, scatti, superminimi, premio fisso aziendale, etc. L’aumento salariale sarebbe erogato solo ai lavoratori che si trovano sotto il salario di garanzia quindi introducendo una sorta di meccanismo di assorbimento.

Sul fronte del governo, tenderei a non valutare come una battuta mal riuscita la dichiarazione del Ministro Poletti sulla antichità della retribuzione oraria. In realtà questa dichiarazione mantiene aperto il progetto del governo di modernizzare il sistema contrattuale attraverso l’introduzione del salario minimo di legge.

A questo quadro c’è da aggiungere il lavoro di costruzione che è stato ripreso tra CGIL CISL e UiL su un nuovo modello contrattuale. Una discussione che non ha come oggetto solo il tentativo di individuare dei parametri per la determinazione degli aumenti contrattuali ma definire un sistema più complessivo di relazioni sindacali.

Avremo modo di fare i necessari approfondimenti ma per la rilevanza di quanto sta avvenendo è utile provare a indicare quali sono le questioni fondamentali che sono oggetto della discussione confederale.

In modo schematico i temi tengono insieme Contrattazione, partecipazione, regole e rappresentanza.

La prima considerazione è che fino a poco tempo fa avremmo ritenuto impossibile, per le diversità e i distinguo tra le OOSS, la condizione per un lavoro in comune.

Il 15 dicembre scorso in CGIL è stato illustrato lo schema che si stava disegnando e, per le cose che sono a oggi disponibili, la prima sottolineatura che possiamo fare è relativa all’impianto complessivo delle proposte che non parlano solo a Confindustria ma più ampiamente a tutto il mondo del lavoro nelle sue articolazioni e nelle sue specificità.

Provando a tracciare solo alcuni dei tratti che riteniamo vadano valorizzati nel lavoro che si sta compiendo, sicuramente, c’è quello di avere condiviso e ribadito la centralità del CCNL. Poi c’è il mantenimento/ampliamento di una contrattazione di II livello che può articolarsi secondo i demandi affidati dai contratti nazionali stessi in: contrattazione aziendale, territoriale, di sito, di filiera per provare a fare quella costruzione inclusiva che molto è dentro il dibattito e alle linee della CGIL.

Punto rilevante nell’ambito contrattuale è la definizione e affermazione dell’erga omnes dei contratti come risposta anche ai tentativi del governo di arrivare alla definizione di minimi salariali di legge.

Punto assolutamente qualificante anche nel rapporto con CISL e UIL è dato dalla riconferma del modello sulla rappresentanza firmato nel TU di Confindustria e nelle intese successive sottoscritte con le altre Associazioni datoriali. Elemento di novità e di interesse è la sfida inserita nei confronti delle Associazioni datoriali perché anche queste si sottopongano alla misurazione della loro rappresentanza.

Altro tassello della discussione riguarda la partecipazione. Un tema che non appartiene molto alle nostre corde e che probabilmente abbiamo sempre affrontato con qualche cautela e anche pregiudizio. E’ un tema sicuramente più caro alla CISL ma che da qualche tempo fa parte del dibattito con le imprese e sul versante politico. Il Governo, infatti, ha già promosso una serie di proposte ed è sicuramente utile non farsi cogliere impreparati nel momento in cui si dovesse concretizzare l’apertura di una discussione.

A oggi, il confronto con CISL e UIL più che una proposta compiuta e condivisa, ci sta dicendo quello che non può essere un sistema di partecipazione. Di certo bisogna individuare una “via italiana” perché è impensabile l’adozione tout court dei modelli nord Europei sviluppati e connaturati in tessuti produttivi e sociali completamente diversi. Inoltre, non può intendersi quale partecipazione il sistema dell’azionariato da parte dei lavoratori.

Sulla questione del welfare si possono tracciare tre direttici importanti: grande attenzione al tema della previdenza integrativa nell’ambito di una richiesta di riaprire complessivamente il problema delle pensioni; la sanità integrativa dove nel riconfermare l’importanza dei sistemi esistenti si condivide la necessità di non alimentare dispersioni con la costituzione di altri fondi provando, invece, a lavorare per la razionalizzazione e l’aumento della massa critica. Nell’indicare la sua origine di sistema integrativo, uno dei punti qualificanti è quello di riuscire a costruire un rapporto prioritario tra sanità integrativa e sanità pubblica attraverso il convenzionamento. C’è poi tutto il tema della bilateralità, più ampiamente intesa, che ha come criteri guida:

1- la bilateralità è di derivazione contrattuale;

2- l’accordo interconfederale sulla Governance costruito con Confcommercio fa da punto di riferimento per avere un sistema bilaterale in grado di consegnare risposte coerenti con le ragioni per cui la bilateralità stessa è stata costruita.

Ultima questione, ma non in ordine di importanza, riguarda la politica salariale. Il criterio che si intende condividere è che il CCNL non si possa limitare al solo recupero dell’inflazione e alla salvaguardia del potere d’acquisto.

Ad un intesa con CISL e UIL e la conseguente apertura del confronto con le Associazioni datoriali in una stagione che vede ancora molti rinnovi contrattuali aperti, va assegnato un valore importante. In tal senso ci sembra si possa condividere che il lavoro preparatorio per un nuovo modello contrattuale non deve bloccare le trattative e la ricerca di soluzioni sui vari tavoli aperti o che si stanno per aprire.

Il Nuovo Modello Contrattuale e il Nuovo Statuto di tutte le Lavoratrici e Lavoratori saranno tra i primi appuntamenti da affrontare alla ripresa dei lavori dopo le festività.

Nel 2016 porteremo anche le altre grandi questioni che incidono sulle condizioni individuali e collettive delle persone e che sono la trama del nostro progetto sindacale negli ultimi anni.

Provo a consegnare solo i titoli, per rinviare la messa a punto delle elaborazioni, delle iniziative e il loro aggiornamento, a partire dal prossimo mese di gennaio.

La grande questione degli Ammortizzatori sociali, dalla mobilità alla NASPI per i lavoratori stagionali. Purtroppo tutto il lavoro che abbiamo speso per sostenere un emendamento sulla NASPI con il fine di produrre un “alleggerimento” almeno per il 2016 sembra ormai naufragato nell’ambito della discussione della legge di stabilità. A questo si aggiunge il problema su tutti gli altri ammortizzatori in larga parte depotenziati a partire da 2016 (mobilità, Cassa Integrazione, Contratti di Solidarietà).

Il tema degli APPALTI per supportare il lavoro che si sta svolgendo nel recepimento della direttiva europea, il sostegno alla nostra proposta di legge e soprattutto la tenuta di un’iniziativa per non far spegnere i riflettori su un problema che coinvolge milioni di lavoratori – a partire dai lavoratori Ex LSU – rispetto agli effetti della spending review che continua a condizionare appalti pubblici e privati.

Il tema della CONTRATTAZIONE che non è solo il Contratto Collettivo Nazionale ma un impegno costante per produrre letture aggiornate di quanto sta avvenendo nelle filiere distributive e nella riorganizzazione dei vari settori produttivi. Uno sguardo per riuscire a cogliere e anticipare, seppur faticosamente, i cambiamenti e come questi possono poi essere tradotti anche in innovazioni da declinare nella contrattazione di II livello che resta ancora, in questa fase, ampiamente difensiva.

Sempre sulla contrattazione, resta inoltre aperto il tema del “recupero del JobsACT” dove oggi ci siamo maggiormente esercitati sul capitolo appalti- Gli altri aspetti, dal contratto a tutele crescenti al demansionamento, sono ancora troppo ai margini del lavoro contrattuale.

Il tema della LEGALITA’ come delle politiche del TURISMO che abbiamo avviato e che dobbiamo proseguire perché centrali nello stimolare un dibattito ancora troppo assente sulla qualità e potenzialità dello sviluppo economico del nostro paese.

La questione delle PENSIONI che per una categoria che aggrega giovani, donne, part time, resta un tema centrale per il futuro di milioni di lavoratrici e lavoratori.

Il tema della BILATERALITA’ perché dopo il grande sforzo per la costruzione e sottoscrizione dell’Accordo sulla Governance, abbiamo avviato la fase operativa e registriamo le prime difficoltà tra di noi, nei territori e nel rapporto con Fisascat, Uiltucs e Confcommercio. Dato abbastanza fisiologico, anche per la complessità della materia, ma che deve vedere un nostro costante e convinto impegno per rendere concreto i risultati e farli diventare gestione ordinaria. La concretizzazione dei risultati è di supporto all’estensione dell’Accordo di Governance negli altri settori per evitare di camminare con doppie velocità.

Oggi abbiamo votato l’Assemblea Generale e NON abbiamo consegnato a questo atto il semplice adempimento delle decisioni assunte nella Conferenza d’Organizzazione. Per noi deve rappresentare una sfida, parzialmente riuscita per come abbiamo composto l’Assemblea Nazionale, che ci indica che abbiamo ancora del lavoro da fare per produrre un cambio delle nostre impostazioni, per investire sui giovani, sui settori più frammentati, su una platea più estesa di lavoratrici e lavoratori. Nell’Assemblea Generale c’è anche il ruolo delle delegate e delegati per come saremo in grado di coinvolgerli nella condivisione di un progetto politico e di un programma di lavoro che dovremo costruire dal prossimo anno.

Per questo, sarà necessario inserire tra gli appuntamenti di breve periodo la prima convocazione dell’Assemblea Generale.

In merito alla Carta dei Diritti universali del lavoro-Nuovo Statuto di tutte le Lavoratrici e Lavoratori riteniamo che la FILCAMS non possa non candidarsi a sostenere questo progetto politico e identitario. Ne abbiamo parlato questa mattina alla presenza della Segretaria Generale Susanna Camusso e quindi non procederò a ulteriori approfondimenti, sapendo che il tema diventerà centrale da gennaio a marzo per la campagna straordinaria di consultazione degli iscritti e quindi sarà oggetto di nuovi appuntamenti sin dal nostro prossimo Direttivo.

Il fatto di aver tracciato soltanto alcune delle questioni su cui abbiamo lavorato nel corso del 2015 non ha la finalità di accantonare o derubricare altri temi parimenti importanti per la FILCAMS. Nonostante il tentativo di sintesi credo che possiamo anticipare a tutti noi una spontanea considerazione: le questioni da affrontare sono troppe con il rischio di essere affrontate male, con una qualche ambiguità sul progetto complessivo e comunque non con la giusta attenzione.

A questa considerazione se ne contrappone un’altra altrettanto spontanea perché obiettivamente non c’è una condizione diversa su cui lavorare. Ognuno di questi temi altro non è che parte dello stesso filo conduttore della politica complessiva che abbiamo intrapreso perché il lavoro diventi e torni a essere centrale nel nostro paese a partire dalle nostre iniziative e azione quotidiane.

Buon lavoro

Care/i compagne/i

Molte sono le situazioni su cui è necessaria una discussione e l’assunzione di alcune decisioni nell’ambito di questo Direttivo.

La prima riflessione riguarda la città di Roma e le dimissioni del Sindaco Ignazio Marino. Si possono anche qui fare molte considerazioni su quello che è avvenuto e come è avvenuto, ma la preoccupazione che voglio sottolineare è sullo stato complessivo di questa città, per ciò che è stato scavato nei mesi precedenti; il rapporto malato politica – corruzione – mafia che ha pervaso le istituzioni e la modalità di gestione della cosa pubblica.

L’attenzione su Roma si fa più alta perché qui, dai prossimi mesi, avrà inizio il Giubileo e le preoccupazioni in merito a tale evento – in una fase di assenza del Governo della città – non possono che essere forti.

Per aspetti organizzativi diversi, siamo difronte a un evento di grandi dimensioni, come di grandi dimensioni è stato per Milano l’evento di Expo.

Per questo, credo che il lavoro della FilcaMS di Milano e della Filcams di Roma devono avere, da parte di tutti, un supporto e un’attenzione particolari perché nello sviluppo di questi due eventi “simbolo” si concentra la necessità di produrre dei risultati e un sistema di controllo a partire dalle condizioni di lavoro.

L’autunno vede l’avvio della discussione sulla “Legge di Stabilità”. Com’è noto non sono a disposizione tutti i tasselli per compiere una valutazione di merito complessiva ma gli aspetti che già emergono sono di assoluta rilevanza.

Intanto, credo sia utile riposizionare alcune valutazioni sulle questioni poste dal Governo a partire dall’abolizione dell’IMU e la notizia di ridurre il carico fiscale per gli anni successivi al 2016.

La tassa sulla prima casa è un “fatto simbolico” rilevante, di straordinaria portata mediatica. In questo non voglio fare nessuna sottovalutazione sapendo che, un’alta percentuale di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, hanno lavorato una vita per costruire quel bene per se e per la propria famiglia.

Con questa operazione però, indistintamente, si mettono insieme case modeste con ville di lusso, la periferia delle città con vie di pregio in centro storico e, soprattutto, non si dice, dove il taglio di questi introiti derivanti dall’IMU saranno recuperati o come saranno coperti.

Quando non si vuole affrontare la questione delle disuguaglianze e della concentrazione delle ricchezze attraverso una patrimoniale vera e si programma l’abolizione, senza criterio, di un’imposta come l’IMU, significa voler continuare a non affrontare i problemi e scegliere la via semplice della risposta elettorale.

Salvo poi, come già avvenuto, vedere che il minor gettito nelle casse si concretizza in un altro taglio delle prestazioni e dei servizi che però, sarà trasformato in una operazione di razionalizzazione ed efficentamento della pubblica amministrazione!

Secondo aspetto allarmante è quello legato alla Sanità. Il percorso di razionalizzazione paventa una ulteriore riduzione dell’accesso al diritto di cura e tutela della salute.

Un tema sensibile, se pensiamo che già oggi i dati forniti ci parlano di una crescita della popolazione che rinuncia a curarsi e che i problemi della non autosufficienza piuttosto che quelli delle liste di attesa per esami e cure hanno visto un peggioramento notevole.

La Legge di stabilità doveva vedere anche la discussione sulle pensioni con una revisione delle “norme Fornero”. La soluzione definitiva del caso degli Esodati, la previsione di mantenere la flessibilità di uscita con “Opzione Donna”, sono tra gli aspetti fondamentali da affrontare ma passando anche attraverso un intervento strutturale.

Sul tema delle pensioni, com’è noto, avevamo già avviato un percorso unitario con CISL e UIL che viene quindi mantenuto e riproposto.

Le richieste Confederali pongono l’esigenza di modifiche prioritarie in merito all’abbassamento dell’età di accesso alla pensione, reintroducendo una vera flessibilità in uscita e intervenendo sui lavoratori precoci. Una modifica che potrebbe anche favorire il turn over e quindi produrre un incrementare dell’occupazione giovanile. Inoltre è necessario varare la settima salvaguardia per i lavoratori esodati e consentire l’applicazione dell’opzione donna, oltre alla soluzione di quota 96 per la scuola.

Rispetto al rapporto con il Governo, non c’è dubbio che se anche in questa Legge di Stabilità non viene affrontato il tema della “revisione della Fornero”, si sceglie di continuare a produrre dei danni per una ampia platea di lavoratrici e lavoratori e dall’altro, la prospettiva di interventi con l’adozione solo di soluzioni tampone.

Certo, anche se tra le Confederazioni abbiamo valutazioni convergenti rispetto all’obiettivo pensioni, c’è ancora un lavoro da fare per affrontare e risolvere dei distinguo non di poco conto per arrivare a una proposta organica.

L’azione dei presidi unitari nei territori promosso da CGIL – CISL – Uil dal 5 Ottobre al 15 Ottobre è un momento di mobilitazione che dobbiamo supportare, ancora con più forza, anche nei prossimi giorni, data la rinuncia già ufficializzata, da parte del Governo, a discutere del problema rinviandolo al 2016.

Abbiamo però sicuramente bisogno di una azione incisiva e soprattutto, non dare per scontato il tasso di consapevolezza dei lavoratori e delle lavoratrici su questo tema.

Credo sia complicato per la FILCAMS parlare di pensioni e quindi di prospettiva futura per una generazione che vive quotidianamente la precarietà e la scarsità di lavoro. Una vasta platea di lavoratori che è preoccupata di come sostenere il proprio presente tanto da mettere quasi in secondo piano la prospettiva di un domani percepito come troppo distante.

In realtà, le due condizioni sono conseguenziali e le battaglie che si impongono oggi per il lavoro e per le condizioni di lavoro sono necessarie anche per il futuro.

Per questo, il nostro impegno a discutere e non considerare un’appendice la “questione pensioni” è importante e dobbiamo produrre uno sforzo di informazione e coinvolgimento a partire dai presidi messi in campo.

Parlare di pensioni non è parlare di altro ma significa coerenza nei nostri percorsi e obiettivi.

Altro tema dirimente nell’ambito della Legge di Stabilità è quello degli Ammortizzatori Sociali.

Nei giorni scorsi abbiamo inviato come FILCAMS una richiesta di incontro specifica alle Commissioni lavoro di Camera e Senato per porre il problema della NASPI sui lavoratori stagionali e sulla penalizzazione delle lavoratrici colf e badanti con contratti prevalentemente part time.

Permangono problemi per l’accesso e la copertura della Cassa Integrazione, come per la riduzione di strumenti importanti dati dai Contratti di Solidarietà e per la copertura dei periodi di sospensione dal lavoro proprie di alcuni settori, in particolare nell’artigianato.

Anche sul tema degli ammortizzatori partiamo dalla consapevolezza che è un terreno di azione importante per la FILCAMS come per molte altre categorie, per gli effetti riduttivi che vengono prodotti e, perché, resta nei fatti insoluto il problema della reale copertura di tutti i soggetti e quindi il tema dell’universalità delle garanzie quando si vive in un’azienda in crisi o si perde il lavoro.

Mentre dobbiamo far crescere, anche a partire da questi due temi, un ulteriore fronte con le lavoratrici e i lavoratori, faremo con la Confederazione le valutazioni sul merito e sulle iniziative che si renderanno necessarie appena conosciuto il contenuto complessivo della Legge di Stabilità.

È però fondamentale su tutti questi temi e problemi aperti, in un clima ostile al lavoro e al sindacato, discutere e decidere di riattivare percorsi incisivi di comunicazione e mobilitazione più continue nel rapporto con le persone.

Nei giorni scorsi è emerso il nodo dei Contratti e del Modello Contrattuale.

Il posizionamento di Confindustria ha fornito un assist al Governo pericoloso e che mette in rilievo l’obiettivo essenziale delle imprese, mascherato da una nuova luce di modernità.

Lo scontro tra orientamenti e obiettivi diversi è in corso ormai da molti mesi e il grado di complicazione è dato non solo dal rapporto Sindacati – Confindustria – Governo ma dallo stesso rapporto con CISL e Uil.

Abbiamo assunto un orientamento che si riferisce al fatto che la nuova discussione sul Modello Contrattuale non doveva interrompere le trattative per i rinnovi in corso o che si stavano aprendo. Quindi non doveva costituire un ostacolo al ruolo negoziale.

Un punto su cui vedremo gli sviluppi nei prossimi appuntamenti. Ma, la questione essenziale, che non ha consentito il raggiungimento di un’intesa, resta la distanza sulla ricerca dei contenuti e dei parametri che possono costruire un nuovo modello contrattuale.

L’impianto che vuole l’introduzione di un salario minimo per legge perché non tutti i lavoratori sono ricompresi nel campo dei Contratti Nazionali non ci convinceva e non ci convince; come non convince l’idea che questa nuova modalità non intacchi i Contratti Nazionali.

Il rischio di un salario minimo insieme con un investimento sulla contrattazione di secondo livello, se guardato dalla Filcams, mette in luce tutte le contraddizioni e il processo di impoverimento che ne deriverebbe.

A oggi, possiamo discutere molto dei limiti dell’attuale contrattazione che non ha visto un’espansione sostanziale del secondo livello ma, anche partendo da questa condizione, è comunque difficile intravedere come l’introduzione di una normativa ad hoc possa produrre un risultato diverso.

In realtà, il rischio, è di vedere un livello ancora più parcellizzato costituito da settori o aziende leader che eserciteranno, potenzialmente, la contrattazione aziendale e un vasto strato di lavoratrici e lavoratori che ne resteranno escluso.

Perché è indubbio che la dinamica contrattuale vede una nostra grade responsabilità ma è legata anche a fattori di disgregazione e parcellizzazione delle associazioni datoriali che, già oggi, hanno dimostrato incapacità di gestione e distanza rispetto al tema del secondo livello.

Partendo dalle nostre realtà, è sufficiente analizzare anche lo stato della Contrattazione Integrativa più strutturata per comprendere che un maggiore o normale processo negoziale, sul secondo livello, può potenzialmente cogliere degli obiettivi ma solo se si alleggerisce pesantemente quanto previsto dai Contratti Nazionali di Lavoro.

Quest’ultima, è la richiesta ineludibile per le aziende e costituisce l’ostacolo per cui non riusciamo a rinnovare ancora tanti contratti nazionali.

Anche la proposta adombrata dal PD e dal Governo, di supportare una contrattazione innovativa con formule incentivanti e sgravi sul tema del welfare, segna una direttrice precisa riguardo all’obiettivo di depotenziamento dei Contratti e del ruolo negoziale del sindacato; oltre a lasciare aperte molte perplessità.

Se il pacchetto al quale si sta lavorando si traduce in un tutto indistinto di agevolazioni e sgravi alle imprese come avvenuto per il sostegno al Jobs Act e alle assunzioni, in realtà si continua a perpetrare nel vecchio sistema, dove non si indica mai quale “modello di impresa”, si vuole in questo paese. Cioè le agevolazioni sono concesse a tutti senza distinzione tra aziende che garantiscono occupazione, fanno investimenti e rispettano le regole e quelle che magari hanno comportamenti “meno virtuosi”.

Non sfugge che il tema ancora più centrale dell’azione del PD e del Governo sia quello di un pacchetto unico di interventi per colpire la rappresentanza e il diritto di sciopero. E’ evidente che su questi due aspetti, strettamente correlati nell’impostazione del Governo, il punto di riferimento sulla Rappresentanza rischia di non essere quello costruito dalle parti sociali con gli accordi in Confindustria o nel settore cooperativo.

In questo quadro affrontiamo – come è noto – una indubbia complicazione data dalla costruzione di un fronte comune e unitario sul Modello Contrattuale.

Per ragioni diverse le proposte della CISL e della UIL non possono essere viste come un avvicinamento e dall’altro, la conferma di un impianto che dice in sintesi: 1.mantenimento del primo livello a garanzia di condizioni generali e omogene per i lavoratori anche sul fronte salariale; 2. contrattazione di secondo livello a integrazione; 3. rigetto del salario minimo per Legge poiché i livelli minimi di salario sono già presenti e stabiliti dai Contratti Nazionali; rischia di non reggere in questo schema che vede l’articolazione di tante posizioni contrapposte.

Per questo, mantenendo invariata la posizione che le contrattazioni nazionali aperte devono proseguire, una riflessione ulteriore e più approfondita in casa CGIL risulta necessaria. Anche qui, con la consapevolezza che parlare di Nuovo Modello Contrattuale non può significare solo il riferimento ai parametri con cui si definisce la parte salariale di un contratto. Una necessaria riflessione in casa nostra che dovrebbe provare contestualmente a mantenere un’interlocuzione con CISL e Uil perché, non riuscire a produrre un percorso condiviso, apre scenari di incertezza, lascia maggiore spazio di manovra e rende più agevole l’intervento del Governo.

Oggettivamente, a oggi, questo obiettivo unitario non sembra essere a portata di mano.

I contratti nazionali aperti a partire da quelli di Confindustria avevano già misurato le rigidità delle controparti prima della dichiarazione di Squinzi definendo impraticabile le richieste del salario anzi calcolando la necessità di una restituzione del salario precedentemente erogato. A questo si aggiunge il respingimento totale ad aprire a richieste legate alla neutralizzazione del JobsAct e nel caso degli alimentaristi anche a depotenziare le clausole sugli appalti.

Si apre ora, un potenziale secondo tempo per vedere quale decalogo orienterà i posizionamenti delle singole Federazioni di Confindustria.

Ma al netto di quanto gli scenari di Confindustria potranno condizionare i nostri settori, lo stato dell’arte dei nostri Contratti Nazionali ha già fornito prova – in questi lunghi mesi – “della modernità che avanza” nelle imprese.

Siamo ancora con dieci tavoli contrattuali aperti e oggettivamente dobbiamo dirci che non siamo difronte a sostanziali novità o opportunità. Gli scioperi nel settore del turismo non hanno spostato gli orientamenti delle controparti, fatto salvo per FIPE che qualche settimana fa ha formalizzato l’annullamento dal recesso dal Contratto Nazionale come atto distensivo per riprendere la trattativa; dopo tale gesto però siamo nuovamente in assenza di segnali.

L’ultimo incontro con ANGEM che doveva vedere un avanzamento o quanto meno la formulazione di ipotesi concrete di lavoro ha in realtà registrato un ritorno al passato sulle richieste datoriali.

Gli altri tavoli vivono le medesime complicazioni, a partire dal Multiservizi.

E’ evidente che, sulle trattative di ANGEM e Multiservizi, non siamo in condizione di aspettare altro tempo e quindi dobbiamo assumere la determinazione, congiuntamente a Fisascat e Uiltucs, di considerare i prossimi appuntamenti come decisivi o agire il conflitto.

Su Federdistribuzone e la Distribuzione Cooperativa come avverrà anche per Confesercenti, abbiamo unitariamente proclamato lo sciopero generale per il 7 novembre e il 19 Dicembre.

Sulla rilevanza di queste due giornate e sulla loro riuscita credo non ci siano discussioni o approfondimenti da fare. E’ necessario lavorare per la riuscita affrontando lo sforzo più rilevante che è quello della comunicazione e condivisione attraverso le assemblee sindacali, attivi dei delegati e tutto quello che può supportare l’adesione.

Che saremo misurati credo che sia una consapevolezza da parte di tutti.

Nel frattempo, sappiamo che sia le azioni autonome della Uiltucs con l’attivazione dei decreti ingiuntivi che le posizioni della Fisascat non aiutano.

Siamo però riusciti in questi giorni a recuperare una sintonia – dopo alcune settimane di distanza – per costruire comunicazioni unitarie che sempre, in queste fasi, risultano di supporto per la diffusione e la gestione delle assemblee; comunicazioni che cercheremo di chiudere e di inviarvi a breve. Abbiamo iniziato inoltre a ragionare sullo sciopero del mese di Dicembre per non disperdere l’iniziativa ma focalizzarla in manifestazioni visibili all’esterno.

Come saremo in condizione di dare indicazioni di utilizzare al meglio e con fantasia le iniziative, presidi e quanto altro che chiederemo di attivare per la giornata del 7 novembre e che già molte Regioni e Territorio stanno programmando.

Poiché ricorriamo a uno strumento come quello dello sciopero e quindi al sacrificio dei lavoratori, non possiamo permetterci di restare avvitati su iniziative altre e diverse che rappresentano una distrazione dal conflitto che abbiamo attivato.

Come FILCAMS vogliamo recuperare lo spazio per contrattare un rinnovo a condizioni diverse da quelle che ci vengono poste e per sostenere tale rivendicazione teniamo insieme la contrattazione con il conflitto.

Consideriamo nella nostra strumentazione anche il ricorso alle vie legali e a percorsi giudiziari ma collocandoli in fasi ben precise di questo percorso e cioè dopo aver esercitato la mobilitazione e quando questa, da sola, non risulta sufficiente.

Per essere pronti all’attivazione del percorso legale, che ha caratteristiche diverse dalle cause, abbiamo avviato già i pareri legali; si predisporranno le necessarie indicazioni e gli approfondimenti per muoverci in maniera coordinata e per essere pronti quando sarà necessario agire questa leva.

Ovviamente mi riferisco al grado di fattibilità di un’azione legale nei confronti di Federdistribuzione ma che non coinvolge il sistema della Distribuzione Cooperativa poiché, di fatto, quest’ultima, nel rapporto con i lavoratori, può vantare l’ultravigenza del CCNL stesso fino a rinnovo.

Come ultima considerazione su questo aspetto, credo sia chiaro a tutti noi che il Decreto Ingiuntivo e quindi l’azione legale possibile, fornisce una risposta salariale, produce una azione di pressione ma non ci consegna un Contratto Nazionale di Lavoro.

Il percorso indicato non ci esime da un ragionamento più complessivo sugli sviluppi futuri della contrattazione nazionale nei nostri settori. Rispetto al contesto generale che abbiamo esaminato, è oggettivo porsi il problema di come dare un risultato in tempi certi alle lavoratrici e lavoratori.

E in questo quadro credo sia utile porsi la domanda di quale valutazione fanno i lavoratori sul ruolo e lo stato dei Contratti Nazionali e quale grado di consapevolezza c’è rispetto al tentativo di destrutturazione in atto.

Per sintetizzarla ulteriormente, il rischio di non produrre, a breve, risultati contrattuali può rappresentare un ulteriore distacco dal valore del Contratto Nazionale stesso.

Credo che in questa fase, di una messa in discussione sistematica delle condizioni dei lavoratori da parte di chi sventola la bandiera della modernità, debba vedere una nostra maggiore presenza e costruzione di una consapevolezza e condivisione con le delegate e i delegati e con i lavoratori.

Per questo, se le mobilitazioni e le iniziative sui singoli tavoli contrattuali non faranno emergere sviluppi a breve è utile arrivare alla costruzione di una mobilitazione di tutta la categoria sui contratti nazionali aperti.

E’ evidente che questa proposta, deve vedere una maggiore forza attraverso la realizzazione unitaria con FISASCAT e UILTUCS, con cui quindi aprire una discussione di merito. Restando invariata la situazione, se non dovessimo registrare convergenze sulla modalità e gli obiettivi, credo che lo sforzo in questa direzione debba e possa essere promosso dalla sola FILCAMS nelle forme e nei modi che valuteremo.

Anche su questo è necessario assumere un orientamento condiviso perché siamo consapevoli che la costruzione di tali percorsi rappresenta uno sforzo organizzativo e di impatto notevole per i settori che rappresentiamo.

Inoltre, è necessario evidenziare come nel corso di questi ultimi mesi del 2015 arriva in scadenza il CCNL della Vigilanza Privata che è stato siglato separatamente. Anticipo qui tre aspetti:

Come è noto alle strutture, abbiamo avviato un lavoro di costruzione, coinvolgendo anche il coordinamento dei delegati, sui temi prioritari del settore e del rinnovo contrattuale; tra le questioni da affrontare in questo rinnovo c’è quello di riportare a coerenza la parte dei servizi fiduciari che ha costituito il lodo politico di svolta del precedente rinnovo ma che ci ha consegnato una serie di incongruenze e problematiche che vanno affrontate.

Il secondo aspetto è che il settore continua a vivere una situazione di sofferenza e instabilità. L’indifferenza e il poco coraggio delle istituzioni rappresentano un limite operativo in molte città e regioni d’Italia e l’assenza del Ministero competente non fa altro che alimentare la deriva di questa giungla che sempre più sta vivendo il settore.

La terza questione è legata al recupero di un percorso unitario. Abbiamo avviato i contatti con la Uiltucs che ha dichiarato la volontà di una ricomposizione che dovremmo ora provare a misurare nella pratica discutendo di merito. Questo significa, per la Uiltucs, uscire dall’ambiguità del Contratto firmato autonomamente con una delle associazioni del settore e ovviamente costruire il merito della piattaforma per ricondurre tutto il settore a un unico CCNL.

Vedremo nei prossimi giorni gli sviluppi e faremo le conseguenti valutazioni.

Ultima questione in questa stagione contrattuale perenne della FILCAMS è legata alla comunicazione del recesso dal CCNL delle farmacie pubbliche. Conosciamo le complicazioni legate anche al tavolo del settore privato e soprattutto il movimento intorno al riordino del sistema e alle liberalizzazioni. Nei prossimi giorni dovremmo, con FISASCAT e UILTUCS, comprendere quale percorso avviare per un settore che sta vivendo da anni una forte instabilità.

Tra le varie questioni di clima – se così posso provare a definirle –, voglio tornare agli articoli della stampa nazionale sul rapporto sindacato – bilateralità tutti volti a produrre un attacco generalizzato e indistinto al sindacato.

Abbiamo fatto la scelta di non rispondere agli attacchi e alle citazioni che in alcuni quotidiani riportavano anche componenti della struttura FILCAMS Nazionale non per un atto di snobismo ma perché era evidente che l’intento palese era quello di non prendere in considerazione nessun punto di vista diverso da quello che si voleva denunciare o che si voleva attaccare.

Le denunce dei redditi, a partire da quello della sottoscritta, per passare agli altri compagni della struttura nazionale citati negli articoli come di tutti gli altri sono rintracciabili facilmente – credo – ma evidentemente non devono aver suscitato molto interesse da parte dei giornalisti.

Ovviamente, sapere tra di noi che il salario dei Dirigenti della Filcams è quello previsto dal Regolamento della CGIL e null’altro e agire con etica dandosi delle regole di incompatibilità interna ancora prima di averle tradotte negli accordi di Governance, non è sufficiente a costruire il rapporto con tutto quello che è esterno.

Anche per questo, nelle prossime settimane, a partire dalla retribuzione della sottoscritta amplieremo il sito per comunicare quali regole governano il rapporto di lavoro di chi ricopre incarichi in FILCAMS Nazionale.

Questo è certamente un aspetto del problema. La consapevolezza che il sistema della bilateralità aveva bisogno di una forte discontinuità e di recuperare le distorsioni è e resta il tema centrale e il lavoro più impegnativo.

L’accordo di Governance con Confcommercio è la punta più avanzata di questo lavoro: abbiamo reso cogenti le regole delle incompatibilità, trasparenza, efficentamento degli Enti e Fondi arrivando a declinarli in atti concreti. Abbiamo, infatti, deliberato, nei più grandi Fondi Sanitari Est e Quas, il nuovo Statuto che ha tradotto le norme delle Governance (incompatibilità, durata dei mandati, trasparenza, efficentamento, rtc) e abbiamo ridotto da diciotto a dodici il numero dei componenti il Consiglio di Amministrazione.

Abbiamo tradotto le stesse norme nel nuovo Statuto che sarà adottato a breve nell’Ente Bilaterale Nazionale di Confcommercio. Contestualmente abbiamo riformulato il nuovo statuto tipo degli Enti Bilaterali territoriali che dovrà essere adottato nei tempi previsti da tutti gli Enti di derivazione territoriale.

Abbiamo anche lavorato per produrre una prima ricognizione degli Enti Bilaterali che possono essere accorpati e ridotti per produrre maggiore efficienza ed efficacia delle prestazioni.

Il lavoro deve ora vedere il completamento di questa fase per poi proseguire con la verifica dei risultati: la reale capacità di produrre prestazioni e attività che rispondano ai bisogni e alle esigenze di imprese e lavoratori, attenzione prioritaria al rapporto costi gestione/prestazioni, l’uso stesso delle risorse e alla coerenza con le finalità.

Questa nuova fase ha anche bisogno di percorsi di formazione per una gestione coerente e coordinata tra le varie strutture per operare nella bilateralità con maggiore competenza e preparazione.

Per una maggiore trasparenza e vicinanza del sistema bilaterale alle esigenze dei lavoratori, l’altro passaggio su cui è necessario lavorare nei prossimi mesi, come abbiamo già avuto modo di discutere, è quella di avvicinare i lavoratori nei ruoli della bilateralità stessa. Un processo che parte da un’azione formativa mirata nei confronti delle delegate e dei delegati.

Nei prossimi giorni la segreteria fornirà le circolari e i documenti esplicativi rispetto alle nuove previsioni statutarie degli Enti per avviare il coordinamento nei livelli territoriali e gli approfondimenti necessari.

Ultimo argomento riguarda gli accordi sulla rappresentanza; argomento che riprenderà anche Daria nella sua relazione.

Lo stato attuale vede due accordi sottoscritti che riguardano i nostri settori e sono relativi al sistema Confindustria e al Sistema Cooperativo che è stato definitivamente sottoscritto alla fine di luglio.

L’accordo relativo a Confcommercio (settore terziario e turismo e tutti gli altri CCNL di cui Confcommercio è firmataria) dopo una ulteriore battuta d’arresto prima dell’estate ha visto la ripresa del confronto con un testo ultimativo che potremmo arrivare a sottoscrivere nei prossimi giorni.

Rispetto a questo Accordo evidenzio solo alcune particolarità di merito e di metodo:

l’impianto è sostanzialmente quello di Confindustria ma essendo un settore molto più frammentato e costituito da piccole e medie imprese, nella misurazione sono state previste, oltre alle deleghe: le pratiche plurime e collettive depositate presso le DTL o nelle Commissioni degli Enti Bilaterali; le iscrizioni provenienti da pratiche di disoccupazione o ricorso ad ammortizzatori presentate all’INPS.

Dal punto di vista del metodo, l’accordo non è completo poiché Confcommercio ha posto la necessità di concludere prima il Protocollo Generale e poi arrivare a definire il Regolamento RSU. Una posizione che come Filcams e CGIL abbiamo chiesto di superare per avere sin da subito il valore di un accordo immediatamente operativo. Le vicende alterne però di questa trattativa – che ha visto già troppi ritardi e battute d’arresto – credo ci portino intanto alla necessità di mettere il primo tassello per completare, in battuta successiva, quello che sarà il Testo Unico. Intanto, abbiamo già iniziato a lavorare sulla revisione del vigente Regolamento delle RSU con le altre sigle sindacali.

Sul lavoro che si sta producendo, abbiamo un problema che – per semplicità – definisco politico ed è relativo alla richiesta di Confcommercio di avere il riconoscimento di Associazione di Rappresentanza datoriale maggiormente rappresentativa del settore così come abbiamo riconosciuto al sistema cooperativo. Qui, abbiamo osservato che la situazione è ben diversa poiché, in assenza di un criterio di misurazione della rappresentanza datoriale, la richiesta sembra tendere al riconoscimento di una “esclusiva” nel settore che oggettivamente non è dimostrabile. Abbiamo proposto una formulazione di mediazione su cui vedremo la risposta di Confcommercio.

Quando anche l’accordo con Confcommercio sarà concluso, possiamo dirci di aver coperto una parte rilevante dei nostri settori e questo ci richiama alla responsabilità e al lavoro che dobbiamo già avviare per iniziare a mettere in pratica quanto previsto.

Questo è un percorso non facile e non scontato poiché i contenuti degli Accordi prevedono un cambiamento alla modalità con cui siamo strutturati e sul quale ci siamo attestati in questi anni.

Un cambiamento che coinvolge il rapporto con FISASCAT e UILTUCS e soprattutto il rapporto con RSA e RSu e delle stesse delegate e delegati con la loro funzione.

Per questo, pur dovendo registrare un nostro ritardo operativo rispetto agli Accordi sulla rappresentanza già sottoscritti, non appena concluderemo l’accordo con Confcommercio sarà prioritario avviare una forte azione formativa e informativa sui contenuti degli accordi stessi e sui cambiamenti che producono sulla partecipazione, sulla contrattazione, sulla titolarità dei tavoli.

I temi della Conferenza di Organizzazione e gli approfondimenti sulla rappresentanza che affronteremo nel corso di questo nostro direttivo saranno completati dalla relazione di Daria Banchieri.

Buon lavoro

Care compagne e cari compagni

Colgo l’occasione di questa prima giornata del Direttivo, che vede la presenza anche di altri segretari e funzionari territoriali, per ringraziarvi, a nome di tutta la segreteria, per il lavoro e il risultato dello sciopero del turismo del 15 aprile scorso.

Quello che abbiamo fatto è parte della nostra normale e quotidiana attività, nulla di straordinario e il ringraziamento, quindi, può sembrare un gesto superfluo.

Invece, credo che in alcuni momenti sia importante anche riconoscere e affermare il lavoro svolto perché so che abbiamo e avete organizzato lo sciopero lavorando nelle assemblee sindacali, parlando con le lavoratrici e i lavoratori, messo in moto tutte quelle iniziative utili alla realizzazione e contemporaneamente, avete continuato a seguire le altre molteplici attività: le crisi aziendali, le trattative nazionali dei vari gruppi, la tutela individuale quotidiana, i cambi appalto e la raccolta delle firme, le riunioni e le iniziative per i rinnovi dei contratti nazionali e molto altro.

Tutto questo, sapendo che, per come è organizzata la Filcams, non c’è chi segue il solo settore del turismo ma, in molti territori, chi ha lavorato per la riuscita dello sciopero e delle iniziative nelle tre piazze di Milano, Roma e Taormina, è lo stesso chiamato a rispondere anche al resto dei problemi e degli impegni.

Tramite voi vogliamo ringraziare tutte le delegate e i delegati del settore del turismo per un percorso sui rinnovi contrattuali che sarà ancora complicato e di cui parleremo nella giornata del Direttivo di domani.

Conferenza d’Organizzazione

Come è noto, il 14 maggio prossimo il Direttivo Nazionale della CGIL è chiamato a svolgere gli adempimenti relativi all’avvio della Conferenza d’Organizzazione il cui percorso preparatorio è stato portato avanti attraverso la Commissione che si è riunita più volte nel corso degli ultimi mesi.

La presenza ai nostri lavori di Nino Baseotto della Segreteria Nazionale CGIL, che ringrazio per la disponibilità, mi consente di affrontare solo alcuni aspetti di merito.

Il primo dato è una sorta di domanda retorica cioè a cosa serve e se serve una Conferenza d’Organizzazione in questa fase; il secondo dato è quale punto di vista e quale chiave di lettura offre la Filcams rispetto alla Conferenza d’Organizzazione.

In realtà siamo a ridosso della Conferenza e quindi abbiamo già una risposta ma il senso della Conferenza richiede un supplemento di lettura del contesto, utile per confermarne tutta la necessità e l’urgenza.

Come Filcams abbiamo ritenuto di utilizzare questa fase che ci accompagna alla Conferenza, valorizzando e portando ad un primo bilancio i contenuti e gli obiettivi oggetto dell’Assemblea Organizzativa del luglio 2013. Il tentativo, prodotto nella bozza di lavoro che vi è stata consegnata, ha due chiavi di lettura:

Ripartendo quindi dal 2013 abbiamo provato a produrre un “lavoro personalizzato” sulla Conferenza d’Organizzazione.

Da molto tempo abbiamo avviato un’analisi sulle trasformazioni della politica, sul quadro sociale del paese e sul rapporto tra politica e società. La crisi dei partiti, il malessere, il distacco, la disillusione che convivono con sentimenti e reazioni esattamente opposte, sono trasformazioni che abbiamo registrato e letto.

Abbiamo più volte affermato che questi mutamenti interessavano e coinvolgevano anche le Organizzazioni Sindacali ponendoci l’interrogativo di come, anche noi – pur non trasformando le nostre origini e la nostra natura di organizzazione di rappresentanza del lavoro – avevamo necessità di produrre un cambiamento.

Abbiamo già fatto trascorre molto tempo e, anche questo, è un segnale dei problemi della nostra organizzazione, dove i tempi delle decisioni sono spesso troppo lunghi per un mondo che cambia più velocemente di noi.

Oggi si è deciso di avviare e dare una connotazione a questo percorso che ha come tratto fondamentale quello della volontà di un cambiamento.

Questo è il filo conduttore e per farlo abbiamo preso atto che la nostra Organizzazione ha problemi di burocrazia e verticalizzazione. Si sono ossidati nel tempo meccanismi e modalità di funzionamento e di produzione delle scelte che parlano spesso un linguaggio tutto rivolto al nostro interno.

Per poter riconoscere e superare tale condizione è necessario rimettere al centro oggi il ruolo della CGIL e quale modello occorre per svolgerlo. Anche qui, credo che la discussione Confederale abbia individuato uno degli assi portanti dell’azione sindacale che poggia sulla centralità del territorio e sulla presenza delle Camere del Lavoro e delle categorie nel territorio.

Questo è il primo tratto distintivo di un’organizzazione sindacale che si pone in controtendenza con la politica e con l’allontanamento della politica dalle persone.

Il territorio rappresenta da sempre il punto di forza, il luogo dove ci sono gli insediamenti del lavoro e dove tradurre una necessità mai superata: stare e tornare nei posti di lavoro. Il territorio è il luogo della contrattazione sociale e territoriale, è il luogo dove legare i diritti dei cittadini ai diritti del lavoro. Significa vicinanza ai bisogni delle persone a cui fornire sostegno e risposte anche attraverso la tutela individuale.

Una determinazione – quella assunta con la centralità del territorio – che rende evidente la necessità di lavorare per rimodellare un’organizzazione che ha marcato troppo una struttura piramidale verticistica.

Ciò significa fare lo screening delle funzioni Confederali e di categoria, riposizionarle, evitare duplicazioni e gestire le risorse, a partire da quelle umane, con una maggiore presenza nel territorio e nelle Camere del Lavoro.

Se questo è uno degli obiettivi, bisogna dirlo in maniera esplicita ed agire con modalità altrettanto esplicite e concrete per arrivare a realizzare la trasformazione.

Il territorio è centro di decisione politica e di esercizio contrattuale ma è utile guardare, rispetto all’attività che svolgiamo, a tutti i luoghi delle decisioni che riguardano cittadini e lavoratori dentro ad un sistema molto più ampio e globalizzato.

Molte decisione vengono assunte in luoghi, altri e distanti dal territorio. In questo, riteniamo che il ruolo del sindacato in Europa e a livello internazionale debba essere maggiormente costruito e debba assumere un peso diverso, per incidere sulle materie che intervengono poi negli stati membri in particolare sul lavoro e sui diritti (Esempio in tal senso sono legati al dumping contrattuale tra paesi e tra settori, le direttive sugli orari, Ttip, etc).

Esiste, inoltre, un sistema legato alle aziende multinazionali che per dimensione e presenza anche nel nostro paese necessitano di un interfaccia e un punto di coordinamento tra i tanti territori coinvolti.

Il territorio e i diversi “luoghi delle decisioni” sono il punto centrale su cui lavorare per il processo di riorganizzazione e cambiamento. Un scelta che abbiamo provato a tradurre come Filcams e che sempre più sarà marcata nei prossimi mesi.

Una scelta sui vari livelli delle strutture che non può non coinvolgere anche la struttura nazionale di categoria.

Abbiamo operato in questi anni riorganizzando i livelli regionali e territoriali traducendo le funzioni negoziali in base alla difficile determinazione, nel settore, del loro livello di complessità.

Un processo che dovrà ulteriormente essere perfezionato ma che ci ha portato ad avere un modello di riferimento costruito su livelli regionali con strutture e/o coordinamenti snelli, a cui sono demandate attività contrattuali di secondo livello, un ruolo rispetto alla bilateralità, un ruolo politico di coordinamento e su cui provare a sperimentare anche l’attribuzione di parti della contrattazione con decentramento dal nazionale a tale livello.

Un modello che nel rispondere a criteri di funzionalità e sostenibilità ha risposto anche all’obbiettivo prioritario di redistribuire risorse economiche alle strutture territoriali e aree metropolitane.

La centralità del territorio rende evidente che maggiore presenza e insediamento non può prescindere dalla sostenibilità economica che però, non può diventare l’unico criterio guida delle scelte.

La Filcams ha sperimentato lo scavalco territoriale e ne ha tratto un bilancio positivo ma le forme alternative in discussione, come quello dell’accorpamento funzionale tra categorie, può essere un ulteriore modalità per rispondere al presidio del territorio e alla sostenibilità economica.

In questo caso, però, riteniamo utile dotarci di alcune “avvertenze per l’uso”, volte ad evitare la costruzione di modelli incoerenti: è necessario un coordinamento che guidi la scelta, che sia legata alla filiera o alla omogeneità dei settori, e che deve vedere comunque l’avvio di una riflessione sulla riduzione/accorpamento dei contratti nazionali di lavoro.

Potremmo inoltre, in tale ambito, prevedere sperimentazioni tra categorie con progetti mirati su macro temi trasversali al mondo del lavoro: la catena degli appalti, la stagionalità, il lavoro nero e le campagne di denuncia, la sensibilizzazione sul lavoro irregolare, i migranti, etc.

Nel progetto Confederale come in quello della Filcams, crediamo che la realizzazione di questo riposizionamento dell’azione politica e contrattuale non può essere slegato dalla gestione del quadro dirigente e delle risorse che operano a vario titolo nell’organizzazione.

Un investimento che abbiamo avviato in categoria e che riteniamo utile continui a svilupparsi guardando al nostro quadro dirigente come insieme di RSU/RSA/RLS, giovani dirigenti, migranti, con attenzione alle politiche di genere e dei nuovi diritti, al pluralismo politico.

A corollario di questo processo abbiamo posto la formazione che è costruzione dell’identità, qualificazione, aggiornamento. La centralità data alla formazione, anche dalla Confederazione, non è solo convincente ma è il tratto qualificante e distintivo.

Aumentare il proselitismo ma anche l’identità della propria appartenenza, storia e gestione dei ruoli nell’organizzazione è un insieme di condizioni che non possiamo dare più per scontato in un contesto politico e dei rapporti sociali profondamente modificato.

Per tale valutazione il PNF Filcams, avviato nel 2012, ha incluso nella formazione, oltre al quadro dirigente, gli “apparati tecnici” e tutti coloro che lavorano e svolgono attività anche amministrativa nella categoria.

La discussione fatta nella nostra Assemblea Organizzativa del 2013 indicava come importante svolgere la formazione in sinergia con la Confederazione per evitare la duplicazione di progetti e quindi un dispendio di risorse. Nel confermare questa impostazione, che necessita di coordinamento e di una forte specializzazione/ caratterizzazione del ruolo della categoria e della confederazione, risulta strategico l’utilizzo del libretto formativo, già a regime per tutti i corsi realizzati in Filcams.

Rappresentanza, partecipazione, democrazia

Già nel 2013 ci eravamo posti il problema del reinsediamento e allargamento della rappresentanza come strettamente collegati a democrazia e partecipazione.

Su questo macro tema diventa impossibile sganciarci da una lettura marcatamente legata ai settori della Filcams.

Parlare di reinsediamento ha rappresentato per noi, per un lungo periodo, guardare alla potenziale espansione di settori come quella della GDO e contestualmente non marginalizzare settori a più alta dispersione e frammentazione. Su queste linee, abbiamo concentrato l’attenzione producendo progetti specifici di intervento nel territorio.

Crediamo che pur nelle diversità, oggi abbiamo necessità di superare questa classificazione e considerare ogni luogo e spazio di lavoro come il luogo del nostro insediamento e allargamento della nostra rappresentanza davanti alla scomposizione dei cicli e alla frammentazione del lavoro.

In tal direzione la nostra attenzione è rivolta alla conquista anche di accordi sulla rappresentanza a partire dal settore legato a Confcommercio per rimette al centro la ricostruzione delle RSU.

Un cambio di passo necessario per una categoria che fatica ancora a raggiungere questo risultato ma che nel mettere in campo azioni per la costituzione delle RSU non può sottovalutare il dato fisiologico delle RSA nella maggior parte dei luoghi di lavoro.

Per conformazione, dimensione, specificità dei settori, nel guardare allo sviluppo dei nostri quadri dirigenti di base, le RSA resteranno credibilmente l’unica rappresentanza in grado di costituire un collante tra Organizzazione Sindacale e lavoratori e, come tale, deve essere riconosciuta ed avere un peso specifico a partire dalla costruzione degli accordi in materia.

Inoltre, per la diversità, anche in questo ambito, con le altre organizzazioni sindacali, registriamo ancora difficoltà con le elezioni e la valorizzazione del ruolo degli RLS e RLST sul quale risulta prioritario costruire un’inversione di tendenza.

La costituzione stabile in Filcams di un coordinamento degli RLS ha prodotto una maggiore collegialità e scambio tra le varie realtà, una maggiore condivisione e attenzione alle problematiche connesse alla SSL ma non ha prodotto una maggiore diffusione dei nostri militanti in questo ruolo.

E’ necessario arrivare all’obiettivo di estensione di RLS e RLST, accompagnandolo, in maniera propedeutica, da una campagna informativa, formativa e di sensibilizzazione, come è opportuno creare maggiori sinergie con le Rsa/RSU, per sottolineare il valore partecipativo, rappresentativo e negoziale anche degli RLS.

Il tema della rappresentanza porta con se quello della partecipazione e anche qui riteniamo che l’obiettivo di estendere la partecipazione non possa non tenere conto delle diversità da cui il mondo del lavoro è caratterizzato.

Il punto ricorrente, per una categoria come la Filcams, è come rendere sistematico e non “a corrente alternata” il coinvolgimento degli iscritti e dei lavoratori nelle scelte e decisioni che li riguardano a partire dai Contratti Nazionali e dagli indirizzi politici e contrattuali della categoria.

In settori polverizzati, caratterizzati da piccole, piccolissime realtà dove le agibilità e l’esercizio dei diritti hanno caratteristiche e limitazioni specifiche, resta l’interrogativo di quali strumenti, anche innovativi, possono essere ipotizzati per delineare luoghi di condivisione ed espressione.

Le forme di democrazia in rete, fino ad oggi sperimentate, rappresentano una interessante potenzialità ma resta una soluzione parziale e difficilmente misurabile. Questo problema ci deve sollecitare a ricercare e implementare nuove strade nel rapporto con le lavoratrici ed i lavoratori.

Dentro al tema più generale della partecipazione, crediamo sia utile collocare anche la bilateralità. Riteniamo cioè che al lavoro sulla realizzazione della Governance dobbiamo affiancare un percorso di cambiamento che passa attraverso la formazione di delegate e delegati in grado di partecipare al sistema bilaterale stesso.

Per le problematiche descritte, non è quindi sufficiente e non è inclusivo un riferimento che poggia esclusivamente sulle RSU come, non è riconducibile alla sola elezione dei segretari e delle segreterie, la modalità con cui si sostanzia l’estensione della partecipazione e della democrazia.

Il tratto del cambiamento e la capacità di rappresentarlo non può inoltre prescindere da un “punto di vista generazionale”. Un’organizzazione che non costruisce la propria rigenerazione rischia di rimanere chiusa in linguaggi che allontanano e frappongono distanze.

Nel cercare di raggiungere questo decisivo obbiettivo non si può ignorare che il sistema della rappresentanza così come lo abbiamo immaginato appare già profondamente indebolito ed è destinato ad entrare ulteriormente in crisi con il Jobs Act.

Le possibilità di un ingresso “ordinario” nel mercato del lavoro per un giovane, infatti, rischiano di sparire definitivamente, con evidenti riflessi anche sui percorsi di sindacalizzazione, partecipazione alla vita sindacale e con ulteriori, prevedibili effetti a medio e lungo termine sul rinnovamento della platea dei delegati e dei quadri.

In questa cornice di assoluta complicazione, l’idea di partecipazione dei delegati che si vuole traguardare con la Conferenza rischia di non essere risolutiva.

Il nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori deve rappresenta una straordinaria iniziativa di contrapposizione al Jobs Act e di comunicazione e costruzione di un progetto collettivo inclusivo del mondo del lavoro che pone al centro i giovani.

Come anche la contrattazione di sito, rivolta a sperimentazioni in luoghi ad alta presenza giovanile può essere vissuta come azione per l’estensione dei diritti, ricomposizione dei cicli di lavoro ma anche come opportunità di confronto e di partecipazione.

Questo tema che vogliamo provare a chiamare “generazionale” – senza evocare rottamazioni e una errata lettura tutta in chiave anagrafica – resta centrale perché le involuzioni nel mercato del lavoro, il problema delle risorse economiche, il prolungamento dell’età pensionabile derivante dalla riforma Fornero, costituiscono un combinazione di fattori frenanti per cui il ricambio generazionale rischia di essere ai margini e non al centro delle politiche e della prospettiva della nostra Organizzazione.

Non ultimo la questione delle risorse che incidono sulla riorganizzazione. Riteniamo che oltre alle delibere adottate nei mesi scorsi che vanno nella direzione di regole e attenzioni rispetto alla gestione delle categorie e delle confederazioni, la messa in sicurezza e il funzionamento dell’Organizzazione debba trovare un momento di approfondimento.

Per quanto riguarda la Filcams, si conferma e rafforza la strategia basata sulla redistribuzione ai territori della maggior parte delle proprie entrate, utilizzando specifici canali quali i progetti di reinsediamento, i contributi straordinari, i risanamenti di bilancio e le altre forme progettuali sperimentali.

In merito al tema della canalizzazione, si conferma quanto condiviso nel 2013, ponendo un ulteriore riduzione fino a un minimo del 6%.

In questo ambito stiamo costruendo una mappatura dei contributi erogati alle Camere del Lavoro, in aggiunta alla canalizzazione, alla voce solidarietà e spese generali da parte delle Filcams territoriali, ritenendo questo un dato importante da considerare nel dibattito complessivo sullo stato di salute delle strutture, a tutti i livelli.

Più volte all’interno delle discussioni confederali abbiamo trattato il tema del costo tessera. Dobbiamo ribadire l’iniquità di una cifra fissa che non differenzia il reale valore delle deleghe provenienti da settori con retribuzioni molto diverse tra loro. Nel documento abbiamo individuato una possibile proposta alternativa che può riguardare anche la ripartizione dei costi.

Infine, il dibattito in corso sul sistema dei servizi, non può non coinvolgere la FILCAMS la cui attività quotidiana è fatta anche di tutela individuale. Riteniamo sia ormai superata, almeno in Filcams, la contrapposizione tra tutela individuale e collettiva data la coesistenza oggettiva nella pratica sindacale quotidiana.

Da sempre in categoria si è stati in grado di fornire prime risposte e attivamente svolgere pratiche (ad es. assegni di maternità, domanda di disoccupazione o per le detrazioni fiscali, conteggi su buste paga, vertenze), e per questo sarà inevitabile continuare ad investire in progetti mirati, possibilmente in sinergia con la Confederazione, che abbiano come oggetto la tutela individuale.

Da tali valutazioni e su questi assi portanti, come è evidente e dettagliato nel documento presentato, abbiamo ritenuto di proporre la conferma di alcuni indirizzi intrapresi, rafforzare alcune scelte e provare a dare input per rilanciare e concretizzare nuove sperimentazioni.

Care compagne, cari compagni

I temi da affrontare in questa fase sono molti ma abbiamo ritenuto necessario e non diversamente gestibile, la convocazione di un Direttivo dedicato solo ed esclusivamente alla valutazione dell’ipotesi di rinnovo del Contratto Nazionale del Terziario con Confcommercio siglato il 30 marzo u.s.

A questo, si aggiunge la valutazione sulla situazione degli altri tavoli contrattuali ancora aperti, a partire proprio da quelli che sono correlati al Contratto appena siglato: Confesercenti, Federdistribuzione e Distribuzione Cooperativa.

Nelle passate settimane avevamo ipotizzato un percorso relativo alla Conferenza d’Organizzazione che abbiamo dovuto ridefinire nella modalità che vi è stata già comunicata. In estrema sintesi, la discussione e quindi il contributo al documento Confederale per la Conferenza, sarà discusso e costruito nel Direttivo previsto per il 27 Aprile, inoltrando, prima di questa data, una bozza di documento alle strutture. Questa bozza vuole ripercorre il lavoro già fatto dalla Filcams nell’Assemblea Organizzativa del 9 Luglio 2013 aggiornando e modificando i contenuti e gli obiettivi e, su questa base, costituire il contributo anche per la discussione Confederale.

Entro subito nel merito dell’Ordine del Giorno.

Premetto che dovrò essere didascalica ma non voglio dare per scontato che le questioni di merito siano state lette e comparate e quindi ritengo utile, almeno le più rilevanti, specificarle.

Per valutare con un buon grado di obiettività l’ipotesi di accordo del rinnovo del Contratto Nazionale del Terziario Confcommercio, dobbiamo ripercorre e tenere presente l’intera trattativa: la piattaforma unitaria presentata nel 2013, l’interruzione della trattativa avvenuta a Giugno 2014, la decisione assunta nel Comitato Direttivo Filcams del 17 e 18 novembre 2014.

Sulla piattaforma Unica e Unitaria, con cui siamo andati alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori si è riproposto un problema che in misura più marcata almeno negli ultimi rinnovi contrattuali, della Filcams come di altre categorie, era già emerso.

L’avvio della trattativa ha visto da parte di Confcommercio la presentazione di una piattaforma rivendicativa, meno pesante rispetto a quelle che ci venivano presentate ad altri tavoli, ma con la stessa matrice: stabilire una scambio per arrivare alla definizione di un rinnovo contrattuale dove a “destrutturazione” del CCNL e alleggerimento dei costi esistenti si poteva, al massimo, quale contropartita, produrre un risultato salariale.

Tra le richieste originarie e più significative di Confcommercio, su cui la trattativa è rimasta a lungo bloccata, ricordo a tutti noi:

A questo “paradigma contrattuale” si sono aggiunti i dati tendenziali del settore che nel corso del 2014 rendevano evidente, l’assenza della tanto auspicata “ripresina” e l’ingresso in deflazione. Condizione oggettiva, per un settore che vive prevalentemente, se non esclusivamente, di domanda interna, condizionando ed indebolendo, in tal modo, anche la ricerca di un risultato salariale.

Il risultato che si stava evidenziando a Giugno 2014 non consegnava alcun equilibrio tra le varie posizioni.

Ma il punto di rottura è stato determinato dall’articolato sulle flessibilità. Credo non ci sia bisogno di andare a riprendere la proposta scritta e il giudizio che ne abbiamo dato.

Nella irremovibilità della parte datoriale a ridimensionare e togliere le parti più dirompenti e canalizzare la discussione su un piano più vicino alle OOSS, abbiamo fatto la scelta di non firmare, assumendoci un precisa responsabilità.

Una decisione che ha provocato, anche al nostro interno, una animata e tesa discussione con posizioni contrapposte. Abbiamo avuto l’intelligenza e il senso di responsabilità di non fare inutili e dannose forzature tra di noi e mantenere rispetto e fermezza nella decisione.

Della condizione che si è determinata a giugno va indicato un altro aspetto, non secondario: non si è consumata una firma separata.

Probabilmente i cambiamenti intervenuti nel paese e nella politica hanno condizionato ma l’interruzione unitaria della trattativa non poggiava su punti di convergenza: Fisascat e Uiltucs avevano il mandato della propria delegazione a firmare quel contenuto.

Abbiamo apprezzato e riconosciuto a Fisascat e Uiltucs, la coerenza con il percorso costruito nel regolamento della piattaforma ma il peso che noi abbiamo esercitato ci ha fatto subire anche il ricatto ingiustificato e insensato, da parte di Confcommercio, che contestualmente alla rottura della trattativa ha interrotto il tavolo sulla rappresentanza sindacale.

Il contesto politico del paese, la responsabilità di dare una risposta ai lavoratori, il convincimento di avere diritto al Contratto ed evitare di abdicare alla contrattazione trasformando il contratto stesso in uno strumento vuoto perché vuoto è il ruolo collettivo dei lavoratori e delle Organizzazioni Sindacali, sono state tra le valutazioni del nostro Direttivo del 17 e 18 novembre 2014.

In quel Direttivo abbiamo indicato quale percorso rimettere in moto per rivendicare il contratto nazionale. Anche qui, per continuità, ripercorro solo alcuni punti:

prima di tutto, l’apertura di una riflessione con Fisascat e Uiltucs per ricercare una sintesi nuova per arrivare ad un risultato comunque unitario.

Per il punto di rottura a cui eravamo arrivati, ci siamo detti che per costruire un risultato contrattuale non si poteva prevedere rilanci e neppure il buttare a mare quella parte del lavoro svolto che avevamo anche noi considerato condivisibile e su cui effettuare ulteriori selezioni e puntualizzazioni. Avevamo valutato inoltre che, qualora ci fosse stata la disponibilità, da parte di tutti, a lavorare per un rinnovo diverso, questo poteva comportare anche un bilanciamento differente tra parte normativa e salariale.

Ancora prima di poter prefigurare se e quale poteva essere il risultato, avevamo considerato il percorso da intraprendere come esplorativo accompagnato da una buona dose di cautela e attenzione per la complicazione di tenere insieme i tavoli del terziario in una soluzione omogenea e per le diversità che ci erano note tra noi e le altre parti sindacali e datoriali.

Un’esplorazione che abbiamo avviato e che ha marcato – come valuteremo tra un po’ – delle evoluzioni rilevanti. Un tratto di diversità rispetto a quanto delineato a giugno utile per poter riavviare un negoziato.

Un segnale di apertura credibile arrivato anche da Confcommercio che rendeva possibile il percorso.

Siamo pervenuti, attraverso questi passaggi, a configurare la costruzione di un’ipotesi di accordo che evidenzia dei coni d’ombra, delle criticità ma costruisce anche equilibri nuovi, eliminando molti punti negativi e consegnando un salario non rispondente alle esigenze e alle aspettative ma non scontato per la discussione in corso nel settore e nel paese.

Vado subito alle questioni nodali della trattativa di Marzo, partendo dal fatto che la maggior parte delle richieste di Confcommercio, che sopra vi ho riepilogato, sono state eliminate (alcune di queste erano ancora presenti nelle ultime fasi della trattativa di giungo).

Lo scoglio politico e sindacale relativo all’orario e alla flessibilità ha trovato una soluzione che riteniamo abbia rovesciato e annullato le impostazioni di Confcommercio.

Nell’art 124, relativo alle procedure per l’articolazione dell’orario settimanale, si prevede che le comunicazioni dell’eventuale variazione dell’orario possano essere fatte con un preavviso di almeno 30 giorni (prima era previsto entro il 30 novembre) pertanto la modifica porta con se che invece di parlare di applicazione in anno di calendario 1 gennaio – 31 dicembre, si passi ad anno mobile ed eventuali variazioni dovranno essere comunicate con il medesimo preavviso.

Nell’art 125, quello relativo alla Flessibilità dell’orario, Il superamento dell’orario contrattuale non viene modificato restando il limite di 44 ore settimanali per 16 settimane. Viene invece modificato il termine di recupero di queste ore eccedenti che può essere effettuato nel corso di tutto il restante dell’anno e non più in 16 settimane. L’elemento di modifica e di penalizzazione, rispetto al CCNL 2008 – che ha rappresentato la mediazione – è il venir meno dell’incremento di 8 ore di permesso – di cui all’art 121 punto 2 – che erano riconosciute aggiuntivamente nel caso in cui l’azienda faceva ricorso al regime di flessibilità.

Viene introdotto una ulteriore gestione dell’istituto prevedendo, qualora le ore eccedenti non vengano recuperate al termine del programma annuale di flessibilità, il pagamento delle ore stesse con il riconoscimento dello straordinario.

Resta, con i riadattamenti per rendere le norme coerenti tra loro, tutto l’articolato contrattuale di cui agli art 126 fino all’art 130 che si occupano delle altre modulazioni della flessibilità e della banca delle ore.

In tutti gli articoli, a partire dall’art 125, viene salvaguardato e mantenuto l’altro punto dirimente per noi, relativo al ruolo della contrattazione di secondo livello sulla materia.

Riteniamo questo risultato sulla flessibilità, pur nell’ambito di una penalizzazione relativa alle ore di permesso aggiuntive, un risultato più che significativo perché esattamente contrario a quello che veniva proposto e perché rispondente alla nostra impostazione.

Un lavoro che ha visto una volontà condivisa di tutte le Organizzazioni Sindacali pur partendo, su questo tema, come ci è noto, da posizioni diverse. Un lavoro faticoso nei confronti di Confcommercio che lo considerava, a giugno, il cuore del Contratto e che ha compreso come, non rimuovendo la loro proposta, non si sarebbe sbloccato alcun risultato.

Questo aspetto però merita qualche ulteriore commento. Avrete visto il risalto della stampa e delle dichiarazioni di Confcommercio su questa materia ma, chi come noi conosce i Contratti Nazionali, la proposta che era sul tavolo a giugno e la formulazione a cui siamo pervenuti, con una comparazione semplice riesce a comprendere come, in realtà, si sta provando a vendere un prodotto che, al netto delle modifiche che ho illustrato, non è un prodotto nuovo e di impatto rivoluzionario.

Avvalendoci di un minimo di bibliografica contrattuale, emerge che le norme sulla flessibilità dell’orario risalgono almeno al 1994 – Titolo VI, Orario di Lavoro, dall’art 31 all’art 40 – sono passati 20 anni o poco più.
Nel corso dei vari rinnovi sono state oggetto di modifiche, aggiustamenti e rivisitazioni, fino a giungere al testo del 2004 e 2008. Dall’esercizio che vi ho sopra proposto, risulta evidente che il testo che esce dall’ipotesi di accordo del 30 marzo è in linea con quanto previsto nel 2008 e soprattutto, in linea con la nostra impostazione.

Sul Mercato del Lavoro: non possiamo non evidenziare il danno che la norma Poletti ha provocato sull’apprendistato modificando i parametri esistenti. Questa condizione ha portato ad un arretramento delle percentuali di conferma degli apprendisti rispetto all’Accordo di Riordino della Disciplina dell’apprendistato che avevamo firmato nel marzo 2012 perché scende dall’80% al 20% (percentuale prevista dalla Legge stessa). Su questo, si è riusciti ad inserire un leggero miglioramento perché, a differenza della legge, il 20% vale per tutte le aziende indipendentemente dalla dimensione numerica. Le ore di formazione, la durata del contratto e i livelli di inquadramento restano invariati.

Sul contratto a termine si è aperta una discussione con una proposta nuova di Confcommercio che prevedeva la possibilità di utilizzare il tetto del 20% spostandolo tra i diversi punti vendita di un’azienda. Per essere più chiari la percentuale del 20% non utilizzata in un punto vendita – in tutto o in parte – può essere spostata su un altro punto vendita che quindi, per ipotesi, può anche avere il 40% di contratti a termine rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato.

Una regolamentazione che abbiamo ritenuto non idonea e che ha trovato, quale mediazione, un punto di buon senso prevedendo la possibilità di utilizzo fino al tetto massimo del 28% cioè lo stesso che oggi è utilizzato per assunzione di contratti a termine e di contratti interinali. Quindi, non modificando le percentuali già esistenti, la scelta, per l’azienda, sta solo nella modalità con cui comporre questa percentuale. Di miglior favore, a nostro avviso, è il fatto che la percentuale continua ad essere calcolata sul punto vendita e non sul totale azienda come previsto dalla riforma Poletti.

Nodo sicuramente critico sempre relativo al Mercato del Lavoro è quello del Contratto di Sostegno all’occupazione. Uno scoglio che, sminato il problema della flessibilità, non si è riusciti ad eliminare ma solo introdurre un numero di paletti per delimitarne l’uso.
Rispetto al testo presente sul tavolo a giugno, sul quale avevamo già apportato diverse modifiche rispetto alla proposta Confcommercio, abbiamo lavorato per: rafforzare le causali di ricorso riferendoci alle condizioni più complesse di disagio lavorativo (ad esempio, persone che non sono riuscite a trovare ricollocazione anche dopo aver utilizzato e terminato eventuali ammortizzatori sociali); abbiamo indicato come sperimentale l’istituto rendendolo applicativo entro la vigenza contrattuale e posto a monitoraggio e verifica in occasione del prossimo rinnovo. E’ stata eliminata la possibilità di escludere dal computo delle norme di legge questa forma contrattuale.

Resta per noi il problema politico, che ha occupato insieme alla flessibilità, una parte rilevante della trattativa. Confcommercio ha fortemente sostenuto questa forma agevolata di assunzione considerandola migliore di un contratto a tutele crescenti la cui previsione di utilizzo per le proprie aziende viene considerato scarsa e di poca attrattiva. Indubbiamente dichiarazioni singolari e forse verificabili nel tempo. E’ indubbio che per noi, il punto non è fare delle scelte contrarie alle assunzioni – accusa che ci è stata mossa durante la trattativa – ma la qualità del tipo di intervento.

Questa ipotesi di accordo unitaria arriva dopo il Contratto Separato del 2011 ed è difficile superare e ricomporre questa storia contrattuale.

Ma il problema non è dell’oggi poiché abbiamo provato a discuterlo, facendo una scelta, all’atto di presentazione della piattaforma e durante i mesi di trattativa.

Nella piattaforma con cui ci siamo presentati ai lavoratori abbiamo espressamente dichiarato di aver fatto una scelta di responsabilità nel presentare una piattaforma unica e unitaria, nella consapevolezza di un contesto economico e sociale problematico e che ci poneva la necessità di una convergenza di sforzi comuni.

Questa scelta, fatta allora, non poteva di certo rimuovere le valutazioni di merito che hanno motivato divergenze e scelte diverse rispetto al Contratto 2011 ma continuando ciascuno a mantenere le proprie impostazioni, abbiamo considerato la nuova fase contrattuale utile per provare a individuare nuovi e diversi punti di sintesi rispetto alle questioni non condivise nel 2011, spazio da poter ricercare anche nella contrattazione di secondo livello.

Un terreno da lavorare molto difficile. Abbiamo dovuto far comprendere alle controparti, a Fisascat e Uiltucs che se c’era una totale chiusura sui temi del Contratto Separato del 2011 non avremmo potuto fare alcuna discussione. Soprattutto, abbiamo dovuto scegliere come e su cosa intervenire poiché un intervento ampio, nel tentativo di riprodurre un risultato diverso da quello del 2011, non trovava spazi di sostenibilità per essere realizzato. In questa ricerca – durante la trattativa – il punto di contatto lo abbiamo costruito intorno all’istituto della malattia.

La materia diventa oggetto di secondo livello, e la scelta, seppur può apparire debole rispetto alla frattura che si era determinata con la firma separata in realtà non può essere liquidata come di secondaria importanza.

Segna nei fatti un intervento e una spazio che non c’era, non era previsto, e che ci permette di continuare ad agire contrattualmente e di sostenere le nostre posizioni. In giro per l’Italia dove abbiamo recuperato in questi anni, in tutto o in parte la carenza malattia, sono stati realizzati da noi, dalle strutture territoriali, dalle delegate e dai delegati centinaia di accordi.

Sulla bilateralità è necessario fare due precisazioni poiché, come è ben visibile, abbiamo ristrutturato tutto l’articolato.

Questo capitolo – come ricorderete – era già presente dal mese di giugno ed è stato nella sostanza un lavoro di adeguamento del testo del 2008 con l’Accordo di Governance.

Più precisamente, sapete che il primo Accordo fu sottoscritto il 10 dicembre del 2009 ma l’evoluzione e completezza della Governance è stata raggiunta con l’Accordo Interconfederale del 20 febbraio 2014 sottoscritto tra Confcommercio, CGIL – CISL e Uil e con l’Accordo del 19 marzo 2014 tra Filcams-Fisascat – Uiltucs e Confcommercio.

Questi Accordi ridisegnano ruoli, scopi, competenze, strutture, gestione degli Enti e Fondi a livello Nazionale e territoriale declinando criteri di trasparenza, razionalizzazione ed efficacia degli Enti compreso le incompatibilità. Per rendere questi contenuti vincolanti e cogenti andavano tradotti nel Contratto a modifica dell’impostazione prevista nel 2008 che con tali Accordi abbiamo inteso superare.

Elemento nuovo è invece quello riguardante l’omissione da parte delle aziende rispetto all’iscrizione dei lavoratori ai Fondi Est e Quas, dove in sostituzione della precedente previsione che dava due opzioni al datore di lavoro viene indicata una sola opzione e cioè che in caso di omissione di versamento, deve essere corrisposto al lavoratore in busta paga un elemento distinto della retribuzione.

La seconda questione intorno alla bilateralità vorrei provare ad esporla così: la prima tappa è stata quella di non sfuggire al fatto che il nostro sistema della bilateralità doveva essere profondamento riformato costruendo quindi la Governance, la seconda tappa quella di aver reso la Governance cogente e vincolante dentro al Contratto, la terza, la più impegnativa è quella che abbiamo già iniziato a fare da un po’ di tempo ma su cui molto dobbiamo ancora fare: essere coerenti con la Governance stessa per determinare la discontinuità e un vero punto di rottura, per avere una bilateralità a supporto e vantaggio delle esigenze e dei bisogni dei lavoratori e delle imprese.

Per questo vi anticipo che tra i prossimi appuntamenti della Filcams dovremo convocare la Consulta della Bilateralità per fare il punto della situazione e lavorare in modo coordinato e sistematico tra struttura nazionale e territoriale per tradurre questi obiettivi.

Ci sono nel testo altri aspetti positivi ed altri critici che non sono esattamente “ad immagine e somiglianza” della Filcams ma frutto della mediazione complessiva. Non li affronto nel dettaglio, per necessità di sintesi e perché il testo contrattuale è stato già consegnato e credo ampiamente letto.

Ultimo capitolo è quello relativo al salario. In questa fase abbiamo ritenuto importante comunque salvaguardare i due aspetti: salario strutturale ed elemento economico di garanzia per il secondo livello contrattuale. La determinazione di un risultato salariale significativo non era un dato scontato.

Abbiamo a lungo discusso anche tra di noi su questo problema, in considerazione dei dati economici del 2014, delle previsioni non positive per il 2015, degli andamenti dell’inflazione che avevano non solo messo in discussione la nostra richiesta di piattaforma ma la stesse determinazione di un nuovo punto di equilibrio.

I Contratti Nazionali chiusi prima del nostro non ci hanno consegnato un punto di riferimento, i contratti che si apriranno nel settore dell’industria hanno già paventato uno prospettiva quanto meno provocatoria parlando – come nel caso di una parte di Confindustria – di restituzione più che di incremento.

Abbiamo svolto la trattativa con l’obiettivo unitario di mantenere un importo e un montante dignitoso e credibile. La cifra che già conoscente è di 85 euro al IV livello, pagate in 5 trance per un montante, dal 1 aprile 2015 al 31 dicembre 2017, di 1.811.00 euro. A questo si aggiunge l’una tantum di 90 euro al III e IV Livello per le aziende a partire da 11 dipendenti e di 80 euro per quelle fino a 10 dipendenti.

Il risultato è stato raggiunto, anche producendo un intervento che vede di fatto gli aumenti salariali spalmati non entro 36 mesi di vigenza ma in 33 mesi a partire dal 1 aprile e portando in ultravigenza le norme precedenti fino al 30 marzo.

Questo nuovo quadro che si è composto, ci ha portato a valutare come segreteria il segnale di cambiamento oggettivo rispetto al risultato che avevamo volutamente lasciato a giungo dello scorso anno.

Un esito, quello attuale, non privo di criticità e di ulteriori oneri politici per la Filcams, per le ragioni che ho anzi detto, ma che nel ribaltare il paradigma che voleva una scambio totale tra normativa e salario ha determinato una conclusione del negoziato su una base diversa.

Abbiamo costruito una risposta salariale, senza produrre degli avanzamenti innovativi ma impedendo la destrutturazione delle norme e producendo comunque dei cambiamenti.

Un risultato che abbiamo valutato come possibile e spendibile – certo – in una fase dove la stessa azione contrattuale ed il ruolo di agente salariale del Contratto – vengono messe in discussione.

Un risultato che vede molto l’impronta della Filcams ma che ha il valore di un lavoro unitario che non possiamo sottovalutare.

Oggi come Direttivo Filcams siamo chiamati a valutare questo risultato e domani lo faremo in modo unitario con l’assemblea dei quadri e dei delegati.

Immediatamente dopo siamo chiamati a portare alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori l’ipotesi di accordo in un percorso di coerenza con il regolamento che ci eravamo dati.

E’ necessario ora consegnarci un’ultima considerazione relativa agli sviluppi che l’ipotesi di accordo potrà avere o non avere rispetto agli altri tavoli. Avevamo già considerato, nei nostri ragionamenti, che la chiusura di un tavolo contrattuale di per se, può assumere il ruolo di apripista. Questo contratto, pur rappresentando un punto di riferimento, non ci consegna quindi una facilitazione del percorso con gli altri interlocutori.

I primi segnali che arrivano informalmente da Federdistribuzione, Confesercenti e Distribuzione Cooperativa non sono segnali positivi.

E’ presumibile che Federdistribuzione non veda nei contenuti dell’ipotesi sottoscritta alcun interesse da un punto di vista normativo ma solo l’onere di un importo salariale non sostenibile da parte delle imprese loro associate. La linea di Federdistribuzione, ad oggi, resta quella che ci è stata proposta nel mese di luglio e settembre 2014 dove il contratto ipotizzato prevedeva sul salario una sorta di moratoria. Nell’incontro che sarà fissato a breve tra la Presidenza di Federdistribuzione e le segreterie generali di Filcams Fisascat e Uiltucs, cercheremo di comprendere in maniera chiara quale percorso si apre nei confronti di questa Associazione.

Posizione simile possiamo captare dal mondo della distribuzione Cooperativa immaginando che il problema per loro sia l’ulteriore aumento del differenziale di costo con Confcommercio dovuto anche a questo aumento salariale. Anche il tavolo della Distribuzione Cooperativa deve però uscire definitivamente allo scoperto.

Il questa settimana Confesercenti ha chiesto un incontro alle segreterie generali per parlare del Contratto Nazionale del Terziario, sapendo però che in questo caso, abbiamo in sospeso con loro anche il contratto del turismo.

Care compagne e cari compagni, abbiamo ancora molti ostacoli da rimuovere prima di completare il percorso vero, quello che ci permette di consegnare un Contratto Nazionale a tutti i lavoratori del terziario e non solo ai lavoratori dell’area Confcommercio.

Anche per questa condizione riteniamo vada valutata con la giusta dose di positività e senza omissioni l’ipotesi di rinnovo del Contratto con Confcommercio e fare uno sforzo organizzativo ulteriore ma imprescindibile perché contestualmente alla consultazione e al voto per questo rinnovo, dobbiamo avviare una forte campagna di informazione e condivisione con tutti i delegati ed i lavoratori degli altri comparti del terziario.

Care compagne, cari compagni

Voglio prima di tutto ringraziarvi e ringraziare tutte le strutture, le delegate e i delegati, per il risultato della manifestazione del 25 ottobre. Una bellissima piazza S. Giovanni che ha visto la FILCAMS con una presenza straordinaria caratterizzare il corteo.

Quello del 25 ottobre era un risultato non scontato per la CGIL e ancora di più per la nostra categoria che per larga parte delle sue lavoratrici e lavoratori vede il sabato, la domenica e spesso anche i giorni festivi come giornate di lavoro.

Per questa difficoltà credo che il nostro risultato di partecipazione sia anche motivo di orgoglio.

La risposta dei delegati, degli iscritti, dei lavoratori alla manifestazione è stata frutto della capacità di far comprendere le nostre posizioni e proposte, discutendo nei luoghi di lavoro e non solo, del perché i provvedimenti e le idee messe in campo dal Governo per il paese sono sbagliate, a partire dal Jobs Act.

Questa risposta è un dato rilevante in una fase dove si tende costantemente alle divisioni, a puntare il dito sullo scollamento tra il sindacato e il lavoro, a indicare l’inefficacia e il non ruolo dei cosiddetti corpi intermedi.

Quella piazza, a partire da noi, dalla FILCAMS, è stata la migliore e vera rappresentazione di una realtà diversa.

Come già sapete, nell’ultimo direttivo CGIL è stato indicato il percorso di mobilitazione con un pacchetto di 4 ore di sciopero da utilizzare nel mese di novembre e la proclamazione dello sciopero generale per venerdì 5 dicembre.

Un percorso in linea con le valutazioni svolte sin dal mese di settembre quando si è deciso la manifestazione del 25 in cui abbiamo detto che l’obiettivo e il nostro lavoro dovevano traguardare la manifestazione stessa.

Pensando ai nostri settori, il giudizio e la preoccupazione per i contenuti del Jobs Act e della Legge di stabilità vengono rafforzati. Non ci sono segnali e attenzioni per il turismo, per il terziario e servizi, salvo nella prosecuzione della spending review; non si danno risposte ai problemi veri, a partire dal lavoro.

La filosofia del Jobs Act nel contrapporre i giovani con i vecchi, i privilegiati contro i precari, assume a verità una finzione cioè:
- il lavoro si crea se si riformano le regole del mercato del lavoro
- si possono assegnare diritti e tutele per chi oggi ne è privo se si tolgono i diritti e le tutele esistenti.

Entrambi gli assunti sono falsi e lo sono ancora di più guardando i possibili contenuti che dovrebbero prendere corpo nei decreti attuativi. Per questo, anche le mediazioni interne al PD e con il Governo, per provare a modificare le questioni più delicate del Job Act, non producono inversioni sostanziali tali da cambiare il profilo della riforma.

Cosa dovrebbe prendere forma anche dopo le possibili mediazioni:

Non c’è nulla che ci possa far dire che con questi contenuti “stiamo cambiando verso”. Non c’è nulla che risponda a quella richiesta di un mondo del lavoro universale nei diritti, nelle tutele, nelle opportunità e nelle possibilità.

Ma si insiste nel voler proseguire su questa strada, tanto che anche la mediazione che si sta tentando sull’art 18 è vuota. Il ruolo deterrente e la salvaguardia contro i licenziamenti illegittimi viene completamente depotenziata facendo scattare, per i licenziamenti economici, un indennizzo “crescente con l’anzianità di servizio” che sostituisce la reintegra che sarà mantenuta solo per i licenziamenti nulli, per motivi discriminatori insieme a fattispecie specifiche e limitate di licenziamenti ingiustificati di natura disciplinare.

Un segnale arriva, sul tema della conciliazione dei tempi di vita e lavoro rivolta non solo alla cura dei figli ma alle cure parentali in generale. Sembrano previsti anche congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere.

Tracce, queste ultime, anche interessanti, ma nel complesso le mediazioni che si sono ricercate non modificano l’impianto e non sarebbero sicuramente in grado di bilanciare la immotivata e totale destrutturazione dell’art 18.

E mentre si parla del problema del LAVORO che non c’è e della disoccupazione giovanile allarmante, e si corre a voler approvare ad ulteriori colpi di fiducia questo DDL, non si commenta il risultato deludente di “Garanzia Giovani” (il programma finanziato con i soldi dell’UE) che aveva quale obiettivo quello di costituire la possibilità di un lavoro proprio per i giovani.

Bisognerebbe quanto meno interrogarsi del perché non sta funzionando mentre si prova a varare una riforma complessiva che persegue lo stesso obbiettivo e quindi comprendere che forse per creare lavoro c’è bisogno di altro!!

Ma ci sono altre ragioni, che possiamo declinare in chiave FILCAMS, per dire che si continua a non produrre quel cambio di passo necessario. Il matching tra Jobs Act e Legge di Stabilità risulta infatti ancora meno convincente.

Nel suo insieme – come già espresso dalla Confederazione – la Legge di stabilità è inadeguata e insufficiente in termini di investimenti e politiche di sostegno alla crescita. Il tratto della legge non è espansivo ma continua in realtà a perseguire la politica di austerità , di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale, che rischiano solo di allargare il ventaglio di disuguaglianze.

Dalla valutazione generale, possiamo entrare nel particolare esaminando e facendo una cernita dei provvedimenti che intercettano in modo diretto la Filcams.

Nel DDL Stabilità è presente “a copertura della manovra” un ulteriore intervento di taglio alla spesa della pubblica amministrazione. Siamo quindi in linea di continuità con la spending review già attuata con i tagli lineari dal 2008 in avanti. A questo si aggiunge l’assenza di provvedimenti annunciati e mai attuati come, ad esempio, la riduzione delle stazioni appaltanti e l’esame delle spese “discrezionali” ad iniziare da quelle per studi e consulenze.

Sempre in materia di tagli si procede ad una spending review sul sistema degli Enti Locali (Regioni, Provincie, Comuni).

In entrambi i casi, è impossibile non vedere il rischio di determinare effetti negativi sulle prestazioni, a partire da quelle sanitarie, sul livello della tassazione locale, nonché sull’occupazione a partire dagli addetti ai servizi dati in appalto che saranno sottoposti a taglio.

Sul fronte del welfare, si istituisce il bonus per i nuovi nati ma non si risponde alla necessità di potenziare i servizi per l’infanzia. Secondo i dati della FP CGIL, con i circa 3 miliardi e mezzo in tre anni, in un’ottica di servizi per la famiglia e per l’infanzia, potevano essere costruiti ed avviati circa mille asili con la conseguenza di generare anche posti di lavoro.

Sulla previdenza, oltre a quanto già detto sul TFR e sui fondi Complementari, si prevede l’eliminazione delle prestazioni economiche accessorie erogate dall’INPS e dall’INAIL per le cure termali. Si tratta del costo del soggiorno alberghiero sostenuto dai due Enti al fine di consentire ai propri assicurati di usufruire dei particolari trattamenti termali, previsti dalla legge, al fine di evitare l’invalidità di questi soggetti. Il rischio di un tale provvedimento è quello di non comportare alcun risparmio ma anzi un aggravio di spesa. Le stime di impatto sull’occupazione evidenziato da FederTerme – come conseguenza di detto provvedimento – è di circa 400 unità.

Inoltre, sempre nel capitolo previdenza, gli effetti sui diritti delle persone subirà un ulteriore lesione causa la riduzione della tutela assicurata dai Patronati. Il taglio come sappiamo è di 150 milioni di euro. Su questo, la Filcams che vive in maniera sinergica la propria attività con i Patronati, mette un forte impegno di mobilitazione e sostegno. Non solo i tagli pregiudicano attività di assistenza e tutela che i Patronati svolgono in maniera gratuita ma per noi, il Patronato e il sistema dei Servizi in generale, sono il luogo del contatto e della capacità di dare risposte ai bisogni di informazione e di servizi a platee di lavoratori altrimenti difficilmente intercettabile per la frammentazione dei luoghi di lavoro.

Un attacco ai patronati che è anche attacco politico leggendo le stesse dichiarazioni dell’ INPS che ha dichiarato che senza Patronati, la pubblica amministrazione dovrebbe aprire e gestire circa 6 mila uffici permanenti con relativo aumento degli organici.

Sulla formazione continua verifichiamo un ulteriore prelievo di 120 milioni nel 2016 e di 20 milioni nel 2015 che depotenzia gli strumenti di formazione stessi dei Fondi Interprofessionali.

Aldilà di un chiarimento che forse bisognerebbe fare sull’IRAP per la sua finalità, è stridente come non ci siano clausole selettive per l’applicazione, tanto che la deducibilità sul costo del lavoro a tempo indeterminato è indiscriminata quindi vale per le aziende che creano buona occupazione ma anche per quelle che dismettono e tanti sono stati in questi anni i casi delle aziende del terziario, turismo e servizi.

Il regime fiscale agevolato per gli autonomi penalizza proprio i giovani che si affacciano alle professioni e che hanno tendenzialmente redditi più bassi.

Altro aspetto preoccupante deriva dalla razionalizzazione delle Società partecipate locali perché nell’aggregazione dei servizi, su ambiti territoriali ottimali, come vengono definiti nel testo, potrebbero essere affidati alle grandi compagnie private di gestione dei servizi pubblici anche i beni comuni come l’acqua (referendum 2011 sui servizi pubblici locali!!). Preoccupante l’assenza di prime misure di riorganizzazione, soppressione, accorpamento anche delle società che gestiscono servizi “strumentali” nonché l’assenza di strumenti di gestione dei collegati problemi occupazionali (stiamo parlando di un intervento che riguarda oltre 7700 aziende).

Il giudizio sul Jobs Act e sulla Legge di Stabilità, in assenza di segnali significativi di cambiamento, costituiscono una ipoteca negativa sul paese.

Questa è accompagnata da una volontà di modificare anche gli assetti della democrazia a partire da quella parlamentare, e dal non riconoscimento delle voci che sono portatrici di una idea e di una proposta diversa. Si è avviato un processo di delegittimazione che si traduce nel messaggio che tutto ciò che estraneo ed esterno al Governo e al suo Leader è per definizione: difesa dei privilegi, paura e ostacolo al cambiamento, autoreferenzialità dei burocrati, sia essi di stato che sociali, gufi, fannulloni, ed altre categorie negative che vanno estirpate per poter dare un futuro al paese.

Una semplificazione continua e un gioco di contrapposizioni che parlano alla pancia di un paese che al settimo anno di crisi, austerità e decrescita, sta portando a sintesi rabbia, difficoltà, povertà, mancanza di prospettive.

In questo nuovo linguaggio e visione del futuro, si è arrivati a dire molte cose di poco senso ma tra le più preoccupanti c’è il ritornello che le manifestazioni e lo sciopero sono una libera scelta e come tali devono essere rispettate ma non si prende in considerazione il messaggio che la piazza rivolge alla politica e a chi governa.

Una chiusura sul merito oltre che una manifestazione d’arroganza; una modalità di operare pericolosa perché si frappone una ulteriore distanza laddove ci sarebbe bisogno di comunicazione e coesione. Invece il premier agisce in velocità in un moto perpetuo di annunci, dichiarazioni, imperativi , consegnate solo ai media e alla rete oltre che al rapporto con le imprese ma non con i lavoratori.

Per questo anche per la CGIL e per la FILCAMS, la modalità con cui siamo in campo non è aspetto slegato dalle proposte e dalla nostra idea per il paese.

Nel Direttivo CGIL del 12 Novembre, è stato fatto esplicito riferimento al mantenimento dello schema sindacale in cui continuare la nostra azione, evitando di essere trascinati e farci coinvolgere nell’idea – da più parti adombrata – che in CGIL si stia preparando e lavorando per le prove tecniche di un nuovo partito di riferimento per il lavoro.

Confermare lo schema sindacale significa proseguire quel faticoso lavoro a cui dare carattere di continuità nei luoghi del lavoro e in altri luoghi non strettamente sindacali per aggregare, intorno alle idee, le associazioni, i disoccupati, i giovani, i precari, i nostri iscritti.

Poi ci deve essere un grado di consapevolezza perché siamo comunque in uno scenario con delle nuove variabili:

la prima consapevolezza e che non ci troviamo davanti ad una “spallata” con cui, intensificando mobilitazioni e scioperi, si produce automaticamente un cambiamento. E’ utile fare questa riflessione, per evitare la polemica con chi – anche da parte sindacale – bolla come ideologiche le iniziative della CGIL. Di contro, banalmente, se lo sciopero e le mobilitazioni non hanno questa finalità, rinunciare a manifestare e occupare spazi dove convogliare diverse idee e proposte, significa non avere più neppure diritto al dissenso e a dare voce alla nostra gente.

L’altra consapevolezza che discende dalla prima è che la situazione che stiamo vivendo ha tali complicazioni da non poter attendere l’elaborazione di cosa succederà dopo le nostre iniziative. Alla domanda di cosa si fa dopo le mobilitazioni di Novembre e lo sciopero di Dicembre dobbiamo provare a rispondere subito.

Anche per il problema del dopo…..Nello schema sindacale, ogni iniziativa dovrà parlare delle nostre proposte: della creazione di lavoro, della lotta alla precarietà, della buona occupazione.

Nel solco delle iniziative Confederali, la tabella di marcia della FILCAMS parla lo stesso linguaggio ad iniziare dall’iniziativa di domani sulle pensioni, e del 24 novembre sulle donne e i migranti. Proseguiremo nel corso dei prossimi mesi con l’iniziativa sulle società partecipate, sugli appalti – dove diventa centrale la proposta di legge della CGIL e tutto il lavoro intenso che produrremo per la raccolta delle firme – e ancora i temi della legalità, dell’evasione, come proseguiremo la nostra campagna “Job Art” sul binomio turismo e arte in un paese che non vuole parlare di politiche di sviluppo, e il tema della contrattazione con gli approfondimenti che avevamo già deciso di avviare nel Direttivo di settembre.

Inoltre, la situazione in cui stiamo vivendo continua a parlare anche a noi, alla nostra capacità di essere un sindacato che saprà rispondere a nuovi scenari e rappresentare le istanze del lavoro.

Per questo credo che l’avvio della discussione per la Conferenza di Organizzazione sarà un appuntamento importante a cui dovremmo partecipare portando uno spaccato del lavoro e una esigenza di riorganizzazione compatibile e sostenibile. Per questo, anche la discussione che è stata messa in calendario dalla CGIL per parlare dell’identità e dell’autonomia del Sindacato dopo l’ulteriore tsunami politico a cui abbiamo assistito, va colta con favore.

Nello scenario che si prospetta, l’Organizzazione dovrà essere sempre più funzionale al ruolo e all’azione che ci proponiamo di sostenere e per questo auspichiamo e lavoriamo per una discussione a tutto campo.

Come non possiamo rinviare una discussione sulla contrattazione partendo dal fatto che, la velocità con cui il Governo si muove, ci consegnerà a breve un pacchetto sulla contrattazione aziendale ed i minimi salariali.

Un modello che tende a precarizzare ancora di più il tessuto dei lavoratori e colpire il ruolo contrattuale del Sindacato. A quell’appuntamento dovremmo arrivare con una proposta riflettendo su quanto emerso anche dal Congresso e quanto già di quei nostri ragionamenti è superato o rischia di essere superato ancor prima di vedere la realizzazione.

Parlare di contrattazione inclusiva resta per tutti noi un orizzonte irrinunciabile pieno di contenuti ma dobbiamo pensare se da solo, rispetto all’idea di riforma del modello contrattuale del Governo, questo sarà sufficiente.

Per questo, la categoria riconferma la necessità di mettere in agenda momenti di approfondimento e riflessione su ruolo contrattuale dei prossimi anni.

E in questa discussione dobbiamo collocare anche la nostra attuale situazione sui rinnovi dei CCNL.

Sono complessivamente 10 Contratti Nazionali aperti e non rinnovati. Sono trascorsi quasi 12 mesi dalla presentazione delle piattaforme sindacali nel commercio e cooperazione, 18 mesi nel turismo e nel multiservizi, poco meno di 12 mesi per gli studi professionali, oltre tre anni per il settore dei termali.

Credo che non dobbiamo ripercorrere qui, con il gruppo dirigente, le ragioni che non ci hanno ancora consentito di far maturare i rinnovi contrattuali o ridiscutere il valore che, per i nostri settori, assume il Contratto Nazionale.

C’è però il rischio di neutralizzare l’importanza dei contratti per il fatto stesso di non riuscire a raggiungerne il rinnovo. Come siamo consapevoli che il semplice trascorre del tempo non ci consegnerà una soluzione.

Credibilmente, alla luce di quanto ho detto prima riferendomi alle posizioni ispirate dal Governo su un “nuovo modello contrattuale”, ci potremmo trovare da Gennaio a discutere di contrattazione con parametri diversi e non certo migliorativi.

In questo quadro di riferimento noi non possiamo rimanere fermi ma dobbiamo riaffermare e rivendicare il diritto ai rinnovi chiamando le Associazioni datoriali a questa responsabilità.

II contratto dei termali vede due questioni impraticabili per ragioni di sostanza e principio: la richiesta datoriale di ampliare la sfera di applicazione invadendo il CCNL Turismo e una revisione del trattamento di malattia. Ad oggi, dobbiamo oggettivamente dire che, anche causa un futuro incerto del settore, non è facile intravedere come potrà proseguire la trattativa considerando i possibili riverberi previsti – come detto – nella Legge di stabilità.

Sul Turismo, le soluzioni che si sono affacciate nell’ultimo periodo in Confindustria seguono lo schema “CCNL pulito/senza destrutturazioni” e “patto per la crisi” nel quale, ad esempio, affrontare i temi della tutela occupazionale e delle terziarizzazioni introducendo una qualche forma temporanea di calmierazione del costo del lavoro (soluzione finalizzata a sgombrare il tavolo dalla richiesta di ROL, Scatti, diminuzione pagamento straordinario, aumento utilizzo contratti a termine, etc). Dopo una iniziale esplorazione comune si è palesato un “raffreddamento” da parte della Uiltucs (così come avvenuto per il Terziario su una soluzione similare). Al netto delle nostre valutazioni di merito, per cui riteniamo questo percorso da approfondire fino in fondo, credo in realtà che non possiamo che richiamare un principio.

Per la stessa dinamica che si è concretizzata in Confcommercio dove, a posizioni contrapposte tra noi e gli altri, è prevalso il valore unitario del risultato contrattuale, lo stesso elemento valoriale accompagna anche questo tavolo per cui è opportuno non consumare strappi.

Se Confindustria non accetterà di abbandonare questa ipotesi e ragionare su un altro terreno di soluzioni non potremo che andare verso una nuova mobilitazione.

Situazione a cui potremmo legare i tavoli di FIPE ed ANGEM, con l’unica differenza di lasciare ancora sospeso il giudizio su ANGEM per l’incontro che si svolgerà domani 18 novembre. Se la posizione delle due Associazioni continuerà sulla scia delle richieste improponibili fino ad ora ascoltate e mai rimosse dal tavolo, si aprirà anche qui una convergenza sulla mobilitazione del settore turismo.

In virtù della proclamazione dello sciopero generale sarà necessario comprendere se definirla entro dicembre oppure concentrarci sul mese di gennaio.

Il multiservizi ha visto un “tacito” rallentamento della trattativa motivato oggettivamente dal fatto che noi e le società/associazioni che siedono a quel tavolo hanno dovuto rivolgere l’attenzione alla soluzione dei problemi connessi alla spending review, a partire dagli appalti degli ex LSU nelle scuole. Questa situazione va ora superata, incalzando le controparti ad entrare nel merito del contratto e comprendere se ci sono le condizioni e la reale volontà di giungere al rinnovo.

Sul terziario, credo dobbiamo porci l’obiettivo di uscire dalle secche in cui i tavoli negoziali sono collocati. Oggi, dopo oltre 4 mesi dall’interruzione della trattativa con Confcommercio e nessuna soluzione concreta con le altre controparti (Cooperazione, Federdistribuzione, Confesercenti) diventa necessario far maturare un’idea e decidere il nostro posizionamento.

Per farlo, dobbiamo ripartire da alcuni presupposti chiave.

Per quanto riguarda noi, non è possibile un contratto che preveda la riduzione delle condizioni normative e il paradigma che in fase di crisi per avere una risposta salariale dobbiamo rimettere mano a scatti, permessi, malattia, etc (destrutturazione del CCNL).

Per la Filcams non è possibile un rinnovo che preveda l’eliminazione del ruolo del secondo livello di contrattazione quando si parla di orari e di regolazione delle flessibilità. Ragione per la quale si è interrotta la trattativa nel mese di giugno con Confcommercio.

A queste due condizioni, dobbiamo legare i punti e le valutazioni di contesto che ci possono avvicinare alle altre OOSS e su cui poter ricostruire un terreno di iniziativa:

Da questo quadro dobbiamo ripartire per rivendicare il diritto al Contratto, e chiamare a questa responsabilità le Associazioni datoriali tutte (Confcommercio, Federdistribuzione, Coop, Confesercenti).

In questa discussione, non possiamo ignorare la proposta di un accordo ponte emersa sul tavolo di Federdistribuzione. Un accordo ponte può essere letto come una modalità per evitare, in questa stagione difficile, un risultato contrattuale che porta mediazioni “a ribasso” e peggioramento delle condizioni esistenti. Pur avendo dato una disponibilità ad approfondire i contenuti, la proposta di Federdistribuzione non ha il valore di un rinnovo contrattuale e porta con sé delle complicazioni difficilmente gestibili (Federdistribuzione diventerebbe titolare delle normative esistenti compreso quelle del CCNL separato del 2011, dette norme andrebbero in ultravigenza rinviando la trattativa per il vero CCNL in una fase successiva, non ci sarebbe inoltre alcuna risposta sul salario).

Per rivendicare il rinnovo del Contratto, dobbiamo, prima di tutto, aprire una riflessione con Fisascat e Uiltucs per verificare la possibilità di ricercare nuovi assi strategici che si riconoscano sulle considerazioni e posizioni sopra espresse.

Se il nostro obiettivo è quello di rimuovere i punti dirimenti e divisivi a partire dalla flessibilità, non essendo ad oggi praticabile una differente formulazione su questo tema che sia condivisa da tutti, dobbiamo provare a percorre un’altra strada consegnando alla trattativa la ricerca di un nuovo punto di equilibrio e di mediazione.

Chiedere di arrivare ad un rinnovo contrattuale non significa rilanciare e neppure buttare a mare quella parte del lavoro svolto che avevamo anche noi considerato condivisibile e su cui effettuare però un’ulteriore selezione e puntualizzazione. E’ immaginabile inoltre, che, qualora ci fosse la disponibilità da parte di tutti a lavorare per un rinnovo diverso da quello che si prefigurava a giugno, questo potrebbe comportare anche un bilanciamento differente tra parte normativa e salariale (come ricorderete non siamo arrivati a discutere di salario nella precedente trattativa ma si ipotizzavano delle cifre).

I tasselli indicati possono essere considerati come il nuovo perimetro in cui lavorare per costruire un rinnovo contrattuale diverso con tutte le controparti coinvolte dalla piattaforma unica e unitaria da cui siamo partiti.

Se questa sfida non sarà raccolta o se non si determineranno le condizioni per raggiungere un risultato positivo, valuteremo i percorsi e le iniziative di mobilitazione da mettere in campo per dare delle risposte alle lavoratrici e ai lavoratori e per riaffermare il valore del Contratto Nazionale di Lavoro.

Ancora prima di poter prefigurare se e quale sarà il risultato, dobbiamo considerare questo percorso come esplorativo accompagnato dalla giusta dose di cautela e attenzione per la complicazione di tenere insieme tutti i tavoli del terziario in una soluzione omogenea, e per le diversità che ci sono note tra noi e le altre parti sindacali e datoriali.

Ultima considerazione è quella relativa al CCNL degli Studi Professionali, su cui richiamare l’attenzione di tutta la categoria. I prossimi appuntamenti di trattativa previsti per il 25 e 26 Novembre sono importanti per comprendere gli orientamenti delle controparti. Alcune posizioni, non condivisibili, sono già state anticipate e guardano nella direzione di produrre una riduzione del costo del lavoro e delle regole sul mercato del lavoro (rol, eliminazione del diritto di precedenza del contratto a termine ed innalzamento della percentuale di utilizzo, etc).

Mi limito a dire che in questo rinnovo, svolgiamo un importante esercizio della contrattazione inclusiva e abbiamo l’obiettivo di portare a casa delle soluzioni qualificanti con cui dare maggiori certezze e dignità alle tante partite iva, collaborazioni e praticanti così presenti nel settore.

Con l’iniziativa di oggi vorremmo dare voce a quella parte del mondo del lavoro che ancora convive con un sistema di relazioni sindacali fortemente caratterizzato dalla discrezionalità delle scelte, un sistema nel quale democrazia e partecipazione costituiscono non la regola, ma l’eccezione.

Per tanti cronisti questa parte del mondo del lavoro sembra non esistere, eppure, rappresenta la parte preponderante dell’occupazione, un mondo del lavoro sempre più ai margini delle tutele, caratterizzato da molta precarietà e tanta solitudine e anche là dove esprime settori dell’economia maggiormente strutturati o produttori di ricchezza, è un mondo del lavoro che vive oggi le conseguenze della più grave crisi che ha investito l’economia italiana dal dopoguerra, perdendo le antiche certezze o, come direbbe qualcuno, i consolidati privilegi.

Per queste ragioni, il messaggio che vogliamo fare uscire da questa iniziativa è forte e chiaro: questo è un mondo del lavoro che necessità di affrontare la crisi e di sviluppare la contrattazione dentro il contesto della crisi, potendo esercitare pienamente il nuovo sistema di regole che, nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese, ha vissuto una svolta radicale con l’accordo raggiunto tra sindacati confederali e Confindustria lo scorso 31 maggio. Quell’accordo ha inaugurato una fase nuova nella vita sindacale del Paese e si può ben dire che se esso fosse già esistito ed esteso a tutti i settori produttivi negli anni più recenti, la storia contrattuale degli ultimi anni, per alcune delle categorie qui presenti, sarebbe stata scritta diversamente, a partire dalla prassi per lungo tempo seguita degli accordi separati, sempre contro o per isolare la Cgil.

Qui sta il primo contenuto del nostro messaggio, che vuole uscire con forza e chiarezza da questa iniziativa: quell’accordo, che le confederazioni hanno raggiunto con la Confindustria e che apre la strada ad una nuova concezione della democrazia sindacale nel nostro Paese è stata una grande vittoria della Cgil! Il coronamento di una battaglia condotta per decenni, contro chi si opponeva ad una concezione della democrazia sindacale che anteponeva la rappresentanza generale del lavoro ad una visione più chiusa e monopolistica.

Molti di noi erano giovani sindacalisti quando già la Cgil si batteva per affermare questa concezione della democrazia sindacale. E molti di noi sono cresciuti e maturati nel corso di questi anni quando la Cgil continuava a battersi per far si che i diritti e le libertà sindacali contenuti nella Costituzione Repubblicana ed introdotti, pur parzialmente, nella fondamentale legge del 1970, lo Statuto dei Lavoratori, potessero essere agite nell’universo mondo del lavoro.

Molti di noi (e di voi) hanno dovuto soffrire l’esercizio discrezionale di quei diritti, quindi, anche la loro limitazione o negazione, quando la legittimazione della rappresentanza non veniva dal rapporto diretto e dal consenso delle lavoratrici e dei lavoratori, ma dalle convenienze politiche dei vari contesti che si succedevano nel corso degli anni.

Quante volte abbiamo ripetuto che nel mondo sindacale era giunto il momento di decidere chi rappresenta chi? Quante volte abbiamo detto che gli accordi siglati dalle organizzazioni sindacali rappresentative avrebbero dovuto acquisire la loro validità con il voto delle lavoratrici e dei lavoratori e non solo degli iscritti? Quante volte abbiamo detto che la rappresentanza unitaria nei luoghi di lavoro (rsu) doveva costituirsi senza il condizionamento di quella riserva (il terzo garantito) che doveva assicurare la presenza “a prescindere” delle tre organizzazioni maggiormente rappresentative? La storia sindacale di molti di noi è segnata da questi passaggi, da queste battaglie, da queste sofferenze, anche perché le mancate soluzioni a questi problemi hanno nel tempo generato non poche distorsioni sia nell’esercizio della contrattazione, sia negli effetti della stessa contrattazione, basti pensare a tutto il pianeta della bilateralità, da lungo tempo condizionato nella sua gestione da un ruolo delle parti sociali del tutto astratto dall’effettiva rappresentanza.

Ebbene, l’accordo del 31 maggio 2013 con la Confindustria ed il suo regolamento attuativo definito col Testo Unico del 10 gennaio 2014, ribalta lo schema nel quale per decenni si sono sviluppate le relazioni sindacali ed afferma con chiarezza che da oggi in poi non potranno più esistere accordi separati, poiché, ogni intesa dovrà essere sottoposta al voto delle lavoratrici e dei lavoratori e quando diciamo che non potranno più esserci accordi separati non parliamo solo della prevalente propensione ad escludere la Cgil, quanto, di una scelta sempre in capo alla parte datoriale, perchè sappiamo che gli accordi separati sono la conseguenza di una scelta fatta sempre dai “padroni”, che individuano gli interlocutori di comodo per definire le soluzioni più congeniali agli interessi unilaterali delle imprese. E questa è la prima grande vittoria della Cgil, il voto dei lavoratori!!

Ma quell’accordo, finalmente, da una risposta all’annosa domanda chi rappresenta chi? perché per la prima volta estende al settore privato, per adesso di parte confindustriale, il criterio di determinazione della rappresentatività che già da anni abbiamo iniziato a sperimentare nel pubblico impiego. Con quell’accordo finalmente ci contiamo!! E non potrà più essere che ognuno pensi di essere determinante in base ad una rappresentatività presunta o discrezionale.

Quanti di noi e quante volte ci siamo detti, oppure, abbiamo sentito dire che quell’organizzazione o quell’altra ancora aveva condizionato l’esito di un negoziato, pur contando poco o nulla? In alcuni casi, addirittura, senza avere una rappresentanza effettiva nei luoghi di lavoro. Il sistema discrezionale delle relazioni sindacali nel settore privato ha origine proprio in questo vulnus, le distorsioni del monopolio della rappresentanza affondano le radici proprio nel fatto che non è mai stato chiaro a nome e per conto di chi ognuno parlava, contrattava e firmava!

Adesso tutto ciò non sarà più possibile, adesso ognuno dovrà scoprire le proprie carte e dovrà dire in cosa consiste la propria rappresentatività, incrociando i dati degli iscritti con quelli relativi alle elezioni delle rsu.

Del resto, la volontà di lasciarsi alle spalle la prassi e la cultura del monopolio della rappresentanza è fortemente segnata nei criteri di elezione delle rsu, dove viene abbandonata la riserva del terzo destinata alle confederazioni. Anche questo vincolo abbiamo fatto saltare ed è utile ricordare che questa è stata una rivendicazione che per tanti anni molti di noi qui presenti hanno avanzato, subendo questo criterio, figlio di una stagione unitaria passata e in origine ispirato alla scelta di non penalizzare alcuna delle tre organizzazioni, come una concessione non più corrispondente all’attualità della situazione presente nei luoghi di lavoro.

Questi tre caposaldi, che costituiscono il valore fondamentale dell’accordo, fanno di quell’intesa un grande successo della Cgil, la Confederazione che più di ogni altra si è battuta in tutti questi anni per affermare una concezione della democrazia sindacale fondata sul voto delle lavoratrici e dei lavoratori e sulla certezza della rappresentanza di ognuna delle parti sociali. Questo deve essere motivo di orgoglio di tutta la nostra organizzazione, perché premia l’impegno, la determinazione, la coerenza di tutte le nostre strutture, di tutti i nostri dirigenti e –soprattutto- di tutti i nostri quadri delegati, che per anni hanno svolto il loro ruolo nei luoghi di lavoro in condizioni spesso avverse, sfavorevoli, dovendo combattere la tendenza a isolare la Cgil, a creare divisioni tra i sindacati, per indebolirne le istanze di tutela e di difesa dei diritti.

Da questa iniziativa, dunque, il primo messaggio forte che deve uscire è quello di riaffermare quella che rappresenta la vera e prioritaria notizia, la vittoria della Cgil, dato che non compare con la dovuta forza, che si è cercato di offuscare dando piuttosto risalto alle divisioni che hanno seguito l’accordo sul regolamento attuativo del 10 gennaio u.s.. Crediamo sia nell’interesse di tutta la Cgil, di tutte le categorie, di tutte le strutture territoriali far si che questa verità torni a galla, torni ad essere la vera, importante notizia in grado di dominare la cronaca politica e sindacale.

Dobbiamo farlo anche perché le vicende che sono seguite all’accordo del 31 maggio 2013 dimostrano che chi ha subito quel nostro successo non si è mai rassegnato a vanificarne il risultato, provando ad insabbiarlo. Sono occorsi più di sette mesi per arrivare al regolamento attuativo, con l’accordo del 10 gennaio e tutto questo tempo non è trascorso per pigrizia delle parti sociali o per loro distrazione. Tutto questo tempo è trascorso perché dopo l’accordo del 31 maggio la Cgil ha dovuto continuare la sua battaglia, per evitare che tutti coloro che avevano subito quell’intesa, facessero uscire dalla finestra le conquiste importanti che noi avevamo fatto entrare dalla porta.

Ciò nonostante, dopo sette mesi di confronto complicato, siamo riusciti a definire un regolamento attuativo che rende esigibili le nuove norme contenute nell’accordo sulla rappresentanza e la rappresentatività. Naturalmente, come tutti gli accordi sofferti, quell’intesa contiene certamente mediazioni tra posizioni anche distanti. Nel lavorare alle necessarie mediazioni la Cgil ha cercato fin dal primo momento di salvaguardare il valore innovativo del nuovo sistema di regole democratiche e lo ha fatto innanzitutto investendo le categorie delle giuste titolarità nella definizione dei criteri e delle modalità attraverso le quali attuare le nuove norme sulle regole. La fonte dei criteri attuativi è il contratto nazionale di categoria e questa rappresenta una grande assunzione di responsabilità da parte delle categorie.

Aver definito con chiarezza che il Ccnl è la sede nella quale definire i criteri attuativi dell’accordo sulle regole esalta l’autonomia delle categorie e assegna carattere puramente transitorio all’arbitrato affidato alle confederazioni. Così come aver definito un impianto sanzionatorio che non scarichi sui lavoratori, ma sulle loro organizzazioni, le eventuali sanzioni e che preveda, grazie alla Cgil, sanzioni anche per le aziende non rispettose degli accordi sottoscritti, colloca questa criticità in un contesto in ogni caso innovativo, poiché è la prima volta che nel sistema di relazioni viene introdotta la sanzionabilità anche per le aziende.

Sono due esempi per dire che, senza negare le possibili criticità di un accordo così complesso, la Cgil si è mossa seguendo coerentemente un tracciato di rotta che non confondesse la gerarchia dei valori contenuti in tutta questa operazione. Al primo posto portare a casa la vittoria della Cgil sulla nuova democrazia sindacale, dopo decenni di tentativi andati a vuoti, incassare il risultato storico che potrà cambiare il volto alle relazioni sindacali. In secondo luogo, offrire alle strutture categoriali della Cgil gli strumenti per poter gestirne l’applicazione nel modo più coerente possibile ed al tempo stesso per intervenire attivamente anche su quelle che sono apparse come criticità dell’accordo stesso. Quindi, rendere titolari le categorie della costruzione effettiva delle nuove regole.

Per queste ragioni non possiamo accettare che venga ribaltata la verità e intendiamo ribadire che le difficoltà che pure abbiamo incontrato nel definire un regolamento attuativo non sono minimamente paragonabili all’importanza davvero storica di ciò che è contenuto nell’accordo sulle nuove regole. Quell’accordo rappresenta un vero esempio di riforma strutturale ed è importante che le parti sociali dimostrino ad una politica sempre più smarrita e confusa, per non dire attardata sulle riforme strutturali, che queste si possono fare. E noi dobbiamo difenderle, perché in esse è contenuto il patrimonio di lotte e di iniziativa che ci vede da anni impegnati in prima fila. La riforma delle relazioni sindacali e parte importante delle riforme democratiche di questo Paese. Quell’accordo è una iniezione di democrazia in un Paese dove sembra essere tornati alla politica dei caminetti, delle lavanderie, dei camper, anche se in versione moderna.

Ma difendere questa riforma è ancor più importante per il mondo del lavoro che qui è rappresentato. Abbiamo detto che questo è un mondo senza regole, dove la contrattazione si svolge nel pieno della discrezionalità tra le parti, in un contesto di reciproca legittimazione fondato sulle convenienze. Così sono nati i contratti separati, che si sono aggiunti a quelli subiti dalla Fiom.

Adesso è il nostro turno, adesso è il momento di estendere quelle regole a tutto il mondo del lavoro e in questo mondo lo è ancor più importante almeno per due ragioni: 1) qui la precarietà, la debolezza, la solitudine del lavoro, se non è la regola, non è neanche l’eccezione. Il ricorso diffuso alla flessibilità, i pesanti processi di destrutturazione che hanno investito settori che fino a ieri sembravano al riparo dalle crisi, basti guardare alla crisi in cui è precipitato l’intero terziario italiano, espongono le lavoratrici ed i lavoratori di questi settori a rischi di pesanti arretramenti delle tutele, per effetto di una contrattazione sempre più in balia delle spinte più retrive delle aziende. Lasciare la contrattazione in balia di queste spinte diventa ancor più deleterio se la stessa non può essere regolata da una nuova civiltà delle relazioni sindacali. In questi settori è già duro fare contrattazione per la pesantezza della crisi, farla, poi, senza regole è ancor più difficile e pericoloso. 2) definire nuove regole in questo mondo non è operazione di automatico, meccanico trasferimento di quanto fatto con Confindustria. Qui abbiamo mondi diversi da quelli tradizionalmente manifatturieri. In alcuni casi le affinità con il mondo confindustriale possono non apparire molto distanti; ma in altri siamo davvero in un altro mondo. Faccio l’esempio del terziario distributivo, anche perché è il tavolo sulla rappresentanza attualmente aperto, dopo quelli chiusi con Confindustria e centrali cooperative. Come si contano gli iscritti nel settore distributivo? Sono tutti iscritti per delega? E come si incrocia il dato con quello elettorale? In quante aziende del terziario esistono le rsu? Ma perché in edilizia è forse tanto diverso? E nel settore agricolo è tanto diverso?

Appalti, lavoro nero, illegalità, quand’anche penetrazione malavitosa, contratti a termine a go go, part-time dilagante, un campionario di condizioni che rendono il lavoro una dimensione non sempre afferrabile e sicuramente non facilmente rappresentabile con lo stereotipo del grande contenitore manifatturiero. Definire regole giuste e farle applicare in questi mondi non è altrettanto facile come nel mondo confindustriale.

Ma proprio per questa ragione vogliamo che questa iniziativa solleciti la coesione e l’impegno di tutta la confederazione, di tutta l’organizzazione, perché se ognuno si preoccupasse solo del proprio orticello noi non riusciremmo ad esportare qui la nuova civiltà delle relazioni sindacali di cui hanno bisogno queste lavoratrici e questi lavoratori. E siccome non possiamo esportare automaticamente quanto fatto con Confindustria, qui dobbiamo inventarci qualcosa, dobbiamo sperimentare forme inedite di partecipazione, qui non basta dire “votiamo gli accordi”, dobbiamo capire come rendere fruibile questo diritto dove è difficile raggiungere il posto di lavoro.

E sapete perché dobbiamo farlo? Perché le difficoltà a rendere praticabili queste regole rischiano di diventare un alibi per non fare nessuna regola e continuare a lasciare molti di questi settori in una condizione di assoluta discrezionalità delle relazioni.

Il secondo messaggio forte e chiaro, dunque, è questo: vogliamo anche per questi mondi una democrazia sindacale fondata sul voto e sulla certificazione, ma che sia una nuova democrazia fruibile, non facilmente vanificabile dalla mancanza di capacità innovativa da parte nostra.

Giunti a questo punto dobbiamo però dirci la verità. Completare la riforma della democrazia sindacale, una riforma che comprenda anche questi nostri mondi, è possibile se tutta la Cgil lavora per questo obiettivo, se facciamo di questa battaglia, quella della estensione delle regole a tutti i settori, una battaglia di tutta la Cgil. E la ragione è abbastanza chiara, perché è soprattutto la Cgil a volere questa democrazia, nessun altro sarebbe disponibile a sostenerla come noi l’abbiamo voluta sostenere.

Ed anche perché la Cgil non rinuncia ad arrivare alla legge dopo aver esteso gli accordi a tutti i settori, di modo che l’intervento legislativo tenga conto dei principi unificanti e lasci all’autonomia delle parti la regolamentazione e per sancire la piena esigibilità dell’esercizio di democrazia su accordi e contratti e di libertà sindacale nella rappresentanza.

Per questo non possiamo apparire come un esercito che deve guardarsi più dal fuoco amico che da quello nemico, o che non sa gioire delle importanti battaglie vinte, traendo da questi successi lo spirito e le energie per vincere la guerra, che non abbiamo ancora vinto. Non possiamo sentirci dire dalle altre organizzazioni che siamo gente strana, perché anche quando abbiamo stravinto non sappiamo fare altro che dilaniarci!

Allora, da questo attivo vogliamo dire forte e chiaro che qui dentro non c’è nessuno che vuol dilaniare qualcun’altro, siamo tutti dirigenti di una organizzazione che ha piena consapevolezza dell’importanza della vittoria che abbiamo ottenuto sulla democrazia; che ha piena consapevolezza che la partita non è ancora finita. Che essa dovrà essere giocata in campo avverso, come i settori che noi rappresentiamo. Ma siamo altrettanto consapevoli che su questa battaglia noi non potremo che esaltare il valore confederale e unitario della Cgil. Se c’è qualcuno fuori dalla Cgil che ci vuole divisi è perché ci vuole sconfitti. Ma chi ci vuole sconfitti è perché intende nuovamente negare che le ragioni del lavoro rappresentino il vero punto di riferimento nella ricostruzione del Paese, disastrato dalla crisi, per rompere il nesso tra lavoro e futuro, che la Cgil ha voluto rilanciare con il proprio congresso.

Noi difenderemo la Cgil per difendere quello che forse rappresenta oggi il vero punto di riferimento per il mondo del lavoro che vuole cambiare. E da questo attivo vogliamo dire forte e chiaro che la nostra battaglia per l’estensione delle regole a chi ancora non le ha è perché, se è vero che i mondi del lavoro sono tanti, tantissimi, il valore del lavoro, però, è uno solo. Ed è per questo che non esistono per la Cgil lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. La Cgil sarà impegnata, assieme a tutte le sue categorie, per portare la nuova democrazia e la nuova civiltà del lavoro in tutti i luoghi di lavoro, perché da qui potrà nascere la speranza di un vero cambiamento che il Paese attende da anni.

12

Le ore che hanno preceduto questa sessione del direttivo sono state caratterizzate dalle prime reazioni che hanno accompagnato l’accordo di venerdi sulle regole attuative dell’accordo Cgil-Cisl-Uil e Confindustria del 31 maggio scorso.

Tra queste reazioni, quella che più ha colpito e preoccupato molte compagne e compagni è stata la decisione della Fiom di sospendere le assemblee congressuali in attesa di una riunione del Direttivo Nazionale Cgil, dove la stessa Fiom, con ogni probabilità, chiederà di sottoporre al voto delle lavoratrici e dei lavoratori lo stesso accordo.

Non vi è dubbio che una intesa così importante per rendere esigibile l’accordo sulla rappresentanza avrebbe richiesto un coinvolgimento del gruppo dirigente più ravvicinato, più continuo nelle sue varie fasi di maturazione. Invece, il fatto che esso sia stato partorito non dico in silenzio, ma senza alcun passaggio propedeutico, salvo un timido accenno nella riunione dei segretari generali di Firenze dello stesso giorno, ha fatto si che la questione di metodo esplodesse con tutta la sua forza, condizionando la stessa valutazione di merito, che rischia di passare in secondo piano.

Non è la prima volta che registriamo un modo di agire delle segreterie confederali che non aiuta la comprensione degli atti che si producono, generando diffidenze, malcontenti, interpretazioni forzate che non fanno il bene dell’organizzazione e tanto più di coloro che rappresentiamo. In questo caso, poi, appena varato il percorso congressuale, questa polemica rischia di travolgere il patto unitario fatto nella Cgil, che già stava subendo qualche tensione per una impostazione della campagna congressuale caratterizzata da personalizzazioni poco coerenti con lo spirito unitario che ha partorito il documento congressuale di maggioranza.

Dovrebbe essere compito di tutti fermare questo piano inclinato, per non gettare alle ortiche il fatto politico rilevante, che era stato apprezzato dalla stragrande maggioranza dei nostri iscritti, cioè, lo sforzo di presentarci al Paese con una Cgil coesa, senza con ciò rinunciare alle idee plurali presenti al nostro interno. Occorre un atto di responsabilità da parte di tutti, adesso che siamo ancora in tempo, per non regalare ai detrattori ed ai rottamatori di partiti e corpi intermedi della società, la stessa Cgil.

Per questo credo che la decisione della Fiom di sospendere le assemblee congressuali, chiedendomi cosa c’entrano le assemblee congressuali, sia molto preoccupante, una forzatura che rischia di produrre un’ondata polemica ad effetto domino e azzerare gli sforzi fatti finora. Mi auguro che non prevalgano nelle valutazioni delle compagne e compagni della Fiom ragioni che hanno solo in parte a che fare col merito dell’accordo, ma che rispondano più a dinamiche congressuali interne.

Purtroppo, la polemica rischia di mettere in secondo piano l’operazione fatta, prima con l’accordo, poi con il regolamento.

L’accordo del 31 maggio è stato definito da molti un accordo storico. Al di là dell’enfasi, non c’è ombra di dubbio che quell’accordo ha rappresentato una svolta nella lunga storia dei rapporti con le altre due confederazioni, assumendo il principio della misurazione della rappresentanza e del voto dei lavoratori. Sono sempre stati due obiettivi della Cgil, che quell’accordo ha conquistato, aprendo una fase nuova nel sistema delle relazioni sindacali nel Paese, tant’è che abbiamo subito chiesto di estenderlo a tutto il mondo del lavoro. Abbiamo così siglato la stessa intesa con le centrali cooperative e abbiamo avviato il tavolo con Confcommercio, altro settore dove la contrattazione era prigioniera della discrezionalità.

La dimostrazione del valore di quell’intesa l’abbiamo avuta proprio per il fatto che si è tentato di sabotarla fin dall’inizio, rendendo impossibile definire il regolamento attuativo. Lo stesso segretario generale della Fiom ha più volte denunciato nel direttivo Cgil che proprio quell’assenza rendeva quell’accordo lettera morta.

Il regolamento sottoscritto venerdi rende, invece, esigibile l’accordo del 31 maggio, cioè, rende esigibili le conquiste della Cgil e sostenere che è un altro accordo, come abbiamo sentito in queste ore, è profondamente sbagliato e infondato.

L’accordo è composto di quattro parti:

Per tutto questo, sempre stando al merito, non si riesce a capire, se non per altre dinamiche, questa grande polemica sull’accordo.

Certo, anche noi riteniamo poco esemplare il metodo, che ci vede spesso acquisire a cose fatte il lavoro della nostra Confederazione. Tuttavia, evitiamo di regalare agli altri lo spettacolo di una Cgil che si divide e si lacera su un risultato che da tutti viene riconosciuto come una nostra grande conquista.

Se mai, se qualcuno dovesse essere meno soddisfatto, quelli dovremmo essere noi, perché se è vero che l’accordo si applica alle imprese con più di 15 dipendenti, l’86% della nostra platea sarà sugli spalti a far da spettatore!

Per questo dobbiamo salutare l’intesa sulle regole come l’occasione per far ripartire il tavolo sulla rappresentanza con Confcommercio, che ha pensato bene di rientrare nella tana, con la scusa che l’accordo con Confindustria era di fatto bloccato.

2- Il congresso Filcams

Per quanto riguarda il nostro Congresso, con l’inizio di questa settimana possiamo dire che la macchina è entrata a pieno regime. Sono stati pressochè definiti i calendari di tutti i congressi provinciali e regionali, necessariamente costretti nei pochi giorni messi a disposizione dal regolamento Cgil, ed anche le assemblee in questi giorni prenderanno il via. Vogliamo ripetere che queste settimane saranno una grande occasione per parlare a migliaia di persone, soprattutto in una situazione del Paese che mantiene un alto tasso di problematicità e che, per quanto riguarda il nostro settore, non ha visto una significativa inversione di tendenza sul fronte dei consumi con l’inizio delle svendite di fine anno. Del resto, i problemi legati al reddito delle persone non hanno conosciuto molte novità positive, né sul fronte fiscale, ne su quello della crescita dei salari e degli stipendi, oltretutto, nel nostro caso, con tutti i contratti nazionali ancora in alto mare.

Per quanto attiene alle procedure formali del congresso non abbiamo altro da svolgere, dopo l’ultima sessione del direttivo svolta il mese scorso.

Oggi vorremmo discutere fra noi come stare politicamente dentro il dibattito congressuale, in particolare per quanto attiene alle problematiche del settore.

Abbiamo detto l’altra volta che nelle assemblee di base l’oggetto della discussione dovranno essere i documenti approvati dal direttivo nazionale della Cgil e solo quelli dovranno essere portati al voto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per questo la nostra idea di contribuire alla discussione attraverso un documento di categoria dovrà prendere corpo a partire dai congressi provinciali, dopo che le platee congressuali siano state definite attraverso il voto dei congressi di base, e solo in quella sede riteniamo utile presentarlo, per poi farlo giungere al congresso nazionale, con l’obiettivo di fissare i contenuti del nostro prossimo mandato congressuale.

Naturalmente, come già detto la volta scorsa, il nostro tentativo di caratterizzare il dibattito congressuale della Cgil sulle nostre problematiche dovrà avvenire fin dall’inizio e potremo farlo agendo su due leve. Oltre alla presentazione di un documento di categoria, a partire dalla seconda fase del percorso congressuale, anche attraverso un approccio dialettico agli emendamenti che potranno essere presentati, sia da altri, sia dagli stessi nostri lavoratori.

Occorre qui ribadire un punto politico importante. Come Filcams abbiamo sinceramente creduto alla scommessa del congresso unitario, abbiamo apprezzato lo sforzo di realizzare una sintesi più avanzata dell’ultimo congresso, anche in virtù della necessità di presentare alle lavoratrici ed ai lavoratori, non solo ai nostri iscritti, una Cgil più coesa, in grado di muovere nuove speranze e nuova fiducia nella crisi sociale del Paese. Per noi la scelta di puntare ad un documento unitario è stata una scelta seria e vera e per questo intendiamo difenderla fino in ondo, evitando di far rientrare dalla finestra le divisioni e le dinamiche conosciute la volta scorsa.

Per noi gli emendamenti debbono rappresentare lo strumento per mettere ancor più in sintonia il documento congressuale della Cgil con la realtà del Paese e del lavoro. Ad esempio, per quanto ci riguarda, potrebbero servire in alcuni casi per recuperare alcuni limiti evidenti, alcuni vuoti che lo stesso documento Cgil ha mostrato di avere sulle questioni del terziario. Se gli emendamenti, invece, dovessero diventare la palestra per tornare a contarci avremmo decretato il fallimento dell’operazione.

Purtroppo, dalle prime mosse che abbiamo registrato in questi giorni, questa tentazione è molto presente, soprattutto in chi ha assunto la battaglia degli emendamenti come il terreno sul quale affermare il cambiamento della Cgil, scegliendo addirittura di personalizzare questo terreno con dei veri e propri spot elettorali. Come dire: “il documento della maggioranza parla di una vecchia Cgil, se vuoi cambiare questa Cgil vota il mio emendamento”. Se questo dovesse essere il leit motiv del dibattito congressuale, allora non dovremmo prenderci in giro e dichiarare subito che abbiamo in mente cose diverse, evitando così una grande operazione di ipocrisia nei confronti delle persone con le quali andiamo a parlare.

Per noi emendare il documento congressuale dovrebbe significare lavorare per una sintesi più avanzata del gruppo dirigente non per confezionare una nuova divisione al suo interno. Se non fosse così non credo che questo gruppo dirigente avrebbe molte altre prove d’appello per dimostrare di essere veramente utile alla causa del Paese.

In qualche caso alcuni emendamenti, ad esempio nel nostro settore, possono essere utili per contrapporre ad un approccio populista una visione più realista degli obbiettivi. Se dovessimo trovarci di fronte, ad esempio, una posizione che propone il divieto del lavoro domenicale o il ritorno tout cour alla scelta volontaria, noi sappiamo che si tratterebbe di una posizione demagogica, assolutamente fuori dalla realtà, una pura posizione “raccogli voti” e non avremmo probabilmente nel documento della Cgil sufficiente attenzione per orientare i nostri lavoratori, anche perché il documento Cgil ha voluto mantenere un taglio non ecumenico o enciclopedico.

Si tratta, quindi, sia rispetto agli emendamenti già approvati dal direttivo nazionale, sia rispetto allo sviluppo della discussione, di assumere un orientamento molto laico, sapendo –ripeto- che l’obiettivo non è smontare il documento congressuale, ma rafforzarlo e arricchirlo. Evitiamo un clima da caccia alle streghe, assumendo un orientamento responsabile e, se possibile, coeso da parte del gruppo dirigente, salvaguardando la libertà di opinione di ognuno, ma anche caratterizzando l’approccio Filcams a questa discussione.

Direte voi, successivamente, cosa si muove nei vari territori, contribuendo così ad orientare l’approccio di tutta la categoria. Ovvio che darebbe più forza alla categoria assumere una visione largamente condivisa, evitando l’immagine di un esercito Franceschiello, anche perché gran parte delle nostre problematiche hanno dimensione nazionale, con maggiori o minori accentuazioni.

Il documento di categoria è un altro tipo di contributo al congresso.

Innanzitutto, al congresso verrà presentato un rapporto di attività degli ultimi quattro anni, anche per misurare avanzamenti o arretramenti rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati. Sulla base di questo rapporto, potremo ridefinire la missione per il prossimo mandato.

Non so se qualcuno di voi l’abbia fatto, ma procedendo alla rilettura del documento approvato al XIII congresso nazionale potremmo dire che sarebbe sufficiente una riedizione contestualizzata dello stesso per indicare la strada da percorrere per i prossimi quattro anni. Del resto, questi quattro anni sono stati gli anni della grande crisi e molte delle nostre aspettative sono dovute rimanere al palo. Eppure, è proprio la crisi stessa ad aver mantenuto una importante attualità alla cifra culturale del nostro precedente documento congressuale: la sostenibilità nel terziario (il futuro sostenibile del lavoro terziario). Il tema di un nuovo consumo riferito all’evoluzione degli stili di vita e ad un nuovo assetto dei sistemi distributivi è tutto lì ad interrogare ancora una volta la capacità delle classi dirigenti di assumere scelte innovative per il settore. Questi quattro anni, invece, sono stati l’esempio di una grande incapacità e di gravi contraddizioni, da un lato, la forte spinta alle liberalizzazioni nel settore, a fronte di una ipocrita resistenza delle associazioni di categoria; dall’altra, il timido ripensamento che in alcune realtà si è avviato sullo sviluppo degli assetti distributivi, come il caso della Coop che ha avviato una prima riconversione delle proprie strutture, riducendone la dimensione. Ma nel complesso una realtà molto lontana dalle necessità reali di un ripensamento e di una alternativa. Non un governo dei processi, piuttosto una deriva, che trascina ineluttabilmente la continua riproduzione dell’esistente.

L’incapacità di governare i processi è proprio tutta dentro le liberalizzazioni, vera mistificazione, condotta anteponendo interessi di pochi alla pressante necessità di ridefinire una idea di riordinamento sociale, che non fosse quella di un consumismo alienante, completamente tradito dalla recessione.

Questi quattro anni ci consegnano la necessità di riproporre questo terreno di riflessione e di iniziativa, come qualcosa che vada oltre il tema del lavoro domenicale, perché la qualità sociale dello sviluppo e della crescita è tema che persiste nella nostra società anche a negozi chiusi la domenica.

Ed è proprio il terreno dello sviluppo e della crescita a riproporci due nodi importanti delle politiche del terziario, che devono rappresentare oggetto di forte attenzione dell’intera confederazione, uno in senso positivo, l’altro in termini molto problematici.

Nel primo caso, dobbiamo interrogarci sulla necessità che la crescita economica del Paese assuma l’asse cultura-turismo quale tratto distintivo dell’Italia nel panorama europeo e mondiale. Lo diciamo con la coscienza a posto, poiché fin dal primo minuto abbiamo sempre sostenuto l’impossibilità di affermare un terziario innovativo senza una economia manifatturiera solida ed altrettanto innovativa. Noi siamo noi, quindi, ad essere vulnerabili su una presunta dicotomia tra industria primaria ed economia terziaria.

Tuttavia, è arrivato il momento di decidere se sull’investimento culturale e, di conseguenza, sull’economia turistica dobbiamo continuare a fare poesie, oppure, assumerlo come fosse per la Fiom –ad esempio- l’orizzonte del settore auto, del nuovo settore auto. Se è vero che nel pieno della recessione la Germania a triplicato l’investimento culturale ricavandone un contributo importante in termini di Pil, come può non esserlo per il nostro Paese, dove -finalmente!- si è capito che tenere separati i due ministeri, cultura e turismo, è assolutamente sbagliato!

Lo abbiamo detto nell’iniziativa del 3 luglio scorso conclusa dalla compagna Camusso e dobbiamo farlo diventare un terreno identificativo del nostro lavoro futuro, assieme alle politiche del consumo.

L’altro tema, invece, molto problematico è quello legato al settore dei servizi esternalizzati. Non possiamo costringerci nella difesa degli ultimi esemplari di moicani, se la scelta dovesse essere un’altra. Non possiamo continuare a fare presidi in viale Trastevere e raccomandarci continuamente per la sopravvivenza degli appalti sempre più residuali, senza assumere un orientamento strategico aggiornato sulla politica dei servizi pubblici e privati. Le due cose non stanno insieme, da una parte la Filcams che fa i presidi davanti al Miur per salvare il salvabile, dall’altro la Cgil che esce con una posizione che considera deleterie le esternalizzazioni nella P.A.

Nei mari in tempesta si può navigare, ma lo si può fare se si ha una rotta sicura, cosa che al momento la nostra Confederazione non ha con molta precisione.

Le attività in appalto non necessariamente debbono essere subite. Forse occorre ricondurle alla loro iniziale funzione, che non era solo quella del risparmio dei costi, ma innanzitutto quella della specializzazione, che nel caso dei servizi è quella della qualità. Si tratta, quindi, di andare oltre la semplice sopravvivenza, per capire se e quali elementi di futuro possono esistere in questo ambito dell’economia.

Nel documento del XIII Congresso avevamo parlato di universalità dei diritti, avendo capito quale direzione avrebbe preso la crisi. Oggi è il tema di attualità, che la stessa Job Act di Renzi intende porre al centro della ennesima riforma. Per noi è tema di urgente attualità, non di futuri scenari, sapendo che la spinta è a spostare sempre più verso le imprese una quota degli oneri per le tutele, in cambio di un alleggerimento del peso fiscale sul lavoro. Riproporre questa priorità è per noi oggi possibile anche alla luce del lavoro di ricerca fatto in questi mesi con Ires, che ci ha portati ad immaginare proposte concrete, anche per la contrattazione, che abbiamo presentato qualche tempo fa.

Non possiamo non apprezzare che i più recenti approcci al tema della flessibilità e delle tutele abbia assunto parte della nostra elaborazione, in particolare, dove abbiamo sostenuto la necessità di orientare la flessibilità verso percorsi di stabilizzazione. Al di là di quanto al momento abbiamo sentito, tre anni di sospensione delle tutele, per poi stabilizzare (nel nostro calo potrebbe essere grasso che cola….), la questione è avere chiaro (in chi a le proposte) che il passaggio dalla precarietà (o flessibilità?) alla stabilità è terreno di forte scontro, soprattutto oggi, significa togliere alle imprese il principale terreno sul quale gestire i processi organizzativi. Basta dire che nell’ultimo incontro con Confcommercio per il rinnovo del Ccnl ci è stata chiesta di fatto una sospensione in attesa di conoscere le proposte di Renzi sulla Job Action, rappresentandoci una forte preoccupazione per quanto già sentito!

Ma se si vuol aggredire il 41% della disoccupazione giovanile, se si vuol assicurare una prospettiva previdenziale maggiore a gran parte del mondo del lavoro che oggi annaspa nella precarietà vi sono due passaggi obbligati, quello di ricondurre la flessibilità del lavoro a percorsi di stabilizzazione e quello di ricondurre a flessibilità e sostenibilità il sistema previdenziale, due riforme lasciateci in eredità dal Governo Monti, che vanno assolutamente riscritte.

Il terzo capitolo sul quale dovremo ricontestualizzare il documento congressuale è quello della contrattazione e della rappresentanza.

Sulla nostra contrattazione si è abbattuto un vero e proprio ciclone, come sappiamo, che non è solo quello della crisi, ma anche della scomposizione degli interessi accentuati dalla crisi. Il caso del terziario è inedito da questo punto di vista. Non c’è settore nel quale il sistema della rappresentanza datoriale non sia stato investito da sommovimenti tellurici. Questo ci induce a dover ridefinire gli stessi perimetri della nostra contrattazione, che non sarà solo storia di rapporti di forza, ma anche di identificazione degli ambiti da rappresentare. Non possiamo accettare la scomposizione dell’attuale assetto contrattuale solo perché indotta dalle diatribe della rappresentanza datoriale. Se deve nascere un nuovo contratto non può essere perché due presidenti litigano, se mai perché dal punto di vista “merceologico” è giusto prendere atto che debba essere così! Se deve nascere il contratto nazionale delle mense non può essere perché Angem litiga con Federalberghi, se mai perché le mense non c’entrano niente con un albergo turistico! Ma anche in questo caso, come si rapporta questa discussione con la tendenza a semplificare gli assetti contrattuali, fino ad immaginare il contratto unico?

Forse è il caso che la Filcams e con essa la Cgil elaborino una visione più compiuta dei propri assetti contrattuali, evitando di giocare di rimessa e questo lav oro equivarrà ad una capacità nuova di lettura del nostro mondo.

Infine la rappresentanza, vera novità nel nostro mondo. Ottenere delle regole nel terziario, che –nel nostro caso- guardino alla contrattazione per parlare anche della bilateralità e del welfare integrativo, rappresenta la vera grande novità e l’auspicio è che dopo l’accordo di venerdì scorso si possa subito riaprire il tavolo con Confcommercio.

Abbiamo già detto che ciò configura un nuovo terreno di competizione con le altre organizzazioni sindacali e a noi questo non deve far paura. Naturalmente, questo ci induce a fare il punto sul nostro importante processo politico ed organizzativo che da anni stiamo conducendo, rileggendo quelle che nello scorso documento abbiamo definito le carte del rinnovamento Filcams. E’ un bilancio che dobbiamo cominciare a fare anche in virtù del fatto che questo nuovo mandato congressuale coinciderà con il secondo di tanti di noi e ci chiamerà ad interrogarci sulla Filcams alla quale dovremo passare il testimone.

Credo che nel complesso tutte le strutture Filcams abbiamo la vorato bene, nella direzione indicata all’ultimo congresso. In questo congresso è stato deciso di non affrontare i temi di politica organizzativa e tuttavia dobbiamo offrire alcuni imput per consolidare i processi avviati.

In gran parte li abbiamo indicati nell’assemblea organizzativa del 4 luglio scorso, sia sul versante dell’architettura dei vari livelli delle strutture (regionali – provinciali), sia su quello della rappresentanza dei soggetti che animano il nostro mondo del lavoro.

Se potessimo indicare delle priorità per il lavoro che con questo congresso dobbiamo portare avanti su questo terreno non potremmo che confermarne alcuni già indicati in precedenti discussioni.

Innanzitutto, i nostri quadri sindacali di base, i nostri delegati e le nostre delegate. Questo deve essere il mandato della ricostruzione e dell’implementazione della nostra rappresentanza di base, attraverso tutti gli investimenti possibili, da quello formativo al sostegno anche materiale dell’attività delle rsa e rsu.

Il secondo obiettivo deve riguardare la presenza dei migranti nella nostra organizzazione. Abbiamo voluto dedicare una parte della sessione odierna a questo tema proprio per richiamare l’attenzione del nostro gruppo dirigente all’urgenza e all’importanza di questo obiettivo. I lavoratori stranieri sono ormai presenti numerosi in tutti i settori del terziario. Eppure, la loro presenza in Filcams è assolutamente residuale. Una semplice testimonianza nel direttivo nazionale, una vera rarità nei gruppi dirigenti locali.

Per questo la segreteria nazionale ha varato un progetto per sostenere l’ingresso nelle attività di funzionariato sindacale un gruppo di compagne e compagni migranti, quale sperimentazione da riproporre nel corso del mandato congressuale in tutta l’organizzazione, che assumano quali assi la valorizzazione dei nostri obiettivi strategici quali : la formazione, il tesseramento, l’estensione della rappresentanza, la crescita e il consolidamento politico della categoria.

Si tratta di assumere ed estendere il lavoro politico intrapreso con la Consulta dei Migranti Filcams, che deve essere sostenuto e valorizzato per la crescita culturale che può produrre all’interno della Categoria e della Confederazione.

E’ necessario arricchire di esperienze e di diversità il corpo stesso dell’organizzazione, per esercitare con sempre più aderenza alla realtà il nostro ruolo contrattuale di tutela ed estensione dei diritti dei lavoratori e il nostro ruolo politico di promozione e valorizzazione della classe lavoratrice.

Per questo la Filcams Nazionale ha voluto mettere in campo questi progetti specifici rivolti a delegate e delegati migranti, corredati da obiettivi misurabili e orientati a dare risposte concrete a lavoratrici e lavoratori, per coniugare crescita politica e consolidamento della rappresentanza, con il fine ultimo di instaurare processi virtuosi di rafforzamento del potere negoziale (e potenziamento dei risultati contrattuali raggiunti).

Ne parleremo nel pomeriggio, con l’obiettivo di assumere orientamenti impegnativi per tutta l’organizzazione, che facciano superare i nostri ritardi, in coerenza con quanto deciso dalla Confederazione nell’ultima Assemblea Nazionale del mese scorso.

Sulla base di queste riflessioni e dei contributi che verranno dalla discussione di oggi e domani, la segreteria preparerà una bozza di documento, che non porteremo alla discussione del direttivo, poiché è impensabile una nuova convocazione nel pieno dei calendari delle assemblee di base. Convocheremo ai primi del prossimo mese una riunione dei segretari generali regionali e di aree metropolitane per consegnare la bozza, che verrà a sua volta veicolata in tutti congressi, per trovare la sua sintesi a quello nazionale di Riccione.

Sulle prossime ore e sui prossimi giorni graveranno le incertezze del quadro politico, con un governo sempre in bilico, tra brutte figure e divisioni di merito.

Il nuovo segretario del PD, maggior partito di governo, sembra aver impresso una nuova marcia all’azione di verifica del Governo e questo no può che rallegrarci. Così come non può non farci piacere il fatto che Renzi abbia assunto il tema del lavoro quale tema centrale nei suoi primi atti politici.

La Job Action al momento è un titolo anglofono e un elenco di capitoli tutti da sviluppare. La posizione della Cgil deve essere quella di confrontarsi con quelle proposte sulla base di una propria elaborazione autonoma, che nel nostro caso deriva da tutto il lavoro svolto nella messa a punto del piano per il lavoro.

Mai quanto in questo momento l’autonomia del sindacato e della Cgil è un grande valore. Anche perché ciò contribuisce a mantenere la Cgil quale riferimento solido della nostra cultura politica e sociale e del nostro insediamento, in una fase di profondo sommovimento della rappresentanza politica. Se lavoreremo tutti in questa direzione avremo tutti quanti da guadagnarci, soprattutto il Paese e le persone che cercano un messaggio di fiducia e di speranza nel cambiamento.

La proposta della segreteria nazionale, d’intesa con la segreteria confederale, è di svolgere il XIV Congresso Nazionale della Filcams nei giorni 9-10-11 aprile, nella località di Riccione.
A conclusione di questa sessione, il Comitato Direttivo approverà la delibera per la convocazione formale del congresso e con essa i criteri di composizione quantitativa della platea congressuale, e qualitativa, in rappresentanza delle soggettività presenti nella nostra organizzazione, dei suoi pluralismi e delle differenze, innanzitutto quella di genere.
Al congresso nazionale di categoria si arriverà attraverso un percorso che il regolamento congressuale ha già definito nelle sue tappe e che vedrà tutte le nostre strutture impegnate allo svolgimento delle assemblee di base dal 7 gennaio al 21 febbraio ed i congressi delle categorie provinciali e regionali entro il 15 marzo. Ma siccome entro questo termine dovranno tenersi anche i congressi delle CdLT e CdLM, i tempi sono più stretti per noi.

Il congresso nazionale della Cgil, come è già ampiamente noto, si terrà sulla base di due documenti politici, il primo presentato dalla segreteria nazionale e sostenuto dall’ampia maggioranza del Direttivo Nazionale Cgil; l’altro, primo firmatario Giorgio Cremaschi. Per questa ragione è formalmente improprio parlare di congresso unitario, proprio per la presenza di due posizioni alternative fra loro.
Tuttavia, non sfugge a nessuno che la novità di rilievo questa volta è rappresentata dal fatto che il documento presentato dalla segreteria nazionale è sostenuto da una larga maggioranza che comprende non solo la precedente maggioranza congressuale, ma la stessa minoranza che si riconosceva ne La Cgil che vogliamo. Naturalmente, sarà poi il congresso nel suo svolgimento concreto a definire la misura effettiva di queste adesioni, sia all’uno, che all’altro documento, ma il significato politico della decisione assunta dal direttivo nazionale costituisce il vero fatto di novità politica rilevante, tanto dall’aver già definito il congresso, anche se impropriamente, un congresso unitario, sia perché il documento Cremaschi era stato annunciato “a prescindere”, cioè, prima ancora che iniziasse la discussione preparatoria, sia perché la decisione delle compagne e dei compagni de LCCV di sostenere un unico documento non era data per scontata ed è maturata strada facendo, fino alle ultime battute della discussione.
Naturalmente, ciò ha comportato che lo stesso documento della maggioranza del direttivo nazionale contiene emendamenti in parte aggiuntivi ed in parte alternativi, che registrano la complessità dell’operazione svolta e l’articolazione delle posizioni. Del resto, non avrebbe potuto che essere così, data anche la portata delle questioni affrontate nel documento ed il fatto che le posizioni espresse dalle aree programmatiche uscite dall’ultimo congresso, maggioranza, minoranza de LCCV (per non parlare della Rete 28 aprile) si sono confrontate anche aspramente fino ad oggi.
La prima domanda che potremmo porci è come sia potuto avvenire un tale miracolo, proprio sapendo che la criticità delle posizioni non aveva vissuto nel corso di questi anni e mesi un adeguato processo di maturazione verso una sintesi unitaria?
La mia opinione, l’opinione della nostra segreteria nazionale Filcams è che la drammaticità della crisi ha contribuito a far maturare l’idea e la convinzione nella larga parte del gruppo dirigente che presentarsi ancora una volta divisi alle lavoratrici ed i lavoratori, con tutto quello che a loro sta capitando in termini di condizione di vita e di prospettiva occupazionale, sarebbe stato esiziale per la Cgil. Di fronte alla necessità di portare risposte concrete ai drammi quotidiani, le nostre ulteriori e reiterate divisioni ci avrebbero fatti passare per matti, per gente completamente fuori dal mondo, le nostre stesse divisioni avrebbero potuto essere vissute come una forma di egoismo autoreferenziale. Credo che questa consapevolezza abbia pervaso trasversalmente molta parte del gruppo dirigente e possiamo solo dolerci del fatto che non tutto il gruppo dirigente abbia fatto questa scelta, tanto più che chi ha scelto di presentare un documento alternativo lo ha fatto pregiudizialmente, di fatto chiamandosi fuori dal tentativo di offrire un’immagine compatta della nostra organizzazione, senza con ciò farla apparire necessariamente monolitica.

In ogni caso, il risultato è di una certa rilevanza politica ed è compito di tutti noi evitare che il percorso congressuale smentisca questa scelta, facendo rientrare dalla finestra quello che si è tentato di lasciare fuori dalla porta. Il regolamento congressuale ha per questo previsto l’inammissibilità di emendamenti alternativi che si configurassero come una vera e propria azione alternativa complessiva, proprio per impegnare le varie articolazioni a confrontarsi dentro un corpo complessivamente condiviso, a partire dalla premessa al documento che è stato il primo prodotto del lavoro della commissione politica.
Per evitare di far rientrare dalla finestra una logica del confronto congressuale di tipo conflittuale, il che non avrebbe fatto molta differenza con quelli precedenti era indispensabile sganciare gli emendamenti dall’attribuzione dei delegati. L’aggancio della platea congressuale alla battaglia emendataria avrebbe di fatto riprodotto esperienze già vissute, che di confronto politico hanno avuto ben poco, mentre si sono ampiamente caratterizzate attraverso logiche di schieramento e di appartenenza.
Questa soluzione alla fine è stata resa possibile perché ad essa ha corrisposto una intesa non scritta, che di fatto impegna tutti i gruppi dirigenti a confermare nella sostanza la composizione delle platee e degli organismi di emanazione congressuale. Un patto politico ispirato dal grande senso di responsabilità, che dovremmo anche noi tentare di rispettare, evitando di alimentare inutili tensioni.

In sintesi, il ragionamento fatto è stato un po’ questo: evitiamo di fare del congresso una ennesima conta fra noi, la gente non ci capirebbe e farebbe bene a cacciarci fuori a pedate; portiamo nei luoghi di lavoro un ragionamento condiviso, anche articolato, ma concentrato su una piattaforma comprensibile, esigibile dal punto di vista dell’iniziativa futura della Cgil; facciamo un patto fra noi, per confermare le posizioni uscite dal precedente congresso ed evitiamo inutili regolamenti di conti.
La preparazione del documento congressuale approvato dal Direttivo Nazionale Cgil, nell’obiettivo di evitare l’ennesimo documento-mattone, è stata una palestra ove esercitare il massimo sforzo di sintesi, anche nella produzione degli emendamenti alternativi e aggiuntivi previsti dal regolamento. Le 36 cartelle finali, comprensive della premessa e delle azioni, forse non rappresentano fino in fondo il risultato sperato, tuttavia, rispetto alle precedenti esperienze bisogna ammettere che il gruppo dirigente nel suo insieme ha cercato di elaborare un documento che potesse rappresentare un elemento di discontinuità col passato.
Naturalmente l’aspetto più significativo è rappresentato dal livello di unità raggiunto e si tratterà di verificare, nel corso di svolgimento del congresso, se la coerenza premierà le intenzioni espresse nella fase di elaborazione del documento.
La Filcams, rinunciando alla tentazione di caratterizzare la propria categoria con una pioggia di emendamenti specifici, ha partecipato alla discussione sulla preparazione del documento congressuale con l’obiettivo di evitare che esso risultasse alla fine una sorta di vestito di arlecchino, cioè, la sommatoria di tanti contributi settoriali. La confederalità che deve alimentare l’iniziativa del sindacato, soprattutto in una crisi come quella che stiamo vivendo, non può essere sommatoria acritica delle peculiarità, ma profondo processo di contaminazione culturale e di assunzione reciproca di responsabilità generale.
Per questo la Filcams ha spinto per un documento che coniugasse in chiave generale le principali problematiche del terziario. Una problematica che può essere ricondotta ad alcune parole-chiave che definiscono un preciso tracciato di rotta dello stesso documento congressuale.

Sviluppo sostenibile – Riconversione eco-compatibile
La Filcams si riconosce nell’idea che la politica di sviluppo di cui il Paese necessita per uscire dalla crisi profonda che attraversa non è la riproposizione dei vecchi modelli economici e produttivi, ma richiede un grande sforzo di innovazione e di discontinuità col passato, nel segno della sostenibilità economica, sociale ed ambientale.
Lo sviluppo sostenibile costituisce la cifra culturale del progetto congressuale della Filcams. L’ultimo congresso si è svolto all’insegna di una parola d’ordine che sintetizza in modo efficace questo orientamento: lo sviluppo sostenibile del lavoro terziario. Già nel 2010 la riflessione della categoria faceva leva sulla consapevolezza che la crisi dei consumi, indotta e accentuata dalla più grande crisi degli ultimi decenni, avrebbe messo in discussione il modello dei consumi esistente. Ma l’insostenibilità non era solo di un modello dei consumi all’insegna del consumismo e dello spreco. A tale modello di consumo ha corrisposto un modello distributivo fondato sullo sviluppo delle grandi superficie distributive, che, a sua volta, impone un modello organizzativo del lavoro fondato su una diffusa precarietà.
Quattro anni di perdurante crisi hanno ulteriormente evidenziato i limiti strutturali di un terziario distributivo, che ha privilegiato la conservazione e la reiterazione di vecchie scelte, palesemente superate nelle politiche distributive condotte nello stesso contesto europeo.
Fin dall’inizio di questo nuovo percorso di elaborazione, la Filcams ha sempre respinto la contrapposizione tra terziario e manifatturiero. Le politiche del terziario non sono l’opposto di quelle industriali. Al contrario, la categoria ha sempre sostenuto impossibilità di prospettare un futuro del terziario nel segno dell’innovazione, senza una solida base industriale, altrettanto innovativa. Le due cose sono indissolubilmente legate, rappresentano le due facce della stessa medaglia, quella dello sviluppo competitivo del Paese. Vale per entrambi i settori la domanda Quale terziario? ed anche Quale industria manifatturiera? Questo assioma è stato plasticamente rappresentato in una vicenda di cui il sindacato si è occupato qualche anno fa, la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese. Il dibattito che ne segui vide la Filcams opporsi all’idea che al posto di una fabbrica di auto potesse insediarsi un ennesimo centro commerciale. L’Italia ha bisogno di fabbriche industriali ed al massimo si tratta di decidere quale manifatturiero oggi ed anche quale settore dell’auto, per rilanciare in modo competitivo l’industria italiana dell’auto. Ma è certo che il futuro competitivo dell’Italia non sta nel sostituire l’industria manifatturiera con altrettante strutture distributive, replicanti del modello di consumo che la crisi ha dimostrato essere inefficaci.
Il documento congressuale ha posto con chiarezza questo tema anche la dove denuncia il fallimento delle scelte operate sul terreno delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni di mercato. Nel caso del terziario distributivo l’esempio lampante viene proprio dalle ultime liberalizzazioni del Governo Monti, un fallimento completo, poiché ispirate ad un unico principio ideologico della grande distribuzione, smentito clamorosamente dagli andamenti concreti di mercato. Mettere in relazione il rilancio dei consumi, nel pieno della recessione, ad una liberalizzazione selvaggia degli orari commerciali e delle aperture di nuovi siti commerciali non poteva che precostituire il fallimento dell’operazione, poiché è noto, anche ai professori, che il consumo è una funzione del reddito e l’unica operazione utile per accrescere i consumi è innanzitutto una politica di difesa e crescita del reddito da lavoro e delle pensioni. Il risultato concreto delle liberalizzazioni è stato solo un peggioramento delle condizioni dei dipendenti, che si sono visti riversate sulle proprie spalle le conseguenze di questa scelta sbagliata. Era scontato che in piena crisi e per fronteggiare i nuovi costi delle aperture domenicali e festive le grandi aziende distributive non avrebbero potuto assumere nuovo personale.
Al tempo stesso, il documento evidenzia la pluralità delle scelte che potrebbero contribuire a indirizzare una crescita economica in grado di produrre nuova ricchezza, al pari di quanta ne possa produrre l’industria manifatturiera. Si tratta di tutti quei settori, oltre a quelli legati alla conoscenza ed alla formazione delle competenze, che intervengono sul più grande patrimonio di cui dispone il Paese, quello storico, culturale, ambientale e fra questi quello che per l’Italia potrebbe veramente fare la differenza con gli altri Paesi competitori, il turismo. Anche in questo caso occorre evitare la contrapposizione tra una visione “bucolica” delle politiche turistiche e culturali e quella più econometrica. La Germania, triplicando il proprio investimento nelle politiche culturali, in piena crisi, ha dimostrato di poter con ciò contribuire alla crescita del Pil. Il Governo Letta ha fatto una scelta utile in questo senso, unificando le competenze turistiche con quelle culturali. Occorrerebbe per questo essere conseguenti nelle scelte e nelle azioni, cosa che al momento è poco presente nella discussione sulla legge di stabilità ed il sindacato, a partire dalla Cgil, dovrebbe fare dell’iniziativa sulle politiche culturali e del turismo uno degli assi centrali della propria azione.

Le politiche dell’inclusione
Già nel 2006 il tema dell’inclusione fu posto al centro del congresso nazionale della Filcams. A otto anni di distanza questa è la vera linea che separa un sindacato in grado di rappresentare e superare le moderne disuguaglianze sociali ed uno arroccato sulla propria storia.
Il mercato del lavoro terziario è la fotografia più nitida della precarietà presente nel mercato del lavoro e più in generale nella società. Su questo terreno davvero la Cgil è chiamata a dare prova di confederalità, perché la lotta al precariato è per eccellenza terreno della confederalità. Potremmo dire che la Cgil deve essere una avanguardia nel rappresentare gli ultimi, in una realtà dove il posto degli ultimi ormai è sempre più sovraffollato.
Il documento congressuale affronta alcuni nodi che parlano direttamente del mondo Filcams. Due esempi su tutti: il sistema previdenziale ed il tema degli ammortizzatori. In un contesto dove appare irreversibile il processo di riforma avviato nel 1995, è altrettanto evidente che gli interventi che si sono succeduti negli anni sono stati tutti ispirati all’esigenza di fare cassa e non a quello di rendere equamente accessibile il diritto alla pensione. L’ultima “riforma” del Ministro Fornero ha rappresentato una sorta di colpo di grazia per alcune realtà, molto rappresentate nel settore terziario. In particolare, la condizione delle donne, che da questa ultima riforma, combinata con le altre intervenute sul lavoro, rischia di determinare una nuova generazione di future pensionate che si collocheranno sicuramente sotto la soglia della autosufficienza economica al momento della pensione.
Come si può progettare una riforma pensionistica senza partire dalla condizione reale delle persone alle quali questa riforma è destinata. Le donne che lavorano nel settore terziario, oltre alle conseguenze di una crisi generalizzata, scontano una grave discriminazione, che una recente ricerca presentata dalla Filcams ha confermato. Esse, a parità di lavoro, guadagnano meno degli uomini, in alcuni casi fino al 35%.
A determinare questo fenomeno, oltre al diffuso ricorso che nel settore viene fatto dei contratti part-time e delle altre tipologie contrattuali flessibili, concorre l’inesistenza di una condizione di pari opportunità tra donne e uomini. Sulle donne ricade il maggior onere del lavoro di cura, che porta le donne a fare quattro mestieri in uno, ma i mestieri che si aggiungono a quello esercitato sul luogo di lavoro, quello di mogli, madri, figlie, non è riconosciuto dallo stato ed i vuoti contributivi prodotti dalle assenze per le cure domestiche, in un sistema previdenziale di natura contributiva, non fanno che allontanare inesorabilmente la maggior parte delle donne da una soglia pensionistica dignitosa.
In questo senso, è giusta l’attenzione che il documento congressuale pone al tema delle pensioni, in una ottica di revisione della ultima riforma, per rendere da questo punto di vista inclusiva la riforma stessa e non discriminatoria, come al momento appare, soprattutto per le donne del settore.
Analogo discorso vale per gli ammortizzatori. La Riforma Fornero, introducendo l’Aspi e la mini-Aspi, non solo non ha reso universale il sistema delle tutele, ma ha addirittura peggiorato i trattamenti di cui godeva il settore con il precedente istituto della disoccupazione. Anche questa scelta influisce sulle future pensioni, oltre che sulla condizione economica del presente.
Un mercato del lavoro precario e poco tutelato come quello del terziario non può che essere sensibile ad ipotesi di sostegno al reddito, che offrano anche strumenti certi, quale può essere il reddito minimo garantito. Su questo punto il documento congressuale offre alla discussione opinioni anche diverse, come è giusto che sia in una libero confronto di idee. Quello che conta è la consapevolezza di tutta l’organizzazione che l’unica cosa che non può essere accettato dal settore, ma da tutti i settori, è intervenire sulla condizione precaria delle persone e dei giovani in particolare, con forme che si avvicinano più all’assistenzialismo che alle politiche attive. In una fase della vita del Paese dove si è alla disperata ricerca di risorse per uscire dalla crisi, spesso per la mancata volontà di andare a cercarle dove esse si annidano, non un solo euro può essere speso se non per ricreare il legame delle persone con il lavoro.
Facciamo l’esempio della spending review. Il documento congressuale, nel definire una linea di riforma della pubblica amministrazione diversa da quella dei tagli lineari operati dal Governo, pone l’attenzione sul nesso stretto esistente fra innovazione della P.A. e qualità dei servizi, evidenziando il grave problema legato alle attività in appalto, che dai tagli del Governo subiscono un drastico ridimensionamento. Le lavoratrici, in massima parte, ed i lavoratori del settore multiservizi sono fra quelli più interessati a godere di forme di tutele del reddito, poiché la spending rewie si configura come un vero e proprio massacro sociale, sia per la drastica riduzione delle ore di lavoro, sia per la riduzione completa delle attività lavorative in molti casi.
Ma per loro il tema di fondo è quale futuro occupazionale, poiché per questo settore non vi sono idee molto chiare e quelle poche che circolano sembrano aver dimenticato che esiste una intera categoria che rischia di trovarsi sulla strada. Ovviamente, il problema non se l’è posto il Governo, per il quale il tema è spendere meno. Ma il problema, probabilmente, non è ancora neanche all’attenzione del sindacato in modo sufficiente. Anzi, nella stessa nostra Confederazione si parla di ri-internalizzazione dei servizi, senza individuare alcuna prospettiva per coloro che tali servizi hanno svolto finora con le imprese in appalto. Questo è un punto sul quale si gioca la confederalità del nostro sindacato, contro ogni logica corporativa e settorialistica che purtroppo è presente anche nella Cgil.
Il documento congressuale pone in termini più forti del passato il problema degli appalti quale terreno di sintesi degli interessi generali di chi opera nella pubblica amministrazione o nei settori privati e quale palestra di una nuova confederalità. Ma sappiamo che limiti e resistenze si annidano ancora in modo significativo, come si è evidenziato in alcuni emendamenti alternativi, che in alcuni casi esprimono un forte radicamento con le specificità settoriali, col rischio di frenare la crescita di una coscienza confederale più diffusa. Inutile nasconderlo, permangono ancora forti difficoltà nella comunicazione, nella interlocuzione e nella comprensione reciproca fra le categorie interessate alle medesime problematiche. La crisi è indubbiamente un alimento pericoloso del corporativismo, per questo occorre difendere e sviluppare con tenacia il tentativo di fare della questione appalti una palestra della confederalità.

Democrazia e rappresentanza
Dagli anni ’70, che passarono alla storia con Firenze 1,2 e 3, questo è probabilmente il congresso che più di ogni altro potrà celebrarsi con una inversione di tendenza sul terreno delle regole. E se può apparire eccesso di ottimismo parlare di inversione di tendenza, si può senz’altro affermare che l’accordo siglato con la Confindustria e Cisl e Uil rappresenta un fatto di straordinaria novità, che sposta il baricentro delle relazioni verso le posizioni da sempre auspicate dalla Cgil.
L’accordo, dopo essere stato sottoscritto, incontra non pochi problemi per la sua effettiva applicazione, a conferma delle enormi resistenze che vi si oppongono, ma non potrà non diventare il faro per l’intero mondo sindacale.
Il documento congressuale pone, per questo, con chiarezza l’obiettivo della sua estensione agli altri settori, oltre a quelli già coinvolti, tra i quali quello del terziario ne costituisce il più rilevante. Occorre che l’intera Confederazione assuma la consapevolezza che la vera partita della democrazia sindacale, se non vuole esaurirsi nella pura retorica, si gioca soprattutto nei settori ove più diffusa è la precarietà e la frammentazione. Prendiamo il caso del mondo Filcams. Esso rappresenta oltre 6 milioni di lavoratrici e lavoratori. I dipendenti di imprese assimilabili ad una fabbrica manifatturiera, ammesso e non concesso, sono innanzitutto quelli della grande distribuzione organizzata, sapendo tuttavia che dentro questi complessi esiste un diffusissimo ricorso a tipologie contrattuali di breve durata, che destrutturano la stessa identità del collettivo. In ogni caso, quelle sono le “fabbriche della Filcams”, che occupano, però, non più di 300 mila dipendenti, cioè, il 5% dell’intera platea. Sarebbe inesatto pensare che la differenza sia tutta polverizzazione e precariato, ma le forme della rappresentanza e della vita sindacale riguardano una esigua minoranza degli addetti al terziario distributivo-turismo-servizi.
Per questo non è sufficiente una estensione “formale” dell’accordo, che pure è indispensabile e per questo è già stato attivato un tavolo confederale e di categoria con Confcommercio. Occorre interrogarsi sulla capacità del sindacato di ripensare le proprie forme organizzative e le modalità del proprio agire per rendere “esigibili” le nuove regole della partecipazione democratica. Su questo forse siamo ancora distanti da una sufficiente presa di coscienza, anche perché il problema è davvero serio e complesso, tale da rendere impotenti. Lo stesso tavolo sulla rappresentanza con Confcommercio si sta ingegnando sulle modalità della certificazione degli iscritti, in categorie nelle quali gli iscritti per delega sono spesso la minoranza, rispetto a quelli prodotti attraverso i servizi ed il contenzioso individuale.
Essere confederali nel modo giusto significa essere decisamente consapevoli che il mondo (del lavoro) non è tutto uguale e che le esperienze compiute in alcuni settori, soprattutto quelli tradizionali del manifatturiero e del pubblico impiego, non sono automaticamente trasferibili nel terziario. Per questo occorre una grande capacità di ascolto e di comprensione reciproca. Svolgere una consultazione via internet o esercitare il diritto di voto on-line, per fare un esempio, non è meno democratico che farlo segretamente nell’urna posta nella sala mensa di un ospedale o di una fabbrica industriale. Ma là dove si riuscisse a sposare la democrazia con la rete non riusciremmo a risolvere che una parte del problema. Il vero problema è lo spostamento decisivo delle risorse umane e finanziarie di tutta la nostra organizzazione verso i settori nei quali la media del pollo non può essere applicata (ad esempio, il rapporto funzionari/iscritti).

Le decisioni del direttivo nazionale Cgil sono state di non portare nel dibattito congressuale i temi della politica organizzativa, per liberare il confronto sulle scelte politiche. Essi andranno recuperati subito dopo lo svolgimento del congresso, perchè, in alcuni casi, non sono affatto scindibili dai nodi della rappresentanza e della democrazia, come sicuramente nel caso del terziario

Documento Congressuale Filcams
Su molte delle riflessioni svolte vi è ancora molto da approfondire e la categoria contribuirà ad un maggior coinvolgimento di tutta la Confederazione, anche in termini propositivi, con il proprio documento congressuale, dal quale potranno scaturire ordini del giorno impegnativi per tutta la Cgil nella sede finale del congresso.
Il nostro documento congressuale, come già nel precedente congresso, non costituirà documento formale da sottoporre al voto delle assemblee congressuali di base, nelle quali verranno proposti esclusivamente quelli approvati dal direttivo nazionale Cgil.
Esso risponderà all’esigenza di fare un bilancio di questi ultimi quattro anni, di quanto realizzato sulla base delle indicazioni contenute nel documento approvato allo scorso congresso ed al tempo stesso indicare gli orientamenti e gli obiettivi per l’iniziativa del prossimo mandato congressuale.
Il nostro documento congressuale sarà portato ai livelli congressuali delle strutture provinciali e regionali, per poi trovare la sua sintesi finale al congresso nazionale e costituire per tutta la categoria ed il suo gruppo dirigente il patto politico per la gestione della categoria nei prossimi quattro anni.
La proposta sarà avanzata dalla segreteria nella prossima sessione del direttivo nazionale Filcams, già prevista per i giorni 15 e 16 gennaio, ma già da oggi invitiamo il gruppo dirigente ad una rilettura del documento scaturito dal precedente congresso, per contribuire ad un suo aggiornamento, nel contesto odierno.

Per la verità, rileggendo il documento del precedente congresso, potremmo dire che l’analisi di fondo, lungo l’asse politico e culturale indicato dalla parola d’ordine che scegliemmo (Il futuro sostenibile del lavoro terziario) mantiene in gran parte la sua attualità. In questi ultimi quattro anni, gli unici cambiamenti sostanziali si sono avuti nel precipitare della crisi, un precipizio senza fine, che ha coinvolto tutti i nostri settori, fino, in ultimo, notizia di queste ultime ore, il rischio di collasso del settore appalti, a partire dagli appalti storici.
In questo quadro, va da sé che i prossimi quattro anni dovranno caratterizzarsi non solo sul versante dell’emergenza occupazionale, perché la crisi sarà, purtroppo, ancora per un po’ la nostra compagna di viaggio, ma ancor più sulle prospettive dei nostri settori, su quale loro futuro possibile. Nel mandato congressuale che va a scadenza abbiamo provato a premere su questi tasti, provando ad avviare o dare continuità, con l’iniziativa del 3 luglio scorso, un ragionamento sul ruolo strategico del turismo (oltre a quanto abbiamo detto e fatto sul settore distributivo). Ma è fuori discussione che dobbiamo premere sull’acceleratore, dobbiamo intensificare la nostra iniziativa, anche perché, se una cosa abbiamo capito, del futuro del settore distributivo, o del turismo, o dei servizi ed anche altro (professioni, lavoro domestico, ecc…), tra tutti, partiti vecchi e nuovi, istituzioni moderne ed antiche, se non ne parla la Filcams nonne parla nessuno! Possiamo affermare a piena ragione di rappresentare il vero punto di riferimento per questa parte di mondo che fa capo alla nostra categoria.

L’altro aggiornamento indispensabile riguarda tutto il terreno della contrattazione, assolutamente sconvolto nell’ultimo quadriennio. Per certi versi, verrebbe da chiedersi se la categoria avrà ancora un futuro contrattuale degno di questo nome. Il bilancio di questi ultimi quattro anni non fa che registrare la riduzione graduale dell’area che tradizionalmente svolgeva la contrattazione, a partire dalla GDO, che ha visto sistematicamente saltare per via della crisi i riferimenti contrattuali degli ultimi anni.
Parimenti, la stessa contrattazione nazionale ha vissuto altri sconvolgimenti, dal contratto separato della TDS, al quale ha fatto seguito quello della vigilanza, alla più recente disarticolazione contrattuale esplosa nel settore del turismo.
Il futuro contrattuale della categoria va indubbiamente riprogettato, nei suoi contenuti e nella sua diffusione. Dovremo impegnare la categoria a rispondere a tre domande fondanti del nostro nuovo progetto contrattuale: che cosa contrattiamo, chi contratta e con quali regole. Cosa contrattare è il tema dei contenuti ed esso è tutt’altro che disgiunto dai processi di riorganizzazione delle imprese e di settori interi. Per fare un esempio, non sarà più possibile immaginare la prossima piattaforma per il rinnovo del Ccnl della vigilanza privata senza misurarsi con l’evoluzione vissuta dal settore in questi anni, con cosa sono diventate le imprese di vigilanza ed il servizio nel terzo millennio. E questo esempio vale per tutti gli altri settori, poiché i settori del terziario sono quelli che vivono più di tanti altri la sfida evolutiva imposta dai processi di riassetto delle economie e delle società di oggi.
Chi contratta, soprattutto al secondo livello, è il tema dei soggetti di rappresentanza nei luoghi di lavoro. Mi è capitato di dirlo già in altre riunioni, questo nostro XIV Congresso Nazionale deve essere quello che lancia la sfida a tutto il gruppo dirigente di categoria e confederale, della formazione di una nuova leva di rappresentanti sindacali nei luoghi di lavoro e sappiamo che si tratta di territorio largamente inesplorato. Il problema non è solo quello di fare le Rsu nella GdO (che già è un problema), ma di inventarsi le forme della rappresentanza nei mondi più lontani dalla tradizione.
E poi le regole, che anche in questo caso devono misurarsi con le peculiarità del settore, come è subito apparso chiaro al tavolo sulla rappresentanza avviato con Confcommercio. Per noi questa non potrà essere solo materia formale, ma molto sostanziale, terreno di coraggiose sperimentazioni, perché non basterà dire che le lavoratrici ed i lavoratori devono votare, ma dovremo rendere esigibile questo diritto.

Questi temi dovranno rappresentare la palestra principale della Filcams per il prossimo mandato contrattuale, dentro la quale ridefinire anche il livello dei rapporti unitari, caratterizzati all’epoca del precedente congresso dalla firma separata del Ccnl Tds e dalla politica di isolamento della Filcams-Cgil da parte di Cisl e Uil e giunti oggi ad una significativa disarticolazione, dovuta anche alle novità degli ultimi mesi, a tutti note.
In generale, gli accordi unitari sulla rappresentanza e sulle regole hanno si introdotto un forte elemento di novità, ma questa novità positiva non è del tutto metabolizzata nel sindacalismo confederale italiano. E se la difficile metabolizzazione riguarda tutto il sindacato confederale, nel mondo del terziario è forse maggiore, perché le novità di scenario tendono a mettere in discussione equilibri sui quali le altre due organizzazioni di categoria, anche per nostre sottovalutazioni, avevano costruito un loro monopolio nel sistema di relazioni sindacali, in particolare per l’estesa realtà della bilateralità. Tant’è che nella gestione quotidiana delle vicende sindacali, fino ai problemi di rinnovo delle Rsu, non si registrano significativi cambiamenti negli atteggiamenti dei nostri interlocutori.
Per queste ragioni nel prossimo mandato congressuale la Filcams dovrà spingere per portare nel settore terziario tutti gli elementi di novità emersi nel contesto sindacale. Ma, soprattutto, la Filcams dovrà ritrovare la sua autonomia ed un suo protagonismo, scrollandosi di dosso una certa subalternità derivata fino ad oggi dall’assenza di ogni regola. Noi siamo di gran lunga la categoria più rappresentativa nel terziario e dobbiamo esprimere questa maggiore rappresentanza senza condizionamenti, imbarazzi, timori di ogni genere.

Ma l’eventuale scenario di nuove regole unitarie non farà che accentuare la competizione tra le sigle, ragion per cui dovremo saper accettare la sfida, potendola giocare sempre più con le regole condivise.
Questo comporta, però, mettere la nostra organizzazione nella condizione di esprimere la massima proiezione sui luoghi di lavoro, nelle trincee quotidiane, temi che sono stati affrontati nell’assemblea organizzativa di luglio e che dovremmo impegnarci nelle conseguenti attuazioni e sperimentazioni fin dalla conclusione del congresso.

La nostra idea, dunque, è di proporre al prossimo direttivo una bozza di documento, da veicolare nel dibattito congressuale di categoria. L’obiettivo, oltre a definire i contenuti del nostro prossimo mandato è quello di produrre alcune ricadute sul congresso della Cgil.
Come ho detto, la Filcams ha partecipato ai lavori della commissione politica contenendo la tentazione di produrre tanti emendamenti specifici. Vorremmo al tempo stesso evitare di far scaturire dai congressi provinciali e regionali nuovi emendamenti, soprattutto sulle questioni settoriali, perché rischieremmo di perderli strada facendo, oppure, di non riuscire ad affermarli in sede di congresso nazionale.
L’idea che vi proponiamo è, invece, di lavorare tutti insieme concentrando e caratterizzando il nostro percorso congressuale su alcuni ordini del giorno da portare fino al congresso nazionale della Cgil. Ordini del giorno che per loro natura hanno qualche probabilità in più di conquistare il consenso della platea congressuale confederale. Essi dovrebbero riguardare alcune questioni importanti della nostra categoria che il documento congressuale Cgil non ha potuto comprendere in modo adeguato e sulle quali sarebbe opportuno un pronunciamento impegnativo della Confederazione. Penso, per fare alcuni esempi, al tema delle liberalizzazioni, o a quello dell’economia della cultura in rapporto alle politiche per il turismo, ma anche al tema dei servizi, che è finita su un materiale del dipartimento confederale in modo del tutto contraddittorio (esternalizzazione servizi).
Il prossimo comitato direttivo potrebbe assumere queste questioni attraverso alcuni ordini del giorno, che l’intero gruppo dirigente si impegnerebbe a portare nei congressi Filcams a tutti i livelli.

1. Vorrei, innanzitutto, rivolgere a tutte le strutture il ringraziamento sincero delle segreterie nazionali per il lavoro svolto in queste settimane. Per la verità, poche settimane a disposizione, per una consultazione che ad oggi ha coinvolto oltre 80mila lavoratrici e lavoratori e che ha registrato un consenso sulla piattaforma proposta che supera il 95%.Il compito di questa relazione non è né quello di perdersi nella disanima statistica dei riepiloghi, né quello di ripercorrere le ragioni che hanno portato alla definizione della piattaforma cosiddetta “unica ed unitaria”. Tanto più che l’atto formale più rilevante di questa nostra riunione sarà quello della sanzione ufficiale del dato emerso dalla consultazione, integrandolo con le valutazioni e le proposte che le segreterie avanzeranno sui contributi emersi dalla consultazione, sia attraverso gli emendamenti prodotti, che con documenti prodotti.

Il dato della consultazione può essere interpretato in due modi, secondo la classica logica del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Se dovessimo esprimere una valutazione riferita agli addetti al settore interessati dai contratti del TDS e della cooperazione, dovremmo dire che abbiamo prodotto poco più che una goccia nell’oceano. Ma se raffrontiamo il risultato odierno con quello di passate esperienze non possiamo che registrare un dato in leggera crescita, dato che assume una maggiore valenza, poiché le passate esperienze appartenevano ad epoche felici dell’economia settoriale, mentre questa consultazione ha attraversato la più grave crisi del settore, caratterizzata da clima di sfiducia e di smarrimento di tanta parte del nostro mondo.

Tra l’altro, la ristrettezza dei tempi ha fatto si che diverse strutture non abbiano ancora esaurito del tutto i loro programmi di assemblee, il che porterà nei prossimi giorni ad un ulteriore incremento delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti nella consultazione.

Questo risultato è di buon auspicio, perché, al netto delle zone d’ombra che hanno potuto accompagnare la consultazione, riconducibili a diversi motivi, tra i quali la reciproca disaffezione alle pratiche unitarie, con relative diffidenze e screzi, la consultazione non è stata per noi una pratica puramente burocratica, un esercizio democratico, dovuto alla nuova fase che si è aperta nei rapporti sindacali, dopo la firma dell’accordo con la Confindustria.

La consultazione è stata la prima azione necessaria per mettere in sintonia l’appuntamento contrattuale con la realtà alla quale si rivolgerà il tavolo negoziale.

La consultazione non è stata solo una fase illustrativa delle richieste, ma, soprattutto, un’operazione di contestualizzazione di questa scadenza con la realtà che stiamo vivendo, per fare una operazione di pura e limpida verità.

Il risultato positivo che abbiamo ottenuto deve spronarci a considerare la sistematica informazione sull’andamento del negoziato e la consultazione di ritorno, sull’eventuale ipotesi di accordo, quali terreni importanti per dare forza all’azione delle segreterie nazionali e della delegazione trattante, soprattutto in quelli che saranno i momenti di difficoltà e di tensione che accompagneranno questa scadenza.

Il problema, quindi, su questo primo punto non è tanto di decidere se gli oltre 80mila lavoratrici e lavoratori coinvolti siano il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, quanto di affermare la volontà e la capacità di questo sindacato, che opera in una realtà che non ha paragoni con altri settori del mondo del lavoro, né quello manifatturiero, tanto meno quello pubblico, di non rinunciare a misurarsi col consenso dei lavoratori e di farlo con la volontà di accrescere sistematicamente questo impegno. Potremmo darci tutti insieme l’obiettivo nella consultazione di ritorno di coinvolgere ancora più lavoratori, 1, 10, 100 in più in ogni provincia, per dimostrare che il problema non è quello delle bandierine di organizzazione, quanto quello della consapevolezza e del sostegno che può venire alla trasparenza del nostro operato.

2. Il 95% del consenso alla piattaforma, ad una piattaforma non certamente ambiziosa, non può che essere il prodotto di una grande operazione verità che abbiamo proposto alle lavoratrici ed ai lavoratori.

Potevamo cavalcare il disagio, il malessere, l’esplosione dei bisogni materiali indotti dalla più grande delle crisi che il settore ha conosciuto. Non so se avremmo strappato più applausi e consenti, perché l’inganno perpetrato sarebbe stato palese. Avremmo imbrogliato le carte, alimentando aspettative insostenibili.

Chi lavora nelle nostre aziende sa che i temi all’ordine del giorno sono altri, la cassa integrazione in deroga, che se non viene rifinanziata è un dramma; le procedure di crisi, che dilagano a vista d’occhio; i punti vendita che chiudono dalla sera alla mattina; intere zone del Paese che vengono abbandonate dalle principale aziende distributive. Il tema all’ordine del giorno è difendere il posto di lavoro, mantenere quel legame sempre più esile con il luogo di lavoro, cercando di non essere travolti da una precarietà sempre più dilagante.

Sarebbe sbagliato leggere quel 95% come un segnale di rassegnazione, di impotenza, di indifferenza, rispetto ad un ruolo (quello nostro) che non potrà cambiare le sorti della storia e della realtà. La nostra opinione è che quel 95% rappresenti un attestato di fiducia nei nostri confronti, come dire “ce l’avete raccontata giusta, senza infingimenti, per questo vi diamo credito, siamo fiduciosi in voi” e tocca a noi restituire questo credito in termini di trasparenza e di coinvolgimento.

Non ci viene chiesto di fare miracoli, che non sono in nostro potere. Ci viene chiesto di assumere l’attuale situazione del settore come soglia di demarcazione tra una condizione sempre più al limite della sostenibilità economica e sociale ed il rischio di una vera e propria condizione di non autosufficienza nella quale sarebbero condannate migliaia di persone, giovani e donne del settore, da politiche delle imprese che tendono a scaricare interamente sul lavoro i costi della crisi.

3. Questo tratto di consapevolezza è presente anche nella stragrande maggioranza degli emendamenti presentati nella consultazione e giunti a questa assemblea. Emendamenti prevalentemente orientati a rafforzare e sollecitare attenzione e rigore su punti sensibili del contratto.

Per queste ragioni le segreterie propongono di gestire la partita degli emendamenti con una scelta prevalentemente politica.

Dopo una attento esame e una attenta valutazione saremmo per avanzare una proposta di questa natura.

Innanzitutto, con la stessa lealtà e onestà intellettuale che ci ha guidati nella elaborazione della piattaforma e nella consultazione, dobbiamo dire che una parte di questi emendamenti, sicuramente minoritari, non possono essere accolti, perché incompatibili con le scelte fondamentali della piattaforma. Si tratta di tutti gli emendamenti che hanno una ricaduta sensibile sui costi della piattaforma, che si tratti della richiesta salariale, o degli scatti di anzianità, o di altri istituti economici. Non possono essere accolti, poiché la scelta di fondo che è stata fatta nella elaborazione della piattaforma è stata quella di rendere credibile la sostenibilità della piattaforma in un contesto economico segnato dalla gravità crisi.

Già la mediazione unitaria sul salario ha registrato la disponibilità di due organizzazioni su tre ad andare oltre i vincoli imposti da un accordo che, per quanto scaduto, non era stato firmato da tutte le confederazioni. Ed io vorrei nuovamente ringraziare Fisascat e Uiltucs per la sensibilità mostrata in questa circostanza.

Ma la nostra richiesta salariale, che per alcuni versi può essere apparsa contenuta, anche se è un eufemismo definirla tale in questa situazione, è stata tale perché abbiamo scelto di destinare una parte dei costi della piattaforma alla difesa di un impianto normativo che sulla condizione di lavoro e sul welfare contrattuale rafforzasse le tutele del nostro mondo del lavoro.

Non vorrei parafrasare il dibattito politico di questi giorni, ma nel caso degli emendamenti con significative ricadute in termini di costi economici della piattaforma è come se fosse richiesta la copertura finanziaria, oppure, da dove spostare le poste. Se chiedo di più qui devo dire da dove tolgo, perché sono i saldi ad essere difficilmente modificabili, questa è la verità. E se qualcuno sa cosa sta accadendo begli altri tavoli contrattuali aperti sa bene che non stiamo parlando di ipotesi, ma di attualità!

Per queste ragioni ci permettiamo di rivolgere un appello a tutti i presentatori di emendamenti con queste caratteristiche di ritirarli, poiché avrebbero l’effetto di mettere in discussione l’equilibrio complessivo della piattaforma.

Questa è la proposta che la commissione unitaria incaricata di esaminare gli emendamenti avanza per questa fattispecie.

Per altri emendamenti assolutamente compatibili con la piattaforma, poiché si tratta o di precisazioni, oppure di rafforzativi, il problema non si pone, in quanto vengono assunti dalla commissione.

Ma la vera operazione politica che le segreterie propongono, per evitare di svilire il significato degli emendamenti stessi in una pura conta matematica, imposta dalla messa in votazione degli stessi, è di presentare a questa assemblea nazionale un documento politico che assuma il significato di questi emendamenti sotto forma di raccomandazioni, di sollecitazioni, di sostegno ai vari punti della piattaforma sui quali sono intervenuti. Invece di dire “contiamoci” e, quindi, “dividiamoci” sull’uno o sull’altro emendamento di un certo rilievo, diciamo “assumiamo insieme, unitariamente, il fine di quell’emendamento”, cioè, il messaggio in esso contenuto, che è quello di chiedere ai sindacati di assumere come prioritari, come punti sensibili della trattativa alcune questioni rilevanti.

E poiché siamo tutti adulti e vaccinati, sappiamo che alcuni di questi punti sensibili riguardano anche temi che nel precedente accordo di rinnovo contrattuale ci hanno visti divisi. Siamo sufficientemente intelligenti e maturi per capire che non possiamo affidare ad un emendamento il compito di sanare una vecchia divisione. Possiamo dire che quell’emendamento ci invita a valutare gli effetti di quelle scelte e di immaginare i possibili percorsi che gradualmente potranno ricondurre a sintesi più avanzate le posizioni di ognuno di noi.

Del resto, non è vero che non si può. Alcune strutture molto importanti delle nostre organizzazioni in questa stessa consultazione sono riusciti a produrre sintesi unitarie su temi delicati. L’importante è non ingannarci a vicenda, non credere alle scorciatoie e soprattutto ai miracoli, perché questo rinnovo contrattuale, se ci sarà, sarà il più difficile in assoluto di quelli che abbiamo mai conosciuto.

Per questo abbiamo pensato che la scelta più giusta fosse la adozione, con voto dell’assemblea, di un documento politico che impegnasse le segreterie e la delegazione trattante alla massima coerenza con le sollecitazioni avanzate dalla consultazione, naturalmente, compatibilmente con le condizioni date, che saranno costantemente oggetto di verifica nel corso del negoziato.

4. Appunto, le condizioni date!

Queste sono note a tutti. Abbiamo presentato una piattaforma unica ed unitaria per le ragioni note. Il bilancio della rappresentanza datoriale ad oggi è alquanto sconfortante. Dilaga il fenomeno della destrutturazione della rappresentanza datoriale e l’ipotesi di aggiungere un quarto contratto ai tre esistenti ormai è divenuta quasi una certezza, viste le posizioni di Federdistribuzione. La nostra contrarietà a nuovi Ccnl del terziario è chiara, come è chiaro che non potremo, tuttavia, non fare i conti con la realtà che ci troveremo a dover fronteggiare.

Una realtà della quale abbiamo già assaggiato una anticipazione, proprio con la decisione di Federdistribuzione, comunicata formalmente alle organizzazioni sindacali, di uscita e recesso dai fondi sanitari integrativi e della non applicazione dal 1 gennaio 2014 del Ccnl Tds.

Per contro, sia in ambienti Confcommercio, che Confesercenti si fa trapelare l’idea che il contesto di crisi nel quale siamo immersi non offre le condizioni più ideali per intraprendere un normale percorso di rinnovo contrattuale.

Non è difficile immaginare che lo stesso sistema cooperativo, da qualche contratto impegnato a porci il tema del differenziale di costi del proprio contratto rispetto a quello Tds, porrebbe come pregiudiziale l’eliminazione del delta in una fase agguerritissima della competizione. E noi dovremmo poter difendere e valorizzare a fronte di questa loro pretesa il valore della distintività Coop.

In questo quadro l’unico filo certo che lega la posizione di tutte le nostre controparti è quello che individua nel fattore lavoro la variabile principale sulla quale intervenire, per recuperare quel minimo di ossigeno necessario alla sopravvivenza delle aziende. Come, peraltro, dimostrano quasi tutti i tavoli sui quali siamo stati chiamati a gestire vertenze o confronti con le aziende del settore, orario di lavoro, premi, flessibilità e quant’altro, rappresentano i bassi ostinati sui quali si insiste, spesso mettendo in discussione acquisizioni frutto di un lungo percorso contrattuale di categoria.

Naturalmente, avremo occasione di cimentarci nel merito del confronto negoziale, poiché con la conclusione di questa consultazione potranno adesso partire i tavoli. Quello di cui occorre avere consapevolezza è che non si può chiedere al contratto e, quindi, alla condizione di chi lavora nel settore, di farsi carico interamente della crisi. La crisi del terziario distributivo è parte della crisi più generale, di cui la crisi dei consumi costituisce una delle manifestazioni più evidenti. Ma la crisi dei consumi non dipende dagli orari di apertura dei negozi, né dalla scarsa flessibilità nel settore. La crisi dei consumi è funzione della caduta verticale del potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni.

Il settore terziario deve poter usufruire di politiche economiche più generali, politiche fiscali e di sviluppo, oltre che di politiche di sostegno nella crisi.

Si tratta di una problematica che i nostri sindacati di categoria devono contribuire a rendere centrale nella mobilitazione lanciata da Cgil-Cisl-Uil in queste settimane e che devono trovare risposte dalla manovra che proprio in queste ore il Governo sta mettendo a punto. Anche per questo chiediamo a tutte le strutture il massimo impegno per la riuscita della mobilitazione indetta unitariamente il 31 ottobre, in occasione dello sciopero nazionale indetto per il settore dei pubblici esercizi, per il rinnovo del contratto di settore.

Ma proprio per queste ragioni dovremo stare insieme, perché se da domani inizieranno i confronti negoziali, per noi potrà iniziare una navigazione al buio, in acque sconosciute e perigliose. E come è noto, in questi casi occorre disporre di una buona bussola e di un equipaggio affiatato. La piattaforma che approveremo questa mattina sarà il nostro tracciato di rotta. L’equipaggio siamo noi, sono le nostre strutture territoriali e regionali, sono i nostri delegati nei luoghi di lavoro. Sicuramente le vicende che ci hanno visti divisi in questi anni sono segnate dai molti cerotti e qualche benda negli occhi.

Quello che oggi ci ha portati qui insieme è la consapevolezza che coloro che rappresentiamo non avrebbero assolutamente nulla da guadagnarci in una battaglia combattuta con un esercito sparpagliato. Come si dice “ce ne sarebbe per tutti…”.

Il nostro compito è fare di una circostanza l’occasione per aprire una pagina nuova nella storia dei nostri rapporti e nel protagonismo della categoria, anche per essere attivamente protagonisti della fase apertasi a livello confederale dopo l’intesa sulla rappresentanza con Confindustria, che vede le nostre segreterie assieme a Cgil-Cisl-Uil impegnate a definire una intesa simile, adatta al nostro settore, molto diverso dal manifatturiero.

Al netto di tutti gli entusiasmi, lo scetticismo e le diffidenze che possono accompagnare questa nuova fase, è compito di ognuno di noi investire il massimo di lealtà e di impegno per non renderla una occasione persa, soprattutto nell’interesse di coloro che rappresentiamo.

Un mondo del quale fanno parte anche centinaia di migliaia di stranieri. Consentitemi anche per questo di concludere questa relazione con un pensiero rivolto alle comunità di migranti, che approdando, o tentando di farlo, sulle coste italiane cercano una civiltà migliore lontana da guerre e carestie. Di questa civiltà migliore è parte la cultura dell’accoglienza e dei diritti di cittadinanza, come è parte una cultura del lavoro che valorizzi le persone e la loro dignità. Questa è la nostra battaglia ed è per questo che deve essere la battaglia di TUTTI noi.

Buon lavoro!

VERBALE Comitato Direttivo


Piano Nazionale del Lavoro – Contributo Filcams Cgil

VERBALE Comitato Direttivo


Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 19/12/12

Relazione F. Mandato sul Piano Nazionale Formazione

Bilancio Piano Nazionale Formazione

Ordine del Giorno Esselunga

L’anno che volge al termine verrà ricordato come uno dei più critici nella storia della nostra categoria. La crisi del settore dei consumi ha posto per la prima volta in termini inediti e drammatici la questione occupazionale, non solo in ordine alla carenza degli strumenti di tutela del reddito, che la riforma Fornero ha mancato nella sua necessaria generalizzazione, quale diritto universale; quanto, nella capacità del settore di mantenere livelli occupazionali significativi, a fronte di un processo di ridimensionamento quantitativo, aggravato dal mantenimento di condizioni di precarietà diffuse.

La crisi del terziario, che le nostre strutture in questo 2012 hanno vissuto giorno dopo giorno, è stato scandito dalle decine e centinaia di procedure di riduzione del personale, che hanno interessato tanto il commercio, quanto i servizi in appalto, coinvolti nei tagli lineari operati dal Governo alla spesa pubblica. Ma anche tutti gli altri settori, a partire dal turismo, hanno dovuto gestire pesanti contrazioni nei volumi di attività, tali da collocare buona parte del sistema delle imprese al limite della soglia di sopravvivenza economica.

La crisi ha assunto i connotati materiali di centinaia e migliaia di persone, donne e uomini in carne ed ossa, che hanno invaso i nostri uffici, per trovare conforto, cercare risposte, per alimentare speranze, difficilmente esaudite, perché la costante del nostro lavoro quotidiano, dal Nord al Sud, è l’incapacità nostra di indicare certezze.

Sono immagini della crisi a tutti noi note. Forse un po’ meno note al Paese, perché la crisi del terziario stenta ancora ad essere una notizia, se si escludono alcuni casi eclatanti, in grado di mobilitare solo l’attenzione dell’opinione pubblica locale, ma quasi mai nazionale.
Per questo dobbiamo inaugurare il 2013 con uno sforzo di tutta l’organizzazione per rappresentare la crisi del terziario per quella che è, in tutta la sua drammaticità. Come struttura nazionale vorremmo dare un contributo proiettando sulla rete i dati della nostra crisi. Una rappresentazione sociale, prima ancora che statistica, raccogliendo tutti i dati territoriali e nazionali, attraverso una finestra permanente sul sito nazionale, al momento in fase di progettazione.
Per fare questo, occorre uno sforzo di socializzazione da parte di tutte le strutture territoriali, di tutte le situazioni di crisi vissute e gestite sindacalmente, secondo un metodo che vi proporremo alla ripresa dell’attività, dopo le feste natalizie.

Come segreteria vogliamo esprimere a tutta l’organizzazione, a tutte le strutture provinciali e regionali il nostro apprezzamento per il lavoro fatto in questo anno terribilmente difficile, un lavoro che ha consentito alla Filcams di essere sempre in prima fila in tutte le iniziative di mobilitazione promosse dalla Cgil. I nostri gruppi dirigenti arrivano obiettivamente logorati alla fine di questo 2012 e, tuttavia, avremo a disposizione pochi giorni per respirare.

Il 2013 non si presenta migliore dell’anno che sta per finire. E se il periodo natalizio può a ben dire equivalere al mattino, il buon giorno (anzi, il buon anno) inizierà con maggiori inquietudini del passato. Sette italiani su dieci ritengono che il Natale 2012 risentirà fortemente della grave crisi economica. La percentuale di chi non farà acquisti natalizi passerà dall’11,8% del 2011 al 13,7%.
L’idea che il Natale 2012 sarà vissuto in maniera molto dimessa prevale tra le donne e presso coloro che hanno tra i 35 ed i 54 anno, cioè, la popolazione attiva.
Sul piano territoriale, le maggiori difficoltà sono registrate presso i residenti nelle regioni del Centro Italia e del Mezzogiorno, ma anche presso i residenti nelle grandi aree metropolitane.

Del resto, le previsioni sull’indice del Pil reale per il 2013 sanciscono inesorabilmente la negatività del trend italiano. A fronte di una media dell’area Euro di 106,8, l’Italia registra una previsione del 94%. Germania 115,8, Spagna 104,4 e Francia 105,3.
Un biglietto da visita per l’anno 2013 che lascia capire con quali e quanti difficoltà la categoria si troverà ancora a doversi misurare. Ed il problema non riguarderà solo le procedure di crisi, che non troveranno requie. Dentro questo contesto ci troveremo a dover sviluppare l’azione contrattuale della categoria. Una contrattazione che continuerà a riguardare le aziende, ma che interesserà fin dai primi mesi dell’anno anche alcuni tavoli nazionali già avviati da qualche settimana.

Sarà una contrattazione segnata dalla pesante crisi, come peraltro lo è stata nel corso di tutto il 2012. La consapevolezza della situazione lascia pochi spazi a polemiche sul presunto carattere “restituivo” della contrattazione. Solo chi non ha occhi per vedere può dilettarsi in una discussione astratta sugli obiettivi virtuosi della contrattazione, soprattutto nelle grandi aziende distributive o nelle grandi catene alberghiere.
L’obiettivo che ha mosso tutta la contrattazione da noi esercita in questi mesi –infatti. è stato innanzitutto quello di ridurre i danni ed evitare o limitare l’arretramento della soglia dei diritti conquistati, e non c’è niente da vergognarsi a dirlo perché questa è stata la realtà.
Una realtà dove difficilmente abbiamo potuto seguire un copione universale, data l’estrema diversità dei casi fra loro. Una stagione dove pure siamo riusciti a realizzare delle intese importanti, ma costruiendole con immensa fatica e senza approdi scontati. Accordi che non hanno automaticamente aperto la strada ad altre intese, dimostrando il quadro contraddittorio all’interno del quale siamo ad operare.

Ad esempio, a settembre è stato siglato l’accordo per il rinnovo del Cia di Unicoop Firenze. Come altri, un accordo sofferto, che ha visto l’azienda porsi l’obiettivo di recuperare anche per via aziendale il delta dei costi rispetto alla distribuzione privata. Un accordo positivo nei contenuti, ma che non ha significato automaticamente l’avvio di una fase positiva nell’intero sistema della cooperazione di consumo. Anzi, per un accordo fatto con Unicoop Firenze, siamo a dover registrare uno stallo, per non dire di peggio, nei restanti tavoli negoziali della cooperazione, in particolar modo emiliano-romagnola.

Lo stesso dicasi nella distribuzione privata. Ai primi di novembre è stato rinnovato il Cia della Metro, anche qui, un’intesa positiva, che ha consentito di delimitare l’offensiva aziendale, che si proponeva un recupero di costi, giocato sulla riduzione dei diritti ben oltre gli arretramenti operati col Ccnl separato, come nel caso –ad esempio- della tentata abolizione dell’integrazione malattia dal 4° al 20° giorno e molto altro.
Eppure, all’intesa Metro non ha corrisposto l’automatico sblocco degli altri tavoli, dove, al contrario le grandi catene distributive insistono nel disegno di riduzione dei costi, come nel caso di Carrefour o di Coin, tavoli che nelle prossime ore vivranno snodi significativi.

Lo scenario di fronte al quale si sono trovati i nostri gruppi dirigenti e i nostri delegati seduti a quei tavoli è sembrato lontano anni luce dal contesto in cui è maturato lo stesso contratto nazionale separato. In poco più di un anno la situazione è radicalmente peggiorata ed il tema della sopravvivenza delle aziende si è sovrapposto all’indubbia strumentalità con la quale le stesse hanno cercato di cavalcare la crisi, per modificare strutturalmente i contenuti della contrattazione.
Il crollo della marginalità, conseguenza dell’evidente crollo dei consumi, ci ha posti di fronte all’inevitabile necessità di delineare una linea Maginot dei diritti, consapevoli che le tante teorie e le mille ambizioni che hanno animato e appassionato i nostri innumerevoli dibattiti del dopo-contratto separato andavano ad infrangersi sugli scogli della più grande crisi vissuta dal terziario.

Una situazione nella quale sarebbe stato opportuno realizzare un Patto per la Crisi, soprattutto con le aziende della GDO, un patto nel quale avremmo anche potuto mettere nel conto una sospensione parziale dell’efficacia di alcuni istituti contrattuali, pur di ritrovarli intatti una volta usciti dal tunnel della crisi, ma che la cecità e la strumentalità politica di Federdistribuzione e della stessa Confcommercio ha impedito di realizzare.
Un patto che abbiamo cercato di ricostruire azienda per azienda, come in queste ore a Carrefour, ma che deve scontare le sensibilità dei diversi management, nonché i condizionamenti provenienti dall’estero, per quelle la cui proprietà è straniera.

Per tutte queste ragioni è impossibile e assurdo pretendere di misurare la contrattazione esercitata in questa fase con gli stessi metri di misura adottati in altre epoche. Chi, ad esempio, avesse siglato anni fa un accordo aziendale in Starwood difficilmente potrebbe riconoscersi o capire i contenuti di quello importante realizzato qualche settimane fa, se non acquisisse la consapevolezza della situazione in cui versa quella azienda e le difficoltà nelle quali ci troviamo ad operare.
Ed ancor più vale in questa situazione quanto detto in altre circostanze: oggi non basta più dire quello che non va o che si ritiene sbagliato; occorre dimostrare come realizzare risultati più avanzati, ma nei fatti, non a parole.

Quello che ci conforta è che nell’esercizio democratico che ha accompagnato per intero le vicende contrattuali a cui si è fatto riferimento, il giudizio dei lavoratori, espresso attraverso la consultazione è stato ampiamente positivo, confermando sia la maturità degli stessi, che la bontà dei risultati.

Tutto ciò dimostra quanto accademiche possano apparire le discussioni sulla contrattazione e la sua riforma se completamente staccate dal contesto reale. Accademicamente si può teorizzare la nostra contrarietà su deroghe, doppi regimi, indici programmati e quant’altro. Nei fatti, cioè, nella realtà concreta, siamo noi stessi spesso a dover prendere atto che questo campionario di cattiva contrattazione chiede il nostro intervento, sia per limitarne la deriva, che per provare ad orientarla verso sbocchi più positivi, come, per fare un esempio, i processi di stabilizzazione dei giovani assunti a valle dei doppi regimi.

Se, poi, dovessimo pensare al nostro sistema degli appalti, falcidiato dalla spending review, non potremmo che registrare la distanza abissale tra le stesse nostre discussioni spesso astratte e la drammaticità della situazione in tali settori, gran parte delle quali portate ai limiti di una vera e propria sopravvivenza.

Per tutte queste ragioni, dopo il seminario sulla contrattazione svolto dalla Cgil a Milano la scorsa settimana, ai primi di marzo svolgeremo come Filcams il nostro seminario sulla contrattazione, che immaginiamo come occasione per individuare elementi di forza, idee forza alle quali ancorare un progetto contrattuale nella crisi.
L’asse che vorremmo rinsaldare è quello che attraversa i temi della condizione generale di lavoro, la conciliazione dei tempi, la stabilità del lavoro, la sicurezza del lavoro, le condizioni economiche legate soprattutto alla durata del lavoro, all’obiettivo di fare della flessibilità una opportunità per un lavoro dignitoso.
Forse è proprio al tempo della crisi che diventa importante ancorare i sacrifici chiesti, i prezzi da pagare, ad un avanzamento della condizione di chi lavora.

In questo contesto stiamo vivendo la stagione di rinnovo dei Ccnl.
Per le piattaforme recentemente presentate non vi sono molte novità da registrare rispetto all’ultimo Comitato Direttivo. I tavoli del turismo e dei multi servizi sono alle prime battute, sono state presentate le piattaforme e dopo la pausa natalizia dovremmo cominciare ad impostare lo sviluppo del negoziato.
Qui, l’unico fatto davvero rilevante è la posizione assunta da Angem, l’associazione che rappresenta le aziende della ristorazione collettiva, la quale consumato l’ennesimo litigio in casa datoriale, ha sancito la propria fuoriuscita da Fipe, la federazione dei pubblici esercizi.
In ragione di questa scelta l’Angem ha ritenuto di non essere più obbligata ad applicare il contratto del turismo, con il chiaro intento di essere sollevata in particolare dai vincoli derivanti dalla normativa sul cambio di appalto.

Abbiamo già avuto modo di denunciare il carattere esplosivo di questa decisione, soprattutto per il chiaro precedente che potrebbe costituire nel campo degli appalti, dove il rispetto della clausola sociale rappresenta una delle maggiori conquiste realizzate in questi anni.
Anche in questo caso si tratta della disperata ricerca da parte delle aziende dei possibili elementi di sopravvivenza nella crisi, ma che aprirebbe ulteriormente la già critica strada caratterizzata dal ricorso al massimo ribasso, ai subappalti, al lavoro nero.
Dopo la denuncia fatta unitariamente ed una lettera di diffida dei segretari generali, l’Angem in questi giorni si è rifatta viva, proponendo una intesa con i sindacati attraverso la quale le aziende ad essa associate si impegnerebbero ad applicare il Ccnl del turismo fino alla sua scadenza, in cambio dell’impegno sindacale ad affrontare separatamente le problematiche sollevate, qualora il nuovo Ccnl del turismo si dimostrasse insufficiente da questo punto di vista.

L’incontro con Angem è stato fissato ai primi di gennaio. Ma possiamo fin da subito affermare che la prospettiva da loro avanzata, cioè, un nuovo Ccnl per le sole aziende della ristorazione collettiva è apertamente in controtendenza con il disegno di razionalizzazione degli assetti contrattuali, rappresenta una ulteriore moltiplicazione contrattuale, figlia di una disgregazione della rappresentanza degli interessi, ormai sempre più diffusa, come dimostrano le vicende di Federdistribuzione e della vigilanza privata.

In ogni caso, resta l’impegno alla mobilitazione del settore, che già vedrà iniziative territoriali in programma questa stessa settimana ed invitiamo tutte le strutture a non dare per scontato che ai primi di gennaio la minaccia di Angem potrà sicuramente rientrare.

L’altro capitolo riguarda il Ccnl della vigilanza.
Anche qui, dopo la recente dichiarazione di negativo esaurimento del negoziato, date le inconciliabili posizioni delle parti, Assiv e Cooperazione si sono rifatte vive e lunedì scorso si è tenuto un nuovo incontro per tentare di individuare una strada che potrebbe portare alla conclusione di questa lunga trattativa.
Diversamente dalla questione precedente, in questo caso il cambio di appalto rappresenta uno dei problemi di rilievo sui quali sembra essere consolidata una soluzione positiva. Mentre su orario, classificazione e salario le posizioni continuano ad essere distanti.
La nostra opinione è che con uno sforzo delle parti su orario e classificazione si possa trovare una mediazione sostenibile, mentre sul salario, pesano anche in questo caso le conseguenze di una situazione di difficoltà delle aziende, che rendono illusorie le richieste avanzate tanto nella piattaforma, quanto nei tatticismi adottati al tavolo.

Un tavolo che risente anch’esso delle conseguenze negative dello sfaldamento del fronte datoriale, con Federsicurezza ormai sempre più interessata a confezionare un contratto separato per i servizi fiduciari con chi dei sindacati fosse disponibile a farlo.
Un tavolo che risente, però, anche di evidenti sottovalutazioni di parte sindacale, o, come minimo, di scarsa determinazione nell’assumere la conclusione di questa vicenda quale una delle priorità dell’agenda sindacale.
Se il settore della vigilanza privata può essere considerato una delle nostre cenerentole, dobbiamo ammettere che anche il sindacato non fa granché per evitare che lo sia davvero e a poco è valso fino ad oggi il tentativo, spesso solitario, della Filcams di costruire una vertenza all’altezza della gravità dei ritardi registrati in questo rinnovo.

L’altro tavolo contrattuale aperto è quello del lavoro domestico, con dinamiche sindacali profondamente diverse da quelle più abitualmente frequentate dal nostro agire quotidiano.
In questo settore, a fronte delle difficoltà che ancora viviamo al tavolo negoziale e di cui parlerà Giuliana, dobbiamo registrare la grande soddisfazione avvenuta proprio ieri, per la ratifica da parte del Governo Italiano della Convenzione Internazionale sul lavoro domestico decente.

Dal 2010 la nostra organizzazione ha seguito il lavoro preparatorio ed era presente il 16 giugno 2011 a Ginevra quando all’ILO fu varata la Convenzione. La gioia e l’entusiasmo delle lavoratrici di tutto il mondo presenti allora a Ginevra è oggi anche la nostra, perché l’Italia ha finalmente ratificato la Convenzione, come settimo paese al mondo e primo paese in Europa. Da mesi le organizzazioni sindacali lavoravano insieme per sollecitare questa ratifica che interessa più di 100milioni in tutto il mondo e oltre 2 milioni in Italia.

L’alto valore dei contenuti della Convenzione in termini di diritti e pari dignità sarà uno strumento importantissimo anche per la trattativa di rinnovo del contratto nazionale del settore aperta da più di un anno che ci auguriamo di poter concludere anche dietro la spinta di questo importante avvenimento.

La vicenda sindacale più recente è stata caratterizzata dall’ennesimo accordo separato sulla produttività.

L’inutilità di questo accordo risulta innanzitutto dal rapido deteriorarsi del quadro politico, che nei giorni immediatamente successivi ha caratterizzato la vita di questo Governo, che ha voluto forzare per il raggiungimento di quell’intesa, anche senza la firma della nostra organizzazione. Se il Governo avesse dovuto rappresentare un interlocutore indispensabile per intervenire sulle diverse diseconomie che contribuiscono ad abbassare la produttività del nostro Paese, ormai se ne riparlerà dopo le prossime elezioni politiche previste a febbraio.

Un accordo inutile anche per i suoi contenuti. Per dirla in breve non c’è alcuna relazione tra la questione produttività in Italia e quanto in esso concordato. Tutti sanno che l’Italia è seconda solo alla Grecia per numero di ore lavorate e tutti sanno che i salari italiani sono fra i più bassi dell’Europa. Non è dunque vero che lavoriamo meno e guadagniamo troppo, non è questa la causa della bassa produttività, che va invece cercata in altri fattori, ben più importanti.

Il crollo degli investimenti privati e pubblici; l’assenza di infrastrutture e servizi; politiche del credito orientate agli investimenti speculativi, invece che al sostegno all’industria; una pubblica amministrazione i cui meccanismi sembrano pensati per scoraggiare l’inventiva piuttosto che incentivarla. E poi, un fisco iniquo e vessatorio, una grande evasione fiscale ed una dilagante corruzione. Sono queste le principali cause che fanno del nostro sistema il fanalino di coda della produttività in Europa e nel mondo.

Eppure, si è voluto intervenire ancora una volta sul fattore lavoro, unico fattore sul quale si è ripetutamente intervenuti dal 1993 ad oggi. Un ventennio inaugurato dalle politiche per la flessibilità del lavoro, che dovevano regalare maggiori opportunità per la crescita economica ed occupazionale e che ci consegnano oggi uno dei mercati del lavoro più precari e destrutturati, con una infinità di tipologie contrattuali, che la riforma Fornero non è riuscita a semplificare e che contribuiscono a fare di quel 35% di disoccupazione giovanile il simbolo della nostra precarietà.

Inoltre, l’accordo sulla produttività, il cui unico risultato sarà quello di ridurre i salari e gli stipendi di chi lavora, interviene nuovamente sulle dinamiche contrattuali, innanzitutto trasferendo quote del salario nazionale al secondo livello, con l’unico scopo di acquisire le risorse destinate dal Governo alla detassazione dei salari di II livello, dimenticando che in settori come i nostri questo livello di contrattazione è una pura chimera.

Infine, non solo gli impegni assunti con l’accordo del 28 giugno 2011 risultano ancora inevasi, ma per i settori a suo tempo esclusi, come il nostro, non è stata decisa alcuna forma di allineamento, risultando ancora un settore totalmente privo di regole.

Sul terreno del merito, dunque, poco o nulla di quell’accordo potrà modificare in positivo le sorti della produttività, né delle dinamiche contrattuali.

Dell’altra parte, resta un mistero come si possa incrementare la produttività del lavoro in piena recessione, senza rilanciare con forza una crescita sostenuta da massicci investimenti ed una chiara scelta di inversione di tendenza nei modelli di sviluppo che hanno segnato il passo, se non addirittura mostrato il loro definitivo fallimento in questi anni. Cose del tutto assenti tanto nelle politiche del Governo, quanto nelle scelte delle imprese italiane.

Per questo è nostro compito tenere alta l’attenzione sui temi del settore terziario e del suo sviluppo sostenibile. Le uniche politiche decise per il settore in questi mesi sono state quelle della completa liberalizzazione degli orari commerciali, che nulla hanno prodotto e potevano produrre in termini di incremento dei consumi e dell’occupazione. L’unica conseguenza è stata il peggioramento delle condizione delle lavoratrici e dei lavoratori, da noi sempre denunciata nel corso della campagna nazionale La festa non si vende.

Chiudiamo il 2012 senza disporre ancora della sentenza della Corte Costituzionale in ordine ai ricorsi fatti da alcune regioni italiane. In alcune di queste regioni ed in qualche comune, anche per il fatto che le liberalizzazioni non hanno sortito l’effetto voluto, si sta tentando di ripristinare un minimo di regolamentazione. Ma ciò che più ha caratterizzato gli ultimi mesi dell’anno sono stati due fatti: da un lato, la crescita di un movimento spontaneo di delegati, che ha investito alcune realtà territoriali come quella dei Gigli di Sesto Fiorentino, con l’obiettivo di liberare la domenica con la campagna “domenica NO grazie”; dall’altro, la tardiva discesa in campo della Conferenza Episcopale Italiana alla quale si è associata l’iniziativa della Confesercenti, per una raccolta di firme a sostegno di una legge che modifichi quella che ha recentemente liberalizzato. Un’alleanza strana tra il diavolo e l’acqua santa, potremmo dire, ma che noi abbiamo salutato come importante, perché dimostra che la partita non va data per chiusa definitivamente.

Credo assolutamente corretto affermare che in un certo qual modo tutte queste espressioni sono figlie della nostra campagna e se c’è una organizzazione che non può certo essere accusata di immobilismo o di ritardi in questo campo, essa è proprio la Filcams, che da subito si è mossa contro le liberalizzazioni, sia da sola, che con iniziative unitarie, dove ciò si è reso possibile.

Per queste ragioni abbiamo deciso di lanciare ufficialmente con questa sessione del direttivo la seconda fase della campagna La festa non si vende, si vive. Una campagna nazionale per una alternativa ai consumi festivi. Gli obiettivi naturalmente restano gli stessi, ma contestualizzati nel periodo natalizio, a partire dal materiale predisposto, che vi sarà illustrato nel corso del dibattito.

Possiamo dire che rispetto alla fase nella quale fu impostata la prima campagna, questa seconda fase è supportata dalla stessa esperienza contrattuale, che dimostra l’assenza di ogni approccio ideologico o pretestuoso al tema del lavoro domenicale. Diversi accordi sottoscritti nelle aziende hanno dimostrato la possibilità di rendere fra loro compatibili la difesa della volontarietà e la garanzia del presidio, nel quadro di una programmazione delle aperture, ipotesi che entrerebbe decisamente in crisi in un contesto di piena liberalizzazione in periodo recessivo come questo.

Tutte queste riflessioni porteremo nella imminente Conferenza di Programma che la Cgil ha programmato per la fine di gennaio. In quella sede il Piano per il Lavoro costituirà il terreno sul quale la nostra Confederazione chiamerà la politica e le imprese ad un nuovo, grande sforzo per delineare nuove politiche di crescita dell’economia e dell’occupazione.

La Filcams intende contribuire a questa Conferenza portando il contributo autonomo di una categoria, che rappresenta un mondo del lavoro sempre più di frontiera, dovendo dimostrare che il lavoro flessibile, quale inevitabilmente è quello dei nostri settori, può essere declinato non in termini di precarietà, ma quale opportunità per offrire un futuro alle generazioni che si affacciano a questo mondo, oltre a quelle che già lo occupano. Per questo chiediamo a tutte le strutture di avviare o proseguire al loro interno un approfondimento sui temi proposti dal Piano per il Lavoro elaborato dalla Cgil Nazionale.

In occasione della Conferenza di programma abbineremo una riflessione sullo stato della nostra organizzazione. Avremmo voluto svolgere la Conferenza di Organizzazione, ma la scelta della Cgil di tenere la Conferenza di programma ci obbliga a veicolare il nostro dibattito sulle politiche organizzative in connessione con la discussione sulle politiche strategiche della Filcams. D’altra parte così è anche meglio, perché l’organizzazione è il mezzo e la politica il fine.

Ma è importante fare questa discussione, perché il 2013 sarà con ogni probabilità l’anno di inizio della campagna congressuale e la Filcams dovrà arrivarvi trovando tutte le necessarie conferme dell’impegnativo processo di rinnovamento avviato sia al nazionale che in tutti i territori.

Già è per noi motivo di grande soddisfazione poter concludere questo anno con uno dei risultati più importanti di questo progetto, che ha assunto la politica dei quadri e delle risorse umane quale asse centrale del rinnovamento. Infatti, come molti di voi sanno, perché erano presenti, lo scorso 7 novembre, alla presenza del Segretario Generale Susanna Camusso, la Filcams ha inaugurato il Piano nazionale Formazione che avrà nel suo libretto formativo personale l’oggetto prevalente della sperimentazione legata alla certificazione. Siamo la prima struttura ad averlo adottato e se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo dire che il bilancio con il quale si chiude l’anno formativo e ben augurale, come dirà tra poco la compagna Francesca mandato, responsabile del nostro dipartimento formazione e ricerca.

Ma il 2013 dovrà essere soprattutto l’anno nel quale dare nuovo impulso alla costruzione di una nuova rete di delegati. Questo è il vero vulnus della Filcams. Il rischio che diventi una categoria sempre più senza delegati, per effetto della destrutturazione del mercato del lavoro. Ma anche per questo una categoria che deve progettare, inventare un nuovo modo di essere e fare il rappresentante sindacale, in grado, cioè, di rappresentare sempre più i bisogni e le condizioni del lavoro precario. E dobbiamo dire con molto coraggio e molta onestà, che senza una campagna di tale consistenza, in grado di costruire una nuova rete di delegati, il rischio non potrà che essere quello di continuare a vivere con il cosiddetto quadro storico, sempre più residuale e spesso incapace di “sentire” i bisogni nuovi, come in alcune vertenze abbiamo verificato. Ma è naturale che sia così, perché vale la legge dell’organismo, che chiede periodicamente il ricambio dei tessuti organici.

In questo quadro, un appuntamento importante sarà l’Assemblea Nazionale Rls, prevista per i primi del prossimo anno, la cui realizzazione è stata un po’ ritardata per la fase di preparazione delle piattaforme contrattuali del turismo e multiservizi e successiva consultazione. Il tema della salute e della sicurezza vuole per noi rappresentare uno dei punti cardinali di una nuova cultura del lavoro, che tenga insieme lavoro-produzione-ambiente. La vicenda di Taranto dimostra che mantenere in conflitto questi fattori porta alla sconfitta di tutti gli interessi. La cultura della sostenibilità, quindi, della sicurezza deve dunque rappresentare il dna della nostra nuova generazione di rappresentanti sindacali.

Infine, il 2012 si chiude con una notizia davvero interessante. La Filcams marcia sempre verso l’obiettivo di essere la prima categoria fra gli attivi. Già lo siamo diventati nel programma di certificazione degli iscritti adottato dalla Cgil. Vogliamo che il 2013 sancisca questo dato. Certo, i nostri sono iscritti poveri, spesso disoccupati, ma il nostro compito è quello di dare voce a questo mondo di invisibili. Pensiamo di essere sulla buona strada, ma non per questo ci accontenteremo di quanto fin qui fatto.

Con gli auguri di buon lavoro rivolgo, pertanto, a tutti voi, a nome della segreteria e della struttura nazionale, anche i migliori auguri per il nuovo anno. Buone Feste a tutti!

VERBALE Comitato Direttivo


Ipotesi Piattaforma Rinnovo CCNL Industria Turistica

Ipotesi Piattaforma Rinnovo CCNL Acconciatura, Estetica, Tricologia non curativa, Tatuaggio, Piercing e Centri benessere

Ipotesi Piattaforma Rinnovo CCNL Imprese esercenti servizi di Pulizia e Servizi Integrati/Multiservizi

Dispositivo Finale Turismo

Dispositivo Finale Multiservizi

Dispositivo Finale Acconciatura Estetica

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Il quadro della ripresa autunnale l’avevamo già descritto in occasione della sessione del 2 luglio. L’estate appena trascorsa, che volge al termine, ha ulteriormente confermato le analisi e le previsioni fatte due mesi fa, in alcuni casi aggravando la situazione del Paese e dei nostri settori. Nella crisi che sta attraversando il nostro Paese è fin troppo facile essere profeti di sventura, dato che l’assenza di politiche finalizzate al rilancio della crescita e dello sviluppo non può che generare ulteriore declino economico e sociale, come la stessa previsione di un calo del PIL del -2,6% dimostra.

In questo quadro, rischia di saltare definitivamente la coesione sociale, la fiducia delle persone verso le istituzioni e le forme di rappresentanza sociale ed il dramma, individuale e collettivo, diventa la trama della vita quotidiana. Avevamo denunciato il rischio di una crescente tensione sociale di fronte ad una politica incapace di alimentare la speranza del cambiamento e rivolta a penalizzare prevalentemente la parte più debole della società, in quanto più facile da essere caricata del pesante fardello del rigore. Ciò che è accaduto lunedì a Roma, in occasione dell’incontro al Ministero dello Sviluppo sul futuro dell’Alcoa, può essere assunto come episodio simbolico di una tensione sociale ben più diffusa sotto la superficie della comunicazione da prima pagina ed altrettanto prossima ad una possibile esplosione.

Per questo, nell’esprimere la nostra solidarietà ai lavoratori di quell’azienda, lo facciamo pensando a tutte le altre donne e uomini, tanti nei nostri settori, che sentono avvicinare il loro destino, in alcuni casi già superato, ad una linea di non ritorno. Perdere un posto di lavoro oggi, nonostante esso sia sempre meno retribuito, significa perdere un fondamentale elemento di certezza esistenziale e la distanza che separa disagio – dramma – tragedia si fa sempre più sottile.

Ed altrettanta solidarietà esprimiamo verso i protagonisti incolpevoli dell’altra tragedia, quella che vive costantemente sui mari che separano l’Italia dai paesi dai quali si fugge dalle guerre, dalla povertà, dalle malattie. L’ultima di queste tragedie, con l’affondamento e la morte di alte decine di donne, uomini e bambini deve tenere costantemente sveglia la nostra consapevolezza che la battaglia condotta entro i nostri confini, per un futuro migliore del nostro Paese non può che essere parte di una battaglia di civiltà più ampia, più grande, perché nella crisi globale non c’è nessuno che può realisticamente salvarsi da solo.

Il nostro compito è infondere fiducia alle persone che rappresentiamo e con le quali siamo in contatto tutti i giorni. Per poterlo fare dobbiamo partire dal dire la verità, una verità amara, che ci fa scoprire, giorno dopo giorno, che quella che stiamo vivendo è veramente una crisi che mai avevamo conosciuto e vissuto con tali proporzioni, una crisi che può descrivere una linea di confine tra una epoca che si chiude ed una nuova, per molti versi inedita, che non può essere vissuta con la nostalgia del passato e nell’incapacità di mettere in discussione molte delle certezze acquisite. Molti ferri del mestiere di cui dispone la nostra cassetta degli arnesi mostrano sempre più la loro inefficacia e siamo obbligati ad elaborare idee nuove, ad imboccare vie inesplorate, anche per salvare gli stessi valori universali ereditati dal passato.

La Filcams deve continuare a dire che il mondo del terziario una crisi come questa non l’aveva mai conosciuta e lo deve dire a gran voce perché nella rappresentazione generale questo dato non compare nella giusta misura. Chiunque parli della crisi, chiunque elenchi i tavoli di crisi al Ministero dello Sviluppo, lo fa ancora attraverso una lettura prevalentemente manifatturiera, industriale. Pochi percepiscono la dimensione più ampia della crisi. Ad esempio, pochi sanno che il numero dei lavoratori che rischiano il posto di lavoro all’Alcoa o nelle miniere del Sulcis non è affatto superiore a quelli che rischiano di perderlo in una grande catena alberghiera, che da qualche settimane ha avviato le procedure di riduzione del personale. Eppure, i primi fanno notizia e gli altri no. E la notizia non è generata solo dalla rappresentazione del dramma, che sia la discesa negli inferi di una miniera o la salita su una torre aziendale, ma dal permanere di una cultura dominante che individua solo in alcune direzioni gli ingranaggi del motore economico e produttivo.

Noi dobbiamo rappresentare la crisi del nostro settore, che in queste settimane è ulteriormente peggiorata.

La stagione turistica, quella estiva, di fatto si è chiusa ed è tempo di primi bilanci. Quelli parziali fatti da Federalberghi descrive quella da poco conclusa l’estate più nera del turismo italiano, con una flessione delle presenze del 5% ed un calo del fatturato stimabile intorno al 10%.

Maggiore ottimismo non viene certo dal settore del commercio, con il continuo calo del consumo. Confcommercio ha stimato questo calo nel 3,3% procapite, un dato senza precedenti e più negativo di quello registrato lo scorso anno. Poiché non sono previste inversioni di tendenza, in assenza di misure volte a favorire l’incremento della quota di reddito destinata al consumo, nel settore commerciale complessivamente inteso, quindi le aziende all’ingrosso e quelle di vendita di auto e moto, la cessazione delle attività potrebbe superare il numero di 105 mila e secondo alcuni arrivare a 150 mila, con inevitabili conseguenze sulla tenuta occupazionale.

Né più confortanti sono le notizie che arrivano dalla grande distribuzione, dove la tanto attesa liberalizzazione delle aperture non ha portato un solo vantaggio, ma semplicemente ri-distribuito sul fine settimana il volume della spesa.

Nel settore dei servizi in appalto abbiamo iniziato a contare i morti e i feriti. Le conseguenze della spending review hanno cominciato a farsi sentire, su un settore che già stava leccandosi le ferite, in alcuni casi gravi, della politica di riduzione delle risorse, praticata dal precedente governo.

Ed abbiamo citato i tre principali settori del terziario. Ma se si esclude quello del lavoro domestico, che è dato in crescita, la crisi coinvolge tutti, compreso il settore degli studi professionali. Leggevamo l’altro giorno che nel primo semestre, solo nella provincia di Torino si è arrivati a 2.744 richieste di cassa integrazione per quasi 16 mila lavoratori coinvolti; quasi 9.000 in Piemonte per 35mila lavoratori, 10mila in più rispetto al 2011. Piccoli negozi e studi professionali, uno qui, due lì, un conteggio inesorabile, che alla fine porta a cifre significative.

Di fronte a questo quadro emerge in tutta la sua gravità la mancata estensione degli ammortizzatori a tutti i settori non coperti, cosa che doveva rappresentare uno degli obiettivi qualificanti della riforma del mercato del lavoro e che, invece, non è stato.

Addirittura, proprio in questi giorni si è andata consumando una ulteriore beffa per i nostri settori, che potrebbe tranquillamente essere battezzata come la vicenda degli esodati 2, dato che ha sempre per protagonista l’incompetenza del Ministro Fornero (o il cinismo?). Stiamo parlando degli stagionali e delle loro domande per l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti. Secondo la riforma Fornero, quelle persone rischiano di restare fuori, sia dalla vecchia indennità, che dalla nuova mini-aspi, oltre ad avere molte probabilità di prendere meno, data la copertura più limitata del nuovo ammortizzatore (-25% secondo le nostre stime). Oltretutto, stiamo parlando di un settore profondamente colpito dalla crisi, che ha registrato un calo del 20% del lavoro e con un crescente ricorso al lavoro a chiamata, con conseguente incremento della precarietà (a proposito dell’altro obiettivo della riforma, che doveva essere la riduzione della precarietà).

Queste cose noi dobbiamo rappresentare con forza, perché un conto sono le chiacchiere ai tavoli delle conferenze stampa che presentano le cosiddette riforme di struttura, altro è la carne viva delle persone e le vicende che si concretizzano, quelle che abbiamo subito denunciato al momento della riforma e non per fazioso ideologismo, ma per il semplice fatto che la nostra funzione ci mette in diretto contatto con la realtà e sappiamo bene come vanno realmente le cose.

La richiesta di estendere e rendere universale il sistema degli ammortizzatori deve restare il primo obiettivo della Filcams in questa fase di crisi, poiché la stessa rischierebbe di generare grane e grave tensione sociale tra le persone private del lavoro e di ogni forma di sostegno.

In questo quadro si colloca la questione dei fondi di solidarietà previsti dalla stessa riforma.

E’ del tutto evidente che noi respingiamo l’idea che questi fondi possano rappresentare la liquidazione del sistema universale delle tutele, una alternativa affidata alla funzione delle parti sociali, attraverso la bilateralità. Ciò sarebbe profondamente iniquo, oltreché poco praticabile, data l’inconsistenza delle risorse a disposizione o che potrebbero essere mobilitate attraverso le imprese. Le imprese, dal canto loro, non intendono certo caricarsi di oneri aggiuntivi per sostituire lo Stato e tutto ciò che verrebbe loro richiesto non potrebbe che ricadere sulla contrattazione, chiudendo ogni ulteriore margine all’azione per rivendicare nuovi progressi a livello economico e normativo.

Altra cosa è sostenere che la crisi del lavoro deve essere accompagnata da un intervento che metta in connessione il sostegno al reddito, che deve essere garantito dal pubblico, con i processi di riqualificazione professionale, necessari per favorire processi di mobilità e di innovazione tecnologica delle imprese.

Se l’operazione che ha in mente il governo è quella di saccheggiare i fondi interprofessionali (0,30%), aggiungendo quello che può venire dagli enti bilaterali, per pagare quel poco di ammortizzatori che lui non è in grado di pagare, magari dando alle parti sociali il contentino della gestione attraverso la bilateralità, noi non potremo assecondare questo disegno e continueremo a combatterlo.

Altra cosa è individuare una connessione coerente tra le attività che può mettere in campo la bilateralità, sul terreno della formazione e dell’orientamento professionale, con quella dei fondi interprofessionali, nei momenti in cui la lavoratrice ed il lavoratore subiscono un periodo di distacco dall’attività lavorativa, ma che deve essere tutelato da un sistema universale di sostegno al reddito.

Con questo approccio noi dobbiamo andare alla discussione sull’applicazione di questa norma, senza disertare il confronto che si aprirà, primo, perché passati i sei mesi previsti dalla legge il Governo deciderà, prendendo poi quello che verrà; secondo, perché sarebbe veramente paradossale che gli altri facessero senza di noi, facendoci passare per quelli che non sono disponibili a offrire risposte ai lavoratori in tempo di crisi.

Per queste ragioni dovremo presentarci alla scadenza dei contratti da rinnovare, nelle prossime settimane, con una proposta coerente su questo punto.

Ma per la Filcams non sarà possibile rappresentare con forza ed efficacia la crisi dei propri settori, rivendicando maggiori attenzioni ed interventi, senza rilanciare con grande credibilità una iniziativa sul futuro del terziario. Il collegamento è d’obbligo: che sbocco potrà avere la vertenza NH Hotel se in Italia non vi sarà futuro migliore per il settore del turismo; come potremo affrontare e contrastare le ricette della GDO se non definiremo quali nuove strategie dovrà seguire il settore del consumo e della distribuzione; come potremo combattere le conseguenze della spending review se non definiremo i nuovi confini tra pubblico e privato nel settore dei servizi.

Certamente non potrà esistere una contestualità, un automatismo, perché i tempi delle vertenze non coincidono del tutto con quelli delle nuove politiche da metter ein campo. Ma è altrettanto evidente che senza nuove politiche di sviluppo del terziario tutte le vertenze saranno solamente partite a perdere!

Allora, questa è la fase nella quale la Filcams deve rilanciare, aggiornandola, la propria proposta sul futuro sostenibile del terziario, facendola diventare politica dell’intera Confederazione e dobbiamo farlo in queste settimane, in questi pochi mesi che porteranno la Cgil a definire meglio, in occasione della Conferenza di Programma, la proposta di un nuovo piano per il lavoro. Quel piano deve descrivere la cifra dello sviluppo italiano, la carta d’identità di un Paese che deve tornare a competere, oltre il galleggiamento. Dobbiamo dire su cosa scommette l’Italia, in che cosa possiamo superare gli altri e non è particolarmente difficile, dato che sono gli stessi nostri competitori a dircelo. Quando parliamo del turismo –ad esempio- lo facciamo guardando al fatto che gli stessi dati della crisi confermano che il flusso degli stranieri è quello che ha evitato di rendere ancora più drammatico il bilancio negativo. Gli stranieri continuano a venire in Italia e lo fanno perché il prodotto italiano è unico al mondo in questo campo. Inoltre, il settore turistico si presenta come una delle politiche più interdisciplinari. Investire sul turismo significa investire su una robusta industria, su una nuova industria alberghiera e non solo. Significa investire sulle infrastrutture, nel settore del recupero e della valorizzazione del patrimonio culturale; significa investire sulle città, sui centri storici, sulle politiche ambientali. E tanto altro….(basterebbe guardare i dati sul successo delle produzioni gastronomiche locali).

Questo non significa contrastare o combattere una visione industrialista. Lo abbiamo detto e ripetuto, non può esistere un terziario qualificato senza una solida base produttiva, senza una forte economia industriale. L’illusione del ruolo sostitutivo è svanita da tempo. Il discorso è un altro: vinciamo con l’auto o con il Colosseo? Possiamo sconfiggere la Germania con la Fiat (sempre meno italiana) o con la torre di Pisa ed il pecorino di Pienza? E’ chiaro che dobbiamo batterci per avere un settore auto competitivo, non certamente quello che Marchionne ha disegnato finora. Ma l’Italia non vince con la Fiat, né, probabilmente, con il carbone.

Si tratta, dunque, di disegnare un profilo dello sviluppo che non escluda, ma che sappia individuare i punti di forza, le scelte strategiche. Questa discussione è difficile, perché l’istinto conservativo porta ognuno di noi a difendere il proprio orticello. Ognuno pensa di rappresentare l’indispensabile, negandosi ad una lettura obiettiva della realtà ed al coraggio di battere vie sconosciute o semplicemente declamate.

Arriveremo alla Conferenza di programma della Cgil, rilanciando e aggiornando la nostra proposta sul settore terziario, offrendolo come terreno perché la Confederazione, nel suo insieme, sia in grado di spostare il proprio baricentro culturale e la propria capacità di proposta e di iniziativa.

Ed è necessariamente in questo quadro che dobbiamo e possiamo collocare la nostra azione sui punti di crisi e sulla prossima stagione contrattuale.

Se vale per l’azione del governo che al tempo del rigore è necessario sovrapporre quello della crescita e dello sviluppo, vale anche per noi. Come ho già detto, la risoluzione di una vertenza è non poco condizionata dalle prospettive che quell’azienda ha di stare sul mercato, se un mercato c’è.

Nel frattempo, però, dobbiamo gestire molte vertenze, punti di crisi, contrattazione di secondo livello per rinnovo dei Cia. Siamo di fronte alle note ricette, riduzione del costo del lavoro, realizzato attraverso diverse strade, dalla continua esternalizzazione delle funzioni negli alberghi, alle disdette degli accordi aziendali, per non pagare più le maggiorazioni del lavoro domenicale, data l’inconsistenza dei vantaggi prodotti dalle liberalizzazioni. Più recentemente si è aggiunta la disdetta minacciata da parte di Angem della parte del contratto che riguarda il cambio d’appalto, per cancellare la clausola sociale, nel momento in cui viene rilanciato alla grande il massimo ribasso.

E’ fin troppo evidente che la scelta è di caricare sul fattore lavoro l’onere principale della crisi, anche perché nulla viene dal Governo, nulla viene dai mercati, quindi, il lavoro resta l’ambito di più facile e sicuro intervento.

E’ chiaro che noi opporremo resistenza, tutta quella che saremo in grado di opporre, con grande realismo, perché le difficoltà che incontriamo le conosciamo bene. Siamo un settore dove lo sciopero è facile dichiararlo, molto di più farlo, per ragioni che conosciamo bene.

Dobbiamo stare ai tavoli di crisi e a tutti quelli aperti dalle disdette operate o per i rinnovi degli integrativi con l’obiettivo di individuare compromessi accettabili, equi, in una fase come questa. Evitiamo il gioco tra noi a fare i “pierini” della situazione. C’è sempre qualcuno che pensa si possa fare meglio o di più, che si premura sempre di segnare con la matita rossa gli errori commessi. C’è sempre qualcuno che sa come vincere la partita, magari stando seduto di fronte al televisore. Giocare in campo, poi, è altra cosa.

E’ chiaro che il nostro obiettivo è la difesa dei diritti e delle condizioni, a rischio di arretramento, sia economico che materiali (sicurezza). Ed è altrettanto chiaro che ognuno cercherà di perseguire questo obiettivo misurandosi con la specificità della vicenda. Gli accordi che dovremo realizzare non potranno essere tutti uguali. Quello che vogliamo dire è che dovranno essere legati da un filo rosso. Occorre che tutto il gruppo dirigente Filcams, dai dirigenti, ai delegati, sappia che ogni partita che si gioca fa parte di una battaglia più generale e a ognuno è richiesto di guardare un po’ più in là del proprio naso. Quello che si gioca su ogni tavolo, da quello più piccolo a quello più grande, non potrà non avere ripercussioni sull’intera categoria. Soprattutto se il rapporto negoziale lo abbiamo con le grandi catene aziendali.

Ogni accordo può fare giurisprudenza ed è necessario, soprattutto a fronte di scelte difficili, che rischiano di andare oltre la soglia di tolleranza definita dalle scelte dell’organizzazione, il massimo coinvolgimento dei gruppi dirigenti. Non possiamo scoprire casualmente accordi discutibili sul piano del merito, perché questo metterebbe in difficoltà altri settori dell’organizzazione. E’ preferibile scegliere insieme le cose complesse e difficili, perché questo produce consapevolezza e solidarietà. La coesione del gruppo dirigente è fondamentale per mantenere la fiducia sulle possibilità dell’intera organizzazione, di affrontare la situazione difficile che stiamo attraversando ed è l’ultima cosa che possiamo perdere.

Lo dico guardando anche alla stagione contrattuale che si avvia e a quella che non riusciamo ancora a concludere.

Sul Ccnl della vigilanza abbiamo già discusso e non voglio ripetere cose già dette. La cosa che non possiamo più accettare è di mantenere questa vicenda in un limbo infinito. Siamo arrivati al punto che quel tavolo deve chiudere o prendendo atto che quel contratto non si può più fare, aprendo, quindi, una fase nuova, nella quale dovremo costruire nuovi riferimenti contrattuali, anche in relazione all’evoluzione che l’intero settore sta vivendo.

La cosa che voglio dire, con estrema chiarezza, è che questo gruppo dirigente non merita di essere preso in giro, né di non essere rispettato. Della vertenza contrattuale abbiamo discusso in tutte le sedi, compreso, il Direttivo, abbiamo sempre fatto tutte le scelte insieme, a partire dal coordinamento vigilanza. Abbiamo assunto impegni e abbiamo promosso iniziative, in modo democratico, leale e trasparente.

Alcune cose che si sono lette sulla rete in queste settimane sono inaccettabili, soprattutto quando coinvolgono delegati e dirigenti di questa organizzazione che hanno vissuto tutti questi passaggi, riconoscendo in questa stessa sede l’impegno profuso dalla struttura nazionale. Leggere l’impegno della segreteria in questa fase del negoziato come propedeutico ad un tranello è sinceramente vergognoso oltreché ingeneroso. E’ un modo di stare dentro l’organizzazione che non appartiene alla nostra cultura e che non fa bene a coloro che si vorrebbe rappresentare.

Si possono criticare le strutture Filcams dello scarso impegno, se così è stato, dove è stato, ma non si può inquinare lo sforzo complessivo che abbiamo messo in questa vicenda con assurdi processi alle intenzioni. Tanto meno è ammessa la demagogia. Si dica cosa dobbiamo fare, dopo aver dichiarato più volte che metteremmo in campo anche iniziative eclatanti. Si dica quali, si dica quale prospettiva indichiamo ai lavoratori del settore, se non riusciremo a sbloccare il tavolo? Lo sciopero permanente? Si venga qui e lo si dica. Se non è questo si dica altro! In ogni caso, la discussione è solo rimandata, perché nei prossimi giorni avremo nuovi passaggi con alcune controparti, per verificare se esiste la possibilità di immaginare una qualche conclusione della vertenza. Se non sarà così, questo organismo tornerà a discutere della vicenda e deciderà come prefigurare la nuova fase che dovremo aprire, senza il contratto rinnovato.

La prossima sessione del Direttivo dovrà approvare formalmente le piattaforme per il rinnovo dei Ccnl del turismo, del multi servizi e acconciatura ed estetica.

Sul turismo abbiamo già avviato il lavoro per la stesura della piattaforma. Lo stesso lavoro partirà nei prossimi giorni per i multi servizi. Per l’acconciatura la piattaforma è più facilmente definibile.

Ho già detto del contesto nel quale caleranno questi contratti, che ci porta a dire che sarebbe già un ottimo risultato se riuscissimo ad evitare di restituire pezzi significativi di ciò che già abbiamo. Evitiamo però una discussione manichea e strumentale tra contratti restituivi ed acquisitivi. Sappiamo in quale situazione siamo e dobbiamo provare a difendere i diritti e a migliorare le condizioni economiche e di lavoro in piena recessione.

Sul percorso non posso che ribadire le scelte della nostra organizzazione. Le nostre piattaforme saranno approvate dal direttivo e portate alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ciò avverrà indipendentemente dalle scelte di Fisascat e Uiltucs, con le quali ci confronteremo sulla possibilità di definire piattaforme unitarie. Il clima dei rapporti è sicuramente caratterizzato da un clima diverso da quello nel quale sono state generate le rotture, un clima caratterizzato dalla consapevolezza che ulteriori divisioni non potrebbero che peggiorare il risultato finale della stagione contrattuale.

Tuttavia, al di là della buona volontà espressa nei primi approcci, restano le questioni di merito sulle quali le posizioni non sono cambiate. E’ chiaro che se gli altri vorranno assumere come riferimento formale delle piattaforme i contenuti dell’accordo del 2009 sul modello contrattuale, al quale la Cgil non ha aderito, va da sé che non faremo piattaforme unitarie. Stessa cosa dicasi per il collegato sul lavoro, a partire dall’art.8 che la riforma Fornero non ha cancellato.

Le piattaforme unitarie dovrebbero prevedere anche una intesa minima sulle regole. Il nostro settore non è interessato all’accordo del 28 giugno, poiché siglato con la sola Confindustria. Abbiamo chiesto alla Confederazione di verificare rapidamente se Rete Impresa Italia è disponibile a fare una cosa analoga per i settori di competenza, ma sarà difficile che ciò avvenga, non solo perché un po’ fuori tempo massimo, ma per il fatto che questo mondo non vive un momento troppo felice. Basti pensare, ad esempio, che la stessa Confcommercio è attraversata dalla scissione di Federdistribuzione, che difficilmente sarà recuperata, prefigurando così la possibilità di dover realizzare un ulteriore contratto nel settore distributivo.

Chiederemo a Fisascat e Uiltucs la disponibilità a definire un minimo di regole, soprattutto per la fase stringente del negoziato, per evitare il ripetersi di quanto avvenuto nel settore terziario distributivo. Non sarà facile, ma dovremo farlo, poiché ciò rappresenta una condizione indispensabile per poter presentare piattaforme condivise.

Sul merito, le strutture hanno avviato una riflessione sul contenuti del documento preparatorio alla piattaforma turismo. In esso si definiscono le linee lungo le quali sviluppare le nostre rivendicazioni, dalla tutela del lavoro nei processi di esternalizzazione, alla contrattazione di secondo livello al tempo della crisi; dalle politiche della conciliazione dei tempi ai processi di qualificazione del lavoro, attraverso la formazione e la sicurezza; dai diritti alla qualificazione del welfare contrattuale e della bilateralità; ovviamente, la difesa del potere d’acquisto per provare ad invertire la riduzione progressiva dei redditi da lavoro.

Sulla bilateralità ed il welfare contrattuale dovremo dedicare sempre maggiore attenzione, sia per i nuovi compiti che derivano dalla riforma, nostro malgrado, sia per il fatto che la gestione di un sistema integrativo di assistenza sanitaria è cosa che richiede sempre meno approssimazione e dilettantismo. Dobbiamo parlarne sempre più con cognizione di causa, evitando di improvvisarci ad ogni piè sospinto esperti di materie che richiedono ben altre competenze. Per fare questo abbiamo previsto alcune sessioni di approfondimento dei problemi connessi al nostro sistema complessivo di assistenza sanitaria, per capire cosa ne pensano le lavoratrici ed i lavoratori, quali domande dobbiamo soddisfare, quali sono le dinamiche che mettono in relazione prestazioni e contribuzione, per evitare rischi di default dovuti a scarsa consapevolezza della complessità di questa esperienza. E proponiamo di farlo con un approccio obiettivo e possibilmente il più laico possibile. Non è in discussione tra noi la scelta tra welfare pubblico o privato, il tema è un altro, se nella battaglia per difendere e riconquistare un sistema universale di tutele, le esperienze prodotte dalla contrattazione debbano vivere o morire e se debbono vivere, come devono vivere.

La realtà è che avendo messo in campo questi strumenti oggi non possiamo stare fermi, o si torna indietro per smontare quello che abbiamo fatto, oppure, ci assumiamo responsabilmente l’onere di evitare che essi diventino un boomerang pericoloso, sia sul piano finanziario, che dell’autonomia contrattuale.

E lo stesso vale di fronte alle suggestioni sacconiane e, poi, forneriane di una bilateralità sussidiaria e miracolosa.

Con tutto questo bagaglio di idee e di lavoro staremo dentro il programma di mobilitazione deciso dalla Cgil all’ultimo Direttivo Nazionale.

Alle problematiche fin qui sottolineate, vorrei aggiungere che su alcune di essere la nostra iniziativa dovrà essere il più stringente possibile.

Sono già partiti i primi confronti con Comuni e Regioni sulle conseguenze della Spending Review, che vedono coinvolte le categorie pubbliche. Noi siamo completamente assenti da questi confronti e rischiamo di veder cancellato il pezzo di mondo che rappresentiamo. Occorre chiedere alle confederazioni regionali e alle camere del lavoro di essere rappresentati in questi confronti. Al tempo stesso, chiederemo alla Confederazione di promuovere, possibilmente il prossimo mese, una iniziativa nazionale sul tema degli appalti, che dia seguito alla iniziativa da noi organizzata con le sei categorie.

Dobbiamo rilanciare l’iniziativa contro le liberalizzazioni, anche a fronte del fallimento che esse hanno prodotto nel settore. Novembre dovrebbe essere il mese della tanto attesa sentenza della Corte Costituzionale e dobbiamo ri-agitare le acque, anche a fronte del nuovo fermento che le polemiche di ferragosto hanno prodotto ed in vista del periodo natalizio.

Ho già detto di Federdistribuzione e della possibilità che si apra un nuovo fronte contrattuale. Per questo abbiamo avviato un lavoro specifico sulla GDO, che sarà propedeutico al tentativo di trovare risposte specifiche alle sfide che quel settore ci ha lanciato.

Domani e venerdì la Cgil terrà la Conferenza sul Mezzogiorno. Andremo portando una riflessione che la Filcams ha avviato in questi mesi, in un’area del paese dove la desertificazione sta minacciando la GDO, con le stesse nefaste conseguenze di una crisi del turismo che non riesce a valorizzare importanti risorse del Sud.

Sarà l’autunno nel quale cercheremo anche di capire quali strade vorrà battere la cooperazione. La scorsa settimana è stato firmato l’accordo integrativo di Unicoop Firenze: segnale di inversione di tendenza sui tavoli aperti, oppure, eccezione. Propendiamo più per la seconda lettura e questo ci induce a incalzare il settore della cooperazione sulle scelte strategiche che prefigura per il proprio futuro a breve e medio termine.

E’ partita la sanatoria degli immigrati e tutte le strutture Cgil metteranno a disposizione i propri servizi. Per la Filcams una occasione importante per promuovere ulteriormente il progetto di insediamento nel settore delle colf e delle badanti, considerato uno dei pochi che non conosce la crisi.

Insomma, abbiamo molti fronti da presidiare e dovremo farlo continuando a rivendicare un crescente coinvolgimento della Cgil, perché molte delle nostre non sono problematiche della sola categoria.

Anche per questo abbiamo avviato una importante riflessione sulle nostre politiche organizzative, che ci porterà a svolgere alla fine di novembre la nostra assemblea organizzativa, che abbineremo alla conferenza di programma. La politica è il fine, l’organizzazione il mezzo per raggiungerlo e noi dobbiamo connettere coerentemente fine e mezzi. La Filcams è una categoria sostanzialmente povera, perché rappresenta il lavoro povero, dal punto di vista del riconoscimento economico, non certo da quello professionale.

Per questo è giusto decidere una intelligente distribuzione delle risorse di cui disponiamo e pretendere che la Cgil faccia altrettanto, oltre la logica della media del pollo.

1. Come da tradizione, questa sessione del Direttivo che precede la pausa estiva, ha lo scopo di mettere a punto l’agenda politica della Filcams, con la quale svilupperemo l’iniziativa autunnale della categoria.

Anche se rischia di apparire un’affermazione abusata, crediamo sia il caso di ribadire che la situazione nella quale continueremo a trovarci nelle prossime settimane è di una gravità senza precedenti. La Filcams è chiamata e sarà chiamata a misurarsi con le conseguenze di una situazione economica e sociale che difficilmente riuscirà nel breve e medio termine a produrre qualche significativa inversione di tendenza.

Qui siamo di fronte ad una prima questione sulla quale è utile che questo direttivo possa confrontarsi: quale percezione ha il gruppo dirigente Filcams della situazione che stiamo vivendo? E’ sufficientemente presente la consapevolezza che siamo di fronte ad una situazione che difficilmente potrà essere affrontata riproponendo tradizionali ricette? Che dalla contrattazione, all’azione di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori nella crisi; dalla difesa dell’occupazione a nuove politiche di sviluppo del settore, la stessa nostra elaborazione congressuale rischia di non essere più sufficiente a interpretare le sfide dei prossimi mesi?

Che la situazione generale sia giunta ad un passo dal dramma lo dicono le vicende della politica europea, che hanno preceduto il vertice di Bruxelles.
Siamo arrivati ad un passo dal collasso dell’Euro e noi tutti sappiamo che, al di là delle ragioni che hanno determinato questa situazione, le politiche monetaristiche, speculative, il prevalere di un asse liberista, tale prospettiva sarebbe stato un vero disastro per i Paesi e per gli interessi che noi rappresentiamo, in particolare la parte più debole della società.

Per questo non possiamo che esprimere un giudizio positivo sul risultato del vertice, che ha dimostrato, tra l’altro, un nuovo protagonismo del nostro Paese, dopo anni di marginalità alla quale ci aveva relegato il Governo Berlusconi.
Naturalmente, quel risultato è frutto di un processo evolutivo che sta investendo gli equilibri politici dei principali paesi europei e la vittoria di Hollande in Francia è servita innanzitutto ai Francesi per capire che il ruolo di portavoce della Merkel, al quale era relegato il Presidente Sarkozy, danneggiava innanzitutto gli interessi di quel Paese, interessi che meglio sarebbero stati rappresentati in un nuovo contesto di relazioni solidali con Spagna e Italia.
Bene, dunque, che la deriva sia stata frenata, con l’accordo raggiunto, che vede la Cancelliera tedesca costretta a modificare in parte le posizioni sostenute fino a poche ore prima della conclusione.

Ma quell’intesa è importante perché ha impedito il tracollo. Da sola non contiene le soluzioni ai problemi che il nostro Paese, insieme a gran parte di quelli europei, continua ad avere, ossia, una nuova prospettiva di crescita e di sviluppo dell’economia.
E’ un primo passo importante, ma non è sufficiente. Tra l’altro, i tre Paesi che hanno costretto la Merkel a indietreggiare, sono politicamente diversi fra loro, uno a guida socialista, l’altro di destra ed uno tecnico, ma di ispirazione palesemente liberista, sostenuto da una maggioranza parlamentare ancora di centro destra.

Per questo è di grande importanza che il sindacato e la Cgil, subito dopo l’intesa raggiunta a Bruxelles, ribadiscano le posizioni che sono state al centro della manifestazione unitaria del 16 giugno, ponendo con forza il tema della reperibilità delle risorse per lo sviluppo e l’occupazione.

Naturalmente, noi siamo a questo punto della vicenda, con un bilancio decisamente negativo dell’opera del Governo Monti, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze sul settore terziario, che nel corso di queste settimane abbiamo costantemente evidenziato nel dibattito e nell’iniziativa della Cgil:

Per queste ragioni, la nostra azione dovrà agire su due piani: rivendicare misure per lo sviluppo e continuare a rivendicare la modifica dei provvedimenti che danneggiano il settore. In questo senso intendiamo che alcune partite non possono essere da noi considerate chiuse (quelle dette in precedenza) e, di conseguenza, immaginare uno sviluppo dell’iniziativa sindacale, dopo la manifestazione unitaria del 16 giugno e come discusso e deciso all’ultimo Direttivo Nazionale della Cgil.

2. Tornato da Bruxelles, il Governo è adesso impegnato a reperire nuove risorse.
Dopo la ferma denuncia di Confcommercio, che nell’assemblea annuale della scorsa settimana aveva definito una Caporetto l’idea di aumentare di 2 punti l’IVA, il Governo ha scelto la via della spending review come alternativa a tale prospettiva.

Ma per come appare dalle prime notizie, possiamo dire che la spending review del Governo –che in teoria dovrebbe essere un processo di riallocazione delle risorse nel senso di una maggiore produttività- corrisponde ad un progetto di riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione?
Dalle intenzioni dichiarate ad oggi essa si configura più come una tradizionale pratica di tagli alla Tremonti, piuttosto che una operazione di qualificazione. In una proiezione triennale, l’obiettivo del Governo è realizzare tagli per oltre 20 miliardi di euro e, come sempre, il settore messo per primo sotto tiro è quello della sanità. Dopodiché, l’intero comparto della Pubblica Amministrazione è sottoposto a tagli, che riguarderanno in particolar modo una riduzione dei pubblici dipendenti.

La riduzione del lavoro pubblico, in questa ottica, corrisponde alla riduzione della funzione sociale dello Stato. Particolarmente simbolica appare la riorganizzazione/riduzione delle Prefetture, notoriamente il primo presidio statale nel territorio, quasi ad indicare la scelta dello Stato di ritirarsi dal territorio…
Le polemiche strumentali delle scorse settimane, sulla parificazione tra lavoro pubblico e lavoro privato in materia di licenziamenti non ha fatto altro che rappresentare il cavallo di Troia attraverso il quale veicolare questa idea di riduzione dello Stato Sociale. Un’idea decisamente liberista, tanto più in tempi di grave crisi come quelli che stiamo vivendo, lasciando le persone sempre più sole a fronteggiarla.

Se si riduce la funzione pubblica dello Stato, soprattutto per garantire i necessari processi di coesione sociale, le tutele individuali ed i sistemi di protezione sociale saranno sempre più dipendenti dai redditi individuali, che in tempi di crisi, in tempi di licenziamenti e cassa integrazione, non faranno altro che allargare la fascia delle persone esposte a gravi rischi di emarginazione.
Al tempo stesso, non si può che denunciare con forza l’incoerenza governativa, che attacca il lavoro pubblico –da un lato- e prevede –dall’altro- il pensionamento dei dirigenti pubblici con le vecchie norme pre-Fornero, mentre resta ancora insoluto il dramma degli esodati!

Per questo la Filcams non può che essere a fianco della Funzione Pubblica nella battaglia che va prefigurandosi. Con la stessa coerenza confederale, vorremmo che la stessa Funzione Pubblica assumesse come propria anche la battaglia che la Filcams dovrà sviluppare per gestire le conseguenze sui settori in appalto.
Non mi è dubbio che la spending review favorirà processi di ri-internalizzazione di funzioni che in questi anni erano state esternalizzate ed avevano alimentato il mercato dei servizi in appalto. Possiamo anche discutere ed in parte condividere i processi di riorganizzazione della pubblica amministrazione che in alcuni casi possano prevedere il superamento delle esternalizzazioni. Il problema è capire che fine fanno quei lavoratori in appalto e se quel problema è un problema di tutti, oppure ognuno pensa per sé. Ed in questo caso non vi è dubbio che a perdere saranno i settori più deboli, ovviamente quelli che noi rappresentiamo.
Per queste ragioni chiediamo alla Cgil di “governare” l’iniziativa sulle conseguenze che nei settori in appalto verranno a determinarsi con le scelte che nei prossimi giorni il Governo concretizzerà.

Resta il fatto che la spending review è l’alternativa del Governo ai 2 punti di incremento sull’Iva. Ma è anche vero che il Governo continua a rifiutarsi di mettere in campo una manovra che intervenga concretamente sulle grandi ricchezze ed i grandi patrimoni; ed al tempo stesso faccia una operazione di politica fiscale che aggredisca con forza l’enorme fenomeno dell’evasione fiscale.
E’ davanti agli occhi di tutti la dimensione delle risorse che potrebbero essere reperite attraverso queste due leve. Ed è per queste ragioni che la ripresa autunnale dovrà dare continuità a questa importante rivendicazione del sindacato.

3. L’autunno ci consegnerà l’inizio della nuova stagione contrattuale. Per quanto ci riguarda, partiremo col primo Ccnl che andrà in scadenza, il turismo, sul quale, nei prossimi due giorni si terranno alcune prime riunioni di impostazione della discussione.
Quello che è utile affrontare in questo Direttivo sono alcune riflessioni di ordine generale, alcune coordinate entro le quali la nuova stagione contrattuale si andrà sviluppando.

Il Contesto della crisi. Forse mai quanto in questa circostanza, lo spessore della crisi farà la differenza con le altre esperienze. La nuova stagione contrattuale andrà a coincidere con un triennio che tutti gli osservatori considerano ancora anni di grave difficoltà per il sistema economico e produttivo del Paese. 2013 e 2014 saranno sicuramente anni che risentiranno ancora degli effetti della grave recessione che stiamo attraversando e il futuro ancora non è chiaro, dopo il periodo considerato.

Per la prima volta i Ccnl incroceranno il tema del lavoro, della difesa dell’occupazione e dovranno farlo in un contesto di assenza o insufficienza dei necessari ammortizzatori sociali.
In questo senso, dovremo con ogni probabilità riconsiderare il concetto di contrattazione acquisitiva, chiedendoci se in un contesto critico come quello che stiamo vivendo la difesa dei diritti esistenti e dell’occupazione non possa e non debba essere considerato un risultato importante, quasi una conquista (se si pensa a come, in altre situazione dell’Europa, i diritti e l’occupazione abbiano rappresentato un alto prezzo pagato alla crisi).

In pratica, potremmo dire che uscire da questa tornata contrattuale “portando a casa” la sostanza del sistema normativo che regola i diritti conquistati in questi anni, di per sé sarebbe un ottimo risultato, dato che le ricette adottate dalle imprese tendono a metterne in discussione la loro sostanza.

La nuova stagione contrattuale dovrà ricollocarsi nel contesto delle divisioni sindacali di questi anni.
In particolare, l’accordo separato sul modello contrattuale del 22 gennaio 2009 e, per quanto ci riguarda, il contratto separato del Tds. Ultimo riferimento, per fortuna positivo, l’accordo unitario del 28 giugno 2011, che ha prodotto, tuttavia, al nostro interno una qualche divisione.

Guardando la situazione in cui versa il Paese oggi, sembra che da quelle date ci separi un abisso temporale, sembra di vivere, oggi, in un mondo abbastanza diverso da quello nel quale quelle esperienze sono state generate.
Questo deve indurci ad assumere responsabilmente un atteggiamento molto realista, che escluda gli opposti estremismi, da un lato, la tacita accettazione di ciò che è stato, quindi, un surrettizio adeguamento a quanto ieri fu da noi contestato; ma –dall’altro- evitare una imbalsamazione della Cgil su posizioni di principio, totalmente decontestualizzate sul piano storico. Se è giusto dire che non possiamo accettare acriticamente oggi quello che abbiamo respinto ieri, altrettanto giusto è evitare di fare la fine del giapponese nella boscaglia, che non si era reso conto che da tempo il mondo, fuori dalla giungla, non era più quello che lui aveva visto.

Ciò va detto non tanto per vivere l’assillo delle piattaforme unitarie, quanto per misurarsi con la realtà che stiamo vivendo, una realtà che impone, tra l’altro, di risintonizzare giudizi e valutazioni da noi espressi in precedenza, con quanto è stato prodotto in questi mesi dal Governo Monti, in particolare, in materia di mercato del lavoro.

Alcuni esempi per capire.

Sappiamo qual è la posizione espressa dalla Cgil sull’IPCA, una posizione che riferiva la difesa del potere d’acquisto alle dinamiche economiche della fine 2008. In teoria noi non abbiamo motivi per modificare tale posizione. Nella pratica, noi sappiamo che stiamo incontrando serie difficoltà a chiudere tavoli negoziali addirittura sotto l’Ipca. La ragione è fin troppo evidente ed ha un nome chiaro, la recessione nella quale è precipitato il nostro sistema economico e produttivo.
E’ del tutto evidente che le nostre richieste economiche dovranno trovare il giusto punto di equilibrio tra una legittima sofferenza delle lavoratrici e dei lavoratori, i cui salari e stipendi hanno goduto di una scarsa dinamica incrementale in questi anni e la realtà tragica in cui versa gran parte del sistema delle imprese.

Anche il tema del collegato sul lavoro e relativo art.8, per niente abrogato con l’accordo del 28 giugno 2011, dovrà essere risintonizzato con la riforma del mercato del lavoro da poco approvata dal Parlamento.
Forse, la Cgil dovrà riconsiderare la propria posizione su temi delicati, come, ad esempio, quello della certificazione, non per condividere una concezione del mercato del lavoro che istiga la precarietà, quanto per non lasciare ad altri il campo, sapendo che ciò favorirebbe il prevalere di una idea di flessibilità da noi per niente condivisa. Intendo dire che la battaglia va fatta sempre e dappertutto.

Ma vale per un’altra questione delicata, come quella della bilateralità, sulla quale l’ambiguità che la Cgil si trascina da anni non è più compatibile con l’evoluzione del quadro normativo e contrattuale, quando sarebbe molto più forte che la Cgil elaborasse una propria proposta di ruolo e funzione degli enti bilaterali, sulla quale fare una battaglia di avanguardia.

La stessa questione delle deroghe, sulla quale la nostra posizione è fin troppo chiara, non può non essere ricontestualizzata nella fase in cui è l’intero impianto della contrattazione di II livello che rischia di saltare, con la scelta delle aziende di disdettare i contratti aziendali.

Lo stesso esercizio critico dobbiamo farlo sulle questioni che hanno determinato la rottura sul Ccnl TDS.
Vi sono punti sui quali la nostra posizione di allora deve necessariamente fare i conti con l’evoluzione, spesso negativa, della situazione.

L’esempio più vistoso è quello del lavoro domenicale, completamente travolta dalle liberalizzazioni imposte dal Governo, che rende difficilmente praticabile una battaglia per sola via contrattuale, senza il supporto di una azione più corale del sindacato, che cerchi di riconquistare margini di autonomia delle istituzioni locali, ai quali ancorare le soluzioni negoziali.

Sulle deroghe e la contrattazione di II livello abbiamo già detto.

Sulla carenza malattia, invece, non abbiamo motivi di cambiare la nostra posizione. Mentre, sul tema della sanità integrativa, la nostra contrarietà al prelievo di 2 euro a carico dei dipendenti, sarà chiamata a misurarsi con la situazione complessiva dei fondi, il cui equilibrio finanziario andrà costantemente ricercato in relazione al costante incremento di adesioni e di richiesta di prestazioni.

Questo sforzo di maggiore approfondimento delle nostre consolidate posizioni, ai fini di una loro ricontestualizzazione nella fase che stiamo vivendo, deve fare i conti anche con i processi che stanno investendo la rappresentanza datoriale.

Del divorzio di Federdistribuzione da Confcommercio già sappiamo, ed ancora non sappiamo se questo processo di separazione potrà invertire la sua tendenza entro la scadenza del contratto, oppure no.
Dai primi contatti avuti con i loro rappresentanti, abbiamo capito che Federdistribuzione si muove già con l’idea di un modello contrattuale abbastanza diverso da quello di Confcommercio, un contenitore nazionale ed una contrattazione di secondo livello tutta aziendale.
In apparenza, potrebbe apparire una conferma del modello prevalente a livello delle grandi imprese, non solo del terziario. Ma al di là della modellistica contrattuale, i contenuti che ispirano Federdistribuzione sembrano delinearsi con chiarezza, vertendo sulla centralità dell’impresa e la ricerca della massima flessibilità e contenimento dei costi. Un modello che non intende rimanere imbrigliato nel consociativismo sindacale, tant’è che la stessa idea di bilateralità e welfare contrattuale, che in caso di conferma del divorzio non potrebbe che venire sdoppiato, assume la dimensione aziendale quale spazio di interesse prevalente.
Ad esempio, in materia di sanità integrativa, Federdistribuzione ritiene che il Fondo Est non debba essere la destinazione obbligata per i lavoratori, ma possano essere prese in considerazione soluzioni diverse, quali, ad esempio, fondi assicurativi.

Anche il mondo della cooperazione sta vivendo processi che sembrano allontanare la cooperazione dalla sua natura originaria. La distintività coop sembra lentamente svanire nella rincorsa verso la GDO, cosa che potrebbe essere compresa in una fase di agguerrita competizione, che vede i costi del contratto Coop più alti di quello Confcommercio. Ma la recrudescenza che stanno vivendo le relazioni sindacali ha qualcosa di inquietante. Non bastava che in Emilia Romagna le Cooperative di Consumo si escludessero dall’accordo fatto dai sindacati con la Lega sulla trattenuta delle 2 ore pro-terremotati. In Sicilia, addirittura, la nuova azienda cooperativa nata su iniziativa di due cooperative emiliano-romagnole si rifiuta di assumere un lavoratore che, nel corso della vertenza era salito sul tetto del negozio, per manifestare il proprio disagio.

Per queste ragioni la Filcams nazionale ha messo in agenda due lavori impegnativi, il primo sulla Grande Distribuzione Organizzata, presentato proprio in questi giorni alle strutture; l’altro, che partirà a settembre, proprio sul futuro della cooperazione, dando seguito all’iniziativa del 2009.

Infine, sempre sul fronte datoriale, il morso della crisi ha portato Fipe e Angem, nel settore degli appalti, ad un primo tentativo di assalto alle regole fissate nel protocollo che prevede il rispetto della clausola sociale.
Da un lato, la spending review che rischia di rendere marginale il settore dei servizi in appalto; dall’altro, il tentativo di sopravvivenza che le aziende ricercheranno, caricando sul costo del lavoro la ricerca di una possibile marginalità.

A questo scenario si interpone quello dei rapporti sindacali, con alle spalle una lunga stagione di divisioni, già richiamata.
Stante le difficoltà della situazione, il panorama delle posizioni imprenditoriali e le politiche del Governo non a noi favorevoli, è importante condividere l’opportunità del mantenimento di rapporti unitari. Del resto, proprio il tirare molto la corda da parte di molte imprese (basti pensare alle minacce di disdetta) ha finito per creare qualche reazione inevitabile anche da parte di Fisascat e Uiltucs, che ci erano parsi nel corso di questi anni più disponibili a mediare sulle esigenze datoriali.

Naturalmente, senza elementi di novità sul piano generale, senza un consolidamento dei rapporti tra Cgil-Cisl e Uil, gli stessi rapporti con Fisascat e Uiltucs rischiano di non avviare una reale inversione di tendenza.
Noi, tuttavia, dobbiamo insistere e offrire un percorso di gestione unitaria della stagione contrattuale.

Per fare questo, occorre che la Filcams assuma una iniziativa e avanzi una proposta a Fisascat e Uiltucs di gestione dei percorsi democratici, sulla scia di quanto contenuto nell’accordo del 28 giugno 2011.

Nel contesto della nuova stagione contrattuale (ma potremmo anche dire “a prescindere”) occorre che la Filcams promuova una iniziativa nazionale sulla bilateralità, per mettere in campo un progetto nuovo per il terziario. Un progetto sulla bilateralità, che rifletta le caratteristiche del mercato del lavoro terziario, che ridefinisca e implementi alcune funzioni che possano contribuire a fare da collante in un Mdl profondamente destrutturato; che guardi con coraggio a possibili evoluzioni nell’ambito delle funzioni integrative, tanto dell’assistenza, quanto nelle politiche attive del lavoro (che non si traducono necessariamente nella “gestione” del mercato del lavoro, ma nelle possibili funzioni di sostegno all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso la leva della formazione).

E mentre cominciamo a pensare alla nuova stagione contrattuale, occorre non dimenticare che ci sono categorie che non riescono ancora a chiudere le passate stagioni contrattuali.
Fra tutte, la vigilanza privata, sul cui tavolo negoziale ancora non pervengono novità significative, ciò che ha portato alcune strutture, il Piemonte innanzitutto, ad attivarsi per le cause sull’Indennità di Vacanza Contrattuale. In questa situazione, tutto ciò che può essere utile a pungolare la controparte deve essere messo in campo.

4. In autunno, mentre prenderà il via la nuova stagione contrattuale, la Filcams dovrà corredarla di importanti iniziative generali, che facciano da sponda alle problematiche che i contratti incroceranno.

Tra queste, occorre segnalare:

5. Con l’autunno dovremo procedere ad una verifica impegnativa sui processi organizzativi che vedono impegnata la categoria.
L’intenzione della Segreteria Nazionale è di mettere in agenda la Conferenza di Organizzazione, compatibilmente con le scelte che la Confederazione farà.

In ogni caso, quello che ci serve è riflettere sui processi di ri-insediamento della categoria. La Cgil, per fare un esempio, ha svolto in questi giorni due importanti iniziative, l’Assemblea Nazionale delle donne e la Terza Conferenza Nazionale sull’immigrazione, due terreni che devono vedere protagonista la nostra categoria.

Ma si impongono verifiche anche sulle politiche delle risorse, perché la crisi è vissuta anche dalle strutture sottoforma di penuria crescente di risorse disponibili agli investimenti politici ed organizzativi.
Occorre una rilettura della nostra architettura organizzativa, strutture, gruppi dirigenti, per liberare tutte le risorse possibili verso il sostegno degli obiettivi di crescita politica ed organizzativa.

L’iniziativa sulle liberalizzazioni degli orari commerciali

Vorrei, innanzitutto, ringraziare a nome della segreteria nazionale, le compagne e i compagni di tutte le strutture provinciali e regionali che in queste settimane hanno dato vita alle iniziative sulle liberalizzazioni degli orari commerciali, culminate domenica 4 marzo, giornata europea per la difesa della domenica quale giornata di riposo dal lavoro.

Evito citazioni, per non correre il rischio di dimenticare qualcuno, ma avrete seguito attraverso le notizie riportate dal sito, l’impegno profuso da tante strutture.
Domenica è stata un’altra giornata importante, poiché ha visto la mobilitazione unitaria di tutta la categoria, con presidi e iniziative di piazza, che hanno contribuito a diffondere le ragioni della nostra mobilitazione. Questo ci ha consentito di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica una problematica che ha trovato poco spazio nella discussione di queste settimane e di ridare voce ad una parte del nostro mondo che non si è sentita rappresentata da chi ha pensato di liberalizzare gli orari commerciali per salvare l’Italia!

Abbiamo già discusso di questo nella precedente sessione del Direttivo. E’ sufficiente, in relazione al merito della questione, ribadire che le settimane successive si sono incaricate di confermare la fondatezza delle nostre critiche, soprattutto rispetto alle due motivazioni principali che hanno supportato il provvedimento contenuto nell’art.31 della manovra. Era fin troppo facile prevedere che non sarebbero aumentati i consumi, né sarebbe cresciuta l’occupazione. I consumi sono rimasti al palo, poiché i redditi, che sono la leva dei consumi, sono rimasti al palo, anzi, hanno registrato una ulteriore caduta. Nel nostro caso non si può molto filosofeggiare, perché gli scontrini di cassa a fine giornata battono l’inesorabile sentenza. Una sentenza che spiega perché non può crescere l’occupazione. L’incremento dei costi del lavoro domenicale non sono recuperabili con gli incassi domenicali e questo impone alle aziende di fare con quello che c’è, caricando sul personale attualmente in forza le conseguenze.

Naturalmente, la nostra iniziativa ha teso a unire il significato sindacale di questa battaglia, con quello culturale, che nel riconoscere il valore della domenica quale giornata principale di riposo dal lavoro, ha voluto rilanciare una riflessione sul modello di vita e di sviluppo incentrato sul disorientamento al consumo, ovvero, sul consumismo di massa, sganciato dalla capacità di ripensare criticamente le scelte sbagliate che si è continuato a sostenere fino ad oggi.

Poiché siamo di fronte alla necessità di dare continuità a questa iniziativa, prefigurando una fase due della campagna nazionale La Festa non si vende, dobbiamo fare un bilancio obiettivo di quanto prodotto e raccolto fino ad oggi, guardando con coraggio alle criticità emerse.
Dobbiamo ammette di non essere in grande compagnia in questa battaglia!
Al netto di una situazione differenziata, che ha visto una diversa articolazione nel coinvolgimento della società politica ed istituzionale, dobbiamo registrare:

Questo quadro, abbastanza impietoso, dobbiamo averlo bene in mente, se vogliamo dare un senso allo sviluppo della nostra iniziativa, che nel breve e medio termine non può non puntare a creare quel movimento di opinione utile ad offrirsi come contesto entro il quale maturerà il pronunciamento della Corte Costituzionale, previsto entro il mese di giugno.
Naturalmente, la Corte Costituzionale non potrà che farlo in piena autonomia, ci mancherebbe altro. Ma, tra farlo nel deserto totale e farlo in un contesto che cerca di spiegare, di dimostrare al Paese le ragioni per le quali è giusto che sia il livello territoriale a determinare la scelta delle aperture, pensiamo sia meglio che lo faccia potendo riflettere, ricercando il senso più autentico della ratio legislativa, che ha collocato la materia in capo al titolo V della Costituzione.
Tra l’altro, noi che non siamo costituzionalisti, non riusciamo ancora a spiegarci come si possa sostenere che l’art.31 sia di competenza governativa, perché ispirato alla libera concorrenza, dal momento che rende un piacere agli interessi monopolistici della grande distribuzione e per questo totalmente avversato dal resto della rappresentanza associativa.

In ogni caso, l’iniziativa che dobbiamo mettere in campo serve per allenare le truppe per quello che ci attenderà una volta che su questo capitolo andremo definitivamente a regime.
Come sempre, dobbiamo guardare ai due lati della medaglia, quello eminentemente sindacale, con le ricadute sul piano contrattuale e quello più generale, che definiamo la battaglia culturale, sui modelli di vita e di consumo.
Sul primo aspetto, tornerò tra breve, parlando del capitolo sulla contrattazione.

Voglio concludere su questo primo capitolo, con alcune considerazioni relative proprio ai contenuti culturali di questa battaglia.
La scarsa reattività dell’opinione pubblica ai contenuti della nostra iniziativa la dice lunga sui fenomeni di contaminazione culturale subiti dalla nostra società. Dobbiamo essere sinceri, anche in casa nostra non registriamo tutto questo trasporto motivato, che sia la Cgil, o i partiti (PD o SEL). Siamo noi fuori dal mondo? Siamo affetti da velleitarismo pedagogico in questa sorta di battaglia di rieducazione al consumo?
Siamo stati tentati dall’idea di fare un rapido e semplice questionario anonimo in occasione dell’assemblea straordinaria delle Camere del Lavoro di ieri, per interrogare il nostro quadro dirigente sulla condivisione di questa battaglia, poi abbiamo rinunciato (non so se per non demoralizzarci troppo…).
Il fatto è che non è semplice scrollarci di dosso l’idea di essere stati ed essere promotori di una causa persa. Eppure, per noi, porro questo tema di un nuovo modello di sviluppo del consumo è tema che appartiene pienamente alla battaglia che stiamo facendo per “salvare l’Italia”.
Ancora ieri, Susanna Camusso ribadiva che il problema non è solo quello delle misure socialmente eque, ma soprattutto quello di misure utili a rilanciare il Paese, a farlo crescere economicamente e per fare questo non si possono non percorre strade diverse da quelle che lo hanno portato al fallimento nei principali settori strategici. E quello del consumo è uno dei settori strategici, una delle leve fondamentali di una economia.

E, soprattutto, alla domanda “salvare l’Italia per quale idea di società, di Paese?”, non solo noi vogliamo dare una risposta, ma se non la diamo oggi, in questo momento, quando possiamo darla?! Adesso è il momento per fare le scelte che diano un senso all’opera di ricostruzione. Rispondendo ai giornalisti che la intervistavano davanti al Centro Commerciale di Cinecittà Due, domenica Susanna sosteneva che l’idea di indicare agli italiani il centro commerciale quale principale offerta di consumo relazionale, del tempo di vita nel tempo di riposo, non è la nostra scelta, perché abbiamo un’idea diversa di società. Questo non significa limitare la libertà degli italiani di recarsi con tutta la famiglia nei centri commerciali la domenica. Non possiamo che essere molto tristi e preoccupati per quei bambini o per quei giovani che vi si recano, ma non possiamo impedirlo.
Il problema è un altro, quello dell’assenza di alternative, perché l’offerta alternativa, di un consumo alternativo, che investa sul tempo libero, sulla cultura, sullo sport di massa, non esiste, eppure, anche questi sono settori che danno lavoro e aiutano a far crescere il Pil. L’aspetto culturale della battaglia è profondamente legato a quello economico e produttivo.
Non so se potrete riascoltare il confronto radiofonico che Radio 24 ha organizzato ieri con Cobolli Gigli, nel corso di una rubrica. Incalzato dalle obiezioni sulla inutilità delle aperture totali, soprattutto in regime di profonda crisi dei consumi, che dimostrano che il gioco non vale la candela, il Presidente di Federdistribuzione ha enunciato una tesi a dir poco inquietante. E cioè, che tenere aperti i centri commerciali anche la domenica, in regime di crisi dei consumi, è un modo per dirottare i consumi, per metter il consumatore di fronte alla possibilità di rinunciare al cinema, al teatro, alla scampagnata o quant’altro, per destinare quella esigua somma rimasta al consumo di un bene commerciale.
Gli altri battaglia culturale la fanno, altroché! Non vedo, dunque, per quali ragioni noi dovremmo abdicare, lasciare campo libero, tanto più che su quel terreno potremmo avere molta più occupazione di quanto ne porti la liberalizzazione degli orari commerciali.

Nei prossimi giorni, chiederemo a Fisascat e Uiltucs la disponibilità a dare seguito unitariamente alle iniziative sul tema delle liberalizzazioni. Resta inteso che se ciò non fosse possibile, la Filcams proseguirà, chiedendo sempre più il coinvolgimento della Cgil. Naturalmente, come sempre, cercheremo di farlo evitando ci compromettere là dove possibile il coinvolgimento delle altre organizzazioni sindacali territoriali, tanto più che col passare del tempo dovremo sempre più confrontarci e gestire le ricadute in termini contrattuali, sulle quali tornerò in seguito.

Il coinvolgimento della Cgil è importante anche perché rischiamo che questa diventi una guerra tra poveri. Cresce il numero delle nostre lavoratrici e lavoratori, costretti a lavorare la Domenica, che si chiedono perché gli uffici comunali no, perché no le poste, le banche, etc. dato che la Domenica non deve più essere la giornata di riposo dal lavoro universalmente riconosciuta.

Il tavolo del confronto col Governo

Sul confronto col Governo le compagne ed i compagni hanno appreso dalle ripetute comunicazioni della Cgil lo stato dell’arte. Questo mi consente di non dilungarmi, evidenziando i temi che risultano più attinenti alla categoria, approfittando anche del fatto che la presenza di Fulvio, coinvolto in prima persona a quel tavolo, ci consentirà di avere aggiornamenti e valutazioni precise e dettagliate.

Come sapete, dopo la prima parte della manovra del Governo, sulla quale abbiamo già espresso i giudizi noti (il tema delle pensioni per noi non è chiuso!), adesso si tratta della riforma del mercato del lavoro, operazione che il Governo sostiene di voler chiudere entro questo mese.
Anche in questo caso ci sono aspetti condivisibili, ed altri sui quali non possiamo che marcare il nostro dissenso. Anche in questo caso, il confronto è accompagnato da una sequela di luoghi comuni e di pregiudizi che non aiutano un confronto obiettivo e utile.
La parte che non può non essere condivisa è la volontà del governo di combattere il precariato. E’ la nostra battaglia da anni, figurarsi se non è la nostra battaglia.
Ovviamente, combattere il precariato significa innanzitutto mettere ordine nella giungla delle tipologie contrattuali, che negli ultimi vent’anni hanno costituito il pianeta della flessibilità in entrata.
In un settore come il terziario non si può che sfondare porte già aperte. Dal praticantato alle associazioni in partecipazioni, con nel mezzo tutto quello che sappiamo, la nostra battaglia va avanti da tempo. Per cui, se la Ministra Fornero è davvero intenzionata a fare pulizia e giustizia in questo campo, non potrà che trovare il nostro consenso.

Naturalmente, non possiamo non registrare una certa schizofrenia nel modo di procedere del Governo. Sarà scarsa vocazione al confronto o tanto piglio decisionista, che porta a dire si fa anche senza le parti sociali, e già questo è un problema. Ma la linearità del confronto è cosa indispensabile, diremo una precondizione. Non si può al mattino sostenere che bisogna chiudere con la pratica degli associati in partecipazione, perché dalla porta del confronto bisogna far uscire tutte le tipologie che producono la flessibilità “non buona”, e alla sera far rientrare dalla finestra gli interinali, senza dire nulla a nessuno. Ne va della credibilità degli interlocutori.

Affrontare il nodo della precarietà è come mettere un dito nel vespaio e le pressioni sono immaginabili. Ma il precariato non è nato casualmente. La favola che l’ampio ventaglio delle flessibilità avrebbe portato a più occupazione stabile è durata poco. Non ci voleva molto a capire che la flessibilità in entrata sarebbe diventata la leva principale che le imprese avrebbero azionato per fare della riduzione del costo del lavoro la loro principale strategia competitiva, abbandonando il terreno della ricerca e dell’innovazione.
Dire oggi alle imprese che quella leva non può più agire come prima significa prospettare al sistema delle imprese la necessità di spostare su altri terreni la ricerca di nuove strategie competitive. Non solo nuove politiche fiscali a sostegno dello sviluppo, ma nuove strategie di sviluppo, nuove politiche industriali, una nuova qualità della spesa pubblica, finalizzata a rimettere in moto il motore dell’economia.
Per fare un esempio, sabato si è svolta a Roma la manifestazione nazionale unitaria dei sindacati delle costruzioni. Lì hai poco da dire che vuoi combattere la precarietà se non metti in campo nuove politiche di sviluppo settoriale, dai settori infrastrutturali a quelli della bioedilizia.
Devi avere il coraggio di dire alle imprese che non è più risparmiando sul lavoro che puoi competere. Non è più tirando il contratto di apprendistato a 4, 5, magari 6 anni che puoi conquistare i mercati.

Su questo, quindi, siamo d’accordo, soprattutto là dove si sostiene che il deficit di formazione è uno degli handicap principali del nostro sistema. E da questo punto di vista è giusta una revisione del contratto di apprendistato, come pure una riforma e un rilancio della funzione della formazione interprofessionale, finalizzata ai processi di riqualificazione.

Per tutto questo risulta alquanto stucchevole la polemica sull’articolo 18. Un Governo di professori non può non sapere che non esistono relazioni scientificamente provate tra l’esistenza dell’articolo 18 e i principali fenomeni che frenerebbero la crescita delle imprese e dell’occupazione. Il tema è puramente ideologico, la contropartita da pagare per poter mettere mano sulla flessibilità in entrata. Ma noi non siamo d’accordo che si proceda in questo modo, perché se l’operazione di riforma del mercato del lavoro deve essere vera, non può essere inquinata da falsi problemi.
Per questo abbiamo detto che l’art.18 non è tema in discussione e non si tratta di totem, di tabù o quant’altro, ma di semplice rigore e coerenza.
Altro è dire che un lavoratore o una azienda non possono attendere anni per sapere qual è l’esito di una causa, questo è un problema di altra natura, che può essere affrontato, ma non può diventare un cavallo di troia per spazzare via una norma di civiltà, quello che resta il principale deterrente, non contro i licenziamenti discriminanti, ma contro l’uso del licenziamento per motivi economici, per gestire processi di riorganizzazione dell’impresa, perché questo è il vero obiettivo di quelle parte del sistema delle imprese (per fortuna non tutto) che chiede di superare l’art.18.

Evitiamo, quindi, di crearci fra noi problemi che non esistono, tanto più che rischieremmo di non essere capiti da tutto quel mondo fuori dalla portata dell’art.18, che si attende analoga o maggiore attenzione.
Se è giusto dire che non si possono dare diritti a chi non li ha, togliendoli a chi li ha già, abbassando il livello universale, allora è di questo che dobbiamo occuparci.

Ad esempio, della riforma degli ammortizzatori. Qui, il rischio che corriamo è evidente, perché l’idea del Governo di costruire un sistema universale delle tutele, facendo cassa su ciò che già esiste è fin troppo esplicito. Proposte ufficiali ancora non esistono ed il rinvio del tavolo per onesta ammissione di assenza delle risorse, già di per sé è un fatto positivo (questo la dice lunga sul livello delle difficoltà).
Il Governo sembrerebbe aver capito che le nozze con i fichi secchi non si può fare. Il problema è capire dove stanno i fichi secchi! Abbiamo detto che bisogna scavare di più sui patrimoni, sull’evasione. La risposta non può essere una riforma degli ammortizzatori che toglie uno strumento fondamentale, come la CIG per gestire le crisi aziendali, che abbassa le soglie di copertura a regime e che non rende chiaro il nesso tra nuovo sistema e politiche attive del lavoro.

Fulvio vi dirà con più precisione come stanno le cose e quali sono i rischi che corriamo. Noi dobbiamo contribuire all’azione della Cgil rappresentando con forza la richiesta di un settore poco tutelato, che non intende essere pagato ridistribuendo in famiglia ciò che già esiste, ma rivendicando un nuovo investimento per un più equo sistema di tutele.

Ieri l’assemblea nazionale straordinaria delle Camere del Lavoro ha deciso una fase di mobilitazione, che coinvolga i lavoratori attraverso assemblee, attivi, che contribuisca a costruire il clima necessario attorno al confronto col Governo, il cui esito non è per niente scontato.
Questa fase di mobilitazione deve vivere un crescendo ed è già partita con una serie di iniziative alle quali la Filcams ha dato il proprio appoggio. Il primo marzo lo sciopero dei trasporti, il 3 la manifestazione nazionale degli edili, il 4 quella nostra sulle domeniche, il 9 lo sciopero generale della Fiom, poi, l’iniziativa dei pensionati ed altre in alcuni territori significativi.
Dobbiamo mettere in campo una autonoma capacità di costruire coinvolgimento e consenso attorno alle nostre ragioni, in settori che non sono tutti uguali, pur misurandosi con analoghe difficoltà.
Per questo, anche in questo caso, eviterei di fare della Filcams palestra per nostre dispute tutte interne e distanti dalle condizioni reali del mondo che rappresentiamo.
Lo dico perché il 9 marzo noi parteciperemo alla manifestazione della Fiom, per rappresentare non solo la solidarietà con una categoria sotto attacco, ma per condividere alcuni obiettivi che sono propri alla nostra condizione, come quella della difesa del contratto nazionale e per la democrazia sindacale.
Ma da questo alla eventuale proclamazione dello sciopero il 9 marzo del nostro settore, da parte della sola Filcams, di strada ce ne corre! Sarebbe la pretesa di non volersi misurare con le difficoltà che stiamo cercando di gestire con grandi difficoltà; sarebbe cedere a logiche estranee al nostro lavoro, cercando scorciatoie che non vogliamo in alcun modo imboccare.

Riteniamo, invece, che la Filcams debba impegnarsi coerentemente, come già sta facendo, per essere parte attiva dell’impegno chiesto dalla Cgil a tutte le strutture e che ci renderà più forti, qualora nelle prossime settimane la Cgil dovesse essere costretta a decidere nuovi livelli di mobilitazione.

La contrattazione in categoria

Del resto, se da una parte dobbiamo guardare al tavolo del confronto col Governo, dall’altra dobbiamo guardare a ciò che accade nella nostra contrattazione, dove non siamo soli e dove non possiamo fare da soli.
Le questioni che vogliamo porre alla vostra attenzione sono tre.

Contratto Vigilanza privata
E’ del tutto evidente che la vicenda del Ccnl è profondamente connessa a quella del settore e dei suoi destini. La morte per inedia del Ccnl sarebbe l’effetto di una lenta consunzione dell’idea stessa di un settore del servizio di vigilanza privata così come l’abbiamo conosciuto in tutti questi anni.
Ragion per cui, la nostra posizione non può che essere “noi vogliamo un contratto perché vogliamo un settore”. Ovviamente, dobbiamo dire quale settore vogliamo e quale contratto vogliamo. Però, mettere in relazione i due corni del problema non può che renderci più forti, ci aiuta ad allargare il campo delle energie che possono essere mobilitate, per cercare le soluzioni anche agli aspetti sindacali e contrattuali.

La prima conclusione, dunque, è che nel giro di pochissimi giorni la Filcams deve progettare una iniziativa politica che consenta di offrirsi come scenario, come contesto, una iniziativa dove l’approfondimento dell’analisi sui processi che hanno investito il settore possa consentire l’individuazione di un terreno sul quale immaginare anche un riposizionamento strategico delle imprese.

Sicuramente, il tema della sicurezza delle e nelle città, è terreno sul quale noi possiamo mobilitare l’attenzione e l’interesse delle istituzioni, che può offrire anche in una veste diversa la funzione delle stesse prefetture, ad oggi individuate soprattutto come “soccorso rosso” per le nostre vertenze. Ieri –ad esempio- si parlava di progetti elaborati da alcune province sul tema della sicurezza attiva delle città. Noi abbiamo bisogno di valorizzare la funzione di un settore come questo, in chiave anche più sociale, valorizzando l’attività di servizio alla collettività, facendo uscire il Vigilantes dallo stereotipo più diffuso, che lo vede come una figura impersonale, dedita ad un anonimo piantonamento.

L’altro tema è quello degli appalti. Se la norma sul cambio appalti è un punto importante del nostro contratto, non è un caso. Ma è la stessa ragione che collega le modalità di gestione di questo servizio ad altri servizi, la cui modalità è sempre quella dell’appalto. Anche qui, le sponde sono importanti, perché è fuori dubbio che se noi facciamo della politica dei servizi in appalto terreno da “bomba, liberi tutti” è altrettanto ovvio che le aziende si sentono in un certo qual modo legittimate a vivere nel Far-West.
Ricorderete che avevamo inserito il settore della vigilanza dentro l’iniziativa sugli appalti svolta l’anno scorso. Da lì dobbiamo ripartire, ricollocando questa problematica nell’iniziativa che dobbiamo progettare a breve.

Questo è il primo aspetto, che ovviamente, avrà i suoi tempi di realizzazione. Non potranno essere lunghissimi, anzi, dovranno essere i più brevi possibili, ma che non potremo fare domattina.
Quindi, l’altro aspetto è il tavolo contrattuale, sul quale dobbiamo tentare l’affondo. Ieri abbiamo ascoltato quali sono le nostre disponibilità, sulle quali nelle prossime ore dovremo compiere una ennesima verifica tra le segreterie generali dei sindacati di categoria.
Ovvio che per noi c’è una soglia sotto la quale non possiamo scendere e lo abbiamo detto anche al coordinamento. Se dobbiamo rinnovare un Ccnl abbastanza peggiore di quello che abbiamo, tanto vale tenerci quello che abbiamo! Naturalmente, non ci sfugge il fatto che con questi chiari di luna non possiamo fare un grande contratto acquisitivo. Nel linguaggio della chiarezza, questa è la classica situazione nella quale si usa dire che dobbiamo uscirne lasciandoci alle spalle meno penne possibile. Pensare di vincere al 92’ una partita che ci ha visto consumare tutto il fiato che avevamo nei polmoni sarebbe puro miracolo.
Tuttavia, attorno a quei 3-4 punti che Sabina ieri riproponeva, dovremo tentare di fare un affondo, provando a portarci dietro Cisl e Uil, con la verifica che faremo in queste ore. Inutile ricordarci che le controparti, già abbondantemente disarticolate fra loro, difficilmente farebbero il contratto con noi, lasciando fuori Cisl, Uil e Ugl!

Se non ci riusciremo, dovremo inevitabilmente convivere con questa situazione. Convivere con questa situazione, che potremmo definire una incompiuta, significa, da un lato, dare ai lavoratori una prospettiva di attenzione permanente alle problematiche del settore ed a questo può contribuire l’iniziativa che vorremmo mettere in cantiere e soprattutto la sua continuità. Dall’altro, individuare un terreno sul quale continuare ad esercitare il nostro mestiere di agente contrattuale e se non riesci a sfondare sul tavolo nazionale, non puoi che provare a farlo in azienda o, dove esiste, a livello territoriale.
Non stiamo inventando niente di nuovo! Ma se al tavolo nazionale non riusciamo a sfondare, non è per la malasorte, né, in questo caso, per qualche funzionario di Confcommercio o Confindustria che si mette di traverso, qui sono proprio le aziende. Per questo, dobbiamo presentare loro il conto, aprendo nuovi fronti negoziali.
Dobbiamo mettere in campo tutte le armi di cui disponiamo, compresa, ovviamente, la mobilitazione generale, che va prevista con la dovuta intelligenza e consapevolezza.

Per tutte queste ragioni ci sembra giusto accogliere l’indicazione di realizzare un momento generale di confronto con i quadri delegati, un attivo nazionale con la partecipazione della Confederazione, che metta a punto questo scenario di iniziative e che consegni ai territori, attraverso attivi, assemblee, diffusione di materiale, il compito di ritessere un rapporto con i lavoratori interessati e, soprattutto, confermare una attenzione della Filcams alla loro condizione.

Ccnl Cooperazione
Sul Ccnl della Cooperazione è in corso la consultazione, quindi, ritengo inopportuno in questa sede svolgere troppe considerazioni. Del resto, la sessione del direttivo di dicembre aveva già anticipato quelle che sarebbero state le conclusioni di quel negoziato.
In questa sede mi limito a queste brevi considerazioni.
Sul merito, non possiamo che confermare la complessità di questa vicenda, che ha portato ad una conclusione sofferta, non priva di elementi di criticità, che dovremo gestire nel corso della durata contrattuale.
Quello che non riteniamo di poter condividere è lo squilibrio di certe valutazioni che abbiamo registrato. Quando si esagera, vuol dire che l’intensione va oltre il merito delle questioni. Poiché non abbiamo mai negato i punti critici di quell’accordo, non si riesce a capire la ragione per la quale 1) non esiste analogo sforzo nell’apprezzare quali sono i pericoli che abbiamo evitato (malattia, orario), 2) si può dire quel che si vuole, ma di strutturale non vi è nulla, nel senso che quelle criticità, per poter continuare a vivere, dovranno essere riproposte alla scadenza del contratto (non vi sono automatismi). Certamente, la cooperazione tornerà alla carica, questo lo sappiamo già, ma noi abbiamo due anni per andare un po’ più attrezzati a quell’appuntamento.
Questa è pura operazione-verità, evitare di vendere quello che non c’è, nel bene e nel male, e non abdicare al ruolo attivo che è richiesto al sindacato nei prossimi mesi.

Certo, tutto questo riconduce al tema della metamorfosi in atto nel mondo della cooperazione di consumo. Abbiamo fatto questa operazione per provare a difendere un contratto ispirato alla distintività della Coop, ma non possiamo fare a meno di registrare la graduale estinzione di questa distintività.
Lo abbiamo visto anche nelle polemiche sorte in seguito alla pretesa di una attuazione anticipata di alcune normative contrattuali, prima ancora che l’ipotesi di accordo fosse siglata, pretese che hanno dimostrato anche una certa regressione nella cultura sindacale, cosa della quale abbiamo riscontro nella quotidianità delle relazione nelle varie aziende.

Attendiamo la conclusione della consultazione, della quale prenderemo atto. Ma anche su questo punto, archiviata la vicenda del rinnovo contrattuale, dovremo immediatamente dare seguito all’iniziativa sulla cooperazione, che già avevamo lanciato a Firenze due anni fa.

Il terziario
Infine, poche considerazioni generali sul terziario, di cui abbiamo lungamente parlato. In questo caso, ci preme anticipare alcune riflessioni che hanno impegnato la segreteria in questi giorni.

Già avevamo il problema di prepararci per tempo alla prossima scadenza del Ccnl (non sapendo come si fa a rinnovare un Ccnl che non abbiamo firmato). Adesso abbiamo la complicazione di non sapere quanti contratti dovremo fare, se oltre a quello con Confcommercio, avremo anche quello con Federdistribuzione, con la quale avremo il primo incontro lunedi della prossima settimana.

In ogni caso, noi abbiamo diversi problemi sui quali procedere rapidamente ad un ulteriore aggiornamento della nostra elaborazione sulla contrattazione, dopo la riunione seminariale dell’anno scorso. All’iniziativa di contrasto all’accordo separato, che abbiamo cercato di sviluppare in modi articolati, soprattutto lavorando sul secondo livello di contrattazione, dobbiamo cogliere l’ulteriore specificità che si è determinata ed accentuata nel settore della GDO, in seguito alle liberalizzazioni.

Nel valzer delle ipocrisie che abbiamo ascoltato in queste settimane, sempre nell’intervista a Radio 24 di ieri si è anche sostenuto che il lavoro domenicale rappresenterebbe una opportunità per guadagnare di più, quando, invece, sappiamo che le maggiorazioni definite dalla contrattazione sono sempre più incompatibili con la scarsa redditività delle aperture domenicali. E come se non bastasse, ieri se n’è sentita un’altra, cioè, che lavorare la domenica, offre l’opportunità di poter fare festa il lunedì, il martedì, insomma, durante la settimana.
Al di là dell’aspetto sociale di tale affermazione, sul piano sindacale essa appare molto propedeutica all’idea di considerare la domenica un giorno normale di lavoro, da poter scambiare durante la settimana con un altro giorno qualsiasi.

Ma altre idee si sono messe in campo. Ad esempio, il nostro attento osservatore Dario Di Vico, ascoltando le nostre lamentele sull’assenza degli asili nido ai quali affidare i figli delle mamme che la domenica dovrebbero andare a lavorare e non hanno a chi lasciare i bambini, ha invitato il sindacato a ricercare nel Welfare aziendale le risposte a questo problema.

Come vedete, si tratta di capire meglio cosa si sta muovendo dentro questo mondo e dove può pensare di andare un settore come quello della GDO, attrezzato di questi proponimenti.
Anche per questo, nella nuova riorganizzazione della struttura nazionale, che diffonderemo alle strutture dopo la riunione di oggi, abbiamo previsto un progetto specifico sulla GDO, per indagare più a fondo sui processi in atto al suo interno e prevedere le possibili ricadute sul piano della contrattazione.

Nel frattempo incombono le scadenze della contrattazione aziendale, per questo riteniamo urgente un nuovo appuntamento della direzione sul tema specifico della contrattazione, per fare il punto sullo stato dell’arte, appuntamento che vi proporremmo per il 15 marzo p.v.

Finisco con due flash.

Esiste un comma 14 nelle misure del Governo che parla di autocertificazioni delle aziende. Questa è l’anticamera per rendere più fragile la politica per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Anche per questo è nostro impegno proseguire nell’attività di rilancio del tema salute e sicurezza nella nostra categoria.

Si svolgeranno le elezioni per le Rsu nel pubblico impiego. Oltre agli auguri di pieno successo della F.P., riteniamo che questo appuntamento debba rilanciare il tema della democrazia e della rappresentanza, del quale si era in parte parlato anche nell’accordo del 28 giugno e che non ha avuto seguito.
Anche su questo la Filcams deve capitalizzare quanto ottenuto in occasione dell’accordo Coop, dove Fisascat e Uiltucs hanno condiviso di dare una risposta al problema.

Per finire, sono in debito di una risposta alla dichiarazione di voto sul bilancio, del compagno Trunfio. Invito il compagno a rileggere con attenzione la lettera del Segretario Generale e se la lettera verrà riletta senza pregiudizi o distorsioni, si capirà che li la funzione di garante del pluralismo è proprio quella che il Segretario Generale ha inteso pienamente esercitare. Cosa che altri non hanno voluto fare, senza offrire alla segreteria spiegazioni di merito.

Alla Filcams si possono imputare tanti limiti e difetti, ma se c’è una cosa che non si può proprio contestare alla nostra categoria, come la stessa commissione di garanzia ha sancito, è il rispetto del pluralismo e della delibera che lo tutela. Ma non perché c’è una delibera, quanto perché è nel nostro dna.
In Filcams non esiste nessuna questione democratica, a meno che non si intenda la democrazia come quella cosa che ci da ragione a prescindere. Ma quella si chiama in altro modo e, soprattutto, non ci appartiene.

1. Contro il razzismo

Vogliamo dedicare l’inizio di questi nostri lavori a Samb Modou e Diop Mor, i due ambulanti senegalesi uccisi dal Killer di estrema destra Gianluca Casseri, per ribadire l’impegno della Filcams nella lotta contro ogni forma di razzismo e per la costruzione di una società multietnica e multiculturale.

Quanto accaduto a Firenze, e pochi giorni prima a Torino, offrono la realtà di un fenomeno molto preoccupante, che può descrivere un pericoloso salto di qualità nella cultura e nel sentimento politico del Paese. Torino e Firenze rappresentano due comunità fortemente inclusive, dove la cultura dell’integrazione e dell’inclusione sono stampate nel dna della loro storia. Basterebbe citare l’esperienza di Giorgio La Pira, sindaco di una Firenze aperta all’Europa e al mondo, che tra i banchi del mercato di S. Lorenzo esprimeva nei commenti dei commercianti nativi lo smarrimento e l’incredulità per un gesto lontano mille miglia proprio da quella civiltà politica che ha fatto la storia della città, della regione, come di Torino e di tante altre città e regioni d’Italia.

La grande partecipazione che ha caratterizzato le manifestazioni svolte sabato conferma la dominanza del sentimento di rigetto verso le forme di razzismo e di emarginazione, e questo indubbiamente ci consente di guardare con fiducia al nostro impegno.
Occorre, tuttavia, che la nostra riflessione su quanto accaduto scenda un po’ più in profondità, avendo il coraggio di guardare oltre il gesto di una persona squilibrata, oppure, come pare nel caso di Firenze, armato di un lucido disegno criminale.
Per questo è necessario ricondurci alle parole del rappresentante fiorentino della comunità senegalese “possibile che nel 2011 uno muoia per il colore della sua pelle?”

E’ fuori dubbio che sul terreno del multiculturalismo la nostra società è regredita e questo non per colpa di qualche pazzo scatenato o farneticante combattente per la razza pura. Siamo di fronte alle conseguenze di politiche perseguite per lunghi anni, i contenuti e gli effetti delle quali ci consegna questa regressione e colloca l’Italia anche su questo, nei posti più bassi della graduatoria dei paesi più civili.

Siamo di fronte, innanzitutto, a responsabilità gravi della destra politica e sociale. La politica verso il fenomeno dell’immigrazione, condotta in questi anni dai governi di centro destra, non ha fatto altro che istigare l’idea che il diverso di colore, invadendo e configgendo con gli interessi dei nativi, andasse prima rinchiuso negli appositi recinti e successivamente respinto a domicilio.
La xenofobia in questo Paese non nasce certamente oggi, ma il clima di paura e di intolleranza cresciuto anno dopo anno, cavalcando fin troppo strumentalmente il problema della sicurezza nelle città, ha trovato nelle leggi volute dal centro-destra (Bossi-Fini) e da tanti altri provvedimenti che hanno visto protagonisti sindaci di città importanti, la vena a cui alimentarsi e dalla quale far esplodere le manifestazioni più virulenti, come quelle di cui stiamo parlando.
Salvo, naturalmente, continuare a considerare i migranti limoni da spremere nel mercato del lavoro, per poi buttarli via, nelle fasi di pesante crisi, come quella che stiamo vivendo.

Occorre, tuttavia, che la nostra riflessione aggredisca anche l’indifferenza e la sottovalutazione, anch’essi prodotti delle politiche condotte in questi anni, ma che sarebbe sbagliato e limitativo attribuire solo al nostro campo politico avverso.
Dobbiamo affrontare le ragioni che anche a sinistra hanno prodotto una grande amnesia storica, che ci ha fatto dimenticare come lo stesso nostro Paese è stato a suo tempo protagonista di grandi flussi migratori, anche dalle terre che più di ogni altre oggi tendono ad espellere il diverso di colore.
Spesso, è stato più il tempo dedicato a rincorrere la destra sul suo terreno, ad esempio quello della sicurezza prevalentemente come problema di ordine pubblico, che non a costruire un progetto in grado di affrontare e risolvere, come già fatto in altri paesi occidentali, i temi della cittadinanza per i nati in Italia, quello del diritto di voto amministrativo, per non parlare dei diritti sociali e sul lavoro.
Non dobbiamo dimenticare che nelle stesse città “più a sinistra d’Italia”, abbiamo vissuto momenti di forte contraddizione, come a Firenze, all’epoca del provvedimento sui lavavetri, o a Bologna, con i controversi provvedimenti del sindaco Cofferati sulla presenza degli immigrati nelle strade della città.

Come Filcams, pertanto, dobbiamo confermare l’impegno a fare di questa problematica, uno dei tratti distintivi del nostro lavoro, anche per la presenza diffusa e crescente dei migranti nel settore, a partire dal lavoro domestico.
Dopo la pausa natalizia, torneremo a riunire la consulta dei migranti per formulare un programma di lavoro che impegni la categoria a tradurre nella nostra realtà settoriale gli obiettivi della Convenzione Internazionale ONU sulla protezione di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie, convenzione che nessun paese dell’UE ha ancora sottoscritto e ratificato.
Anche le piccole cose hanno un loro significato, ci identificano come un punto di riferimento nella battaglia contro le discriminazioni, come lo è stato nell’impegno che abbiamo messo per respingere una delle brutture del Ccnl separato del TDS, che prevedeva l’allungamento dell’apprendistato di un anno per i migranti, sul quale l’UNAR è successivamente intervenuta per chiedere ai firmatari di quel atto discriminatorio di modificare il testo (peraltro superato dai successivi provvedimenti del Governo in materia di apprendistato).

2. La manovra del Governo ed effetti sul terziario

Sulla manovra del Governo sono noti i giudizi della Cgil, riconfermati in occasione dell’ultimo Direttivo della scorsa settimana, quindi, ciò mi esime di ripeterli.
Possiamo dire che, rispetto alla prima versione della manovra, quella votata dal Parlamento contiene qualche modifica, che rende lievemente meno eclatante l’iniquità che avevamo denunciato fin dall’inizio, e solo perché il sindacato ha da subito denunciato con forza l’ingiustizia sociale che in essa vi era contenuta.
Ma quelle modifiche non spostano di granché l’asse dell’iniquità da noi denunciata, che resta sostanzialmente quella di partenza e che non può a nostro giudizio essere giustificata dalla gravità della situazione, perché gli stessi saldi potevano essere realizzati facendo scelte diverse, che mettessero le mani in altre tasche, che facessero pagare di più chi fino ad oggi aveva pagato meno o per niente.

Vale per tutti l’esempio delle frequenze televisive. Impossibile da spiegare e giustificare un così sfacciato regalo a chi, peraltro, è il principale responsabile della situazione in cui siamo, mentre continua l’accanimento verso pensionati e pensionandi. Lo abbiamo detto per tutte queste settimane e se si è aperto uno spiraglio non è perché era evidente che fosse cosa di puro buon senso, né di destra, né di sinistra, ma solo perché le dinamiche del rapporto tra PDL e Lega hanno fatto si che questo spiraglio si aprisse, a conferma che non esistono governi tecnici e non possono esistere, dal momento che la fonte di legittimazione del loro agire è sempre la volontà parlamentare.

In ogni caso, la manovra passerà e noi continueremo nel combattere gli aspetti negativi, ragion per cui, Cgil-Cisl-Uil hanno confermato il programma delle mobilitazioni, che prevedono presidi ed altre iniziative.

Qui vogliamo concentrarci prevalentemente su alcune conseguenze che la manovra avrà nei nostri settori.
Quella più eclatante riguarda il provvedimento sulle liberalizzazioni, che dà il via libera alle aperture totali, sia in materia di orario, che di siti distributivi.
La misura appare ancor più vessatoria per il settore, perché è sostanzialmente l’unica sopravvissuta del pacchetto delle liberalizzazioni, letteralmente demolito dall’azione delle lobbie ed è quella più lontana come efficacia, dagli obiettivi che la manovra si è prefissata. Per questo essa si presenta come un vero e proprio regalo alla lobbie della Grande Distribuzione Organizzata, che hanno usato la manovra come vero e proprio cavallo di troia.
Significativo, a questo proposito, appare il comunicato di Confcommercio, apparso nei principali quotidiani nazionali ieri, su pagine intere a pagamento, con il quale l’associazione dei commercianti, pur con toni educati, spara a zero sulla misura, denunciandone i pericoli, oltreché l’inutilità e la sua distanza da quanto avviene in Europa.
Potrebbe parlare quel comunicato al posto nostro, per dimostrare che la nostra non è né posizione ideologica, né pretestuosa.
Mettere in relazione l’andamento dei consumi con la liberalizzazione degli orari è operazione puramente mistificatoria, soprattutto in una fase di crisi profonda degli stessi consumi. Non è il servizio distributivo che manca, tanto più dopo i tanti interventi operati dai comuni e dalle regioni, che hanno allargato in questi ultimi anni la regolamentazione, verso nuove aperture, domenicali e festive.
Si tratta di un provvedimento che non avrà alcun effetto concreto sulla dinamica dei consumi, tanto più a fronte di una manovra che toglie con l’altra mano quote significative di reddito tanto alle famiglie, quanto ai singoli consumatori.
Qui sta il paradosso più grande: da un lato il governo aumenta le tasse e l’Iva, riducendo inevitabilmente la propensione al consumo, per non parlare degli effetti che la mancata crescita avrà sull’occupazione, dunque, sulla produzione del reddito complessivo; dall’altro, consente le aperture totali, non si capisce bene per fare che cosa. Chi andrà a comprare? Con quali nuove disponibilità?

Siamo ancora di fronte alle teorie strampalate, che hanno caldeggiato in questi anni la liberalizzazione. La più strampalata in assoluto è che questo provvedimento creerà nuova occupazione. Ma dove? Quale? E’ la stessa Confcommercio a confermare che quel provvedimento rappresenta un costo per le imprese, che non potrà essere compensato con l’aumento dei prezzi. L’unica possibilità, dunque, è ricorrere al solito armamentario della flessibilità estrema. Probabilmente, cominceremo a vedere qualche part-time a 8 ore, che l’ultimo Ccnl separato TDS si è inventato.

La verità è che la liberalizzazione rischia di distruggere vera occupazione, quella impiegata nella piccola e media distribuzione, che non reggerà l’urto della liberalizzazione.

Ovviamente, a pagare per tutti saranno i dipendenti, uomini e donne, donne soprattutto, che subiranno un ennesimo colpo alle già difficili condizioni di vita e di lavoro. Sappiamo bene e lo abbiamo detto per l’intera campagna che abbiamo condotto la scorsa primavera, che liberalizzazione e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro non sono compatibili. Su questo non possiamo che ribadire con ancora più forza quanto già affermato nel corso di tutte le nostre iniziative.

Adesso ci troviamo di fronte ad un provvedimento che difficilmente potrà tornare indietro. Proveremo in questa ultima settimana a mobilitare tutti i livelli possibili per chiedere di correggere il decreto, che rischia di vanificare e annullare tutti gli sforzi fatti sul territorio per negoziare e concertare con comuni e associazioni datoriali i calendari delle aperture.

Si tratta di un colpo grave al ruolo delle parti sociali e all’autonomia di regioni e comuni.
La prima verifica dovremo farla proprio con le Regioni, la cui titolarità viene messa in discussione, titolarità che si era esercitata fino ad oggi con l’elaborazione delle leggi regionali sul commercio, attraverso le quali abbiamo tentato con alterne fortune di reintrodurre una logica programmatoria in materia.

In secondo luogo, dovremo estendere tale verifica con l’Anci, con la quale lo scorso 29 aprile era stata raggiunta un’intesa con Cgil-Cisl-Uil, che salvaguardava le principali festività civili e religiose e rilanciava il ruolo della concertazione territoriale.

In terzo luogo, si tratta di verificare la possibilità di condividere con Confcommercio, Confesercenti e Lega Coop.ve una posizione comune, un avviso comune, che ci consenta di riaprire in qualche modo la questione.
Di questo abbiamo già interessato la segreteria nazionale della Cgil, affinché potesse verificare le disponibilità di Cisl e Uil a condurre insieme questa iniziativa.
Ci auguriamo che ciò sia possibile. In ogni caso, la Filcams non può dare per chiusa la partita. Significherebbe annullare di colpo uno degli aspetti più significativi della nostra piattaforma politica, che intreccia tanto la contrattazione, quanto le prospettive di sviluppo del settore.

Infatti, il provvedimento sugli orari va letto assieme a quello che liberalizza l’apertura di nuovi siti commerciali, scelta forse ancora più grave, perché si tratta di un vero e proprio colpo alla programmazione del settore, consegnato per questa via mani e piedi allo sviluppo scellerato dei grandi formati distributivi. Verrà così ad essere sconvolto il già precario equilibrio tra GDO e commercio di vicinato, con ulteriori conseguenze negative sulla sostenibilità sociale ed ambientale delle nostre città e delle nostre periferie.
Una scelta, lo ripetiamo per l’ennesima volta, che non ha riscontri in Europa, dove ta tempo si è innestata la retromarcia.

Auspichiamo che Cisl e Uil, così come Fisascat e Uiltucs condividano la necessità di lanciare una forte iniziativa sul tema, che sensibilizzi la politica e l’opinione pubblica. Se questo, però, non fosse possibile, è compito della Filcams assumere questo impegno, lanciando la seconda fase della campagna nazionale La Festa non si vende, perché al momento in cui i comuni inizieranno ad allineare le loro situazioni con quanto previsto dalla manovra, noi non potremo stare zitti. Anzi, dobbiamo da subito farci sentire, impegnando il gruppo dirigente nazionale a predisporre già per i prossimi giorni tutto il materiale possibile per spiegare bene ai cittadini-consumatori di cosa stiamo parlando.

Non sarà facile. Se questo provvedimento è potuto sopravvivere alla falcidia delle liberalizzazioni è anche perché interpreta un pensiero purtroppo dominante nel paese. E questo investe anche la politica, i partiti di sinistra. E’ impressionante il silenzio assordante che vi è stato sull’argomento. Nessuno ne ha parlato, tanto il PD, che è in parlamento, quanto gli altri partiti della sinistra che al momento sono fuori. E’ impressionante che le prime istituzioni che hanno preso posizione, regioni e comuni, sono quelle di centro-sinistra.
Il problema non sta solo nella cultura politica e sindacale dominante, che continua a leggere il mondo del lavoro nella direzione tradizionale. Sul tema specifico la nostra convinzione è che siamo culturalmente in minoranza ed è questo gap culturale che dobbiamo continuare a rimontare.

Il periodo che va da Natale a Befana è una prima occasione per diffondere la nostra posizione nei punti di vendita ed in questo senso proveremo nelle prossime ore a predisporre il materiale necessario.

Del provvedimento sulle liberalizzazioni vi sono poi due questioni che toccano il nostro settore, le farmacie e le libere professioni.

Nel primo caso abbiamo già espresso il nostro punto di vista con la nota inviata al momento della presentazione della manovra. Come al solito, e lo abbiamo denunciato in quella circostanza, ci si appella all’urgenza per tenere ancora scissa l’esigenza di una riforma della rete della distribuzione farmaceutica. Paradossalmente, ci siamo trovati in compagnia di chi ha fatto affossare quel provvedimento, ma le nostre perplessità sul decreto del Governo erano e sono relative alle mancate risposte su alcuni nodi strategici. Da tempo abbiamo segnalato come Filcams, sia al Governo che alle controparti, la necessità di un ridisegno normativo organico e complessivo della materia, che offrisse ampie garanzie di salvaguardia del ruolo sociale del presidio sanitario rappresentato dalla farmacia e quello della tutela professionale degli operatori.
Nulla di tutto questo è contenuto nella manovra, ispirata, anche in questo caso, a fare cassa, sotto forma di risparmio di spesa per le famiglie. Obiettivo nobile, ma non scindibile dal tema da noi segnalato.

L’altro aspetto riguarda l’abolizione degli ordini professionali, naufragato di fronte alla potente lobbie che li rappresenta.
Noi rappresentiamo la parte più debole del mondo delle professioni, quella che stenta a costruirsi una prospettiva professionale stabile e qualificata. La nostra iniziativa si è sviluppata nella duplice direzione di dare a queste persone, prevalentemente giovani, una maggiore copertura contrattuale (e con l’ultimo Ccnl abbiamo fatto nuovi passi in avanti) e di sostenere assieme alla Cgil ed ali partiti di sinistra un progetto di riforma degli ordini. Anche su questo dovremo dare continuità al nostro lavoro, ricordando che la politica dei due tempi, alla quale fa riferimento il governo, non è accettabile oggi, perché siamo di fronte ad un esecutivo tecnico, tanto più che le scelte compiute sono tutt’altro che tecniche.

Su tutti questi temi, la Filcams deve caratterizzare l’iniziativa e la mobilitazione sindacale dei prossimi giorni, con tutti i mezzi e le forme possibili.
Sono temi mediamente assenti nei commenti e se non li recuperiamo noi, non li recupera nessuno. Credo che sulle conseguenze delle liberalizzazioni nel settore, a partire dal commercio, dobbiamo prevedere di mettere in agenda una iniziativa che inauguri il nuovo anno e rilanci, come già detto, la campagna che abbiamo concluso la scorsa primavera.

Purtroppo, non è l’unico punto negativo della manovra con il quale siamo chiamati a dover fare i conti.
L’altro grave aspetto che ci riguarda è quanto contenuto in materia di appalti. La scelta di contemplare il costo del lavoro tra i fattori utili a determinare i ribassi di asta rappresenta una vera e propria istigazione a deregolamentare il settore degli appalti. Qui veramente sembra che chi ha pensato il provvedimento o non capisca nulla di appalti, oppure, sia stato ispirato dalla furia de-regolativa, contro la quale da anni ci battiamo. Quella che cerca di non applicare i Ccnl, quella che risparmia sul costo del lavoro e sulla sicurezza, quella che fa del settore degli appalti il luogo della irregolarità e della illegalità, per buona parte ostaggio della penetrazione malavitosa.

Anche qui c’è poco da aggiungere, se non che per la Filcams si tratta di riprendere il lavoro avviato già da un po’ di tempo, che si è proposto quale momento di confronto fra le categorie della Cgil e con la Confederazione e che deve assumere quali obiettivi, sia il tema delle regole, trasparenza, legalità, diritti, sia quello dello sviluppo, perché dentro la fase di recessione, quale quella prevista anche per il 2012, questo settore sarà uno di quelli che più rischia di subire una forte contrazione occupazionale.

Per concludere le considerazioni sulla manovra che riguardano più direttamente la categoria, non possiamo non rivolgere la nostra attenzione sui temi che riguardano il mercato del lavoro. Il Ministro del Lavoro ha annunciato che questa sarà la prossima tappa, che bisogna combattere la precarietà e che l’art.18 non può più essere un tabù. Se il buongiorno si vede dal mattino, ci pare vada a delinearsi una nuova rotta di collisione con il Governo.
Cosa c’entra la lotta alla precarietà con l’articolo 18?! Occorre che una categoria come la nostra svolga un ruolo determinante nel descrivere il senso di un vero e necessario intervento sul mercato del lavoro.

La nostra equazione è la seguente: l’intervento sulle pensioni a reso definitivo ed universale il meccanismo contributivo, ciò significa che la pensione i giovani devono costruirsela versando i contributi.
Qual è l’unico modo per versare i contributi? Ovviamente, lavorare! Ma per avere una pensione dignitosa quanti contributi occorre versare? Sicuramente non quelli che derivano da un impiego precario o a part-time, dato che il gettito contributivo si collocherebbe ad una discreta distanza dall’imponibile richiesto per una pensione dignitosa.
Nel mondo del terziario, dunque, il problema del mercato del lavoro è quello di fornire ulteriore flessibilità in uscita, oppure rendere più stabile il lavoro e renderlo stabile a tempo pieno, per disporre della necessaria base contributiva?
Se lo è in generale, nel mondo del terziario porre il tema dell’art.18 in relazione alla lotta contro la precarietà è totalmente destituito di ogni fondamento.
Il terziario necessità di maggiori tutele dentro la crisi, quindi, l’estensione degli ammortizzatori sociali e della semplificazione delle tipologie contrattuali in funzione di una maggiore stabilità.

Il Paese ha bisogno di maggiore coesione sociale, ha bisogno di unire le risorse non dividerle e riproporre in questa situazione del Paese il terreno di un conflitto così aspro, come quello che si scatenerebbe sulla vicenda dei licenziamenti, sarebbe da irresponsabili e, vogliamo aggiungere, molto poco tecnico come motivazione.

Per questo dobbiamo giocare d’anticipo e chiarire fin da subito che il problema del mercato del lavoro italiano non è come uscire, ma come entrarvi e come rimanervi, questo va detto con forza e va detto subito.

3. I tavoli contrattuali aperti

Cooperazione
Il negoziato per il rinnovo del Ccnl Coop giunge con questa settimana ad uno snodo decisivo.
Come ho già avuto modo di dire nella riunione del coordinamento di venerdì, si è trattato di una trattativa assolutamente anomala, almeno da un certo punto in poi, fuori dagli schemi tradizionali, che ci ha creato molte difficoltà, soprattutto nel rapporto con le lavoratrici e i lavoratori. Di questo tutto il gruppo dirigente ne è consapevole, assumendosi in prima persona la responsabilità di una scelta condivisa con le strutture e lo stesso coordinamento, quando la trattativa era giunta ad un passo dal patatrac.

Vorrei riassumere schematicamente la dinamica che ci ha visti impegnati a quel tavolo, giunti al limite della rottura.
La Cooperazione, che aveva impostato il negoziato con l’obiettivo di recuperare margini significativi nella differenza di costi con il contratto del terziario, aveva posto la pregiudiziale di allineare il Ccnl della Cooperazione almeno ad alcuni dei fattori di ulteriore squilibrio che l’accordo separato aveva aggiunto alle differenze già esistenti.
Per questo chiedeva di poter definire un’intesa sull’orario, sulla malattia, sulle deroghe, oltre ad un’altra serie di questioni.

Con questa impostazione, la trattativa non poteva che imboccare un vicolo cieco, poiché era impossibile per noi accogliere le richieste della Cooperazione, che avevamo già respinto al tavolo di Confcommercio.
A sostegno della nostra posizione abbiamo proclamato uno sciopero generale pienamente riuscito, che ci ha dato forza nel sostenere la coerenza di quella nostra impostazione.

Di fronte al rischio di una grave rottura del tavolo, o di un accordo separato o peggio ancora di una scelta della Cooperazione di confluenza nel Ccnl TDS, abbiamo condiviso con la Cgil la scelta di fermare le macchine, per verificare i margini di un riposizionamento del negoziato. Con la Cgil abbiamo chiarito che non è l’ipotesi della confluenza nel TDS che ci preoccupa, dato che questo sbocco rientrerebbe nella logica di una razionalizzazione dei contratti, quanto il contesto non certo favorevole per guardare a questa prospettiva, quello dell’accordo separato del TDS. Di tutti i momenti per affrontare il problema, abbiamo condiviso che non era questo quello più adatto.

Per questo abbiamo avviato un confronto serrato nelle sedi politiche, con la Lega e con la Cgil, per verificare l’esistenza della pre-condizione, ossia, la volontà della Coop di non sottoscrivere accordi senza la Filcams-Cgil.
Abbiamo al tempo stesso chiarito che non avremmo mai potuto concedere alla Cooperazione parti del Ccnl TDS che non abbiamo sottoscritto, in particolare, in materia di malattia e doppi regimi.

Di fatto, abbiamo determinato una sospensione del negoziato ufficiale, accettando di lavorare su un terreno molto più informale, ma molto più produttivo ai fini della ricerca delle possibili soluzioni.
Dopo quattro mesi di lavoro, siamo nella condizione di poter dire che gran parte delle condizioni per imboccare la strada della sottoscrizione di un accordo sono state individuate, non senza qualche sofferenza, ma con sufficiente coerenza con le nostre posizioni.

Abbiamo spazzato via dal tavolo il tema della malattia, concedendo solo una disponibilità al secondo livello di affrontare il tema della morbilità, sulla base di una verifica attenta dell’organizzazione del lavoro e delle condizioni di lavoro. La stessa posizione che avevamo portato al tavolo Confcommercio e che non fu sostenuta adeguatamente da tutte le organizzazioni sindacali.

Sulle deroghe, abbiamo dovuto necessariamente sintonizzarci con la novità dell’accordo del 28 giugno, cogliendo l’occasione per porre al tavolo un tema importante, quello delle regole. Infatti, la nostra posizione è che al secondo livello il processo derogatorio deve fondarsi sulla definizione di regole con le quali gestire la contrattazione di secondo livello, onde evitare la possibilità di sottoscrivere accordi separati. Inoltre, diversamente dall’accordo del 28 giugno, abbiamo affermato la temporaneità del processo derogatorio.

Lo scoglio più grosso riguarda l’orario di lavoro, sul quale la Cooperazione ha preteso fin dall’inizio del negoziato una modifica strutturale, che portasse l’orario settimanale a 40 ore per i nuovi assunti e definire per questa via il nuovo, futuro Ccnl della Cooperazione.
Quando abbiamo capito che il Ccnl sarebbe passato per una mediazione su questo punto, abbiamo cominciato a ragionare sul possibile compromesso, che mantenesse una significativa coerenza con le nostre posizioni di partenza.

L’ipotesi alla quale stiamo lavorando e che abbiamo discusso venerdì nel coordinamento, ci fa dire che il compromesso è sostenibile, poiché può consentirci di rilanciare su aspetti importanti della nostra stessa piattaforma.
La prima questione resta la nostra contrarietà a qualunque intervento di natura strutturale. Per questo abbiamo respinto ogni ipotesi di modifica strutturale dell’art.92 sull’orario e abbiamo proposto alla Cooperazione di condividere una sperimentazione sulle 40 ore per i nuovi assunti, da effettuare nella vigenza di questo contratto, che avesse uno scambio esigibile in termini di consolidamento occupazionale. In definitiva, abbiamo proposto alla Cooperazione di restituire ai nuovi assunti, che nella sperimentazione godrebbero temporaneamente del trattamento sulla maturazione dei Rol simile a Confcommercio, un beneficio in termini di stabilizzazione occupazionale, da realizzare attraverso l’abbassamento delle percentuali previste dal Ccnl per i contratti flessibili.

Stiamo cercando di fare il nostro mestiere, stiamo cercando di fare il Ccnl, stando dentro una situazione molto complessa, cercando un compromesso sostenibile, che non ci metta in contraddizione con le nostre posizioni.
Auspichiamo nei prossimi giorni di poter raggiungere un’intesa sui punti più dirimenti, per rendere possibile dopo le feste natalizie la conclusione del negoziato.

Non vi è dubbio che questo Ccnl segna uno spartiacque tra la storia contrattuale che abbiamo vissuto in coop fino ad oggi e quello che ci aspetta per il futuro. Nella crisi che stiamo vivendo e che pare non ci abbandonerà troppo facilmente, il problema è capire se e come potrà vivere la istintività della cooperazione, nel momento in cui essa è sempre più chiamata a misurarsi con le sfide competitive di un mercato distributivo, sempre più monopolizzato dalle grandi catene distributive. E’ ovvio che tanto più la Coop.ne assumerà come riferimento la GDO, quanto meno sopravvivranno i margini per una esperienza come quella conosciuta fino ad oggi.

Il nostro tentativo di salvare il contratto coop è legato a questa scelta, provare a dimostrare che una risposta diversa dalla GDO può esistere, ma è chiaro che non può essere ricercata solo sul terreno contrattuale, perché presuppone politiche aziendali e strategie di sviluppo realmente innovative, a partire dalla valorizzazione del fattore lavoro. E perseverare su modelli organizzativi fondati sulla dilatazione continua dei regimi di flessibilità non è più compatibile con i processi di ristrutturazione degli assetti sociali e previdenziali che si vanno perseguendo nel Paese.

Per questo, appena conclusa la vicenda contrattuale, dovremo riprendere l’iniziativa sul ruolo della cooperazione, riproponendo la sfida già lanciata a Firenze due anni fa con La Coop seni ancora tu?

Vigilanza privata
Sul CCNL Vigilanza privata come avete appreso dalle note ricevute in questi giorni, non vi è nulla di nuovo rispetto alle notizie già negative del precedente C.D. I prossimi incontri si svolgeranno nel mese di gennaio, per cui è di fatto confermato che una tornata contrattuale è saltata.
Qualora, anche in quegli incontri, non si verificasse una svolta, il gruppo dirigente nazionale sarà chiamato a fare una valutazione per assumere iniziative di carattere straordinario.

4. L’iniziativa dei prossimi giorni

5. Campagna Tesseramento 2012

Materiale per la comunicazione
Il dipartimento organizzazione

Punto secondo: Proposte per l’integrazione della segreteria nazionale

La proposta che avanzerò, a nome della segreteria, si colloca nel solco dell’analisi svolta al direttivo di ottobre 2010, in occasione della elezione della segreteria nazionale attualmente in carica e di essa è il naturale e coerente approdo.

Ricordo a tutti noi che quella proposta era espressione della scommessa che tutto il gruppo dirigente aveva fatto, con un forte investimento sull’obiettivo di un profondo rinnovamento della nostra organizzazione. Il problema non riguardava solo la struttura nazionale ma l’intera categoria, che si era ritrovata con un gruppo dirigente regionale e provinciale molto maturo.
Per queste ragioni, la scommessa sul rinnovamento era anche scelta doverosa, per dare continuità e futuro politico ed organizzativo alla Filcams, assumendo quali categorie guida non solo il dato anagrafico, che riveste ovviamente un evidente significato in una organizzazione che ha prodotto un consistente vuoto generazionale nella formazione dei propri gruppi dirigenti, quanto, soprattutto, un forte tratto di discontinuità con mentalità e metodi di conduzione del lavoro sindacale.

La consapevolezza di questa esigenza e la condivisione del progetto politico e culturale, hanno fatto si che in questi primi anni la costruzione dei nuovi gruppi dirigenti diventasse processo che si auto implementasse nei nostri territori, quasi al limite di una gara di emulazione fra le diverse strutture.
Prima di arrivare qui, in questi giorni abbiamo contato i nuovi segretari generali che sono stati eletti dal 2009 ad oggi, e hanno raggiunto la straordinaria cifra di 80, tra regionali e provinciali, in pratica un cambiamento quasi totale del gruppo dirigente con il quale la Filcams concludeva il primo decennio degli anni duemila.

Una scelta radicale e consistente come questa non può avvenire senza qualche rischio e preoccupazione. Ma a saldo di questo primo triennio, possiamo dire che complessivamente la scelta si sta rivelando giustissima, che dal Nord alla Meridione (qui con qualche difficoltà in più) la Filcams ha cambiato volto, non solo esteriormente, offrendosi come uno dei punti di riferimento tra i più preziosi nelle politiche di innovazione organizzativa della Cgil. La scommessa che stiamo giocando ed i risultati che stiamo ottenendo ci vengono unanimemente riconosciuti dalle strutture confederali regionali e territoriali, proprio per il carattere confederale che questa operazione ha assunto fin dall’inizio.

Dicevo che questa operazione comporta qualche rischio, perché in una categoria come questa, la memoria storica ha una sua importanza, soprattutto nella storia della contrattazione, nella conoscenza e padronanza dei significati e delle ragioni che ne hanno tracciato le diverse dinamiche. Per questo, senza fare a pugni con la nostra coerenza, riteniamo giusto mantenere il necessario equilibrio e ricercare la necessaria valorizzazione di tutte le risorse, fuori da uno stucchevole conflitto generazionale, che non ha mai appartenuto ai tratti ispiratori del nostro rinnovamento.
Il rinnovamento della struttura nazionale è stata un po’ causa/effetto di quanto avvenuto in questi anni, con il fatto che nel punto più alto della responsabilità ci siamo trovati a fare questo coraggioso investimento, attingendo alle seconde e terze fila dei nostri quadri dirigenti territoriali.

Ad un anno dalla elezione della segreteria attuale, dove, pur riconoscendo che le scelte fatte corrispondevano alle aspettative, avevamo preso atto di una maturazione in corso, rinviando ad oggi una valutazione sulle possibili proiezioni nella formazione della segreteria, debbo dire che il giudizio della stragrande maggioranza del gruppo dirigente, per non dire della totalità, è decisamente positivo. Il gruppo dirigente della Filcams guarda con orgoglio alla scelta fatta, giudicandola pressoché inedita nella Cgil, difficilmente riscontrabile in altre strutture, ed esprime un giudizio molto lusinghiero sul lavoro fatto dal gruppo dirigente nazionale.

La questione riguarda tutta la struttura nazionale, sia gli ultimi arrivati, sia quelli che già erano arrivati, anche se da poco, alla fine del 2008.
Vi è una valutazione importante che conforta ulteriormente il giudizio delle compagne e compagni, il fatto, cioè, che questa esperienza è stata avviata e si sta sviluppando dentro una delle fasi sindacali più complicate e che nessuno avrebbe potuto immaginare quando fu varata, né consigliare al peggior nemico. La pesantezza della crisi e la crisi dei rapporti sindacali, con le conseguenze che sappiamo sulla contrattazione, hanno fatto si che giovani compagne e compagni si siano dovuti cimentare con inedite difficoltà, disponendo di una attrezzatura forse non del tutto corrispondente alla gravità della situazione, perché costruita in tempi migliori, ma che ha saputo rinnovarsi ed arricchirsi giorno dopo giorno, nella pratica quotidiana.

Lasciate esprimere anche la mia personale soddisfazione, perché non posso che confermarvi che le scelte fatte esprimono veramente un nucleo di compagne e compagni con doti di qualità e di competenze, con le quali guardare con una certa sicurezza alla formazione del nuovo gruppo dirigente nazionale.
Naturalmente, non dobbiamo né enfatizzare, né concederci ad inopportune esaltazioni. Occorre guardare anche alle difficoltà, ai limiti che ancora persistono, occorre lavorare ancora di più sulla squadra, occorre valutare meglio la definizione degli incarichi, per cogliere pienamente le potenzialità dei singoli, che dipendono anche dalle attitudini personali, e per esaltare la coesione del collettivo, cosa che in questo ultimo anno è cresciuta notevolmente.

Guardando a queste compagne e compagni che hanno accettato di entrare a far parte di questa esperienza, penso di poterlo dire anche a nome di tutti voi, che si tratta di una opportunità di cui andare orgogliosi. La Filcams ha offerto loro l’occasione di misurarsi con una esperienza straordinaria, che in altri tempi era il coronamento di un lungo percorso di carriera, essere parte di una struttura nazionale di categoria. La Filcams oggi offre loro l’occasione di essere protagonisti di una esperienza con forti tratti di discontinuità col passato. Per questo non nutro dubbi sul fatto che questo nucleo di compagne e compagni, che rappresentano una grande risorsa per l’organizzazione, sarà in grado di sostenere le prove più ardue e voi saprete apprezzare sempre più, come già avete cominciato a fare in questi mesi.
Del resto loro, come gli 80 nuovi segretari generali di cui parlavo, sono il frutto delle vostre scelte e del vostro lavoro.

Queste considerazioni mi consentono di ribadire che il problema della segreteria è solo un pezzo del ragionamento, perché in una struttura come la Filcams l’arma vincente è il lavoro dell’intera squadra nazionale ed il suo positivo rapporto con le strutture territoriali e regionali.
La segreteria non è un fine, ma un mezzo per conseguire una gestione dell’attività sindacale che deve essere in grado di innovare modalità e di mobilitare sempre più nuove risorse, nel segno della discontinuità. La segreteria poco potrebbe fare se fallissimo la disposizione in campo della squadra, se rinunciassimo a sperimentare gli schemi di gioco, se evitassimo di cimentarci con la costante verifica dei risultati ed i conseguenti approcci autocritici.

Per questo credo opportuno affermare che la segreteria non deve essere considerato il raggiungimento di uno status individuale, così come non sta scritto da nessuna parte che chiunque entri a far parte di una segreteria abbia firmato una polizza per i successivi otto anni della propria carriera sindacale. Il regolamento della Cgil stabilisce il limite massimo di permanenza nel doppio mandato, ma non il limite minimo. Ciò per dire che far parte di una segreteria comporta naturalmente l’assunzione di una nuova responsabilità politica, che va oltre le specifiche competenze ed incarichi derivanti dall’organizzazione interna, ma comporta anche una bella dose di umiltà e disponibilità a condividere percorsi futuri, che potrebbero anche rimettere in discussione le scelte attuali.

Provate a fare l’esercizio mentale di retrocedere di 8 anni nella storia del nostro Paese e provate a verificare se l’Italia di oggi assomiglia molto a quella di otto anni fa. Se vogliamo essere una organizzazione che sta davanti ai processi storici e politici e non a rimorchio, dobbiamo saper accettare che le stesse nostre dinamiche non siano del tutto scollate da quanto repentinamente accade fuori di noi e da quanti cambiamenti potremmo introdurre dentro di noi, in corso d’opera.

Tutto ciò per dire che la nostra politica organizzativa, come la politica dei quadri e dei gruppi dirigenti non può che essere vissuta come un terreno di sperimentazione costante, ovviamente, non fino al punto di negare il senso della indispensabile certezza e solidità che un gruppo dirigente deve saper esprimere.

Dentro queste considerazioni si colloca la proposta che qui viene avanzata e che trova nelle valutazioni esplorative condotte dalla segreteria, la conferma dell’evoluzione naturale delle scelte che già lo scorso ottobre avevano guidato l’elezione di questa segreteria.
I criteri attorno ai quali essa viene costruita definiscono una concatenazione logica, che orientano il senso comune di tutta l’organizzazione.

Innanzitutto, la scelta di non costituire organismi pletorici, risolvendo le questioni col metodo aggiuntivo. Proponiamo di confermare una segreteria composta da sei compagni e compagni, come quella che era arrivata al congresso di Riccione. Ovviamente, i numeri non sono mai una corda con la quale impiccarsi, e la proposta che vi avanziamo è indicativa di un range, che potrà consentire successivamente alcune, ulteriori scelte, alla luce delle considerazioni che facevo precedentemente.

Al tempo stesso, facciamo una proposta che, a completamento della segreteria, contenga l’obiettivo del 50% di presenza di genere, quindi, 3 uomini e 3 donne.

Sempre per le considerazioni fatte all’inizio, rappresenta un dato politico rilevante per noi poter avanzare una proposta che valorizzi il nucleo attorno al quale si va rinnovando la struttura nazionale.
Così come, ci sembra giusto che questa valorizzazione riguardi anche le esperienze della contrattazione, che in questi mesi sono state condotte in mezzo a mille difficoltà.

Ovviamente, il tutto sulla base di un giudizio sulle persone, che devono dare un senso ai criteri.

Nella costruzione del progetto di rinnovamento, abbiamo cercato fin dal’inizio di far si che la nuova squadra della struttura nazionale fosse espressione di tutta la realtà Filcams, a partire dalle espressioni territoriali. Per dire della consistenza di questa scelta, vi ricordo solamente che i funzionari cittadini e residenti Romani sono 4 sull’insieme di coloro che formano la struttura politica nazionale.

Rispetto alla fase di avvio del nostro progetto, dobbiamo oggi registrare un dato rovesciato, con il Nord rappresentato in modo significativo (soprattutto la Lombardia e Milano), mentre abbiamo perso la rappresentanza del Sud, per la scelta di impegnare Scarnati in una delle emergenze della nostra organizzazione.

In relazione a questo secondo aspetto, voglio ribadire quanto affermato in sede di discussione del documento politico, cioè, che la messa a punto di un piano straordinario per il sostegno politico ed organizzativo delle strutture meridionali Filcams dovrà rappresentare una delle priorità assolute della fase immediatamente successiva alla definizione della nuova segreteria nazionale.

Al contrario, la presenza significativa di compagne e compagni delle strutture del Nord (Lombardia-Emilia) ci consente di poter affermare che il vulnus che la Filcams Nazionale si è trascinato in tutti questi anni, nel rapporto con il Nord, che aveva generato anche momenti significativi di conflitto tra i diversi livelli delle strutture (nazionale e Lombardia), pur non essendo maturo al punto tale da essere proiettato interamente nella composizione della segreteria, sia stato sostanzialmente superato in ambito della struttura nazionale.
Resta la necessità che la rappresentanza delle realtà territoriali a più alta incidenza del settore terziario, costituisca un dato di maggiore attenzione e coinvolgimento nell’ambito dell’attività della Filcams, per cogliere tempestivamente le dinamiche che si muovono nel settore, proprio nei punti di direzione strategica del sistema delle imprese.

Infine, credo vada sottolineato come un fatto politicamente rilevante l’orientamento prevalentemente unanime del nostro gruppo dirigente, volto a confermare l’esperienza del governo unitario della categoria, che fino ad oggi ha rappresentato una delle caratteristiche della vita Filcams, dal congresso ad oggi.

La scelta unitaria –è stato detto giustamente- risponde alla storia, alla cultura, alla realtà profondamente articolata che il mondo del terziario esprime, sia a livello delle professioni che delle opinioni che al suo interno convivono.
L’esperienza unitaria dentro la quale siamo tutti coinvolti da anni e soprattutto dopo il congresso, non è stata fino ad oggi una decisione estemporanea od opportunistica, maturata fuori dai significati autentici che richiamavo. Tant’è che lo stesso progetto di rinnovamento fin dall’inizio ha assunto questo valore, traducendolo nelle scelte organizzative, che hanno accompagnato la formazione del nuovo gruppo dirigente.

Scelte condivise sempre unitariamente e unitariamente riconfermate in ogni passaggio significativo della nostra vita, prima del congresso, al congresso (con la definizione del patto unitario di governo), dopo il congresso, fino alla scelta della segreteria eletta lo scorso ottobre 2010, nella cui occasione il patto unitario si è rinnovato nell’equilibrio individuato tra le scelte per la segreteria e quella per la nomina della presidenza del Direttivo, non per niente affidata alla minoranza congressuale.

E poiché in ognuno di questi passaggi il gruppo dirigente Filcams ha condiviso le scelte che la minoranza congressuale liberamente ha ritenuto di avanzare, per questo la proposta di un rinnovato patto unitario oggi non può che tradursi nel coerente e trasparente completamento del percorso condiviso. Tanto più che tali scelte alla verifica pratica delle responsabilità affidate, hanno confermato, fin dall’inizio del loro percorso, la loro validità, per le capacità e la serietà che il gruppo dirigente ha riconosciuto.

Poiché non siamo degli struzzi, siamo perfettamente consapevoli dei problemi che si sono determinati all’interno della minoranza congressuale e da parte della segreteria e della maggioranza non può che venire il massimo rispetto e la rinuncia ad ogni tentativo di ingerenza.
Ma è altrettanto necessario che la minoranza congressuale sia chiamata a misurarsi con l’opinione diffusa del gruppo dirigente Filcams (e non solo di maggioranza).
Proprio perché non siamo degli struzzi, sappiamo che questi problemi hanno poco e nulla a che fare con quanto ha caratterizzato la vita della Filcams fino a pochi mesi fa. Non siamo noi a dirlo, ma gli atti formali dell’organizzazione, i documenti approvati al Direttivo Nazionale, il lavoro svolto e condiviso passo-passo, soprattutto dopo il contratto separato, la presenza massiccia della nostra categoria alla mobilitazione di questi mesi, che ci ha regalato un nuovo protagonismo dentro la Cgil e non ultimo il riconoscimento che questa esperienza ha ricevuto nella stessa discussione all’interno della minoranza, fino a pochi mesi fa.

Tutto questo è stato possibile grazie alla condivisione delle cose discusse, decise e fatte, insieme. Chi intendesse travolgere questo dato della realtà non potrebbe che farlo per altri motivi, per inseguire altri scopi, che nulla hanno a che fare con le cose che insieme abbiamo fatto fino ad oggi. Credo che molto onestamente e umilmente tutti siano chiamati a confrontarsi con questa verità.

Non voglio tornare su vicende che hanno scosso la serenità della nostra categoria e che sono note a tutti. Voglio solo dire che abbiamo oggi una occasione preziosa per aprire una pagina nuova, che non cancelli le opinioni che ognuno di noi ha maturato su tale vicenda, ma che sposti sul terreno delle cose da fare, le uniche in grado di smentire buona parte delle strumentalizzazioni che si sono fatte nel corso di queste settimane. Questa nostra posizione ha trovato anche il conforto della Segreteria Nazionale della Cgil ed è anche per questo che auspichiamo il prevalere del buon senso.

Nel corso del lavoro di costruzione della proposta, si è messo in evidenza anche la necessità di rappresentare le diverse sensibilità presenti in categoria, non solo nella minoranza congressuale. Ricorderete che questa problematica è stata posta anche in questo organismo dai rappresentanti di Lavoro e Società.
La questione è ovviamente di natura diversa da quella della minoranza congressuale e va affrontata a prescindere dalla composizione della segreteria, poiché incrocia la legittima esigenza di essere parte della struttura nazionale, esigenza alla quale riteniamo giusto dare una risposta.

Il tema della segreteria, invece, secondo una opinione largamente condivisa in questo gruppo dirigente, risulta più complesso e non risolvibile in questa fase, per ragioni che già hanno avuto modo di essere rappresentate nel dibattito dentro questo organismo.
Credo, tuttavia, che così come si è riusciti a fare in occasione della elezione della segreteria dello scorso ottobre, anche in questa circostanza, se la proposta che avanziamo sarà accolta dal direttivo, potrà essere ricercato un equilibrio attraverso le funzioni di rappresentanza e di garanzia dell’organizzazione.

La proposta che avanziamo, dunque, rappresentando il normale e coerente compimento di un percorso condiviso fin dall’inizio, è anche una forma di rispetto per questa organizzazione ed il suo gruppo dirigente, che non può né essere preso in giro, né essere destinatario di conflitti che non hanno alcun riscontro nella vita di tutti i giorni.

A questo punto non mi resta che presentare la proposta nominativa, composta da Cristian Sesena, Elisa Camellini e Giuliana Mesina.
Forse non è indispensabile che mi dilunghi nella loro presentazione.

Cristian è arrivato a Roma dopo aver ricoperto per molti anni l’incarico di segretario generale della Filcams di Reggio Emilia. Come le altre compagne e compagni chiamati a far parte della struttura nazionale, ha portato nella struttura nazionale, passione, competenze e una buona dose di umiltà. Qualcosa in più degli altri in termini di esperienza, proprio per quella svolta a Reggio Emilia come segretario generale della struttura di provenienza. Cristian, lo avete conosciuto in alcune vertenze importanti, a partire da quella che ha portato all’importante accordo di Ikea e nei prossimi giorni si misurerà con l’importante progetto (per la Filcams) sulla conciliazione dei tempi di vita e lavoro.

Elisa è arrivata da Parma, dove aveva ricoperto l’incarico di segretario generale della Filcams, nella struttura nazionale qualche anno prima dell’avvio del progetto, per quanto, anagraficamente parlando, ne è parte integrante La sua vocazione particolare a seguire alcune problematiche di frontiera, vi ha consentito di conoscerla soprattutto sul versante degli appalti, dove ha condotto in porto il difficile negoziato per il rinnovo del Ccnl multiservizi. La stessa vertenza sugli appalti storici ed ex-lsu ha messo nella condizione le strutture di apprezzarne la tenacia e la determinazione, ma anche l’equilibrio, nel ricercare a tutti i costi una soluzione ai difficili problemi.

Giuliana è entrata a far parte della struttura nazionale, provenendo dalla segreteria Filcams di Firenze, in rappresentanza della minoranza congressuale, nel quadro di un progetto di rinnovamento che fin dai suoi primi passi ha voluto essere parte del patto unitario. Lo scorso ottobre è stata nominata Presidente del CD, sempre in virtù del patto unitario e come esplicita indicazione, ancora una volta condivisa, per il percorso che avrebbe portato al completamento della segreteria. Partita qualche mese dopo rispetto agli altri compagni/e, per via della maternità, ha subito mostrato grande interesse e importanti capacità, oltre a importanti dose di equilibrio, che le sono state subito riconosciute anche fuori dalla Filcams, come nel caso del lavoro domestico, sul quale è stata chiamata a rappresentare le posizioni della Cgil in sede comunitaria.

Queste sono le tre proposte che avanzo, anche a nome della segreteria e sulle quali la consultazione dovrà esprimersi, secondo procedura.

Nel concludere, consentitemi di ringraziare tutto il gruppo dirigente della categoria, tutte le strutture, per aver sostenuto fin dall’inizio questa scelta coraggiosa che abbiamo fatto e per sostenerla tutti i giorni, sia contribuendo alla crescita e al consolidamento del nuovo gruppo dirigente nazionale, sia interpretando sul territorio questa importante scommessa. Penso di poterlo dire alla luce della mia ormai lunga esperienza nel sindacato: stiamo scrivendo tutti insieme una straordinaria pagina nella storia della Filcams e questo deve confortarci, proprio nelle ore in cui il Paese sarà chiamato a mettere in campo tutte le migliori energie per la sua ricostruzione.
Saremo un piccolo pezzo del grande mosaico, ma abbiamo l’ambizione di rappresentare un dettaglio importante, che può dare un senso all’immagine complessiva.

Punto primo: Proposta di documento politico Filcams

Arriviamo a questo appuntamento con qualche mese di ritardo sulla tabella di marcia che ci eravamo dati nell’ottobre dello scorso anno, quando, eleggendo la segreteria che definimmo “di transizione”, assumemmo l’obiettivo di fissare entro l’estate di quest’anno una sessione programmatica del Direttivo Nazionale, che facesse una verifica sul mandato congressuale e, nell’occasione, procedere al completamento della segreteria stessa.

Questo ritardo, che è tuttavia di pochi mesi, ha una unica spiegazione e la si può trovare in tutto ciò che ha caratterizzato la vita della nostra categoria in questo anno. Innanzitutto, le difficoltà che hanno accompagnato la trattativa per il rinnovo del principale contratto di settore e le conseguenze successive all’accordo separato, che ci hanno impegnati sia in termini di dibattito, che di iniziativa. Difficoltà che hanno lambito anche gli altri tavoli contrattuali, alcuni dei quali, non a caso, sono ancora in affanno e dagli esiti incerti.
Ma non sono state solo le vicende di categoria. Il 2011 è stato anche un anno di forte mobilitazione della Cgil contro le politiche del governo di centro-destra e la Filcams è stata come mai in prima fila in questa mobilitazione, conquistando un nuovo protagonismo in ognuna delle iniziative che hanno riempito l’agenda della Confederazione.
Per questo, voglio ancora ringraziare, a nome della segreteria e di tutta la struttura nazionale, tutti i gruppi dirigenti, regionali e provinciali, per l’impegno profuso in questa fase complessa, per la passione e l’abnegazione con la quale si sono potute scrivere pagine nuove nell’esperienza collettiva di questa categoria, esperienza che sarà preziosissima per affrontare un’altra stagione politica e sindacale che si annuncia non meno complessa di quella che abbiamo alle spalle.

Naturalmente, è difficile oggi contenere una grande soddisfazione per la fine del Governo Berlusconi. Sappiamo che ad essa non corrisponde né la fine del berlusconismo, tanto meno l’automatica discontinuità nelle politiche economiche e sociali di questo Paese. Ma per la nostra Confederazione, che nel corso della lunga mobilitazione di questi mesi aveva posto la necessità che questo governo, da sempre ispirato alla divisione sindacale e all’isolamento della Cgil, uscisse di scena, come pre-condizione per avviare un processo di ricostruzione, è senza dubbio una grande soddisfazione, una speranza, che starà anche a noi cercare di non disperdere.

Tuttavia, prima di entrare in merito alle nostre questioni, sentiamo l’obbligo di rivolgere il nostro pensiero e la nostra solidarietà alle popolazioni colpite dalle tragiche alluvioni che hanno devastato interi territori della nostra penisola, in particolare la Città di Genova (ma non solo). Lo stesso pensiero e la stessa solidarietà va alle nostre strutture, che operano in quei territori, rinnovando la disponibilità della Filcams a contribuire nelle forme che più saranno ritenute opportune, all’opera di ricostruzione.
La meteorologia può certamente riservare fenomeni eccezionali, come quelli che si sono verificati in quelle ore a Genova. Tuttavia, ciò che rende l’eccezionalità del meteo una bomba devastante è spesso la mano dell’uomo, per le ferite, spesso mortali che la sua opera ha inferto all’ambiente ed al territorio.

Questa è forse una delle immagini più espliciti del malgoverno e del fallimento di politiche decennali. Certamente, non è sempre tutta colpa di Berlusconi, perché il territorio violato dalla speculazione, dall’incuria e dall’abbandono è frutto di un processo che avanza da molti decenni e coinvolge tutta la politica.
Indubbiamente, la politica di questi ultimi vent’anni, che ha fatto dei condoni e delle liberazioni, finalizzate al “fai da te” la bussola ispiratrice della cancellazione di norme, appunto abolite o semplicemente calpestate, ha dato il colpo di grazia ad un corretto uso programmato della risorsa fondamentale di cui disponiamo. Nella parabola di Berlusconi, mancava solo la sua sarcastica dichiarazione di fronte alla tragedia di Genova (“si è costruito dove non si doveva”). Detta da chi ha costruito le proprie fortune partendo dalla speculazione edilizia è stato davvero troppo, era giusto che se ne andasse….

* * * * *

Le modalità di svolgimento di questi nostri lavori sono un po’ inediti rispetto alla tradizione.
Quando abbiamo eletto la segreteria di transizione, lo scorso ottobre 2010, avevamo preso l’impegno di giungere al suo completamento in una sessione del Direttivo che definimmo di natura “programmatica”, ossia, una verifica impegnativa del lavoro fatto in questi primi diciotto mesi che ci separano dal congresso ultimo e, soprattutto, un aggiornamento della nostra piattaforma politica, soprattutto alla luce di quanto è accaduto dopo il congresso, che ci fa apparire il congresso ben più lontano nel tempo rispetto alla distanza reale.

Abbiamo deciso di farlo, sperimentando una modalità, che potrebbe costituire uno dei modi per rendere i lavori di questo organismo, più efficace e corale.
Ci siamo proposti più di una volta di riflettere sulla qualità dei nostri lavori e sulla necessità di avvicinare la fase della progettazione sindacale a quella della verifica e del monitoraggio. Ed al tempo stesso, ci siamo interrogati sulla opportunità che ogni componente del direttivo possa arrivare agli appuntamenti con maggiore cognizione di causa, conoscendo già, quando è possibile, la sostanza delle questioni che saranno discusse, al fine di poter prepararsi per tempo. E prepararsi per tempo significa pensare, riflettere, proporre, argomentare.
Voglio ricordare a tutti noi che ogni componente del direttivo, anche in virtù del fatto che “una testa, un voto”, ha una testa ed è quella che conta. E’ vero che qui, ognuno di noi è presente anche in quanto categoria, donne-uomini, maggioranze-minoranze, nativi-stranieri, giovani-meno giovani, generali-delegati, territori e strutture, ecc…
Ma ognuno di noi ha anche una testa, un cervello, vive una propria esperienza, ed indipendentemente dal fatto che dovrà o potrà ricercare una sintonia, una coesione con le proprie categorie di appartenenza, deve soprattutto e prima di tutto mettere a disposizione la risorsa primaria del proprio pensiero e della propria assunzione di responsabilità.

Per questo, vi abbiamo inviato in anticipo la bozza del documento della segreteria e della struttura nazionale (Tra l’altro, alcune strutture hanno accolto la richiesta di far pervenire entro oggi questi contributi, per cui, parti del testo che avete ricevuto ha subito qualche modifica ed integrazione, di cui vi darò conto), che contiene una proposta di verifica e ri-contestualizzazione del documento uscito dal congresso, proprio in ragione del fatto che, strada facendo, molte cose sono accadute, che richiedono di aggiornarne la visione.
Questo potrà consentire di fare un dibattito il meno rituale e liturgico possibile, dedicare gli interventi a proposte di modifica, di integrazione, a suggerimenti utili, evitando di consumare la nostra discussione nella ennesima storia del mondo.

Del resto, non siamo stupiti del fatto che, in alcuni contatti già avuti con strutture o singoli componenti del direttivo, oltre ad aver ricevuto l’apprezzamento per questo tentativo metodologico, abbiamo anche già registrato significative convergenze.
Il documento, infatti, non rappresenta altro che il tentativo di portare a sintesi il costante aggiornamento politico che questo organismo ha fatto nel corso di questi mesi, soprattutto sui temi della contrattazione. Non è che ci siamo salutati al congresso e poi non ci siamo più rivisti fino ad oggi. Questo organismo ha seguito “passo-passo” le vicende di questi mesi e ha costantemente aggiornato la linea della Filcams.

Si tratta, dunque, di produrre una sanzione sistematizzata del nostro lavoro di costante aggiornamento, per questo inviterei a contribuire dedicando meno tempo alle conferme di condivisione ed un po’ di più al superamento di limiti che la stessa versione a voi inviata esprime e che già ci sono state evidenziate nel corso di questi ultimi giorni.
Naturalmente, sarà compito della segreteria, nelle conclusioni di questa prima parte della discussione, proporvi una sintesi definitiva (non siamo al congresso, dove facciamo lavorare una commissione politica…)

L’ultima considerazione, prima di passare ad alcune sottolineature di merito, riguarda il nesso tra documento e segreteria.
Il lavoro di aggiornamento politico-programmatico, attraverso il documento politico, avremmo dovuto farlo indipendentemente dal completamento della segreteria. Tuttavia, esso si rende ancora più necessario, poiché ad esso affidiamo anche il compito di rinnovare le basi politiche del patto unitario che ha seguito la conclusione del congresso.
Come voi sapete, l’esperienza della Filcams è incardinata sulla scelta della gestione unitaria e la composizione della segreteria che domani sarà oggetto dei nostri lavori, attraverso la procedura prevista dal regolamento, dovrà decidere se confermare tale scelta. Poiché trattasi di una scelta eminentemente politica, la sua riconferma non può avvenire che sulle basi di un rinnovato patto politico. Per questa ovvia ragione abbiamo proposto una tempistica che antepone l’approvazione del documento alla proposta per la segreteria, che avanzerò a nome della segreteria in carica un minuto dopo il voto sul documento.

Naturalmente, il tema che in modo dirompente è entrato nella vita della Filcams in questi mesi, riguarda le conseguenze sulla categoria della stagione di divisioni sindacali, che ha conosciuto nell’accordo separato del 22 gennaio 2009 il salto di qualità, poiché parte di una trama ordita oltre il mondo sindacale. Ed è questa la principale delle considerazioni che intendevo fare.

Al congresso discutemmo di questo e auspicammo che il settore terziario non venisse contagiato da quella dinamica negativa.
Il rinnovo del Ccnl Turismo, concluso unitariamente, ci aveva dato l’illusione che il nostro settore potesse uscire immune dalla tempesta, attraverso un lavoro paziente per la ricerca di compromessi sostenibili tra posizioni sempre più inconciliabili. Dare fondo all’arte della mediazione per la ricerca dei giusti compromessi e ridimensionare la portata delle nostre rivendicazioni, anche in ragione della crescente crisi economica del paese e dei suoi effetti sul terziario era la linea sulla quale avevamo capito era opportuno attestarsi di fronte ai seri rischi che correvamo.

La rottura sul terziario ha avuto il significato di una invasione del nostro territorio da parte delle armate che, dopo il collegato sul lavoro, avevano deciso di rompere gli indugi e deporre i panni dei “non allineati”.
In un settore come il nostro, la risposta più intelligente non avrebbe potuto che essere quella di agire su entrambi i fronti, disconoscere l’accordo separato e continuare a presidiare l’intero fronte della contrattazione, compreso il sistema della bilateralità e del welfare integrativo, dove la nostra emarginazione avrebbe potuto alimentare spinte ulteriori allo snaturamento della loro funzione.
Credo non occorra stare 10 anni in Filcams per capire che la scelta delle barricate o dell’Aventino, ci avrebbe potuti portare dritti-dritti ad un perfetto isolamento, non disponendo di quella potenza di fuoco necessaria per combattere fino al rovesciamento del fronte. Del resto, avremmo forse regalato su un piatto d’argento ciò che gli altri cercavano, cioè, la nostra emarginazione.
Ed infatti, il nostro stare in campo sul secondo livello di contrattazione, a partire dal rinnovo degli integrativi di importanti catene distributive, nella gestione della bilateralità e del welfare contrattuale secondo quando stabilito dall’accordo sulla governante, è stata la più efficace interposizione al disegno di chi ci voleva fuori da tutto.

Questo ha significato ricercare un giusto equilibrio tra la via giuridica e quella sindacale, per ostacolare gli effetti del contratto separato, una cosa non semplice da fare, perché la categoria non si era mai trovata in una situazione come questa, neanche lontanamente paragonabile alla vicenda del 2008. Per questo, lasciamo ai primi della classe il compito di risolvere il problema senza commettere neanche un errore. Visioni velleitarie e grottesche non appartengono a questo gruppo dirigente, come neanche deformazioni e strumentalizzazioni della realtà.
In questi mesi abbiamo all’attivo decine di accordi di disapplicazione totale o parziale del contratto separato. Così come consideriamo importante che il nostro stare in campo anche sui terreni che non abbiamo condiviso, come quello dei 2 euri di prelievo forzoso ai lavoratori, per la sanità integrativa (stare in campo nel senso di rivendicare nei fondi sanitari coerenza con il primato delle prestazioni), abbia indotto gli altri, ad esempio, ad anticipare l’equiparazione dei trattamenti del part-time al full-time.

Ma siccome siamo persone con i piedi per terra, sappiamo che gli accordi di disapplicazione, pur importantissimi, non potranno che coprire una esigua realtà e, guarda caso, prevalentemente alcune realtà geografiche.
C’è tanta parte d’Italia dove siamo molto più deboli e poi c’è il mondo della GDO, che ha voluto questo contratto separato, dove pretendere la sua disapplicazione è puro velleitarismo.
Anche nelle importanti catene distributive puntiamo ad evidenziare l’obiettivo Filcams del recupero dei punti negativi del Ccnl separato e diventa importante a questo fine riuscire a coordinare e riunificare la nostra iniziativa in questo mondo.
Ma non esiste un unico modo, perché le situazioni sono molto diverse tra loro. In alcuni casi il prezzo della coerenza non può che essere la presentazione di piattaforme separate, in altri può risultare più opportuno, più intelligente fare altro.
Non è la matita rosso-blu (che non intendiamo consegnare a nessuna mano, se non quella di questo gruppo dirigente) a decidere la bontà degli approcci, quanto la sapiente ed intelligente capacità di ogni dirigente Filcams nel saper valutare le condizioni date.
Non c’è niente di rivoluzionario in questa affermazione, ma semplicemente una norma di buon senso, quella che la Cgil ha sempre adottato nei suoi 100 anni di storia. Tant’è che questa linea l’abbiamo discussa e decisa tutti insieme, fin dal primo giorno, è quella che ha ricevuto il sostegno unanime di questo gruppo dirigente ed è quella che oggi ribadiamo nel documento.

Naturalmente, il fatto che gli effetti dell’accordo separato si comincino a vedere sulle buste paga delle lavoratrici e dei lavoratori (carenza malattia, prelievo forzoso per la sanità), ci obbliga ad una gestione più chiara delle fasi successive a quella delle diffide aziendali. Ma anche qui, non possiamo che ribadire quanto già deciso unitariamente, fin dall’inizio. La scelta di mantenere un equilibrio tra via legale e sindacale è quella che ci porta a non poter promuovere campagne nazionali, che diventerebbero l’unico terreno sul quale rischieremmo di esaurire la nostra funzione. Tuttavia, abbiamo deciso di coordinare tutte le cause che a livello individuale o di gruppo, le lavoratrici ed i lavoratori volessero promuovere. La cabina di regia, dopo un lungo confronto con l’Ufficio Giuridico della Cgil è stata allestita, si tratta, quindi, di essere conseguenti con questa scelta, a fronte delle volontà espresse dai lavoratori là dove esse si manifestino.

Così stanno le cose! Questa linea può essere perfezionata, migliorata, rafforzata, siamo qui per questo. Ma a nessuno è consentito di stravolgere il significato del lavoro che ognuno di voi sta facendo nelle trincee che vi vedono impegnati. Quando sento dire o leggo che la linea della Filcams sul contratto separato è alla deriva, che stiamo andando dritti-dritti alla firma di quell’accordo, considero questa affermazione, oltreché una colpevole menzogna, una vera e propria fandonia, anche una mancanza di rispetto per il vostro lavoro, una offesa alla categoria, alla passione ed alla tenacia con la quale in ogni situazione ognuno di voi cerca di reggere il pallino (Piero Marconi e le degenerazioni).
Lo dico perché non sono più tollerabili le scorribande verbali che poco hanno a che fare con un confronto tra posizioni obiettive, ancorate alla realtà e che hanno quale unico risultato quello di indebolire la categoria. Un conto sono le opinioni, un conto è la realtà e la realtà non è cosa opinabile!

Il tema è se le opinioni diverse che abbiamo su alcune questioni che ci vedono impegnati possono convivere dentro una sintesi che assuma quale valore prioritario l’interesse della categoria e non quello delle nostre singole appartenenze o storie individuali. E dentro le sfide che ci stanno davanti, credo che l’interesse della categoria sia tirare tutti da una parte, spingere il nostro lavoro nella direzione di un protagonismo della Filcams, che assuma la palestra quotidiana della crisi e della contrattazione, invece che la polemica accademica, quale unico terreno vero per superare anche limiti e ritardi che posso sicuramente persistere nella nostra azione.

Abbiamo un esempio concreto di questa opportunità che ci è data.
Sull’accordo del 28 giugno –ad esempio- tra noi vi sono opinioni diverse, sia tra maggioranza e minoranza, sia all’interno delle reciproche aree. Se vogliamo decretare il fallimento del tentativo di rinnovare un patto condiviso di gestione della categoria è sufficiente tirare la corda su un tema come questo. Chi volesse far “saltare il banco” qui può farlo facilmente.
Noi, col documento politico, proponiamo un percorso più realistico, che non cerca mortificazioni, che vuole rispettare tutti, ma che non intende neanche negare la realtà, a partire dal fatto che quell’accordo ha registrato un diffuso consenso nella consultazione che è stata fatta. Affermare ciò è esercizio di semplice rispetto reciproco, ed il rispetto reciproco è la pre-condizione della reciproca convivenza.

Ne abbiamo parlato nel direttivo di luglio ed è stato riconosciuto da moltissimi di voi l’onestà dell’approccio che abbiamo tenuto, senza inutili enfatizzazioni, né demolizioni o tradimenti invocati.
Con tutti i limiti che quell’accordo contiene è difficile negare che rispetto al quadro esistente esso introduce qualche elemento di novità, utile per provare ad invertire la tendenza in atto nel quadro delle relazioni sindacali. Abbiamo detto che quell’accordo non è esportabile nel terziario, ma abbiamo anche riconosciuto che dopo la rottura del contratto separato, occorre ricostruire un quadro di regole nel settore.
Stare insieme con opinioni diverse significa guardare in avanti, partendo da dove siamo. Siamo sotto l’attacco dell’art.8 della manovra che ci ha lasciato in eredità il governo Berlusconi e nel terziario non siamo coperti dall’intesa fatta con Cisl-Uil e Confindustria. Sarebbe difficile spiegare ai nostri lavoratori che noi siamo ancora chiusi qui dentro a sbucciarci su quello che è accaduto a giugno, tanto più dopo una sanzione formale delle decisioni assunte, quando il mondo è andato avanti di un bel po’. Per questo invito tutti noi a saper dosare gli ingredienti utili alla ricerca di una sintesi condivisa.

Come sul tema dell’unità sindacale, che vogliamo ribadire quale valore fondante del sindacalismo confederale. E’ ovvio che oggi viviamo il punto più basso, ma è altrettanto evidente che la nostra idea di unità è finalizzata alla difesa delle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto, dentro una crisi delle proporzioni come quella che vive attualmente il Paese, che rischia di scaricare sul mondo del lavoro e sui settori più deboli della società i suoi costi principali. Per questo continueremo a perseguirla con determinazione.

L’altro, grande terreno sul quale il documento politico propone uno scarto nel nostro lavoro è il potenziamento dell’investimento sulla nostra struttura dei quadri e delegati.
Se è vero che la contrattazione di secondo livello è il terreno sul quale dovremo cercare di interpretare la nuova fase, non solo per contenere i danni del contratto separato nel settore distributivo o per intervenire sui processi organizzativi in tutti i settori, ma per connettere questa azione con le conseguenze della crisi che stiamo vivendo, soprattutto sul versante dell’occupazione, è fuori dubbio che ciò potrà essere fatto attraverso un robusto investimento sui protagonisti nei luoghi di lavoro, delegati delle rsa, rsu, rsl, rslt.
Si tratta di un lavoro complesso, non di breve durata, ma che va avviato con determinazione, partendo da una visione concreta della realtà, di ciò che abbiamo realmente. Se dovessimo limitare la visione del problema alle aziende più strutturate, saremmo inesorabilmente condannati ad una lenta, ma progressiva riduzione della rappresentanza dei quadri sindacali.
Già abbiamo un problema nelle grandi strutture, a partire dalla GDO, dove si pongono problemi di riunificazione dell’iniziativa (nel senso della coesione necessaria con gli indirizzi della politica contrattuale) e di rinnovamento dei quadri, per favorire anche a questo livello l’avanzare di una nuova generazione.

Ma il problema riguarda tutti i settori, molti dei quali richiederanno sforzi inediti, data la particolare destrutturazione del lavoro.

Per queste ragioni, una degli assi centrali di questa nostra verifica è una nuova visione strategica delle politiche organizzative, che assuma il tema del consolidamento del nostro insediamento sociale e della rappresentanza sindacale quale priorità assoluta, in un sistema di relazioni sindacali che guarda sempre più alla competizione tra organizzazioni, competizione alla quale noi non ci sottraiamo, ma alla quale intendiamo partecipare con tutta la forza dei valori e della distintività propri della Confederazione alla quale apparteniamo.

Le politiche del tesseramento, dell’uso delle risorse, della formazione dei quadri, del sostegno alle strutture dovrà rappresentare il terreno di un inedito coinvolgimento del gruppo dirigente nel suo insieme, per fare di questo lavoro una straordinaria occasione di crescita collettiva della Filcams.

Una Filcams che sappia unire senza confondere e distinguere senza separare.
Riprenderemo questi temi anche nella discussione sulla proposta di segreteria. Ma occorre citarli anche ed innanzitutto in una sede autorevole come quella del documento politico, perché costituiscono parte importante del patto che dobbiamo rinnovare fra noi.
Le differenze sono un valore, abbiamo detto sempre, ma vi sono alcune differenze che dobbiamo saper valorizzare di più, soprattutto, là dove il settore esprime una presenza molto significativa sul piano economico ed occupazionale; ma vi sono anche differenze che vanno colmate, perché foriere di nuovi, pericolosi arretramenti sul piano sociale, sul terreno delle disuguaglianze.
Questo Direttivo deve decidere formalmente un impegno politico forte dell’intera categoria per affrontare in termini nuovi la questione del terziario nel meridione.
Nei prossimi giorni terremo una prima riunione dei segretari generali del Sud, per preparare una discussione ed una proposta di iniziativa che dovrà interessare tutto il gruppo dirigente, per provare a realizzare concretamente un rapporto tra aree forti ed aree deboli, che, poi, è qualcosa che va anche oltre il classico rapporto Nord-Sud, ma da questo non può esulare.

Per il resto, il documento è nelle vostre mani da qualche giorno e lascio a voi il compito di fare tutte le considerazioni che riterrete opportuno.

* * * * *

Naturalmente, ciò che è accaduto in Italia in questi ultimi giorni non potrà che offrirsi come ulteriore contesto dentro il quale il nostro progetto politico e sindacale dovrà muoversi.
Le vicende sono ancora “calde” e possiamo per il momento limitarci ad alcune prime considerazioni, dando per nota la posizione che la Cgil ha assunto al momento della crisi di governo.

La prima considerazione riguarda proprio lo spessore della sfida che abbiamo davanti. Berlusconi è caduto, forse sul piano del destino politico personale sarà anche finito, ma il berlusconismo non è morto e le macerie con le quali dovremo fare i conti descrivono l’effetto di un terremoto tutt’altro che di natura eminentemente economico e finanziario. Il dissesto riguarda le radici profonde della nostra società, potremmo dire della nostra civiltà contemporanea. La civiltà politica, prima di tutto, per il tentativo perseguito nel lungo ventennio di demolirne le basi democratiche e costituzionali, di demolire il valore della coesione sociale, quale pilastro fondante della democrazia stessa.
Ma la civiltà offesa sta nella manomissione e distruzione di tutti i principali valori che ne avevano segnato il suo livello, dopo gli anni della ricostruzione, la giustizia, l’istruzione, la cultura, la stessa identità nazionale, perduta in un dominio del presente che ha cancellato l’idea di futuro e non solo l’idea, ma l’esistenza futura di una intera generazione, nata negli anni della discesa in campo di Berlusconi o nel decennio che l’ha preceduto.

Avremo tempo per riflettere sulle macerie materiali ed immateriali. La prima considerazione che mi viene di fare è che di fronte allo sforzo immane di immaginare quale possa essere l’Italia dopo la destra al potere per tutti questi anni, dovremmo tutti quanti ammettere che il nostro bagaglio, la nostra cassetta degli arnesi, forse è troppo modesta, rispetto all’impresa. Ovviamente, mai quanto oggi invidio tutti coloro che hanno le certezze assolute su cosa dobbiamo fare o cosa non si deve fare. A me pare sia più realistico prendere atto che dovremo probabilmente sperimentare cose che fino a ieri non avremmo mai immaginato, o per lo meno non dovremo escludere questa evenienza. Dovremo misurare la nostra capacità di guardare con occhi nuovi, forse spaesati ed un po’ spaventati, alle incombenze della ricostruzione, per la quale le tradizionali categorie che ci sono appartenute per anni, non saranno più sufficienti.

Insomma, se il problema non sarà quello di tornare a “prima di Berlusconi” (tipo, “dove eravamo rimasti”), ma più probabilmente, quello di reinventarci dopo il berlusconismo, dobbiamo navigare in mare aperto, guardando sempre più avanti, piuttosto che rivolgere lo sguardo al passato.

Faccio un primo esempio. Il governo di larghe intese o di salvezza nazionale, o di come lo si voglia chiamare. Al di là di quello che ognuno di noi può pensare, e la Cgil ha detto quello che pensa, sostenendo che la soluzione più naturale sarebbe il voto, c’è un significato in quella discussione che non può essere ridotto a mero cabotaggio politico. Ciò, l’idea che in un momento di grande difficoltà nella vita del Paese possa prevalere l’idea che le forze che si combattono stabiliscano per un pò una tregua, per concorrere insieme ad un obiettivo che parla dell’interesse generale della nazione. Forse, questa crisi ci obbliga a rivisitare l’idea di “senso dello stato” che hanno i cittadini di questo Paese, oltre gli egoismi e gli interessi di parte.
E’ un po’ come, se in una nave che sta affondando, l’equipaggio se le desse di santa ragione, incolpandosi vicendevolmente delle responsabilità delle falle aperte fregando sugli scogli, invece che preoccuparsi di mettere in sicurezza lo scafo, per evitare l’affondamento.
Negli altri Paesi, in Europa, questo istinto è connaturato nel senso di appartenenza ad una comunità. Altre storie, altre civiltà indubbiamente, ma forse è arrivato anche per noi il momento di confrontarsi con questa problematica.

Questo, ovviamente, non significa accettare ogni cosa. E’ chiaro che non sfuggono le ragioni che hanno portato il Presidente della Repubblica e la maggioranza dei partiti ha sostenere la soluzione di un governo di transizione, guidato da una personalità di alto prestigio in grado di restituire credibilità internazionale all’Italia e rigore nelle politiche di governo.
Tuttavia, anche qui dobbiamo essere chiari. Lo spessore della crisi italiana, della quale il metro economico e finanziario ne misura la consistenza, non è un fatto tecnico, ma tutto politico. Se la transizione serve per uscire dalla crisi, imboccando strade nuove, non siamo di fronte ad un problema tecnico, ma tutto politico.
La crisi certamente sta nell’uso sregolato che si è fatto della finanza, ma sta soprattutto nella crescita immorale delle diseguaglianze, sta il quel 99% che vorrebbe dare l’assalto ai palazzi dove sta arroccato l’1% dei depositari della massima ricchezza mondiale.
La crisi sta nella frattura di civiltà che si è creata con la messa in discussione dei principali valori che fanno vivere la coesione sociale, che hanno rese precarie intere generazioni.
La crisi sta nel fallimento delle politiche liberiste perseguite dall’Europa, che si è unità nella moneta, ma non sul terreno della cittadinanza sociale. Chi ci bacchetta oggi e ci impone ricette lacrime e sangue, non è meno responsabile di questa Europa malata e traballante, a partire proprio dalle destre europee, che in Francia e in Germania hanno guardato più agli interessi di patria (ovviamente quelli privilegiati) che a quelli della comunità che si è formata all’inizio di questo nuovo millennio. E’ mancato un progetto europeo ispirato ad una maggiore crescita e maggiore democrazia e quelle politiche neo-liberiste hanno dimostrato di non essere in grado di governare la globalizzazione, risolvendosi in mortificazione della democrazia, della crescita e dei diritti, soprattutto dei paesi più deboli.

Il limite del governo tecnico sta proprio nell’assenza della politica. Ma questo spiega anche quanto questa crisi (e la soluzione che si va configurando) più che essere una vittoria della finanza, è la sconfitta della politica in tutti questi anni, di cui troviamo ampie manifestazioni proprio nei fermenti antipolitici che attraversano la nostra società.

Per tutto questo la Cgil dovrà stare in campo in questi giorni, ovviamente non per sostituirsi alla politica, ma per rappresentare i valori alti con i quali l’opera di ricostruzione dovrà misurarsi.
E ve n’è uno sopra tutti, quello dell’equità. Noi saremo contrari a misure che riproducano automaticamente quanto contenuto nella lettera d’intenti consegnata dal nostro governo all’UE. Lì manca la prova lampante del cambiamento dell’equilibrio nella politica dei sacrifici. La patrimoniale non è opzione ideologica, ma misura di giustizia sociale. La lotta vera all’evasione fiscale non è accanimento per far piangere i ricchi, ma misura di giustizia sociale. E le pensioni non sono territorio per fare cassa, ma terreno dove ridefinire le ragioni di un vero patto generazionale.

L’altro valore è il lavoro. Altro terreno sul quale l’agenda-Monti sarà da noi chiamata a dare prova di discontinuità. Se l’obiettivo del risanamento si persegue con la crescita, la crescita senza il lavoro non esiste, senza un lavoro che ritrovi le ragioni perdute della sua valorizzazione professionale ed economica.
Il problema dell’Italia non è la possibilità di licenziare, ma quella di lavorare. Ed anche a proposito di licenziamenti, il problema non è quello della difesa formale dell’art. 18, applicato ad una sempre più esigua riserva indiana, ma quello di estendere diritti e tutele alla più grande parte del mondo del lavoro che ne è priva.
Il tema del lavoro, poi, chiama in causa la principale misura di giustizia sociale, ossia, la parità di tutele dentro la crisi e se come sembra il 2012 sarà anno ancora di crisi l’estensione delle tutele, ad esempio al nostro mondo, non è cosa che appartiene ad un’altra fase della ricostruzione del Paese.

Infine, la crescita pone in essere il tema di nuove politiche industriali e dello sviluppo, ed in questo si colloca la questione del terziario sostenibile.
Le misure anticrisi ripropongono la spinta alla massima liberalizzazione nel settore commerciale, vanificando gli sforzi cha abbiamo fatto in questi mesi per porre all’attenzione la condizione del lavoro nel settore distribuzione,in relazione alle aperture ed agli orari. Tema che dovremo rilanciare, assieme a quello della spinta verso nuove forme di precarizzazione, come quella degli associati in partecipazione, sui quali abbiamo lanciato la scorsa settimana una campagna assieme a Nidil.

Insomma, nel momento in cui stiamo entrando in una nuova fase estremamente difficile, dove alle persone che rappresentiamo saranno chiesti nuovi sacrifici per evitare il tracollo del Paese, dobbiamo interpretare nel modo migliore il senso di responsabilità richiesto. Che non è solo il non tirarsi indietro, ma quello di accompagnare tale coinvolgimento con lo sforzo per mettere in campo nuove idee, per esplorare nuovi territori, per far crescere nuovi protagonisti.

Vedete, ogni volta che l’Italia si trova sull’orlo del collasso, il Paese si affida alle personalità più illustre della nostra Repubblica, Ciampi, Amato, Napolitano, adesso Monti, anche se tecnocrate. In ogni caso, stiamo parlando della gerontocrazia politica, il vero limite di questo Paese, l’incapacità di produrre una nuova classe politica all’altezza dei compiti. Questo è un tema che ha attraversato molti commenti di questi giorni.

Nel nostro piccolo, il contributo alla ricostruzione del Paese sta nelle idee che vogliamo mettere in campo sul nuovo modello di terziario sostenibile e nella costruzione di una nuova leva di dirigenti sindacali, in grado di assumere grandi responsabilità nella funzione richiesta al sindacato.
Porteremo queste idee e questo sindacato dentro la mobilitazione che vedrà impegnata la Cgil, con la manifestazione del 3 dicembre, e che prepareremo con gli attivi dei delegati il 21 novembre, a Roma e Milano.
Lo hanno detto le donne con la loro mobilitazione e crediamo di poter fare nostro quell’esclamazione: se non ora quando? Questo è il nostro tempo, quello della ricostruzione e noi della Filcams vogliamo essere puntuali all’appuntamento, possibilmente tutti insieme, perché saremo sicuramente più forti e più capiti dal nostro mondo.

Vorrei innanzitutto ringraziare tutte le strutture per l’impegno mostrato nella preparazione dello sciopero del 6 settembre e nella partecipazione alle manifestazioni. I dati ci parlano di un risultato superiore a quello del 6 maggio.
In quella circostanza, l’ampia partecipazione del nostro settore fu motivata soprattutto per la ferita ancora calda del contratto separato del TDS e per la risposta che ne conseguì. Questa volta, non vi è dubbio che la presenza significativa del terziario dimostra una diffusa consapevolezza degli effetti negativi che la manovra avrà sul settore, sulle donne e gli uomini che vi lavorano.
Abbiamo con ciò contribuito a caratterizzare la mobilitazione della Cgil, portando uno spaccato sociale concreto della realtà che subirà quegli gli effetti negativi. Analoga capacità dovremo mostrare nel dare continuità alla mobilitazione.

Lo sciopero si è rivelata una scelta opportuna, per offrire un punto di riferimento, oltre il mondo che rappresentiamo. Vasti settori della società hanno trovato nella nostra mobilitazione un riferimento importante per veicolare il profondo disagio, il malessere per il perdurare della crisi e per le inique risposte del Governo.
Anche settori importanti di Cisl e Uil hanno ritenuto di indirizzare il loro malessere nell’iniziativa della Cgil e questo sottolinea ulteriormente l’anomalia di un sindacato confederale italiano che non riesce ancora a costruire una risposta unitaria, in termini di proposte e mobilitazione.

Sulla manovra è stato detto tutto. L’unico punto che salviamo è la misura contro il caporalato. Per il resto, si tratta di una manovra totalmente iniqua, inefficace, che non interviene sugli aspetti strutturali della crisi e che agisce come cavallo di Troia, introducendo interventi che nulla hanno a che fare con gli obiettivi della manovra stessa.
La conferma viene dal declassamento da parte delle agenzie di rating, una conferma indiretta della insufficienza delle misure adottate.
Intanto, le dimensioni della manovra:
Bisogna guardare alle due manovre, quella di luglio 80.064,1 MLD (D.L. 98/2011) e quella di agosto (51.279.9). L’effetto complessivo è di 130 MLD (col maxi-emendamento si arriva a 145MLD).
Abbiamo innanzitutto denunciato il suo carattere di profonda iniquità sociale.
Si pesca nel bacino di chi ha sempre pagato (basterebbe osservare come l’effetto complessivo delle due manovre ammonta alla massa stimata delle evasioni fiscali). La lotta alle grandi evasioni ed elusioni è ridotta allo spot delle manette agli evasori, che, come ci hanno spiegato in queste ore valenti commercialisti, sarà poco più che un’invenzione pubblicitaria.
Un Governo che aveva come missione la riduzione delle tasse, con questa manovra (secondo una stima della CGIA), porterà la pressione fiscale nel 2014 al 54%
Le famiglie si caricheranno 33 mld dei 51 della manovra. L’aumento dell’Iva determinerà un incremento del costo del carrello della spesa. Secondo Confesercenti salirà di 140 euro l’anno per famiglia; Federalimentare parla di 180 euro; Codacons 385 euro, comprendendo i servizi, stimando un incremento del 35% dei prezzi. Anche per questo occorrerà vigilare contro la speculazione.

L’effetto combinato dell’aumento dei prezzi con i tagli agli enti locali sarà rovinoso. Tra spesa corrente (4667) e spesa in conto capitale (2333) siamo a 7.000Mld di tagli. I settori prevalenti colpiti saranno: territorio e ambiente 1043, settore sociale 1010, viabilità e trasporti 634, istruzione pubblica 502.
Ma non saranno solo questi settori che metteranno a rischio i posti di lavoro per le ricadute sul settore dei servizi in appalto. Anche i tagli alla cultura, inconcepibili per un paese come il nostro (178mld), produrranno ripercussioni. A Firenze –ad esempio- chiude una libreria storica del centro (La Marzotto) e questa potrebbe essere solo l’inizio di un ridimensionamento del settore.
Per questo noi saremo con i sindaci, per difendere servizi e lavoro.
Abbiamo –quindi- già individuato due terreni per l’iniziativa della categoria (crisi dei consumi – aumento dei prezzi – rischio occupazionale); taglio ai comuni e riduzione attività di servizi in appalto.
Ma altri ve ne sono:
una manovra contro le donne (anticipo dell’adeguamento delle pensioni di vecchiaia)
in un settore di donne e di precariato.
La liberalizzazione delle aperture. La manovra di agosto ha fatto dietrofront, ma quella di luglio ha aperto delle voragini paurose (le città d’arte).
Cooperative aumento del 10% della tassazione sugli utili accantonati e meno agevolazioni.

Abbiamo denunciato il carattere depressivo di una manovra inutile, che rischia di dover essere integrata fra poche settimane. Il declassamento, abbiamo già detto, è la conferma.
La prospettiva dell’Italia sarà la mancata crescita. Il motore ancora oggi non riparte. Basta guardare all’industria manifatturiera, con riferimento al settore dell’auto. L’Europa ha visto una crescita del + 7,8% di immatricolazioni; invece, i marchi Fiat hanno visto un calo del 7,6%. Oltretutto, Fiat chiude Irisbus confermando la previsione che l’industria che produce mezzi di trasporto subirà nuovi contraccolpi, con il taglio dei servizi della mobilità.
Gli effetti negativi sul manifatturiero riguardano anche noi. Ad esempio, la vicenda di Termini Imerese colpisce anche noi, perché ripropone il tema dell’indotto, che deve rimanere parte integrante delle strategie di rilancio dell’industria.
Altre misure rischiano, dunque, di essere necessarie e, soprattutto, essere dettate da fuori. Siamo guardati a vista e la nostra sovranità diminuisce. Cinque banche mondiali hanno inondato di liquidità il sistema bancario europeo, ma il rimedio può essere peggio del male, poiché ciò porta ad incrementare il rischio dell’inflazione. E se riparte l’inflazione avremo salari e stipendi ulteriormente martoriati.
Tutto questo, nel momento in cui i falchi anti-euro sono tornati a volare (come dimostra la fumata nera sulla Grecia, che ha visto rinviata la sesta rata degli aiuti). Se salta l’Euro le previsioni parlano di un possibile calo del Pil di Francia e Germania del 20/25% (la Germania ha il 60% dell’export nei 27 paesi dell’U.E.). I paesi periferici, invece, subirebbero effetti ancora peggiori (Pil -40/50%).

Abbiamo denunciato anche il carattere strumentale di alcuni provvedimenti contenuti nella manovra, che nulla hanno a che vedere con gli obiettivi di anticipare il pareggio dei conti.
In particolare: la privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, per ribaltare l’esito del referendum (Sacconi: “Troveremo il modo di rimettere in discussione il referendum”); e L’art.8, con il quale viene riproposto l’attacco all’art.18 dello Statuto, per la libertà di licenziamento e la messa in discussione del diritto del lavoro. Un provvedimento la cui conseguenza sarà la privatizzazione del diritto del lavoro, con la messa in discussione del contratto nazionale. Un siluro lanciato da Sacconi all’accordo del 28 giugno, con il quale viene ribadita la centralità del Ccnl e per la prima volta si riconosce la necessità di definire le intese in relazione alla misurazione della rappresentatività dei sindacati.

La gravità della situazione sta anche nella caduta di credibilità del Governo, un Governo sempre più messo alla berlina, nella comunità internazionale.
Nel Paese abbiamo due certezze, Napolitano e la Cgil.
Non è compito nostro prospettare i Governi, certo è che questo prima se ne va e meglio è!
Il nostro compito è come non disperdere la fiducia conquistata dalla Cgil.
Per prima cosa, occorre assicurare coerenza e linearità delle proposte, sia nel merito (la manovra alternativa presentata dalla Cgil) che per lo sviluppo della mobilitazione.
Sono importanti le iniziative decise all’unanimità dal Direttivo della Cgil (Pubblico Impiego, Pensionati e manifestazione sul lavoro giovanile a fine anno).
Come Filcams dobbiamo stare dentro questa mobilitazione con le nostre problematiche, caratterizzandoci soprattutto su:

Sarebbe anche importante rafforzare l’unità della Cgil. Saremmo poco capiti se, a fronte di tutti quelli che ci sparano addosso, noi dovessimo consumare un fratricidio. Gli appelli al superamento delle divisioni congressuali che abbiamo letto e sentito vanno bene, ma occorre una grande capacità di capire che l’eccezionalità della fase impone, sia il superamento di vecchi schemi, sia l’assunzione di una grande responsabilità.
La questione riguarda soprattutto l’iniziativa su Art.8 e accordo del 28 giugno. Come Cgil abbiamo chiesto lo stralcio (ma nella manovra è rimasto).
Dobbiamo continuare a far esplodere l’incompatibilità tra i due atti e possiamo farlo innanzitutto nei confronti dei firmatari dell’accordo.
Per questo abbiamo deciso di sospendere la consultazione per andare a verificare dove stanno Cisl e Uil. E se riuscissimo a portarli su una posizione che immetta su un binario morto l’art.8, non sarebbe certamente la nostra posizione, ma sarebbe utile alla causa, per depotenziarne gli effetti deleteri e consolidare le potenzialità contenute nell’art.8 della manovra.
Questa è la priorità! Al di là delle opinioni che possiamo avere sull’accordo del 28 giugno.
Estendere agli altri settori l’accordo del 28 giugno, con gli inevitabili adattamenti, servirebbe anche al settore terziario, poiché siamo dentro un regime di contratto nazionale derogatorio. Non risolverebbe il problema, ma potrebbe aprire nuovi scenari per arginare una pericolosa deriva nelle relazioni sindacali, dopo la firma del contratto separato.

La situazione contrattuale
Rispetto a luglio si è ulteriormente complicata.

Nel terziario si entra nella fase complessa dell’assestamento a regime del Ccnl separato.
Noi stiamo navigando con la bussola che ci siamo dati al direttivo del 9 maggio, giocare su tutta la tastiera alla quale ha fatto riferimento il documento approvato in quella sede: dagli accordi di disapplicazione a quelli che cercano il più possibile di esercitare la funzione contrattuale al secondo livello.
In questi giorni si sono lette cose senza senso, destituite di ogni radicamento con la realtà: il possibile rientro nel Ccnl TDS. Magari! Se qualcuno sa indicarci la porta, volentieri.
Noi, nel mantenere tutto il nostro dissenso, abbiamo detto di continuare:

In definitiva, abbiamo scelto di stare in campo in tutti i modi possibili, per evitare l’emarginazione ed il dover prendere atto di scelte fatte solo dagli altri.

Ovviamente, c’è sempre qualcuno più bravo di noi, che ha sempre una ricetta migliore della nostra, che sa indicarci la via più giusta, a prescindere dalla sua concreta praticabilità, che si erge a giudice del nostro operato. Va bene, ascoltiamo tutti i consigli di questo mondo, a condizione di non stravolgere la realtà e di inventarsi balle che non stanno né in cielo, né in terra.

Il nostro modo di stare in campo dovrà sempre più prevedere l’offensiva sul terreno della bilateralità, dove il rischio è la totale emarginazione della Filcams.
Stiamo riprendendo i contatti con Confcommercio e con Cisl e Uil, per provare a concordare un modus vivendi, in questa fase.
Al tempo stesso, stiamo lavorando con la Confederazione, per mettere a punto una analisi ed una proposta aggiornata della Cgil sulle problematiche legate alla bilateralità.
Per quanto riguarda la Filcams, ripartiremo subito con la consulta sulla bilateralità, per dare seguito al lavoro fatto, che abbiamo portato al seminario sulla contrattazione.

Anche per affrontare questa stagione con una Filcams sempre più all’altezza delle sfide, questo Direttivo deve fissare percorso e criteri, per procedere ad un’ulteriore tappa nella costruzione del proprio assetto politico ed organizzativo.
Era un appuntamento che già ci eravamo dati prima della pausa estiva, e che avrebbe dovuto procedere al completamento della segreteria costituita dopo l’ultimo congresso.
Naturalmente, per il contesto dentro il quale si trova immersa la categoria è chiaro che questa tappa deve costituire l’occasione per procedere ad un significativo check-up dell’intera organizzazione, di cui la segreteria nazionale costituisce un anello, certamente importante, ma che riguarda anche l’intera struttura nazionale e lo stato dell’organizzazione più in generale.
Proporremo a conclusione del Direttivo la costituzione della commissione dei saggi, che dovrà procedere alla consultazione di tutti i membri del direttivo, sulla base delle proposte che ad essa saranno avanzate dalla segreteria.
Tale percorso dovrà concludersi con la prossima sessione del Comitato Direttivo, che prevediamo di tenere tra ottobre e novembre.
Naturalmente, ci sembra corretto chiedere a questo organismo, che esprime il gruppo dirigente della categoria, un confronto di merito, utile a orientare la costruzione delle proposte.
E’ fuori discussione che il completamento della segreteria è parte del processo di riorganizzazione e di rinnovamento, avviato dalla categoria tre anni fa e che ha trovato nel congresso una sua sanzione importante. Quel progetto ha corrisposto ad una scelta impegnativa dell’allora gruppo dirigente, giunto ad una soglia di maturità avanzata, che ha ritenuto opportuno per il futuro dell’organizzazione, fare un passo indietro e favorire un forte rinnovamento della struttura nazionale e con essa quelle territoriali e regionali.
Per questo, quando parliamo del progetto di rinnovamento della Filcams e ci impegniamo a farne un bilancio, dobbiamo parlare di metodo, di modalità organizzative, di uomini e donne, oltreché del profilo politico e culturale.
A poco varrebbe cambiare le persone, se dovessimo trascinarci un modo di essere e di operare, anch’esso bisognoso di innovazione. Ed è innanzitutto questo il bilancio che dobbiamo fare, per quanto le stesse nuove persone debbano e possono rappresentare un valore aggiunto, in quanto, portatrici di mentalità innovative.
Da questo punto di vista, dobbiamo ammettere che l’inserimento del nuovo e giovane gruppo dirigente e la ricerca e sperimentazione di nuove modalità operative della struttura nazionale, sono avvenute in un periodo della nostra vita segnata da tutte le vicende negative che sappiamo. Un primo Ccnl separato del terziario, poi, il secondo Ccnl separato, figlio di una stagione sindacale segnata dalle divisioni, dunque, foriera di nuovi esiti negativi su altri tavoli contrattuali. Il tutto, in una stagione economica che ha visto e vede il nostro settore coinvolto in una crisi inedita, che ha costretto la struttura nazionale a dedicare anima e cuore alla gestione delle ricadute in termini occupazionali.
Diciamo che, se il rinnovamento avesse avuto bisogno di un aiuto per affermarsi rapidamente, abbiamo trovato vento e mare contro, che non ha certo reso agile la navigazione.
Ciò nonostante, voglio dare atto alle compagne e ai compagni che hanno scelto di far parte di questo progetto, di aver dedicato a questa scelta tutte le loro risorse e la volontà di affermarlo, come esperienza finalizzata a definire una nuova identità collettiva.
Con le inevitabili luci ed ombre che una scelta di questo tipo comportava, poiché gli stessi compagni erano portatori di percorsi personali diversificati, con diversi livelli di responsabilità vissuti all’interno dell’organizzazione, sentiamo di dover confermare la validità di questa scelta, non solo perché al momento nessuno è stato in grado di dire quale avrebbe potuto essere una scelta alternativa (la categoria era al capolinea), quanto, soprattutto, per la convinzione di aver dato vita ad un laboratorio di innovazione organizzativa, utile alla stessa Confederazione, come ci è stato ripetutamente riconosciuto.
Per questo, la costruzione di una proposta deve per noi avere come perno il riconoscimento, anche parziale, di questa scelta. Se non fosse così, dovremmo prendere atto che ci siamo sbagliati e dovremmo individuare nuove vie da percorrere. Ma non è l’opinione della segreteria, che, al contrario, ritiene che su questa strada occorre insistere, pur con tutti i correttivi necessari.
Questo non significa che l’esperienza compiuta in questi due anni offre tutte le risposte alle nostre esigenze, ho già detto che il bilancio descrive esperienze di diverso grado di maturazione, ma questo è naturale. Tuttavia, abbiamo a disposizione una dote invidiabile, che ci viene invidiata e che non ha nulla da invidiare ad altre strutture. Io non la cambierei con nessuna delle situazioni che mi sono note in altre strutture.
Naturalmente, la proposta che dovremo costruire deve ispirarsi ad una autonoma idea di assetto della segreteria e della struttura nazionale, che non necessariamente debba rimanere prigioniera dei modelli ereditati dal passato. L’organizzazione è anche terreno di sperimentazione, è il mezzo con il quale raggiungere il fine e non viceversa.
Da questo punto di vista sarebbe sbagliato immaginare la Segreteria come l’unico luogo di concentrazione delle responsabilità, soprattutto in una categoria come la nostra, caratterizzata da una vastità di settori e di problematiche. Se dovessimo dotarci di un organismo esecutivo in base alla rappresentanza settoriale, dovremmo immaginarlo abbastanza numeroso, soprattutto per il fatto che questo gruppo dirigente si è caratterizzato per la scelta di considerare le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori, senza appartenenze alla serie A o serie B.
Per questo è forse più utile immaginare la segreteria come luogo di elaborazione, più che di rappresentanza; ed al tempo stesso, immaginare una struttura nazionale che sia sempre più luogo della direzione collettiva, rafforzando una esperienza che abbiamo avviato, ma che con enormi difficoltà riesce a vivere, data la imprevedibile quotidianità che tutti i nostri dirigenti si trovano a gestire.

La segreteria che dovremmo completare è figlia di una scelta congressuale, che nella nostra categoria ha individuato nella gestione unitaria una scelta politica di valore. Una scelta che dovrebbe acquisire maggiore valore, di fronte alle sfide a cui è chiamata oggi la Cgil, ma che proprio in queste sfide rischia di trovare molte ragioni per essere messa in discussione. Già è così nella vita della Cgil; dobbiamo verificare se la Filcams su questo terreno sarà ancora in grado di offrirsi come un laboratorio particolare, dove per gestione unitaria non si intende la soppressione del pensiero diverso, l’esistenza di molte opinioni e punti di vista sulle questioni che appartengono alla nostra vita e che caratterizzano le scelte politiche dell’organizzazione.
La gestione unitaria consiste nel far convivere idee diverse in un governo condiviso. La gestione unitaria è quella che non confonde una posizione di minoranza con l’opposizione al governo, ma che vive quella posizione (di minoranza) come un contributo al governo condiviso.
Nel corso di questi mesi, la nostra scelta è stata messa a dura prova, sia dalle vicende nazionali che da quelle di categoria, a partire dal contratto separato del terziario. E tuttavia, ricordo a tutti noi che questa scelta ha resistito fino al 9 maggio, quando il direttivo ha approvato all’unanimità un documento su come la Filcams debba gestire la situazione nella quale siamo precipitati. Un documento tutt’altro di facciata, poiché trova il riscontro nella gestione quotidiana dei fronti sui quali siamo attestati, sia quelli di secondo livello, che nazionali.
Occorre, dunque, anche alla luce delle considerazioni fatte in precedenza sulla fase sindacale della categoria, verificare se questa condizione è ancora presente fra noi, oppure no.
Resta il fatto che, come in tutti gli organismi vitali, il pluralismo è condizione più salutare, rispetto al monolitismo. Questo vale fra maggioranze e minoranze, e all’interno delle stesse maggioranze e minoranze.
Per questo, vogliamo affidare al percorso che intraprenderemo con questo direttivo e che ci porterà alla proposta di completamento della segreteria, il compito di scandagliare in profondità il nostro patrimonio sindacale, per viverlo come una risorsa e non come un fardello. Il tutto, ovviamente, nella chiarezza e nella trasparenza delle regole. La democrazia che regola la vita della nostra organizzazione vale per tutti, poiché rappresenta il collante che può tenere insieme tutte le nostre diversità.

Di questa nostra discussione come sempre renderemo consapevole la Cgil, poiché vogliamo che la Filcams sia parte della Cgil, non repubblica indipendente. Anche se la Confederazione negli anni che abbiamo alle spalle ha spesso trascurato la categoria, noi vogliamo, invece, consolidare un nuovo corso, che ci vede un po’ più al centro dell’attenzione nelle politiche e nelle iniziative della Cgil.
Anche per questo consideriamo la nostra politica dei quadri e di assetto dei gruppi dirigenti, un terreno di contaminazione e di scambio con la Confederazione, certo, non per fare quello che chiamiamo in gergo “collocamento”, ma per scambiare esperienze che possano risultare utili alla costruzione delle nostre politiche.
Anche questa è una verifica che faremo con la Segreteria Confederale.

Sul Tesseramento la segreteria nazionale presenterà un progetto finalizzato al raggiungimento dei 400.000 iscritti. Ma dovremo fare un lavoro sulla quantità e sulla qualità del nostro tesseramento. I numeri sono importanti, mas sono soprattutto uno strumento per analizzare limiti e potenzialità. In particolare, dovremo verificare il nostro dato sugli iscritti in rapporto ai tassi di sindacalizzazione, perché solo attraverso questo metro di misura potremo individuare i bacini di potenziale espansione del nostro tradizionale insediamento.

* * * * *

Vorrei, infine, intervenire sulla vicenda che ha visto in questi giorni protagonista Maurizio Scarpa e conseguentemente la nostra categoria. Debbo farlo, poiché la nostra categoria (oltre alla Cgil) è stata tirata in ballo in un modo che impone la necessità di fare chiarezza, innanzitutto all’interno di questo gruppo dirigente.
Non lo farò inseguendo Scarpa sul terreno da lui scelto, che, soprattutto negli ultimi giorni, ha visto una vertiginosa escalation di personalizzazioni, che non appartengono alla nostra cultura e al nostro modo di essere.
Nelle cose che si sono lette direttamente ed indirettamente (poiché viviamo attraverso internet dentro un enorme Grande Fratello), la Filcams è stata esposta ingiustamente a delle accuse gravi, delle quali, ovviamente, risponderà nelle sedi opportune chi le ha formulate.
Quello che risulta chiarissimo a chi vive dentro questa categoria è l’infondatezza degli argomenti utilizzati, per costruire un castello di incredibili falsità, che hanno tratto in inganno anche un po’ di inconsapevoli delegate e delegati, che giustamente hanno ritenuto di esprimere solidarietà a Scarpa.
Ad un certo punto mi sono chiesto: ma perché tutto questo? Che c’entra? E non ho trovato altra risposta che il tentativo di nobilitare una causa, che invece ha una spiegazione più semplice e banale.
Mi limito a respingere le due principali accuse mosse alla Filcams. Il resto lo considero inutile contorno.
Non è vero che la Filcams ha licenziato Scarpa! Questa è la prima, grave falsità e duole veder scomodare un argomento come quello del licenziamento, a fronte di una vicenda che nulla ha a che fare con i licenziamenti con i quali dobbiamo fare i conti tutti i giorni.
A Scarpa è stata avanzata dalla Cgil una proposta a un anno dalla scadenza del suo mandato. Questo significa, intanto, che non è vero che il distacco sia stato “improvvisamente” tolto, come affermato da Il Manifesto, ma che è stato restituito alla Cgil dopo un anno dalla scadenza (rettifica de Il Manifesto stamani). La Filcams ha atteso un anno, non un giorno. Ci dispiace che di questo non ci venga dato atto.
Si può discutere se questo è il modo più virtuoso che abbia la Cgil per gestire la politica dei gruppi dirigenti, certo non lo è molto ed io stesso al Direttivo Nazionale ho accolto la proposta avanzata dal portavoce nazionale della mozione “La Cgil che vogliamo’ di fare una discussione sulla vita interna alla nostra Confederazione.
Resta il fatto che a Scarpa è stata fatta una proposta dalla Cgil.
L’interessato può gradirla o meno (questo vale per tutti), ma è inaccettabile che l’assunzione di responsabilità personale che deriva dalla scelta di rifiutare una proposta, diventi un licenziamento da parte della categoria, che in questo caso non è neanche soggetto regolatore.
Qui sta una prima, evidente strumentalizzazione, assolutamente inaccettabile e da respingere fermamente da parte della Filcams. Tanto più che la categoria si era resa disponibile, su richiesta dell’interessato e dello stesso portavoce nazionale della mozione, a superare alcuni limiti che quella proposta aveva, soprattutto in relazione al riconoscimento di una funzione nazionale di Scarpa, quale esponente della mozione. E’ sconcertante sentirsi dire o leggere che questa disponibilità sia poi diventata il tentativo di “comprare” l’uscita di Scarpa.
Così come è destituita di ogni logica mettere sullo stesso piano le dinamiche che riguardano i dirigenti in attività, con quelli in pensione.
Questo gruppo dirigente, che ha ereditato una pratica, peraltro non del tutto originale, di impegnare i compagni in pensione, ha avviato un processo di superamento della stessa, arrivando a dimezzare i contratti di collaborazione, indicando la data di questo fine anno, come quella del possibile, completo superamento degli stessi contratti.
Voglio ricordare, a chi oggi agita strumentalmente questa leva, che i compagni in pensione che collaborano con la Filcams, sono lì perché noi glielo abbiamo chiesto e io voglio ringraziarli questi compagni, perché ci hanno consentito in questi anni di gestire i naturali avvicendamenti, senza traumi. Scarpa sa bene che se alcuni di questi compagni sono posizionati dove lui ha ricordato con una delle sue interminabili note, è proprio perché non avremmo avuto nessuno da collocare in questo periodo.
Eppure, sto ricordando cose note, che fanno parte della riorganizzazione della Filcams Nazionale prima e dopo l’ultimo congresso.

La seconda accusa che respingo categoricamente, a nome di tutto il gruppo dirigente della Filcams, è quella che riguarda il movente politico del cosiddetto licenziamento.
Qui siamo veramente al ridicolo! Chiedo a tutti voi se qualcuno ha mai avuto problemi a venire a questo microfono e dire quello che pensa?! Mi è capitato, semmai, di ricevere osservazioni di segno opposto.
Colpendo il portavoce della mozione si vuol limitare o annullare “il dissenso” politico. Ma quando mai scusate?! Forse sono arrivato da poco sulla terra da un altro pianeta?
Ho già ricordato che non tanto tempo fa, il 9 maggio, il Direttivo ha approvato un documento all’unanimità, su come dobbiamo stare dentro il contesto del contratto separato. E lungo quel sentiero siamo andati avanti, tutti! Le riunioni successive non hanno mai messo in evidenza un ripensamento, un cambio di rotta; se mai riflessioni aggiuntive, preoccupazioni crescenti, tutte cose utili alla collettività. E allora, quale dissenso dovevamo ammazzare?!
Ricordo anche che il 14 giugno, il segretario generale della Filcams è stato invitato alla due giorni fiorentina dell’area programmatica “La Cgil che vogliamo”. Sono andato a rileggermi la relazione, per capire se mi era sfuggito qualcosa; ma non ho trovato una sola traccia di tutto quello che ho letto in questi giorni. Dunque, dobbiamo dedurre che nel giro di dieci giorni in Filcams o nel Paese sia successo qualcosa che abbia sconvolto il mondo…?!
Qui sta la strumentalità delle accuse. Fino al 14 giugno le cose in Filcams andavano sostanzialmente bene (niente caccia ai sovversivi, piena cittadinanza alle minoranze, ecc…) e poi, improvvisamente, viene dipinto un quadro radicalmente opposto. Lascio a voi interpretare il senso di questo improvviso cambio di giudizi.
L’esempio più eloquente di questo castello fantasioso sta nella denuncia che si è inteso fare di un possibile rientro nel Ccnl del TDS, magari, con chissà quali manovre sotterranee, alle spalle degli ignari lavoratori. Qui veramente si mente sapendo di mentire e si offende l’onestà di questo gruppo dirigente.
Non voglio aggiungere altro e voglio tranquillizzare tutto il gruppo dirigente. La Filcams continuerà ad essere una palestra della dialettica sindacale. La battaglia delle idee non ha bisogno di paladini, perché è una scelta che sta nel nostro dna ed è un bisogno che appartiene a tutta la categoria, perché serve a crescere. Ma la vera battaglia delle idee è quella che si nutre della trasparenza, del merito, della obiettività, non delle palesi strumentalizzazioni, che sanno molto di antico.

Tralascio ogni altro dettaglio della vicenda e di quanto si è letto in questi giorni. Dico solo che questa categoria, questo gruppo dirigente non si meritava e non si merita tutto ciò e mi auguro che chi ha intrapreso questa strada e chi ha scelto di assecondarla rifletta sulla sua assurdità.
Dopodiché, la categoria andrà avanti con la fierezza e l’orgoglio di chi ha sempre fatto della trasparenza e dell’onestà la prima regola del proprio agire, anteponendo sempre e con grande umiltà l’interesse dell’organizzazione ai nostri grandi o piccoli desideri.

Lo sciopero del 6 maggio 2011
Arriviamo a questa sessione del Comitato Direttivo dopo dieci giorni densi di appuntamenti importanti. 25 aprile, 29 aprile, 1 maggio, 6 maggio, sono date che hanno tracciato un itinerario tematico, che ha visto la categoria impegnata su diversi fronti, quello delle polemiche sulle aperture festive, e quello dello sciopero generale indetto dalla Cgil.
Proprio la giornata di venerdì ha visto la Filcams protagonista in tante piazze del Paese. Debbo trasmettervi il riconoscimento diffuso della confederazione per l’impegno mostrato dalle nostre strutture, la cui presenza massiccia nei cortei è stata caratterizzata da grande partecipazione numerica e da insolito dinamismo, offrendo l’immagine di un settore veramente in forte crescita. La Filcams sembra finalmente aver cominciato a lasciarsi alle spalle quell’eccesso di modestia che l’ha tenuta per molto tempo nell’ombra, mostrando oggi il volto di una categoria consapevole del
ruolo che è chiamata a svolgere, ed al tempo stesso consapevole delle grandi potenzialità che può esprimere nel dibattito e nell’iniziativa della Confederazione. Anche le adesioni allo sciopero hanno mostrato livelli superiori alle altre occasioni. Indubbiamente, abbiamo avuto il ritorno della mobilitazione e del rapporto con i lavoratori, tenuto in queste settimane in occasione delle vertenze contrattuali che coinvolgono molti nostri settori. Ma è indice anche di un malessere diffuso e crescente, per gli effetti della crisi sulle concrete condizioni di vita delle persone. Nel Paese sembra crescere il rifiuto di immaginare quale condanna insuperabile, un governo che non ha dedicato nulla alla cura dei mali che affliggono l’economia e la società italiana. Anzi, giorno dopo giorno appare in tutta la sua dimensione grave la
distanza che separa l’operato del Governo, paralizzato dalle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio e i bisogni materiali delle persone che lavorano o che il lavoro lo cercano, dei pensionati, dei giovani, dei migranti. Il risultato della partecipazione allo sciopero ed alle manifestazioni rappresenta una significativa iniezione di fiducia, per intensificare il lavoro, che dovrà riguardare le realtà più difficili, nelle quali si sono manifestati limiti maggiori, indici di condizioni sociali ed organizzative più gravi. Tutta la categoria sarà chiamata a farlo, per rappresentare ancor più tutta la ricchezza e le peculiarità delle identità del lavoro terziario e farne soggetto avanzato del cambiamento di cui il Paese necessita.

La consultazione sull’accordo separato del TDS
Con questo Direttivo concludiamo formalmente la consultazione sull’accordo separato nel terziario distributivo. Ciò non significa che non proseguiremo il nostro lavoro di discussione con le lavoratrici ed i lavoratori, soprattutto nei punti meno toccati dal nostro lavoro abituale. Dobbiamo sapere che il rapporto con i lavoratori dovrà rappresentare una costante del nostro lavoro futuro, perché gli effetti dell’accordo separato si faranno sentire nel tempo e noi dovremo continuare a rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che ne subiranno le conseguenze.
Tuttavia, ci eravamo dati un tempo, per poter rappresentare un dato, significativo dell’orientamento prevalente sull’intesa sottoscritta. Sapevamo che la consultazione svolta solo dalla Filcams non sarebbe stata formalmente riconosciuta, ma sul piano politico essa ha offerto numerosi elementi che rendono esplicita ed indiscutibile la
valutazione che viene fatta sui luoghi di lavoro.Intanto, la partecipazione offre un primo dato interessante. Il numero delle assemblee svolte e dei lavoratori che si sono pronunciati è superiore alle precedenti occasioni che abbiamo avuto. Hanno votato oltre 61.000 per un totale di 2900 assemblee, il che corrisponde al (oltre 155 mila dipendenti).
Naturalmente, se dovessimo assumere come dato di riferimento i famosi tre milioni di addetti al settore, non potremmo che giungere ad una conclusione amara, dato che il dato degli aventi diritto ruota attorno al 5%. Ed anche se assumessimo come riferimento un dato degli addetti di 2 milioni, non andremmo oltre l’8%. Ma è del tutto evidente che assumere tale parametro non ci porterebbe molto lontani, poiché il nostro è un settore nel quale, oltre la grande e media distribuzione, si staglia l’immenso oceano della polverizzazione commerciale, dove è difficile arrivare. Quindi, non possiamo pensare di esprimere valutazioni sulle nostre consultazioni, solo in termini puramente statistici. Così come non possiamo neanche avallare la tesi che ha portato Fisascat e Uiltucs a ritenere impraticabile la consultazione, poiché scarsamente indicativa dell’orientamento della grande massa dei lavoratori. Come dire, “siccome sono pochi quelli che votano, non serve fare la consultazione, non vale!”. Nel nostro caso la consultazione ha veramente un suo valore politico, poiché il risultato è ineccepibile, con l’88,61% di contrari all’accordo separato e questo dato non può che essere interpretato politicamente in un modo solo: la stragrande maggioranza delle lavoratrici e lavoratori ha detto NO all’accordo e chi lo ha sottoscritto sa di averlo fatto senza disporre del consenso della gente, sia di quella rappresentata sindacalmente, che no.

Ed anche questo è un dato importante, che giriamo alle altre organizzazioni sindacali. Non ci attendevamo fenomeni significativi di disdette e abbandoni, anche se questa volta qualcosa in più delle altre volte si è verificato.
Ma le nostre assemblee sono stati momenti aperti a tutti, non vi hanno partecipato solo iscritti e simpatizzanti Filcams e il dissenso è stato unanime, trasversale alle sigle sindacali. In alcuni casi, questo dissenso si è reso esplicito da parte di rappresentanti delle altre organizzazioni, che lo hanno manifestato apertamente nei confronti delle loro segreterie nazionali. Questo è un sindacato che non può andare avanti molto a lungo così, senza regole. Il nostro caso è la dimostrazione più lampante della condizione di arbitrio nella quale opera chi impone le intese separate, sfruttando il fatto che nel nostro paese non si è mai data soluzione all’articolo 39 della Costituzione, con il quale i padri costituenti
rimandavano ad una fase successiva il problema della misurazione della rappresentatività dei sindacati. Oggi, chi agisce in assenza di regole lo fa sapendo di sfruttare una condizione contraria allo spirito costituente e lo fa piegando la democrazia a progetti politici e sindacali, in questo caso aventi quale obiettivo l’isolamento della Cgil.
Rinnoviamo da questa sede la stessa domanda fatta il 26 febbraio: perché a Pomigliano SI e qui NO?! Sappiamo che si tratta di una domanda retorica, poiché conosciamo la risposta: perché a Pomigliano si sapeva di vincere, mentre qui si sapeva di perdere. A Pomigliano lo scambio con i diritti, per quanto improprio, era per l’investimento; qui è solo a perdere, è solo per scaricare la crisi sui lavoratori e si sapeva che non sarebbe stato accettato per questo!
La democrazia sindacale non è il corollario di un progetto politico determinato in partenza, quindi è bella solo se ci dà ragione, se ratifica quel progetto. Per noi la democrazia è il riconoscimento di una volontà sovrana, affidata al voto libero ed autonomo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il sindacato deve fare fino in fondo il suo mestiere, spiegando le sue ragioni, in un confronto aperto, competitivo, poi, però, alla fine devono essere sempre i lavoratori a decidere. E l’argomento con il quale ci si oppone ad una regolamentazione per legge (le diverse concezioni del sindacato, quella degli iscritti e quello generale) sono semplicemente strumentali, innanzitutto, perché non c’è un solo rappresentante di Cisl e Uil che accetti di applicare quelle intese solo ai propri iscritti; in secondo luogo, perché non si capisce la ragione per la quale nei settori privati non possa essere applicata una regolamentazione come già è stata definita nel pubblico, anche se, d’intesa con questo governo, si è riusciti a mancare di rispetto pure a quella. Dopodiché, non ci sfuggono i limiti della nostra consultazione. Ma questo è altro tema, è il tema di come un sindacato del terziario possa inventarsi modalità nuove con le quali estendere il proprio raggio d’azione. Non possiamo essere un sindacato che esaurisce il suo intervento solo nell’area della grande e media distribuzione. Ovviamente, questo significa portare la discussione anche nella Cgil, per assumere pienamente la consapevolezza della necessità di una nuova politica di distribuzione delle risorse, dove la media del pollo non può più corrispondere all’investimento politico ed organizzativo di una strategia confederale in grado di nterpretare i bisogni i una rappresentatività più diffusa, in particolare nelle aree più deboli. Così come non vogliamo sottovalutare (e i dati disarticolati lo dimostrano) le difficoltà e le debolezze soggettive della nostra organizzazione, che descrivono lo stato di salute dei diversi gruppi dirigenti e delle strutture, specie, in particolari aree territoriali del Paese. Non è un problema di sottovalutazione o di lassismo, tuttavia, dobbiamo impegnarci in un’analisi più attenta, più obiettiva delle nostre difficoltà, con l’obiettivo di intervenire a fondo su di esse.
Possiamo proporci un progetto organizzativo, che parta da questo dato della consultazione, per consolidarlo e assumerlo come riferimento per progressivi avanzamenti. Dobbiamo proporci di migliorare sistematicamente ogni futuro appuntamento consultivo, attraverso progetti mirati ed il necessario monitoraggio.
Un accordo che non riconosciamo
Per noi, dunque, quell’accordo mantiene la sua illegittimità politica, prima ancora che formale. Sul piano formale, sappiamo che la giurisprudenza in materia non ci ha mai offerto pronunciamenti certi e lineari. Del resto, se così fosse stato, avremmo indirettamente già risolto il problema della mancata applicazione dell’articolo 39 della Costituzione.
La nota che vi è stata inviata nei giorni scorsi da conto di un confronto avuto nelle scorse settimane con l’ufficio giuridico della Cgil. La nostra indicazione è che in ogni caso occorre creare una condizione di tutela dei nostri iscritti e di tutti coloro che non si riconoscono nelle organizzazioni firmatarie di quell’accordo. Per questo, riteniamo necessario che ogni struttura proceda ad inviare ad ogni azienda ed alle associazioni territoriali una lettera con la quale formalizziamo la non applicabilità della parte normativa del contratto per questi lavoratori. Riteniamo che questo atto debba essere compiuto dalle strutture ed evitare una iniziativa affidata ai singoli lavoratori, la cui tutela deve stare dentro l’azione che collettivamente la Filcams, in ogni realtà dovrà sviluppare.
Con l’ufficio giuridico della Cgil abbiamo predisposto un modello di lettera, che potrà essere assunto da tutte le strutture, per un’azione congiunta e coordinata. Chiediamo di evitare l’assunzione di iniziative individuali e scoordinate, poiché la materia è molto controversa e l’unica cosa che non possiamo permetterci è di determinare un quadro caratterizzato da eventuali pronunciamenti l’uno contraddittorio con l’altro. Questo non darebbe forza alla nostra azione sindacale, prima ancora che legale.

Una risposta prevalentemente sindacale
Infatti, la nostra risposta deve essere prevalentemente sindacale e su questo terreno dobbiamo cercare di conseguire l’obiettivo principale di questa stagione, quello della riconquista dei diritti messi in discussione dall’accordo separato.
Naturalmente, si tratta di un obiettivo difficile, che potrà essere perseguito interamente io parzialmente a seconda delle condizioni e con modalità molto diverse ed articolate fra loro. Quello che deve risultare chiaro è che un accordo non riconosciuto, quindi, un contratto che non vede la nostra adesione, non può essere applicato come se nulla fosse, senza un coerente tentativo della Filcams di ostacolare quel cammino.
Stiamo parlando del secondo livello di contrattazione e del fatto che non potremo che convivere nei prossimi tre anni con questa condizione anomala. Gli scenari che potranno presentarsi sono diversi fra loro. Innanzitutto, là dove possibile dovremo perseguire la via della non applicazione dell’accordo, impegnando il maggior numero di aziende a sottoscrivere una semplice intesa di rispetto delle normative contenute nel Ccnl del 2008, in particolare su malattia e permessi. Questo obiettivo potrebbe già valere, di per sé, buona parte della nuova stagione contrattuale di II livello, poiché, eviterebbe un serio arretramento delle condizioni date. Sappiamo che in alcune circostanze della storia, la difesa dei diritti, contro il tentativo di arretrarne la soglia è di per sé un buon risultato, dovendo fare i conti con i rapporti di forza non sempre a noi favorevoli. Ciò non significa che, là dove possibile, la contrattazione di secondo livello debba e possa intervenire sulle situazioni delle specifiche aziende, producendo avanzamenti economici e normativi, anche se non potrà essere una condizione molto diffusa. Accordi di questo genere sono già stati sottoscritti in alcune realtà, accordi semplici, con i quali le aziende si impegnano a rispettare le condizioni del precedente contratto. Siamo consapevoli che non potrà trattarsi di una condizione largamente diffusa, ma là dove questo è possibile dobbiamo cercare di farlo, e di farlo sapere! Penso sarà utile aprire una finestra specifica sul nostro sito, che diffonda tutti i risultati ottenibili lungo questa linea. Tale obiettivo in molte situazioni non potrà che essere perseguito parzialmente, anche perché ogni azienda ha la sua storia, vive le proprie condizioni, ed in molti casi la presentazione delle piattaforme non potrà annullare di colpo il lavoro e l’esperienza costruita con le Rsu e le altre organizzazioni sindacali. Occorrerà in questi casi muoversi con molta intelligenza tattica, con grande senso della realtà, ricercando le possibili mediazioni e sintesi che evitino l’isolamento della nostra organizzazione, dirottando l’iniziativa verso un binario morto. Quello che voglio dire è che, una volta definita la scelta politica di fondo, la disapplicazione dell’accordo separato, ogni struttura, ogni azienda cercherà di realizzare questo obiettivo come potrà e se non potrà farlo evitiamo di aprire una discussione tra noi per catalogare i buoni dai cattivi, i virtuosi da quelli un po’ meno o per niente. Non dimentichiamoci che l’Italia non è tutta uguale, né per presenza del settore, né per le potenzialità della nostra organizzazione. Sicuramente, il fronte più complicato sarà quello della GDO, che ha voluto questo contratto e cercherà di applicarlo fino in fondo, a partire dai suoi effetti sul II livello, mettendo in discussione gli stessi accordi aziendali.
In questo caso, sappiamo che la partita sarà molto difficile e dobbiamo fare molta attenzione ad alimentare aspettative difficilmente perseguibili. La battaglia della Filcams non sarà, purtroppo di qualche settimana solamente, né di qualche mese, tanto meno dei prossimi tre anni. Dobbiamo uscire da questo tunnel con un esercito in buona salute e non potremo farlo gettando al fronte tutte le nostre risorse e le nostre riserve in quella che qualcuno potrebbe immaginare come una guerra lampo. I vari coordinamenti dei gruppi (in parte hanno già avviato) dovranno valutare le rispettive situazioni ed in molti casi, la ricerca di mediazioni per attenuare l’impatto negativo dell’accordo separato potrà avere un valore non inferiore a quello che in alcune aziende potremo ottenere, attraverso la non applicazione dello stesso accordo. Quello di cui abbiamo bisogno è una regia della contrattazione, evitare che le diverse condizioni tra aziende e territori, si traducano in prodotti contraddittori nei contenuti. Si possono ottenere risultati totali, parziali o nulli, ma non si può fare una cosa e il suo contrario. Proprio per questo, vi proporremo di mettere in agenda entro il mese di maggio una sessione seminariale del Comitato Direttivo, dedicata alla contrattazione di secondo livello e alla bilateralità, al fine di individuare le linee di indirizzo entro le quali orientare e sviluppare questa nostra iniziativa.
Il governo della bilateralità
Se da un lato non riconosciamo l’accordo separato, dall’altro, non possiamo minimamente immaginare che questa situazione possa avere ripercussioni sul governo della bilateralità, che ci possano escludere.
L’esperienza della bilateralità e del welfare contrattuale nel terziario è frutto di una storia contrattuale e una cosa che viene da lontano e non può essere messa in discussione da un accordo arbitrario, come quello di cui parliamo. Per questo, ed a maggior ragione per gli elementi di dissenso che incrociano la bilateralità, noi dobbiamo rafforzare la nostra presenza e la nostra iniziativa, al fine di difendere le coerenze per le quali ci siamo impegnati in questi ultimi tempi.
L’accordo sulla Governance del 2009 ha indicato una strada importante per il settore, definendo criteri di trasparenza nella gestione e di coerenza con la missione definita contrattualmente. Successivamente, abbiamo avviato un lavoro, come Filcams, per radiografare la situazione degli enti territoriali e verificarne la distanza dai contenuti dell’accordo sulla Governance. Dobbiamo riepilogare le ragioni per le quali è indispensabile intensificare qui il nostro lavoro:
• la bilateralità ed il welfare contrattuale sono alimentati dalla contrattazione e, nella sostanza, sono risorse destinate a prestazioni aggiuntive a quelle tradizionalmente affidate alle normative contrattuali. Non è manna che cade dal
cielo, ma salario che prende un’altra direzione;
• per queste ragioni è giusto che i lavoratori abbiano le prestazioni definite dagli statuti, quindi, che la massa critica delle risorse destinate agli enti e ai fondi non venga dirottata verso attività ed iniziative diverse dalle prestazioni. Riteniamo, per questo, che la parte di risorse destinate alle attività promozionali delle parti sociali debba costituire una quota relativa, nei bilanci degli enti ed in alcun modo possa configurarsi come forma indiretta di finanziamento dei sindacati;
• la Filcams, come la Cgil, per anni ha sottovalutato questo settore di attività, mostrando molta allergia, se non diffidenza e ostilità. Sta di fatto che i lavoratori hanno continuato a pagare e noi a disertare la gestione del sistema,
lasciando alle altre organizzazioni sindacali ed alle controparti, la quota più significativa della gestione. Oggi, dobbiamo rimontare questa posizione, scontando inevitabilmente una condizione di quasi marginalità, ma dobbiamofarlo, perché riteniamo di essere una parte che interpretare la gestione nel modopiù coerente con i contenuti della missione.
• Soprattutto dopo l’accordo separato, pur esprimendo il nostro dissenso sui 2euro di contributo dei lavoratori per la sanità, dobbiamo ancor più stare dentro la gestione, per far in modo che le risorse derivanti dalla contrattazione
collettiva vadano a prestazioni. Per noi è necessario ed inevitabile stare dentro questa contraddizione, gestire cose che
non condividiamo, poiché la nostra assenza potrebbe accentuare l’uso perverso dellabilateralità, vanificando lo sforzo innovativo che ci vede impegnati. Per questo, ritengo che la Filcams dovrà accompagnare con una propria dichiarazione tutti gli atti che separatamente i firmatari dell’accordo separato potrebbero compiere in attuazione di tale accordo, per vincolare l’intero sistema e tutte le risorse aggiuntive ai criteri che abbiamo definito nell’accordo sulla governante. Ma dobbiamo far si che nella Filcams si diffondano ancor più consapevolezza e competenze su tutta la partita della bilateralità. Questa è la ragione per la quale pensiamo di indire una sessione seminariale del Direttivo Nazionale della durata di due giorni (25 e 26 maggio), il primo dedicato alla contrattazione ed il secondo alla
bilateralità.

Gli altri tavoli contrattuali
Nonostante la determinazione nel voler isolare la Cgil, il quadro contrattuale continuaad offrire situazione articolate e contraddittorie fra loro. Dopo la nostra firma separata, vi è stata –invece- una firma unitaria, proprio in uno dei settori che ha visto per anni il monopolio della Cisl, quello delle poste. Che logica c’è, tra una Fisascat che da noi ha imposto tutti i contenuti che andavano oggettivamente in rotta di collisione con noi, sacrificando l’esperienza unitaria consolidata da anni di lavoro, e la Cisl nel settore delle poste che, invece, a rinunciato a deroghe, collegato sul lavoro
e quant’altro?! Dopo l’accordo delle poste, altro accordo separato, quello nel settore orto-frutta, dove ancora una volta Fisascat e Uiltucs hanno imposto alla Flai la stessa dinamica riservata a noi.
Non dobbiamo dare per inarrestabile l’effetto domino e ad ogni tavolo dobbiamo fare tutti i tentativi per ostacolare il disegno che ci vuole fuori dagli accordi. Per rimanere nel settore distributivo, abbiamo davanti a noi il tavolo della
cooperazione, dove si vanno sprecando gli intenti unitari, da parte dell’associazione di categoria. Ma l’approdo non è semplice, né scontato, poiché la cooperazione continua a sostenere che il loro contratto deve riavvicinarsi a quello di
Confcommercio e questo non può che tradursi in un contratto “restituivo”. Va da sé che non ci è dato concedere alla cooperazione ciò che abbiamo giudicato irricevibile nel terziario privato. Non c’è una malattia cattiva per la Confcommercio, che diventa buona per la Coop e lo stesso criterio vale per tutti gli altri punti negativi
del contratto. Il nostro sforzo può arrivare fino a ricercare compromessi compatibili con l’esperienza che nel corso di questi anni abbiamo svolto nella cooperazione, penso all’insediamento cooperativo al Sud, ai processi di stabilizzazione, al governo della flessibilità, ma sono mediazioni che presuppongono l’abbandono del solco tracciato
dall’accordo separato con Confcommercio. Su questo dobbiamo essere chiari tra noi, perché i prossimi giorni saranno decisivi. Anche noi vogliamo fare l’accorso e siamo consapevoli del disastro politico di un accordo separato nella cooperazione, ma non possiamo spingere oltre il ragionevole la coerenza con le posizioni fin qui sostenute.
Credo che il vero tema di fondo, sia capire se veramente nel mondo della cooperazione di consumo sia iniziata una fase nuova, profondamente diversa dalle condizioni che hanno animato anni di contrattazione che abbiamo alle spalle e se tutto ciò debba e possa comportare ripensamenti ed inversioni di tendenza. Ma il tema è anche un altro, individuare quale sia la istintività Coop in un contesto che tende ad avvicinare le distanze e questa discussione a stento riesce a conquistare il suo posto al tavolo negoziale.
Un altro tavolo significativo è quello degli studi professionali. In questo caso, la ricerca delle mediazioni ci ha spinti ad esercitarci sui terreni minati del collegato sul lavoro, ovviamente, con l’obiettivo di tirarlo il più possibile dalla nostra parte, ovvero, su terreni compatibili con le posizioni espresse dalla Cgil. Al punto in cui siamo, questo obiettivo sembrerebbe essere raggiunto sull’arbitrato di diritto. Adesso, stiamo ultimando un lavoro sul tema della clausola compromissoria e della certificazione, terreno molto insidioso, ma sul quale stiamo provando a costruire una interpretazione accettabile, con il supporto della confederazione, e che proprio in queste ore dovrebbe offrirci una risposta definitiva. Evitiamo di dividerci tra i puri e i compromessi, perché il lavoro difficile che i compagni stanno s volgendo ha come obiettivo quello di piantare paletti, se possibile, che ostacolino una deriva inarrestabile. E se riuscissimo a ottenere un buon risultato, ciò contribuirebbe a indebolire il fronte più intransigente che si batte per il nostro isolamento. Va da sé che qualunque ipotesi dovessimo raggiungere, sarà oggetto di una valutazione del gruppo dirigente Filcams, oltre che della Cgil.
Tentativi di gettare il cappello per l’aria, da parte delle altre organizzazioni sindacali, li abbiamo riscontrati anche sugli altri tavoli, dove il confronto negoziale si era spinto abbastanza avanti. E’ il caso del Multiservizi, dove abbiamo vissuto il tentativo di far rientrare dalla finestra tutta la partita del collegato, col chiaro intento di far precipitare l’accordo separato. La nostra delegazione è riuscita a ricondurre nei binari accettabili il negoziato, anche se ciò non significa ancora che lo stesso abbia imboccato la strada che lo porterà al traguardo. Resta molto più complicata la vicenda della vigilanza privata, dove la vertenza langue inesorabilmente. Questa è la ragione per la quale riteniamo sia indispensabile pensare ad un salto di qualità, immaginando una nostra iniziativa più eclatante, in grado di
avere un impatto mediatico molto più forte con l’opinione pubblica. Come lo è, in un certo qual modo, per la vertenza degli appalti storici ed Ex-Lsu. Credo che la nostra solidarietà con le lavoratrici ed i lavoratori di questi settori debba
essere forte, diffusa e debba essere accompagnata dalla chiara percezione che loro devono avere, della nostra vicinanza e del nostro impegno, per non dichiarare persa la battaglia. Può anche essere che alla fine non si riesca ad individuare una soluzione, ma non possiamo mettere nel conto questa eventualità, accompagnata dal senso di
abbandono che potrebbero vivere i lavoratori destinatari di questa ingiustizia.
Il dibattito in Cgil sul modello contrattuale
Le vicende contrattuali del terziario confermano l’insostenibilità di un sistema di relazioni sindacali fondato sulla divisione e l’assenza di regole.
Per queste ragioni e’ importante l’iniziativa assunta dalla Cgil, attraverso la proposta sulla democrazia sindacale e quella sulla riforma della contrattazione, con la presentazione da parte della segreteria generale di un documento con il quale aggiornare la proposta da sottoporre al confronto con le altre parti sociali, per definire un nuovo assetto contrattuale, che cancelli l’accordo separato del 22 gennaio 2009. Quello di cui la Cgil non avrebbe bisogno, nel momento in cui è sottoposta ad attacchi provenienti da più parti, è fare di questa discussione una occasione di
divisione interna. Il tema della riforma del modello contrattuale, come lo e’ stato quello sulla democrazia, debba essere terreno di rafforzamento dell’unita’ della Cgil non di nuove divisioni.
Per questo occorre che la proposta parli a tutto il mondo del lavoro e sia in grado di rappresentare ed interpretare tutte le peculiarità che lo caratterizzano. Il mondo del terziario, caratterizzato da larga diffusione di piccola dimensione
produttiva e da un mercato del lavoro con largo ricorso a forme di lavoro flessibili e precarie, necessità di un sistema di tutele incardinato sulla funzione importante del contratto nazionale e sulla valorizzazione di un secondo livello di contrattazione, in grado di intervenire sull’organizzazione del lavoro, a partire dalla contrattazione dei tempi e degli orari. L’obiettivo di un contratto che riunifichi tutte le forme di lavoro presenti nelle aziende costituisce un obiettivo importante nel mondo del terziario, dove spesso i confini tra lavoro dipendente e non appaiono molto labili, con conseguente sottrazione di diritti ad una parte di coloro che vi sono impiegati. Ciò ancor più a fronte del crescente
ingresso dei migranti nei vari settori del Terziario, che pone l’esigenza di rendere esigibili diritti sul lavoro e cittadinanza. La Cgil, poi, deve finalmente definire la propria posizione sulla bilateralità, assumendo ciò che di positivo si e’ sviluppato nelle esperienze delle categorie. La "buona bilateralità" vede nella contrattazione la sua legittimazione e non può confondere forme di sussidiarietà o di intreccio con ruoli sostitutivi delle funzioni affidate allo Stato, in particolare, in materia di assistenza, previdenza, sicurezza sul lavoro e intermediazione di manodopera. In tali campi, la bilateralità può contribuire, anche con interventi sperimentali ed innovativi, a sostenere la diffusione dell’accesso
ai diritti, soprattutto, delle fasce più deboli e meno protette del mercato del lavoro settoriale.
Crediamo, inoltre, che l’esperienza Filcams confermi la necessità che un nuovo sistema di regole per la rappresentanza abbia quale approdo una legge. Nel 2008 avevamo un accordo che stabiliva e codificava le procedure per gestire i dissensi, accordo regolarmente non rispettato, al momento della rottura. Naturalmente, verso l’obiettivo della legge sarebbe ugualmente importante, nel frattempo, addivenire ad una intesa tra le parti, per superare la situazione odierna, priva di ogni soluzione, sia legislativa, che pattizia. Per tutte queste ragioni il dibattito nella Cgil deve vedere un approdo unitario ed è responsabilità dell’intero gruppo dirigente operare per individuare la sintesi necessaria tra le diverse posizioni.
La Festa non si vende
Venerdì 29 aprile si è conclusa a Firenze la prima fase della campagna nazionale "La festa non si vende" ed è stata una iniziativa molto importante, giudicata da molti nostri interlocutori e da molte nostre strutture di alto livello. Ma l’intera campagna nazionale ha rappresentato un momento alto dell’iniziativa Filcams, dopo il congresso nazionale di Riccione. Con essa la categoria ha inteso aprire un confronto nazionale sui principali temi legati alla politica del consumo e del settore distributivo, avviando una riflessione critica sui modelli attualmente consolidati.
Siamo partiti dal tema del lavoro domenicale e festivo, tema che trovò già in occasione delle festività primaverili dello scorso anno un forte momento di polemiche, alimentate dal sindaco di Firenze. Ma il tema del lavoro domenicale, come sappiamo, ha fatto da detonatore per sollevare le questioni più generali. Va da sé che quella problematica continuerà a trovare nella contrattazione la sede prioritaria per definire le modalità organizzative della loro attuazione, in relazione alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori. La campagna nazionale ha tuttavia confermato il nesso stretto tra l’intervento di natura sindacale e la necessità di introdurre forti elementi di discontinuità sui temi del consumo e della distribuzione. Siamo di fronte ad una problematica decisamente interdisciplinare, di valenza sindacale, politica, istituzionale, sociale, culturale. Per questo non possiamo fermarci a Firenze e dobbiamo progettare un necessario sviluppo della campagna nazionale.
Volendo capitalizzare quanto fatto, il tema di una nuova regolamentazione degli orari commerciali è fondamentale, come supporto alla concertazione ed alla contrattazione sindacale, per programmare i calendari delle aperture. Per questo, ripartiremo con l’obiettivo della ridefinizione di un contesto normativo aggiornato, cioè, una rilettura
della normativa nazionale, per adeguarla al contesto odierno e la richiesta di un quadro normativo regionale compiuto ed omogeneo. Nel corso della campagna abbiamo incontrato molti pareri favorevoli a questa necessità, anche se non bisogna farsi molte illusioni sui sostegni che il mondo politico potrà offrire. Ma è già un risultato che l’Anci, attraverso il suo presidente nazionale, Sergio Chiamparino, a ritenuto necessario convocare le parti (proprio il 29 aprile) per individuare un tavolo di confronto che individui una sintesi condivisa cono i comuni, e che salvaguardi alcune festività, laiche e religiose, da considerare indisponibili. Nonostante tutta la Vandea agitata dai neo-liberisti del consumo (Di Vico), bisogna prendere atto che la nostra campagna martellante e l’iniziativa sviluppata nei territori, un risultato l’ha prodotto. Al tempo stesso, però, si dovrà dare seguito al carattere sociale e culturale della campagna, estendendo il coinvolgimento del mondo dei consumatori, delle istituzioni, delle associazioni culturali. Uno degli aspetti più interessanti della nostra campagna è che ci ha permesso di venire a contatto con esponenti del mondo della cultura, del mondo accademico, di quello religioso, oltre che dei consumatori e tanto altro, che hanno incoraggiato la nostra organizzazione ad andare avanti lungo questa strada, riconoscendo alla Filcams il coraggio di sollevare questioni che per interessi, convenienze o scambi corporativi, nessuno ha avuto il coraggio di sollevare in questi termini.
Questo livello dell’iniziativa, le cui modalità spesso originali ed inedite hanno spesso reso gradevole e simpatica la stessa campagna, ha assegnato alla Filcams un nuovo protagonismo, contribuendo a rendere la categoria interlocutrice sempre più autorevole nel settore ed al tempo stesso ha rafforzato i tratti di una nuova identità culturale, che dal congresso rappresenta l’impegno attorno al quale tutta la Filcams sta orientando il proprio processo di rinnovamento politico ed organizzativo. La Confederazione a tutti i livelli ha percepito e colto questa novità nel panorama della nostra organizzazione, a partire dal nostro segretario generale Susanna Camusso.
Per questo, assieme all’orgoglio che non sempre le nostre struttute sono riuscite amascherare per questo riconoscimento, dobbiamo investirci di una ulteriore responsabilità, sapendo che lungo questo percorso stiamo veramente costruendo un soggetto nuovo, che non rinuncia a competere su tutti i terreni, che non siano solo
quelli della mera tutela sindacale, individuale o collettiva.
Per questo, consentitemi in chiusura di esprime un ringraziamento a tutte le strutture che si sono impegnate ed a quelle che lo faranno nelle fasi successive della campagna nazionale "la festa non si vende". L’entusiasmo e la convinzione con cui questi appuntamenti e queste sfide sono state affrontate ci consentono un po’ di fiducia ed
ottimismo, di cui abbiamo assolutamente bisogno per fronteggiare le scadenze difficili che abbiamo davanti a noi.

Con l’iniziativa di stamani concludiamo la prima fase della campagna nazionale lanciata dalla Filcams “La Festa non si vende”.

Voglio –innanzitutto- ringraziare i nostri ospiti che stamani daranno vita ad un confronto sulle problematiche sollevate dalla campagna. La loro presenza è per noi importante, perché non siamo gente indisponibile a cambiare opinione. Abbiamo certamente le nostre opinioni, ma le mettiamo a confronto con altre, anche di segno opposto, perché è così che può nascere una sintesi tra interessi diversi.

Ringrazio, in particolar modo, tutte le nostre strutture che in questi tre mesi hanno costruito sul territorio questa campagna, dando vita ad iniziative anche originali, cercando il contatto con la gente, non solo con le istituzioni e le associazioni di categoria. Dare voce ai rappresentati e a chi non è rappresentato è un compito che ci siamo proposti, soprattutto per verificare la nostra aderenza con il sentimento ed i bisogni diffusi delle persone in carne ed ossa. Tanto più che oggi la campagna conclude solo la sua prima fase e da domani proseguirà con altre iniziative ed altre strutture impegnate.

Un ringraziamento particolare –consentitemelo- al nostro Segretario Generale Susanna Camusso, che ha subito mostrato una attenzione nuova e sincera alle problematiche del mondo che rappresentiamo, quel mondo invisibile del terziario, popolato da tanta solitudine, ma da tanta voglia di conquistare un posto di rispetto sulla scena sociale. Siamo convinti, con il lavoro della Filcams, di contribuire ad un rinnovamento culturale dell’intera Cgil, in grado di interpretare il valore della confederalità, nel terzo millennio. E’ importante per noi che chi è alla guida della Confederazione oggi colga pienamente il valore della sfida che ci siamo proposti. Ringrazio, anche per questo, le strutture confederali regionali e le Camere del Lavoro che ci hanno dato sostegno in queste settimane e con le quali continueremo il lavoro.

Il mio compito non andrà molto oltre, perché i protagonisti della mattinata saranno gli ospiti che abbiamo invitato. Devo solo richiamare sinteticamente il senso di questa nostra campagna. Anche perché, se dobbiamo riconoscere di aver ricevuto una discreta attenzione dagli organi di informazione e da importanti opinionisti, non sempre, però, si è dimostrato di interpretare il senso autentico del nostro messaggio. In alcuni casi lo si è proprio distorto, non sappiamo se volutamente o per pigrizia mentale. Sicuramente, abbiamo pagato il dazio alle logiche comunicative funzionali ad una visione molto mediatica della politica. Le polemiche suscitate dalle decisioni di aprire i negozi il 25 aprile e –soprattutto- 1° Maggio, che hanno visto l’epicentro proprio a Firenze, e lo sfrenato protagonismo mediatico di alcuni personaggi ne sono un esempio inequivocabile.

Dario Divico, giornalista del Corsera, che avevamo invitato questa mattina, ma che per precedenti impegni non ha potuto partecipare, dopo aver dedicato una inusuale attenzione nella fase di avvio, l’altro giorno, replicando a Susanna Camusso ha definito stravagante la nostra campagna nazionale. Debbo dirvi che istintivamente quell’aggettivo mi è subito piaciuto e per verificare se ero io ad avere qualche problema, ho aperto il dizionario, trovando conferma del fatto che stravagante è chi è fuori dal comune, si dice “un artista stravagante”, quasi un complimento per la Filcams (siamo una categoria fuori dal comune!)… Poi, però, il dizionario proseguiva la spiegazione, definendo stravagante “chi è fuori dai limiti normali o previsti”.

Allora, a quel punto, ho capito che la nostra campagna viene definita stravagante perché spinge il merito oltre i limiti previsti, cioè, previsti da qualcun altro e da qualcun altro elevati a normalità. Forse, con la nostra campagna abbiamo voluto mettere in discussione una normalità definita da altri? Se è così, e temiamo che sia proprio così, anche questo è un complimento, perché l’idea che cambiare si può, se il cambiamento è una necessità per le persone che rappresentiamo e per il Paese intero, è un’idea che ci appartiene e che definisce il tratto più significativo della nostra missione.

Che cosa vogliamo cambiare?

Intanto, ripetiamo per l’ultima volta, che la nostra non è una campagna contro il lavoro domenicale (ed anche quello festivo, in alcuni casi). Al di là del fatto che vorremmo tutti quanti non lavorare mai la domenica e nei giorni festivi, siamo consapevoli che il settore commerciale può e deve aprire anche la domenica. Noi siamo contro la liberalizzazione delle aperture, siamo contro l’annullamento di ogni regola, siamo contro il modello H24 x 365, modello a cui si ispirano coloro che chiedono per il commercio piena libertà di aprire in ogni dove. Nel Comune che ospita questa iniziativa, le decisioni unilaterali assunte dall’amministrazione consentono già di tenere aperti gli esercizi commerciali in città fino a 362 giorni su 365! La nostra contrarietà non c’entra niente con l’ortodossia o l’allergia Cgil all’innovazione o alla modernità, come è stato detto. Fosse così, saremmo in buona compagnia, perché sono già diverse le città dove il 1° maggio si terranno scioperi unitari con Cisl e Uil, a partire da Firenze e Milano.

C’è una ragione innanzitutto sindacale che ha portato alle proteste unitarie e per capirla bisogna smetterla con i luoghi comuni e le mistificazioni, che denotano spesso la non conoscenza della realtà anche da parte di chi ha responsabilità importanti nel governo delle città o del Paese.

Ci siamo sentiti dire che la liberalizzazione delle aperture serve per combattere la crisi dei consumi, come se un negozio aperto avesse il potere miracoloso di moltiplicare i soldi che ogni cittadino ha in tasca. La crisi dei consumi è una cosa molto più seria, per combattere la quale occorrono innanzitutto politiche di sostegno ai redditi da lavoro e da pensione. Nella valanga di parole spese per spiegarci l’utilità dell’apertura il 1° maggio non una sola parola è stata spesa per denunciare l’assenza di quelle misure fiscali in grado di restituire il necessario potere di acquisto dei redditi, delle pensioni, dei salari. Non è del modello dell’auto che dobbiamo discutere, ma del carburante da mettere nel serbatoio…

Del resto, siamo già a 362 giorni, qui a Firenze e se la crisi non passasse e 362 giorni non bastassero più? Vogliamo ricordare che ne abbiamo a disposizione 365 in un anno e se non bastassero più neanche quelli?

Ci siamo, poi, sentiti dire che la liberalizzazione delle aperture porta nuova occupazione. Ma di cosa stiamo parlando, di quale occupazione stiamo parlando?! Chi conosce la realtà del commercio, specie dei centri commerciali, sa bene che parliamo di occupazione fragile, di tanto part-time, di contratti a termine, questa è l’occupazione, che ha fatto si che l’Italia chiudesse il 2010 con un saldo del 76% di nuove assunzioni avvenute con contratti flessibili, senza solide prospettive di continuità. Del resto, non può che essere così, le aperture domenicali costano! E se si pensa che vada aperto per combattere la crisi, l’azienda sarà costretta a fare un’operazione di riduzione dei costi e non potrà che farla aumentando la flessibilità e riducendo il costo delle maggiorazioni, tant’è che già si parla della necessità di considerare ormai la domenica un giorno “quasi normale”, quindi, da prestazione ordinaria!

Scusateci, ma se l’ortodossia è occuparci delle conseguenze che sul piano economico e delle condizioni materiali si scaricano sui lavoratori (per non parlare dei turni decisi all’ultimo momento), allora si, siamo ortodossi, ma il nostro mestiere nasce da qui, dal rappresentare le condizioni e i bisogni del lavoro, questione quasi del tutto scomparsa dalla scienza politica e sociale.

Per questo chiediamo una regolamentazione delle aperture, che consenta, attraverso l’esercizio della concertazione e della contrattazione, una programmazione dei turni di lavoro. La seconda fase della nostra campagna partirà proprio da qui, dall’obiettivo di rileggere l’intera normativa ed aggiornarla. La Bersani ha più di 10 anni e ridotta ad un colabrodo dalla derogabilità esercitata dai comuni. Riteniamo che dentro un quadro nazionale aggiornato, le regioni debbano legiferare, per offrire un sistema che assuma il vincolo della concertazione, il vincolo dell’indisponibilità di alcune feste religiose e civili, che rilanci la programmazione del settore commerciale, con regole e criteri omogenei, perché l’Italia è certamente un Paese particolare, ma non è possibile arrivare fino all’autocertificazione di comune turistico, poiché, tutti i comuni italiani troverebbero il pretesto per definirsi comune turistico. E bisogna anche fare attenzione a dire, come si è detto in questi giorni anche da parte sindacale, che ogni comune deve trovare la sua soluzione, perché quella è la via che sicuramente porterà ad una gara di emulazione, che avrà quale unica conclusione le massime aperture. Per questo è necessario valorizzare, anche in termini gerarchici, la legge regionale, dentro la quale i comuni possano esercitare la loro concertazione. Avremo questa mattina la dimostrazione che è una cosa possibile, anche se non necessariamente votata alla perfezione, dato che la soluzione è sempre un punto di sintesi tra interessi diversi.

Anche in questo caso ci siamo chiesti se vi era una stravaganza italiana nel porre il tema della regolamentazione e più in generale della salvaguardia della domenica quale giornata prevalente di riposo settimanale! In effetti, siamo un po’ stravaganti, si, ma in questo caso perché andiamo nella direzione contraria a quanto accade negli altri paesi. Spesso, veniamo accusati di non guardare all’Europa, di essere troppo provincialisti. Come mai in questo caso non si dice nulla? Come mai non si dice che nella stragrande maggioranza dei paesi europei, quando arrivano le 18 del venerdi, devi aspettare il lunedi successivo per andare a fare la spesa? Sono ortodossi anche loro? Eppure, non stanno neanche peggio di noi!! L’iniziativa della Filcams è diventata parte integrante della campagna dei sindacati europei, per la difesa della domenica, quale giornata prevalente di riposo settimanale ed è importante sapere quale sponda potrà offrire il Parlamento europeo.

Infine, vogliamo difendere il significato più profondo della nostra campagna, che va oltre aspetti meramente sindacali, ma che non possono vedere estraneo il sindacato, quale attore del cambiamento.

La nostra campagna è una iniziativa che intende accendere potenti riflettori sul tema dei modelli di consumo e del settore distributivo. Per chi non l’avesse capito, vi è un intreccio stretto tra modello di consumo, modello distributivo e modello lavorativo. In un caso come questo, difendere la qualità del lavoro, i diritti sul lavoro non sarebbe possibile senza fare un discorso anche sul modello distributivo e, a sua volta, sul modello di consumo.

La spinta alle massime aperture domenicali e festive non è una richiesta che proviene indistintamente dal mondo della distribuzione. E’ una esigenza soprattutto della grande distribuzione, dei modelli distributivi fondati sulle grandi superfici di vendita (il centro commerciale). Per questo abbiamo aperto una riflessione sulla opportunità che questo modello venga reiterato all’infinito. Noi non siamo per principio contro i centri commerciali, ognuno è libero di soddisfare i propri gusti. Siamo contro un modello di sviluppo del settore distributivo a senso unico, per ragioni economiche e sociali. Riteniamo che le peculiarità italiane pretendano la difesa di un pluralismo commerciale, che vada dai grandi formati, al commercio di vicinato. E’ la composizione sociale che ce lo chiede, un target di consumatore tutt’altro che monolitico, con una forte presenza di popolazione anziana e la stessa struttura morfologica del Paese. Il modello del grande formato ha cannibalizzato il piccolo commercio, contribuendo al tempo stesso a desertificare le città, i centri storici, che sono la più grande risorsa che ha questo Paese. Per questo riteniamo indispensabile una moratoria sulle nuove aperture dei grandi formati, e siamo per affermare progetti di riqualificazione delle città, dove le attività commerciali minori possano offrire il loro contributo alla rivitalizzazione delle stesse.

A chi ci da di stravagante anche per queste posizioni, vogliamo ricordare che l’Italia ha scoperto i centri commerciali con oltre 20 anni di ritardo rispetto all’Europa ed oggi, l’Europa, che ha colto i limiti di quel modello, o l’esaurirsi della spinta propulsiva, ha innestato la retro marcia, ha invertito la tendenza, recuperando il valore di un sistema distributivo più equilibrato e plurale. Per questo ci chiediamo: dobbiamo aspettare altri 20 anni, noi, per fare quello che hanno cominciato a fare nel resto d’Europa, oppure, traiamo insegnamento dalle scelte altrui? E quando ci sentiamo dire che l’apertura di un nuovo centro commerciale avviene oggi, a fronte di un progetto presentato da più di dieci anni, ci chiediamo quale ambizioni può avere un Paese che non è in grado di ripensare tempestivamente scelte appartenenti a contesti oggi del tutto superati?! Questa è la prova dell’abbandono della programmazione, quale metodo di governo efficace dello sviluppo.

Infine, la nostra campagna è stata accostata alla teoria della decrescita e noi, seguaci dell’economista e filosofo francese Serge Latouche, perché saremmo contro lo sviluppo della grande distribuzione e contro il consumo.

Al netto della rappresentazione caricaturale che si fa delle nostre posizioni (ho già detto quello che pensiamo della grande distribuzione), alcune nostre posizioni, in effetti, si configurano sicuramente come una riflessione critica sui modelli di consumi che stanno alla base dell’attuale modello distributivo. Noi non siamo contro il consumo, siamo contro il consumismo, che è cosa diversa. Siamo contro il consumismo, oggi ancor più, perché riteniamo che la crisi dentro la quale siamo immersi obblighi tutta la società ad un ripensamento sugli stili di vita e di consumo. Siamo contro la categoria dello spreco e del superfluo, perché crediamo anche all’etica del consumo, crediamo ad un consumo sostenibile, compatibile con una equa redistribuzione delle risorse, con la tutela dell’ambiente, con la salute dei cittadini.

C’è qualcosa di pedagogico in questo nostro approccio? O peggio, di velleitario? Quello che è certo è che ognuno oggi deve fare la sua parte per combattere la crisi attraverso scelte di qualità e, per noi, la prima qualità è la sostenibilità, economica, sociale ed ambientale. Se per i nostri compagni della Fiom è coerente battersi per un futuro dell’auto che assuma le sfide dell’ecologia, del rispetto dell’ambiente, del superamento della dipendenza dal petrolio, per noi è equivalente dire che il futuro del consumo, il futuro di un ipermercato o supermercato (o albergo turistico) sta nel passaggio dal consumismo al consumo sostenibile.

C’è qualcosa di morale in questo approccio? Qui entriamo dentro un confronto tra modelli di società, tra culture diverse e noi ne abbiamo una, precisa, che vogliamo difendere ed affermare al pari delle altre, che non condividiamo anche se rispettiamo.

La nostra contrarietà alla liberalizzazione delle aperture domenicali e festive sta anche nel fatto che la nostra società ha assoluta necessità di far crescere il consumo di beni relazionali, non solo di quelli materiali. La domenica, o il giorno di festa, è uno dei pochi giorni dell’anno nel quale il consumo del tempo perde i ritmi imposti dalla produzione dei beni materiali ed assume la persona, tra le persone, quale principale bene di scambio. Per noi, questo è un elemento di valore che non trova alcuna ragione di scambio o di monetizzazione, né in relazione alla crisi, né in relazione alla crescita della produttività, perché una società che per vincere la sfida della competitività sacrifica quote significative della propria identità di comunità è una società che non ha futuro, destinata ad essere perdente e subalterna, otre ad essere brutta.

Oltretutto, chi l’ha detto che l’economia cresce di più se la domenica pomeriggio si vende un televisore in più, invece che un bel concerto musicale, oppure, una rassegna culturale, una manifestazione sportiva, una gita in campagna o alla sagra dell’aquilone o della castagna, dove madre, padre e figli possano stare qualche ora insieme?! Si tratta di scelte, di modelli culturali e questa è proprio una battaglia, per la quale ci schieriamo apertamente. All’isola dei famosi, preferiamo il paese delle persone normali, dove la dignità resti il valore indisponibile, la forza di una moderna civiltà.

Per questo, la nostra campagna La Festa non si vende è l’altra faccia della campagna abbracciamo la cultura, che la Cgil ha promosso in questi mesi, per fare dell’offerta culturale di questo Paese il principale valore aggiunto del suo sviluppo.

Per questo, la nostra campagna è anche la richiesta di ridefinire la nozione di “servizio essenziale”, perché non possiamo fare di tutta un’erba un fascio, non accettiamo di confondere la sanità, la sicurezza, la mobilità, l’informazione con l’abbigliamento o l’elettronica, nè con lo stesso alimentare, abbondantemente garantito da una normale programmazione del servizio distributivo.

La Festa non si vende è tutto ciò, il coraggio di rimettere in discussione certezze acquisite, una prova di discontinuità, con modelli che ci condannano ad essere sempre meno punti di riferimento.

La cosa che ci ha stupito in questo nostro tour è stato che la stragrande maggioranza dei nostri interlocutori era d’accordo con noi! Quindi, non è vero che siamo fuori dal mondo, forse è più vero che abbiamo toccato un nervo scoperto di questa società. Qualcuno, però, ci ha detto che la nostra ragione è tardiva, che tutti i buoi sono ormai scappati dalla stalla. Rispondo come ho risposto la prima volta: questo Paese ha ancora qualche stalla dove non siano già scappati tutti i buoi? In tutti i settori strategici non abbiamo più buoi e neanche agnellini. E’ un Paese da rifare, da ricostruire e per questo dobbiamo avere il coraggio di mettere in campo nuove idee, di mettere in discussione ciò che a parer nostro si oppone al declinare in chiave moderna valori universali.

Il caso ha voluto che questa iniziativa si tenesse nel mezzo a due date importanti, il 1 maggio e il 25 aprile. Il 25 aprile ha consentito che in Italia si tornasse a festeggiare il 1 maggio e chi dimentica questo nesso, chi ci accusa di ortodossia, perché ancorati ad un rituale ormai superato, in realtà ha in mente altro. La messa in discussione del passato, che in questi giorni ha assunto i connotati di una vera e propria opera di demolizione dei valori costituenti (libri di testo sulla resistenza, il superamento della norma che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista, l’equiparazione dei partigiani ai repubblichini, addirittura, la messa in discussione dell’Art.1) è funzionale al futuro che si ha in mente, un futuro non più fondato sulle basi della Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza. La nostra non è nostalgia, ma difesa dei principi e la memoria è tutt’altro che polveroso museo. La memoria è lo scrigno del nostro futuro ed è salutare che qualcuno si batta per dire che il 25 aprile e il 1 maggio (come nelle altre feste, anche religiose) è molto più importante, per il nostro futuro, avere il tempo per coltivare la memoria antifascista o delle lotte per il lavoro, piuttosto che immergersi e affogare in un centro commerciale.

Si, siamo di parte, è proprio per questo ci sentiamo partigiani, nuovi partigiani, impegnati nel difendere i valori per i quali molte vite e molte speranze sono state sacrificate.

Grazie a tutti voi per averci dato fiducia in queste settimane e per il sostegno che ancora ci darete nei prossimi giorni.

Dichiarazione di FRANCO MARTINI, Segretario Generale FILCAMS CGIL

La Filcams – Cgil non riconosce la sigla del contratto Terziario – Distribuzione e Servizi, che “ratifica” l’accordo separato del 26 febbraio tra Confcommercio, Fisascat – Cisl e Uiltucs – Uil. Siamo di fronte ad una conclusione del tutto arbitraria del negoziato per il rinnovo del contratto di settore, resa possibile dall’assenza di regole in materia di rappresentatività dei soggetti contrattuali e dal mancato rispetto della più elementare norma democratica, il voto delle lavoratrici e dei lavoratori.

La Filcams – Cgil, l’organizzazione sindacale di categoria di gran lunga più rappresentativa, che non ha condiviso l’intesa, aveva proposto di svolgere la consultazione, con voto certificato delle lavoratrici e dei lavoratori, all’esito della quale si sarebbe correttamente attenuta. Le categorie di Cisl e Uil si sono opposte, rifiutando di applicare quanto chiesto dalle loro stesse confederazioni in occasione dell’accordo Fiat di Pomigliano e Confcommercio ha assunto un atteggiamento pilatesco, accettando che si consumasse un atto del tutto arbitrario.

Questa vicenda, che segue quelle dei meccanici e più recentemente del pubblico impiego, segna l’insostenibilità di un sistema di relazioni sindacali privo di una regolamentazione in materia di rappresentanza e rappresentatività. La Filcams – Cgil, come già fatto dalla Confederazione, chiede che la misurazione della rappresentatività effettiva costituisca la condizione preliminare dell’agire sindacale, soprattutto in materia di contrattazione e di validazione delle intese conseguenti.

Per queste ragioni, la sottoscrizione dell’intesa separata non rappresenta per la Filcams – Cgil la conclusione del negoziato di rinnovo del CCNL Tds 2008.

La Filcams – Cgil proseguirà nei prossimi giorni la consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori per illustrare le ragioni della mancata firma e continuerà a promuovere l’iniziativa di mobilitazione nei luoghi di lavoro e nei territori, per difendere le condizioni economiche e normative peggiorate dall’accordo separato, mantenendo forte l’impegno per la qualificazione e la trasparenza del sistema complessivo della bilateralità e del welfare contrattuale.

Roma, 7 aprile 2011

II^ Assemblea Nazionale delle Camere del Lavoro
Chianciano, 11 e 12 gennaio 2011

Intervento di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL

Nell’ascoltare gli interventi che in questi due giorni hanno raccontato le tante e diverse esperienze delle nostre Camere del Lavoro e delle strutture regionali, esce fuori un messaggio importante per tutti noi: si può fare! Non è vero che esiste solo la rassegnazione, non è vero che il nostro futuro potrà essere solo quello della strenua ed incerta difesa di quello che siamo stati fino ad oggi. C’è tanta iniziativa, ci sono tante rinnovate energie, c’è tanta nuova combattività, che noi non possiamo e non dobbiamo disperdere.
Naturalmente, questo presuppone la capacità della Cgil, di tutto il suo gruppo dirigente, a tutti i livelli, di sapersi mettere in discussione, di saper riconoscere che si impongono lenti nuove per leggere quello che sta accadendo intorno a noi, risposte nuove, maggiore coraggio nello sperimentare nuove vie, che fino a ieri mai avremmo pensato di poter percorrere. L’abbiamo detto tante altre volte, ma il fatto è che non potremo ripetercelo all’infinito, perché l’infinito non esiste. Sono scomparse civiltà che hanno fatto la storia dell’umanità; quella stessa storia non sarà più clemente con la Cgil, se noi non sapremo percorrerla con la necessaria intelligenza e mettendo in gioco quella che rappresenta la forza maggiore di cui disponiamo, l’intelligenza collettiva, lo stare insieme, con tutte le differenze e le diversità che ci caratterizzano.

Dunque, si può fare, non è vero che non si può; ma molto ancora dobbiamo fare, molto più di quanto questa stessa assemblea sta raccontando in questi due giorni.
Faccio un esempio: una delle parole chiavi di questa assemblea è Territorio, assieme all’altra, importantissima, che è sociale.
Se qualcuno di noi pensasse che ci stiamo occupando di una delle specializzazioni del nostro lavoro, appunto, la contrattazione territoriale e sociale, e da domani, dopo aver ripassato questa lezione ed essersi dati i compiti per casa, tornare alle “altre” discipline specialistiche (la contrattazione nazionale, o aziendale di categoria), avremmo dimostrato di non aver capito di quale sfida stiamo parlando. Oggi, il territorio, rappresenta il principale crocevia delle dinamiche e dei processi, che descrivono l’agire contrattuale del sindacato, non più solo del sindacato più contiguo alla dimensione sociale, ma, innanzitutto, quello chiamato a misurarsi con i processi produttivi.
Guardiamo al terziario. Abbiamo quasi tutti i rinnovi contrattuali aperti (ed in alto mare); abbiamo decine di vertenze aziendali dagli esiti difficili ed incerti; abbiamo il tema del lavoro, dell’occupazione, che si propone in termini inediti dal passato. Ebbene, bisogna che si sappia, nel nostro caso, che una parte consistente dei problemi che siamo chiamati a risolvere, per rinnovare un Ccnl, per offrire una soluzione ad una azienda in difficoltà, chiedono risposte che possono venire solo fuori dal nostro luogo di lavoro, che possono venire da una azione contrattuale territoriale che intervenga su scelte di sviluppo e di organizzazione dei servizi, che non possono essere affrontate singolarmente dalle categorie.

Susanna, nella relazione, ha fatto uno degli esempi più eclatanti da questo punto di vista, sul quale abbiamo avviato una riflessione comune con altre categorie, il tema degli appalti. E’ del tutto evidente che sul contratto delle imprese di pulizia in appalto si scaricano le conseguenze di un sistema di regole, che deve essere condizionato dall’esterno. Il Ccnl, diventa spesso l’ultimo anello della catena.

Ma ancora più eclatante è l’esempio del settore della grande distribuzione, che in queste settimane sta occupando la cronaca per la questione della liberalizzazione delle aperture domenicali e festive. Orario di lavoro, pause, diffusione abnorme dei contratti flessibili e precari, permessi, sono temi analoghi a quelli che hanno appassionato Marchionne in queste settimane e sono temi del nostro Ccnl. Ma nel nostro caso, il “nostro” Marchionne non potrebbe essere affrontato con successo se il sindacato non avesse in campo una iniziativa contrattuale, appunto, territoriale, per affermare una nuova programmazione degli orari commerciali, in assenza della quale, la liberalizzazione si scaricherebbe sul Ccnl, piegando le resistenze che noi possiamo opporre. E quella contrattazione si rivolge non solo all’impresa, poiché, abbiamo la gara tra i sindaci più famosi e “moderni” d’Italia a chi apre di più, la domenica, e tutte le feste comandate. Anche per questo, la Filcams Nazionale ha lanciato una campagna nazionale contro la liberalizzazione delle aperture domenicali e festive e per la difesa del valore storico-culturale di quelle che definiscono l’identità del nostro Paese (25 aprile, 1 maggio), che si concluderà il 1 maggio ed alla quale chiederemo il contributo di tutte le strutture provinciali e regionali della Cgil.

Ma il Marchionne della Grande Distribuzione Organizzata pretende maggiore flessibilità, piena liberalizzazione nel governo degli orari, dei turni, delle festività, perché la sua fabbrica, la sua “Mirafiori”, risponde ad un modello distributivo che ha scelto lo sviluppo dei grandi formati distributivi quale modello prevalente e forse unico. Ma non l’ha fatto da solo, l’ha fatto con le decine e decine di amministrazioni comunali che hanno assecondato l’abbandono delle città, dei centri urbani, per aprire quei centri commerciali, che impongono un target di consumatore stereotipato, difficilmente coincidente, ad esempio, con una persona anziana che vive in città. Ed anche difficilmente coincidente con i bisogni della donna che lavora in quel centro commerciale, poiché privi spesso dei necessari servizi sociali, in grado di favorire la conciliazione dei tempi di vita con quelli del lavoro.

Senza una contrattazione territoriale, che intervenga su questi processi “esterni” alla nostra fabbrica, che affermi una nuova cultura del consumo sostenibile, nel momento in cui un quarto della spesa natalizia è finita nelle pattumiere, facendo esplodere la contraddizione tra spreco e consumismo; che affermi una nuova nozione di servizi essenziali, oltre il corporativismo e l’egoismo dei singoli settori; la Filcams non potrà mai vincere le proprie battaglie per la tutela delle condizioni di lavoro e per la dignità delle persone che lavorano nel settore.

E questa contrattazione territoriale non deve essere vissuta come un revival dei vecchi tempi, ma come la giusta declinazione delle sfide più attuali, imposte dalla globalizzazione, dove la forza competitiva delle imprese non può essere scissa, né raggiunta senza una analoga e prioritaria forza competitiva del territorio. E questo vale non solo per i servizi o il terziario, ma anche per i più tradizionali settori manifatturieri.

Per questo vorrei dire che, se è vero che la Fiat parla a questa assemblea, è vero anche il contrario, che questa assemblea parla alla Fiat e a tutti coloro che condividono e sostengono una risposta alla crisi ed alle sfide globali, comprimendo il lavoro e la democrazia, ed espellendo il sindacato (o i sindacati) che si candidano a rappresentare e difendere l’uno e l’altra.

Però dobbiamo essere onesti fra noi, non basta dire che la Cgil, che si chiami Filcams, Fiom o in qualunque altro modo, non è il sindacato che difende solo l’esistente, ma che fa anche le proposte, perché questo significa ammettere che abbiamo perso molto tempo in questi anni, siamo spesso arrivati in ritardo, siamo ancora oggi troppo lenti e poco conseguenti, ed il mondo non aspetta la risoluzione delle nostre beghe interne.
E poi, significa essere consapevoli che la partita più impegnativa la dovremo giocare nel momento peggiore, avendo contro quasi tutto ed occorre, dunque, essere, certamente determinati, ma anche umili, perché non è in gioco il nostro destino, ma quello di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Per questo è bene compiere fra noi un importante atto di onestà intellettuale e dire che da soli non ce la potremo fare, io almeno lo dico, per la parte che rappresento, il che non vuol dire che ci arrendiamo ad un volo a bassa quota, ma che dobbiamo rinunciare all’autosufficienza, che non consentirà a nessuno di vincere queste sfide.

E se questo vale per il rapporto tra la Cgil e gli altri, figurarsi quanto valga fra di noi. Non so se abbiamo la giusta voglia di ascoltarci, ma dobbiamo farlo, altrimenti è difficile capirsi e stare insieme in questa battaglia.
Vi faccio un esempio: il movimento cresce, cresce il malessere, crescono le lotte, in questi casi capita di troverci a discutere della necessità dello sciopero generale, quale momento di unificazione delle lotte. Figurarsi se ci sottrarremo a questa scelta, quando la riterremo opportuna, l’abbiamo sempre fatta. Ma evitiamo la contraddizione di un gruppo dirigente che chiede alla piazza di unire questo fermento e che al proprio interno non sa tenere insieme esperienze diverse, bisogni diversi, che non sa fare sintesi, che non sa ascoltarsi!

Ed allora, se qualcuno ha voglia di ascoltare, sappia che il ricatto non è solo quello del referendum imposto da Marchionne, ma quello che vivono tutti i giorni migliaia di lavoratrici e lavoratori che non hanno la possibilità di stare insieme in un unico contenitore, ma che sono dispersi nella galassia della solitudine del lavoro. Se c’è una lavoratrice ed un lavoratore che ha bisogno di noi, della Cgil, è proprio quello che maggiormente vive la condizione di ricatto. Ed anche quello che voterà in queste ore a Mirafiori, sotto ricatto, magari pensandola come noi su quell’accordo, avrà bisogno di noi al suo fianco, proprio perché è ricattato, proprio perché si fiderà di noi e se noi non saremo lì con lui lo metteremo in ancora più gravi difficoltà, negandogli anche una credibile, quanto difficile, prospettiva di risalita.

Di questo parla la nostra esperienza e quando penso a come poter tenere insieme questi mondi, trovo una risposta più convincente di altre: la Fiat è un problema che mi riguarda, che riguarda anche la Filcams, che sarà impegnata a fianco della Fiom e della Cgil per sostenere le ragioni del no. Ma i problemi del mondo disperso, dei lavoratori che vivono la solitudine è un problema che deve riguardare anche le altre categorie. Ce lo chiedono le nostre donne delle imprese di pulizia, che vivono la condizione perversa del lavoro in appalto, come ce lo chiedono le guardie giurate; ce lo chiedono le ragazze ed i ragazzi dispersi nelle centinaia di migliaia degli studi professionali, come i migranti delle imprese esternalizzate del settore alberghiero; ce lo chiedono le ragazze degli ipermercati, come quelli del terziario avanzato, traditi dalla propaganda berlusconiana sulla “I” di innovazione, che non c’è mai stata.
Ce lo chiedono soprattutto i giovani, il cui futuro dipende sempre più dalla nostra volontà di stare dentro la giungla della precarietà sociale e del lavoro, per aprire loro col machete un passaggio verso un progetto esistenziale, ad oggi negato.

La Fiat è anche un problema mio e della Filcams, ma vorremmo che in qualche stabilimento dell’industria manifatturiera, ogni tanto, venisse diffuso un volantino di solidarietà con la lotta delle donne delle imprese di pulizia o delle mense, che ancora non hanno visto rinnovato il loro Ccnl.

Sono convinto che questa Cgil farebbe più paura a chi vuol male al Paese. Sicuramente, sarebbe una Cgil che farebbe molto bene a tutti coloro che non si sono ancora rassegnati all’idea del declino.
Noi vogliamo essere questa Cgil!