Carrefour Rifatta la catena italiana

07/02/2011

Il «ceo» Brambilla di Civesio: riorganizzata tutta la struttura. Da maggio i nuovi iper, i Planet

Lo spezzatino, come si dice in gergo finanziario, lo hanno chiesto i due principali fondi attivisti presenti nel capitale con il 14%: Groupe Arnault, il veicolo di investimento del patron di Lvmh Bernard Arnault, e l’investitore l’americano Colony Capital. Quello che chiedono è che Carrefour, gigante della grande distribuzione con 101 miliardi di ricavi 2010, secondo al mondo solo a Wal-Mart, venga diviso in tre pezzi: la capogruppo con il core business negli scaffali, già quotata, dovrebbe staccare dal proprio perimetro gli hard discount (Dia) e la proprietà di tutti gli immobili commerciali per farne due società separate da quotare in Borsa o forse da vendere. Voci di disimpegno La svolta strategica chiesta dai fondi per estrarre valore finanziario dal gruppo francese in difficoltà, non ha sorpreso il board guidato da Lars Olofsson che ha deciso di valutare l’ipotesi. Ma in Italia ha rinfocolato le voci di un possibile ulteriore disimpegno dalla Penisola. «Non è così — smentisce l’amministra delegato, Giuseppe Brambilla di Civesio —. Se avessimo voluto lasciare l’Italia non avremmo investito nel cambiamento delle insegne, era più semplice vendere i punti vendita con il nome che avevano (Gs e Diperdì)» . Il manager non commenta le ipotesi di spezzatino che, secondo gli analisti, coinvolgerebbero gli immobili raggruppati nella Carrefour Property srl. Carrefour non è l’unico dei colossi esteri della spesa che ha dovuto cambiare strategia a causa della crisi e del calo dei consumi. Il Ceo Olofsson ha definito l’Italia un «mercato sfidante» e ha imposto un piano di dismissioni e ristrutturazioni volto a recuperare efficienza e redditività. Nel 2009, dopo la pulizia contabile e la svalutazione dei marchi, Carrefour aveva chiuso i conti con una perdita di 84 milioni a livello di holding capogruppo (Carrefour Italia spa) e di 349 milioni a livello di società operativa (Gs spa). Per riportare i conti in nero il colosso francese si è ritirato dal Sud della Penisola vendendo 8 ipermercati, 31 supermercati e 30 negozi di prossimità. «Non ci siamo ritirati, abbiamo fatto una politica territoriale — precisa Brambilla di Civesio —. Avevamo fatto investimenti al Sud che non hanno dato i risultati sperati, perciò abbiamo scelto di investire in una strategia di prodotto e di concentrarci al Centro Nord, non presidiare tutta la Penisola» . I rapporti con Finiper Carrefour ha ceduto anche la partecipazione del 20%che aveva nel gruppo Finiper di Marco Brunelli per un controvalore di 100 milioni. «Non abbiamo rotto con Brunelli — spiega Brambilla — abbiamo sciolto un contratto complesso e datato, gli abbiamo ceduto la quota perché desiderava consolidare la posizione, ma abbiamo mantenuto un diritto di prelazione in caso di vendita» . I due gruppi della grande distribuzione hanno sciolto il legame anche nella centrale acquisti ma «a partire dal primo gennaio — annuncia Brambilla — abbiamo ripreso la collaborazione» . La parte più significativa del restyling del gruppo francese ha riguardato i punti vendita. «Abbiamo fatto un processo di riorganizzazione esterno e interno — spiega il manager —. Abbiamo ridisegnato i negozi di vicinato trasformando l’insegna e l’offerta, rinnovato i 500 supermercati e reso più simili a grandi supermercati gli iper di piccole dimensioni, tra i 2mila e i 4mila metri quadri di superficie. In tutta la catena è stato rivisto il catalogo dei prodotti private label unificati con il brand Carrefour. L’ultimo passo che rimane da compiere è quello di trasformare i grandi ipermercati, secondo il modello Carrefour Planet, lanciato in Francia e in tutta Europa dalla casa madre. Il primo sarà inaugurato in Lombardia a maggio» . Se il nuovo look funzionerà si vedrà in corso d’anno. Intanto il fatturato 2010 realizzato in Italia, terzo mercato europeo dopo Francia e Spagna, ha risentito ancora del calo dei consumi. Le vendite sono scese dai 6,8 miliardi del 2009 a 6,4 miliardi (-5,5%): «Il 2010 ha registrato una flessione principalmente a causa della riduzione dei punti vendita e delle sofferenze che permangono in alcuni canali a causa della deflazione dei prezzi» .