Carrefour, reintegrare gli espulsi

13/09/2010

Viene impedito loro di riprendersi il posto di lavoro, dopo 95 giorni in cui ricevono la busta paga senza retribuzione e a zero ore. Succede al confine di Milano. Sessantadue lavoratori espulsi da uno dei magazzini di stoccaggio merci della Carrefour, tra i più grandi del paese, e che nonostante due sentenze non vengono riammessi. L’unica colpa è non aver accettato ritmi di lavoro disumani e la cancellazione del contratto di lavoro. In servizio, a Pieve Emanuele, si lavora fino a 14 ore al giorno. Un lavoro faticoso, una fotografia che sembra scattata agli inizi del secolo scorso. Una realtà che non riguarda solo questi lavoratori, ma tutto il comparto della movimentazione merci che sta dietro i grandi marchi della grande distribuzione e degli spedizionieri che riempiono le città e le televisioni di pubblicità accativante. Dagli inizi di giugno inizia una mobilitazione estenuante rivolta a tutta la filiera di piccole e grandi cooperative che si incastrano in una catena di comando tutta a spese dei lavoratori. Alla fine di agosto viene deciso di bloccare in entrata e in uscita i tir delle merci. La prefettura tenta una mediazione tra la Filt CGIL e l’azienda, ma senza successo. Durante la scorsa settimana avrebbe dovuto iniziare un nuovo iter giudiziario, rinviato al 16 settembre per richiesta dell’azienda, si apre quindi uno spiraglio di trattativa ancora tutto da verificare e che non annulla in nessun modo la gravità dellla vicenda. A cominciare dalla messa in luce di un’area al confine della legalità, in cui neppure il pronunciamento della magistratura è sufficiente a ripristinare le condizioni di civiltà del lavoro.
“La vicenda di Pieve Emanuele – commenta Vincenzo Mazzeo, della Filt Lombardia – rappresenta una prova generale per ridisegnare l’intero mercato del lavoro. In nome della produttività si vorrebbe ridurre i lavoratori a macchine silenziose e ubbidienti di pronta e immediata sostituzione. Per questa ragione la mobilitazione della Filt non è rivolta solamente contro l’ultima azienda della catena di comando, frapposta tra il lavoro e la multinazionale del commercio, ma direttamente al marchio della grande distribuzione, principale responsabile di scelte aziendali diseconomiche”.