Carovita nella nuova spirale prezzi-prezzi

09/02/2004


09 Febbraio 2004

LA POLEMICA TRA ISTAT ED EURISPES A VENT’ANNI DALL’ACCORDO DI SAN VALENTINO SUL TAGLIO DELLA SCALA MOBILE
Carovita nella nuova spirale prezzi-prezzi
L’effetto euro e lo scarto tra l’inflazione reale e quella percepita
Alessandro Barbera

ROMA
Perché la gente ha la sensazione che, soprattutto dopo l’avvento ell’euro, i prezzi siano molto più alti di quanto non rilevi l’Istat? Come nella migliore tradizione italiana, in questi mesi ognuno ha detto la sua. L’Eurispes rileva aumenti a due cifre per le zucchine? E’ colpa dei negozianti che arrotondano furbescamente i listini con il changeover. Il dato Istat è in linea con quello degli altri Paesi dell’Unione? Per l’opposizione l’Istituto di statistica è orientata dal governo, per il governo l’Eurispes è un covo dell’opposizione.
L’ultima puntata della guerra dei numeri fra Istat ed Eurispes – una variante macroeconomica dello scontro guelfi-ghibellini – si è scatenata questa settimana con la diffusione dei dati sull’andamento dei prezzi al consumo a gennaio, in calo al 2,2%. Sull’attendibilità dei numeri dell’Eurispes rispetto a quelli dell’Istituto di statistica gli esperti non sembrano avere dubbi.

Il lavoro dell’Istat – dicono – per quanto discutibile e criticabile, si basa su criteri scentifici, per di più armonizzati all’interno dell’area euro. L’Eurispes, aggiungono, non può vantare la stessa autorevolezza poiché è un istituto privato che si finanzia con le analisi commissionate da enti o aziende.
La polemica ha comunque travalicato da tempo i confini delle cifre, ed ha aperto una riflessione sul reale potere di acquisto dei salari nel nostro Paese. Un tema di dibattito che si è trasformato rapidamente in un drammatico refrain: le famiglie italiane, persino quelle che possono contare su due stipendi, ormai faticano ad arrivare alla fine del mese. Insomma, il Paese si starebbe impoverendo. E’ vero?
L’argomento, complice la cabala della storia, riemerge a vent’anni esatti dal noto «accordo di S.Valentino sulla scala mobile». Il primo colpo ad un meccanismo di adeguamento dei salari che verrà abbandonato solo otto anni dopo con l’accordo del 31 luglio 1992. Per farla breve: allora governo e sindacati decisero di «sterilizzare» un sistema che per tutelare i salari dall’inflazione aveva creato una spirale prezzi-salari.
Che l’andamento dell’inflazione percepita sia superiore a quella registrata dall’Istat è opinione ormai diffusa, fatta propria da economisti come Augusto Graziani e dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale insiste inascoltato a chiedere alla Banca Centrale Europea l’introduzione dell’euro di carta. Dello stesso avviso è anche Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’università Cattolica di Milano e uno dei massimi esperti italiani di inflazione.
«Non c’è dubbio che il problema esista», sottolinea. «La matassa è piuttosto imbrogliata, ma non si può negare che sui criteri Istat sia necessaria una riflessione». Come ad esempio nel caso del peso dei costi per la casa nel «paniere» che serve a calcolare l’inflazione. «Per l’Istat il costo della casa è l’8,5% dei consumi perché, dicono, va considerato il fatto che tutti gli italiani sono proprietari». Ma, aggiunge, «dimenticano di tenere in considerazione il peso di un mutuo o dei costi condominiali. Un dato che non sta in piedi». E’ vero che, aggiunge, l’Istat si coordina con le altri centrali di statistica per calcolare ciò che va sotto il nome di «indice armonizzato dei prezzi al consumo». «Ma è altrettanto vero che i criteri di rilevazione sono tradizionalmente diversi e che il concetto di inflazione è oggetto di dispute accademiche da sempre».
C’è poi un altro problema, esploso soprattutto a partire degli anni 90: nel mondo moderno, nella società dei servizi «post-fordista» misurare il prezzo di un bene è sempre più difficile, perché è sempre più difficile valutarne la media e la qualità. Quella che Campiglio definisce «inflazione repressa» e che deriva ad esempio dall’inefficienza dei servizi pubblici e dei costi ai quali spesso i cittadini sono costretti con quelli privati.
Insomma, usiamo metodi vecchi per valutare una società nuova: vent’anni fa avevamo una struttura dei consumi molto più elementare e valutabile, oggi invece è più sofisticata, diversificata, sia nel tipo di consumatori che di servizi e beni a disposizione. «In tutto questo i criteri di rilevazione statistica non sono cambiati di una virgola e, sottolineo, ciò riguarda la maggior parte dei Paesi europei». Campiglio porta ad esempio il caso del mercato delle automobili. «Un mio studio calcola un aumento reale dei costi fra il gennaio del 1998 e il marzo del 2002 più o meno doppio a quello registrato dalla media ponderata dell’Istat. Uno scarto che, sottolinea il professore, è probabilmente dovuto ad una diminuzione del «peso relativo» delle auto di medie dimensioni rispetto a quelle di lusso, molto più vendute di un tempo.
Criteri metodologici a parte, Campiglio non nega il fatto che si sia determinato anche un abbassamento del potere d’acquisto degli stipendi. «E’ noto che negli anni novanta la dinamica salariale si è fermata, anche a causa dell’aumento della percentuale di lavoro autonomo rispetto a quello dipendente». La diminuzione dei lavori «contrattualizzati», aggiunge, è stato poi indirettamente terreno fertile per il caro-euro.
«Una volta, ai tempi della scala mobile si parlava di una spirale prezzi-salari, oggi la spirale è prezzi-prezzi». Tanto per essere semplici: il costo di una zucchina nella bottega sotto casa non può che essere nettamente superiore a quello dell’ipermercato. Ma più aumenta il costo delle zucchine (e così è avvenuto con l’euro) più sarà caro, a titolo di esempio, il costo di un intervento dell’idraulico. In questa spirale di aumenti dei prezzi a rimanere indietro sono i redditi dei lavoratori dipendenti, come operai ed impiegati. «E questo è un problema che governo e sindacati non possono eludere».