“Carovita 1″ Caro ristorante? «L’Italia è assolta»

08/11/2004


    lunedì 8 Novembre 2004

    Caro ristorante? «L’Italia è assolta»
    Ricerca Usa sui Paesi Ue: il 10% in più contro una media del 15%
    «In Germania e in Francia registrati aumenti di gran lunga superiori
    Se si denunciano raddoppi delle tariffe si tratta di percezione errata»

    Raffaello Masci

    ROMA
    I nostri ristoranti sono sì rincarati dopo l’avvento dell’euro nel 2002, ma in misura meno elevata di quanto suggerisca la percezione comune (intorno al 10%) e, comunque, inferiore rispetto a quelli di altri Paesi europei (l’Olanda, per esempio, ha avuto rincari del 50% e la media Ue è del 15%).


    La notizia può sembrare paradossale, dal momento che il costo dei ristoranti è (ed è stato fin dall’inizio) uno dei punti su cui si sono concentrate le critiche dei consumatori dopo l’arrivo dell’euro. Ci sono state denunce che parlavano di raddoppi di listino e, più in generale, le associazioni dei consumatori lamentano rincari di almeno il 30%. Ora uno studio sembrerebbe far pendere la bilancia un po’ più dalla parte dei ristoratori: tre giovani economisti della Fed (la Federal reserve, cioè il corrispettivo americano della Banca d’Italia) e dell’Università della California (tra cui l’italiano Federico Ravenna) hanno pubblicato sullo «Staff paper» della Federal Reserve una ricerca – corredata da grafici, tabelle, modelli matematici e schede metodologiche – in cui sostengono che l’euro ha effettivamente avuto un impatto sul costo al consumo della ristorazione. Tant’è – dicono i tre studiosi – che nei Paesi dell’Ue non aderenti alla moneta unica gli aumenti registrati sono stati assai più contenuti e, a volte, minori rispetto all’inflazione. In Inghilterra, per esempio, la ristorazione è aumentata solo dell’1,01%, in Danimarca dell’1,06% e in Svezia del 2,18%. Nell’area dell’euro, invece, la botta si è fatta sentire: in media i rincari sono stati del 15,63%, ma in Olanda si è arrivati al 50%, in Germania al 28%, in Finlandia al 26%, In Francia al 18% e così via.


    In questo trend l’Italia se l’è cavata abbastanza bene, secondo gli studiosi americani, e meglio hanno fatto solo Austria, Belgio e Grecia: l’aumento non è arrivato al 10% (+9,82% per l’esattezza). Insomma, se due pizze e birra, ai tempi pre-euro, costavano intorno alle 30 mila lire, con la nuova moneta si arriva al corrispettivo di 33 mila lire, cioè 17 euro.


    «D’altronde – spiega lo studioso italiano dell’Università californiana, Federico Ravenna – sembra abbastanza improbabile che i ristoranti abbiano sfruttato il lancio dell’euro come una un’opportunità per “allearsi” e alzare i prezzi. Se così fosse, infatti, perché negli altri settori i rincari non si sono verificati o sono stati, comunque, meno consistenti? Non avrebbero potuto mettersi d’accordo anche altre tipologie di esercenti? O forse i gestori di bar e ristoranti sono una categoria meno onesta delle altre?».


    In realtà – aggiunge lo studio – i rincari si sarebbero determinati non per l’intervento speculativo dei ristoratori, ma per la concomitanza di una serie di fattori tecnici: la ristorazione – spiegano gli studiosi – ha tempi di aggiornamento dei listini più lunghi rispetto ad altri comparti in quanto è l’elemento terminale di una lunga filiera di costi. Inoltre i ristoratori italiani, consapevoli che l’euro avrebbe comportato dei rincari, non hanno aggiornato i listini nei mesi immediatamente precedenti, riservandosi di farlo in un’unica volta a moneta sopraggiunta, determinando così uno sbalzo del prezzo al consumo più significativo e, soprattutto, «percepito» come più brusco da parte della clientela.


    Insomma sarebbe stata la rapidità dell’aumento a farci apparire i conti più salati. Il presidente di Confcommercio Sergio Billè ha accolto la tesi americana come la prova del nove di una tesi che la sua confederazione sostiene da sempre, vale a dire che l’impatto dell’euro, se è stato traumatico ovunque, in Italia lo è stato di meno: «Credo che tutto quello che è stato detto, colpevolizzando solo alcune componenti del settore dei servizi, in particolare della ristorazione, sia stato francamente eccessivo».


    Inutile dire che le associazioni dei consumatori considerano «risibile» il ponderoso studio americano e sostengono che «qualunque cittadino italiano potrebbe testimoniare, per diretta esperienza, che i numeri forniti dalla Fed sono campati per aria».