Caro-spesa, tagli al menù per tre italiani su quattro

22/10/2007
    sabato 20 ottobre 2007

      Pagina 7 – Primo Piano

      Caro-spesa, tagli al menù
      per tre italiani su quattro

        VANNI CORNERO

        I prezzi degli alimentari esplodono e gli italiani reinventano il loro menù: in tavola ci sono meno pane e pasta, si consuma meno latte e si beve meno vino, mentre la carne di vitello cede terreno a quella di pollo e alle uova. A cambiare la lista della spesa sono tre persone su quattro e fra quelli che hanno girato pagina il 40% lo ha fatto in modo drastico. Insomma, non si tira la cinghia ma certamente si fa maggiore attenzione a cercare le alternative di cucina meno care, una scelta obbligata dal rapporto stipendio-prezzi che però non vuol dire comprare prodotti di basso livello. Ormai si è capito che risparmiare sulla qualità è un rischio per la salute e allora si cercano alternative compatibili con le proprie tasche, scegliendo la filosofia che suggerisce: meglio una buona frittata di una bistecca senza garanzie. Non che la gente accetti tutto ciò di buon grado, anzi ad essere incattiviti sono in molti e si cercano i colpevoli, individuati dal sentire comune nei troppi passaggi intermedi tra produttore e consumatore, oltre che nei ricarichi eccessivi applicati da negozianti e grande distribuzione sul cartellino del prezzo finale.

        A disegnare questo scenario sono i risultati di un’indagine della Swg, commissionata dalla Coldiretti per il settimo Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione che si è aperto ieri a Cernobbio, sul Lago di Como. Per quanto riguarda il cambiamento delle abitudini di spesa, sottolinea l’analisi, occorre tenere conto che, in ogni caso, la spesa per l’alimentazione è la seconda voce nel bilancio delle famiglie, dopo quella per la casa, ed assorbe il 19% dell’esborso mensile totale, pari ad un valore salito a 467 euro al mese, destinati nell’ordine all’acquisto di carne (106 euro), frutta e ortaggi (84 euro), pane e pasta (79 euro), latte, uova e formaggi (64 euro). Il fatto significativo è che, in termini assoluti, la spesa alimentare complessiva non sembra variata, ma certamente lo è nella sua composizione interna. «Tra gli spostamenti più evidenti – dicono Coldiretti e Swg sulle elaborazioni dei dati Ismea Ac Nielsen nei primi otto mesi dell’anno – si registra un calo del 7,4% nei consumi di pane e pasta di semola, del 2,6% in quelli di latte fresco, addirittura del 7,9% sui consumi di vino e del 4,1% per quelli di carne bovina. Sul fronte opposto cresce l’uso della carne di pollo (+ 7,5%) e delle uova (+ 6,4%).

        Altrettanto significativo è che dei 467 euro al mese che ogni famiglia sborsa per comprare cibi e bevande, oltre la metà, per un valore di 238 euro (ovvero il 51%), va al commercio e ai servizi, 140 euro (cioè il 30%) all’industria alimentare e solo 89 ero (pari al 19%) alle imprese agricole. «Questo significa – denuncia il presidente della Coldiretti, Sergio Marini – che i prezzi aumentano in media di cinque volte dal campo alla tavola con una tendenza che tende ad accentuarsi nel tempo. Bisogna quindi lavorare per rendere più chiaro e diretto il percorso del prodotto con le etichette di provenienza, ma anche ristrutturare in fretta le filiere inefficienti».

        Nell’indagine il 66% dei consumatori mette alla sbarra come responsabile del caro-spesa i troppi passaggi intermedi e il 37% i rincari sul prezzo all’origine praticati dai commercianti, tanto da chiedere un intervento pubblico per calmierarli. Per quanto riguarda le contromisure, il 29% ritiene che occorra favorire gli acquisti diretti dagli agricoltori (che comunque sono totalmente assolti dagli intervistati) e il 6% vede come soluzione la concentrazione della distribuzione commerciale negli ipermercati. Ma soprattutto gli italiani riscoprono il legame con il proprio territorio (il 97% consuma prodotti locali) anche per limitare gli effetti dei ricarichi dovuti ai lunghi tempi di trasporto sul portafoglio.

        Fatto è che bisogna correre ai ripari, anche perchè, sempre dal Forum di Cernobbio, arriva un altro allarmee: «Nell’immediato futoro carne, grano e formaggi rincareranno sino al 50% – dice il direttore del commercio e dell’agricoltura dell’Ocse, Stefan Tangermann – questo sempre per condizioni congiunturali come i cambiamenti climatici, i cali produttivi in importanti paesi esportatori, i bassi livelli delle riserve, ma anche a fattori di lungo termine come la crescita della domanda di cibo nelle economie emergenti e l’espansione dei biocarburanti che sono destinati a consolidarsi»