«Caro Prodi, se mi sposo come faccio a campare?»

10/05/2005
    martedì 10 maggio 2005

    pagina 1-4

      Appunti per il programma

        «Caro Prodi, se mi sposo
        come faccio a campare?»

          La Fabbrica di Bologna: ecco tutte le domande
          che i cittadini fanno alle forze del centrosinistra

            Andrea Carugati

              BOLOGNA Dice Michelangelo: «La precarietà non è una ricetta naturale per essere competitivi. Ho vissuto in Germania e Gran Bretagna e non c’è questo livello di precarietà: se andiamo avanti così non competeremo con l’Europa, ma con la Thailandia. Sempre se ci arriveremo…». Chiede Michelangelo, rivolto a Romano Prodi: «Ho un lavoro part-time, la mia compagna fa la supplente. Professore, da lei mi aspetto una speranza. Berlusconi nel 2001 ha vinto perché ha venduto un sogno: da lei mi aspetto che promuova la speranza che questo modello culturale dell’instabilità infinita possa cambiare. O almeno mi dica che si sforzerà per cambiarlo».

                Risposta di Prodi: «Ammonimento recepito, sono completamente d’accordo con lei. La precarietà deve servire a imparare, cominciare, avere occasioni: se diventa un sistema di vita è la fine, perché non si migliorerà mai noi stessi»

                  «Se uno il suo mestiere non se lo sente addosso – aggiunge Prodi – non andiamo da nessuna parte. E su questo noi dobbiamo dare una risposta».

                    «Ottanta voglia di casa»

                      Michelangelo è l’esempio perfetto del giovane, o meglio della giovane coppia, invitata alla Fabbrica di Romano Prodi. Quasi tutti laureati, e reduci da master, e quasi tutti in difficoltà, alla prese con affitti troppo alti, con contratti sfilacciati, con mutui che «le banche non ci danno perché non si fidano di noi», come ribadisce un giovane avvocato catanese. Che chiede a Prodi di «credere di più» nel prestito d’onore, allargandolo anche all’acquisto della prima casa, magari con lo Stato che costruisce «un fondo di garanzia» ad hoc. Anche su questo il Professore non si tira indietro: «Non sono tante le Università che hanno fatto la convenzione per il prestito d’onore: ma dove è stato fatto funziona a meraviglia e non c’è nessun motivo perché non sia esteso». Caterina, trentenne co.co.co con due figli, si spinge oltre e fa una proposta per la prima casa con tanto di slogan già pronto: «Ottanta voglia di casa». Tradotto: «Fissiamo un tot di metri quadri che possano essere acquistati da una giovane coppia a prezzo calmierato: ho detto ottanta, ma anche 50 andrebbero benissimo».

                        Il nido del figlio

                          Anche Andrea un figlio l’ha fatto, a Roma, e ha deciso di servirsi di un consultorio di zona, «uno di quegli strumenti che a parlarne sembra di tirare fuori un’anticaglia. Ebbene: noi abbiamo trovato degli operatori straordinari, che credevano nel loro ruolo di servizio pubblico. Credo che se il lavoro di quelle ostetriche e di quelle operatrici fosse valorizzato un po’ di più… Non siamo davanti agli avanzi di un passato assistenzialista!». Sempre Caterina: «Il secondo figlio non l’ho fatto per i 1000 euro di Berlusconi. Che poi, se avessi dovuto aspettare il momento perfetto, non sarebbe arrivato mai. Quei 1000 euro sono uno specchietto per le allodole: basta pensare che per il nido ne spendo 370 al mese, buona parte del mio stipendio. Detto questo, mi chiedo: ma voi cosa proponete?».

                            Giovani, dunque precari

                              Angelo si presenta come «troppo qualificato», «free lance non per mia scelta». E dice: «Noi italiani dovremmo essere messi nelle condizioni di non avere più paura dello Stato: eppure veniamo considerati come un contenitore elastico, dentro cui si può infilare di tutto, che comunque ci arrangiamo. Ma non è così».
                              Sfilano altri ricercatori, co.co.co, una ragazza marocchina cui Prodi chiede: «Ma lei cosa intende per integrazione?». La risposta non tarda: «Voglio dire che ci vorrebbe maggiore conoscenza dei Paesi da cui arriviamo, perché l’Italia non è una nazione colonialista e questo è un vantaggio, ma non del tutto: in giro mi chiedono cose tipo “Ma in Marocco ci sono le macchine?”. Ci vorrebbero dei gemellaggi, degli sforzi per conoscerci di più». «Grazie, grazie», risponde il Professore. Che su questo macro-tema, cioè la scommessa di puntare sui giovani, si spende in ogni occasione, facendone davvero il baricentro di quella che sarà la sua azione di governo. «Questo tema, mettere su casa, raccoglie in sè quasi tutto», aveva detto prima che i lavori della Fabbrica iniziassero. Così è stato: la casa, i figli, il lavoro precario; dunque i servizi sociali, il credito, fino agli spazi verdi nelle città «perché noi a Caserta non sappiamo dove portarli a fare una passeggiata». Senza dimenticare il rilancio dell’economia, che dovrà passare anche attraverso la generazione dei trentenni.

                                Più welfare e sanità

                                  Quello coi giovani, l’incontro inaugurale, è stato il più drammatico e divertente al tempo stesso. Gli altri, fatta eccezione per quello con le donne, caratterizzato dalla richiesta secca di «un governo alla Zapatero», dunque con metà donne, sono stati più tecnici, più per addetti ai lavori. Dunque meno netti sui contenuti, più brainstorming, meno “di popolo” e più occasione per Prodi di riaprire un dialogo diretto con fette importanti della classe dirigente: imprenditori, intellettuali, amministratori, sindacalisti, rappresentanti di categorie.

                                    Su sanità e welfare, ospiti d’onore Rosi Bindi e Livia Turco, il messaggio comunque è arrivato molto chiaro: «Salviamo la sanità pubblica da una privatizzazione strisciante che punta a indebolirla e renderla così meno appetibile per i cittadini». L’ha detto la Bindi, l’hanno ribadito in coro numerosi altri ospiti: «Caro Romano, fai l’esatto contrario di Formigoni e Storace, fai come in Emilia e Toscana». «Si smetta di dire che la sanità è una spesa improduttiva: in Italia la spesa sociale è inferiore di 3-4 punti rispetto agli altri grandi paesi europei», ha detto Serafino Zucchelli, segretario nazionale dell’Anaao, il sindacato dei medici ospedalieri. Che ha ricordato tutte le «spese inutili dovute al mercato», come i «bypass impiantati dalle cliniche private perché rendono 23mila euro» e le camere iperbariche dove «vengono messe persone che non ne avrebbero bisogno».

                                      «Oggi l’unico criterio con cui sono giudicati i manager degli ospedali sono i tagli», ha ammonito Paolo Danuvola, consigliere uscente della Margherita alla Regione Lombardia. «Qui abbiamo visto bene cosa succede con il mercato “fai da te”, senza regole». Dunque cartolarizzazioni degli ospedali, project financing: tutti temi su cui, è stato detto, «può darsi che ci si divida anche nel centrosinistra».

                                        Una donna ha messo fila le “sue” tre emergenze: professionisti umiliati, cittadini in coda, conti che non tornano. E il presidente dell’ordine dei Medici di Torino: «Non dimentichiamo gli specializzandi, che non hanno un’identità professionale e previdenziale eppure svolgono un ruolo importante negli ospedali».

                                          Anche su questo terreno una prima riposta di Prodi è arrivata: «Non è vero che il pubblico spende di più: anzi, il servizio sanitario sanitario nazionale è in-dis-pen-sa-bi-le anche per controllare la spese. Con il privato penso a una collaborazione non viziosa, con regole e standard condivisi». E sul tema dei manager, anche questo assai gettonato soprattutto da chi chiedeva per il sud «figure cresciute in loco e capaci di governare il sistema, non manager spediti dal Nord», Prodi ha risposto: «Bisogna costruire strutture ad hoc per le risorse umane. Con gli amministratori politicizzati si rischia di avere ospedali che non funzionano, perché non c’è legittimazione». Prodi, con la consueta prudenza, lancia anche un altro tema: quello di un servizio civile obbligatorio, di sei mesi, per maschi e femmine, che sostituisca il “militare”, con l’obiettivo di dare fiato al volontariato: «Pensiamoci, purché non diventi una cosa burocratica, da imboscati».

                                            Più binari in città

                                              Altra giornata, da mattina a sera, riguarda i trasporti. Anche qui le domande disegnano una possibile svolta radicale rispetto agli anni di Berlusconi: «Basta con la retorica delle grandi opere, che non serve – dice un addetto ai lavori-. Servono risultati, anche piccoli, ma raggiungibili con tempi umani. Come i raccordi ferroviari che hanno realizzato in Germania, partendo da un presupposto: i nuovi insediamenti produttivi vengono pensati in aree già servite dalle infrastrutture. Dunque alla logistica si pensa un po’ prima».

                                                Il tema si allarga, e tocca anche il disegno urbanistico delle città: «Se ci continua a costruire secondo un modello disperso ci si condanna per sempre alla mobilità privata». Si parla, e molto, di ferrovie: dalla rabbia dei pendolari della Torino-Milano (costi e ritardi) fino alla merci da trasportare dai porti al cuore dell’Europa. Una «cura del ferro», suggeriscono in molti. Che parta da un concetto: «Le ferrovie sono un volano, non una palla piede». Un volano anche per lo sviluppo dei porti, sull’esempio olandese e belga: grandi scali collegati a potenti terminal ferroviari. Un modo, dice Prodi, per rendere l’Italia un conveniente attracco per le merci che, passando per Suez, arriveranno dalla Cina. Rendendo il Mediterraneo tutt’altro che periferico. Dice Prodi: «Chi se lo prende il Mediterraneo? La Spagna, l’Algeria, o non è il caso che ci muoviamo noi?».