«Caro Prodi, così non ci stiamo»

25/06/2007
    sabato 23 giugno 2004

    Pagina 3 -Oggi

    Dpef e pensioni
    scontro nel governo

      «Caro Prodi, così non ci stiamo»

        Quattro ministri (Mussi, Pecoraro Scanio, Bianchi e Ferrero) contestano la linea di Padoa-Schioppa

          di Bianca Di Giovanni / Roma

            FIBRILLAZIONI Tommaso Padoa-Schioppa sotto il «fuoco amico» dei colleghi di governo. L’ala sinistra della coalizione non ha digerito la sua esternazione al tavolo con le parti sociali sulle risorse (mancanti) per coprire l’eliminazione dello «scalone» della riforma Maroni. La trattativa così non va. E non funziona neanche la partita Dpef. Quattro ministri (Alfonso Pecoraro Scanio, Paolo Ferrero, Alessandro Bianchi e Fabio Mussi) hanno preso carta e penna ed hanno scritto una lettera di fuoco al premier, chiedendo un cambio di rotta radicale. A quanto pare lo stesso Romano Prodi non avrebbe reagito bene alla mossa dell’altroieri del ministro al tavolo: nelle stanze di Palazzo Chigi ieri si respirava aria pesante. Dopo una raffica di reazioni alla lettera dei ministri, è toccato al portavoce del governo Silvio Sircana placare gli animi, con un comunicato «pacificatore». «Il presidente Prodi ha sempre avuto e continua ad avere piena fiducia nei suoi ministri e nel loro operato – si legge nella nota diffusa in serata – Ha impostato il lavoro del consiglio dei ministri rispettando lo spirito di collegialità e, in questo spirito, ha sempre considerato lecito esercitare il diritto di critica ed esprimere opinioni e suggerimenti da parte di ciascuno di loro, così come ha sempre chiesto il rispetto delle prerogative, delle responsabilità e delle deleghe di ciascun ministro». Acqua su un fuoco che rischiava di incenerire la coalizione. È chiaro a questo punto che la palla sta nelle mani del premier. Toccherà a lui chiudere la partita più difficile, quella sulle pensioni, così come è avvenuto per il contratto dei pubblici. Qualcuno nelle stanze del governo ieri leggeva questo (ennesimo) incidente di percorso come la «solita drammatizzazione» prima dell’intesa. Ma molti altri già prospettavano un’ipotesi di rimpasto, se non subito a ottobre. Fuori Padoa-Schioppa, al suo posto un’ipotesi Amato che a sua volta verrebbe sostituito all’Interno da Piero Fassino. Solo supposizioni, che cominciano a circolare con insistenza. Anche se altri ancora non credono affatto che un ministro di peso come Padoa-Schioppa possa essere «dimissionato» tanto facilmente: con lui sarebbe tutto il governo a cadere. Non è un caso che Marco Filippeschi, a nome dei Ds, definisce la lettera dei 4 ministri «un atto autolesionsita». Per l’esponente della Quercia «chi avesse in mente una politica senza visione generale con disattenzione ai vincoli europei, ammiccamento agli estremismi, rinvio delle soluzioni, avrebbe già la testa all’opposizione». Per altri infine queste uscite hanno più il sapore della tattica che della proposta. L’ala sinistra alza il tiro, soprattutto in vista della discesa in campo di Walter Veltroni per il partito democratico. Sull’altro fronte poi c’è Lamberto Dini, che continua a giocare in solitario pensando chissà a quela altro scenario. Insomma, le pedine in circolazione non riguardano solo il caso Padoa-Schioppa.

            Ma sul fronte della previdenza e del Dpef a questo punto un cambiamento di rotta è ineludibile. Mussi indica una rotta chiara per il Dpef. «Guardare giù verso i bisogni sociali, il lavoro precario e mal pagato, i poveri e i non autosufficient – spiega – che, come dice l’Istat, sono cresciuti, e guardare su verso i sistemi di qualità, le infrastrutture, le reti, la formazione e la ricerca. Con una selezione forte degli obiettivi si parla meglio al Paese». Quanto alle pensioni, «l’intesa è ineludibile, va cercata a tutti i costi», spiega Alfiero Grandi. Il chiarimento con Prodi arriverà al vertice di lunedì con i parlamentari, mentre il ministro del Tesoro riunirà i suoi sottosegretari. Poi la non-stop sindacale fino al 28, quando si attende il trittico pensioni-tesoretto-Dpef.