«Caro Berlusconi, i conti non tornano»

14/04/2003

          sabato 12 aprile 2003
          «Caro Berlusconi, i conti non tornano»

          DALL’INVIATA
          Laura Matteucci

          TORINO Delusi dal governo Berlusconi, rassegnati al pensiero che uscire dalla crisi economica non sia una questione di pochi mesi, sicuri che le commesse per la ricostruzione irachena non
          toccheranno in alcun modo l’Italia, accusati di essere scarsi quanto a competitività, ma convinti che siano fisco e infrastrutture i principali responsabili.
          Perché, dal canto loro, possono solo mpegnarsi in una maggiore qualità della produzione: a sentirli, peraltro, una sorta di missione impossibile, tra difficoltà congiunturali, concorrenza, appalti
          al massimo ribasso.
          I piccoli e medi imprenditori riuniti all’assise torinese di Confindustria ascoltano gli interventi sul palco con un orecchio solo, che già hanno i loro problemi cui pensare. Navigano a vista,
          dicono tutti, da almeno due anni.La crisi è iniziata già all ora, ben prima dell’11 settembre, e l’ultima guerra contro l’Iraq porta ad un ulteriore aggravarsi della situazione, maggiore incertezza,
          ancora maggiore difficoltà a restare a galla.
          Come dice il geometra Pietro Tracco, titolare della Tracco Pietro, impresa edile della provincia di Rovigo: «Siamo proprio sicuri che sia finita? Non è che adesso si apre la partita Iran, o la
          partita Siria? Questa guerra ha aperto la strada ad una destabilizzazione del mondo che di sicuro non porta vantaggi a nessuno». Il geometra si spinge oltre: «Prima c’era l’economia americana
          da cui dipendevano tutte le altre, il dollaro forte, le crisi a cascata, adesso invece c’è la politica. Quest’avventura bellica influirà negativamente su tutti i mercati. E per noi, rappresenta un passo
          indietro rispetto all’obiettivo dell’ unità europea».
          Gli imprenditori vedono nero, «il 2003 sarà anche peggiore del 2002», dicono. Ma il problema più grave è l’impossibilità di prevedere ragionevolmente la tempistica della fine della crisi:
          «Certo, adesso si parla del 2004 per la ripresa – dice Tracco – Ma la realtà è che viviamo una situazione talmente incerta che nessuno può avere le idee chiare su come andrà». L’unica sarebbe
          trovare rifugio tra le scelte di un governo «amico». Ma non funziona nemmeno questo: «Io Berlusconi l’ho votato, e sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. Si diceva dovesse venire incontro alle imprese italiane, con riforme, con maggiori agevolazioni, con un sistema più logico sul piano fiscale, non mi pare abbia fatto moltissimo». Parla Gerardo Ruffilli, giovane architetto di Firenze, titolare della Gotham service, che fa allestimenti scenografici e che, di suo, «non va neanche tanto male, visti i tempi che corrono». «Da noi – riprende – ci sono tassazioni allucinanti su tutto, di incentivi pochissimi, altro che imprese sul modello americano. Poi adesso figuriamoci, con la guerra, già prima con gli americani non si lavorava più». Le promesse di Berlusconi i
          titolari delle pmi se le ricordano bene, e ormai non ci crede più nessuno: «Ci vogliono le riforme – dice Battista Moretti, dell’azienda lombarda Moretti, che non fa la birra ma lavora nel setto-
          re alimentare con un centinaio di dipendenti – sarebbe ora che si muovesse, il governo». Quali riforme? «Del collocamento, della burocrazia, che i tempi di certificazioni ed autorizzazioni sono
          ancora mortali. E poi, inderogabile, c’è il problema delle pensioni sul quale intervenire, e rispetto al quale anche il sindacato mi sembra maturo».
          Moretti è drastico: se il governo è «in ritardo», il momento è «preoccupante», il 2003 «compromesso» (e de 2004 non si fida), e intanto «il sistema bancario sta frenando pesantemente
          sul credito», con «conseguenze notevoli sulle capacità finanziarie delle imprese». Spiegazione: «il fatto è che gli istituti di credito adotteranno sempre più nuovi criteri di valutazione delle aziende, introducendo in pratica un nuovo sistema di erogazione del credito. In più, aumentano pure i tassi di interesse, mentre l a Banca centrale li diminuisce. Allora, in una situazione già molto
          difficile, com’è quella attuale, questo comporterà una grande difficoltà di tenuta delle imprese, e parlo anche di quelle più grandi, che poi inevitabilmente scaricano i loro problemi su lle
          piccole». Ancora Moretti: «Al termine della crisi, quando inizieremo a vedere i segnali della ripresa, che comunque deve partire dall’America, una cosa è certa: ci ritroveremo con parecchi cadaveri».
          Visto dal Sud l’allarme non è molto diverso: «Il governo aveva promesso, ad oggi non si può dire abbia mantenuto», dice Antonio Calcagno, dell’omonima impresa di costruzioni metalliche
          con sedi a Catania e a Messina, che ha le sue idee in materia d i soluzioni: «Bisogna agire sulle leve fiscali, bisognerebbe adottare un sistema di incentivazione fiscale simile a quello irlandese».
          Altro capo d’imputazione al governo, il taglio dei finanziamenti agli enti locali: «Per noi che lavoriamo nella sanità – dice Massimo Arrobbio, titolare di alcune case di cura in Piemonte – il
          problema non è la congiuntura economica sfavorevole, sono i conferimenti statali alle Asl, che continuano ad essere tagliati di parecchi punti percentuale. Poi, guardi, al di là delle polemiche
          tra sanità pubblica e sanità privata, diciamo che il pubblico potrebbe servirsi di noi per offrire dei servizi aggiuntivi; e invece, anche in questo momento, quando sarebbe fondamentale l’ottimizzazione delle risorse, continuiamo invece ad avere degli inutili e dispendiosi doppioni».