Caro-benzina, è allarme inflazione

15/03/2004


  economia e lavoro


domenica 14 marzo 2004

Caro-benzina, è allarme inflazione
Si teme per marzo una nuova fiammata.
Cgil: quadro preoccupante e il governo non fa nulla

Laura Matteucci

MILANO Allarme inflazione anche per il mese di marzo. È scattato qualche giorno fa, con le fiammate del prezzo della benzina. E potrebbe significare, complice anche l’effetto-tabacchi, un’inflazione in ulteriore crescita al 2,5% (era al 2,4% a febbraio, in tutta Europa è intorno al 2%). Ne ha parlato la Cgil, ne ha parlato anche la Banca centrale europea, sostenendo che l’aumento dei prezzi
del petrolio potrebbe portare a «temporanei aumenti» dell’inflazione nel secondo trimestre dell’anno.
In un mese, il prezzo della verde è cresciuto in media di 0,020 euro, con un impatto innegabile sull’andamento dell’inflazione di marzo. «Il prezzo della benzina è un moltiplicatore importante – dice Beniamino Lapadula, segretario confederale Cgil – che può incidere per lo 0,2%-0,3% sul tasso dell’inflazione». «Il quadro complessivo è molto preoccupante – continua Lapadula – E a fronte di questo, il governo continua a non fare assolutamente nulla: nè per il problema del prezzo della benzina, nè per frenare la corsa dell’inflazione, peraltro la più alta d’Europa, il che incide negativamente anche sul nostro sistema di import-export. Non si può certo pensare che a contribuire al raffreddamento del caro-vita siano solo i salari».
Misure per frenare l’inflazione sono state inserite dai sindacati nella piattaforma unitaria Cgil, Cisl e Uil a
sostegno della quale è stato indetto anche lo sciopero generale del 26 marzo. Sciopero che il governo ritiene
«inutile», come ha ribadito ieri anche il vicepremier Gianfranco Fini, che da Ancona ha peraltro sottolineato le difficoltà economiche degli italiani rilanciando (incredibile ma vero) l’idea di una nuova politica dei redditi. «Il governo ha sempre ignorato le proposte del sindacato e Fini sembra aver dimenticato le puntate precedenti», commenta Carla Cantone, segretaria confederale Cgil.
Lo sciopero del 26 è stato indetto proprio «perchè il governo ha fallito». Quanto al rilancio della politica dei redditi, Cantone nota che «Fini dovrebbe sapere che il governo ha cancellato la concertazione e la politica dei
redditi, dando un colpo mortale all’accordo del 23 luglio».
E arriva intanto uno studio dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che analizza proprio i prezzi del carburante:
«Dal 1985 al 2002 – dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – il consumo di carburante, che
per ben 2/3 del costo è fatto di un concentrato di imposte, è cresciuto del 35%, mentre il gettito fiscale è aumentato
addirittura del 114,7%. Un dato superiore dunque anche al tasso d’inflazione rilevato in questi 17 anni e pari al 99,9%».
Ma quello che colpisce maggiormente riguarda il gettito fiscale, che non include l’Iva ma solo le «imposte di fabbricazione». Il risultato si trasforma in un macigno sul privilegio del ossedere un’auto: se, infatti, a metà degli anni ‘80 tali tributi venivano quantificati in 5,268 miliardi di euro, alla fine del 2002 la cifra esplodeva in ben 11,313 miliardi di euro. Una stima pesante – rileva la Cgia – che la spinge a rilevare quanto sia importante ottenere l’impegno del governo a mettere in atto una politica di riduzione di costi del carburante. Ma poi, oltre al carburante, ci saranno gli aumenti delle sigarette a farsi sentire. Per le famiglie italiane, insomma, sempre più a rischio povertà, nessuna buona notizia. Anche sulle categorie che fino a ieri sembravano al riparo da ogni rischio, ormai pesa un preoccupante impoverimento. È il caso degli impiegati e degli insegnanti, per esempio, le cui retribuzioni vanno dai mille ai 1.350 euro. Se la cavano, a malapena, quadri, commercianti, ingegneri e artigiani. Notevoli, invece, le difficoltà per i pensionati, costretti a vivere con assegni mensili tra i 520 e i mille euro, per gli operai, pagati tra gli 850 e i 1.200 euro al mese, le commesse, le cui retribuzioni superano di rado i mille euro. Per non parlare di chi ha contratti precari, come i co.co.co., e di chi un
contratto non ce l’ha affatto. Tutte persone che, innanzitutto, devono vedersela con l’affitto (carissimo,
soprattutto nelle grandi città) o con il mutuo della casa, che pur non essendo considerato dal paniere Istat, incide per oltre l’11% sul budget mensile.