Carlo Petrini:«Fobia Eccessiva»

17/01/2001
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Mercoledì 17 Gennaio 2001
FOBIA ECCESSIVA
Carlo Petrini
NON avendo mai considerato l’alimentazione un’incombenza fisiologica disgiunta dal piacere, non aderisco al fiume in piena degli allarmisti, né incrementerò il dramma emotivo in cui la mucca pazza bresciana ha nuovamente sprofondato le famiglie italiane. Un «piacere» che non è solo quello del palato, ma anche quella scintilla che la conoscenza aggiunge alle felicità gastriche: la cultura delle materie prime e il rispetto della natura, la quale, va da sé, non prevede che a un erbivoro sia propinata, sotto forma di farina, la carne di un suo simile. Il guaio è tutto qui, nell’alimentazione gonfiata di animali visti sotto la lente d’ingrandimento di una banconota: chissenefrega dei ritmi lenti di un processo di crescita e se una frisona (razza da latte) è pompata fino a farne un hamburger gigante; non la qualità delle carni o la salute dei consumatori, l’importante è incassare in fretta!
Ora, se questo è un filone praticato per troppi anni dalla grande distribuzione, io mi sento più tranquillo perché so che ne sopravvive anche un altro: più diffuso di quel che si creda, seppur parcellizzato. Allevatori che non giocano all’alchimia dell’alimentazione e lasciano che siano i cereali a ingrassare l’animale, meglio se di una splendida razza italiana. E se domani mangerò la giora o la turgia (vacche piemontesi ingrassate a fine carriera, di 3-4 anni) lo farò senza preoccupazioni, perché non è giusto che questi agricoltori paghino due volte il conto: allevare capi sani costa di più e rende di meno e se in questi giorni non acquistiamo fiducia per tali carni siamo due volte miopi sulla loro professionalità!
La fobia, poi, è quanto mai eccessiva, oltre che demagogica nelle sue alternative (pesci e polli sono sani finché non verrà il loro momento di celebrità): la legge, oggi, condanna all’incenerimento cervella e frattaglie nella maggioranza dei casi sanissime e poi tre gradi di controlli permettono di smascherare le carni infette. Il resto dello spreco arriva dal rifiuto dell’opinione pubblica, impaurita dalle tv ma poco attenta a ciò che si mangia quando c’è da cercare la qualità in tempi di acque calme.
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