Cara pensione pubblica addio. Prima puntata

04/03/2002





 
   


02 Marzo 2002


1) Cara pensione pubblica addio
2) A caccia del tesoro di fine rapporto
3) I fondi sono di destra o di sinistra?
4) La lunga marcia dei fondi pensione italiani

 

Cara pensione pubblica addio.
Ora arrivano i Fondi. Prima puntata

Questa è la prima puntata di una inchiesta sul secondo e terzo pilastro della previdenza, e cioè sui fondi pensione e le pensioni private. Ovvero un’inchiesta su tutto ciò che sta fuori dal sistema previdenziale pubblico e quindi dall’Inps e dall’Inpdap. E’ successo più volte in passato di dover difendere l’idea delle pensioni pubbliche e del welfare. In molti casi abbiamo scelto di portare avanti questa idea anche quando era già divenuta un po’ demodé. Si sono sviluppate polemiche feroci sul grado di tenuta del sistema pubblico mentre il sistema, progressivamente, cambiava, insieme al grado di copertura delle nostre pensioni. Sulle pensioni si è giocato il destino di molti governi, perfino di quello che è passato alla storia come il "Berlusconi uno".
Ora stiamo vivendo un momento storico molto particolare. Il "Berlusconi due", che ha una maggioranza parlamentare mai avuta da nessun governo italiano, vuole cambiare (o meglio stravolgere) la faccia del paese, dalla costituzione materiale e sociale a quella formale.
Sulle pensioni ne vedremo delle belle, anche se per ora si cerca di fare melina e la stessa delega previdenziale è stata rallentata, mentre suscitano scandalo e ilarità gli intoppi nell’operazione "pensioni minime a un milione al mese". Ma l’intenzione finale rimane sempre la stessa. Il governo Berlusconi vuole rovesciare il rapporto tra pensione pubblica e pensione privata e ridurre possibilmente a cosa residuale la pensione pubblica.
Ed è per questo che ci sembra necessario capire subito che cos’è questo mercato privato delle pensioni: dai fondi sindacali a quelli delle grandi compagnie private, comprese quelle del Cavaliere.

(p. a. e al. b.)




A caccia del tesoro di fine rapporto
Il sistema previdenziale è a un punto di svolta. Le pensioni diventano un affare. Ed è scontro tra i gestori
PAOLO ANDRUCCIOLI

Il Tfr batte i fondi pensione. Con questa immagine da stadio si potrebbe descrivere la situazione attuale in termini di rendimento dei fondi già operanti in Italia. Almeno del rendimento dei fondi pensione negoziali, ovvero quelli derivati dai contratti nazionali di categoria o comunque da accordi collettivi. Secondo i dati della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, i rendimenti del 2001 degli otto fondi negoziali già operativi sono stati più bassi di quello che ha fruttato, in termini di interessi, il Tfr, il trattamento di fine rapporto, ovvero le liquidazioni dei lavoratori, che si rivalutano per legge a un tasso annuale dell’1,5% da sommare al 75% del livello di inflazione. Detto in soldoni. In questi ultimi due anni gli accantonamenti del Tfr si sono rivalutati del 6,7%, mentre i fondi negoziali hanno reso il 3% circa.
Il dato secco contenuto nella relazione della Covip ci offre quindi lo spunto per due constatazioni iniziali. La prima riguarda l’atteggiamento tenuto dalla Confindustria e in genere da tutto il mondo industriale a proposito dello "sdoganamento" del Tfr. Gli industriali si sono opposti ferocemente, anche contro il nuovo governo amico di centrodestra. Il Tfr è un interesse, sono soldi che vengono utilizzati dalle aziende; loro dicono per investire in ricerca e sviluppo. In realtà sono interessi che vengono utilizzati e basta. Ora sembra che ci sia stato un ammordimento nelle posizioni industriali perché il governo è pronto a offrire in cambio qualcosa alla liberalizzazione del Tfr, ovvero al trasferimento delle liquidazione nei fondi pensione. L’altra considerazione riguardo ai dati della Covip riguarda la natura stessa dei fondi pensione che sono stati analizzati. Si tratta degli otto fondi negoziali chiusi, quelli appunto dei contratti nazionali di categoria e gestiti da sindacati e imprese. Per ora questo tipo di fondi rende meno di quel che rende il Tfr sia per la situazione generale dei mercati finanziari, sia perché – per definizione – i fondi negoziali sono più "tranquilli", meno rischiosi (anche se il rischio è insito in queste forme di risparmio previdenziale ed è incancellabile). Quello che sta per succedere, insomma, è l’avvio di una battaglia campale che sarà senza risparmio di colpi tra chi avrà la possibilità di gestire patrimoni di questa portata. Stiamo parlando ovviamente di un affare che risulta ancora impossibile quantificare. E lacompetizione sarà anche tra i gestori negoziali e tutti gli altri operatori, banche, sim, intermediari vari, un settore dove anche lo stesso Silvio Berlusconi, come è noto, ha interessi diretti. Un conflitto previdenziale, dopo il conflitto di interessi.
Il conflitto di interessi non sta certo nella presenza di aziende berlusconiane nel campo dei cosiddetti fondi aperti. Il mercato è libero. Caso mai il discorso riguarda proprio il tipo di sistema previdenziale nel suo complesso. I fondi pensione e la previdenza complementare (il cosidetto secondo pilastro) non sono certo un’invenzione di Berlusconi o di Maroni, dato che anche i governi di centrosinistra hanno messo mano alle riforme e hanno dato il via alla storia, come si spiega in un altro servizio in questa pagina. Il problema vero è che da una previdenza "complementare" che avrebbe dovuto bilanciare il sistema pubblico stiamo per passare a una situazione opposta: le pensioni pubbliche si ridurranno sempre di più nel tempo e si darà spazio solo alla previdenza privata. Qui entrano in gioco gli interessi commerciali, il business. E il "si salvi chi può", perché è certo che i cittadini pensionati non arrivano tutti alla meta con le stesse potenzialità economiche. Intanto, alla fine del 2001 i fondi pensione (negoziali e aperti) hanno raggiunto la quota di 1.300.000 iscritti, con una crescita (dati Covip) del 17,1% rispetto al 2000. L’attivo netto è stato di 3.213 milioni di euro, con un incremento dell’84,4%. In Italia ci sono già 143 fondi autorizzati e tra questi 41 sono di tipo negoziale e 102 aperto. Nello sterminato campo dei fondi aperti operano le
Sgr che appartengono soprattutto a grandi gruppi bancari (con una quota del 60,8% del totale in termini di attivo netto). Dopo le società di gestione arrivano subito le compagnie di assicurazione con il 21,5%, le banche (12,6%) e le Sim (5,1%).
Ma bisogna anche precisare la differenza tra fondi autorizzati e fondi che alla fine del 2001 avevano già conferito le risorse. Una cosa sono le autorizzazioni altra cosa l’operatività. Per i fondi negoziali per esempio dei 41 autorizzati, solo 8 sono da considerare effettivamente operativi e sulle loro performance si sono calcolati i rendimenti. Gli iscritti ai fondi negoziali hanno superato il milione, per la precisione 1.013.320. Nel corso dell’anno c’è stato un ingresso nei fondi chiusi di 128 mila nuovi adepti. Molti nuovi iscritti sono dovuti all’attività dei fondi negoziali più rodati. Tra i magnifici otto fondi negoziali storici ci sono infatti quelli dei chimici e quello dei metalmeccanici. Il primo si chiama
Fondchim e riguarda i lavoratori dell’industria chimica, farmaceutica e di tutti i settori affini. Il fondo dei chimici è stato il primo ed è nato nell’ottobre del 1996. Il secondo si chiama Cometa ed è il fondo pensione dei metalmeccanici, dove insieme agli operatori troviamo Fim, Fiom, Uilm e Fismic. La Cometa cominciò il suo viaggio a Natale. Era il 1997.

(1.continua)





I fondi sono di destra o di sinistra?
Intervista a Laura Pennacchi: "Noi difendevamo il sistema pubblico"
ALESSANDRA BERGIA

Che differenza c’è tra la manovra sulle pensioni di Berlusconi e le manovre del centrosinistra? Lo abbiamo chiesto a Laura Pennacchi, che è stata sottosegretario del centrosinistra e ha pubblicato molti lavori sui temi previdenziali e del welfare.
Anche il centrosinistra ha presentato a suo tempo un progetto per far confluire tutto il Tfr nella previdenza complementare. Qual è la differenza?

La legge 335 del 1995, che ha reso economicamente sostenibile la previdenza pubblica, ha innovato il settore della previdenza complementare, ma non è bastata per far decollare i fondi pensione. Così nel 1997-98, dopo la miniriforma Prodi ha preso forma il progetto del centrosinistra per lo sviluppo dei fondi. La riforma Dini garantisce la sostenibilità economica, ma non c’è dubbio che riduca le prestazioni, facendone scendere il livello rispetto alle retribuzioni man mano che passano gli anni. Il secondo pilastro era quindi necessario e secondo noi non poteva che essere alimentato con quote del Tfr. Su base volontaria e graduale, privilegiando i fondi chiusi, che sono migliori per economia di scala. La previdenza pubblica nel nostro disegno doveva però rimanere centrale.

Una differenza solo quantitativa?

In realtà l’impostazione del centrodestra è completamente inversa. Maroni lo ha detto: vogliono rovesciare l’equilibrio tra pensione pubblica, fondi e pensioni individuali. Questa operazione passa attraverso il conferimento di tutto il Trf al secondo o terzo pilastro, ma soprattutto attraverso il taglio dei contributi. Un taglio che provocherà una perdita di gettito tra 45.000 e 150.000 miliardi e che non ha copertura alcuna. Non può infatti essere coperto con l’incremento dell’occupazione, già scontato nei precedenti documenti economici del governo, né con l’accelerazione dell’aumento dei contributi per i parasubordinati. Accelerazione che inoltre può essere imposta solo se si riconosce anche a questa categoria un premio al momento della pensione, usando un’aliquota di calcolo più alta di quella contributiva.

Il centrosinistra non è riuscito a varare il suo progetto però ha fatto un decreto, il 47 del 2000, che mette sullo stesso piano i fondi pensione negoziali e le pensioni individuali. Berlusconi sarà soddisfatto. La cosa si può perdonare solo se lo scopo era quello di rendere più libera la scelta dei lavoratori.

Quella norma però mantiene il favor legis nei confronti dei fondi negoziali. Chi ha un fondo di categoria non ha infatti diritto agli sconti se sceglie una soluzione individuale. Ma la preferenza della sinistra per i fondi chiusi non è casuale: nei fondi che nascono attraverso i contratti, il datore di lavoro è costretto a dare una quota. Ciò non avviene invece con l’adesione individuale.

Diciamo la verità: quante illusioni ci siamo fatti sulle pensioni complementari?

Non sono un miracolo, possono soltanto dare una mano alla previdenza pubblica. Per Joseph Stiglitz, economista americano collaboratore di Clinton, la previdenza a capitalizzazione a parità di rischio rende di norma quanto quella a ripartizione. Con rischi più alti si possono avere rendimenti alti, ma non possiamo esporre a questa incertezza le pensioni.



La lunga marcia dei fondi pensione italiani
Da Giuliano Amato a Roberto Maroni, Le leggi, le deleghe e lo "sganciamento" delle liquidazioni
AL. B.

Lo sviluppo dei fondi pensione e delle pensioni individuali non è un fatto nuovo. L’operazione che il centrodestra mette in campo è semmai quella di portare a estremistiche conseguenze un’evoluzione cominciata nel 1992 – con GiulianoAmato – che prevede il contenimento della previdenza pubblica obbligatoria e il contemporaneo fiorire di forme facoltative a capitalizzazione. Anche il centrosinistra ha pensato all’impiego del Tfr nei fondi pensione. Il centrosinistra ha creduto che in questo modo si potesse salvare un ruolo centrale per le pensioni pubbliche e contemporaneamente rendere più ricchi i pensionati. La filosofia del centrodestra invece chiede alla previdenza obbligatoria di farsi da parte.
Le riforme Amato e Dini
hanno cercato di far quadrare i conti in presenza di un crescente squilibrio demografico. Dividendo ulteriormente la torta, e quindi diminuendo le prestazioni. L’alternativa era quella di creare una torta più grande, cioè di aggiustare il bilancio anche dal lato delle entrate. Su questa strada il centrosinistra si è mosso, ma timidamente. E’ vero che ha allargato la platea dei contribuenti con l’ingresso dei parasubordinati e ha aumentato i contributi per i lavoratori autonomi. Però ha trascurato altri motivi di sofferenza per le casse dell’Inps, come la tendenza alla precarizzazione del lavoro e la severa moderazione salariale.
La squadra di Berlusconi
ha le idee chiare e si accinge a tagliare proprio dal lato delle entrate, con la diminuzione dei contributi da 3 a 5 punti percentuali per i neoassunti. Nonostante le rassicurazioni del governo, l’Inps potrebbe non avere più i soldi per pagare le pensioni esistenti. E’ in questo quadro che il Tfr sparirà, andando tutto ai fondi o alle pensioni individuali, eufemisticamente ancora chiamate "complementari" o "supplementari" ma in prospettiva suppletive.
La prima pietra sono gli interventi di Amato che, mentre taglia sul fronte delle prestazioni prevedendo l’aumento dell’età pensionabile e il calcolo dell’assegno sull’intera vita lavorativa, dall’altra introduce una nuova normativa sui fondi pensione.
Il provvedimento fondamentale in materia è infatti il
decreto legislativo 124 del 1993 che dà attuazione alla legge 421 del 1992 (articolo 3). Il decreto disciplina i fondi pensione distinguendoli in fondi negoziali chiusi e in fondi aperti. I primi nascono su base contrattuale e sono riservati a coloro ai quali si riferisce il singolo contratto; i secondi sono promossi da operatori bancari, finanziari e assicurativi e prevedono l’adesione per quei lavoratori che non hanno fondi negoziali di riferimento. Prima di questo decreto esistevano già numerosi fondi pensione in Italia, che per comodità gli addetti ai lavori chiamano fondi preesistenti. Sono i fondi nati all’interno di grandi aziende, soprattutto bancarie, a favore dei dipendenti, che tutt’ora costituiscono la gran parte dei fondi pensione italiani. Sempre il decreto 124, all’articolo 8, prevede che tra le fonti di finanziamento dei fondi vi sia anche una quota di Tfr, variabile per i vecchi occupati e pari all’intero accantonamento per i lavoratori neoassunti. L’adesione ai fondi è volontaria.
La
legge Dini di riforma delle pensioni, la legge 335 del 1995, interviene a sua volta sulla materia regolando ulteriormente l’attività e la gestione dei fondi. Ma soprattutto la riforma rivoluziona il metodo di calcolo delle pensioni pubbliche – con l’obiettivo di rendere sostenibile il bilancio della previdenza agganciandolo all’andamento del prodotto interno lordo. L’introduzione del calcolo basato sui contributi versati riduce la copertura della pensione dal precedente 70% per 35 anni di lavoro a una percentuale variabile tra il 45% e il 70% a seconda dell’età di pensionamento. La legge 335 lancia quindi la previdenza complementare non tanto sul piano normativo quanto rendendo evidente che il "primo pilastro" non garantirà più in futuro un livello previdenziale.
Nel
1996 due decreti del Tesoro (673 e 703) danno indicazioni ai gestori. Il legislatore vuole continuare a distinguere il secondo pilastro, i fondi pensione, rispetto al terzo pilastro, rappresentato dalle pensioni individuali. Per i fondi pensione sono infatti previsti limiti e paletti. La liquidità non può superare il 20% del patrimonio del fondo; stessa soglia per le quote di fondi comuni di investimento, mentre si fissa un tetto per le azioni. L’idea è che le pensioni complementari vanno sul mercato, però con una certa prudenza per evitare brutte avventure.
Il successivo
decreto legislativo 299 del 1999 fa un altro passo nella direzione dell’impiego del Tfr, consentendo di trasformare gli accantonamenti direttamente in titoli da conferire al fondo pensione.
Viene poi la
legge 47 del 18 febbraio 2000, in pieno centrosinistra, che introduce un nuovo regime di sgravi fiscali per la previdenza complementare. I contributi versati sono esentasse per un importo non superiore al 12% del reddito e a 10 milioni di lire. I rendimenti dei fondi pensione sotto tassati all’11% rispetto all’imposta del 12,5% che pesa di solito sugli altri guadagni di capitale. La previdenza individuale fa il suo ingresso sulla scena normativa.
Il decreto infatti interviene a modificare la madre di tutte le leggi sulla previdenza complementare, il già citato 124 del 1993, modificando l’articolo 9. Un
bis e un ter ben piazzati portano dentro alla disciplina della previdenza complementare anche le pensioni individuali (attraverso l’adesione a fondi aperti) e le polizze assicurative. Il secondo e il terzo pilastro, divenuti uguali di fronte al fisco, cominciano a sfumare nei contorni e il legislatore comincia a non distinguerli più con nettezza.
Ma il
4 febbraio del 2000 il centrosinistra vara anche un disegno di legge delega che dovrebbe regolare l’impiego del Tfr nella pensioni a capitalizzazione. Il provvedimento si attarderà poi in parlamento. E siamo ai giorni nostri, alla delega sulla previdenza targata Roberto Maroni.