Camera del lavoro riformista agita il sonno della minoranza

20/01/2006
    venerdì 20 gennaio 2006

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    SINDACALIA. L’APERTURA SULLA CONTRATTAZIONE TERRITORIALE PROVOCA UNA PICCATA REAZIONE

      La Camera del lavoro riformista agita il sonno della minoranza dura e pura

      «Terremo in adeguato conto l’esigenza di avere sul territorio una efficace e implementata strumentazione contrattuale». Onorio Rosati, 42enne neo segretario generale della Camera del lavoro, nella relazione d’investitura di venerdì scorso, dopo il triennio di Giorgio Roilo al vertice di corso di Porta Vittoria, l’aveva anticipato. E l’ha subito mantenuto. In realtà la proposta sui contratti territoriali, da sperimentare a Milano, viene dalla Cisl: «Un’intesa locale tra le tre confederazioni sul tema dei livelli contrattuali non potrebbe che favorire un clima di convergenza e coesione positivo per la città», ha detto martedì Fulvio Giacomassi, segretario della Cisl milanese. Un’apertura subito colta, coraggiosamente, da Rosati, proprio nelle ore calde in cui, dopo parecchie polemiche, si
      stava chiudendo l’accordo sui metalmeccanici, «perché ormai è evidente – ragiona il neosegretario – che i ritardi nel rinnovo degli accordi non sono necessariamente ascrivibili a specifiche responsabilità delle parti
      ». Morale: «sono favorevole a una contrattazione territoriale di categoria o di filiera. Le piccole imprese sono il 90 per cento di quelle iscritte alla Camera di commercio. Questa formula ci consentirebbe di dare anche a loro una risposta. Appena chiusi i contratti ancora aperti, è necessario che Cgil, Cisl e Uil trovino una posizione unitaria in materia». Punto.

      Ricordiamo infatti che a livello nazionale la trattativa tra confederazioni sulla riforma dell’accordo del ’93 è bloccata proprio per le chiusure della Cgil. Per questo l’apertura milanese suona come la rottura riformista di un tabù. Meglio: l’apertura del nuovo vertice. Perché a scavare un po’ nel pancione della Camera, la musica cambia decisamente disegnando
      piuttosto lo scenario di un neosegretario riformista doc inevitabilmente sotto attacco. Non solo tra le tute blu Fiom della minoranza di Maurizio Zipponi, bensì da parte della corrente di Patta “Lavoro e società”, che qui a Milano ha il suo uomo di punta in Nicola Nicolosi. Il che complica il quadro: «La Cgil – ha tuonato ieri Nicolosi – sta discutendo approfonditamente la proposta di modello contrattuale che ha al centro la difesa del contratto nazionale di lavoro e la sua unicità. Quindi l’apertura espressa da Rosati è fuori dalla discussione dei lavoratori iscritti alla Cgil». Insomma non se ne parla: «anzi, spero che la Camera
      del lavoro trovi quanto prima il passo di un riformismo creativo e non di un riformismo perdente».

      Tuttavia Rosati non s’impressiona. E approfitta della tribuna del Riformista per rilanciare forte sull’esigenza «di arrivare a una proposta unitaria di tutta la triplice sulla revisione delle tipologie contrattuali», che suona inequivocabilmente come un pressing forte su Epifani. «Perché la divisione sindacale porta solo a un arrocco identitario e a un sindacato velleitario e protestatario.E poi perché il contratto nazionale da solo non basta più: le esigenze territoriali e le nuove professionalità impongono una revisione e un decentramento ». Di più. Rosati lancia anche la sfida a Letizia Moratti, intervenuta sul Riformista con una lettera manifesto, sul terreno dell’innovazione del mercato del lavoro e delle relazioni industriali. «Moratti – dice – coglie un punto vero nell’esigenza di rimettere al centro della campagna elettorale il tema del lavoro. Solo che lo svolge male perché non fa che riproporre il vecchio patto per Milano che risale al 2000, cioè prima del varo della legge Biagi che ha cambiato
      tutto. Dimostrando così di avere una concezione delle relazioni industriali divisiva visto che su quello schema la triplice si spaccò». Già. Un tema, questo, su cui sarebbe interessante capire che ne pensano anche i quattro candidati alle primarie del centrosinistra. Rosati questo non lo dice, ma lo fa capire.