«Cambiamo l’accordo del’93»

01/07/2003




        Martedí 01 Luglio 2003
        ITALIA-LAVORO
        «Cambiamo l’accordo del ’93»

        Politica dei redditi – Parti sociali a confronto – Parisi: effetti positivi ma ora serve un’altra intesa

        MASSIMO MASCINI


        ROMA – Avanti tutta, ma senza fretta. Sembra questo lo slogan delle parti sociali a fronte del problema di rivedere il modello contrattuale messo a punto nel 1993. L’Ires ha messo assieme i protagonisti del mondo del lavoro di questi anni, sindacalisti e imprenditori, e più o meno tutti hanno detto la stessa cosa sul futuro della contrattazione. Il sistema del 1993 ha funzionato bene, ma adesso si impone una revisione. Con grande attenzione, però, questa la raccomandazione comune. Evitando i passi falsi, attenti, vecchio luogo comune nel sindacato, a non gettare via il bambino con l’acqua sporca del suo bagnetto. Forse le maggiori rigidità sono venute dalla Cgil. Se l’Ires non ha mancato di sottolineare l’esigenza di un cambiamento sostanziale, come ha detto il presidente, Agostino Megale, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, è apparso disponibile al cambiamento, ma anche molto cauto, sottolineando l’esigenza di cambiare gli strumenti che non hanno funzionato, ma anche i pericoli da evitare. Le imprese sembrano disponibili, grandi e piccole. Stefano Parisi, direttore generale di Confindustria, non ha misurato i complimenti all’impianto contrattuale del 1993. Ha portato moderazione, ha detto, ha regolato complessivamente il sistema. Un accordo leggero, flessibile, che si è rivelato utile in differenti situazioni. Ha difeso infatti il potere di acquisto dei salari, ha ricordato, è riuscito a generare più occupazione di quanto si poteva credere, ha ridotto in maniera forte la conflittualità. Nemmeno le critiche espresse dall’Ires verso i tassi di inflazione programmata, troppo spesso troppo bassi, sono valide secondo Parisi. Infatti, ha ricordato, i tassi di inflazione programmata non sono l’obiettivo, devono necessariamente rivelarsi inferiori alla realtà, perché sono solo degli strumenti che servono, proprio perché inferiori a quanto atteso, a piegare i comportamenti delle parti sociali. Regole valide, che però vanno adesso aggiornate perché tutto cambia. Parisi non si è soffermato a indicare come a suo avviso quelle regole andrebbero trasformate. Ha chiesto però che questa discussione, ineludibile, venga svolta con molta laicità. «Nessuno vuole destrutturare l’impianto contrattuale, io – ha sottolineato – credo nell’importanza del livello nazionale di contrattazione, ma se dobbiamo discutere, che sia discussione vera, tenendo presente che il mondo sta cambiando, che adesso si pone il problema dello sviluppo e che dobbiamo essere almeno moderni come lo furono le parti sociali nel 1993». Altrettanta disponibilità nelle piccole imprese, come ha testimoniato per gli artigiani Alberto De Crais, della Cna, che ha sottolineato le difficoltà a trattare in sede territoriale aumenti salariali legati alla produttività. E cambiamenti anche per il pubblico impiego, come ha testimoniato Guido Fantoni, il presidente dell’Aran, secondo il quale il modello del 1993 va riconsiderato, senza scordare che in questi anni quelle regole sono state spesso interpretate in maniera evolutiva. Idee precise sui cambiamenti da fare sono da sempre una prerogativa della Cisl. Savino Pezzotta ha ribadito che per la sua organizzazione il contratto nazionale resta importante, ma soprattutto in collegamento stretto con la concertazione, perché il cuore della contrattazione deve essere al livello decentrato. Il federalismo avanzante sposta infatti i centri decisori in periferia e poi occorre dare più spazio contrattuale alle rappresentanze sindacali aziendali e territoriali per farle crescere e rafforzare. Importante, ha insistito, è l’esigibilità della contrattazione decentrata, perché se si lascia tutto alla buona volontà «è una furbata – ha detto – si fa posto a un modello conflittuale». Epifani non ha negato l’esigenza di una modifica, ma è sembrato titubante. Soprattutto perché, ha rilevato, lo studio dell’Ires mette in luce che la quota di reddito disponibile per il lavoro dipendente è calata in questi anni, quindi i lavoratori si sono impoveriti. E in più le aziende hanno male usato quelle risorse in più che hanno avuto. Per questo poca disponibilità a depauperare il livello nazionale, specie per il pubblico impiego, grande attenzione invece alla qualità della contrattazione. Nessuno, ha detto, si cura più di livelli professionali, formazione, orari, organizzazione del lavoro, ma queste sono le cose importanti. Il livello decentrato è utile, va allargato, va riconosciuto, ma non per decreto, con regole e comportamenti virtuosi.