«Cambiamo il Paese o siamo perduti»

27/03/2002
La Stampa web





    retroscena
    Augusto Minzolini


(Del 27/3/2002 Sezione: Interni Pag. 3)
LA FORZA DEL CAVALIERE: NELLA COALIZIONE NON ESISTONO UNA LEADERSHIP E UNA LINEA POLITICA ALTERNATIVE ALLA SUA
«Cambiamo il Paese o siamo perduti»
Il premier convince An e Ccd: non possiamo mostrarci divisi

ROMA COME in una sceneggiata che si ripete da anni, l´asso nella manica di Silvio Berlusconi per riportare ordine nella sua maggioranza sono stati gli immancabili sondaggi di Datamedia: 55,1% alla Casa delle Libertà, con Forza Italia che con il suo 33,5% vale praticamente l´intero Ulivo (33,9%) e con la Lega che surclassa gli ex-democristiani (4,5% contro il 3%). Dati offerti dal premier con un commento: «Dopo la manifestazione, il centro-destra è aumentato nel suo complesso di due punti. I moderati non accettano il linguaggio di una certa sinistra». Con questa premessa un presidente del Consiglio su di giri nel solito pranzo di chiarimento a Palazzo Grazioli, ha messo in riga i suoi alleati. Attorno al tradizionale tavolo ovale con Letta, Buttiglione, Scajola e Follini seduti dalla sua parte e Bossi, Fini e Tremonti dall´altra, il premier ha tastato il polso alla sua maggioranza, complici le solite pennette tricolori che i commensali non sopportano più, i gamberoni sui quali – mentre gli altri erano impegnati nella discussione – si è gettato a capofitto Buttiglione e per finire le stesse crostate che il Cavaliere ha vietato ai giocatori del Milan. Quelle cifre sull´andamento elettorale della coalizione, dispensate tra una battuta e l´altra, sono state il modo efficace con cui il Premier ha ricordato ai suoi interlocutori quali sono i rapporti di forza nella coalizione: «E´ il premier ad esprimere la sintesi politica delle posizioni, non altri. Io sono il punto di equilibrio, io sono la camera di compensazione. Io ho un´indice di popolarità che raggiunge il 65%, mentre il governo è al 44%. Quindi c´è un gap di comunicazione, specie su articolo 18, pensioni e lavoro. Questo è il problema. Per il resto, smettiamola. Non è successo niente. Poche chiacchiere e pensiamo alle cose da fare. Soprattutto finiamola con le bischerate teoriche». Già, al di là dei richiami formali alla prudenza e all´equilibrio, la linea del Cavaliere in questo momento è più incline agli atteggiamenti duri. «Martino – ha ammesso – ha sbagliato a dire quelle cose mentre noi stavamo tentando di riportare il sindacato al tavolo della trattativa. Non ha scusanti. Con Bossi ci siamo chiariti ieri sera. Ci sono stati eccessi verbali certo, ma abbiamo anche fatto i nostri comunicati per riallacciare il dialogo con i sindacati, e la verità è che sono loro ad averlo interrotto. Il punto vero, però, è che noi non possiamo dare ogni volta un´immagine di divisioni e di polemiche interne specie quando siamo impegnati in uno scontro duro. Capisco le esigenze di visibilità di ogni partito, ma ci sono dei limiti. Il punto è uno solo: o noi conduciamo in porto le riforme o altrimenti siamo perduti. O siamo d´accordo su questo o non lo siamo. La politica del galleggiamento non è fatta per noi». E in questo schema il premier ha ripetuto la sua posizione di sempre sul sindacato: «Inutile farsi illusioni: noi dobbiamo cercare il dialogo con le forze sociali, dobbiamo verificare in Parlamento se è possibile avvicinare le posizioni, ma dobbiamo sapere che Cofferati si muove più secondo logiche politiche e noi non possiamo accettare che la Cgil eserciti un diritto di veto sulle scelte del governo. Poteva farlo con D´Alema, non con noi». Insomma, sia pure indirettamente, Berlusconi ha posto una sorta di questione di fiducia ai suoi. E gli altri, ovviamente, gli hanno risposto «sì» intervenendo nella discussione con una certa prudenza. Il ministro dell´Interno Scajola ha spiegato che «il terrorismo di oggi è diverso da quello degli Anni 70», che «bisogna stare attenti perché il sindacato svolge una funzione importante, permettendo infatti anche alle frange più estremiste di avere una partecipazione politica, che è un freno al terrorismo». Follini ha sottolineato che ogni «connessione tra terrorismo e sindacato è un´infame sciocchezza politica». Fini ha ripetuto che bisogna riallacciare il dialogo se possibile, mentre Bossi ha svolto la sua autodifesa in un inedito linguaggio felpato: «Ho reagito perché dobbiamo difendere i nostri voti nelle fabbriche del Nord». Discorsi e toni, nella riunione conviviale, assai diversi dalle dichiarazioni polemiche di ieri. E però, ciò nonostante, alla fine è venuto fuori il solito paradosso: quello che doveva essere il primo passo per rilanciare il dialogo con le organizzazione sindacali si è trasformato in un nuovo momento di scontro durissimo. Nella conferenza stampa del dopo-vertice Berlusconi ha paragonato la manifestazione di sabato scorso ad una mezza scampagnata, con tanto di merenda, pagata dal sindacato a settecentomila persone, per non parlare dello sciopero generale ribattezzato «sciopero parziale». E questo mentre alla sua destra, Fini, e alla sua sinistra, Follini e Buttiglione, annuivano: e sono gli stessi che per tutta la giornata precedente avevano criticato a gran voce i toni esasperati di Bossi, Martino e Sacconi, e chiesto un chiarimento sulla linea del governo. Insomma, l´epilogo di sempre. Motivo? Semplice, nessuno nella coalizione ha una politica alternativa a quella di Berlusconi, e all´orizzonte non c´è neppure l´ombra di una leadership diversa dalla sua. Per cui, gli altri possono al massimo dedicarsi alla guerriglia, magari come il sottosegretario leghista Molgora che, per ingraziarsi la Confcommercio, ha fatto arrabbiare mezza maggioranza presentando un provvedimento che esenta dall´imposta di pubblicità le insegne di esercizio e priva i comuni di 1800 miliardi di introiti. Guerriglia, quindi, niente di meno e niente di più. La linea del governo, quella la decide il Cavaliere.