“caloPil (4)” Pistorio: «Siamo un paese malato»

13/05/2005
    venerdì 13 maggio 2005

    Pagina 2 – Economia

      L´INTERVISTA
      Il vicepresidente di Confindustria: l´unica norma a favore delle imprese è stata la legge Biagi
      Pistorio: «Siamo un paese malato
      e il governo ha sbagliato la cura»
      Il futuro L´Italia è una nazione industriale. Chi vuole trasformarla in un parco giochi fatto di turismo e moda, ha troppa fantasia
      lo sviluppo Il pacchetto competitività è un primo passo, ma se fosse stato varato quattro anni fa ora le cose andrebbero meglio

        ROBERTO MANIA

        ROMA – «L´Italia è un Paese malato. Ma nessuno è mai guarito negando la malattia. Per curarsi si deve dire la verità e poi intervenire». Per Pasquale Pistorio, vicepresidente della Confindustria e da meno di due mesi "pensionato" della sua STMicroelectronics, gli ultimi dati dell´Istat sul Pil e sulla produzione industriale sono solo la conferma della sua diagnosi. Le cause della crisi si sono stratificate nel tempo «ma questo – dice – non assolve chi ha oggi la guida del Paese».

        Che cosa si dovrebbe fare per uscire dalla crisi?

          «Il futuro del nostro Paese è nell´industria. L´Italia, con i suoi 60 milioni di abitanti, deve continuare ad essere un grande Paese manifatturiero. Chi pensa di trasformarlo in un mega parco giochi, fatto di turismo, cibo e moda, lavora troppo di fantasia. Si deve puntare sulla ricerca e sull´innovazione. Il segno più evidente delle nostre difficoltà sta soprattutto in un numero».

          Quale?

            «Questo: le esportazioni di prodotti ad alto contenuto tecnologico rappresentano da noi il 12 per cento del totale dell´export, contro una media europea che raggiunge il 23 per cento. Ma con l´Irlanda che tocca il 58 per cento, la Gran Bretagna il 38, la Finlandia e la Francia con più del 24 per cento. Questi sono i numeri, né di destra né di sinistra».

            Il governo ha varato con il consenso della Confindustria il pacchetto per la competitività. Non è sufficiente?

            «Abbiamo detto che è un primo passo. Certo se fosse stato fatto quattro anni fa, le cose ora andrebbero diversamente. Ma francamente la dimensione e la tempistica del provvedimento non permettono di dire che si sia invertita la rotta».

            Se dovesse indicare altri provvedimenti che sono stati presi a favore delle imprese in questa legislatura, quali elencherebbe?

            «E quali sono?»

            Veramente lo chiedo a lei…

              «Su questa questione la Confindustria non ha mai fatto mistero. Non abbiamo nascosto la nostra convinzione: in questi ultimi anni l´attenzione verso le imprese non è stata la priorità della politica economica. Si sono privilegiati altri temi e noi ne abbiamo dovuto prendere atto. L´unica legge significativa approvata per favorire le aziende è stata la Biagi che ha aumentato la flessibilità nel mercato del lavoro. Ma attenzione, quella legge si muove nel solco già tracciato con il "pacchetto Treu".

              Il governo aveva anche annunciato un grande piano di opere pubbliche. Tra tutte il ponte sullo Stretto. Lei crede che vada costruito?

              «Di certo non è una priorità. Sa, è come pensare di comprare champagne e caviale quando non si hanno i soldi nemmeno per il pane. Ma lo sa che la Messina-Palermo è ancora a binario unico? No, il ponte sullo Stretto non ha alcun senso».

              Dunque la sua pagella al governo ha poche sufficienze?

              «Lasciamo stare queste cose. Quello che sento di dire è che l´Italia non ha i numeri a posto e che ha bisogno di sottoporsi a delle cure, sapendo che il futuro del Paese si gioca nell´innovazione e negli investimenti sul capitale umano. La competizione con la Cina non si può fare certo sui costi. Siamo precipitati al 53° posto nella classifica sulla competitività. Il crollo è avvenuto negli ultimi anni. Questo vuol dire che le scelte di politica economica non sono state tali da migliorare la competitività del Paese».

              Non ha nulla da rimproverare alle imprese?

              «Gli imprenditori hanno il dovere di garantire la competitività delle proprie aziende. Se poi non riescono a stare sul mercato operando in Italia, non hanno alternative alla delocalizzazione, è la loro difesa. Ma in questo caso è il sistema Paese che non funziona».

              Perché in una fase così critica avete aperto il fronte con i sindacati esprimendo «forte preoccupazione e sconcerto» per l´andamento del negoziato per il contratto del pubblico impiego? Perché avete scelto la strada dello scontro?

                «Per carità! Questa Confindustria non desidera creare nessuno scontro. Questa è la Confindustria del dialogo con tutti. Però non può esimersi dal prendere posizione su una questione che ha effetti diretti sulle imprese. Da una parte per via delle possibili conseguenze sui contratti privati, ma dall´altra perché sottrae risorse alla riduzione dell´Irap, al taglio del costo del lavoro e quindi allo sviluppo del Paese».