“caloPil (3)” Gallino: date un po’ di soldi alle famiglie

13/05/2005
    venerdì 13 maggio 2005

    Pagina 3 – Il dramma dell’economia

      L´INTERVISTA

        Il sociologo: la Pasqua non c’entra, è il governo che proprio non esiste
        Gallino: date un po’ di soldi alle famiglie
        Laura Matteucci

        MILANO «Intanto ci vuole una rettifica».

          Quale rettifica, professor Gallino?

            «Dell’interpretazione di Berlusconi. I dati diffusi dall’Istat sono stati valutati e corretti per il diverso numero di giorni lavorativi. Insomma, le vacanze pasquali non c’entrano proprio nulla. Questo è l’abc del mestiere per chi si occupa di statistica».

              D’accordo. E poi?

                «E poi la realtà è che ci stiamo avvicinando ufficialmente alla recessione. L’economia italiana non è governata. Da quattro anni. Cosa che non è avvenuta in altri Paesi, Francia, Germania, Inghilterra, che pure hanno sofferto e affrontato molte difficoltà».

                  Parla Luciano Gallino, docente di Sociologia del lavoro a Torino, che commenta il disastro dell’economia fotografato dall’Istat: pil a meno 0,5% nel primo trimestre 2005, produzione industriale a meno 5,2%.

                    Dati da allarme rosso.

                      «È l’intero grafico Istat degli ultimi anni ad essere preoccupante. Il pil ha avuto un picco nel 2000, quando è arrivato al 3,5%, che per noi oggi sembra un sogno. Poi ha registrato un minimo nel 2002, e per il resto è sempre stato piatto, col tonfo finale di adesso».

                        È in arrivo il decreto sulla competitività a sostenere l’economia.

                          «È solo un coacervo di interventi che vuole toccare troppi settori e quindi nessuno. Di fatto, siamo ancora agli interventi a pioggia, uno spreco di risorse. Qui bisogna pensare al futuro».

                            E come si pensa al futuro di questi tempi?

                              «Abbiamo l’industria pesante, manifatturiera, le costruzioni, che vanno bene, che sono più importanti che mai. L’acciaio, la cantieristica, le macchine per l’automazione, questi sono settori che ancora funzionano. Bisogna ripensare ai modelli industriali. Fare delle scelte. Ed investire».

                                Per investire ci vogliono soldi.

                                  «Anche in questo si dimostra la stolidità della politica economica del governo. Le casse sono semivuote, però anche le poche risorse esistenti vengono continuamente dissipate. Sei miliardi di euro per la riduzione delle tasse potevano essere decisamente meglio investiti. Per migliorare i collegamenti ferroviari nel Sud, ad esempio. Sarebbe stato almeno un atto di politica economica, un segno dell’esistenza del governo».

                                    Parlava dell’acciaio: ma nella vertenza sindacale con la ThyssenKrupp di Terni non è che il governo si sia speso molto.

                                      «Appunto. Il governo non c’è. Bisognerebbe fare come gli inglesi: il ministero dell’Industria e del Commercio è diventato da qualche giorno ministero per la Produttività, l’energia e l’industria. Bisogna incoraggiare gli investimenti destinati a produrre valore aggiunto».

                                        Made in Italy escluso?

                                          «Grossa parte del made in Italy è in crisi irreversibile. Le nubi sono molto serie, anche perchè le possibilità di contrasto effettivo ai concorrenti, innanzitutto la Cina, sono nulle».

                                            Dati disastrosi: e gli effetti sull’occupazione?

                                              «L’obiettivo dovrebbe essere un aumento effettivo del reddito delle famiglie, e la diminuzione di qualche punto dei costi delle imprese. La riduzione del cuneo fiscale potrebbe avere effetti in tempi brevi. Non si tratta di ridurre i contributi Inps, ma di trasferirli dalle imprese alla fiscalità generale».