“caloPil (1)” L’economia riparte in Europa, l’Italia arretra

13/05/2005
    venerdì 13 maggio 2005

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    I DATI ISTAT OLTREPASSANO DI GRAN LUNGA LE STIME PIU’ PESSIMISTICHE
    L’economia riparte in Europa, l’Italia arretra
    Pil negativo per il secondo trimestre consecutivo. Cade la produzione

      Alessandro Barbera

      ROMA
      Peggio di ogni previsione: l’economia italiana arretra per il secondo trimestre consecutivo, entra tecnicamente in recessione e mette un’ipoteca sulla tenuta dei conti pubblici nel 2005. La pessima notizia è arrivata ieri dall’Istat: il prodotto interno lordo dei primi tre mesi del 2005 è sceso dello 0,5%, lo 0,2% in meno rispetto ad un anno fa. Un dato sul quale ha pesato la conferma della caduta verticale della produzione industriale: -3,7% rispetto allo stesso periodo del 2004, -1,2% guardando i tre mesi precedenti. Solo a marzo l’indice grezzo della produzione è diminuito del 5,2%. Numeri che ci riportano indietro almeno di sette anni. Era dal quarto trimestre del 1998 che non si registrava una flessione così marcata del Pil. Una flessione che va sommata al -0,4% del quarto trimestre dell’anno scorso e che ripropone lo scenario di due anni fa, quando il primo ed il secondo trimestre si chiusero entrambi a -0,2%.

      Più che il dato in sé, ciò che colpisce è il confronto fra i dati Istat e le altre stime diffuse ieri, tutte in controtendenza. Tralasciamo l’andamento del primo trimestre di Stati Uniti e Gran Bretagna (rispettivamente +0,8% e +0,6%), le cui economie viaggiano da sempre ad altre velocità rispetto alla nostra. Ciò che è preoccupante è il confronto con l’eurozona (+0,5%) e soprattutto con la Germania, il cui andamento di solito traina – nel bene o nel male – quello italiano. Un confronto consolatorio per molti ma che da ieri non vale più. La Germania lascia l’Italia e si avvia ad agganciare i livelli di crescita del 2005 francesi: +1% su base trimestrale, il doppio rispetto alle attese e il miglior risultato dall’inizio del 2001. Un dato del tutto inaspettato, basti pensare che meno di un mese fa, il 29 aprile, l’ufficio di statistica tedesco aveva abbassato la previsione annua da +1,6% a +1%.

      Che è successo dunque? Perché l’Italia invece va così male? L’Istat la spiega così: «E’ la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto di agricoltura e industria, e di una sostanziale stazionarietà dei servizi». Gli esperti si aspettavano un dato negativo, ma non così brutto: fra -0,1% ed +0,2%. «E’ andata peggio di ogni pessimistica aspettativa», dice Donato Berardi dell’istituto privato di ricerche Ref. A cambiare lo scenario è stata la componente commercio estero: «Il problema sta nella composizione merceologica delle nostre esportazioni, molto esposte alla concorrenza asiatica e all’apprezzamento della valuta», spiega l’economista di Banca Intesa Gianluigi Mandruzzato. Basta guardare ai dati scomposti: su base annua a marzo il tessile ha perso l’11%, la produzione di scarpe il 16,6%, i mobili l’8,1%. «Anche in termini comparati all’interno dell’Unione – dice Mandruzzato – l’Italia perde competitività perché l’inflazione (ferma all’1,9%) resta superiore alla media e il costo del lavoro cresce». In una parola: siamo sempre meno competitivi.

      Secondo gli economisti non c’è da essere troppo ottimisti nemmeno per il futuro. Dice Berardi: «Al massimo avremo lievi segnali di una piccola ripresa». Un giudizio condiviso anche dagli istituti governativi, Istat e Isae. L’istituto di statistica dice già che «appare difficile rispettare le previsioni di crescita nella media dell’anno in corso». Un modo un po’ diplomatico per dire che l’1,2% stimato dalla trimestrale di cassa è del tutto irrealistico. Un dato che rischia di riflettersi pesantemente sull’andamento dei conti pubblici: «Con questi numeri si viaggia attorno al 4,5-4,6% di rapporto deficit-Pil», sottolinea Berardi.

      Prima ancora che uscisse il dato sul Pil, ieri a lanciare l’allarme conti pubblici è stato il presidente della Corte dei Conti Francesco Staderini. «Ogni punto in meno di Pil equivale a mezzo punto in più di indebitamento». Per cui «se dovessero risultare confermate le previsioni di questi giorni, sicuramente la situazione renderebbe più certa una manovra correttiva», ha detto in audizione alla Camera. Non solo: per Staderini va considerato anche il fatto che «quasi certamente» Eurostat non darò ragione all’Italia sulla riclassificazione delle voci contestate alla Commissione europea. Non solo per quanto riguarda l’esclusione dal perimetro della pubblica amministrazione di Fs e Anas, ma «è a rischio» anche quella di Infrastrutture spa. Solo in questa ipotesi, dando ancora per buona la stima di crescita della trimestrale di cassa (+1,2%), secondo Staderini il rapporto deficit-Pil è già al 3,7%.