Calo di produttività, un’ombra sui prossimi rinnovi contrattuali

19/03/2003



              Mercoledí 19 Marzo 2003
              ITALIA-POLITICA


              Calo di produttività, un’ombra sui prossimi rinnovi contrattuali


              ROMA – È stato lo spauracchio di fine anni ’80: quella sigla strana, il "Clup", costo del lavoro per unità di prodotto, campanello d’allarme della competitività italiana e protagonista di ogni trattativa per i rinnovi contrattuali. La lunga marcia verso l’euro in quest’ultimo periodo ha contribuito a tenerlo sotto controllo: la moderazione salariale, con la politica dei redditi, l’aumento della produttività delle imprese, sono tra i fattori che hanno tenuto basso il costo del lavoro per unità di prodotto. Ora ha rialzato la testa, come indicano i dati del Bollettino della Banca d’Italia appena pubblicato. E soprattutto il dato italiano è più alto in confronto a quello degli altri Paesi europei. Se si guarda l’industria in senso stretto, il nostro Clup dall’1,3% del 2001 è salito al 3,0% del 2002. Una cifra ben più alta rispetto al -0,2% della Germania, 1,1% della Francia, il 2,7% della Spagna e l’1% della media dei quattro Paesi (dati del 2002). Un andamento che si registra, nonostante l’andamento contenuto delle retribuzioni, che sono passate dal 2,9 del 2001 al 2,6% del 2002. Un dato che, anzi, non sfigura rispetto all’andamento delle retribuzioni dei partner Ue: 1,7% della Germania, 2,8 della Francia, 4,3 della Spagna, anche se è dello 0,5% superiore rispetto al 2,1% della media (dati 2002). Le dolenti note arrivano se si guarda la tabella della produttività: quella italiana crolla da un 1,6 del 2001 a -0,4 dell’anno scorso. L’Italia è l’unica tra i quattro Paesi presi a riferimento che ha un calo: in Germania c’è un aumento dallo 0,3 al 2; in Francia dallo 0,7 all’1,6; in Spagna nel 2002 segna un 1,5 (manca il dato di riferimento del 2001) e la media passa da 0,6 a 1,1. È l’industria in senso stretto dove il dato è più pesante: nei servizi, sempre secondo il Bollettino di Bankitalia, il Clup addirittura è sceso, dal 3,3 del 2001 al 3% del 2002, a fronte di un calo delle retribuzioni dal 3,3 al 2,3% e di un leggero calo della produttività, da 0,1 a -0,6 per cento. Anche se nei servizi il Clup in media dei quattro Paesi è del 2%, quindi inferiore rispetto al nostro. Se si considera l’intera economia, il Clup è salito dal 2,7 al 2,9%, contro una media Ue scesa dal 2,1 all’1,7 per cento. A pesare è stato il -0,5 della produttività dell’intero sistema economico, a fronte di un calo delle retribuzioni dal 3 al 2,4 per cento. «In periodo di recessione è uno scenario quasi inevitabile: la produzione scende, la forza lavoro non cala in proporzione, anzi da noi c’è stato un aumento, e la produttività si riduce. Questo aumento nel 2002 del costo del lavoro per unità di prodotto non è stato causato da una accelerazione del costo del lavoro, ma da un calo di produttività», spiega Giulio De Capraris, direttore nucleo problemi strutturali del Centro studi Confindustria. Una dimostrazione arriva dalla serie storica dell’andamento del clup: nel 1992 da noi è a quota 4,3, contro il 6,4 della Germania, l’8,7 della Spagna, e l’1,5 della Francia. Il dato italiano scende costantemente fino all’1,2% del 1995, per poi impennarsi al 5,3% del 1996, anno della recessione. In questi ultimi anni, la crescita: dall’1,4 del 2000 al 2,9% dell’anno scorso. Un andamento che penalizza la nostra competitività: se l’aumento del Clup si trasferisce sui prezzi alla produzione, come in parte è già avvenuto, dice De Capraris, i nostri prodotti sono meno competitivi sul mercato. Il che vuol dire meno profitti per le imprese. E molte più difficoltà per i contratti che si dovranno rinnovare.
              NICOLETTA PICCHIO