Callieri: «Io, Trentin e l’impopolarità»

06/09/2007
    CORRIERECONOMIA di Lunedì 3 settembre 2007

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      Callieri: «Io, Trentin e l’impopolarità»

        L’ex vicepresidente di Confindustria declina al presente la lezione del leader scomparso. Con una provocazione…

          di Enrico Marro

            Lui ha sempre avuto la fama di duro, un mastino delle trattative, anche se in privato è affabile. L’altro, dalla parte opposta del tavolo, ugualmente determinato, aveva un tratto aristocratico, marcatamente intellettuale. Diversi nello stile Carlo Callieri e Bruno Trentin. Eppure i due avversari di tante trattative, nel ’97, scrissero un libro insieme: «Il lavoro possibile. Prospettive di fine millennio», Rosenberg & Sellier. «Ci univa la stessa convinzione sulla centralità del lavoro nella società e la passione nel promuovere la formazione e la dignità dei lavoratori», dice oggi Callieri, che dal ’92 al 2000 è stato vicepresidente della Confindustria, ricordando l’ex segretario generale della Cgil scomparso ul 23 agosto.

            Callieri rimase colpito da Trentin fin dal primo incontro. Era il 1971, il dirigente industriale aveva 30 anni, il sindacalista 45. «Lui era segretario generale della Fiom, io ero assistente del direttore del personale della Fiat, l’avvocatoCuttica. Ci fu una grande vertenza. Uno dei temi fondamentali era quello delle nuove forme di rappresentanza dei lavoratori. E Trentin, al tavolo, tenne banco per 24 ore di seguito sul tema. Era straordinario…Aveva una capacità argomentativa e suggestiva notevole. Alla fine si trovò una soluzione, che fu accettata solo in virtù del suo prestigio personale, per cominciare a passare dalla logica dello spontaneismo che allora dominava i consigli di fabbrica a un primo tentativo di coinvolgimento e responsabilizzazione dei lavoratori in una serie di commissioni tecniche. Si costituì anche il comitato ambiente. Un accordo che credo alla Fiat abbia resistito per 25-30 anni».

            Poi i due avversari che si rispettavano fecero carriera e si ritrovarono dalla parte opposta del tavolo nella drammatica stagione del ’92-93, quando l’Italia rischiava la bancarotta. Questa volta il confronto era a Palazzo Chigi. Trentin era diventato il leader della Cgil e Callieri vicepresidente della Confindustria di Luigi Abete, cn la responsabilità delle relazioni industriali. Al governo prima Giuliano Amato e poi Carlo Azeglio Ciampi. Si firmarono gli accordi che misero fine alla cala mobile e instaurarono il nuovo modello contrattuale all’insegna della politica dei redditi. «Tutti i protagonisti di quella delicata partita misero in gioco il loro prestigio per evitare che il Paese precipitasse nel burrone. Trentin fece questo soprattutto nei confronti dei suoi, della Cgil, ricorrendo a tutto il suo carisma. Ricordo quelle riunioni interminabili della delegazione Cgil, in alcune stanze di Palazzo Chigi. Noi ovviamente stavamo fuori, aspettavamo. Trentin dentro argomentava, instancabile. Ogni tanto sentivamo qualcuno che gridava. Il dibattito viveva momenti di tensione. Ma alla fine si arrivò a una soluzione», il 31 luglio del ’92. «E Trentin fu deerminante, perché senza la Cgil l’accordo difficilmente si sarebbe fatto».

            Ma l’intesa costò molto al segretario della Cgil, che la sottoscrisse nonostante la contrarietà della sua organizzazione e del suo partito, il Pds. Subito dopo si dimise, poi fu convinto a rstare e nel luglio del ’93 firmò anche l’accordo con Ciampi, prima di lasciare nel ’94 la guida della Cgil a Sergio Cofferati. Con la firma del ’92, che decretava la fine della scala mobile, Trentin implicitamente riconosceva che nell’84 era stato un errore promuovere il referendum contro l’accordo di San Valentino sul congelamento dei punti di scala mobile voluto dal governo Craxi, un referendum abrogativo che avrebbe segnato una dura sconfitta per il Pci e la Cgil. Nel libro a 4 mani con Callieri, che nacque da un dibattito organizzato dalla Fondazione della Cassa di risparmio di Imola, il sindacalista spiega: «Nel corso di questa condotta (le vicende sindacali dall’80 al 1997, ndr) molti errori, anche personali, sono stati compiuti. Ero convinto che bisognasse mediare anche con alcune domande e pressioni che ritenevo erronee e fuorvianti e che mediando si sarebbe potuta recuperare la parte più vitale delle spinte rivendicative. Credo che questo sia stato un errore. Titengo che in alcuni momenti bisogna avere il coraggio di rinunciare alla difesa di interessi corporativi e all’alibi di considerare tale difesa come una precondizione per poter trasformare. Molte volte questa difesa diventa fine a se stessa e impedisce proprio la maturazione di una strategia della trasformazione e della riforma».

              Ecco, secondo Callieri, la lezione di Trentin anche per il sindacato come per le associazioni imprenditoriali di oggi è quella di «avere in alcuni momenti il coraggio delle riforme, avendo molto ben presente i fini da raggiungere, che qui sono quelli della dignità dei lavoratori». Eppure si potrebbe facilmente obiettare a Callieri – che oggi fuori dalla mischia veste panni buonisti – che in questi ultimi 10 anni sicuramente ha fatto passi avanti la flessibilità del lavoro, ma probabilmente non altrettanto la formazione dei lavoratori alla quale Trentin assegnava la massima importanza proprio in funzione della promozione della loro dignità. Ma Callieri non è d’accordo. Trentin, sostiene, «era per la flessibilità. Nel protocollo del ’93, apre la strada ai contratti interinali. Su questo punto, ricordo, ci siamo arrovellati in riunioni su riunioni perché, appunto, sia io sia lui volevamo venirne a capo, attribuendo a queste materie, giudicate di contorno rispetto al modello contrattuale, primaria importanza. Sapevamo che c’era bisogno di questi contratti di flessibilità. E allora si trattava di trovare la forma di regolamentazione più giusta».

              Se qualcosa non ha funzionato, dice Callieri, è perché ci si è scontrati con le mille resistenze e i mille conservatorismi di chi non amava le soluzioni immaginate da Trentin. «Solo da un anno e mezzo-due siamo riusciti a sbloccare la formazione gestita dagli enti bilaterali utilizzando lo 0,30% del monte salari, come previsto da un accordo che facemmo insieme. E questo per le resistenze di interessi corposi, quelli di chi a livello regionale ha gestito la formazione con corsi per parrucchieri o cucitrici, inutili per le aziende. La formazione, per Trentin, era uno strumento di riscatto dei lavoratori e lui vedeva con fastidio che ci si speculasse sopra, in particolare da parte anche di istituti legati ai sindacati. Ora, con grande fatica, le cose stanno migliorando». E qui viene fuori, aggunge l’ex vicepresidente della Confindustria, un altro carattere distintivo di Trentin: il suo «rigore morale. Fu lui a volere, insieme con Cofferati, e contro molti nella sua organizzazione e soprattutto fuori, l’uscita dei sindacati dai consigli di amministrazione degli enti previdenziali perché c’era il rischio di intrecci di malaffare».

              Quello che più ha diviso la strana coppia Callieri-Trentin, dice il manager, è sato il tema del conflitto sociale, ineliminabile per il sindacalista rosso, e il tema del ruolo dello Stato regolatore, da limitare secondo l’ex dirigente Fiat.

              Per il futuro Callieri è possibilista. Da spettatore vede che «il sindacato e le associazioni imprenditoriali stanno avendo un calo di rappresentatività inevitabile», accompagnato da un declino di leadership, anche questa inevitabile: «Tutti i sistemi di cooptazione hanno questa debolezza. Non vengono cooptati i migliori, ma quelli che meno insidiano il potere del cooptante». Se Callieri ha ragione, sarà difficile vedere presto leader della qualità di Trentin.