“CallCenter” Schiavi con le cuffie (M.Gramellini)

12/06/2006
    sabato 10 giugno 2006

    Prima Pagina


    di Massimo Gramellini

    Schiavi con le cuffie

      NON � il caso di andarli a cercare in Cina o in qualche sperduto villaggio del Pakistan. I nuovi schiavi abitano accanto a noi e ci stanno pure antipatici. Sono quelli che al telefono rispondono con frasi evasive alle nostre richieste d’aiuto o al contrario chiamano con petulanza per offrire servizi che raramente ci interessano: la trib� dei �call center�, di cui ieri � stato reso noto il primo censimento impietoso. La creazione di un ceto di capri espiatori professionali come il Malauss�ne di Pennac, sul quale l’utente insoddisfatto possa scaricare le sue rabbie, ha prodotto due risultati drammatici. La retrocessione del consumatore a suddito, costretto a dialogare con voci senza volto, sempre diverse, sempre gentili e sempre incompetenti a risolvere il suo problema. Ma soprattutto il ritorno in auge di quel lavoro a cottimo che ci eravamo illusi di aver confinato nel museo della memoria: semafori verdi per poter andare in bagno, il rumore del fax che perfora le cuffie come uno sparo, turni di 120 telefonate in 4 ore che neanche Moggi, al termine delle quali la schiena sembra un inno alla scoliosi e il cervello � ridotto alla consistenza di un semolino. Una catena di montaggio mentale che si consuma in ambienti sovraffollati, con stipendi che non bastano a pagare l’affitto di una monocamera.

        Agli albori del turbocapitalismo ci eravamo raccontati la favola che i �call center� fossero il classico lavoro temporaneo che avrebbe permesso ai giovani di guadagnare qualcosa in attesa di spiccare il volo. Oggi l’et� media degli schiavi con le cuffie � 40 anni, quando un impiego del genere, pi� che un trampolino, viene percepito come l’anticamera del fallimento esistenziale. Pensiamoci, la prossima volta che digitiamo uno di quei numeretti telefonici che fanno ridere solo nelle pubblicit�.