Call center in Sud America e Africa così perdiamo 4.000 posti di lavoro

18/02/2011


Allarme della Cgil sulle grandi aziende che delocalizzano

ROMA – Sono albanesi, romeni, argentini, spesso parlano un italiano perfetto, a volte hanno anche una laurea specialistica. Sono i circa 2700 lavoratori dei call center che lavorano per le aziende italiane, si trovano in prevalenza nell´Est europeo, ma anche in Sudamerica e in Tunisia, ed entro la fine del 2011, assicura il sindacato Slc-Cgil, diventeranno almeno 4000. Il perché è immediato: «Il costo complessivo orario lordo per un lavoratore italiano è di 17 euro. Per un albanese o un romeno varia dai 3 ai 4 euro e mezzo», spiega Alessandro Genovesi, segretario nazionale Slc-Cgil.
Le delocalizzazioni non sono però altrettanto convenienti per i lavoratori italiani: «Per risparmiare poco o nulla, non più di 15-20 milioni di euro nel 2010, si mettono a rischio migliaia di posti di lavoro», denuncia Genovesi. Per gli utenti ci sono due ordini di problemi: uno è legato alla lingua, non sempre l´italiano è ben padroneggiato dagli operatori stranieri. L´altro è legato alla tutela della privacy, non sempre adeguatamente tutelata dalla legislazione degli altri Paesi. Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto infatti un´indagine, già in dirittura d´arrivo.
L´Slc-Cgil chiede al governo di fissare una moratoria per le delocalizzazioni: «Non è innovazione Alitalia che manda il lavoro in Albania mentre a Taranto e a Roma vi sono centinaia di lavoratori in solidarietà», dice Genovesi. Il sindacato ha anche condotto un´inchiesta per individuare le aziende che fanno l´uso più massiccio della delocalizzazione, avvalendosi delle testimonianze dei formatori che hanno svolto corsi all´estero su richiesta di società italiane, delle segnalazioni degli stessi operatori dei call center e delle informazioni fornite dai sindacati stranieri. Le aziende sono Wind, H3G, BT Italia, Vodafone/Tele2, Telecom, Fastweb, Sky, Alitalia ed Enel. Aziende che però, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci stanno a passare da ‘delocalizzatrici´. L´unica ammissione diretta viene da H3G, che spiega di utilizzare in outsourcing circa 220 operatori di call center assunti a tempo indeterminato in Argentina e 80 tra Romania e Tunisia, nei casi in cui diventa troppo oneroso utilizzare il personale italiano. Wind sostiene di utilizzare lavoratori di un partner romeno solo per i clienti romeni. Telecom ha un call center interno, e dichiara di esternalizzare il servizio solo in misura residuale, e di non sapere se in questi casi a operare siano lavoratori di Paesi stranieri. Fastweb ed Enel assicurano di stipulare contratti di fornitura nei quali si specifica che i call center opereranno in Italia. Bt ha un call center esternalizzato a Palermo, che lavora anche con operatori dall´estero, ma, ribadisce, non per Bt. Alitalia ha un call center interno con operatori italiani, e utilizza in outsourcing Almaviva, che ha una società in Tunisia, e Teleperformance, che ha delocalizzato in Albania. Teleperformance lavora anche per Sky, nei casi in cui occorra rafforzare il call center interno. Vodafone ammette di utilizzare società che operano dall´estero, ma si tratta di «attività marginali poco rilevanti».
Genovese non si stupisce di smentite e precisazioni: «Visto che a delocalizzare sono esclusivamente le società che svolgono servizi in outsourcing, gli operatori italiani possono sempre dire che ne sanno poco o nulla, o che si tratta di attività estremamente marginali. Noi proponiamo invece di investire sulla professionalità dei lavoratori italiani, per dare al Paese un futuro diverso».