“Call center 2″ Ossessionati dalla cornetta

06/12/2004

    lunedì 6 dicembre 2004
    pagina 12

      VITE DA CENTRALINISTI
      Ossessionati dalla cornetta
      «Non si perde tempo, ogni minuto è oro»

        C’E’ Jennifer che ha appena cominciato, e può raccontare come è fatto il suo, di call center, quello dove ci lavora da pochi giorni, in via Corticella, a Bologna, fuori le mura, sette minuti da casa, un palazzo nuovo e dentro questo open space «con un centinaio di postazioni e ogni postazione con il suo computer e il suo telefono». Lei, Jennifer, risponde con la sua cuffietta sui capelli e sulle orecchie e guarda al computer la situazione del cliente. Tutto bene fino adesso, anche lo stipendio: dipende dai turni, «se li fai serali, o festivi, valgono di più». L’ambiente è buono, dice. E lo stress è un nemico lontano, ancora sconosciuto. Jennifer è di Savona, ha studiato a Torino Scienze delle comunicazioni, s’è laureata, ha trovato lavoro da addetto stampa alla Regione Piemonte e poi è scappata a Bologna, a fare l’operatrice in un call center. Ha cominciato pochi giorni fa, «da una settimana», dice. C’è Gabriella che ha appena smesso. Ma l’ha fatto quasi da una vita, «per tanti anni». E l’ha fatto un po’ dappertutto, saltando da un call center all’altro, «un po’ per Infostrada, un po’ per altri call center di telefonia, e da Torino Cronaca a una società che faceva pubblicità per il cinema, da Fastweb a piccole aziende che ti facevano lavorare in bugigattoli con dei tavolini di plastica e quattro telefoni ammucchiati davanti a una finestra sulle quinte di cemento». Jennifer non ha ancora 30 anni. Gabriella Silvani ha cominciato a contare gli anni con gli anta. Jennifer dice che va bene, Bologna è bellissima, il lavoro non è male, e pazienza la fatica, ma lei oggi non tornerebbe indietro. Gabriella invece è tornata indietro. Ha smesso pochi giorni fa, «e magari fra qualche giorno riprendo – dice – ma adesso avevo bisogno di staccare. Non è così facile, questo lavoro».

          Lei, Gabriella, li ha visti tutti i call center, quelli con i computer e i telefoni, e poi quelli ricavati in camerette, «e quelli meno professionali, che sono quelli che ti sfruttano di più, quelli che ti mettono dentro a una stanza con cinque, sei persone stipate attorno a un tavolino, con i capi che ti soffiano sul collo a ogni istante di non perdere tempo». Per questo, racconta Gabriella, molte volte cambiava lavoro, «perché dopo un po’ alcuni non li reggevo più e me ne andavo via». Ha lavorato anche nei call center a truffa. «Tu devi stare lì e fare delle telefonate. Devi chiamare e dire a chi risponde che è stato sorteggiato per un viaggio, o una multiproprietà, o un’altra cosa e devi convincere il signore a venire a ritirare il premio. Poi, quando quello viene, tu guadagni solo se il cliente compra». Allora, lei ha preso e se n’è andata.

            Se vuoi fare l’operatore di call center non resti senza lavoro. Ha trovato l’annuncio su «La Stampa»: call center cerca operatore, 750 euro al mese. Quattro ore al giorno. Non è male. Ci è andata.
            Bisognava vendere vino. Ma i 750 euro valevano solo per il primo mese. Poi, «se non vendi, vai a casa, e senza paracadute». Il secondo mese, le dissero che lei per due settimane non aveva venduto, e quindi la pagavano di meno. Faceva dalle 70 alle 90 chiamate in 4 ore. E si lamentavano. C’era gente che per tenere i 750 euro al mese, lavorava otto ore al telefono, e i capi sempre lì a lamentarsi, a sgridare, e come mai non va? E perchè non fai questo e non fai così? «Fare l’operatore in un call center è un lavoro particolare, dove devi essere molto positivo. Dopo quattro ore cominci a non rendere più, sei troppo stanca, ripeti le stesse frasi senza entusiasmo».

              Gabriella ne ha trovato un altro che vendeva olio. «Non c’era il trucco dei 750 euro, ma era uguale». Ha cambiato anche quello. E’ andato in uno di quelli che vendono assistenza. Doveva chiamare persone bisognose di assistenza per vendere servizi. «Se una di queste richiamava, a me accreditavano 10 euro. Non mi quadrava. E allora sono andata via anche da lì». E’ stata in altri posti, più o meno seri. Qualche mese e via. Sempre così? «C’è tantissimo turn over», dice. Ma perché? «Perché nei call center la gente si stufa in fretta e se ne va via. E perché c’è tanta richiesta. Non c’è una normativa precisa, è poco controllato, alcuni ti pagano in nero, altri ti fanno strani discorsi. Innanzitutto, non è un lavoro semplice come uno può pensare: è abbastanza stressante, ti sfianca, e in molti casi sei un lavoratore dipendente trattato come un autonomo. Così non conviene. Molti lo vivono come una fase di passaggio, in attesa di cercare un lavoro più interessante. Poi ci sono quelli che lo fanno come secondo lavoro, per arrotondare un altro stipendio, e quelli che a 40 anni hanno chiuso un’attività e ci stanno solo in attesa di riprendersi. Certo, ci sono anche i call center tipo “Sky” e “Pagine Gialle”, dove sei più tutelato e dove forse questi discorsi non valgono. Lì non puoi fare più di sei ore e ci sono delle regole che ti proteggono».

                Ma la maggior parte, dice, è come quelli che ha fatto lei, senza orari, sempre a ripetere la stesse cose, come dei suonati, attaccati alla cornetta, a convincere la gente, a prendere gli insulti e a portare pazienza. Vallo a spiegare a Jennifer. Stasera è il suo turno, va di fretta. «Ci possiamo sentire dopo?» Ancora al telefono?