Calabria, muti i telefoni antiracket

17/01/2006
    lunedì 16 gennaio 2006

      Pagina 1/11 – Cronaca

        IL CASO

          Sotto ricatto 7 negozi su 10, gli altri sono dei boss

          Calabria, muti i telefoni antiracket

            Nessuna chiamata nel 2005. Pizzo in 7 negozi su 10, gli altri sono dei boss

              § I commercianti denunciano: ormai le nostre linee sono morte
              § Minacce, intimidazioni, raffiche di attentati E sempre più omertà
              § Assunzioni obbligate e richieste fino a tremila euro al mese
              § "Perfino gli arredamenti sono imposti nei nuovi locali
              § Il controllo del giro d´affari è nelle mani della ‘ndrangheta

              dal nostro inviato
              Attilio Bolzoni

              Reggio Calabria
              Ogni notte è un fuoco, ogni notte la Calabria brucia nel suo malaffare. E paga pizzo. Versano tutti? «Il settanta per cento dei commercianti», risponde il presidente della Confesercenti di Reggio Antonino Marcianò. E gli altri? «L´altro trenta per cento sono loro, sono negozi di proprietà della ‘ndrangheta». Nel 2005, al numero antiracket della Confesercenti calabrese nessuno ha chiamato mai.

              E anche all´Sos della Confcommercio: neanche uno squillo. Telefoni muti. C´è sempre più omertà nella Calabria della mafia padrona.

              L´altra sera in uno di quei quartieri di Reggio aggrappato alle prime rupi dell´Aspromonte hanno crivellato a colpi di pistola le saracinesche di quattro macellerie e di tre supermercati, denunce però non ne hanno fatte. All´alba hanno trovato poi sei accendini in fila accanto a sei bottiglie piene di benzina, tutte ben allineate sotto le vetrine di un salone di automobili. Il proprietario della concessionaria ha avanzato sospetti «su qualche ragazzaccio sbandato», è vietato perfino pensarle certe cose in questa città dove ti pieghi oppure salti in aria.

              Reggio, via Castello civico 4, la sede della Confcommercio regionale. Il direttore Attilio Funaro è seduto dietro la sua scrivania e allunga la mano verso un telefono. Comincia a raccontare: «Il nostro numero è lo 0965/300196 ma oramai è una linea morta. La scorsa primavera hanno chiamato per sapere come ottenere un rimborso dallo Stato, era un commerciante che aveva denunciato i suoi estorsori tanti anni fa quando in molti anche in Calabria osavano mettersi contro il racket».

              Ottanta, novanta e anche cento telefonate l´anno fino al 2000. «E poi un calo costante fino alle zero telefonate del 2005», ricorda ancora il presidente Funaro. Di notte fanno i falò e di giorno si presentano a riscuotere.

              A volte chiedono "solo" i soldi, 500 euro al mese per le piccole botteghe, anche 3 mila per i negozi più eleganti. Spesso impongono i loro locali ai negozianti costringendoli a pagare pigioni da capogiro. Affittano a metro quadro: fino a 1500 euro l´anno. E poi macellerie, pescherie, botteghe di frutta e verdura devono rifornirsi sempre negli stessi spacci, sempre dai soliti noti. Commessi o camerieri li scelgono loro, l´ufficio di collocamento della ‘ndrangheta dà lavoro a tutti.

              «Perfino gli arredamenti sono imposti, se uno apre un locale e deve comprare un bancone o un frigorifero sa che deve acquistare tutto dove quelli vogliono», spiega Marcianò di Confesercenti. E accusa: «La situazione in Calabria è drammatica, lo Stato fa solo chiacchiere, lo Stato c´è solo sulla carta».

              Un paio di giorni fa il superprefetto Luigi De Sena ha convocato le otto associazioni antiracket sparse per le cinque province, ha ascoltato le loro richieste, ha presentato un piano per fronteggiare il racket. Sta utilizzando fondi europei e fondi regionali per un sistema di video sorveglianza, punta a piazzare telecamere nei punti strategici delle città e dei paesi calabresi. È pragmatico il nuovo superprefetto. Da quel vecchio poliziotto che è, sa bene che boss e "pizzo" non si battono con proclami o parate. De Sena ha un obiettivo: «Dobbiamo essere soprattutto credibili, i nostri progetti devono esser fattibili e coerenti, il resto poi verrà». Ci vuole tempo in Calabria. E farà fatica lo Stato a riprendersi quel territorio abbandonato nelle mani della ‘ndrangheta per troppi anni.

              Quante denunce avete ricevuto da vittime di estorsione? «Zero», risponde il procuratore aggiunto dell´antimafia di Catanzaro Mario Spagnuolo mentre con il suo capo Mariano Lombardi descrive i gironi infernali delle ‘ndrine del crotonese, di Vibo Valentia, delle Serre, di Pizzo. I reparti speciali di polizia e carabinieri pedinano e intercettano, indagano e fanno retate, quelli che restano intrappolati di solito patteggiano e dopo qualche anno sono ancora fuori a spremere gli stessi commercianti che avevano soffocato prima. E nessuno parla. Mai. I pochi che l´hanno fatto vivono nell´incubo. Lontano dalla Calabria. Sotto scorta perenne.

              La Calabria adesso preferisce tacere. «Ma non si può invocare solo e sempre l´intervento dello Stato», spiega Tano Grasso, una bandiera contro il "pizzo", il fondatore di quell´associazione di coraggiosi commercianti siciliani di Capo d´Orlando che 20 anni fa non ebbero paura dei boss. Tano Grasso oggi è il presidente onorario della Federazione italiana antiracket, è sceso in Calabria per incontrare il superprefetto e lanciare una nuova sfida: «Anche lo Stato più perfetto non ti può risolvere il problema, lo Stato più di metterli in carcere non può fare. Ma il dominio della mafia così non cede, il fenomeno si riproduce, bisogna solo fare muro». Tano Grasso dice che c´è solo un modo per sconfiggere il racket: «La denuncia individuale e la denuncia collettiva: rompere l´omertà. Altre strade non ce ne sono, la Calabria si libera solo dimostrando di non avere paura, io ormai passo la mia vita ad organizzare il coraggio». E la resistenza umana. Qui in Calabria ci sono compagnie di assicurazione che non coprono più i danni per capannoni e macchinari, che non stipulano più polizze a quelli che finiscono nel mirino del racket. «Conosco colleghi che sono scappati. Uno è ospite al Nord da un alto prelato e viene di tanto in tanto e di nascosto a trovare i genitori, un altro ha due figli che non possono crescere con i loro coetanei perché vivono sotto protezione», racconta Filippo Callipo, il presidente dell´Assindustria regionale, l´imprenditore del tonno che guida la rivolta contro il pizzo in Calabria.

                Callipo ha altre idee da Tano Grasso: «Lui dice che gli imprenditori devono denunciare e liberarsi dalle collusioni, io sostengo invece che il cittadino deve innanzitutto sentirsi sicuro, altrimenti l´Sos impresa e gli altri telefoni resteranno sempre muti». Chiedono sicurezza i commercianti e gli imprenditori calabresi. Chiedono anche un altro rapporto con le banche. «Se denunci, per gli istituti di credito diventi automaticamente un cliente a rischio e non ti danno più fiducia», ricorda ancora il presidente di Confesercenti. E spesso i clienti a rischio scivolano nelle grinfie degli usurai. La ‘ndrangheta controlla ormai anche sui prestiti a strozzo. Offre soldi per poi prendersi tutto. E chi non accetta il ricatto, finisce sotto tortura. Come S.B., il proprietario di una pizzeria. Non ha restituito 30 mila euro alla donna di un boss. Quella gli ha detto: «Se non paghi ammazzo per prima tua moglie, le taglio la testa con una fucilata, poi la scaravento sul muro della tua pizzeria. Poi tutta la stirpe, vengo dove abiti e ti ammazzo, ti faccio a pezzettini, ti metto in un sacchetto e ti lascio così sull´uscio di casa di tuo padre».