Cala il peso del lavoro sul Pil

01/02/2005

    martedì 1 febbraio 2005

    sezione: ITALIA-LAVORO – pagina 17

    Ma cala il peso del lavoro sul Pil

      di LUCA PAOLAZZI

        A Cipputi il 2004 è andato molto bene. Per lui e per tutti i lavoratori dipendenti è stata una buona annata. La migliore dal ’97. Le buste paga hanno registrato il maggiore aumento da sette anni. Anche come potere di acquisto: +0,7%. Non è certo una cuccagna ma è quello che passa un’economia senza crescita. Tanto più che per tutto il lavoro, inteso non come singole persone ma come fattore di produzione, non è stato affatto un anno favorevole: la sua quota sul reddito nazionale si è ridotta. La diminuzione segue un triennio di graduali rialzi ed è stata particolarmente marcata nell’industria manifatturiera (si può vederla nel grafico qui sopra).

        Come si spiega lo stridente contrasto di risultati? Semplice: mentre le retribuzioni hanno accelerato il passo, l’occupazione ha segnato uno dei guadagni più modesti degli ultimi anni. In sé e in relazione ai progressi (piccoli e fragili) ottenuti sul fronte dell’attività produttiva, visto che il Pil ha avuto un incremento di poco inferiore all’1,5% (rispetto allo 0,3-0,4% del biennio precedente). Vuol dire, anche, che la produttività è tornata a salire, dopo un periodo di stasi o arretramento. Nell’industria manifatturiera gli andamenti sono amplificati: la caduta dei posti di lavoro è stata la più pronunciata dal 1993, l’anno orribile dell’occupazione italiana; le retribuzioni, soprattutto quelle di fatto (che includono le contrattazioni aziendali e individuali), viaggiano sopra la media degli altri settori; e la produttività ancora di più.

        In sintesi, lo scambio tra costo (moderato) e posto (in quantità abbondante) di lavoro non funziona più come prima. Il meccanismo si è inceppato e rischia di guastarsi del tutto. Buttando di fatto alle ortiche l’accordo del 1993, senza che niente sia stato fatto per correggerlo o sostituirlo con qualcosa di più adatto ai nuovi tempi e alle nuove sfide. A questa conclusione si arriva guardando ai dati dell’anno scorso, che pure sono stati influenzati da fattori specifici. Sul fronte delle retribuzioni, si è avuto il recupero delle perdite di valore reale registrate in precedenza. Su quello dell’occupazione si è imposta la necessità, in particolare per le aziende più esposte alla concorrenza globale, di riconquistare margini di competitività, erosa perfino nei confronti delle altre nazioni di Eurolandia. Nei confronti delle quali si sono avute in Italia una dinamica più sostenuta del costo del lavoro e una molto più lenta della produttività.

          Soprattutto a quella conclusione si giunge osservando le nuove rivendicazioni salariali, che sia nel pubblico impiego sia nel settore privato sono del tutto fuori linea rispetto agli obiettivi di inflazione e spingeranno sempre più le aziende a risparmiare lavoro. In assenza di una crescita più sostenuta (questa è la vera priorità) i Cipputi continueranno a stare bene. Quelli che ancora avranno il posto.