Caccia al patto sociale

18/05/2006
    n.19 anno LII – 18 maggio 2006

      Pagina 162/163/164/166- ECONOMIA

      ECONOMIA
      RIPRESA INDUSTRIALE / QUALI REGOLE

      Caccia al patto sociale

      Ieri ha frenato salari e inflazione. Oggi deve rilanciare sviluppo e competitivit�. Sulla nuova concertazione si apre il confronto

      di Paolo Forcellini

        Proprio mentre il suo tifoso pi� convinto, Carlo Azeglio Ciampi, scende dal Colle pi� alto, la concertazione tra governo, sindacati e imprenditori vede rialzare le sue quotazioni, dopo un lustro di oblio. Un rilancio favorito dal ritorno del centro-sinistra al governo, ma ancor pi� dall’esiguit� della maggioranza: "Un governo fragile ha assoluto bisogno di una qualche intesa con le parti sociali", nota il sociologo Mimmo Carrieri, curatore di un fascicolo dei ‘Quaderni di Rassegna sindacale’ (rivista teorica della Cgil) dedicato all’argomento e appena uscito. E aggiunge: "La concertazione italiana ha avuto i risultati pi� significativi con governi tecnici come quello Ciampi-Giugni del ’93 o quello Dini del ’95: compagini deboli, bisognose di sostegno sociale".

        Ma quali sarebbero le differenze fra l’accordo neo corporatista prossimo venturo, cui stanno gi� lavorando Romano Prodi e i suoi pi� stretti consiglieri (a cominciare dal ministro dell’Economia in pectore, Tommaso Padoa Schioppa) e la famosa intesa del luglio ’93? Tante e abissali. "Allora si tratt� di fare un patto per stabilizzare l’inflazione, una politica dei redditi che ci portasse nell’euro, un percorso di moderazione salariale che ci evitasse la bancarotta incombente. Oggi l’inflazione � sotto controllo e siamo nell’euro: obiettivi prioritari divengono lo sviluppo e la competitivit� del paese", spiega Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro e possibile futuro ministro. Se lo ‘scambio politico’ negli anni ’90 si basava su concessioni salariali da parte dei sindacati (il rispetto del tasso di inflazione programmata) e su un insieme di garanzie e di misure tariffarie e previdenziali concordate, da parte del governo e della Confindustria, attualmente la faccenda � assai pi� complessa. Come aumentare la produttivit� del Sistema Italia che sta perdendo colpi (dal 2001 a oggi ben il 23 per cento di competitivit� in meno rispetto all’insieme dei partner commerciali del Bel Paese)? La via maestra � l’aumento della flessibilit� del lavoro, congiunto all’impegno delle imprese a investire i maggiori profitti. Ma qui c’� un primo problema: si tratta di un obiettivo da perseguire in modo differenziato, area per area e settore per settore, quindi con accordi di concertazione articolati sul territorio e a livello aziendale. Un meccanismo assai pi� complicato da gestire rispetto al grande compromesso neo-socialdemocratico e centralizzato del passato, dove si trattava di mettere sotto controllo poche variabili macroeconomiche, in sostanza la dinamica dei prezzi e delle retribuzioni, e anche pochi soggetti. In pi�, bisogna far dimenticare gli esiti della passata esperienza: una netta decurtazione della fetta di Pil attribuita al lavoro dipendente.

        Vi � poi un secondo problema: quali ‘compensazioni’ otterrebbero i lavoratori? Come e forse pi� degli anni Novanta, oggi lo Stato ha poche risorse da mettere sulla bilancia dello scambio concertato: il debito pubblico ha cominciato a risalire rispetto al Pil, il deficit viaggia oltre il 4 per cento. Inoltre, nota il neo segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, "il governo a venire si trover� privo di uno strumento fondamentale: il controllo di prezzi e tariffe dei servizi essenziali che ormai in larga misura dipendono da societ� privatizzate a buon mercato. Prima Palazzo Chigi poteva difendere la tenuta dei salari reali su questo versante, ora ci sono monopoli privati che fanno utili dell’ordine del 30 per cento. Il nuovo governo dovr� impegnarsi a costruire un mercato concorrenziale e a rafforzare le authority di controllo". Baster� questo? "No di certo", prosegue Bonanni, "poich� nella concertazione ciascuno riceve e ciascuno d�, credo che i lavoratori possano offrire una maggiore flessibilit� contrattata, ma che in cambio le imprese debbano concedere salari pi� alti e il governo ammortizzatori sociali pi� efficaci, soprattutto per le piccole imprese".

        L’asso nella manica di Prodi si chiama, � noto, riduzione del cuneo fiscale. Nella moltiplicazione dei tavoli di trattativa che accompagner� la concertazione 2006, quello sul cuneo sar� sicuramente il primo e pi� importante. Gi� fin d’ora, per�, pi� che aria d’accordo tira aria di scontro al calor bianco. Di che si tratta, � presto detto: ridurre di cinque punti, inizialmente, il peso fiscale e contributivo sul lavoro dipendente. Come va distribuito il beneficio? � subito rissa. "Se la manovra � fatta per migliorare la competitivit� delle imprese allora la gran parte del taglio deve andare a loro, almeno i due terzi", ha messo le mani avanti Alberto Bombassei, vicepresidente di quella Confindustria che con Luca Cordero di Montezemolo ha fin dall’inizio auspicato un ritorno alle politiche di concertazione ripudiate dal suo predecessore. Per sovrappi�, Bombassei vorrebbe che il taglio fosse portato a dieci punti nel corso della legislatura. Il suo ‘dirimpettaio’, Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, gli ha risposto: "Anch’io potrei dire i due terzi ai lavoratori". Se si accordassero a met� strada, il guadagno per un salario medio di 23 mila euro sarebbe di circa 300 euro all’anno, non poco.

        Tito Boeri, economista della Bocconi e animatore del sito di analisi economiche ‘lavoce.info’, ritiene invece "della massima importanza che il taglio al cuneo non avvenga in maniera generalizzata: deve concentrarsi sui salari pi� bassi, raggiungendo per questi gli 8-9 punti". Non � solo una questione di equit�, ma di efficacia e minore onerosit� della manovra. La perdita di gettito � infatti proporzionale ai livelli retributivi: dare incentivi ai salari pi� esigui costa meno e produce effetti nell’area di confine tra lavoro regolare e sommerso, favorendo l’emersione. Inoltre, sottolinea sempre Boeri, ai piani bassi della scala retributiva l’offerta di lavoro � pi� elastica e quindi sono superiori gli effetti occupazionali di un alleggerimento fiscale. Non ultimo, una riduzione dei contributi previdenziali produrr� in futuro problemi di finanziamento pubblico alla previdenza, a parit� di assegni erogati: ma chi ha avuto retribuzioni inferiori, gi� oggi spesso percepisce integrazioni pensionistiche a carico della fiscalit� generale e la novit� avrebbe quindi un impatto minore sul bilancio pubblico. Anche Bonanni � convinto che la riduzione del cuneo vada "finalizzata: si debbono tagliare gli oneri fiscali soprattutto per le donne, per gli over 50, per chi passa dal lavoro temporaneo a quello a tempo indeterminato. Deve essere comunque chiaro che i contributi previdenziali non vanno decurtati. Anzi, vanno aumentati quelli sul lavoro precario". Diversa l’opinione di Treu: "Occorre uno shock generale, si tratta di una misura che favorisce i settori ad alta intensit� di lavoro, senza bisogno di ulteriori incentivi".

        Rimane comunque un piccolo particolare: come reperire i 10-20 miliardi necessari a finanziare l’intervento? Secondo Agostino Megale, direttore dell’Ires, il pensatoio economico della Cgil, non ci sono eccessivi problemi: "Tre miliardi possono venire dal taglio degli oneri impropri che gravano sui salari, qualcosa potr� essere recuperato aumentando i contributi sul lavoro di collaborazione che oggi sono meno di due terzi di quelli sul lavoro dipendente. Infine, la maggior parte pu� essere reperita facendo emergere una quota di lavoro nero, in Italia doppio che negli altri paesi europei. L’Ires ha calcolato che trasformando un milione di lavoratori da sommersi in regolari (oggi gli irregolari sono circa cinque milioni), e spendendo a tal fine un miliardo, si recupererebbero 15-16 miliardi". Non si vuole sbilanciare troppo il ‘papabile’ Treu, che per� ammette: "Le risorse le troveremo con la lotta all’evasione e magari cambiando un po’ la tassazione sulle rendite finanziarie". E non aumentando anche l’Iva? "Per ora � prematuro parlarne, dobbiamo verificare l’ammontare del buco lasciato da Berlusconi". Certo � che un aumento dell’Iva avrebbe le ‘virt�’ di una svalutazione, perch� colpirebbe solo i beni consumati all’interno.

        Se grande � la confusione sotto il cielo del cuneo fiscale, poco meno lo � su un altro fondamentale oggetto di trattativa neocorporativa: la riforma della legge Biagi. "Condizione necessaria, anche se non sufficiente, se si vuole affrontare il precariato � la cancellazione della Biagi", afferma Giorgio Cremaschi, esponente della minoranza Cgil e segretario della Fiom. Posizione sostanzialmente condivisa da Guglielmo Epifani. Ci� che ha scatenato sul segretario generale della Cgil non solo le scontate ire della Confindustria, ma anche quelle di Bonanni, che ha definito l’idea di affossare la legge 30 "bieca", spalleggiato in questo caso dal suo omologo della Uil, Luigi Angeletti, secondo cui "se partono da questo assunto (l’abrogazione, ndr), la concertazione non far� nemmeno un metro". Anche fra molti politici si tratta di riformare e non di azzerare la Biagi: parla di "aggiustarla" Treu, parla di "superamento della legge 30 e di cancellazione di alcune figure, come il lavoro a chiamata o lo staff leasing" Cesare Damiano, responsabile ds per il Lavoro.

        Bastano questi due esempi, cuneo e legge Biagi, per comprendere che la strada della concertazione � in salita. Le posizioni sono distanti fra governo e parti sociali e all’interno stesso dei sindacati la concertazione potr� divenire un terreno di concorrenza e di contrapposizioni. A volte solo nominali: Bruno Manghi, sociologo e storica testa d’uovo della Cisl, usa "con difficolt� questo termine che dovrebbe contrassegnare solo eventi molto rari e difficolt� profonde dei sistemi. Comprendo la concertazione dopo la Grande Guerra, o nella Germania del dopo unificazione: tutti attorno a un tavolo per definire accordi che dovevano assicurare la continuit� al sistema. In queste occasioni le parti, per un periodo dato, rinunciano ad alcune loro prerogative. Non credo che questa sia la situazione odierna, anche se sono favorevole a patti importanti, sul cuneo fiscale ad esempio, che per� preferirei chiamare patti tripartiti". Anche Damiani afferma l’esistenza di un ‘accordo di fondo’ nel centro-sinistra, "A prescindere da come la parola concertazione viene declinata: dialogo, rapporto fra governo e parti sociali, mettersi attorno a un tavolo". Ma a volte l’allergia va oltre il termine usato. Il rilancio della concertazione � "un suicidio", "� impraticabile", "� impensabile il ritorno alla politica dei redditi e alla moderazione salariale", tuona Cremaschi. Posizioni come queste non possono lasciare indifferente il segretario della Cgil che, in effetti, ne tiene conto. Innanzitutto evitando il termine concertazione, a cui preferisce "nuovo patto di cittadinanza" o "patto sociale". E poi ponendo paletti rigidi: "Non abbiamo pi� nulla da dare". Come finir�?


            Ragazzi, qui bisogna studiare

            "Pi� che di una nuova concertazione andrei in cerca di un accordo che consenta il recupero della produttivit�, in modo da sbloccare una situazione che oggi appare davvero congelata: investimenti limitati, salari che non crescono, consumi che ristagnano…". Riccardo Faini, professore di Economia politica all’Universit� di Tor Vergata a Roma, e tra gli animatori del think-tank virtuale ‘lavoce.info’, non ne fa una questione di cornice: non � tanto il metodo che importa, quanto mettere a fuoco gli obiettivi da raggiungere.

            Quali obiettivi, professore?

            "Oggi al paese manca soprattutto una forza lavoro istruita e concorrenziale. Se vogliamo fare politica industriale di tipo moderno � questo che dobbiamo avere presente. Come metterla in campo? Innanzitutto puntando sulla formazione. Ma anche incentivando l’ingresso dei lavoratori pi� qualificati in azienda. Un modo per incentivarli potrebbe essere applicare in questi casi una riduzione dei contributi e consentire l’allungamento del periodo di prova dei nuovi assunti".

            Ma la formazione � sempre compito del pubblico, o anche le parti sociali devono giocare un ruolo?

            "Questo � proprio uno degli argomenti che il governo potrebbe mettere su un tavolo di trattativa. Gli imprenditori hanno sempre chiesto alla scuola di formare: � sbagliato. � ora che si facciano carico della crescita delle risorse umane, non individualmente come singole imprese, ma attivando le loro organizzazioni territoriali. Quanto al sindacato, proteggere i diritti del lavoratore su questo fronte potrebbe essere un ruolo forte che oggi le rappresentanze sindacali ancora non hanno".

            Per il rilancio della competitivit� del paese il prossimo governo punta molto sulla riduzione del costo del lavoro:lei non lo cita. Non ci crede?

            "Lo farei in maniera selettiva. Anche se tagliassimo del 15 per cento, saremmo forse competitivi con la Cina? No. I 10 miliardi di euro per il taglio di 5 punti di cuneo fiscale li utilizzerei in maniera molto selettiva per proteggere le fasce pi� deboli e per incentivare le assunzioni nelle fasce pi� alte. Meglio di un intervento generalizzato". P. P.