Caccia al denaro dei Ferri

09/12/2003

BARI

DOMENICA 7 DICEMBRE 2003

 
 
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Secondo interrogatorio in poche ore per il direttore generale del gruppo
Melcarne va sotto torchio
caccia al denaro dei Ferri
L´accusa: spariti quasi 300 milioni
          Gli avvocati del dirigente hanno chiesto gli arresti domiciliari: oggi il gip decide
          GIULIANO FOSCHINI


          TRANI – I sessanta giorni di Fabio Melcarne. Il manager milanese, considerato dagli inquirenti "il grande regista della stangata", dopo le quattro ore d´interrogatorio di venerdì ha incontrato ieri mattina il suo grande accusatore, Antonio Savasta, il pubblico ministero che in soli sei mesi d´indagini ha messo in ginocchio la holding Ferri.
          Sessanta giorni, il tempo in cui Melcarne è stato direttore generale di tutte le società del gruppo, compresa la Genesi, la ditta madre poi fallita. Potrebbe essere in questi due mesi la svolta della grande inchiesta che mercoledì scorso ha portato all´arresto di otto persone, tra cui Vito Ferri, il capo del colosso della distribuzione no food. Le accuse sono pesanti: associazione a delinquere finalizzata alla truffa e bancarotta fraudolenta. Sono spariti in due anni 400 milioni di euro. Per Savasta finiti nelle tasche dei Ferri e sui conti correnti di altre società della hoding.
          Le indagini, condotte in collaborazione con la guardia di Finanza, hanno però trovato riscontri bancari solo per 110 milioni. L´altro denaro dove è finito? Melcarne, visto il ruolo di responsabilità che ha ricoperto, potrebbe saperlo: "Sta raccontando tutto quello di cui è venuto a conoscenza nel tempo in cui ha lavorato con i Ferri", dicono i suoi legali Mario Malcangi e Nicola Giorgino.
          "Si è trattato però soltanto di due mesi: troppo poco per partecipare attivamente alla truffa". In realtà l´accusa attribuisce a Melcarne un ruolo diverso. È il grande manovratore, il manager senza scrupoli, prima complice e poi addirittura carnefice di Riccardo Ferri. "Lo ha trasformato da truffatore a truffato", disse il giorno degli arresti Savasta. L´accusa è semplice: l´Arepo a inizio dello scorso anno concluse con il gruppo Ferri un fitto di ramo di azienda. Assunse il marchio, la sede e soprattutto inglobò tutti i punti vendita migliori. In sostanza, assunse la parte sana della società fallita. Melcarne in cambio si obbligò a pagare un corrispettivo (si parla di milioni di euro). Non l´ha mai fatto. Al contrario, fece prontamente transitare ingenti quantità di denaro dall´Arepo alla Melcarne&soci, la società che ha creato e di cui è maggiore azionista. "E´assolutamente estraneo a queste vicende", dicono però i suoi legali. "Tutto quello che è stato fatto era assolutamente lecito".
          Per questo motivo, e in seguito anche alle dichiarazioni rese negli ultimi due giorni, gli avvocati hanno chiesto l´immediata scarcerazione o in subordine la concessione degli arresti domiciliari. Il giudice per le indagini preliminari Michele Nardi deciderà stamattina. Bisognerà aspettare invece martedì per sapere cosa dirà Riccardo Ferri, attualmente gli arresti domiciliari.
          In seguito alle dichiarazioni di Melcarne è probabile che siano aumentati gli elementi a suo carico in mano dell´accusa. In ogni caso Ferri dovrà spiegare uno per uno tutti i movimenti finanziari, i soldi depositati e prontamente prelevati dai conti correnti accesi alla Cassa rurale di Castellana Grotte. Dovrà spiegare per esempio dove sono finiti i 15 milioni di euro ricevuti dalla banca Iccrea (che riunisce gli istituti di credito cooperativo rurale, tra cui anche quello di Castellana), spariti in pochi giorni. Per fare questo il suo legale, Francesco Paolo Sisto, ha organizzato un team di tecnici per analizzare carte e accuse.
          Martedì sarà ascoltato anche Peppino Scognamillo, il sindacalista della Cgil agli arresti domiciliari, che da sempre ha seguito la vicenda Ferri. Savasta lo accusa di aver ricevuto in regalo un´autovettura dalla Genesi, sottraendo così denaro dal monte capitale destinato ai creditori. E di aver ricevuto dai Ferri 2mila euro per l´acquisto di 250 copie del suo libro di poesie "I miei aquiloni". "Le accuse sono infondate", attacca l´avvocato Franco Piccolo. "Nel 2000, quando Scognamillo ha ricevuto la macchina, non si sapeva ancora nulla dello stato di crisi della società. Non si poteva immaginare il fallimento". La questione morale? "I Ferri dovevano molti soldi al sindacato: l´autovettura è stata soltanto una compensazione". Sull´acquisto del libro, il discorso non cambia: il sindacalista poeta è innocente. "La vendita dei libri è avvenuta tra i Ferri e l´editore. Scognamillo non ha responsabilità". Martedì si vedrà.