C.D. 4-5 Settembre 2001 – Relazione Cofferati

Intervento di Sergio Cofferati al Comitato Direttivo

Roma, 4 settembre 2001

L’obiettivo che dovremo cercare di realizzare è quello di fissare un orientamento comune per affrontare le scadenze che ci impegneranno durante il mese di settembre e, prevedibilmente, per una parte dell’autunno. Come sapete, quelli autunnali sono in parte appuntamenti istituzionali perché si ripetono nel corso del tempo; ce ne dovrebbero poi essere anche altri, annunciati dal governo, anche se le modalità non sono ancora state definite con precisione.
Dovremo discutere con l’esecutivo, e poi con le associazioni di rappresentanza di interesse delle imprese, la trasformazione del Dpef in legge finanziaria entro la fine del mese; nello stesso arco di tempo dovrebbe cominciare la verifica sull’andamento della legge previdenziale prevista dalla legge di riforma. Il governo ha annunciato la sua intenzione di avviare un confronto con le parti sociali sui temi che riguardano direttamente e indirettamente la competitività, con una qualche attenzione maggiore, da quel che si comprende, per gli argomenti connessi al mercato del lavoro. E poi ci sono scadenze fisiologiche – in parte connesse con i contenuti della finanziaria, almeno per tutta l’area pubblica – che sono quelle contrattuali: che sono parte delle politiche di redistribuzione ma hanno dinamiche e tempi fissati dalle singole soluzioni contrattuali, con l’eccezione dei contratti di tutta l’area pubblica che hanno una connessione diretta con la legge finanziaria perché è in essa che si devono stabilire i contenuti quantitativi sul piano retributivo delle intese che poi verranno successivamente negoziate.
Un problema allo stato irrisolvibile – ma non tale da destare particolare preoccupazione – è che se alcuni tempi sono prevedibili, non è chiaro quali saranno le modalità e, per qualche verso, anche i collegamenti tra i singoli capitoli che ho indicato. È evidente che l’inizio della verifica della spesa previdenziale può essere gestito dal governo separatamente dalla legge finanziaria, oppure ci può essere qualche connessione se il governo dovesse decidere di anticipare nella legge finanziaria degli obiettivi di ridimensionamento della spesa stessa, come in qualche occasione, in interviste recenti, esponenti del governo hanno prefigurato. Vedremo quali sono le loro intenzioni.
Credo sia giusto indicare, come proverò a fare, qualche orientamento possibile sui singoli appuntamenti, ma penso che la cosa più importante sia oggi quella di scambiarci opinioni e vedere se conveniamo sulle caratteristiche che hanno assunto il quadro economico e quello politico negli ultimi tempi perché l’uno e l’altro saranno oggettivamente non soltanto riferimento generale delle discussioni di merito, come sempre, ma saranno anche destinati a influenzarle direttamente e qualche volta in maniera più rilevante, immagino, di quanto avviene tradizionalmente.
Sullo stato dell’economia italiana, e non soltanto di quella, credo che si possa realisticamente prendere atto, forse in controtendenza con opinioni che sono state più volte esplicitate dai ministri economici del governo e da istituti esterni (penso principalmente dalla Banca d’Italia), del fatto che siamo in presenza di un rallentamento delle economie mondiali confermato non soltanto dalle tendenze, che avevamo già esaminato nella nostra discussione di luglio, ma anche dai dati successivi, comprese le analisi dello stesso Fondo monetario internazionale: il Giappone è in una fase esplicitamente recessiva; l’incremento dell’economia degli Stati Uniti è molto lento e comunque sensibilmente al di sotto dei valori degli ultimi anni. Il che produce, in un sistema oramai integrato, effetti immediati, quasi automatici, anche sulle economie dell’Unione Europea: non soltanto sull’insieme delle dinamiche economiche dell’Europa ma anche su quelle dei singoli paesi, sia pure con scansioni e dimensioni diverse in virtù dello stato oggettivo di ognuna di esse. Se guardiamo poi alle vicende di casa nostra, non ci deve sfuggire che, in particolare nel secondo trimestre dell’anno in corso, il Prodotto interno lordo si è ridimensionato e, con esso, gli indicatori statistici hanno registrato una dimensione della produzione industriale; pessimo segno poi, se raffrontato anche con una tendenza al ridimensionamento degli investimenti in beni durevoli.
Dunque, in questo scenario si accentua quello che avevamo indicato come limite principale nelle valutazioni del Documento di programmazione economica e finanziaria del governo, che ci aveva portato a dare come Cgil un giudizio negativo su quel testo. Avevamo detto, e purtroppo i fatti ci stanno dando ragione, che gli obiettivi di crescita sui quali è stato costruito il Dpef erano irrealistici. Sarebbe stato utile, per noi come per tanti, che l’economia italiana potesse crescere nella misura lì prevista o anche di più, ma avevamo detto che lo scenario internazionale e la mancanza di politiche adeguate per stimolare la crescita ci avrebbero potuto consegnare un autunno dai tratti diversi rispetto a quelli previsti, e descritti con molta enfasi, nel Dpef.
Dunque si conferma che quelle ipotesi di crescita sono irrealistiche, al netto di tutte le polemiche che ci sono state nel corso di questi ultimi due mesi. Il tentativo strumentale di individuare un extra-deficit da assegnare come responsabilità al governo precedente ha fatto la fine che meritava: si è dissolto dimostrando che quelle valutazioni e l’uso un po’ strumentale dei numeri da parte del governo avevano le gambe corte, come tutte le bugie, ma in ogni caso anche l’elemento di chiarezza che si è definito nell’assetto complessivo dei conti pubblici tenderà a mutare perché il rallentamento della crescita con tutta probabilità impedirà il raggiungimento del 2,4 per cento di Prodotto interno lordo previsto per quest’anno e allontana sensibilmente l’obiettivo dell’anno a venire.
Dunque è facile prevedere fin da adesso un possibile scostamento per il minor gettito che si determinerà nei prossimi mesi magari non rispetto all’andamento economico dell’anno in corso, ma senza dubbio alcuno rispetto a quello dell’anno a venire. E quelli che, come il ministro dell’Economia o il governatore della Banca d’Italia, avevano ipotizzato addirittura un boom economico per la seconda metà dell’anno, verranno a spiegarci che, per ragioni esterne alla loro volontà, le cose non sono andate come previsto e dunque una parte rilevante delle ipotesi affacciate nel Dpef dovranno essere rivisitate. Anche perché non credo esista oggettivamente la scappatoia della possibilità, affacciata nel mese di luglio, di rinegoziare il Patto di stabilità prima della fine dell’anno, utilizzando come traino le difficoltà che incontra l’economia tedesca. Qualora l’Unione Europea si dovesse acconciare a ipotizzare una modifica di alcuni dei vincoli comunitari fin qui utilizzati, è facile prevedere che quelle modifiche saranno comunque marginali e, in ogni caso, non tali da poter risolvere i problemi assai più rilevanti che potrà avere l’economia italiana. E se la crescita non sarà del valore e della dinamica ipotizzata nel Dpef, appare scontato, automatico – e non soltanto per i vincoli comunitari ma per gli obblighi che sono insiti in una legge finanziaria – fare i conti, da parte del governo e, immediatamente dopo, da parte nostra nei rapporti con il governo, con gli effetti di questa minor crescita. E l’idea di ridimensionare le spese correnti (che sono poi, nella gran parte, le spese per le politiche sociali e quelle per il personale), diventerà inevitabile nella seconda metà dell’anno.
Dunque si accentuerà non soltanto il tratto contraddittorio già contenuto nel Dpef, ma anche l’obbligo a spostare, accentuandolo, l’obiettivo del ridimensionamento delle dinamiche di spesa. D’altro canto lo stesso Dpef – era un’altra delle nostre ragioni di critica e non credo che ci troveremo di fronte a nulla di diverso nella descrizione dettagliata che la Finanziaria farà degli orientamenti generali del Dpef – era privo di politiche espansive e aveva fatto, fin dall’inizio, per rispondere ad aspettative create durante la campagna elettorale, la scelta di sostenere esclusivamente l’offerta a discapito della domanda e dei consumi. La nostra polemica sul fatto che le politiche per i cento giorni fossero destinate soltanto alle imprese non era la polemica strumentale di chi, rappresentando gli interessi dei lavoratori e dei pensionati, deve ovviamente misurare i trasferimenti anche partendo dai bisogni delle persone che rappresenta, ma era legata come sempre a un’idea e a una valutazione più complessiva delle dinamiche economiche e delle loro conseguenze.
Dunque non ci sarà nessun effetto di sostegno o nessuna dinamica anticiclica nelle politiche previste nel pacchetto dei cento giorni che sono diventate, come ricorderete, il primo punto del Dpef. Ancor più grave la situazione rischia di essere per il Mezzogiorno che è stato cancellato oggettivamente dagli interventi di breve e di medio periodo da parte del governo. Non ci sono politiche specifiche (nel frattempo si manomette e si rallenta l’attuazione delle normali procedure della programmazione negoziata), e destinare al Mezzogiorno solo gli effetti keynesiani degli interventi infrastrutturali appare più demagogico che concreto anche perché, se per gli interventi infrastrutturali si utilizza in Parlamento lo strumento del decreto, l’effetto è quello di accelerare lì il momento della scelta, ma non c’è nulla come ricaduta concreta di quella decisione relativamente all’attivazione degli investimenti e dei loro effetti sul piano dell’occupazione, perché le procedure amministrative resteranno quelle di prima. È facile tracciare con un pennarello delle righe su una cartina geografica per disegnare strade, ponti o ferrovie; un po’ più complicato è aprire cantieri, anche quando si dovesse avere un atteggiamento disinvolto verso le regole della sicurezza o verso i rapporti con un sistema complesso e condizionante come quello della malavita organizzata, che pare non rappresentare un problema, almeno per il ministro interessato.
Dunque è possibile in questo caso prevedere – lo dico sempre con la speranza di sbagliare – mutamenti alle linee del Documento di programmazione economica e finanziaria ma non nel senso di rafforzarlo, quanto di rendere inevitabili alcuni elementi di stretta che sono in esso sono affacciati in forma ambigua.
In questo scenario dunque avverrà il confronto: non in uno scenario di crescita economica e di dinamiche che possano consentire una gestione più aperta, e dunque efficace, non soltanto delle relazioni ma anche dei contenuti.
La verifica previdenziale si accompagnerà a una legge finanziaria che avrà questo contorno, nazionale e internazionale, di tensioni economiche. Io credo che si debba commentare quello che è apparso, in un’indiscrezione per altro mai smentita nel corso delle ultime settimane, come l’orientamento nuovo da parte del governo in materia di pensioni. Ora, se è pur vero che il Documento di programmazione economica e finanziaria non ha fissato, in ragione anche di una polemica che avevamo fatto per tempo, quantità di riduzione dell’andamento della spesa previdenziale, è altrettanto vero che nel Dpef è descritta con precisione sufficiente un’ipotesi di modifica della Dini che è stata lungamente discussa e poi congegnata all’interno del governo.
Contrariamente a quello che ha sempre affermato la maggioranza, insomma, già il Dpef indica una modifica della legge di riforma, prima di qualsiasi verifica dell’andamento della spesa. La novità sta nel fatto che a questa ipotesi, nata sostanzialmente nelle stanze del ministero del Welfare, se n’è aggiunta un’altra di provenienza diversa (le stanze del ministero del Tesoro, in questo caso): affacciando l’ipotesi, poi smentita ma senza grande convinzione, che si potesse modificare, già con la legge finanziaria, una parte delle regole e delle dinamiche della legge di riforma previdenziale, con l’obiettivo di far cassa, come ha detto opportunamente il ministro del Welfare riferendosi a un’opinione del suo collega di governo, accusandolo di intenti ragionieristici. Ma se per un attimo accantoniamo il merito in senso stretto, da questa decisione partorita dal Tesoro viene la conferma indiretta di quanto dicevo prima: all’interno del governo ci si comincia a preparare all’idea che in un qualche modo bisognerà ridimensionare l’andamento della spesa sociale, anche a costo di rotture, perché è prevedibile, per loro come per noi, che la crescita non sarà quella stimata. Non c’è nessuna ragione per la quale il ministero del Tesoro, per altro non competente in materia, si debba affannare a immaginare interventi in materia previdenziale se non questa.
La verifica, abbiamo ragione di ritenere sulla base dei dati disponibili delle ultime rilevazioni anche da parte dell’Inps, confermerà che l’andamento della spesa previdenziale sostanzialmente è in linea con quanto previsto nella legge del ’95 e con le correzioni del ’97 ed eventualmente sconta qualche piccolo miglioramento per una ragione a tutti nota: l’andamento migliore dell’economia negli ultimi anni ha portato non tanto a effetti consistenti sul piano della crescita dei contributi versati, anche se qualche segnale non irrilevante comincia a esserci, quanto soprattutto ha diminuito drasticamente le uscite di persone dal mondo del lavoro per effetto dei processi di crisi. Dunque l’equilibrio nell’andamento della spesa è più solido di quanto non fosse in precedenza, ma temo non sia questo un argomento che verrà preso in considerazione adeguata da parte del governo che ha già discusso ripetutamente del che fare prima ancora di avere i dati completi e ultimativi della verifica stessa.
Per quanto riguarda il merito, la nostra posizione è nota; credo che sia opportuno qui semplicemente confermarla, partendo dall’esigenza di avere il secondo pilastro disponibile per tutti con l’utilizzo volontario del trattamento di fine rapporto e affrontando il problema di correttivi all’andamento di spesa soltanto qualora venisse confermata l’esistenza di uno o più problemi nell’immediato o nella prospettiva di breve e di medio periodo che, com’è noto, rappresenta il punto oggettivamente più delicato dell’assetto complessivo della riforma del ’95, quell’arco di tempo, cioè, che incrocia il periodo transitorio con il consolidamento della prima fase strutturale del sistema contributivo oltre il 2008. Se la gobba, più volte indicata, di origine demografica verrà confermata, andrà affrontato quel problema, non altro.
Bisogna però non sottovalutare le ragioni per le quali all’interno del governo si sono mosse opinioni tradotte poi in ipotesi di intervento come quelle alle quali ho fatto breve cenno. Ho detto dell’ipotesi del Tesoro. Mi pare figlia non soltanto di un’idea di manomissione dell’impianto e della struttura dell’assetto previdenziale, ma in particolare mirata a realizzare ridimensionamenti di spesa per contenere gli effetti della mancata crescita.
Devo dire che nella dinamica mediatica di questi giorni è stato probabilmente percepito da molti quello che può diventare un equivoco pericoloso anche per noi, l’idea cioè che all’interno del governo si muovano, per ragioni magari banalmente elettorali, tendenze profondamente diverse. E allora all’ipotesi di intervento drastico e punitivo del ministro Tremonti, si sarebbe opposta opportunamente l’idea, molto più gradualista e chissà perché attenta alle esigenze delle persone che rappresentiamo, del ministro Maroni.
Non è così, sono due ipotesi diverse: la prima motivata dalle ragioni che ho provato a indicarvi; la seconda, quella che sta già scritta nel Documento di programmazione economica e finanziaria, l’ipotesi cara al ministro del Welfare, che potrebbe rappresentare anche un punto di mediazione, certo, tra interessi diversi, liberisti da un lato e populisti dall’altro, non è per noi meno pericolosa trattandosi di un’ipotesi subdola ma devastante nei suoi effetti di medio e di lungo periodo. Perché se l’intervento prefigurato dovesse basarsi sull’idea di una diminuzione consistente dei contributi dei nuovi assunti, è evidente che, anche qualora una parte di questi potesse essere utilizzata per la previdenza complementare, ai giovani che entreranno nel mercato del lavoro in una fase successiva verrebbe destinato un modello che li porterebbe, alla fine del percorso, ad avere disponibile una previdenza pubblica molto contenuta, sensibilmente inferiore alle loro aspettative attuali con una perdita in ogni caso non compensabile, nemmeno con l’uso di una parte dei contributi che venissero tolti dall’obbligo per le imprese.
E non vale l’argomento, pure affacciato, che tutto ciò porterebbe a una riunificazione con le condizioni dei parasubordinati. Intendiamoci, si parte da un presupposto fondato, ma la riunificazione avviene al ribasso e si crea una condizione di omogeneità che non risolve i problemi degli uni e apre problemi per gli altri. E non è nemmeno vero che un intervento di questa natura non avrebbe effetti per le persone che oggi sono nel mercato del lavoro: non avrebbe effetti immediati, ma la diminuzione progressiva del monte contributi disponibili farebbe mancare, in un arco di tempo medio-lungo, risorse al sistema, obbligando a rivedere rendimenti e prestazioni in quello stesso arco di tempo.
Vorrei far notare – e sarebbe opportuno che di questo ragionassero quei nostri amici e compagni delle altre confederazioni che hanno mostrato un’ostilità quasi ideologica all’idea del passaggio al sistema contributivo per tutti i lavoratori dipendenti – che una soluzione di doppio regime, come quella che affaccia il ministro del Welfare, sulla platea teoricamente più esposta, quella della mia generazione, avrebbe effetti molto più consistenti e negativi, in un arco di tempo per altro sensibilmente più lungo di quello che pure, nelle ipotesi correttive di cui discutemmo un tempo lontano, avevamo preso in considerazione.
Si affaccia con quell’ipotesi l’idea del doppio regime come regola, un modello che risolve contraddizioni interne al governo, ma può risultare condivisibile anche a una parte del sindacato confederale. Si tratta di uno schema che può essere applicato per il sistema delle protezioni esattamente come per quello dei diritti, e si tratta di ipotesi esplicitamente corporative, comunque pensate anche per cercare di ridurre la possibilità di contrasto e di reazione, perché l’argomento che sempre si accompagnerà alle proteste che verranno affacciate sarà quello di dire: “Ma tanto a chi oggi è al lavoro non succede nulla”. Dunque un argomento mirato a tranquillizzare la gran parte della platea alla quale ci si rivolgerà in ragione del fatto che il danno immediato maggiore riguarda quelli che non ci sono, i quali, come si dice, non hanno né voce e né volto e dunque non possono reagire.
Se ci si pensa un attimo si arriva rapidamente alla conclusione che di questo tipo è anche la proposta intorno all’articolo 18, affacciata un po’ improvvidamente – quando non si conosce la materia sono inevitabili approssimazioni e genericità – dal ministro Marzano. Questi ha ritenuto opportuno commentare una materia che non gli appartiene, non soltanto sul piano della conoscenza e della pratica, ma anche in senso stretto come competenza di governo, forse immaginando di rappresentare altri, e forse immaginando bene, perché l’ipotesi che l’articolo 18 venga mantenuto per gli occupati attuali e cancellato per i futuri non è di questo governo ma di Confindustria. Occorre tener conto, però, che questa ipotesi di intervento – non sui licenziamenti ma sui licenziamenti senza giusta causa – esattamente come le altre ipotesi di intervento sul mercato del lavoro, ha una costante che si aggiunge a quella dell’idea del doppio registro: quella di togliere queste materie dai vincoli dell’Europa. La Carta dei diritti varata a Nizza prevede esplicitamente all’articolo 30 che non ci possa essere licenziamento di una donna o di un uomo senza giustificato motivo.
Dunque la polemica strumentale sull’impossibilità in Italia di licenziare va affrontata a viso aperto, la possibilità di licenziare è prevista dalle leggi e dai contratti, che fissano esplicitamente le ragioni e le condizioni. Stiamo parlando qui di un’altra cosa del tutto diversa, di un diritto di civiltà: l’impossibilità cioè, prevista anche dalla Carta europea, di licenziare persone senza che ci sia una ragione valida per questa decisione da parte delle imprese. È un terreno insidioso anche perché il fronte progressista non è particolarmente coeso in materia, e dunque è da mettere in conto anche il tentativo da parte del governo di agire nelle contraddizioni dello schieramento avverso, pensando così a un sostanziale aggiramento anche delle posizioni sindacali.
L’insidia maggiore che intravedo non riguarda la modifica dell’articolo in quanto tale – con 10 milioni di voti espressi nel referendum contro la sua abrogazione, anche se non sono sufficienti a confermare la legge, chiunque è chiamato a fare i conti con un’opinione messa in campo così esplicitamente – ma è nella confusione che si è già creata intorno ai dispositivi che si possono ragionevolmente utilizzare per modificare lo stato giuridico dell’arte non sull’articolo 18 ma sulle controversie da lavoro. Penso non da adesso, e per altro l’abbiamo praticato, che soluzioni come quelle che abbiamo adottato nel rapporto con l’Aran, con la Cispel e con la Confapi, sulla conciliazione obbligatoria e sull’arbitrato volontario per tutte le cause da lavoro, sia soluzione che può aiutare a snellire procedure e metodologie di confronto dando certezza in tempi ragionevoli, che non sono purtroppo quelli della magistratura del lavoro, anche al diritto delle persone che lavorano. Ma queste soluzioni sono altra cosa dall’idea, che viene affacciata anche a sinistra, dell’arbitrato sostanzialmente obbligatorio e sui soli licenziamenti, in questo caso sui licenziamenti senza giusta causa.
Lo dico perché la legge rimane come punto fondamentale; altro è se si vuole, come abbiamo provato a fare con risultati anche apprezzabili con alcune associazioni imprenditoriali, cercare di dare maggior certezza, snellezza e tempestività al riconoscimento dei diritti delle persone che lavorano con procedure che non mettono in discussione né la volontà dell’interessato, né le funzioni della rappresentanza collettiva, anche perché di fronte a un arbitrato obbligatorio, non si capisce davvero dove possa andare a finire l’efficacia e dunque il potere della contrattazione collettiva.
Dobbiamo prepararci a questo confronto con una nostra ipotesi su ciascuno dei temi singoli che saranno oggetto del confronto, esplicitando le nostre esigenze e aggiungendo, ai temi che il governo dovesse mettere in campo, quelli che sono importanti per noi e che non dovessero eventualmente essere presi in adeguata considerazione da parte del governo.
Sulle questioni che ho indicato, la posizione della Cgil è consolidata, dunque non sarà difficile far valere le nostre ragioni in primo luogo in una discussione unitaria. Io credo che su tutte le materie che dovremo affrontare sia necessario proporre a Cisl e Uil, quando sarà chiaro il carattere del confronto con il governo, una discussione che nei limiti del possibile ci porti al confronto con un orientamento univoco. E nel confronto con Cisl e Uil così come poi in quello con il governo, dovremo chiedere che vengano fissati orientamenti e poi scelte concrete già nella stessa legge finanziaria perché i meccanismi redistributivi non vengano condizionati o alterati. Esiste un problema già affacciato nel testo del Dpef: allo stato non sono previste risorse sufficienti per rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici che scade entro la fine dell’anno.
Questo un problema che andrà risolto con la legge finanziaria, ma a questo si aggiunge anche un sostanziale silenzio relativo alle modalità con le quali si dovrebbero confermare provvedimenti del governo precedente e dunque utilizzare la riduzione della pressione fiscale anche per i redditi da lavoro o da pensione. L’unica cosa chiara è che si prefigurano trasferimenti fiscali verso le imprese, ancora una volta agendo sul versante dell’offerta e invece lasciando in condizioni di progressivo isterilimento le dinamiche di domanda.
Credo sia indispensabile riconfermare da parte nostra il fatto che la riduzione della pressione fiscale deve valere in primo luogo per i redditi da lavoro e da pensione, come previsto in precedenza e come, d’altra parte, è necessario fare, a integrazione di quei provvedimenti, per avere efficacia nella salvaguardia delle fasce più deboli. È prevedibile un attacco anche ai meccanismi redistributivi in virtù del venir meno dei presupposti del Dpef, quelli della crescita.
A questo punto, la competitività da costi sarà il modello che verrà presentato sistematicamente e poi articolato per singoli capitoli. E va da sé che sarà messo in campo il tentativo di ridimensionare le stesse dinamiche salariali, quelle contrattuali e/o quelle previste dalle regole e dalle norme per le pensioni. La vicenda dei meccanici nelle settimane passate contiene in sé tanti indicatori della volontà non soltanto di Confindustria ma anche del governo. È evidente che quando si sceglie di forzare fino al punto della rottura nei rapporti con la più grande organizzazione, si fa sì una scelta politica che può determinare conseguenze nei rapporti futuri, ma si fa anche la scelta di contenere le dinamiche retributive di tante famiglie al di sotto della soglia dell’inflazione, perché credo non vi sarà sfuggito che, partita dalla polemica sull’opportunità o meno di avere nel contratto nazionale il riconoscimento dell’andamento di settore, la soluzione che poi i nostri amici hanno accettato finisce col collocarsi al di sotto del recupero integrale dell’inflazione.
Dunque l’idea che il recupero della competitività debba avvenire prevalentemente attraverso il ridimensionamento di costi, tutele, diritti e redistribuzione salariale, sarà in campo. E noi dobbiamo pensare, proprio per questo, in primo luogo a salvaguardare la fascia “borderline”, sia nei pensionati che nei lavoratori dipendenti, spesso esclusa direttamente e automaticamente dai vantaggi fiscali e indirettamente, ma altrettanto automaticamente, dai vantaggi contrattuali. Credo che occorra riproporre l’idea di una fiscalizzazione dei contributi per i lavoratori dipendenti fino a un reddito da lavoro di 25 milioni e che lo stesso valore debba essere assunto per chiedere, attraverso l’imposta negativa, una risposta per i pensionati che risultino incapienti sul piano delle detrazioni fiscali.
Lo dico perché non possiamo lasciare in alcun modo alla demagogia del governo la propaganda elettorale del milione ai pensionati più poveri che poi non si traduce in nulla, mentre invece appare evidente che questa fascia di reddito è quella che meno vantaggi ha dagli strumenti e dalle dinamiche, sia quelle contrattuali che quelle legislative. Io credo che un intervento di questa natura sui redditi da lavoro dipendente, ad esempio nel Mezzogiorno, sarebbe di gran lunga più efficace perché ridurrebbe davvero il costo del lavoro delle imprese, di tutte le politiche di emersione che vengono affacciate con tanta contorsione e difficoltà da parte del governo.
La discussione che abbiamo avuto, sia sulla Tremonti che sui provvedimenti per l’emersione, ha confermato la scarsa conoscenza della materia da parte dei ministri interessati: con situazioni di oggettivo imbarazzo perché trovarsi un interlocutore che vuole affacciare provvedimenti legislativi e non li sa argomentare è cosa che rende difficile anche l’attività sindacale, fino al punto da alimentare il sospetto che forse quei testi non erano stati scritti in quelle sedi ma altrove (leggi: Confindustria) e non adeguatamente illustrati a chi li doveva gestire. Ma ha anche reso evidente che la Tremonti non genererà effetti automaticamente efficaci sul sistema produttivo italiano: se dai la possibilità a tutti i commercialisti di cambiare la macchina con la quale gira per l’Italia, non è scontato che compri una Fiat, anzi è prevedibile che, avendo dei vantaggi a piè di lista, si rivolga verso fasce di mercato un po’ più appetibili. Questo è l’esempio più banale ma lo si può riprodurre per tutte le attività di consumo legate alla propria attività professionale che la Tremonti stimola. Così come, dall’altra parte, i provvedimenti sul sommerso presentati dal governo hanno il carattere di premiare sostanzialmente quella parte di irregolarità intermedia, quello che viene in gergo chiamato il grigio, e non di stimolare davvero l’emersione di ciò che è rimasto in nero per tanto tempo. Per questo dico che un provvedimento che avesse contemporaneamente un vantaggio per i lavoratori dipendenti e uno per le imprese, perché abbatti il costo del lavoro, potrebbe avere in alcuni territori e per alcuni settori un’efficacia di gran lunga superiore a quella di quelle norme contorte e prevedibilmente scarsamente efficaci.
Nella contrattazione dovremo poi tenere comportamenti coerenti con l’affermazione che abbiamo fatto relativa al Dpef. L’1,7 di inflazione programmata è inadeguato perché è lontano dai valori dell’inflazione reale, e se lo si somma ai valori degli anni a seguire, quelli che interessano di norma un ciclo contrattuale, l’effetto che potrebbe produrre un vincolo rigido è quello di spostare sistematicamente sul recupero dimensioni che sono superiori a quelle iniziali della richiesta contrattuale, con l’effetto paradossale di far diventare il recupero un momento di tensione inflativa. Proprio per tenere bassa l’inflazione e nel contempo per avere il massimo di efficacia possibile nella pratica contrattuale, noi dobbiamo riaffermare che nella contrattazione collettiva il nostro riferimento rigido resta la difesa del potere d’acquisto e, dove è possibile (lo decidono le categorie che hanno gli strumenti per valutare l’esistenza di queste condizioni), l’utilizzo dell’andamento positivo del settore, come valutazione autonoma che tiene in equilibrio e rafforza i due livelli di contrattazione; valutazione autonoma per realizzare questo obiettivo considerando esplicitamente quelli che sono stati fissati dal governo come valori non attendibili.
Io credo però che la vicenda dei meccanici ci consegni anche un’altra esigenza, che la categoria sta affrontando con coraggio, con risultati confortanti ma che non può essere considerata soltanto dei meccanici. La vicenda contrattuale della Fiom ha confermato che esiste un deficit di democrazia nel sistema delle relazioni e dei rapporti. Dunque la loro raccolta di firme per avere un pronunciamento dei lavoratori è la giusta risposta a questa esigenza, ma andrà sostenuta anche successivamente da un’iniziativa confederale che dovremo insieme definire per riproporre l’esigenza di strumenti e di normative di legge che siano in grado di dare certezza alla rappresentanza. Immagino – non ho anticipazioni di sorta, ma sto sempre cercando di interpretare le cose che sono state dette e quelle che erano, per altro, annunciate durante la campagna elettorale – che si cercherà di favorire una sorta di frantumazione della rappresentanza e il rafforzamento mediatico di quelli che non hanno rappresentanza, nei settori pubblici esattamente come quelli privati: non è accettabile che una situazione contrattuale venga sottoposta alla valutazione di una parte assolutamente minoritaria dei destinatari della stessa. È una caricatura anche della democrazia di organizzazione.
Se queste sono, per grandi linee, le nostre priorità e le esigenze che dovremo successivamente definire con ipotesi, si spera unitarie, di confronto con il governo, non ci deve sfuggire il condizionamento che determinerà il quadro politico, quello che si è esplicitato e, per qualche verso, purtroppo anche consolidato nel corso degli ultimi mesi.
Il governo sta cercando di applicare i suoi orientamenti programmatici con gli strumenti che la democrazia parlamentare consegna a tutte le forze politiche, con molta determinazione e, qua e là, anche con elementi di arroganza e di forzatura che non sono sfuggiti a nessuno. Le intenzioni sono quel coacervo di vocazioni liberiste che abbiamo visto, poi mediate dal populismo di alcune delle forze politiche dello schieramento di centro-destra, ma partono dalla messa in discussione di alcuni fondamenti della Costituzione, soprattutto della Costituzione materiale, oltre che, qualche volta, anche delle stesse esplicite regole costituzionali.
Le vicende che riguardano direttamente la scuola hanno questo carattere. Non si tratta semplicemente, come è apparso chiaro nelle intenzioni del governo, di sospendere la riforma dei cicli (e non certo per farne una migliore, visto che di quello non hanno più parlato), ma di mettere in campo scelte e creare condizioni che portano progressivamente a un indebolimento della scuola pubblica con il rafforzamento, anche attraverso trasferimenti espliciti, della scuola privata. Così come, per altri versi, l’attacco sarà alla costituzione materiale, se non a quella formale. Penso al sistema dei diritti e a quello delle tutele, cioè a quelle condizioni che hanno sempre garantito il massimo possibile di coesione sociale in un paese storicamente diviso, come il nostro, tra un Nord più ricco e un Mezzogiorno più povero. Ma tra gli elementi di novità, che non riguardano esclusivamente il merito o le ipotesi già affacciate durante la campagna elettorale da parte dello schieramento che poi è diventato governo del paese, c’è da mettere in conto, anche se l’avevamo previsto, il tentativo di isolarci e di cercare di contrastare le tesi della Cgil, sui singoli punti di merito o sull’insieme delle loro intenzioni, prescindendo dal merito e cercando di accreditare l’idea che in fondo noi ci muoviamo, o ci muoveremo quando sarà necessario, per interessi specificamente politici di ostilità allo schieramento di governo e non di contrasto a questa o a quella soluzione per noi non condivisibile. In questo sono già emersi e torneranno a emergere i tratti autoritari di un governo che per contrastare anche noi, e non soltanto noi, cercherà di limitare, come è già capitato, spazi e agibilità democratiche.
Io credo che sia necessario rispondere con molta determinazione e con compostezza, cominciando da noi. Se vogliamo reggere quello che sarà, con tutta probabilità, un sistematico e pesante attacco politico, dobbiamo fare grandissima attenzione a quello che facciamo, per non prestare il fianco a strumentalizzazioni e per non essere condizionati dall’uso disinvolto di argomenti da parte dei nostri interlocutori, senza rinunciare a nulla della nostra identità e delle nostre idee. Dunque, tutte le volte che il confronto avverrà con il governo o con Confindustria, il merito, quello che noi proporremo come tale, dovrà essere esplicito proprio per difenderci dall’accusa che abbiamo intenzioni confusamente politiche e che non svolgiamo la nostra funzione di rappresentanza.
I commenti di questi giorni alla prima parte del dibattito che si è aperto alla ripresa sono espliciti. E se si contesta questa o quell’ipotesi di intervento e di modifica sull’assetto previdenziale, ci si sente rispondere: “In verità volete riproporre le condizioni del ’94”. Nulla credo sia lontano da oggi come quella stagione: al di là del fatto che il governo del paese è un governo di centro-destra, com’era nel ’94, le condizioni sono profondamente diverse. Pur tuttavia questo tentativo di sfuggire da qualsiasi confronto di merito rappresenta l’elemento di insidia maggiore e di strumentalità più pesante che verrà messo in campo da Confindustria esattamente come dal governo.
Dall’altra parte, insieme a questa attenzione esplicita a ogni singolo argomento, a ogni singolo capitolo di quella che sarà, di volta in volta, la posizione che sosterremo, dovremo dare grande attenzione e fare tutti gli sforzi necessari perché non ci siano elementi di debolezza nella nostra attività e nella gestione delle nostre iniziative, a cominciare dalle manifestazioni che si dovessero rendere necessarie. Per manifestazioni intendo tutto quello che è normale nella prassi sindacale: dalle iniziative che si fanno per discutere del proprio orientamento a quelle che si dovessero rendere necessarie per contrastare intenzioni altrui o per rendere esplicito e visibile all’esterno il proprio orientamento. Dunque nessun timore, nessuna debolezza, nessun condizionamento, ma grandissimo rigore nelle forme e nel modo con il quale poi affrontare, di volta in volta, anche le scadenze più delicate.
Avrete visto come viene riaffacciata l’ipotesi – non nuova per altro: è una sciocchezza antica – che quando il contrasto di una posizione avversa avviene attraverso l’utilizzo di iniziative pubbliche, come in gergo giornalistico oramai si scrive e si dice “utilizzando la piazza”, questo dovrebbe, chissà perché, favorire fenomeni che sono lontani dal rispetto delle regole e delle dinamiche democratiche. L’equazione che l’iniziativa di piazza stimola forme di terrorismo o di eversione è stata riproposta stoltamente e sistematicamente nel corso delle ultime settimane.
Io credo che il sindacato, e la Cgil in primo luogo, debba comportarsi come sempre. Per questo parlavo di grande attenzione alle nostre iniziative, soprattutto quelle che si muoveranno, se necessario, all’esterno. Dovremo pensare anche a come rendere visibile all’opinione pubblica la nostra linea, le nostre esigenze sostenendole senza modalità che possano essere usate con intenti malevoli da parte dei nostri interlocutori.
Ora, non si tratta semplicemente di fare quello che abbiamo sempre fatto in tante circostanze: non è nella prassi sindacale italiana in alcun modo l’uso della violenza. Non si tratta di questo o esclusivamente di questo. Riconfermare ciò è scontato, quasi banale. Io credo che occorra molta attenzione al carattere delle nostre iniziative, alla loro immagine.
Credo che l’argomento sia tornato a essere ancor più delicato e importante dopo quello che è successo nelle settimane passate, prima, durante e dopo il G8 di Genova. Dico subito che credo sia importante per noi ritornare sugli argomenti di merito che riguardano il processo di globalizzazione, l’effetto dell’interdipendenza delle economie e gli elementi di potenziale crescita per alcune economie che questo può determinare, esattamente come bisogna avere attenzione ancor prima per le disuguaglianze o i problemi, intendendo per tali la lesione di diritti o di tutele che processi non governati, come quello della globalizzazione, possono determinare.
Anche qui dobbiamo partire da noi, rilanciando una nostra autonoma iniziativa su questi temi che abbia come riferimento quello che continuo a considerare un punto alto dell’analisi: il documento dei sindacati mondiali che è stato presentato a Genova. Il fallimento del G8, la mancata soluzione anche dei più elementari problemi che erano stati indicati come priorità nella discussione, riporta oggettivamente di grande attualità quel tema. Ci saranno altri appuntamenti tra i paesi del mondo che ritorneranno su quegli argomenti. L’esigenza della riforma delle grandi istituzioni sovranazionali, una riforma profonda, l’esigenza di coinvolgere in primo luogo i deboli nella ricerca delle terapie per rispondere ai loro bisogni e alla loro povertà, non può essere considerato argomento di un giorno che poi scompare e ritorna soltanto quando il tema si riaffaccia in virtù di questa o di quella circostanza di carattere politico internazionale.
Dunque si tratta di far diventare quelle materie non soltanto materie del nostro lavoro quotidiano, ma anche materie sulle quali progressivamente si costruisce un ancor più solido rapporto internazionale, aprendoci a un rapporto positivo ed esplicito con tutto quanto fuori di noi si muove avendo sensibilità, interessi, a volte anche confusi e contraddittori, su questo tema. Io credo che per questa ragione sia importante, ancor di più dopo Genova, consolidare e, laddove non esistono, aprire canali di confronto con questa galassia fatta soprattutto di tanti giovani che hanno mostrato grande interesse e grande sensibilità a queste materie, partendo da un rapporto, laddove è più facile, con le singole associazioni. Senza confondere funzioni e ruoli, è indispensabile fissare procedure, stabilire obiettivi con associazioni con le quali abbiamo storicamente rapporti e cercare di utilizzare questo reticolo di rapporti per favorire un consolidamento intorno alle stesse associazioni di tante ragazze e tanti ragazzi che avvertono quei temi come importanti per la loro vita e per il loro futuro.
Io credo che sia indispensabile far questo; così come è, dall’altra parte, indispensabile continuare a rafforzare la nostra presenza e a offrire un rapporto confederale forte alle organizzazioni sindacali della polizia e a quelle nascenti delle forze dell’ordine. Quando discutemmo delle esigenze e delle opportunità di produrre una rottura all’interno del sindacato unitario di polizia, molte delle nostre strutture mostrarono qualche preoccupazione. Preoccupazioni legittime. Provate a pensare che cosa sarebbe stato, anche per l’indispensabile, e oggi messo in discussione, processo di democratizzazione delle forze dell’ordine, se non ci fosse stata nello schieramento della Polizia di Genova anche la presenza di segmenti, per altro non particolarmente consistenti ma fortunatamente assai responsabili, di poliziotti che hanno svolto il loro lavoro con la responsabilità che normalmente hanno gli aderenti a organizzazioni confederali; se fossimo stati impegnati, nei giorni successivi, a prendere sistematicamente le distanze da una struttura unitaria egemonizzata da forze politiche esterne che ne hanno caratterizzato i comportamenti e le prese di posizione da tanto tempo e sistematicamente in funzione conservatrice, se non esplicitamente reazionaria.
Lo dico perché sono d’accordo con tutti coloro che hanno opportunamente sottolineato gli atti di violenza e in qualche caso i comportamenti inaccettabili da parte di settori non marginali delle forze dell’ordine. Se si compiono atti come quelli, è perché probabilmente una parte dei quelle persone ha avvertito un clima nuovo che gli avrebbe consentito di fare cose che in precedenza non sarebbero state possibili. Ma badate che questa condizione, diversa rispetto al passato e negativa, che fa emergere gli spiriti peggiori, si fronteggia certo difendendo sul piano della politica la libertà di manifestare secondo le regole della democrazia, con la fermezza che serve, ma anche continuando a operare perché in quei corpi progressivamente si consolidi l’idea della democrazia e della rappresentanza.
Io credo che le compagne e i compagni del Silp abbiano svolto un lavoro importante nel corso di queste settimane, anche dopo Genova. Credo che avranno problemi rilevanti e crescenti nel corso del tempo perché dovranno fronteggiare gli effetti di un’opinione pubblica che qualche volta ha generalizzato e, dall’altra parte, dovranno fronteggiare il tentativo di normalizzazione, non certamente verso la democrazia compiuta, all’interno delle caserme. Dunque andranno aiutati, così come abbiamo fatto nella fase di costituzione, ed è importante che si consolidi con loro un rapporto da parte di tutti i territori e di tutte le categorie.
Anche questa è parte di una stagione nuova che si apre e che dobbiamo affrontare con intenti chiari e con molta fermezza, producendo iniziative che siano in grado, partendo proprio dalla nostra identità e dalle nostre scelte, di stimolare il confronto con tutti, ponendo a chi si confronterà con noi un solo discrimine per eventuali iniziative comuni, uno solo ma netto: obiettivi condivisi e il rifiuto di ogni forma di violenza. Poi ciascuno è chiamato a decidere come, con quali modalità, in che forma rispettare questi criteri e cercare di costruire gli elementi di convergenza che possono aiutare ognuno a ottenere risultati sul piano dei compiti della sua rappresentanza e complessivamente ad aiutare il paese a fronteggiare quello che sarà un tentativo che dobbiamo dare per scontato: non semplicemente quello di mettere in campo scelte negative per noi, non semplicemente quello di compiere atti ostili nei nostri confronti, ma quello, ancor più delicato perché subdolo, di ridimensionare progressivamente gli spazi di movimento e di iniziativa intorno a noi.
È evidente che in questo una grande organizzazione sindacale come la Cgil ha una funzione non routinaria, ha un compito che non può essere assolto e risolto nello stesso modo da parte di altri, ma proprio perché il compito è alto e delicato, è importante che la Cgil nel suo insieme, il corpo complessivo dell’organizzazione, ne abbia consapevolezza e sia in grado di fare le scelte più opportune.