C.D. 4-5 Settembre 2001 – Conclusioni Cofferati

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Conclusioni di Sergio Cofferati al Comitato Direttivo

Roma, 5 settembre 2001

Ho tratto qualche elemento di tristezza dalla lettura dei giornali, soprattutto dall’intervista, che qui è stata ricordata, del vicepresidente del Consiglio. Tristezza che non deriva dai toni, dalle volgarità – oramai un po’ di abitudine nel corso del tempo credo d’averla fatta –, ma è legata a una cosa più banale: in quell’intervista c’è la conferma esplicita di moltissime delle cose che stiamo dicendo dal mese di luglio.
Vedremo cosa risponderanno altri. Quello che dice il vicepresidente del Consiglio è istruttivo perché è abbastanza in esplicito la messa in trasparenza delle opinioni che sono in campo. Ma prima delle opinioni, forse conviene guardare a qualche elemento più concreto di quadro.
I problemi di quadro economico sono assai delicati. Se l’economia italiana dovesse crescere più di quanto il governo ha stimato, vi assicuro che il primo a essere contento è chi vi parla: il mestiere che insieme facciamo diventerebbe più semplice, cambierebbe con tutta probabilità la priorità dei temi da affrontare, l’agenda subirebbe qualche mutamento però avremmo dei margini interessanti con i quali contrastare il governo e provare a ottenere risultati positivi per le persone che rappresentiamo.
Dunque, se con un po’ di pedanteria ho provato a dire nella relazione che non mi pare che le cose stiano andando come il governo ha previsto, non è per produrre nessun condizionamento di tipo scaramantico, come non ho nessuna ragione per immaginare che il “tanto peggio, tanto meglio” sia di qualche utilità per il sindacato e per le persone che rappresentiamo. E però bisogna guardare con realismo a tendenze che non sono smentite perché sono esplicitate non dalle opinioni degli analisti ma dai numeri, dalle rilevazioni statistiche.
Io vorrei dunque che le cose in questi mesi potessero andar meglio di quanto stanno andando perché lo considererei un oggettivo vantaggio per noi. Non è così. Poi non so quel che succederà nell’economia italiana dei prossimi mesi: dipende da tanti elementi in parte tra di loro connessi, in parte separati e dalla volontà di tanti soggetti che noi non siamo in grado di condizionare. Però a chi si preoccupa di cosa potrà determinare su di noi l’andamento della Borsa americana, o comunque pensa che quello sarà uno dei punti di maggior rilievo nelle conseguenze economiche, consiglierei di guardare quello che sta succedendo in queste ore nelle Borse europee, comprese quelle italiane. Lo dico perché non vorrei si generasse l’idea che, per giustificare una possibile conclusione operativa, ci sia un’intenzione strumentale nel forzare e caricare un’analisi che in verità va sempre fatta invece con il massimo di realismo possibile.
Certo che molte cose non dipenderanno da noi, ma la tendenza è quella che vi è stata descritta. Migliorerà? Peggiorerà? Che possa migliorare in Italia, sulla base di quello che sta facendo il governo italiano, è difficile da immaginare. Gli investimenti infrastrutturali sono di là da venire. Poco importa che ci sia il decreto Lunardi approvato. Le procedure per semplificare sono state definite dai governi precedenti; noi, non altri, abbiamo giudicato quelle semplificazioni utili ma non sufficienti, si ripartirà da lì. Dunque i tempi dell’attivazione di quegli investimenti saranno medio-lunghi. La propaganda politica può dire: “La prima pietra del ponte di Messina si metterà in fretta”. Chiedete che cosa significa “in fretta” e cominceranno ad avere qualche difficoltà a spiegarvelo. Poi, com’è noto, non basta la prima pietra, quel che conta è la seconda, la terza e quel che segue. Dunque, gli effetti potenzialmente anticiclici della politica keynesiana che il governo ha annunciato su questi temi (reti e infrastrutture) non saranno disponibili in breve, non c’è nessun intervento concreto che riguardi uno stimolo ai consumi e dunque alla domanda. E, a proposito di interviste, Fini lo dice in modo chiaro. Quello che noi avevamo utilizzato come argomento polemico fin dal primo momento nel giudizio delle scelte dei cento giorni, viene confermato: “abbiamo corrisposto a un’aspettativa delle imprese”. Poi, ovviamente, aggiunge: “perché questo consente la ripresa del meccanismo di accumulazione e favorisce lo sviluppo” mentre noi, un po’ più maliziosamente, avevamo detto: “perché dovevano corrispondere a un aiuto elettorale che era stato esplicito come non mai”. La sostanza però è lì. Io non so quali saranno i valori di riferimento, ho la sensazione che quello che è stato indicato sia lontano dal poter essere realizzato per ragioni internazionali e per ragioni locali.
E guardate che anche la conferma che l’extra-deficit non c’è mai stato la dice lunga sulle intenzioni tattiche e strumentali del governo, ma non è di per sé un elemento tranquillizzante. Va benissimo che sia così, avremmo avuto un problema in più e abbiamo detto subito “sono manipolazioni strumentali” perché, come si è confermato, le entrate tengono la linea prevista dal governo precedente, ma questo è avvenuto perché la crescita era stata quella ipotizzata e dunque il gettito si è confermato. Se la crescita si riduce, come è già capitato perché il Pil è diminuito nel secondo trimestre, per l’anno a venire è inevitabile che ci sia un’ altrettanto automatica conseguenza non positiva.
Io vorrei che almeno tra di noi tutto ciò fosse chiaro. Poi, di volta in volta, insieme guarderemo quali sono gli andamenti, le tendenze.
Nel mese di luglio, a queste nostre obiezioni sull’ottimismo delle previsioni, il governo ha risposto esplicitamente in un modo che francamente non mi sarei mai aspettato. Ci dissero: “Sì, ma prima della fine dell’anno rinegozieremo il Patto di stabilità”. A parte il fatto che gli è scappata dal cuore come sempre la loro idea di Europa e l’afflato che hanno con i vincoli e con le regole europee, però guardate che se il presupposto è: “possiamo scrivere delle cose che sappiamo difficilmente realizzabili perché verranno sostenute da una modifica dei vincoli che hai contratto con altri”, non c’è da stare allegri.
Poi, sapete, con la demagogia e con la propaganda si arriva a tutto. Il ministro dell’Economia ha spiegato al meeting di Cl che nell’autunno ci sarà il boom. Ora, le previsioni del governo che noi diciamo non si realizzeranno sono che il Pil cresca del 2,4 per cento quest’anno: per Tremonti e per il governatore della Banca d’Italia questo è il boom. Per chi ha gli anni sufficienti a ricordare gli anni veri del boom, la crescita del Prodotto interno lordo era più che doppia rispetto a quella di cui adesso si ragiona, quello era un boom vero; oggi, nemmeno se si realizzassero le loro ipotesi, saremmo di fronte a una tendenza pari alla media delle aspettative europee.
Vedremo, con la cautela del caso ma senza nasconderci nulla, anche perché l’idea che si possa poi ritornare sui conti, e dunque modificare il riferimento, inquinerà gran parte della discussione dell’autunno, anche quella in Parlamento sulla legge finanziaria. Intanto ci sarà un primo scoglio: nelle prossime settimane Ecofin costringerà il governo a prendere atto di qualche elemento di maggior realismo; ma se nella discussione sulla Finanziaria si trascina l’idea che si possano scrivere delle cose che oggi non sono praticabili perché tanto a novembre lo diventano, questo può generare da un lato delle promesse demagogiche nella legge finanziaria, che poi crolleranno (o potrebbero crollare) in una fase successiva con gli effetti pesanti che questo di norma determina.
Sempre nell’intervista di Fini si dice esplicitamente che questi vincoli sono il frutto della politica del governo precedente: “Abbiamo accettato il Patto sottoscritto in Europa dal governo di centro-sinistra”. Il che implica che quando si arriverà al dunque, se non ci sono quelle condizioni si ritornerà, come è già stato fatto da parte del governo di centro-destra, a sostenere la tesi che è colpa di quelli che ci stavano prima, tesi che si può smontare, che potrà anche essere affrontata e debellata con gli argomenti del caso, ma le conseguenze riguarderanno noi. Dunque prepariamoci, non al peggio, ma a condizioni che sono oggettivamente diverse da quelle che sono state prese a riferimento e sulle quali mi pare che una parte anche del sistema sociale si stia cullando. Ci saranno tutte le occasioni di confronto che sono state indicate nella relazione e che avete variamente commentato.
Per ognuno di quei temi abbiamo opinioni consolidate. Poi, se ci si vuole infliggere per l’ennesima volta questa sofferenza facciamolo pure, ma non è che partiamo da zero sul tema “riforma degli ammortizzatori”, oppure “verifica dell’andamento previdenziale, nel caso di scostamenti”. Abbiamo delle opinioni, ne abbiamo discusso a lungo. Poi però le scelte, soprattutto queste più delicate, si fanno con maggior forza se anche gli altri la pensano allo stesso modo e se c’è una disponibilità a interloquire da parte del governo. Io confesso di non aver capito se nel governo esiste una linea ad esempio in materia di mercato del lavoro e di ammortizzatori. L’unica cosa che viene ripresentata sistematicamente è la cancellazione di qualsiasi vincolo per le imprese: questa però non è una linea, è un’altra cosa. E non possiamo nemmeno dare per scontato che al dunque non rispuntino, in forma insidiosa, ipotesi assistenziali che si renderanno necessarie per rispondere ai mancati effetti della crescita soprattutto nel Mezzogiorno. Se diciamo che sono contemporaneamente degli pseudoliberisti e dei populisti, i liberisti agiteranno la bandiera della libertà per l’impresa e i populisti, andranno alla ricerca delle soluzioni che in precedenza avevano aspramente criticato.
Perché non si parla più della cancellazione dei prepensionamenti? Beh, l’ultima polemica fatta personalmente da Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e dall’attuale presidente della Camera, sono stati prepensionamenti per Telecom. Da quel dì, basta. Ma allora erano all’opposizione. È pensabile che le operazioni di riassetto di una parte del sistema produttivo italiano, nate da ragioni finanziarie, ma costruendo nuovi modelli di aggregazione, non comportino esigenze di riorganizzazione, che nel medio periodo possono addirittura far crescere opportunamente quelle attività ma che nel breve possono riverberare altri problemi sul tessuto occupazionale? Ed è pensabile che quei signori non abbiano chiesto già da tempo al governo disponibilità per l’utilizzo di strumenti così contestati in tempi recenti quando stavano all’opposizione? Io non lo penso. Ecco perché scompare l’idea della riforma degli ammortizzatori e si resta in attesa di vedere quel che sarà l’esigenza prevalente di lor signori.
Non si può dire, come abbiamo detto, che Confindustria condiziona molte, se non tutte, le scelte del governo e poi ignorare che al dunque ci sono materie, argomenti sui quali le richieste degli imprenditori saranno precise. Perché la cancellazione dell’articolo 18 ha un valore simbolico ma non è che porta via le persone che saranno presumibilmente considerate in eccesso in una parte del sistema produttivo per le ragioni di integrazione e di accorpamento che ci saranno dopo le acquisizioni, le dismissioni e la costruzione di nuovi aggregati che abbiamo visto realizzarsi così rapidamente nel corso di queste ultime settimane. Io penso che questo sia un problema che si aggiungerà agli altri. Ora, dovremo cercare di compiere lo sforzo che ci siamo detti, avendo prospettato già ieri formalmente una sede di discussione a Cisl e Uil per vedere se, a fronte degli argomenti che il governo metterà in campo, ci sono ipotesi nostre diverse da quelle che probabilmente loro prospetteranno su quei temi e, dall’altra parte, qualche esigenza aggiuntiva.
Io credo che la connessione tra la riforma degli ammortizzatori e l’uso della formazione sia molto importante: faccio notare che da parte di Confindustria la parola formazione è stata cancellata dal vocabolario più recente, non è una buona ragione perché non la si riproponga noi come tema quando si comincerà la discussione concreta di merito. È evidente che questa discussione per noi avrà delle dinamiche oppure delle conseguenze delicate da gestire se saremo o meno in grado di affrontarla unitariamente.
Dovremo nelle prossime settimane lavorare per cercare di tenere, valorizzare e costruire le condizioni di unità migliori per affrontare qualsiasi problema, compresi quelli che staranno nell’agenda di settembre. Però, nel discutere di unità, non sottovalutate nulla delle opinioni degli altri, non soltanto del merito ma anche oramai del carattere delle dinamiche e della dialettica nei rapporti tra le organizzazioni, le cose dette, quelle che probabilmente ritorneranno in campo.
Penso che vicende recenti come quella del tempo determinato abbiano creato la convinzione in Confindustria e anche all’interno del governo che alcune cose si possono ripetere. Poi è tutto più difficile. Il tempo determinato non presupponeva un accordo ma semplicemente dei pareri perché poi sarebbe stato il governo a decidere autonomamente, e non ci deve sfuggire, perché è un elemento importante per noi, la differenza tra quelle procedure e invece un’intesa che poi deve essere sottoscritta. Però c’è questa convinzione: che con gli altri si possono fare cose che la Cgil non vuole fare, si dice per ragioni politiche e invece sono ragioni di merito.
Bisogna discutere e trattare, se ci sono le condizioni bisogna fare gli accordi su tutto. Io sarei molto contento di poter avere una soluzione condivisibile a valle della verifica dell’andamento della spesa previdenziale. Non ho la sensazione, come ho detto ieri, che il governo sia particolarmente interessato a procedure di questa natura, però per noi sarebbe importante. Quando, prendendomi anche qualche critica, ho detto: sarebbe utile che il governo di centro-destra italiano si comportasse come l’Aznar seconda maniera, volevo dire questo. L’Aznar prima maniera è andato avanti per conto suo ignorando i sindacati e ha fatto delle cose terribili in Spagna. Poi, siccome non funzionavano, è tornato sui suoi passi, almeno in parte, e su alcuni temi ha negoziato e hanno definito delle intese. Io non ho la sensazione che vogliano fare l’Aznar seconda maniera, però questa era la logica con la quale avevo affacciato in un commento quell’ipotesi.
Noi ci troveremo davanti a una discussione dove le carte sul tavolo saranno a quel punto esplicite, ma l’alternativa è tra le due cose che si sono viste in questi giorni. Un’ipotesi di intervento drastico su alcune materie perché bisogna comunque rallentare la corsa della spesa, ipotesi che può prendere corpo non soltanto perché piace a una parte di Confindustria, ma perché potrebbe essere resa inevitabile da un peggioramento del quadro economico complessivo. Non la vogliono perché non c’è nessuna ragione, perché sanno benissimo che a quel punto si ricompatta il fronte sindacale: non hanno più solo la Cgil con la quale fare i conti ma tutto il sindacato italiano. Però potrebbero essere costretti.
È un’ipotesi da non scartare, allo stato la considero quella meno probabile ma non è che l’altra sia per noi una passeggiata, anzi per qualche verso la considero peggiore. Perché nel ’94, sulla base di uno scontro esplicito ma lineare, il primo dicembre facemmo un accordo sulle pensioni, costringemmo il governo a fare l’accordo. Se verrà prospettata – come secondo me dice anche Fini nell’intervista di oggi perché ha degli interessi elettorali ai quali rispondere – l’idea di far balenare l’atto repressivo, duro, per poi far partorire dal negoziato il modello del doppio regime, io dico adesso che su alcune materie non è ipotizzabile il doppio regime, per la cultura e la politica che la Cgil ha sempre difeso. Secondo me Fini questo prospetta. Il balletto di agosto tra Tremonti e Maroni era questo. Io non ho pensato che sulle pensioni alla fine avrebbe prevalso l’idea di Tremonti, non l’ho detto perché non lo pensavo. Le interviste qualche volta servono a scompaginare un po’ i giochi, ma i giornali italiani da due giorni scrivevano, dopo la riunione a casa del principale, che aveva prevalso l’anima sociale del governo di centro-destra, non ci sarebbero stati interventi punitivi per nessuno.
L’anima sociale è il doppio regime, sono le pensioni pubbliche per i ragazzi che verrebbero assunti al 40 per cento, sono un intervento tra dieci anni sulla platea di quelli che hanno la mia età, un intervento che diventerebbe inevitabilmente molto consistente, molto pesante.
Io penso che sia ragionevole guardare allo scenario che abbiamo di fronte interpretando le cose che si muovono, ma sapendo che lo spazio nel quale si muovono è questo. Per le notizie che abbiamo, l’andamento della verifica della spesa previdenziale sta confermando che abbiamo ragione. Non ci sono ragioni di crisi diverse da quelle note da quel dì lontano. Mi è parso di capire che hanno qualche imbarazzo anche al ministero del Welfare perché poi bisogna giustificare l’intervento, e dunque se l’andamento della spesa non è quello drammatico, qualcosa bisogna pur inventare, tant’è che un giornale, oggi titola: “L’andamento della spesa è reso problematico dall’aumento dell’età nella popolazione”: come se non si sapesse – sono tutte persone già nate – qual è il quadro demografico di riferimento.
L’idea del doppio regime è barbara, ma oggettivamente per noi è la più difficile da contrastare. Io non do per scontato nemmeno che non possa aprire problemi, difficoltà e contraddizioni anche nel nostro campo: tutte le volte che ci siamo trovati di fronte, anche in accordi aziendali, a meccanismi ipotizzati di doppio regime, li abbiamo contrastati (vedi l’Ama di Roma). Poi abbiamo anche dimostrato che avevamo ragione ma ci è voluto tempo. E nell’immediato non abbiamo trovato il consenso degli interessati.
Perciò questa, che all’apparenza è la meno brutale delle scelte affacciate, è la peggiore sul piano del principio. Sono preoccupato, anche perché la gran parte delle ipotesi di doppio regime che abbiamo discusso, e sulle quali abbiamo litigato, hanno trovato il consenso di Cisl e Uil. Non le trasformazioni nate dalle esigenze di mettere insieme cose diverse – che erroneamente anche in Cgil si sono chiamate doppio regime e nulla hanno invece a che spartire con quell’idea – ma le vere ipotesi di doppio regime sono state o il frutto di accordi separati o di lunghissimi tormenti nel rapporto con Cisl e Uil, che al dunque hanno preferito procedere perché quella soluzione non aveva nessuna contraddizione con la loro rappresentanza.
Tutto ciò ci porta a un problema che dovremo riaffrontare – Claudio Sabattini ha chiesto un approfondimento di discussione, bisogna farlo rapidamente, in primo luogo con la Fiom ma credo che sia un problema di tutti – che è quello relativo ai meccanismi di rappresentanza e di democrazia, perché l’accordo separato – l’accordo, non il parere diverso che produce l’assunzione di responsabilità da parte del governo del tempo determinato, ma l’accordo separato nel contratto dei meccanici – è un fatto politico con una serie di ricadute potenzialmente drammatiche sull’esercizio della propria funzione contrattuale.
Il quadro è quello che descriveva ieri Sabattini: c’è una minoranza che decide per tutti. E non è nemmeno da escludere che si possa arrivare anche oltre, e cioè che organizzazioni ancor meno rappresentative, mancando il vincolo dell’erga omnes, possano fare accordi, contratti di comodo (quelli che abbiamo chiamato “contratti pirata”) che poi un’azienda decide di applicare. Certo, in quel caso è più complicato perché avresti tutto il sindacato confederale che si oppone, ma in una parte non piccola del tessuto medio-piccolo diffuso delle imprese ci si potrebbe trovare di fronte a vicende di questo genere. Quello che è capitato per il commercio in più di una circostanza, qua e là si era affacciato anche in alcuni settori industriali, può tornare a ripetersi perché manca la regola, e non soltanto la regola endosindacale sul come comportarsi ma la regola che valida gli accordi.
Non è che siano anche loro esenti da contraddizioni perché nel mentre avvallano serenamente una soluzione come quella di Federmeccanica (il parere, poco autorevole ma espresso, del ministro del Welfare, anche ministro del Lavoro, sulla conclusione del contratto dei meccanici è eloquente), c’è un altro ministro che immagina di modificare le procedure per la gestione del diritto di sciopero e non si rende conto che quello che lui propone, almeno quello che hanno scritto i giornali come sua intenzione, sta in piedi, ammesso e non concesso che sia condivisibile, a una sola condizione: di aver prima misurato la rappresentatività e il peso di ciascuna organizzazione.
La contraddizione è evidente, ma non risolve il problema. Senza elementi certi che siano l’applicazione e l’articolazione in dettaglio del rimando costituzionale dell’articolo 39 noi rischiamo di trovarci in una condizione difficile di gestione della pratica contrattuale, perché quello che è successo alla Fiom può capitare a qualsiasi struttura, a cominciare dalla confederazione, perché molte delle materie che discuteremo con il governo nelle prossime settimane non hanno bisogno di un accordo, ma alcune sì, e in quel caso ci si potrebbe trovare di fronte, anche per la confederazione, se il merito non fosse condiviso, a una soluzione firmata da alcuni e non da altri.
È un problema di democrazia enorme che non riguarda soltanto noi: senza questa regola si destruttura un sistema di relazioni. Che è stato insieme, nel corso di questi anni, soprattutto quando la contrattazione è decollata, diciamo dalla fine degli anni ’60, perché è sempre stato gestito unitariamente. Ma se c’è pluralismo nella rappresentanza di interessi, in questo caso nella rappresentanza sociale, e non c’è una regola su come questo pluralismo viene gestito, si possono determinare condizioni abnormi destinate, com’è naturale, in primo luogo a penalizzare i più grandi. Non solo, la mancanza di una regola in un tempo medio, secondo me produce un altro effetto negativo, che è quello di spingere verso forme di rappresentanza corporative: il più debole è il soggetto confederale perché in fondo il bisogno materiale, in una categoria o in uno spazio ristretto, può meglio tenere insieme i sindacati. È oggettivamente più difficile fare un accordo separato in azienda di quanto non lo sia, per i criteri di rappresentanza odierni, in un luogo vasto, in un contratto nazionale.
Noi dovremo affrontare seriamente il tema anche perché il nostro mondo è sostanzialmente diviso: abbiamo in tutta l’area pubblica, per fortuna, un sistema di regole praticato, oltre che condiviso. Io non sono così convinto che non avremo anche lì qualche ritorno di fiamma: abbiamo incassato in silenzio un risultato straordinario che è quello di aver convinto tutte le organizzazioni a fare l’accordo per rinnovare la rappresentanza sindacale, nel governo se ne sono accorti un po’ dopo perché questo ha un’implicazione immediata intanto sulle scadenze contrattuali più ravvicinate e poi anche sulle dinamiche relazionali all’interno di ogni singolo settore. Ma non possiamo immaginare che duri a lungo una condizione nella quale, siccome c’è la regola nei settori pubblici, lì è più facile contrattare e anche le quantità della contrattazione, comunque distribuite, dal salario alle condizioni materiali, sono più apprezzabili perché la regola sostiene oggettivamente anche il merito. Mentre dall’altra parte invece sei alla diaspora dei comportamenti con il rischio di un depotenziamento degli effetti materiali della contrattazione.
Questo sarà un grande tema. Non solo per noi, insisto, ma anche per chi ha interesse perché la rappresentanza sindacale si consolidi. È vero quello che diceva ieri Aldo Amoretti: la legge sulla rappresentanza era nata come riflesso condizionato ma negativo verso il sindacalismo confederale, per qualche verso, anche a sinistra. È vero però che nel corso del tempo il dispositivo ha cambiato radicalmente assetto e pelle. Così come è evidente che la legge per gli atipici era nata da un’intenzione generosa ma un po’ astratta di tutela e di protezione degli atipici che finiva con l’affrontare tutto il mondo del lavoro diverso da quello a tempo indeterminato mettendo assieme quelli che noi vogliamo rappresentare, che hanno bisogni veri, con i sindaci revisori delle imprese o gli amministratori di condominio, che sono persone che non hanno gli stessi problemi della ragazza o del ragazzo iscritto a Nidil. Ma la discussione è servita anche in quel caso a modificare un impianto iniziale, generoso ma un po’ dissoluto nella sostanza, verso un’idea più precisa. Noi dovremo tornare anche nel rapporto con le forze politiche su questo tema, agitandolo come elemento di contraddizione possibile anche all’interno dello stesso schieramento di governo, ma è questione che non può essere considerata marginale. Qui il problema non è aiutare i meccanici a risolvere una pendenza delicata, ma avere consapevolezza che il problema che lì e esploso per scelta degli altri è un problema che riguarda tutti e dunque occorre maturare una soluzione che valga per tutti.
Un’ultima cosa, ripeto quello che ho detto ieri ma, siccome ne sono convinto, ci tengo. Nel rapporto con le proposte e le iniziative che dovremo mettere in campo, devono valere rigidamente le regole che sono parte della nostra storia. C’è un punto delicato: le vicende di Genova, la dimensione mediatica di quelle vicende, rischiano di portare le difficoltà che abbiamo commentato, e sulle quali molti di voi sono opportunamente tornati, nel rapporto tra noi e le forze dell’ordine. Noi abbiamo un sindacato che è ancora piccolo, è il frutto di una scissione, ma è l’unica organizzazione oggi che nella polizia tiene ferma l’idea della democratizzazione e della dimensione confederale della rappresentanza. Noi dobbiamo fare uno sforzo straordinario per aiutare il Silp. Lo dico soprattutto alle strutture confederali. Guardate che i prossimi mesi saranno complicati per noi, ma per loro lo saranno ancora di più, con il rischio che si blocchi un processo di democratizzazione al quale noi teniamo particolarmente e che è nato in anni lontani, in larga misura, per spinta anche della Cgil. Dunque vi chiederei un’attenzione del tutto straordinaria e poi di promuovere, in ogni circostanza, iniziative che permettono un confronto sul singolo merito con queste nostre istanze organizzative nelle quali c’è una parte importante e significativa delle forze dell’ordine ma che, come sapete, in dimensione sono ancora poca cosa rispetto al tutto, anche se speriamo di crescere. Ed è importante il nostro rapporto con loro anche perché, se vogliamo che il resto delle forze dell’ordine e delle forze armate progressivamente abbia delle strutture di rappresentanza sindacale collegate al movimento confederale, il carattere, la qualità e l’attenzione che spendiamo in questa circostanza sono l’unica garanzia per il futuro.