Buste paga, più tasse per tutti

23/12/2003


  Economia


martedì 23 dicembre 2003
Buste paga, più tasse per tutti

di 
Bianca Di Giovanni


 Tasse più «pesanti» e inflazione che raggiunge «picchi» quasi quattro volte superiori alla media registrata dall’Istat. Stretti in questa «tenaglia» si ritrovano i lavoratori dipendenti, soprattutto nelle fasce di reddito tra i 500 e i 1.500 euro mensili. In altre parole quella classe medio-bassa che ormai da tempo denuncia la fatica del vivere quotidiano. Gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, nonché gli ormai celebri tranvieri sanno bene che arrivare a fine mese è sempre più difficile. Ma oggi arrivano anche i numeri a confermarlo, rivelando anche dinamiche perverse all’interno della società. Per esempio quella che contrappone i dipendenti ai lavoratori autonomi. I secondi si sono avvantaggiati sui primi sia in campo fiscale, alimentando l’evasione e l’elusione, sia adottando misure inflazionistiche (aumentando i prezzi dei loro beni o delle proprie prestazioni). Ma poi gli effetti del caro-vita si sono riversati anche su di loro.

A fornire nuove e inquietanti cifre sul fronte fiscale è la Cgil, che ha rielaborato dati della Ragioneria generale dello Stato. Nel biennio 2000-2002 mentre l’Irpef dei lavoratori dipendenti è cresciuta da 81,590 miliardi di euro a 93,503 miliardi, l’Irpef dei lavoratori autonomi è scesa da 36,168 miliardi di euro a 31,375 miliardi di euro del 2002. La «forbice» è impressionante: circa 12 miliardi di euro in più da una parte, e quasi 5 miliardi in meno dall’altra. Colpa della crisi economica? Impossibile, visto che il Pil ha rallentato la sua crescita, ma non è certo diminuito. «La riduzione della pressione fiscale dal 42,4 % del 2000 al 41,6 % del 2002, vantata da Berlusconi nel corso della conferenza stampa di fine anno, riflette soltanto una preoccupante ripresa dell’evasione». Commenta così i dati Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil. Il quale individua altre «corsie preferenziali» per gli autonomi.

«Chi aderirà al concordato preventivo potrà beneficiare dell’immediata applicazione delle aliquote del 23 e 33 per cento previste a regime dalla delega fiscale, mentre i lavoratori dipendenti continueranno a pagare sugli incrementi retributivi aliquote marginali ben più elevate, che in alcuni casi toccano il 45%. Ci troviamo – conclude Lapadula – in presenza di una scelta iniqua e incostituzionale che penalizza esplicitamente il lavoro dipendente».

In realtà tutta la partita fiscale è fitta di «trappole» per le famiglie, e anche di veri e propri «buchi neri». Come quello sull’evasione e il sommerso, su cui restano assai scarse le informazioni. Basta provare ad aprire il sito del Secit (Servizio consultivo ispettivo tributario), dove la Relazione sulle attività nel biennio 2001-2002 non è ancora leggibile. A quanto pare manca l’ok del ministero, e siamo già a fine 2003. «È successa la stessa cosa per il nucleo elaborazione della spesa previdenziale – aggiunge Lapadula – Ormai la nuova moda è non fornire dati».

Quanto al 2003, il tanto sbandierato primo modulo di riforma fiscale è stato quasi integralmente «mangiato» dalla mancata restituzione del fiscal drag (2,5 miliardi), senza contare che per alcune fasce di reddito il prelievo è aumentato per la prima aliquota portata al 23% (dal 18%). Tant’è che stando alle proiezioni elaborate sempre dalla Cgil, la musica non cambia: più Irpef dai dipendenti, meno dagli autonomi. L’aumento delle entrate ordinarie tanto sbandierato dal governo «pesa» in gran parte sulle spalle di impiegati, operai e pensionati, i quali continueranno a pagare una tassa sul Tfr «maggiorata» rispetto agli altri redditi. Senza contare che l’aumento cui allude l’esecutivo è tutto da dimostrare, visto che a novembre mancavano 80 miliardi per raggiungere il target che l’esecutivo si è dato per fine anno (circa 303 miliardi di entrate tributarie, contro gli oltre 382 fissati nella relazione previsionale).

Indaga sulle «tasche degli italiani» anche il Nens (l’istituto fondato da Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco), che nell’ultimo «Punto settimanale» propone una ricerca dell’Università di Tor Vergata sull’andamento dell’inflazione in base alle diverse tipologie di consumatori (vedi tabella). Anche qui c’è poco da gioire per chi appartiene alle fasce di reddito tra i 500 e i mille euro mensili, che mostrano i «picchi» più elevati di aumenti (oltre il 7%). Da segnalare aumenti fino a oltre l’11% per i prodotti alimentari, sempre per le stesse categorie di persone. Un dato «esplosivo» se si tiene conto del fatto che per le famiglie con redditi fino a mille euro la spesa per gli alimenti costituisce circa un terzo di quella complessiva: tra il 27 e il 30% del «paniere». Il dato scende di molto per i più ricchi. Solo il 17% del reddito finisce in cibo e bevande nelle famiglie che guadagnano tra i 2.500 e i 5.000 euro, mentre per chi è oltre quella soglia la «quota» arriva al 19%. È chiaro dunque che gli aumenti al mercato alimentare pesano molto di più sui livelli medio-bassi che sugli altri, e proprio in questo comparto si sono verificate le impennate più consistenti. Anche qui, a piangere sono i poveri.