Buste paga più leggere

05/11/2003




mercoledì 5 novembre 2003
L’INDAGINE

1-Buste paga più leggere, persa la sfida con l’inflazione
2-«Si cena in casa e si vive fuori Milano»
3-«Premi fermi, ora il peso anche su di noi»

Buste paga più leggere, persa la sfida con l’inflazione
Per operai, impiegati e dirigenti negli ultimi tre anni si riduce il potere d’acquisto. Stipendi in calo fino al 21%
      Se è valido il detto «mal comune mezzo gaudio» vada per il mezzo gaudio, perché se si guarda alle retribuzioni degli italiani del 2000-2003, nel poco più di un triennio del passaggio dalla lira all’euro, a perdere sono stati veramente tutti. Dal dirigente (-7,3%) all’operaio (-9,3%) e dal settore iper-tradizionale del tessile alle dotcom , le (tramontate) aziende dell’era tecnologica, nessuno con un reddito fisso può dirsi soddisfatto. Il potere di acquisto è invariabilmente in discesa. Tiene conto, infatti, delle buste paga complessive che comprendono la retribuzione contrattuale(potenzialmente in linea con l’inflazione), più premi, superminimi e via dicendo che se non adeguati determinano appunto la sconfitta contro il carovita. Se si è fortunati, al limite, si può essere contenti di figurare tra coloro che, pur perdendo, si difendono meglio dall’inflazione. Un dato medio non c’è anche perché non sarebbe corretto mettere nella stessa pentola manager e operai: comunque per gli impiegati il calo è stato dell’11,1% (-5,1% i quadri, la categoria meno colpita secondo i dati generali). La notizia che non fa altro che suffragare una percezione ormai comune è il risultato del rapporto realizzato da Od&M in collaborazione con il CorriereLavoro . La versione integrale dell’indagine, la più grande realizzata in Italia avendo raccolto 853 mila profili retributivi nell’arco degli ultimi tre anni, sarà in edicola venerdì con l’inserto del Corriere della Sera .

      L’INFLAZIONE – La principale chiave per comprendere la generale perdita del potere sovrano di consumare (e purtroppo anche di risparmiare) è da ricercare come sempre nell’inflazione, in tutte le sue forme: dall’affitto che sale sempre alla spesa quotidiana che subisce il caro-euro. Non vengono risparmiati nemmeno i beni non necessari o di lusso, gli svaghi come andare a cena fuori. E il risultato è che nessuna «classe» sociale riesce a dribblare l’effetto depressione busta paga.Secondo i dati Istat, le due voci, prezzi al consumo e stipendi, non si sono discostate più di tanto l’una dall’altra. Il dato sulle buste paga è però difettoso in quanto fa riferimento solo alle cosiddette «retribuzioni contrattuali orarie», non considerando quelle voci, come il superminimo, i premi e gli altri benefit, che sempre di più hanno un peso a fine mese. E che sono rimaste ferme a tre anni fa, quando l’economia italiana e mondiale veniva da una fase di espansione reale e finanziaria (nel marzo del 2000 scoppiava la bolla speculativa in tutte le borse e aveva inizio la crisi).

      GLI SCIVOLONI - Una suggestiva immagine dello scomparso Federico Caffè definiva l’inflazione come la lotta per scaricare sugli altri la crescita dei costi: in questo caso, quindi, in un periodo non certo felice per l’economia, a perdere maggiormente sono stati tutti coloro che non hanno potuto modificare le proprie entrate. Gli italiani con il reddito fisso. A sorpresa, lo scivolone peggiore ( vedi tabella sotto ) è toccato ai dirigenti del settore auto in crisi che hanno perso il 21,3%, quasi un quarto del potere di acquisto della propria busta paga. Subito dopo vengono gli impiegati delle dotcom (-15,1%), poi i dirigenti occupati nell’area della direzione generale della propria impresa (-14,5%). Tra gli operai i più tartassati sono stati sempre quelli del settore auto (-14,4%).

      msideri@corriere.it

Massimo Sideri


Economia

IL TRANVIERE

«Si cena in casa e si vive fuori Milano»
      «Da otto anni faccio il tranviere per l’Atm, azienda di trasporto pubblico locale controllata dal Comune. Dal 2000 nemmeno un aumento di stipendio. E posso assicurare che vivere in una metropoli con 1.250 euro al mese è una vera sfida». Roberto Amici guida il 29, il tram che gira in tondo abbracciando il cuore della città. Ha 36 anni. E’ sposato, ora aspetta il primo figlio. «Per fortuna mia moglie lavora. E’ laureata, ma guadagna meno di me. Insomma, c’è anche chi sta peggio. Ma una famiglia non può tirare avanti con uno stipendio soltanto. Con l’arrivo dell’euro, poi, i prezzi sono aumentati. Morale: chi prima arrivava a fine mese senza risparmiare una lira, adesso non riesce a far quadrare il bilancio. Tanto che, sempre più spesso, anche i miei colleghi chiedono prestiti alle banche».
      La strategia di Amici per far tornare i conti si basa sul taglio, prima di tutto, delle spese per il tempo libero. «Si stabilisce in anticipo quante volte al mese si andrà in pizzeria. Invece di uscire si invitano gli amici a casa. Inoltre, quando mi sono sposato, ho deciso di trasferirmi. Gli affitti sono la voce di spesa che pesa di più sul bilancio. E a Milano sono troppo alti, perciò ho comprato casa in un paese dell’hinterland. Con i tassi d’interesse contenuti valeva la pena acquistare. Certo, anche il mutuo contribuisce a ridurre il potere d’acquisto di tante famiglie come la mia». La categoria del trasporto pubblico locale è impegnata da più di un anno nel rinnovo del secondo biennio contrattuale. In concreto, il sindacato chiede 106 euro in più al mese in busta paga a partire dal primo gennaio 2002. «E sarebbe davvero il minimo – insiste Amici -. Basti pensare che alcuni miei colleghi, entrati negli anni scorsi con contratto di formazione lavoro, guadagnano 850 euro al mese. Dal 2000 a oggi abbiamo avuto soltanto l’equivalente di 50 euro sotto forma di
      ticket restaurant . Qualcuno, invece di andare al bar nella pausa pranzo, li usa per fare la spesa».
      Amici è anche convinto che lo stipendio sia inadeguato rispetto ai rischi e allo stress da lavoro a cui è sottoposto. «Il nostro turno medio è di sei ore e mezzo. Per sei giorni su sette siamo immersi nello smog e nel traffico. Non a caso quello del tranviere è considerato un mestiere usurante. E poi ci sono gli imprevisti. L’inverno scorso, durante un turno di notte, alcuni passeggeri hanno fatto a cazzotti sul tram».
      La questione economica ha messo la categoria in subbuglio. Al punto da scioperare per ben sei volte nel giro di un anno e mezzo. «Alle aziende chiediamo di cedere sull’aumento in busta paga – conclude Amici, che svolge anche attività sindacale per la Uil -. Ma forse, per il futuro, bisognerebbe pensare a stipendi che tengano conto del costo della vita nelle diverse regioni».


      Rita Querzé


IL DIRIGENTE
«Premi fermi, ora il peso anche su di noi»
      MILANO – «Ho delle persone sotto la mia responsabilità, e questo mi permette di percepire che non sono nella fascia più colpita dalla perdita del potere di acquisto. In ogni caso dal 2000 a oggi mi sento sicuramente più vincolato nelle mie scelte. Nulla di drastico, ma mi è capitato di rinviare qualche spesa negli ultimi tempi». Luciano Femminis, 42 anni, con quattro figli, è un direttore generale milanese. In passato ha lavorato per una multinazionale, poi ha deciso di passare in un’azienda del gruppo tedesco Pfisterer. Settore: articoli speciali per il ramo delle ferrovie e dell’energia elettrica.
      La sensazione generale? «Sicuramente è quella di non avere più le stesse facoltà di spesa di una volta».
      Il «colpevole» è facilmente individuabile per Femminis: senz’altro l’euro, «con un cambio che spesso è passato dalle vecchie mille lire all’euro tondo. In generale sembra che nulla sia stato risparmiato dal caro-euro, a cominciare dai beni di largo consumo come gli alimentari. Ma è soprattutto nelle altre spese che si percepisce il salto».
      Per Femminis, il record negativo con il maggiore balzo in avanti spetta ai ristoranti. «Non è nostra abitudine andare spesso a cena al ristorante, ma quando mi capita per lavoro di frequentarli mi sembra che il rialzo vada ben oltre la semplice percezione. Qui i prezzi sono saliti oggettivamente».
      Altre spese? Anche i costi di gestione della casa, tra cui i consumi e la manutenzione, sono tra le voci che sembrano aver subito l’accelerazione maggiore per il dirigente aziendale. Parallelamente è chiaro che le retribuzioni non sono cresciute allo stesso modo, «altrimenti non staremmo nemmeno qui a parlare di questo problema», dice Femminis. «La forchetta tra prezzi da una parte in continua salita e retribuzioni ferme si è fatta sempre più rilevante in questo ultimo triennio».
      Con una famiglia composta di 6 persone in tutto, quattro figli, c’è poi una voce che non può passare in seconda linea: «Le spese per l’abbigliamento hanno conquistato in questi tre anni e mezzo un peso sempre più grande».
      Tra le cause della perdita del potere d’acquisto al proprio livello, Femminis, parla anche di tutti i meccanismi di bonus dei dirigenti «che generalmente ora sono legati ai risultati ottenuti dalla stessa azienda con dei parametri oggettivamente più misurabili. Letti quindi in un contesto economico sicuramente non brillante, che ha influenzato tutte le aziende, è chiaro che il risultato finale ne risulta influenzato negativamente».
M. Sid.