Buonipasto pizzello

13/04/2004





 
   



13 Aprile 2004
ECONOMIA





 

Buonipasto pizzello
Altro che ticket Per i dipendenti pubblici sono diventati «Buoni a nulla». Il loro valore è eroso dagli appalti al massimo ribasso. Ora anche i baristi protestano per i mancati incassi
MANUELA CARTOSIO


MILANO
In voluminosi volantini stampati in proprio Mario Macaluso, impiegato alla motorizzazione civile di Varese, racconta «la triste storia di un lavoratore che voleva pranzare usando buoni pasto che nessuno voleva». In essi spiega come ugualmente migliaia di dipendenti pubblici si ritrovino in tasca «buoni pasto-buoni a nulla». Leggendoli, abbiamo capito perché un paio di settimane fa la Confesercenti ha aperto le ostilità contro le società «emettitrici» di buoni pasto che hanno alzato dal 5 al 9% lo «sconto» sui ticket. Lo sconto – Macaluso lo chiama il «pizzello» – è la percentuale che le società emettitrici spuntano sui ticket incassati da bar, ristoranti, pizzerie, tavole calde, fast food. Più cresce lo sconto, più diminuisce il guadagno dei pubblici esercenti convenzionati con le società che «producono» i buoni pasto. L’antefatto che spiega la protesta dell’impiegato di Varese risale a un anno fa. E’ la gara d’appalto al massimo ribasso bandita dalla Consip per sostituire con il buono pasto il servizio mensa per i dipendenti pubblici (dai ministeri agli enti locali, dall’Inps all’Università, dalle Asl a poliziotti e carabinieri).

La Consip, controllata dal ministero dell’economia, è la concessionaria che gestisce gli appalti di beni e servizi per conto della pubblica amministrazione. Il suo reame si estende dalle nuove tecnologie alle gomme da cancellare. L’intero operato della Consip meriterebbe d’essere passato ai raggi X. Qui ci limitiamo al capitolo buoni pasto.

L’appalto, per un valore di 266 milioni di euro l’anno, è stato diviso in cinque lotti geografici. I due lotti per il Nord Italia e la Toscana, 102 milioni di euro pari a 20 milioni di buoni pasto, se li è aggiudicati la francese BuonChef. Gli altri sono stati vinti da Ticket Restaurant, Repas Lunch, Sodhexo Pass. Tutte hanno offerto un ribasso di poco inferiore al 17%. Vinto l’appalto, alle società è rimasto il problema di scaricare su altri il consistente ribasso. Per il primo anno hanno usato la carota: per invogliare gli esercenti ad aderire all’appalto Consip hanno applicato uno sconto del 5%. All’inizio di aprile hanno quasi raddoppiato lo sconto. Così non ci stiamo dentro, sono insorti diversi baristi. Qualcuno di loro ha cominciato a rifiutare i ticket BuonChef Club o a pretendere dai consumatori il 4% di differenza in moneta sonante.

«E’ una protesta tardiva e ingiustificata», obietta Giovanni Scansani, direttore generale della BuonChef, «gli esercenti hanno liberamente aderito alla convenzione Consip, sapendo fin dall’inizio che dopo un anno lo sconto sarebbe aumentato». La tariffa del 5% era in vigore dal 1998, «mentre le consumazioni ai bar nel frattempo sono aumentate parecchio». Grazie all’appalto Consip i punti vendita convenzionati hanno raddoppiato e anche triplicato il fatturato in buoni pasto. L’aumento del giro d’affari e «un pacchetto senza eguali di servizi e agevolazioni» offerto compensano abbondantemente lo sconto al 9%, che resterà invariato fino al 2007. «Noi non giriamo armati», aggiunge Scansani, «non abbiamo costretto nessuno a firmare». A Milano, per fare un esempio, dei 4000 pubblici esercizi affiliati a BuonChef solo 1.400 hanno aderito alla convenzione Consip. Una volta firmato, però, il contratto va onorato oppure disdettato. Boicottare o rivalersi sui consumatori è «scorretto».

Scorretto, replica la Fiepet (la Federazione degli esercenti pubblici aderente a Confesercenti), è strangolare baristi e ristoratori, cercare di dividere la categoria con «accordi separati» per aree geografiche e rappresentanze sindacali. «Manteniamo lo stato d’agitazione», dice il responsabile della Fiepet Tullio Galli, «invitiamo i nostri associati a respingere contratti capestro e a informare la clientela dell’incongruità delle commissioni imposte». Quel che sta succedendo dimostra quanto sia necessaria una legge che regoli il settore dei buoni pasto. «Noi la chiediamo da anni», dice Galli. «E pure noi», fa eco Scanzani per non essere da meno. Il direttore di Buonchef conferma che la sfida del massimo ribasso ha mandato in rosso tre o quattro società emittitrici di buoni pasto, «non la nostra, sia chiaro».

Per tirare le somme torniamo al nostro Mario Macaluso che ha doppiamente ragione a definire i buoni pasto dei buoni a nulla. La prima è che il valore «facciale» del suo ticket è in assoluto il più basso nella pubblica amministrazione. Per mangiare i «ministeriali» come lui ricevono un buono di 4 euro e 65 centesimi. La seconda è che per tutti i dipendenti pubblici il valore reale del ticket viene contrattato tre volte: tra lo Stato e i sindacati che fissano l’ammontare del servizio sostitutivo della mensa, tra la Consip e le società emettitrici di buoni pasto, tra queste ultime e i pubblici esercenti. I due ultimi passaggi erodono un pezzo di salario, perché questo è la mensa. «Quanto alla qualità, meglio lasciar perdere», conclude Macaluso. Per sottrarsi all’incudine Consip, al martello Buonchef e ai baristi che pretendono l’aggiunta avanza la sua modesta proposta: «Invece di un pezzo di carta ci diano i soldi in contanti, esentasse come i buoni. Al resto pensiamo noi».