Buoni… da mangiare: la verità sulla guerra dei ticket

12/07/2005
      N.27 del 7 luglio 2005
    OLIGOPOLI D’ITALIA: DIETRO IL RIFIUTO DEGLI ESERCENTI

      Buoni… da mangiare:
      la verità sulla guerra dei ticket

        di Antonio Galdo
        1/7/2005

        È un mercato da 2 miliardi di euro. Però senza regole e controllato da un oligopolio di sette società, dove vince chi fa il prezzo più basso scaricando l’onere sull’ultimo anello della catena. I commercianti prima hanno detto basta poi hanno fermato la serrata, proprio perché è in arrivo una colossale gara per i pasti dei dipendenti pubblici
        Ogni giorno oltre 2 milioni di italiani si presentano al bar, in un ristorante, dal salumiere, e pagano il conto con i buoni pasto ricevuti dall’azienda dove lavorano come integrazione dello stipendio.
        Finora, un buon affare per tutti. Le grandi società non hanno il problema di attrezzare le mense, con relativi addetti, per i dipendenti; i lavoratori intascano, al di fuori della busta paga, un ticket che fino a 5,29 euro non è gravato da contributi e tasse; 100 mila esercenti si ritrovano con clienti che non devono cercare o sfilare alla concorrenza. Ma l’affare più grande lo fanno le «sette sorelle» della ristorazione: quelle società che gestiscono i buoni pasto, controllano un mercato di 2 miliardi di euro l’anno e sono riuscite a portare le commissioni incassate per il servizio fino al 15 per cento per ciascun buono.

        Proprio su queste percentuali è esplosa in tutta Italia la guerra dei ticket che, se non altro, ha avuto il merito di accendere un faro su un’attività stranamente priva di qualsiasi regola e controllo. Si è scoperto così che, in un paese affogato di leggi, regolamenti e cavilli, nel business dei buoni pasto ciascuno può ritoccare i numeri come vuole sapendo che l’unico conto, alla fine, lo paga il consumatore. Le statistiche dell’Istat sono chiare: negli ultimi due anni nei bar delle grandi città i prezzi dei panini e dei tramezzini sono più che raddoppiati.

        Ad accendere la miccia della rivolta è stata la Fipe, la federazione dei bar e dei ristoranti che fanno capo alla Confcommercio: da alcuni giorni questi esercenti rifiutano il pranzo, o la spesa, pagati con il buono pasto aziendale. A spalleggiare la Fipe è sceso in campo il colosso McDonald’s Italia, con i suoi 340 ristoranti. Anche qui è scattata la serrata contro i ticket.

        Ma dove nasce la rivolta per la quale le associazioni dei consumatori chiedono l’intervento della magistratura? Il punto critico sul quale è saltato l’ingranaggio dei buoni pasto riguarda le modalità con cui sono aggiudicate le gestioni del servizio di ristorazione.
        In particolare le commissioni incassate dalle «sette sorelle» e i tempi di pagamento delle fatture che bar e ristoranti presentano alle società che si aggiudicano il servizio.

        C’è di più. Secondo Mario Resca, numero uno della McDonald’s Italia, i gestori della ristorazione aziendale avrebbero formato un cartello per impedire una corretta concorrenza sul mercato. «Non possiamo più consentire che un accordo tra i gestori ci costringa ad aumentare i prezzi dei nostri prodotti, scaricando sui consumatori gli effetti perversi di un oligopolio» protesta Resca.

        Gli appalti per i buoni pasto hanno tutti la stessa caratteristica: si assegnano attraverso il meccanismo del massimo ribasso. Vince chi fa lo sconto più alto. L’ultima gara, bandita dalle Ferrovie dello Stato, si è appena conclusa con l’aggiudicazione di un appalto pari a 31 milioni di euro, con uno sconto del 17 per cento. Alla fine, guarda caso, a portarsi a casa il servizio sono sempre le stesse società» protesta Edi Sommariva, direttore generale della Fipe. «E i piccoli esercenti, che ricevono i ticket dai consumatori, possono difendersi soltanto alzando il listino dei prezzi. Ma con la recessione in corso, anche questa strada è diventata impraticabile».

          La protesta sui buoni è scattata in questi questi giorni proprio perché sono in calendario quattro gare che, da sole, valgono 40 milioni di euro.

          L’Alitalia, il Credito emiliano, la Banca Popolare di Novara e l’Unicredito hanno infatti preparato i loro bandi sempre con lo stesso criterio finale: massimo ribasso. E in qualche caso hanno scelto perfino la strada dell’asta online per costringere i concorrenti ad alzare le percentuali di sconto.

          Il mercato italiano è nelle mani di sette società (Ticket restaurant, Sodexho, Day, Buon chef, Ristomat, Pellegrini card e Qui!) che si dividono l’85 per cento dei 2 miliardi di euro messi sul tavolo dalle grandi imprese.
          La parte del leone la fanno i quattro marchi francesi (Ticket restaurant del gruppo Accor, Sodexho, Day e Buon chef) per il semplice motivo che il business dei buoni pasto in Europa è stato inventato, negli anni Sessanta, proprio in Francia. La storia vuole che tutto nacque dall’intuizione di un medico, Alfred Winchendon, disposto a rimborsare il pranzo delle infermiere della sua clinica con i ticket. L’idea piacque a Jacques Borel che la tradusse in un’attività economica, fondando la società Crédit-Repas, oggi Accor, numero uno del mercato in Francia e in Italia con una quota superiore al 40 per cento.

          La pressione esercitata dalle «sette sorelle» non è sfuggita alla lente dell’Antitrust che aprì un’istruttoria già nel giugno 2001, a proposito di una gara per i buoni pasto dei dipendenti pubblici bandita dalla Consip, la società che fa capo al ministero dell’Economia e che centralizza le più importanti forniture nella pubblica amministrazione. Si trattava di un appalto d’oro, per un valore di oltre 418 milioni di euro, e l’Autorità che controlla la concorrenza condannò le società vincitrici a una multa di 34 milioni di euro. La sentenza ha poi attraversato tutti i gradi di giudizio, dal tar al Consiglio di Stato, e non è mai stata corretta rispetto al giudizio di condanna in primo grado. Tuttavia, le sanzioni dell’Antitrust sono quasi sempre virtuali e ancora oggi quella multa non risulta pagata.

          Come si difendono le «sette sorelle» dalle accuse degli esercenti? «Ognuno può rispondere con i propri comportamenti» dice Gabriella Gavezzotti, amministratore delegato della Ticket restaurant. «Noi abbiamo 95 mila esercenti convenzionati e nessuno si lamenta, né per le percentuali né per i tempi di pagamento che non superano mai i 30 giorni. Certo l’Italia è l’unico paese occidentale dove questo mercato non ha una regolamentazione ed è esposto al rischio di speculazioni selvagge».

            Dietro la necessità di stabilire delle regole sulla gestione dei ticket aziendali si nasconde l’ultimo, e più scivoloso, retroscena della guerra sui buoni pasto. Nel marzo 2004 20 senatori, del centrodestra e del centrosinistra hanno depositato a Palazzo Madama un disegno di legge (numero 2855) per disciplinare «i servizi sostitutivi della mensa aziendale». La proposta fissa alcuni paletti come, per esempio, una percentuale di massimo sconto (5 per cento) da prevedere negli appalti per la ristorazione e un termine preciso per i pagamenti da parte della società emittente nei confronti del ristoratore (30 giorni).

            La legge non è mai stata discussa in aula, nonostante le firme bipartisan dei senatori, perché rischia di creare un conflitto di interessi all’interno della pubblica amministrazione. Lo Stato, infatti, attraverso la Consip è uno dei maggiori clienti del servizio buoni pasto e una normativa che limita la possibilità dei ribassi nel corso degli appalti di fatto penalizzerebbe innanzitutto il bilancio statale.
            «Anche la mia proposta di intervenire sulla questione dei ticket aziendali con un emendamento nel disegno di legge sulla competitività parte dal presupposto che lo Stato non debba rimetterci neanche un euro» avverte il deputato Guido Crosetto di Forza Italia.

            Un bel rebus per il governo che dovrà scegliere tra gli interessi della finanza pubblica, in questo caso rappresentati dalla Consip, e la pressione della potente lobby dei commercianti. Un rebus di strettissima attualità perché la Consip si prepara ad annunciare una nuova gara, la più importante, per il servizio dei buoni pasto dei dipendenti pubblici: un appalto che vale 1 miliardo di euro. Sul quale sono già concentrati gli occhi delle «sette sorelle» della ristorazione made in Italy.

            COSÌ FUNZIONA IL VIAGGIO DI UN TICKET

              1. La società di buoni pasto vince la gara indetta dall’azienda in base allo sconto che in parte è recuperato con una commissione che paga l’esercente. Con un taglio del 20 per cento l’azienda paga 4 euro un ticket da 5.

                2. Il dipendente riceve parte del suo stipendio in buoni. Per quelli fino a 5,29 euro, a differenza del corrispettivo in denaro, non si pagano tasse: un vantaggio sia per l’azienda sia per il lavoratore.

                  3. Il buono viene speso in un esercizio convenzionato. La società di ticket, però, pagherà all’esercente non il valore nominale ma la cifra sulla base della quale ha vinto la gara. Nel nostro esempio, 4 euro.

                    4. L’esercente va a riscuotere il buono dalla società emittente in media una volta al mese. La società impiega almeno un mese di tempo per i controlli. In caso di ticket usurati o «sospetti» serve più tempo per ulteriori verifiche.

                      5. L’esercente viene rimborsato dopo circa due mesi. Ma la società dei ticket trattiene una commissione proporzionale allo sconto grazie al quale ha vinto la gara. Ecco perché nel nostro esempio l’esercente incassa 4 euro su 5 di valore.

                        (a cura di Isabella Colombo)