“Buongiorno” I mantra del Potere

19/06/2001


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I mantra del Potere
N ON ha offeso, non ha esaltato, non ha illuso, non ha svelato. Semplicemente: non ha. Il presidente del Consiglio si è tenuto per un’ora il microfono del Senato senza dire nulla. Trattandosi di Berlusconi, cioè di un ammaliatore sbrodolone e abituato a spararle grosse ogni volta che apre bocca, la novità segnala un salto in avanti della comunicazione politica: il divorzio fra la parola e l’azione. Lo teorizzano decine di manuali per manager fai-da-te, del tipo «Come dominare gli altri in venti lezioni, fidanzandosi con una top model nelle pause», dei quali l’uomo di Palazzo Cinque è notoriamente ghiottissimo. Regola fissa e tutt’altro che ingenua di queste americanate è che una volta raggiunto il potere il buon capo non dichiara mai in anticipo le sue intenzioni, per non suscitare aspettative e resistenze. Prima modifica la realtà, poi casomai la commenta. Basta con la politica degli annunci, cara a quei cerebraloni dell’Ulivo che invece dei manuali a dispense leggevano ancora Proust. Nell’azienda che si fa governo, alla parola rimane il compito di massaggiare le emozioni con appelli generici al cambiamento («ma lo faremo», il ritornello preferito dal rapper di Arcore) ed elencazioni di mantra rituali: meno tasse, più lavoro. Però il modo per raggiungere gli obiettivi, cioè l’anima della politica, viene tenuto nascosto e derubricato dal premier a mera «tecnicalità».
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