Buon segnale il dialogo tra Confindustria e Cgil

28/09/2010

Sergio Marchionne «benedice» la ripresa del dialogo tra Confindustria e la Cgil: è «un segnale di grande speranza per il paese». La tribuna è quella dell’assemblea delle imprese automobilistiche dell’Anfia, che si tiene in un contesto difficile: calano le immatricolazioni, spiega il presidente Anfia Eugenio Razelli, con un 2010 che chiuderà con un -11,4% sul 2009 a quota 1,9 milioni di vetture. Piccoli segnali di ottimismo, invece, arrivano dalla componentistica, che per Emanuele Bosio ad di Sogefi «guarda al futuro con maggiore serenità». L’amministratore delegato della Fiat addirittura parla «dell’ora della resa dei conti» per l’automotive mondiale. Ma allo stesso tempo dice che la Fiat «può rappresentare una svolta storica per l’industria italiana» purché non si abusi di lei «per fini politici».
Il Lingotto si è candidato oggettivamente come punto di riferimento per «accompagnare l’Italia verso un cambiamento profondo e di qualità», anche per quanto riguarda le relazioni sindacali. Un cambiamento letto come una volontà di chiudere i conti una volta per tutte con la Fiom. Ma c’è il fatto nuovo rappresentato dal – per adesso timido – disgelo tra la Cgil di Guglielmo Epifani e la Confindustria di Emma Marcegaglia consumato al convegno di Genova dello scorso weekend. E quella di Genova, dice il numero uno di Fiat Group, «è stata un’apertura molto positiva» e la «strada del dialogo», del confronto, dell’impegno di «tutte le parti sociali» è il segnale di «grande speranza per il nostro Paese». È chiaro che a suo avviso questo dialogo – che può essere letto come una presa d’atto del peso della Cgil, o come un tentativo di isolare ulteriormente la Fiom – è anche merito dell’operazione Fabbrica Italia, «che è servita come stimolo per una convergenza di impegni».
Resta il fatto che per Marchionne (che qui riecheggia Marcegaglia, con toni che non piaceranno al governo) la situazione del paese è «estremamente seria». Che bisogna decidersi «tra fingere che vada tutto bene oppure intervenire per assicurare al nostro paese la capacità di competere». Che «bisogna fare qualcosa prima che sia troppo tardi». La Fiat, dice, ha i «giusti leader» per «rompere con i vecchi schemi»; gli altri (a partire dal sindacato) facciano lo stesso, usando «Fiat come catalizzatore di cambiamento». Che significa in concreto, ad esempio sulla questione del contratto? Marchionne spiega che «quello che conta è il risultato. Per me è fondamentale garantire la governabilità degli stabilimenti che la Fiat ha in Italia. Le modalità non mi interessano, conta il progetto».
Se l’industria italiana «soffre», anche per l’auto sono tempi difficili. Fiat sta «procedendo in modo spedito» con l’integrazione con Chrysler, per arrivare nel 2014 a un gruppo competitivo in tutte le fasce di mercato che produrrà sei milioni di vetture e un fatturato di 64 miliardi di euro. Lancia «avrà il maggiore beneficio», mentre nel 2011 e nel 2012 sbarcheranno negli Usa la 500 e la futura Giulia. A complicare una situazione già difficile per Marchionne ci si mette l’Europa: l’accordo di libero scambio con la Corea del Sud è sbagliato e non paritario. E Bruxelles sta esagerando con una politica di riduzione delle emissioni di CO2 irrealistica e penalizzante. E a proposito di «mancanza del senso della realtà», l’ad Fiat getta acqua gelata sull’auto elettrica e ad idrogeno: l’idrogeno per molto tempo ancora «resterà una pura illusione», mentre l’auto elettrica per adesso ha problemi di autonomia e di ricarica che suggerirebbero di porre meno enfasi su questa prospettiva. «Meglio puntare sulle tecnologie disponibili, il Gpl e il metano». Infine, smentite sulle offerte di Daimler, la gioia per la vittoria della Ferrari, e una battuta su Alessandro Profumo: «mi dispiace di averlo perso come banchiere ma rimane un amico».