Bruxelles: pensioni da riformare

17/12/2002


              17 dicembre 2002



              EUROPA


              Bruxelles: pensioni da riformare

              Il rapporto europeo invita i 15 ad allungare l’attività lavorativa per rendere sostenibili i sistemi previdenziali


              DAL NOSTRO INVIATO
              BRUXELLES - Sarà presentato oggi all’Europarlamento dal commissario europeo agli Affari sociali Anna Damantopoulou il primo rapporto Ue sulle pensioni, che sollecita "ulteriori riforme" del sistema previdenziale italiano. Come anticipato (vedi il "Sole-24 Ore" del 12 dicembre), il documento comunitario invita gli Stati ad allungare il periodo di attività lavorativa per rendere più sostenibili i sistemi pensionistici dei 15. Bruxelles chiede ai Governi di assicurare «equilibrio tra la durata del periodo di lavoro e la durata del pensionamento, cosa che richiede un aumento della vita lavorativa promossa da uno stretto legame tra contribuzioni e benefici, aggiustando questi ultimi ai cambiamenti delle aspettative di vita». Inevitabile una revisione dei meccanismi di fondo di molti sistemi previdenziali, incentivano il prolungamento dell’attività lavorativa, anche per far fronte all’invecchiamento della popolazione. «In assenza di un sistema pensionistico che comprenda incentivi al lavoro appropriati e meccanismi di adeguamento delle prestazioni alle aspettative di vita – si legge nel documento – saranno necessari aggiustamenti specifici a prestazioni e contribuzioni». Quanto all’Italia, il rapporto europeo osserva che le tre riforme varate dall’Italia nel ’92 (Amato), nel ’95 (Dini) e nel ’97 (Prodi) sono passi nella giusta direzione che hanno contribuito a ridurre la crescita della spesa pensionistica. Tuttavia «appaiono necessarie ulteriori riforme», perché il periodo di transizione della legge Dini risulta «troppo lungo per far fronte agli squilibri demografici» e «deficit considerevoli sono attesi per il futuro». L’analisi comunitaria addita tuttavia il sistema italiano e quello svedese come esempi, proprio perché sono passati dal sistema retributivo a quello contributivo. Ovvero meccanismi che «assicurano pensioni adeguate non attraverso un aumento dei contributi ma attraverso la possibilità di guadagnarsi sufficienti diritti pensionistici lavorando più a lungo». Si tratta, insomma, di accelerare nel nostro Paese, il processo di «modernizzazione del primo pilastro». Il livello generale dei contributi assorbiti dal sistema restano, infatti, "una grande sfida" per l’Italia. Senza le riforme dello scorso decennio il rapporto tra spesa pensionistica e Pil sarebbe esploso dal 13,8% del 2000 al 23% del 2050, mentre ora ci si attende un picco del 15,7% nel 2030. Cruciale è aumentare i tassi di occupazione soprattutto di donne e anziani. L’Italia registra, infatti la più bassa percentuale di partecipazione al lavoro: 54,8% di occupati sul totale dei cittadini tra i 15 e i 64 anni, mentre la percentuale più alta è segnata in Danimarca con il 76,2%. Da elevare con adeguati stimoli e incentivi è l’età effettiva di pensionamento, perché nella realtà solo una minoranza di persone continua a rimanere sul mercato del lavoro fino al limite legale, che è in genere di 65 anni nella maggior parte degli Stati Ue.
              E. BR.