Bruxelles: l’Italia alzi l’età della pensione

15/07/2002


14 luglio 2002



Bruxelles: l’Italia alzi l’età della pensione

«Il provvedimento dev’essere al centro della riforma». Nel nostro Paese la soglia del ritiro è fra le più basse d’Europa

      DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
      BRUXELLES – Gli europei, e in particolare gli italiani, vanno in pensione troppo presto.In Italia l’età del pensionamento effettivo è tra le più basse di tutta l’Unione Europea, che già presenta una media notevolmente più bassa di quella americana o giapponese. Nella fascia di età che va dai 55 ai 64 anni sono attivi solo 28 italiani su cento, contro una media del 40% nella Ue (37% in Germania e 52% in Gran Bretagna). Negli Usa il tasso di attività per i lavoratori con maggiore anzianità è del 59%. In Giappone addirittura del 66%. Nel nostro Paese gli uomini abbandonano il ciclo produttivo a 58 anni, le donne a 56, contro una media europea rispettivamente di 60 e 59 anni.
      Alla luce di questi dati, se si vuole evitare che gli oneri della spesa pensionistica divengano insopportabili per effetto dell’invecchiamento della popolazione, occorre alzare l’età effettiva del pensionamento. La constatazione viene da un rapporto che un comitato di esperti nazionali ha presentato ai ministri delle Finanze europei, impegnati da tempo in un periodico monitoraggio della situazione. Ma non si tratta certo di una novità. Già al vertice di Lisbona, due anni fa, i capi di Stato e di governo si erano posti come obiettivo di elevare almeno al 50% il tasso di attività nella fascia di età dai 55 ai 64 anni. Una meta ancora molto lontana dalle realtà.
      Il rapporto del Comitato di politica economica illustra la tesi dell’urgenza di una riforma dei sistemi pensionistici con una serie di proiezioni tese a dimostrare che l’aumento dell’età pensionabile «deve essere al centro di ogni sforzo di riforma della previdenza». Secondo i calcoli degli esperti, «l’innalzamento di un solo anno dell’età del pensionamento effettivo in Europa avrebbe come effetto di tagliare del 20% l’aumento previsto della spesa previdenziale entro il 2050», che si aggira attorno a 3 punti del Pil. Da questo punto di vista l’Italia non è però tra i Paesi messi peggio, grazie alla riforma delle pensioni varata da Dini. Il maggior onere previsto per le finanze italiane nei prossimi 50 anni sarebbe infatti pari al 2% del Pil, contro punte massime come quelle di Grecia (più 12% del Pil) e Spagna (più 8%). Solo in Gran Bretagna, grazie al sistema delle pensioni private, la spesa pensionistica pubblica è destinata a diminuire di un punto percentuale del Pil.
      Nel giorni scorsi, anche in vista del dibattito di Bruxelles e delle sollecitazioni in questo senso contenute nelle raccomandazioni di politica economica della Ue, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva proposto che l’intesa tra governo e sindacati, dopo l’accordo sul lavoro, si estendesse anche ai sistemi pensionistici. Ma il presidente del Consiglio ha gettato acqua sul fuoco dicendo che rivedere la previdenza c’è tempo fino al 2006.
A.BO.