Brutta fine per la commercio story

03/07/2004





 
   



sabato 3 Luglio 2004
CAPITALE/LAVORO



 

Brutta fine per la commercio story
Firmato il contratto: soldi pochini, precarietà tanta.
I sindacati: «Evitato il massacro». Sciopero annullato

MANUELA CARTOSIO


Il rinnovo del contratto del commercio passerà agli annali come una farsa tragica. Centinaia di lavoratori, ignari che, nottetempo, Confcommercio e sindacati avevano firmato il contratto, ieri hanno fatto uno sciopero che non esisteva più. Ora si chiedono chi pagherà loro la giornata. E’ l’epilogo della commedia degli errori inanellati da una trattativa opaca, con scioperi proclamati per non essere fatti, rotture sul filo di lana, firma a sorpresa a tempi supplementari scaduti. Se il contratto fosse buono, si potrebbe chiudere un occhio su queste bizzarrie. Non lo è e la commedia presenta un conto amaro per il milione e mezzo di lavoratori che da 18 mesi aspettavano il rinnovo del contratto. Sbloccato l’accordo con Confcommercio, sono stati siglati in rapida successione contratti fotocopia con le Coop e Confesercenti. Lo sciopero, che oggi doveva riguardare i punti vendita, è stato ovviamente annullato. Filcams, Fisascat e Uiltucs affermano d’aver firmato un accordo «sofferto» ma «largamente positivo», sia sul versante salariale che su quello normativo. «Gli aumenti salariali sono soddisfacenti e sulla parte dei diritti ne abbiamo recuperato alcuni massacrati dalla legge Biagi», sostiene Ivano Corraini, segretario nazionale della Filcams Cgil. Le cose non stanno esattamente così.

L’aumento di 86 euro per il primo biennio «regala» alle aziende quasi 1 punto d’inflazione. A marzo si verificherà se ci saranno scostamenti tra l’inflazione reale e prevista. Formalmente l’accordo del 23 luglio è rispettato, resta da vedere quanto lo sarà nella sostanza. L’aumento per il secondo biennio è di 53 euro, l’ultima tranche entrerà in busta paga solo a settembre del 2006. Troppo diluita nel tempo, oltre che modesta, anche l’una tantum di 400 euro: 150 euro verranno corrisposti a gennaio. Non sono cifre brillanti. Le si poteva accettare «scambiandole» con una tenuta sul mercato del lavoro. E invece su flessibilità e precarietà l’accordo concede parecchio.

Sul part time – dicono i sindacati – confermiamo quanto pattuito nel precedente contratto. Il lavoro «supplementare» (le ore in più rispetto a quelle per cui si è assunti) resta volontario. E chi fa il part time ha «diritto di precedenza» quando l’azienda assume personale full time. Vero. Ma il part time (lo fa il 90% delle cassiere) viene sovvertito cancellando il tetto annuo delle ore «supplementari». Erano 120, secondo la legge Salvi recepita dal precedente contratto. Decaduta la legge, il nuovo contratto non ha confermato il tetto. Questo è il cavallo di Troia che di fatto e ,senza nominarlo, introduce nel commercio il job on call, previsto appunto dalla legge Biagi. Facile prevedere che le aziende assumeranno a part time per meno ore di quanto necessitano. La gente avrà «fame» di ore e metterà tutto il suo tempo a disposizione dell’azienda. Che «chiamerà» in base ai suoi bisogni e con un preavviso di poche ore.

Per i contratti a termine il tetto raddoppia dal 10 al 20% della forza lavoro complessiva. Le «causali» per fare assunzioni a termine «le abbiamo ridotte a una», dice il segretario della Uiltcus Brunetto Boco, senza specificare quale sia. Per il lavoro interinale il tetto sale al 15%. La somma delle due tipologie, che nel precedente contratto non doveva superare il 23%, passa al 28%. Ma, e qui viene il peggio, la soglia non vale nei punti vendita di nuova apertura. Nel primo anno di attività tutto il personale di un supermarket potrà essere assunto a termine. Dopo, la deroga al tetto andrà «contrattata». Questo forse è il colpo più vantaggioso per la grande distribuzione. La Faid non ha rotto per due volte il tavolo per niente. Ha incassato molto di quel che voleva, poi ha concesso che presidente di Confcommercio Billé recitasse la parte del «mediatore». Anche sull’apprendistato si peggiora l’esistente: si potrà essere apprendisti, inquadrati due livelli più in basso, per 48 mesi, una anno in più rispetto a ora. Ma poichè la legge Biagi concede un apprendistato lungo 72 mesi (!), essersi fermati a 48 viene sbandierata come una conquista. Nelle 80 pagine del testo dell’accordo non è mai menzionata la somministrazione di manodopera, altro punto pericolosissimo della legge Biagi. La piattaforma chiedeva fosse vincolata alla contrattazione, il silenzio non è tranquillizzante.

Maurizio Scarpa, segretario della Filcams, anticipa così il giudizio che «Lavoro e società» articolerà più compiutamente nei prossimi giorni: «Questo contratto fa perdere potere d’acquisto ai lavoratori, di fatto estende la precarietà e la flessibilità in un settore dove ce n’è già troppa». La consultazione sull’ipotesi d’accordo (assemblee senza referendum) sarà fatta a settembre. Un gruppo di delegati della Filcams lombarda ha diffuso un appello che critica conduzione ed esito della trattativa. Lo pubblicheremo domani (unaltrocontratto@tiscali.it).






BOCCIATURA DALLA CUB

«Aumenti ridicoli, diritti svenduti». La Cub boccia su tutta la linea il contratto del commercio siglato dai sindacati confederali. Il sindacato di base chiede il referendum sull’accordo e proclama per il 16 luglio uno sciopero. «La parte peggiore dell’accordo riguarda l’aumento indiscriminato della precarietà», afferma la Cub, «in particolare vengono colpiti il lavoratori part time e gli apprendisti». Filcams, Fisascat e Uiltucs hanno recepito gran parte della Legge Biagi e sono sempre più integrati «nella logica aziendale», dice Walter Montagnoli, della Flaica Cub.