Bruciata l’auto al sindacalista antimafia

30/01/2006
    domenica 29 gennaio 2006

    Pagina 7 – Primo Piano

    IL SEGRETARIO DELLA CAMERA DEL LAVORO DI CORLEONE HA PUBBLICATO A NOVEMBRE UN LIBRO SU COSA NOSTRA

      Bruciata l’auto al sindacalista antimafia

        Lirio Abbate
        corrispondente da PALERMO

          Nel giorno in cui i magistrati puntano il dito sulla mafia che è passata a controllare la politica in Sicilia, Cosa nostra si fa viva e fa sentire la propria presenza. I boss contemporaneamente alla denuncia dei giudici sembrano aver ordinato ai sicari di riaprire la stagione di terrore e morte che per lungo tempo è stata sommersa per ordine di Bernardo Provenzano. L’eco degli spari è tornato a rituonare nel palermitano nel giorno stesso dell’apertura dell’anno giudiziario. I capimafia hanno scelto di lanciare il primo messaggio con l’omicidio di un pregiudicato, Antonio Canu, 33 anni, colpito alla testa con una pallottola secondo un chiaro schema da esecuzione mafiosa. Scenario dell’agguato sono le campagne di Caccamo, a 40 chilometri da Palermo, regno del capomafia Nino Giuffrè, oggi collaboratore di giustizia, dove le armi avevano taciuto per tanti anni. Ma il gesto di sfida alle istituzioni non si ferma a questo omicidio. A Corleone – paese di Riina, Bagarella e Provenzano – nella notte è stata incendiata l’automobile di Dino Paternostro, segretario della Camera del lavoro, giornalista e studioso della mafia. L’ultimo dei suoi libri «I corleonesi, storia dei golpisti di Cosa Nostra» è stato distribuito nel novembre scorso insieme con il quotidiano «L’Unità». E poche ore prima, sempre nelle stradine di Corleone, le fiamme hanno divorato l’auto di un sottufficiale dei carabinieri e poi quella di una impiegata comunale assunta nel Centro di documentazione antimafia.

            Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, è chiaro nel delineare questi episodi che rappresentano un segnale della potenza di Cosa nostra. «Quando si avvicina la campagna elettorale – afferma Grasso – ritornano i segnali sinistri ma noi saremo molto attenti a coglierli». Il capo della Dna non fa solo riferimento all’omicidio e alle tre auto incendiate a Corleone. Grasso ricorda il ritorno dei boss al metodo della «lupara bianca» che non spara ma è altrettanto pericolosa perché fa sparire le persone in silenzio. E’ il caso di Giovanni Bonanno, 35 anni, condannato per associaizone mafiosa, figlio del capomafia Armando Bonanno, accusato di essere stato uno dei killer del capitano Basile. L’uomo è scomparso poche settimane fa. Gli inquirenti ritengono che possa essere stato ucciso. «La scomparsa del boss Bonanno – afferma Grasso – e poi l’omicidio di Caccamo e le auto incendiate a un carabiniere, un giornalista e una dipedente comunale di Corleone, sono risposte per chi pensa che la mafia non c’è più».

              Per il direttore de «L’Unità», Antonio Padellaro, e l’amministratore delegato Giorgio Poidomani, non ci sono dubbi: «Paternostro è stato colpito per avere scritto per L’Unita’ un libro che ripercorre la storia della mafia corleonese». Cosa nostra, spiega il presidente della Corte d’appello Carlo Rotolo nella relazione di apertura dell’anno giudiziario, mantiene il suo potere criminale sotto la guida di Provenzano ma ha aggiornato la sua strategia. Ora sono proprio i boss a imporre la loro linea e a reclutare il personale politico destinato a rappresentare, nelle istituzioni e nelle strutture della pubblica amministrazione, gli interessi di Cosa nostra. Dai risultati delle inchieste più recenti Rotolo ricava la conferma di un «patto scellerato» tra mafia e politica che si realizza in una «zona grigia» nella quale si concretizza un «rapporto di scambio». Mentre in passato era la politica a chiedere il sostegno dei boss, ora il rapporto si sviluppa in una prospettiva squilibrata. Anzi rovesciata». E così mentre Cosa nostra avanza, i magistrati si vedono togliere le armi per combatterla. Lo dice Grasso:«Il contrasto alla mafia, in particolare alla cosiddetta borghesia mafiosa, con i mezzi a disposizione attualmente è una missione impossibile». «C’è il rischio – aggiunge il pna – di un’infiltrazione diretta nella politica di candidati chiamati a tutelare interessi mafiosi. I partiti stiano attenti».