Brindisi d’addio all’art.18

05/07/2002

5 luglio 2002



Brindisi d’addio all’art.18
Trattative nella notte a palazzo Chigi. La Cgil annuncia il suo no al Patto. Cisl e Uil chiedono modifiche e chiarimenti. Confindustria: la Cgil è fuori dalla concertazione nazionale


PAOLO ANDRUCCIOLI


La trattativa è continuata nella notte a palazzo Chigi. Il Patto per l’Italia è ormai al varo ufficiale. Oggi si passerà alla firma e ai brindisi. E se non ci saranno novità sorprendenti, il governo di centro destra potrà raccogliere il consenso alla sue proposte e alla sua linea di politica economica e sociale da tutte le organizzazioni imprenditoriali e da tutti i sindacati, con un’unica eccezione: la Cgil. Si firma sulla riforma fiscale, sul mezzogiorno, sulla politica dei redditi, ma anche sulle deroghe all’applicazione dello Statuto dei lavoratori, articolo 18 in particolare e sulla riformulazione degli scorpori aziendali. Ieri sera, quando la riunione è stata interrotta per una pausa di due ore (fino alle 23.30), il vice segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, uscendo dal palazzo, ha confermato: la firma della sua organizzazione non ci sarà «visto che si conferma un quadro di previsioni negative che la Cgil non condivide». Lo stesso Epifani, che è stato attaccato ieri molto duramente dalla Confindustria, ha deciso di partecipare con la delegazione della Cgil, anche alla riunione notturna e alla seduta di questa mattina. Fino all’ultimo minuto.

Il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, aveva intanto proceduto all’espulsione: «La Cgil – ha detto – si è posta definitivamente fuori dalle trattative con il governo in quanto le proposte sulle politiche del lavoro fatte da Guglielmo Epifani non sono state espresse al tavolo convocato dal governo». Il presidente della Confindustria si riferisce a un convegno in cui la Cgil ha avanzato le sue proposte proprio per dimostrare una cosa che comunque già sanno tutti: non è un sindacato che sa dire solo no. Ma ovviamente è un sindacato che dice no in una trattativa in cui non si discute del sesso degli angeli, ma di precise modifiche del diritto del lavoro italiano. Contorsioni, tensioni, proposte di emendamenti in casa Cisl e Uil, anche qui fino all’ultimo minuto. Ieri quello che ha fatto più notizia nel corso dell’afoso pomeriggio di attesa, è stata la dichiarazione della Uil che a un certo punto ha diffuso una nota alle agenzie in cui si chiedevano mofifiche sostanziali del testo. La Uil, che ha detto di non gradire neppure il titolo dell’accordo («Patto per l’Italia: contratto per il lavoro»), ha chiesto che nel testo finale venga specificata la temporalità. Il sindacato di Angeletti dice in sostanza di essere d’accordo nella sospensione dell’articolo 18 per tutti i lavoratori assunti nelle aziende che superino i 15 dipendenti, ma propone che questa deroga (o sospensione del diritto) cessi al termine del triennio di validità dell’accordo stesso. La Uil ha chiesto anche una precisazione sul numero dei dipendenti: la deroga deve valere solo per le aziende con meno di 15 dipendenti. Se si mettono in relazione queste richieste della Uil, a pochissime ore della firma, con altre precisazioni di sindacalisti cislini, si conferma il timore dei giorni scorsi: il governo sta cercando di allargare (o ri riallargare) la cosiddetta «platea» dei lavoratori che perderanno il diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di liceziamento illegittimo. Proprio per ottenere il consenso della Cisl e della Uil, lo staff del ministro del welfare Roberto Maroni, aveva accettato di limare un po’ la delega iniziale (la numero 848). Poi evidentemente (anche sulla base delle pressioni dirette della Confindustria) si è cercato di allargare di nuovo il «campo di applicazione» dell’esperimento di cancellazione dell’articolo 18. Sapremo solo oggi come sarà andata a finire questa guerra delle cifre, che con una battuta possiamo definire «la guerra del 15-18».

Nella bozza di testo presentata ieri il governo ribadisce comunque in sostanza l’articolo della delega clonata, ovvero la n.848bis, dove si parla di «non computo nel numero dei lavoratori occupati per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti». La norma sull’articolo 18 viene presentata nell’accordo come allegato, insieme a un altro allegato sulle nuove regole sulla cessione del ramo di azienda. Dopo la premessa iniziale, dove si ribadisce l’obiettivo di una crescita fino al 70% nel 2010, il documento del governo affronta la politica dei redditi (compresa dunque la riforma fiscale di Tremonti), il nuovo stato sociale per il lavoro e infine il terzo capitolo sugli investimenti e l’occupazione nel Mezzogiorno. Per quanto riguarda un altro tira e molla di questa trattativa, ovvero quello che riguarda le risorse per la riforma degli ammortizzatori sociali, il documento confermerebbe i 700 milioni di euro per l’aumento dell’indennità di disoccupazione. Una cifra che viene giudicata insifficiente – se si immagina una vera riforma di tutti gli ammortizzatori sociali – non solo dalla Cgil, ma praticamente da tutti i rappresentanti dell’opposizione. Ieri si sono espressi i dirigenti dei Ds che hanno appoggiato la scelta della Cgil. E’ giusto non firmare il Patto. Ovvero il programma politico della Casa delle libertà.